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domenica 25 ottobre 2026

Cronache dell’altro mondo – figlicide (435)

Ogni due giorni, in media, un bambino muove per mano della sua propria madre, in America, più che in ogni altro paese di cui si abbia la statistica specifica.
Nelle statistiche dell’Fbi il numero è molto superiore: “Oltre tremila bambini vengono uccisi ogni anno dai genitori o dai tutori”. Ma questa è la statistica degli infanticidi. Per figlicidio s’intende nella trattatistica di bambini uccisi alla nascita o subito dopo, mentre infanticidio viene usato per le vittime da un anno in su.
Nelle statistiche mondiali i figlicidi sono più spesso opera di un maschio, del padre o assimilato. In America più della madre.
I motivi non sono stati accertati statisticamente. Gli studi fanno l’ipotesi che i figlicidi siano opera femminile per la “psicosi postparto”. La PPP, psicosi postpartum, o psicosi puerperale o psicosi peripartum, consiste nell’insorgenza imprevedibile di sintomi psicotici dopo il parto, “in genere entro due settimane dal parto”. Ma questi sintomi si possono sviluppare anche “diversi mesi” dopo il parto.

Il futuro di Trump era già passato

In una faniglia dominata da saldi principi liberali s’infiltra, modesta, un’allieva teorica di uno Stato “spartano”, cioè dominante, sotto un titolo e una divisa apparentemente democratica, “Change”, cambiamento. Che presto trova il sostegno di una potente corporation, capace di proiettarne il pensiero su tutta la nazione, corredandolo di una polizia senza volto. La famiglia liberale fa perno sulla madre, insegnante alla Georgetown University di Washington, “la più antica università, cattolica e federale, d’America, 1789”, con un marito che ha rinunciato alla carriera accademica per tenere unita la famiglia attorno alla madre, tre figlie, ognuna variamente caratterizzata, e un figlio. Che l’allieva modesta e (contro)rivoluzionaria della madre ha innamorato. E di cui farà un sostentore irruento, anche contro i genitori, del nuovo ordine fascista (si cita anche, di passata, Mussolini). Al punto da farne, oltre che un padre felice, un sostenitore convinto del nuovo regime, corportatiov e poliziesco, irrispettoso e perfino ingiurioso dei genitori. La dissoluzione dell’America si riflette nella dissoluzione della famiglia, con distruzione finale a opera di una polizia in assetto da guerra, figlio innamorato e ora padre affettuoso compreso, sotto l’occhio sempre sempre remoto della nuora, la teorica del Nuovo Ordine.
Unfilm politco. Ma coinvolgente più che faticoso. Per la bravura degli interpreti, con semplicità nel ruolo, specie la madre, Diane Lane, e compresa la finta ingenua devastatrice, l’inglese Phoebe Dynevor - alla quale peraltro si richiede una sola espressione, di finta semplice. Per l’abilità quindi della regia, del polacco Komasa, specialista di film storico-politici. E questo introduce al mistero che accompagna lo svolgersi della vicenda.
Il film, che inizialmente sembra basarsi sulla psicosi americana del “complotto”, riflette l’America quale sarà nel 2025, il primo anno della seconda presidenza Trump. Con lo strapotere delle corporations, l’allusione qui è a Elon Musk, e con la polizia in assetto bellico e in maschera, la polizia di frontiera, la famigerata Ice, che Trump ha usato nelle maggiori città. Ma il film, uscito nell’autunno del 2025, forzosamente è stato concepito e preparato (sceneggiatura, casting, setting, piani di lavorazione, etc.) almeno un anno prima. Una profezia che si avvera nel momento in cui diventa pubblica.
Jan Komasa, Anniversary,
Sky Cinema, Now

sabato 24 ottobre 2026

Ombre - 840

“Vanity Fair”, settimanale progressista del gruppo della moda Condé-Nast, molto progressista, anticipa un libro contro Jared Kushner, il genero di Trump, opera di un giornalista ignoto, naturalmente free-lance, naturalmente “investigativo”: il genero è subornato da Emirati e Arabia Saudita, con due milioni, o due miliardi, di dollari. In America nessuno ci crede, in Italia sì. “La Stampa”, per es., o il “Corriere della sera”, che su “Vanity” ricamano mezza pagina, in politica internazionale.  
 
Però, la “rivelazione” di “Vanity Fair” è da leggere. Il cellulare di Kushner è stato hackerato dai russi. Una spia russa caduta in mano agli olandesi (sic!) ha fornito la chiave per entrare nel cellulare. Dove gli olandesi hanno scoperto che il genero di Trump ha la disponibilità di un fondo di due miliardi di dollari creato da Arabia Saudita e Emirati.
E dire che gli ayatollah non ci hanno pensato, gli arcinemici dei potentati arabi. È che non sono  stupidi - non c’è nemico più nemico degli Emirati con l’Arabia Saudita, e viceversa. Al “Corriere” non lo sanno, alla “Stampa”?
 
E dunque Schlein pratica l’“entrismo”, una delle tattiche con cui il Pci sviliva le altre formazioni di sinistra. Dopo avere risuscitato “Rifondazione”, per rubare voti ad Avs, l’ha rinforzata con Crisanti, il microbiologo vedette tv, nonché suo senatore, senatore del Pd – Crisanti è quello che l’ha detto, essendo un chiacchierone.
 
“I ragazzini in minicar fra lacrime e scuse. «Su Tik Tok fanno così, ma nessuno si fa male»”. Cuori infranti, su perorazione degli avvocati, per due adolescenti che buttavano giù i passanti colpendoli alla schiena, già processati per furto, e per i loro genitori, brave persone, le mamme e anche i papà, uno carabiniere, figurarsi. Genitori di ragazzini che avevano la minicar, 10 mila euro minimo – con molti gadget. Per andare in nessun luogo, giusto divertirsi.

Folle di genitori in ansia lunedì alle porte della Questura milanese, per i loro piccoli fermati dalla polizia domenica. Perché avevano devastato domenica i negozi ricchi per rubarne le merci. Ma senza essere dei Robin Hood, no, rubavano in proprio. Dei bravi ragazzi, che erano andati a passeggiare in piazza Duomo. Solo uno, un signore in età, sa di che si tratta: “Si merita degli sganassoni”, dice del figlio che aspetta. È rumeno.

 
Nella (piccola) folla di genitori in attesa lunedì alla questura d Milano dei figli fermati, il “Corrire della sera” elenca “italiani, tunisini, ucraini, marocchini, rumeni”. Per dare ragione a Trump, che Francia e Italia periscono per mano degli immigrati?
 
Si danno molte motivazioni al saccheggio reiterato del centro di Milano – “disagio giovanile” (novità?), scuola, isolamento, periferie. Meno l’emulazione. Che invece è in Italia normale, quasi un compito in classe: tutto quello che si fa in Francia viene copiato. In Germania no, in Inghilterra no, neanche in Spagna, in Italia sempre. Questa sì che è una cattiva scuola.
 
I week-end di guerra con la polizia e di devastazione a Parigi quest’anno sono nel nome della scuola. Ma in realtà non si danno un nome, se non gilets jaunes, i giacchini alta visibilità stradale  che indossano, da ormai otto anni: da metà ottobre a metà maggio sabato appuntamento a Parigi.
Cominciarono nel 2018, anche allora per il gasolio, a opera dei camionisti. Bisogna considerare un’altra forza rivoluzionaria, i camionisti.
 
