sabato 6 giugno 2026
Frontiera mobile a Est
Poniamo che in Germania vinca Afd, Alternative für Deutschland, e in Polonia (ri)vinca il partito PiS (Diritto e Giustizia) dell’attuale capo dello Stato Karol Nawrocki, l’avvenire sarebbe fosco.
Nero femminile
Lei e lei sono belle, attraenti
e semplici, la padrona di casa ricca e isterica e la ragazza che si propone innocente come donna
di casa. Se non che, naturalmente, non tutto è come appare. E di nodo in nodo, ora sciolto
ora riaggrovigliato, la vicenda va avanti con una suspense leggera ma costante. Opera della scrittrice
Frieda McFadden, che è anche medico, seppure ora a tempo perso, oltre che madre di famiglia,
e monogama, e sa come dosare le colpe e le sorprese - in questo thriller che è il suo maggiore
successo.
Con forti ruoli per Sidney Sweeney
e Amanda Seyfried, che sono in scena dall’inizio alla fine, sembra quasi fotogramma per
fotogramma, ossessionanti, e ci danno sotto.
La colpa è naturalmente di lui
– c’è un lui, l’unico uomo di qualche rilievo nella vicenda, giusto per fare il cattivo, il marito
della donna ricca e viziata. Ma le donne – che poi diventano tre, c’è una sorella – non sono meno inquietanti.
Paul Feig è nato comico, non se la sarà sentita di montare tutto addosso a uno che vediamo
anche poco – ne parlano molto le donne, per
accusarlo.
Con un ruolo marginale in
questa vicenda hollywoodiana per Michele Morrone, della saga “365 giorni” – che invece avrebbe
potuto ben figurare, personalmente, nella vicenda.
Paul Feig, Una
di famiglia, Sky Cinema, Now
venerdì 5 giugno 2026
La terza Guerra del Golfo (8) – e la fine della Provvidenza
Si dice che Bismarck abbia detto, fra le tante frasi celebri, anche questa: “Dio ha una speciale Provvidenza per
gli sciocchi, gli ubriachi e gli Stati Uniti”. La cosa è sembrata presto a
rischio nel Millennio. Walter Russell Mead, il cattedratico e commentatore che
si legge negli Usa come un piccolo Kissinger, già nel 2007 ne sanciva la fine,
con “God and Gold”. Dopo l’11 settembre e le guerre inconcludenti di Bush jr.. Un
“By more than Providence” ha seguito, invece ottimista, ma ad opera di Michael
Green, ritenuto in America il maggiore specialista del Pacifico, ma collaboratore
del Pentagono e di Bush jr.
La storia naturalmente non si fa con le battute. Ma questo Iran che perde
sul campo ma vince in politica e in diplomazia è anch’esso roba da Provvidenza,
che si sarà spostata. Come in Ucraina, che i neocon(servatori) di Bush jr. e
gli intrighi di Biden vice-presidente hanno spinto a marciare contro la Russia
e verso la Nato, contrariamente agli accordi Usa-Russia post-Urss, ma per
perdere una parte consistente del suo territorio, e privare l’Europa dela R
ussia, senza alcun beneficio per l’America.
(fine)
Trump e Netanyahu hanno resuscitato gli ayatollah
“Come una Repubblica
islamica rinnovata trasformerà il Medio Oriente” è il tema del saggio, di due autori
molto laici: “All’inizio della guerra di Stati
Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, la Repubblica islamica appariva
provata e indebolita. I bombardamenti su larga scala avevano distrutto l’industria
e le infrastrutture, e il blocco navale statunitense aveva devastato un'’economia
già in difficoltà. Ai primi di marzo, il presidente americano Donald Trump
dichiarò ai giornalisti a bordo dell’Air Force One: «Abbiamo decimato il loro
intero impero malvagio». Alcune settimane dopo, proclamò una «vittoria totale e
completa». A tre mesi dall’inizio del conflitto, tuttavia, la
situazione appare ben diversa. L’Iran conserva le sue capacità militari e
industriali e, nonostante l’appello di Trump agli iraniani a rovesciare il
regime, non si profila alcuna rivolta popolare. L’obiettivo iniziale della
guerra – infliggere il colpo di grazia alla Repubblica islamica – si è rivelato
irraggiungibile”.