Prosegue la Biennale di Venezia con l’architettura dopo l’arte e il cinema, e con la danza, il teatro, la musica. Compresa la musica sacra, che manda in visibilio martedì il musicologo del “Corriere della sera”, Helmut Falloni. Senza che se ne parli più - Falloni è un’eccezione, troppa emozione?  Forse perché la presidenza è toccata a uno di destra, Buttafuoco. L’informazione non c’entra, una volta finito il “lavoretto” di bottega.
 
Tra i (residui) lettori del “Corriere della sera” e “la Repubblica” è improbabile che ci sia qualche (ex) grillino. Tuttavia i due giornali mainstream non risparmiano interviste sedutissime a Conte. Quello del reddito di cittadinanza e del Superbonus. Tanto peggio tanto meglio? O questo mainstream non sarà la quinta colonna di Meloni?
 
La Fondazione Feltrinelli fa una presentazione del Piano Mattei per dire che è propagandistico, limitato, improduttivo e che l’Africa ristagna nel debito. Mentre il piano si vuole la rottura del “debito”. Dell’Africa ai servizi sociali, i cosiddetti “aiuti”, a sessant’anni dalle indipendenze.
Anche la Fondazione, una delle poche vestigia socialiste ancora in piedi, si riduce alle sterili  polemichette da partito Democratico – un partito che ha governato con Salvini e Conte, e ora si aggrappa a Conte.
 
L’Intelligenza Artificiale dà, nel governo Conte 2 (5 Stelle-Pd, et al.) 9 ministri al Movimento 5 Stelle, più 2 “Indipendenti di area Movimento 5 Stelle”, un ministro e il presidente del consiglio. Cioè lo stesso Conte che ora federa tutti. Un tipo pirandelliano. Insomma.
 
Commozione per James Talarico, “sei tutti noi”, italoamericano, giovane, buon cattolico, che sarà martedì 3 il primo senatore Democatico per il Texas, e nel 2028 il successore Democratico di Trump alla presidenza. Mentre Talarico è italo-americano solo di nome – quello del patrigno, che che lo ha adottato, dopo averne sposato la madre single. Non è cattolico ma presbiteriano come la madre - la confessione dei protestanti colti e ricchi. Cita le Scritture, ma è quello che ha raccolto di più per la sua campagna elettorale, 64 milioni solo nel terzo trimestre.


Insulsa polemica dell’Anm, il sindacato dei giudici, sul miliardo di arretrati (per un ricalcolo deciso dal Consiglio di Stato) che Meloni si rifiuta di pagare – per il momento. Non è un miliardo, ma un centinaio di milioni, spiega. Sapendo che questo è uno dei due arretarti, per il triennio 2021-2023, mentre ben più sostanzioso è quello del triennio successivo, 2023-2025 - e si arriva al miliardo. Superficialità? Supponenza? Entrambe le cose.
 
E i giudici del Consiglio di Stato che hanno voluto gli arretrati? Imponendo all’Istat il ricalcolo degli aumenti automatici dei giudici sulla base degli aumenti ottenuti da altri comparti del pubblico impiego. Non con una media ponderata, come l’Ista correttamente ha fatto, dado a ogni comparto il peso corrispondente al numero, ma con una media semplice. Un trucco contabile. Da un miliardo. Perché i giudici vogliono essere pagati con un trucco contabile?
 


La vita immaginata

“Una signora si innamorava sempre di più e un signore si innamorava sempre di meno”.
“Splendisdissima era la vita accanto a lui sognata.\ Nel sogno tra tutte predilelta la chiamava.\ E nella realtà?\ La realtà non c’era”.
“Nessuno era meno innamorato di lui.\ Era il meno innamorato di tutti i signori del mondo”.
Non è il lamento di una concubina abbandonata nel matroneo, nell’harem. È la cronaca, ardita, rassegnata, dei tanti momenti di un tranfert, come si suole chiamare, non scientificamente, l’infatuazione per lo psicoterapeuta. Non la prima, Lamarque ci ha abituati con numerose altre raccolte in corso d’opera: “Il signore d’oro”, 1986, “Poesie dando del lei”, 1989, “Il signore degli spaventati”, 1992. L’anno scorso, per i 150 anni della nascita di Jung – il “signore” è, è stato, junghiano - alla sua infatuazione non corrisposta ha risintonizzato tutto il pregresso. Spiegandolo, in sottotitolo, “Poesie per Lei, Dottore (1984-2025)”, come un bouquet, una celebrazione accademica all’Emerito, una corona d’alloro sul capo dell’eroe, lo psicoterapeuta che l’ha seguita per quarant’anni.
Il dottor B.M. l’ha aiutata a sciogliere il nodo della sua identità, spiega la stessa Vivian nelle due prose che completano la raccolta, i Ringraziamenti e il cenno autobiografico che ha intitolato “Quanto ha dovuto lavorare il mio dottore”. Vivian Lamarque, così allegra e favolista, è una bambina rifiutata alla nascita dalla famiglia, di rigidi valdesi, perché illegittima, ma poi tormentata da questa famiglia naturale non-famiglia anche nella famiglia d’adozione e d’affetto. Col dottore e signore, spenta ogni passione?, si concede ora un transfert sfrenato, completo anche di autoerotismi.  suo “signore” prima che salvatore. In 142 brevi componimenti. Basati sull’iterazione per lo più. Ma inventivi, ciò che invita alla lettura, altrimenti ripetitiva. Alcuni arricchiti di metafore, e ritmi studiati - assonanze, qualche rima. Molti discorsivi.
Come sempre, come notava di Vivian Lamarque Giovanni Raboni, il suo scopritore, nel 1981, “la sua semplicità è quasi feroce”. Qui è sempre semplice nella autoironia. La prima delle quattro plaquettes che formano la raccolta, “Il signore d’oro”, è un omaggio al dottore nelle forme del “signore”, non antifrastiche come potrebbe sembrare, ossequiose – si direbbe sadomaso, se il termine non fosse connotato sugli eccessi. Apparizioni, evocazioni, lamentazioni, in diverse forme metriche di e
vocazione: “Il Signore mai” per cominciare, “Il Signore della scatolina”, di nuovo “Il Signore degli spaventati” - Vittorio Lingiardi, che firma il risvolto e la postfazione (“L’amore in una stanza”) nel ha contati 82 differenti. Assortite da epicedi-confessioni della “signora”: “La signora della neve” “La signora dei baci”, “La signora non gelosa”, minuscola sempre, ininfluente sulla sua propria storia. Tutte invocazioni all’impossibile.

La nota finale, “Quanto ha dovuto lavorare il mio dottore”, dà anche altre coordinate, oltre che dell’infanzia infarcita aggressivamente dalla genitorialità, naturale e non. Tutto è “iniziato”, dice, “(finito mai) il 14 febbraio del 1984, avevo 38 anni…Alcuni amici poeti mi consigliavano un’analisi lacaniana, altri non poeti una junghiana”. Lo psicopompo “lacaniano aveva studio nel centro di Milano, sotto prestigiosi portici”, benché dopo una portineria dove ribolliva il minestrone, e la prima seduta ridusse a “meno di 30 minuti, non avevo fatto in tempo neppure a nominarli tutti quei miei svariati genitori”. Quella col junghiano dott. B.M. (“studio quattro gradini sotto il livello stradale”) “ne durò 90. Riuscii a elencargli non solo tutte quante le figure genitoriali comparse sulla scena, ci fu addirittura tempo anche per le loro scomparse (3 su 4 al compimento del mio quarto anno di vita)”. Dopodiché tanti languori.
Vivian Lamarque, E intanto la vita, Mondadori-Lo Specchio, pp.151, ill. € 18

venerdì 23 ottobre 2026

Letture _ 624

letterautore
 
Gaetano Afeltra
– Dirigendo negli anni 1960 il “Corriere d’Informazione”, l’edizione pomeridiana del “Corriere della sera”, giornale di forti titoli e frivolezze, coltivava i giovani letterati, Parise, Arbasino, e la non più giovanissima Ortese, con lunghe articolesse, tipo elzeviro, tra racconto e divagazione.
 
Depressione – Si coniuga (anche) con la meteoropatia, ma all’inverso? “Nel Nord Europa è proprio quando la primavera è alle porte, quado le giornate si allungano e l’alba arriva prima, che la gente sprofonda nella depressione, pensa al suicidio” - Doris Lessing, “Il figlio dell’amore”, racconto compreso nella raccolta “Le nonne”.
 
Francia – “Sempre” rivoluzionaria per non esserlo – essenzialmente violenta? “In Francia ci sono state varie guerre civili”, spiega Houellebecq a Pordenone Legge: “La più spettacolare è la Rivoluzione francese, quando vi erano più di due fazioni o schieramenti – i rivoluzionari non erano un’unica fazione, si sono massacrati a vicenda”.
 
Freud – “Analista della tristezza” lo fa Alda Merini – in una poesia del 1988, “Giacomo Leopardi non è mai stato contento” (ora nella raccolta “Il mio labirinto di assurdo silenzio”, p. 76).
 
Guerra – Una noia – Doris Lessing, “Il figlio dell’amore” (nella raccolta “Le nonne”, p.219): “La guerra non era un continuum, ma era fatta di lunghi periodi di inazione e di noia, interrotti da esplosioni di attività frenetica; il che significava combattimenti, pericoli, morte, e poi ancora noia e ancora inerzia. È questo che si sente sempre dire del fronte. «Com’è stata la guerra?» «Una noia!»”.
 
Leopardi – “Giacomo Leopardi non è mai stato contento in vita sua proprio perché non aveva conosciuto Sigmund Freud analista della tristezza” – Alda Merini, “Poesie 1988-1989”, ora nella raccolta “Il mio labirinto di assurdo silenzio”, p. 76.
 
Carlo Levi – “Maestoso e insieme leggero, imponente e grazioso, autorevole e spensierato come un dio in vacanza”, così appare a Anna Maria Ortese a settembre del 1956, a Viareggio per il premio  (“Incontro a Viareggio”, ora in “La lente scura”, p.33), “l’autore di pagine straordinarie e, alla fine, meno straordinarie” – aveva avuto il premio da una giuria divisa, molti erano per Gianna Manzini.
 
Pound – Era vigile e partecipe. Ritornato silenzioso, come muto, dal manicomio criminale in America, Montanelli lo ritrae invece, sempre silenzioso, ma attento, sul “Corriere della sera” l’11 aprile 1971, descrivendo un pranzo a Venezia dove lo ha avuto commensale, con la compagna Olga Rudge (in Indro Monanelli, “Le grandi interviste 2”, “Ezra Pound”). A tavola, dove Montanelli lo ha di fronte, “la testa eretta sulle spalle, la fronte increspata nello sforzo di tirare a tenda le sopracciglia sugli occhi, mangiava sobriamente, ma di tutto, senza il minimo cenno di partecipazione ai conversari”. Si parla del più e del meno. E di Spagna. Montanelli chiede a Olga se Pound c’è stato. “A questo punto la bocca di Pound”, annota Montanelli, “ma solo la bocca, impercettibilmente si mosse e bisbgliò: «Sì, nel novantasei»…. E subito dopo, sempre in un sussurro: «Volevo dire nel novecentosei»”.
Dopo il pranzo seduti, Montanelli vede Pound, rincantucciato in un angolo del divano, fare le fusa con la gattina siamese di casa che lo ha puntato. Quando la conversazione tocca la cattiva abitudine di sputare per terra, Olga interviene a dire: “Oh, lo fanno anche gli americani, o almeno lo facevano. C’erano perfino dei recipienti apposta”, di cui non ricorda il nome. “«Cuspidors», intervenne Pound con la sua flebile voce, e per la prima volta vedemmo l’immobilità del suo volto rompersi in un lieve sorriso”.  
 
Quasimodo – Da solo illumina il “Cova”, il ristorante milanese, in un paio di incursioni di Anna Maria Ortese nel 1949. In “Sesto tavolo al «Cova»” (ora in “La lente oscura”, p.413): “La Provvidenza ha tanti modi di consolare uomini dubbiosi, gente lontana dalla sua terra, e al Cova uno dei suoi sistemi migliori è quello di far entrare Quasimodo. Sotto la mano delicata del poeta siciliano, la porta a vetri del Cova si apre cautamente, e vivo e meraviglioso come persona vera questo ‘Ritratto di Gentiluomo Siciliano’ viene avanti”. Vestito “in verde chiaro”: “Da giovane, sembra che Salvatore Quasimodo fosse bellissimo; ora, decaduti gli inganni dell’età giovanile, rimane bello tuttavia al modo di un pugnale, dentellato dalla ruggine. Piccolo viso con una larga fronte appena convessa, sopra occhi neri, mobili, sospettosi”.
L’immagine lirica la scrittrice amplifica tre anni più tardi, riprendendo la scena dell’ingresso al “Cova” in Sicilia, dove si trova a fine 1951 - in “Luci di Sicilia” (“La lente scura”, pp. 444 segg.). Prospettando se stessa come una che, al Cova, aspettava “l’ingresso di chi non sarebbe venuto mai”. Un “chi”, “forse una persona, forse una cosa, certo un modo di vivere, un mondo, una bellezza che avevo sempre intravista e perduta, mai posseduta, di cui ero sempre in cerca”. Finché non entrò lui: “Un uomo, di cui non esisteva idea, nello stile e nella figura, a Milano. Su un corpo di spadaccino, una testa nobile, scura, come intagliata in un legno prezioso, un’alta fronte ovale incorniciata di riccioli bruni. I suoi occhi nerissimi erano pieni di luce, e fissi, e calmi”.
E quando l’uomo “si alzò e andò via nello stesso modo curioso e leggero come era entrato”, le parve “uscissero insieme una forza, un dolore, una luce. Il suo nome era Salvatore Quasimodo”.
 