Non è tutto: “Anziché
spezzare l’Iran, il crogiolo della guerra lo ha trasformato in modi
inaspettati. Per sopravvivere e acquisire nuovi vantaggi strategici, la
Repubblica Islamica ha dovuto adattarsi e innovare, cambiando il modo in cui
conduceva la guerra, governava lo Stato e amministrava la società. E ha dovuto
farlo con una rapidità senza precedenti. Teheran ora è fiduciosa di quanto ha
ottenuto ed è determinata a consolidare questi successi sia in patria che all’estero.
La guerra ha dato origine a un nuovo Iran, un Iran che rimodellerà il Medio
Oriente e influenzerà il corso della geopolitica per gli anni a venire”.
I lettori di questo sito
lo sanno da un pezzo: è già possibile vedere in atto gli esiti non voluti di
questa guerra, sul regime in Iran, e sulla libertà di navigazione, nel Golfo,
nel Medio Oriente, sulla proliferazione nucleare, sulle egemonie mondiali. Nasr
è uno studioso iraniano presto emigrato in America, professore alla Johns
Hopkins, della cui Sais, School of Advanced International Studies, è stato
anche preside, consulente strategico sul Medio Oriente. Bajoghli, americana di famiglia
iraniana, è professore associato della stessa Johns Hopkins University Sais.
Narges Bajoghli-Vali Nasr, Iran’s New Grand Strategy, “Foreign Affairs”, luglio-agosto 2026, in
libera lettura online - anche in italiano, La nuova grande strategia dell’Iran)
giovedì 4 giugno 2026
Secondi pensieri - 585
zeulig
Coerenza – Non è più una virtù. All’ombra dell’incoerenza della verità. O del primato del dubbio, “democratico”. Con spreco di W. Whitman, “sono vasto, contengo moltitudini”. Che non implica l’incoerenza - non c’è piega, quisquilia, vaghezza più coerente di Whitman, monotematico, perfino monotono. O di De Gregori oggi, il cantautore, sotto accusa per voler essere se stesso, coerente da sempre, contro il “pensiero unico” quando era una ghigliottina affilata – quando imperava (ma sempre dominane nella penisola, sebbene in colpa – e ora a destra dopo essere stata, mozzateste spietata, a sinistra).
Colonialismo – È praticato da Israele,
indubbiamente – è dichiarato. Solo da Israele, a mezzo secolo dagli anni delle
indipendenze (in automatico, senza più l’opposizione delle potenze coloniali). Solo
da Israele. Come politica, di governo e parlamentare, quindi elettorale – di un
governo cioè elettivo. Non su aree deserte, abbandonate o male amministrate, ma
su superfici abitate e vissute, da popolazioni operose.
Intellettuale – Litigano ultimamente
sul concetto (ruolo, professione) intellettuali di destra, Veneziani, Buttafuoco,
il ministro delle Cultura, la quale si caratterizza per essere anti-intellettuale.
Checché i termini vogliano significare – ma un minimo comune denominatore c’è,
è l’esercizio dell’intelligenza, condita da maturità (esperienza) e cultura
(studi – non c’è, non ancora, un intellettuale ignorante). Tradizionalmente vagante
tra due estremi – anche prima della prima sistemazione intellettuale del
concetto, di Julien Benda un secolo fa: l’anticonformista (ora outsider,
anche underdog) che di ogni evento e momento protesta l’inadeguatezza,
anche con sottigliezza di argomenti e\o veemenza, “savonaroliano”, e il soldato
combattente, della verità – di una verità, meglio se di parte, quindi professabile,
come un tempo la santità\martirio. Indirizzato cioè a un impegno di verità, l’outsider
di Said, senza attaches condizionanti, oppure a impegno sociale, l’intellettuale
“organico” di Gramsci.