Domenico Rea – Detto Mimì, Anna Maria Ortese lo vede una sera a Napoli, “alla Ferrovia, sotto la statua di Garibaldi”, invitata da lui a cena, come un muro di silenzio nelle confusione: “Uno dei fenomeni più notevoli di queste terre, così scatenato, dirompente, fischiante, un bolide, a osservarlo attentamente, non è che silenzio. In fondo a tutte le sue risate, le sue convulsioni, i suoi eccessi, silenzio”. Rea è agitato, esaltato, incontrollabile, deve partire, vuole partire, per Viareggio, la cena salta, non sa se e come avvisare la moglie. Qualcuno da Viareggio, dove si è deciso il premio (1951), gli ha detto “parta subito”, e l’eccitazione non ha fine: “È la casa a Napoli, è il lavoro per tre anni… Impiegato a Napoli, alloggio a Nocera, padre e sorelle a carico…. Capisci da dove vengo?”. Salvo ammutolire quando, su insistenza di Ortese, ha ritelefonato a Viareggio, all’albergo del premio, e ha saputo che lui non era nel programma.
 
Spagna – Dopo il Medio Oriente (http://www.antiit.com/2017/01/letture-286.html)
la location preferita degli operisti, i compositori d’opera – e musicisti in genere. Andrea Penna ne fa breve elenco nel programma di sala di Santa Cecilia per il recital di Lisetta Oropesa, “Mis amores son canciones”: Mozart, Verdi, Rossini, Liszt (perfino Liszt, dall’alto del suo metro e 85, vi si cimentò, con un mezzo abortito “Don Sanche” – n.d.r.), ,Glimka, Čajkovskij, Rimskij-Korsakov, Massenet, Chabrier, e poi Chopin, Minkus, Lalo, Debussy, Ravel.

letterautore@antiit.eu

L’Intelligenza Artificiale è imperialista

Un saggio che unisce storia e contemporaneità, analisi politica e analisi economica, tecnologia e imperialismo. In una prospettiva non apocalittica, ma sì di una transizione rapidissima, quasi istantanea. In dipendenza, ancora una volta, in larga parte da riserve naturali – chi ha l’oro comanda.
“Nel giro di pochi anni, Cina e Stati Uniti hanno costruito ciascuno qualcosa che gli storici del futuro potrebbero riconoscere come una nuova forma di impero. Il loro dominio si estende non solo su territorio, rotte commerciali e spazio aereo, ma sulla conoscenza stessa. Controllando i grandi modelli linguistici, i chip, le infrastrutture fisiche e i capitali che costituiscono le basi per la cognizione artificiale avanzata, Pechino e Washington non solo stanno raggiungendo nuove vette di performance economica e proiezione di potere, ma stanno anche dettando i termini di tutto il futuro progresso scientifico e intellettuale. L’espressione “superpotenze dell’IA” non rende giustizia all'influenza e alla portata che questi rivali esercitano oggi. Anche senza la costruzione attiva di alleanze o la coercizione, possono rendere dipendenti da loro tutti gli altri Paesi che cercano di accedere all'IA avanzata”.
Ma questa è solo un’ipotesi. Che gli autori, Ferguson storico, Klaasen analista del giornalismo IA, e Schmidt, ex presidente Google, autore con Kissinger di “Genesis; Artificial Intelligence, Hope, and the Human Future”, lasciano aperta: la Cina non è in grado e non intende sfidare militarmente gli Stati Uniti, le due potenze si direbbe che “coesistono”, con la vecchia terminologia della guerra fredda. Più problematica invece la storia della fine degli imperi come già studiata da Ferguson: “La storia imperiale ci offre un monito. In assenza di altre forze, gli imperi raramente soccombono a uno sfidante o ai barbari alle porte. Più spesso, falliscono perché la difesa dei loro vasti domini li prosciuga, sia di risorse materiali, sia del consenso dei governati, sia della lealtà delle élite. Il centro imperiale si accorge di non poter più mantenere il controllo sulla periferia, sulle regioni che un tempo gli erano sottomesse”.
Il fallimento può essere finanziario – troppi debiti. O istituzionale - l’impero cinese Qing alla fine del XIX secolo, incapace di industrializzarsi e sburocratizzarsi. Oppure tecnologico: “La Dreadnought della Royal Navy del 1906 fornì al Regno Unito la prima corazzata dotata esclusivamente di cannoni di grosso calibro e, con un solo colpo, rese obsoleta la flotta da battaglia preesistente. Da un giorno all'altro, questa svolta aprì la strada a rivali come la Germania, cancellando un secolo di vantaggio accumulato dalla Gran Bretagna. La conseguente corsa agli armamenti costrinse il Regno Unito a quasi raddoppiare le spese navali tra il 1900 e il 1914”.
Si fallisce come si comincia. Anche gli imperi possono essere finanziari: l’oro del Perù. O tecnologici: “Gli acquedotti di Roma e i canali e le opere di controllo delle inondazioni cinesi rappresentavano le vie di comunicazione di secoli di egemonia. Le potenze imperiali dell'Europa moderna erano all’avanguardia mondiale nella stampa, nella tecnologia marittima e nell’artiglieria”.
O militari, naturalmente.
E qui viene richiamata “l’intuizione di Ferguson”, di Adam Ferguson e non del coautore, il teorico politi co settecentesco – un precursore in tutto e per tutto di Adam Smith, scozzese anche lui – “secondo cui un debito elevato induce inevitabilmente al declino”. Sul presupposto che “la durata di un impero dipende dalla sua capacità di autofinanziarsi”, il quasi omonimo Niall Ferguson ripropone anche il suo cosiddetto “limite di Ferguson”. Un metro molto semplice: “Qualsiasi impero che spenda più per il servizio del debito che per la propria difesa rischia di perdere il suo status imperiale”.
Da qui la conclusione – e lo stallo, o coesistenza pacifica. “Gli Stati Uniti hanno superato quello che uno di noi ha definito il «limite di Ferguson» nel 2024, spendendo più per interessi passivi (circa 881 miliardi di dollari) che per la difesa (circa 874 miliardi di dollari). Se il governo federale continuerà con l’attuale traiettoria di spesa, entro il 2036 i pagamenti degli interessi raddoppieranno il budget per la difesa”. Saremo “cinesi”, allora? No, “la Cina probabilmente si trova ad affrontare un problema analogo. Sebbene molti dati non siano resi pubblici”, si sa che l’indebitamento è nascosto negli enti locali.
La competizione è spostata sull’Intelligenza Artificiale.
Niall 
Ferguson-Lisa Klaasen-Erich Schmidt, Empires of AI, “Foreign Affairs”, Nov-Dicembre 2026, in libera lettura online (anche in italiano, Imperi dell’IA)

giovedì 22 ottobre 2026

Il mondo com'è (503)

astolfo 


Mitraismo
– Il culto che più era diffuso a Roma, in concomitanza col primo cristianesimo, e che a lungo ne contese la primazia. Di origine persiana, era stato diffuso nell’impero dai soldati romani nelle guerre partiche, a partire dalla guerra di Traiano, 113-117. Specialmente vivace risulta la diffusione del culto a metà del III secolo, sotto Ludovico Pio, l’imperatore tredicenne Gordiano III, degli anni 238-244. Tracce se ne ritrovano dappertutto nell’impero, dalla Siria all’Iberia, in forma di mitrei, luoghi di culto sotterranei, specie le raffigurazioni del Mitra tauroctono, che uccide il toro. Una religione misterica, per iniziati, di cui non si hanno le coordinate precise. Ma di diffusione tale da impensierire il cristianesimo. Che ne avrebbe adottato alcune modalità. Tra esse il culto sotterraneo, le catacombe.
Il mitraismo è fatto bersaglio da Giustino Martire in particolare, tra le fonti cristiane pervenute, a metà del secondo secolo, e un secolo dopo da Tertulliano. A metà dello stesso secolo, circa il 250 d.C., la Chiesa spostava il Natale di Cristo al 25 dicembre, che era la data della nascita di Mitra. In precedenza celebrava il Natale il 6 gennaio. Che sarà festa dell’Epifania, della manifestazione di Gesù Cristo come Dio Figlio incarnato - nelle chiese orientali tuttora l’Epifania è la festa del Battesimo nel fiume Giordano, in cui Gesù è detto Figlio di Dio dalla voce del Padre, in presenza dello Spirito Santo.
 