Si vuole “radicato”, moralmente, politicamente, anche etnicamente,
ma nella condizione dell’outsider, dell’osservatore esterno. Una forma
di (auto)esilio.
È come dice Adorno nei “Minima moralia” (o “Riflessioni sulla vita
danneggiata”): “È parte della moralità di non essere a casa nella propria
casa”. Liberi cioè di usare il proprio raziocinio, senza pre-condizioni o
preconcetti. Dello “sradicamento radicato” che in fondo è l’esercizio della libertà.
Libertà – Un esercizio, una pratica, non una condizione.
Le stesse norme garantiste, costituzionali, sono un esercizio più che un dato,
in aggiornamento (interpretazione, evoluzione).
La libertà è contraria all’uguaglianza – è piuttosto “a ciascuno
secondo i suoi meriti”. Non classista,
ma sempre nel solco delle prime leggi contro la povertà a Westminster
negli anni 1830, se il sussidio non favoriva il parassitismo.t
Storia – Va per sviluppi improbabili più che
probabili, secondo la lezione di Morin? Per gli uni e per gli altri, certo. Ma
le novità – improbabilità – sono il nerbo, il suo forte. La minuscola Atene dà
scacco all’impero persiano mastodontico, due volte, per terra e per mare. Per essere
poco dopo sottomessa da Filippo il Macedone, un predone – un troglodita per i
canoni ateniesi. Che avrà un figlio, Alessandro, che conquisterà il conquistabile
in pochi anni, a pochi anni di età.
L’impero romano ha introdotto i tempi lunghi della storia. Ma è una
forma, più che un fatto – un impero modulare: adattabile, rinnovabile.
Le idee fanno la storia - anche le idee. La rivoluzione francese è stata
mossa da un’idea, più che dal revanscismo politico-sociale: l’idea dell’uomo,
dell’individuo, i diritti umani. Così come lo era stato del Rinascimento, altra
rivoluzione radicale, sebbene indolore: la riscoperta dell’individuo, principe
o artista, ma anche artigiano, religioso, e donna (c’è la donna nell’Umanesimo).
Verità – È nei fatti, negli eventi – gli accadimenti.
Ma anche nella mente, come conoscenza e come comunicazione. Un processo di cui
la maestria risiede nel totalitarismo – che è un fato bruto, di forza, ma spesso
nella forma della persuasione, della “verità”. Secondo Hannah Arendt. Secondo
Orwell, naturalmente. Ma questa si può dire una verità funzionale, a un obiettivo
– la verità del totalitarismo, in Orwell e non solo, è che esso intende creare
una sua realtà.
Arendt lo spiega in un appunto: “Se la filosofia occidentale ha
sempre sostenuto che la realtà è verità, adequatio
rei et intellectus, il totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi
possiamo fabbricare la verità nella misura in cui fabbrichiamo la realtà”. Il
dittatore totalitario non è Attila né Napoleone, non rapina, neanche per le
sorelle. È un demiurgo, fabbrica realtà-verità, in-differente al rosso e al
nero. E non per farci più saggi ma per coinvolgerci “nel deserto delle proprie
conclusioni e deduzioni logiche astratte”. Il difetto è antico, stando a
Bacone, che però è uno che crede, pure lui, alla verità: è di Aristotele, il
quale la fisica fece dialettica, e la metafisica volle realista. Gli scolastici
fecero peggio, abbandonando l’esperienza.
zeulig@antiit.eu
La terza Guerra del Golfo (7) – Abramo addio, Nato araba
Vittima della guerra è al momento Israele, di Netanyahu e dopo. Perché il nodo nucleare non si può sciogliere, non con le armi. Mentre la normalizzazione dei rapporti con le petromonarchie del Golfo, con la garanzia americana, gli “accordi di Abamo”, è la prima vittima della guerra. Non solo gli Al Thani del Qatar – a settembre bombardato da Israele - e i Saud dell’Arabia se ne tengono lontani. E i Sabah del Kuwait. Avrebbero ora dubbi anche gli Al Maktum del Dubai, benché la federazione, Emirati Arabi Uniti, e cioè Abu Dhabi, abbia avviato gli accordi cinque anni fa, sullo scorcio della prima presidenza Trump. Anche il Pakistan, a cui era stato esteso l’invito a sottoscrivere nel 2020, è ora fuori.