Piano Solo – È il piano che il generale De Lorenzo avrebbe apprestato nel 1964 contro eventuali “disordini”, cioè il piano di un colpo di Stato. La vicenda è stata ridimensionata, ma non nei contorni, che invece erano preoccupanti – e lo sono ora, nel giudizio storico. Contorni di cui si continua a non tenere conto.
Bisogna fare, se non la storia, che forse ancora non è possibile, l’anamnesi che invece è agli occhi di tutti e si evita. Perché bisogna sempre diffidare, ma furono gli Usa che, quando si facevano le esercitazioni in caserma per il colpo di Stato, vollero e difesero la democrazia. Insieme col Vaticano. E con l’onorevole Moro, sì, fu lui l’uomo della Resistenza, con i socialisti, Nenni e Saragat, e il governo legittimamente eletto. Mentre Togliatti agitava la piazza per indebolire il governo – creare le “condizioni oggettive” - e si diceva pronto non richiesto a votare il governo golpista di salute pubblica. Del senatore Merzagora, non altri, l’uomo dei sottoboschi di Milano, cache-sex d’ogni foja, anche lurida.
Togliatti prima di morire insisterà: il golpe se l’è inventato Nenni per fare un governo moderato. Ma quando il vecchio presidente Segni si agitava per mandare a casa il governo eletto e sostituirlo con quello tecnico, insomma con Merzagora, gli scrisse: “Di governi di emergenza ve ne possono essere diversi, e ciò implica posizioni nostre diverse”. Si riservava un posto di ministro per Longo, alle Ferrovie. In gruppo con Bencioni, il senatore fascista che organizzerà i piccoli azionisti Montedison a difesa della scalata di Cefis. Sembra di sognare. Ma a scandalo già aperto, quando l’onorevole Andreotti promuoverà il generale De Lorenzo a capo dell’esercito, e gli alti ufficiali se ne scandalizzeranno, protestando con Ferruccio Parri, l’ex capo della Resistenza, gente onorata, Paolo Gaspari, Aldo Beolchini, Giorgio Manes, un’astiosa difesa d’ufficio arrivò, sempre non richiesta:  “L’aver partecipato attivamente, con funzioni di comando, alla lotta di liberazione militare non costituisce adeguato merito militare”. Come se i protestatari fossero invidiosi. Il monito – il monito? – arrivò dall’Unità, è vero, Togliatti era morto. Perché questo è, non è infamia, il carattere non c’entra: c’entra l’intelligenza delle cose, la ragione politica.
Contro Moro, certo, il senatore Fanfani era andato ben oltre, all’annientamento fisico, se si può dire. Scrivendone sul Tempo, per la penna di Renato Angiolillo, il fondatore e padrone del giornale: “Un uomo politico tenebroso, debole, insipiente, inetto, mistificatore, alchimista impazzito, stregone maniaco, falso gigante di bronzo”. E: “Flaccido e cascante come un piccolo visir, cupo, funereo”, che avanza “spargendo il suo cammino di cadaveri e rovine”. Prose del genere.  La sua politica è “la tecnica molle, scivolosa e viscida di una piovra”. Uno che ha introdotto in politica la coincidenza dei contrari di Giordano Bruno.
Tutta la borghesia, la migliore, la più sussiegosa, era per il golpe. Il ministro dell’Interno Taviani, altro resistente. Il governatore della Banca d’Italia Carli. L’onorevole Colombo, ministro del Tesoro. Il Messaggero, cioè Roma. E il Corriere della sera, cioè Milano.  Che ogni giorno argomentavano di “disastro”, “sfacelo”, “distruzione”. Tutto perché i socialisti erano al governo. E quando udirono il “tintinnio di sciabole” a destra, s’affrettarono a mettere su un golpe di sinistra, “appoggiato dall’esercito jugoslavo”. Ma non erano scemi. Il primo socialista a poter dire la sua sul Corriere della sera sarà il mansueto Nenni, già ministro degli Esteri atlantista per un quinquennio, alla fine del 1969, prima di Piazza Fontana.
Tutto si sbriciolava nell’estate del 1964. Solo, detto del piano, non sta per solitario, bensì per l’arma dei Carabinieri, che, a parere di De Lorenzo, era la sola affidabile, non la polizia, non l’esercito. De Lorenzo, l’ispiratore del piano e suo non discreto animatore, ne parlava con chiunque, non era uno spione qualsiasi, era il comandante dei Carabinieri, della Benemerita, un comando per il quale aveva ingaggiato una furiosa battaglia, il caso politico dell’anno, il 1962, col generale Giuseppe Aloia suo maggiore, vincendola per il sostegno - la Dc era divisa - del Pci (è da giovane ch’era stato a capo dei servizi segreti, nonché medaglia d’argento, pure lui, della Resistenza). E tuttavia gli Usa mantennero saldo l’orientamento, insieme col Vaticano. Da Washington i messaggi arrivarono chiari: “Un regime di destra extra-legale sarebbe decisamente contrario ai nostri interessi a lungo termine in Italia”. Non si può fare fronte con la libertà e ricorrere ai militari. Anche per un minimo di saggezza: “È del tutto irrazionale il timore di un colpo di Stato sostenuto dall’esercito jugo-slavo. È uno scenario assolutamente irrealistico”, scrivevano dagli Usa.
 
Stretti – Hanno assicurato l’impero inglese. O meglio: l’Inghilterra se ne è assicurato il controllo, quando il Commonwealth era un impero mondiale, specie sul versante orientale, per le comunicazioni con l’India e l’Estremo Oriente. Col controllo diretto, militare, coloniale, oppure mediante accordi, alleanze, protettorati. Nel Mediterraneo con l’occupazione di Gibilterra e Malta, e il controllo di Cipro, il Bosforo e i Dardanelli tramite accordi con l’impero ottomano in chiave antirussa. L’occupazione di Suez, fino al 1956, e di Aden, sul Mar Rosso, per garantirsi la navigazione fino all’India. Con l’interdizione ad altre potenze di Hormuz, fino all’indipendenza degli Emirati, 1971. E l’occupazione di Singapore, sito allora semiabbandonato, nel 1819, da parte di Thomas Raffles, il presidente delle Indie Orientali, a presidio dello stretto di Malacca, per tenere libere le rotte fino a Hong Kong e al mare Cinese meridionale.
 