Invece che della pace con Israele, si parla di una Nato araba - o islamica, con Pakistan e Turchia. Che probabilmente non si farà, il panarabismo è da tempo defunto. Ma è stata proposta in Egitto, trovando subito echi in Qatar e in Kuwait, e ufficiosamente in Arabia Saudita e in Siria. Una alleanza difensiva, naturalmente.
La normalizzazione dei rapporti con Israele, con
la garanzia americana, rimane limitata ad Abu Dhabi e al Marocco - a cui Trump ha dato in cambio il riconoscimento
della sovranità sul Sahara ex spagnolo, contesa dall’Algeria. E al Kazakistan. E ai trattati di pace, sempre patrocinati da Washington, con Egitto e Giordania.
(continua)
La faccia nera dell’impero italiano
Arrivati nella
seconda puntata alla conquista dell’Impero, e poi alla sua gestione, ancorché
breve, di cinque o sei anni, è stato d’obbligo parlare del regime di apartheid
che l’Italia fascista si sforzò di
imporre nella vastissima civilissima cristiana Etiopia. E della brutalità di Graziani,
tra il governatorato del maresciallo Badoglio, che aveva operato la conquista,
e quello del duca d’Aosta, che la perderà nella guerra con l’Inghilterra: l’uso
della proibitissima iprite e delle bombe incendiarie, le stragi – specie nei conventi
– di centinaia e di migliaia di persone, dopo l’attentato alla bomba subito ad
Addis Abeba. Uno che Cazzullo può dire “poco intelligente”, ma pure stava lì –
dopo avere brutalizzato la Libia.
Resta singolare la
scelta del programma. Che si pensava alla prima puntata potesse avvalersi di documentazioni
fotografiche e cinematografiche inedite. E invece no. Anche come appiglio, è
sembrato debole: la ripubblicazione del diario-racconto del novizio Montanelli,
nuovo al giornalismo e all’Africa. Ma di Montanelli poche batture – giustamente:
aveva solo di che vergognarsene, per giovane che fosse. Inevitabilmente il racconto
– fatto da Cazzullo in prima persona – è delle grandi battaglie, in cui
migliaia di italiani morirono, per colonie inutili: Dogali, Adua, le due Amba Aradam,
Cher en. In cui i pesi altrettanto inevitabilmente
si dividono, tra abilità (e fortune) e incapacità (e sfortune). L’esito è rianimare
un passato che sembra remotissmo e quasi avulso, e invece c’è stato, faticoso, costoso
e anche sacrilego, a nessun fine e anzi fallimentare.
Unica
consolazione, che sorprende e rallegra lo stesso Cazzullo, evidentemente digiuno
di Africa, è la scoperta di una Eritrea “italiana”, nobilmente tale. A Massaua
soprattutto, ma anche all’Asmara. Nell’urbanistica, l’edilizia, la lingua parlata,
i caffè, gli alberghi, i dolci, la cucina, i cinema, le strade, le ferrovie. Anche
linda e operosa. Di cui forse sarebbe stato opportuno aggiungere che è a forte
emigrazione (oggi sotto regime dittatoriale, dopo una guerra di quasi mezzo
secolo contro l’Etiopia), non verso l’Italia. E che la guerra di liberazione dall’Etiopia,
a cui il governo inglese improvvidamente l’aveva assegnata nel dopoguerra, nella
divisione delle spoglie dell’impero italiano, l’Eritrea la combatté sul piano
giuridico, all’Onu e altrove, con le c arte e i documenti italiani, da Assab in
poi, 1869, il primo sbarco italiano in Africa nel nome di Rubbettino, l’armatore
genovese. Il colonialismo è parte dell’Africa come è.
Due puntate, cinque ore piene di tramissione.
Aldo Cazzullo,
Faccetta nera, La 7
mercoledì 3 giugno 2026
La terza Guerra del Golfo (6) – nucleare
Se c’è una ragione per la guerra di Trump e Netanyahu è la distruzione del
potenziale nucleare iraniano, della Bomba. Ma con la guerra la Bomba ha fatto il suo
ingresso nel Golfo. Quella sciita, iraniana, non sappiamo, è materia della trattativa
in corso. Quella “sunnita” invece c’è: la guerra ha introdotto nel Golfo il
Pakistan, la Bomba “sunnita”.
Il Pakistan, che gestisce
la trattativa per mettere fine alla guerra, mediatore affidabile, cioè con
carte da giocare sia a Washington che a Teheran, è legato da un patto di difesa
nucleare con l’Arabia Saudita. Da otto mesi, su iniziativa dell’Arabia. La quale
si è munita dal possibile allentamento dei legami con gli Stati Uniti. E allo
scoppio della guerra ha voluto schierati i caccia pakistani a Riyad. A
protezione dall’Iran certo, ma non c’è stata reazione quando Teheran ha provato
a bombardare siti sauditi, per quanto marginali.
(continua)
martedì 2 giugno 2026
La terza Guerra del Golfo (5) – la pace cinese
Primo obiettivo della presidenza Trump era il confronto con la Cina,
arrivata nei primi anni 2020 a competere alla pari con gli Stati Uniti, e anzi a
insidiarne la supremazia, economica e politica. Su questa strada Trump ha avviato
il suo secondo mandato, con l’appeasement verso la Russia sull’Ucraina (forniture
militari, sanzioni), per farla uscire dall’isolamento e dall’abbraccio con Pechino.
Con la guerra all’Iran ha invece rimesso la Cina al centro della scena.
Con discrezione, al suo modo caratteristico, Pechino ha fornito all’Iran
materiali e tecnologie militari sensibili, specie per i droni e la missilistica.
E fa ora la pace, attraverso il Pakistan: la mediazione del Pakistan ha il peso
che ha avuto in queste settimane perché orientata da Pechino. Avanzata dal “quartetto islamico”, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e
Turchia a Islamabad il 24 marzo, si è definita dopo il sostegno cinese, e colloqui
sino-pakistani, nella proposta in cinque punti per il cessate il fuoco che Stati
Uniti e Iran hanno accettato il 7 aprile.
Pechino aveva già fatto fare, nel 2023 (Dichiarazione di Pechino), la pace fra Iran e Arabia Saudita, in guerra by proxy nello Yemen. Lo Stretto di Hormuz, il cui controllo doveva pesare sulla Cina, è ora sotto controllo della Cina - indiretto naturalmente, alla maniera cinese, confuciana, per non dire sorniona. Dalla Dottrina Carte alla Dottrina Xi?
(continua)
Cronache dell’altro mondo – insonni (407)
Secondo una indagine dell’American Academy of Sleep Medicine, poco meno
della metà degli americani adulti (il 48 per cento) ha utilizzato un
dispositivo per il monitoraggio del sonno, uno smartwatch o una app, per tenere
sotto controllo la qualità e la durata del sonno. In aumento rapido rispetto al
35 per cento che si registrava tre anni prima.
La maggior parte di chi vi ha fatto ricorso – il 55 per cento – ha poi
agito sulla base delle indicazioni ricevute dal dispositivo, modificando le
proprie abitudini.
Ma questa stessa ricerca del sonno migliore, o sleepmaxxing, che
si svolge anche attraverso varie pratiche e prodotti, oltre che con le misurazioni,
figura tra le cause della perdita di sonno, o anche dell’insonnia. Secondo il
sondaggio, la maggior parte degli adulti (76 per cento) ha perso ore di sonno
per l’uso delle tecniche e gli strumenti di sleepmaxxing.