Flora Tristan – “Militante socialista” la ricorda di passata Houellebecq in “Annientare”, il romanzo del terrorismo hacker, “suocera di Gauguin”, amica di Éliphas Lévi, occultista. In realtà molto di più. Intanto, non suocera ma nonna (già defunta) di Gauguin, figlio della figlia di Flora, Aline Chazal. Flora essendo morta relativamente giovane, di qarantun’anni, nel 1844. Al termine di un logorante viaggio per tutta la Francia, per animare  circoli operai e controllare la condizione femminile. A Bordeaux, dove la città si mobilitò: operai e operaie raccolsero i soldi per il funerale, organizzarono il corteo funebre, e le eressero un monumento, inaugurato quattro anni dopo. Era autrice di romanzi popolari, nonché di ricordi di viaggio, a Londra (dove era stata nel 1825 come dama di compagnia, dopo la separazione dal violento marito, ed aveva avuto la prima esperienza di politiche per i poveri dei centri urbani) e in Perù, ed era stata animatrice di circoli operai. Nel diario del viaggio per la Francia l’anno della morte, del 1844, che fu pubblicato postumo con successo, col titolo “Tour de France”, ha ritratti di persone, eminenti e non, che ancora si leggono, nonché immagini di città: George Sand spocchiosa, Lamartine apatico, il molto cattolico e democratico Lacordaire senza alcun interesse per i poveri, Marsiglia “città viziosa”, le città “contadine” (Digione, Auxerre, Rennes) “ottuse”, per effetto della religione oltre che della povertà.
Morì precocemente, si ritiene, per effetto delle ferite subite durante un tentativo di assassinio da parte del marito, André Chazal, un incisore, uomo violento, presso cui aveva trovato impiego diciottenne, per aiutare la madre. E che poi aveva dovuto subire tutta la vita, anche dopo la separazione, intervenuta quattro anni e tre figli dopo il matrimonio – il divorzio, introdotto dalla Rivoluzione, era stato abolito nella Restaurazione, dopo il 1815. Chazal aveva tentato più volte di sequestrarla. In uno di questi tentativi sarà accusato dalla figlia Aline, la futura madre di Gauguin, di avere tentato di violentarla. Il 10 settembre 1838 attese l’ex moglie in strada e le sparò, ferendola al petto – il proiettile resterà conficcato nel corpo, impossibile estrarlo, da qui l’ipotesi di infezione mortale. Al processo Chazal fu difeso da una personalità progressista, Jules Favre, futuro ministro degli Esteri, che dipinse la ex moglie Flora come donna da non tenere in conto, per essere illegittima.
Era nata a Parigi, nel 1803, da padre peruviano, che aveva conosciuto e sposato la madre, di famiglia francese di “emigrati” politici, a Bilbao. Il matrimonio, celebrato da un prete francese anche lui “emigrato”, non venne trascritto in Francia, e ciò farà di Flora alla nascita a Parigi una illegittima. Questo pesò anche sull’eredità che il padre aveva lasciato in Perù: gli zii di Flora, benché ben disposti, non poterono farne una erede per la quota del padre, e si limitarono ad aiutarla. La invitarono anche, ad Arequipa, dove risiedevano lussuosamente, da notabili, e a Lima – un viaggio che comunque rincuorò Flora Trisan, per la condizione della donna, creola e indigena, in Perù molto più indipendente che in Francia.
Non la sola scrittrice francese impegnata, per la condizione dei lavoratori e lo status giuridico e sociale delle donne, ma quella di maggiore successo con i suoi romanzi e con i racconti di viaggio.  


astolfo@antiit.eu 

D'Annunzio al suo.meglio

D'Annunzio a Fiume, mentre a Versailles si discute a chi assegnare le spoglie in Adriatico dello sconfitto impero austro- ungarico. D'Annunzio al suo meglio, reso sobriamente da Maurizio Lombardi, senza i tic che avvolgono il personaggio: conciso, saggio, e rivoluzionario. Conteso da Lenin e, di sbieco, da Mussolini, che D'Annunzio lascia perplesso. Fino al finale, il trattato di Rapallo, tra l'Italia e la nascente Jugoslavia, per la partizione dell'Istria e la Dalmazia.

Catinari, direttore della fotografia di un numero sterminato di film, collaboratore di Virzi, Milani, Muccino, Moretti,  e di serie tv di grande presa, offre immagini che da sole valgono il racconto. Di un'impresa avvolta nelle nebbie, fuori e dentro, compresi i personaggi che attorniato il Vate. 

I Lucisno si sono cimentati in una grande produzione. Rasentando il capolavoro, senza esito di pubblico. Il tema è difficile. E il numero e eccessivo dei peronaggi, quelli femminili pure somiglianti, poco distinguibili. Forse per non essersi privati dei tanti appigli della narrazione di Claudia Salaris, la studiosa delle avanguardie, dallo stesso titolo, sul Fiume nelle memorie di artisti e avventurieri.

Arnaldo Catinari, Alla festa della rivoluzione, sky Cinema, Now

mercoledì 21 ottobre 2026

Secondi pensieri -

zeulig


Corrida – Il rito più antico e più misterioso, se ascende al culto mitraico, persiano, quindi anteriore alla “nostra” storia, la storia greca. Col Mitra tauroctono al centro, di cui è opaca la simbologia, per quanto si argomenti del toro come la Forza, una sorta di personaggio da “Star Trek”. Poiché il culto di Mitra è misterico. Lo era all’origine e lo è rimasto fino alla concorrenza del cristianesimo nella tarda Roma – importato e diffuso nell’impero dai soldati romani dopo le guerre partiche, come religione “spettacolare” – Porfirio che lo celebra, “L’antro delle ninfe”, è del III secolo.
Resta che il culto del toro nel Mediterraneo orientale era ben antecedente, della civiltà minoica. E la sua diffusione, nella toponomastica, i miti, la poesia, indipendente dal culto mitraico.
 
Identità – “L’identità (forse) non esiste”, argomenta Mauro Bonazzi su “La Lettura”. Un falso problema poiché lo argomenta un Mauro Bonazzi che forse non esiste.
Se ne fa un gran parlare, dell’identità, fino a metterla in discussione, non sul piano personale (come discuterla, senza?), ma su quello politico. A proposito delle identità “nazionali” a petto di forti immigrazioni. Si negano l’identità in segno di forte “impegno” politico. Negando la quale si nega, però, anche quella degli immigrati – come se fossero numeri, da aggiungere una volta sbarcati o al posto di arrivo: una registrazione impersonale, a un approdo non scelto, il primo accessibile, sotto la minaccia della morte, per annegamento, gelo, fame.
Strano comunque, curioso, modo di argomentare, quello di negare negandosi. Di negare l’identità, ovvia perfino, dato che nasciamo soli, a uno a uno, e diversi, anche i gemelli, non in serie. Per una testimonianza politica. Che è fatale poi per il soggetto che s’intende proteggere.
 