Che il canto sia nazionale - f.to W. Whitman
Un gioco di parole
in inglese, tra “art” e “heart”, è uno dei tanti articoli che Whitman, qui
giovane di 26 anni, giornalista freelance per molti anni prima della
pubblicazione di “Foglie d’erba” nel 1855 – il 4 luglio, festa dell’Indipendenza
– collaboratore di decine di giornali e riviste, pubblicò nel 1845 sul “Broadway
Journal”. È la celebrazione di un gruppo di canto familiare, i Cheney Family Singers,
quattro fratelli e una sorella. Nel cui lavoro individuava uno “stile musicale
americano”, che riteneva necessario e proficuo.
“Abbiamo seguito
fin troppo a lungo, obbedienti e ingenui come bambini, le orme del Vecchio
Mondo. Abbiamo accolto i suoi tenori e i suoi buffoni, le sue compagnie d’opera
e i suoi cantanti, di ogni genere e provenienza; abbiamo ascoltato e applaudito
le canzoni composte per una diversa condizione sociale – forse create da un
genio regale, ma anche pensate per compiacere orecchie reali; ed è ora che tale
ascolto e tale accoglienza cessino. Lo spirito più sottile di una nazione si
esprime attraverso la sua musica – e la musica agisce reciprocamente sull'anima
stessa della nazione. I suoi effetti possono non essere visibili in un giorno o
in un anno, eppure questi effetti sono potenti e invisibili. Influenzano i
sentimenti religiosi – colorano i costumi e la morale – sono attivi persino
nella scelta dei legislatori e degli alti magistrati.
Con un
fotoritratto di Whitman irriconoscibile, pelo e abbigliamento molto curati,
molto “borghese”.
Walt Whitman, Art-singing
and Heart-singing, “The New York Review of Books”, free online, leggibile
anche in italiano, Canto artistico e canto del cuore).
lunedì 1 giugno 2026
La terza Guerra del Golfo (4) – Fortezza Europa
Quello che non hanno fatto i dazi di Trump lo ha fatto, di colpo, la guerra
di Trump: l’Europa ha preso la scossa. Dimenticata dagli Stati Uniti, si è scoperta
interamente esposta alle tempeste sul suo lato destro, nell’area amica del Golfo
dopo che sul fronte russo. E ha reagito.
Apparentemente è l’Europa di sempre, languente. Perché era l’Europa
franco-tedesca, e quel mondo è all’ora di un nazionalismo becero e reazionario.
Ma sugli interessi no, ha cominciato a capire di essere rimasta un punching-ball
tra le potenze, commerciali e militari, il vaso di coccio tra i vasi di ferro.
Reagisce scompostamente, sia sulla difesa che sui commerci – ognuno per sé.
Ma sa di doversi difendere, ed è un passo importante – non ci aveva mai pensato.
A Hormuz come nel mar Rosso e in Ucraina. Con la Cina come con gli Usa e con l’America
Latina.
Niente più volenterosi, come nelle precedenti guerre del Golfo. E nemmeno più logistica - non da Sigonella. Diplomazie praticamente incomunicabili. Piani militari e di armamento autonomi, terrestri, aerei e anche missilistici. Anche lo scambio di informazioni sarebbe interrotto.
(continua)
L’America è un altro mondo
Un documento d’archivio
interessante per più aspetti: la ricostituzione di un’intervista lunga poco
meno di un’ora di Hannah Arendt su Tf 1, la Rai 1 francese, con Roger Errera, il
4 luglio 1974, montaggio di più di otto ore di conversazione registrate nell’ottobre
1973. Specialmente interessante sul totalitarismo, la Costituzione americana e
il Watergate, Israele e il rapporto degli ebrei con Israele. L’interlocutore,
Errera, era un civil servant francese di grado elevato, ex allievo
dell’Ena, l‘alta scuola di amministrazione, consigliere di Stato subito dopo la
laurea, quarantenne all’epoca – di famiglia ebraica, che sotto l’occupazione
tedesca si era salvata nelle Alpes Maritimes, sotto la protezione italiana.