È tema politico, quindi divisivo, ma su un punto oggi nuovo, sulla migrazione in Europa. Sulla immigrazione reale, per la quale è previsto il diritto di asilo. Che, essendo antecedente al bisogno, evita, può evitare, l’integrazione – che ora è positiva ora è negativa, a seconda del pendolo dell’identità, dell’identità del migrante, non dell’accoglienza. Il problema identitario nasce quando l’identità di origine resta più forte di quella di accettazione (l’integrazione). Nella religione non solo, ma nelle abitudini, i linguaggi, le concezioni politiche e sociali generali.
 
Mainstream – Si dice dell’opinione pubblica, dei media, come di un filone di pensiero principale, e quindi “più” vero. Nel senso cioè di maggioritario e di giusto. Del giusto rafforzato dal numero. Volgarmente si direbbe prevalente. In uso come di una sorta di validazione, in senso cioè e con caratteristiche positive (ragionato, illuminato, e un po’ esclusivamente democratico). Come quello che non molto tempo fa si sarebbe detto “benpensante” e “borghese”.
Un anglicismo,  di connotazione difficilmente configurabile per un utente mediamente colto, o semplicemente distratto, per dire che il “padrone” (delle ferriere, del vapore, del giornale, o della televisione ha sempre ragione.
Una traslazione di senso che non sarebbe dannosa. Se non che vuole comprendere e significare tutto ciò che è buono, compreso il colto, civile, progressivo, democratico. Mentre è, nello stesso momento in cui si qualifica e si pone al vertice, il contrario, la vecchia “buona borghesia”, piena di se stessa.
Non una novità, può sempre rifasi a Platone, alla sua kalokagathia – non c’è nulla di male: siamo tutti filosofi, e alcuni sono buoni.  
 
Meraviglia – È forse il tema più ricorrente, della filosofia come “meraviglia” – in volgare si direbbe “curiosità”. Da Aristotele a un po’ tutto il Novecento, ma specificamente a Jeanne Hersch – e ora si riannuncia con Bonazzi. Ma più correttamente, significativamente, si direbbe come ricerca o esplorazione. Al modo delle esplorazioni tipiche, degli esploratori ottocenteschi, per continenti visibili, deserti, foreste, oceani, e in qualche modo noti, ma del genere terrae nullius, o hic sunt leones.
 
Rivoluzione – Tema ricorrente, di valenza positiva, oggetto anche di idolatria, ma sempre è incompiuta. È un processo. Avvenne nella rivoluzione per antonomasia, la Rivoluzione Francese, che è stata anche una guerra civile fra rivoluzionari, fra più fazioni – di cui poi ebbe gioco facile Bonaparte, un uomo solo al comando. E in quella sovietica, a più rirese, su un vasto sgranarsi storico. Non è il processo ultimativo di Marx, la creazione rivoluzionaria, per di più dal basso, dalla fola, dai più, di un nuovo ordinamento politico e sociale è necessariamente incompleta, difettosa, migliorabile, perfezionabile, anzi augurabilmente in fieri, un work in progress. E perché è, appunto, si vuole, un progresso rigeneratore. Non finito e definito come vuole l’utopia o una qualche escatologia. Compresa quella di Marx, biblico - a sua insaputa?
 
Spontaneità – Evocata nei recenti fatti di Milano e in Francia (dove però la “spontaneità” è ormai vecchia di tre anni, e molto organizzata, di sabato a Parigi, da metà ottobre a metà maggio), come di “movimenti” giovanili che si raggruppano e coalizzano “spontaneamente” in luoghi e per fini decisi all’istante, è in questo caso palesemente regolata se non diretta, dai social, o attraverso i social – più probabile quest’ultima ipotesi, i social non hanno autonomia di giudizio, checché si propali dell’Intelligenza Artificiale. È sempre derivata e avviata, se non diretta o gestita.
Fa sempre capo a una radice, sia essa l’insegnamento-aggregamento oppure la semplice formazione, lo sviluppo psicologico.
Di spontaneo c’è solo la credulità – l’ignoranza.   

zeulig@antiit.eu



Spoon River di Alda sul Navglio

Tre brevi raccolte del 1988, e alcuni componimenti dello stesso riemersi tra le carte. Molti medaglioni, di tipo epigrammatico, senza essere cattivi, molto lucidi, che valgono una biografia – almeno dei personaggi che si sono conosciuti, padre Turoldo, padre Camillo de Piaz, Vanni Scheiwiller. Con Nicola Crocetti un po’ovnquue, anche insolentito. Raboni, invece, e Patrizia Vaduga, “bellissima Patrizia”, omaggiati per Natale, a mo’ di ringraziamento per l’impegno di Patrizia in suo favore, col compagno Raboni. Non mancano Manganelli e Spagnoletti. E i Pierri, padre e figli. Una sorta di colloquio muto della poetessa con i suoi tanti amori e le amicizie. Un “Spoon River” di viventi, di una poetessa viva ma sola e solitaria.

Tre plaquettes, “La piccola Spoon River”, “Breviario sconsacrato” e “I filibustieri della follia”, la prima dedicata a Scheiwiller, la terza a Patrizia Valduga, più una corposa silloge di poesie “disperse” dello stesso 1988 (molte “lettere”, a Crocetti, a Manganelli, a Raboni - con più confidenza). Compresa una lunga “lettera” all’editore Mani (Piero Manni), che la assisteva nella controversia mossale quell’anno dai figli orfani del suo secondo marito, il medico-poeta di Brindisi Michele Pierri. Il tutto riemerso dai lavori di catalogazione e archiviazione intrapresi da varie università sui materiali accatastati dalla casa editrice dopo che, nel 2022, è stata riconosciuta “di interesse storico”.
Poesia come sempre “occasionale”, svagata. Come un dialogo monologale variato, frantumato. Ma su stilemi sempre appropriati, pur nella ripetizione. Su un fondo di solitarietà, nelle persistenti professioni, o tra i ritrovamenti, d’amore.
Con introduzione di Daniela Cristofori e Giacomo Poretti, “una psicoterapeuta ed un comico”, che ne enucleano una “logica della piuma”, della poesia che si posa dove capita. Di sicuro gradimento sarebbe stata alla ragazza Merini, “sempre ed eternamente attratta dall’amore” - anche se ce  la propinano sempre appesantita dagli elettroshock, sola ai Navigli quando erano grigi, a un pianoterra.
Alda Merini,
Il mio labirinto di assurdo silenzio, Manni, pp. 109 € 15


martedì 20 ottobre 2026

Se l’America è la rendita del mondo

Il debito pubblico (federale) americano si è raddoppiato col covid, balzando in un quinquennio dal 105 e qualcosa per cento del pil al 124. Con un servizio del debito (gli interessi da pagare ogni anno, alle quotazioni odierne dei tassi (che vanno in salita), di 1.200 miliardi di dollari. Più della spesa militare.
Quando il debito si pose come problema per l’Italia, una cinquantina di anni fa, sollevato da Vittorio Barattieri, allora giovane economista della Banca d’Italia, il governatore Guido Carli disse i Bot “la rendita degli italiani”. Lo stesso si può dire dunque oggi del debito americano: il servizio del debito Usa è la rendita del globo. Dei grandi investitori nel debito federale, Cina in testa.
Ma gli Stati Uniti che arricchiscono la Cina impoverendosi non è il solo paradosso del debito.
Una “legge” economica, derivata da Niall Ferguson, professore a Harvard di Storia Moderna, dalla Spagna tra Cinque e Seicento, dalla Francia nel Settecento, dall’impero ottomano tra Otto e Novecento, dall’impero britannico nel dopoguerra, vuole che quando la spesa militare è superata da costo del debito, questo è l’inizio della fine, del declino della potenza.
Questo non sembra il caso oggi, degli Stati Uniti. Perché la Cina, prima beneficiaria della rendita Usa, non mostra di voler competere sul piano militare, di spesa e di strategie, della potenza bellica - - né lo potrebbe, è pur sempre un regime totalitario, oppressivo, che deve guardarsi al suo interno.