Qualche anno più
tardi, nel numero del 26 ottobre 1978, la “New York Review of Books” pubblicò la
trascrizione dell’intervista con l’interpolazione di alcuni tagli recuperati dai
materiali preparatori – è il testo qui riproposto.
Sull’America, da
europea emigrata a 32 anni: “La mia impressione predominante è che l’America
non sia uno stato-nazione. Gli europei hanno grandi difficoltà a comprendere
questo semplice fatto, che in teoria dovrebbero conoscere. Questo paese non è
unito né dalla eredità, né dalla memoria, né dal suolo, né dalla lingua, né da
un’origine comune. Non ci sono veri americani qui, eccetto i nativi americani.
Tutti gli altri sono cittadini, e questi cittadini sono uniti da una sola cosa,
ed è una cosa importantissima: si diventa cittadini degli Stati Uniti
semplicemente accettando la Costituzione.
“Dal punto di
vista francese o tedesco, la Costituzione è semplicemente un pezzo di carta.
Può essere emendata. Ma qui, è un documento sacro. È il costante promemoria di
un atto unico e sacro: l’atto fondativo degli Stati Uniti. La sua fondazione
consistette nell’unire in un'unica entità minoranze etniche e regioni
completamente diverse, senza tuttavia appiattire o cancellare tali differenze.
“Tutto ciò è molto
difficile da comprendere per uno straniero. Possiamo quindi affermare che in
questo sistema politico è la legge a regnare, non gli uomini”.
Sul Watergate e la
recente crisi tra la presidenza americana e il Congresso. Il problema nasce dalla
Costituzione, che lo ha lasciato aperto, se non lo ha aperto: “I Padri
Fondatori non credevano che la tirannia potesse scaturire dal potere esecutivo,
perché lo consideravano nient’altro che la semplice esecuzione, in varie forme,
di quanto deciso dal potere legislativo; mi fermo qui. Oggi sappiamo che il
pericolo maggiore di tirannia proviene proprio dal potere esecutivo.
“Ma se prendiamo
alla lettera lo spirito della Costituzione, cosa pensavano i Padri Fondatori?
Credevano di essersi prima liberati dal dominio della maggioranza, ed è per
questo che sarebbe un grave errore pensare che ciò che abbiamo sia una
democrazia. Un errore che molti americani condividono. Quello che abbiamo qui è
un sistema repubblicano. I Padri Fondatori erano principalmente preoccupati di
preservare i diritti delle minoranze perché credevano che in un organo politico
sano debba esserci una pluralità di opinioni”.
Sull’opinione pubblica:
se non c’è, non c’è democrazia, libertà – si è liberi se si è informati: “Quando
non avremo più una stampa libera, tutto può succedere. Ciò che permette a
una dittatura totalitaria, o a qualsiasi altra dittatura, di regnare è la
mancanza di informazione; come si può avere un'’opinione se non si è
informati? Quando tutti ti mentono costantemente, il risultato non è che
tu creda a quelle bugie, ma che nessuno creda più a niente”.
Le considerazioni
finali sono su Israele e la diaspora ebraica. Da un punto divista sionista,
quale Arendt era stata e si professava – benché non convinta da un viaggio in
Israele prima della guerra. Israele è nato come “rifugio per ebrei polacchi”, e
ne risente nell’atteggiamento vero i palestinesi: “L’atteggiamento verso gli arabi
dipende in gran arte da un’identificazione che gli ebrei provenienti dall’Europa
centrale hanno sempre avuto istintivamente, senza riflettere”. Ma Israele “deve
essere necessariamente uno Stato-Nazione”, come c’è la Germania, c’è la Francia.
La diaspora è come l’emigrazione da questi paesi. Senza religione: “Si dice «religione»,
ovviamente pensando al cristianesimo, che è un credo, una credenza, una fede.