Th. Mann diviso tra le Germanie

Il ritorno dimesso, come controvoglia, di Thomas Mann in Germania nel 1949, dopo 13 anni di esilio volontario negli Stati Uniti. Lusingato dal premio Goethe – doppio premio Goethe, uno a Francoforte, nella Germania Est, e uno a Weimar, nella Germania Est. Cui seguirà, il film non lo dice ma lo spettatore lo sa, la decisione finale di non ritornare in Germania, non all’Ovest e non all’Est, ma di stabilirsi in Svizzera, seppure nella parte di lingua tedesca. Accompagnato da Erika, in funzione di autista\segretaria, la primogenita, amata\amante, che accudisce il padre in ogni minima esigenza. Anche quando, intervenuto tra le due cerimonie il suicidio di Klaus, il figlio e fratello tanto caro a entrambi, il padre decide di proseguire con la cerimonia.

Un racconto dimesso. Seguendo Erika – gli arrivi, le partenze, le presentazioni, i discorsi, la burocrazia. In bianco e nero, di immagini semplici, informative, anche nel rapporto privato, padre\figlia, quasi nulla “recitato”, eccetto per la figura di un colonnello tedesco-sovietico cui si fa presiedere il premio a Weimar. Per un’evocazione-testimonianza politica, della Germania nel 1949, divisa e solo un po’ in piedi dopo le distruzioni belliche. Col solito burocratismo spento a Ovest e un teutonismo sbracato all’Est – tanto più che la cerimonia è rallegrata dal coro dell’Armata Rossa, tipo macchietta.
La Germania raccontata da un polacco – col titolo scritto in inglese, invece della forma tedesca Vaterland. Inevitabile, anche se probabilmente non voluta, una certa ironia. Ridicolo un po’- pieno di sé - è anche Thomas Mann, che invece, prima di diventare il monumento di se stesso, era uno piuttosto vivace e anche mordace. Ma un racconto che ipnotizza, forse per la semplicità.
Nel personaggio di Erika, la figlia che si sacrifica, talvolta essa stessa con cadenze teutoniche, seppure geniale di suo, assume anche in vari momenti valenza poetica – tanto più per essere lieve, evocata. Da qui il finale, anch’esso “tedesco” ma elegiaco: una chiesa disastrata, che Erika autista e il padre passeggero, sempre nel sedile posteriore, senza dirsi nulla si fermano per darle un’occhiata, ha un organo semidistrutto, da cui due appassionati, che tentano di rimetterlo in sesto, raddrizzando le canne, sollevando polvere e fumi, fanno uscire a mo’ di prova, un po’ sconnesso, un po’ in sordina, il Bach “brandeburghese”.
Pawel Pawlikowski,
Fatherland

lunedì 19 ottobre 2026

Canada-Usa, matrimonio cattolico

L’invenzione di “membro associato” della Ue per il Canada può avere aiutato il primo ministro canadese Carney nella opinione nazionale – e forse nei referendum, oggi, sull’autonomia-indipendenza dell’Alberta, lo stato più ricco di petrolio e gas, e poi su quella del Québec, lo stato francofono da sempre riottoso. Ma lo statuto di “associazione” è per ora solo una dichiarazione di buona volontà da parte dell’Europa. Mentre il fatto è che i referendum, quale che sia l’esito, non sono segno di forza. E che il Canada è legato strettamente agli Stati Uniti per la produzione e le esportazioni.
Secondo l’ufficio statistico di Ottawa, “il Canada ha registrato un surplus commerciale di 4,2 miliardi di dollari canadesi ad agosto 2026, ampliandosi rispetto al surplus rivisto al rialzo di 0,79 miliardi di dollari canadesi del mese precedente, segnando il più grande surplus commerciale da maggio 2022”. Grazie alle esportazioni verso gli Stati Uniti.  
Gli scambi commerciali sono per due terzi con gli Stati Uniti. E con gli Sati Uniti il Canada realizza il suo surplus complessivo. Con le esportazioni di petrolio e gas, e di molte produzioni industriali multinazionali – soprattutto di automobili.

L’Arabia nuda

“L’Arabia Saudita è sempre più sotto assedio”, “L’Arabia Saudita non ha valide alternative contro i micidiali attacchi dei ribelli yemeniti”. Sembrano titoli implausibili, ma è quello che avviene. L’Arabia Saudita è il Paese più armato dagli Stati Uniti nel Medio Oriente - dopo Israele. Con i mezzi aerei e i carri pesanti più aggiornati. Gli Stati Uniti hanno anche in Arabia Saudita una importane base aerea, Prince Sultan, vicino la capitale Riad. Ma non intendono proteggere  Riad dagli Huthi. Tace anche l’alleanza tripartita che Riad ha stretto con Turchia e Pakistan (forse quadripartita, l’Egitto potrebbe essersi collegato). E la cosa è implausibile perché gli Huthi sono soltanto un gruppo insurrezionale tribale, nella parte occidentale dello Yemen, prospiciente il mar Rosso.
Gli Huthi sono finanziati e armati dall’Iran. Ma sono pur sempre un gruppo tribale, che deve combattere su due fronti, il governo dello Yemen, per quanto debole, e l’Arabia Saudita, intervenuta dieci anni fa per sostenere il governo di Sana’a. La sorpresa nasce dal fatto non tanto dell’attacco Huthi – con droni e missili è possibile a chiunque da distanza. Ma della mancata reazione saudita
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Tutto si può fare senza uomini

Un film tutte done, in tutti i ruoli, tutte giovanili, compresa la madre che si risposa per la terza volta, liberate e in carriera, una regina dei talk-show, una ammiraglio della flotta al comando di una portaerei, con qualche figlio, e qualche amante donna. Kirstin Scott Thomas, attrice brillante, (“Quattro matrimoni e un funerale”, “Il paziente inglese”, “Ti ho amato così a lungo”), passata alla regia, si supera: ci pensa lei stessa a disilludere le figlie sul suo primo e sul suo secondo marito, padre e padrigno molto cari alla memoria delle ragazze: non valevano niente, sapevano solo fare la guerra, dove ci hanno lasciato la pelle. L’unico uomo del quadro è il provincialotto che ha sposato la sorella minore rimasta in campagna, un cretino.
Uno schieramento impegnativo di attrici, Scarlett Johansson, Sienna Miller, la stessa Scott Thomas. Per un intreccio da Monty Pithon. Che si ascrive al genere commedia. Ma non si ride.
Molto bella è la campagna inglese dove la storia si ambienta. Compresi, nelle poche sequenze montate, i paesani.
Kristin Scott Thomas, My Mother’s Wedding, Sky Cinema, Now