Non è assolutamente così per l’ebraismo. È una religione nazionale in cui
religione e nazione coincidono”. Si è ebrei per nascita - e quindi per razza?: “Secondo
la legge ebraica, si nasce ebrei e si rimane sempre ebrei. Finché una persona
nasce da madre ebrea, il test di paternità è proibito; è ebrea per natura”.
Roger Errera, Entretien
avec Hannah Arendt (1973), “Les-Crises”, free online (leggibile anche in
italiano, Intervista con Hannah Arendt)
domenica 31 maggio 2026
La terza Guerra del Golfo (3) – l’Iran potenza regionale
Come che vada la guerra, anche se Stati Uniti e Israele riprenderanno i bombardamenti, un
esito lo ha già avuto: ha fatto dell’Iran degli ayatollah, “Stato canaglia”,
una potenza regionale. Agli occhi dei suoi proxies, Cina e Russia, prima
scettici. Di più in chiave regionale, nei confronti di Israele, e nei confronti
dei potentati arabo-islamici, dalla Turchia all’Oman e al Pakistan.
Il reciproco disprezzo, arabo-persiano è millenario – è culturale prima che religioso, fra sciiti e sunniti, ormai
“innato”, come un linguaggio. Senza conseguenze pratiche. Fino ad ora. Ora sia
gli Emirati (Kuwait, Abu Dhabi-Dubai, Qatar, naturalmente lo sciita Bahrein) che
l’Arabia Saudita temono l’Iran. Anche per essersi scoperti non protetti dagli
Stati Uniti, neanche militarmente, malgrado l’indiscussa supremazia.
La Turchia di Erdogan ha un incomodo in più nel suo gran disegno di supremazia
locale. E com Erdogan la “sua” Siria, che solo da poco si era liberata degli
ayatollah, degli alauiti-sciiti.
Più di tutti ne potrebbe soffrire Israele (ma questo è un capitolo a
parte).
(continua)
Problemi di base al Giro d'Italia - 917
spock
Roma vetrina
del Giro d’Italia per la pubblicità dell’editore Cairo - a gratis?
Non è traffico
d’influenze - con o senza il concorso esterno?
Chi paga lo
straordinario festivo, diurno e notturno (a Roma dopo le h.16), agli nmila
vigili addetti alla sorveglianza dei nove km del giro, da fare otto volte, più
l’Ostia-Roma?
E le transenne
– dieci, venti, trenta km di transenne?
Danno erariale
no, siamo tutti compagni di merende – per un’ospitata nei giornali o la tv di
Cairo?
E perché
Milano non vuole il Giro, né alla partenza né all’arrivo (anche la Milano-Sanremo
fa partire da Pavia)?
spock@antiit.eu
Quando la Russia scopriva l’Europa, e l’Italia
Nel 1436-37 si
tenne, dapprima a Ferrara e poi a Firenze, un ultimo concilio tra la chiesa di
Roma e quella d’Oriente in vista della riunificazione. Con la partecipazione
dell’imperatore di Costantinopoli e dei suoi eredi, in cerca di un’alleanza che
rigenerasse lo spirito delle crociate, contro l’assedio islamico che lo
minacciava. Non si concluse nulla. Cioè, si concluse con una riunificazione,
che non tenne un giorno. L’imperatore e i metropoliti ortodossi che
parteciparono al concilio e siglarono e l’intesa furono sconfessati al ritorno.
Tra essi il metropolita russo Isidoro, di Mosca, il cui viaggio è la materia di
questa cronaca, stesa da un segretario. La chiesa di Roma e i principi
cristiani non aiutarono minimamente Costantinopoli contro i turchi.
A cura di Alda
Giambelluca Kossova, che lo ha ripescato come “primo diario di viaggio di un
russo nelle terre europee occidentali”, e lo ha tradotto – alla lettera? – con
una gradevole patina antiquata, una cronaca che si fa leggere per la
descrizione, generica ma anche minuta, sorpresa, delle novità delle tante città
tappa. E delle abitudini urbane in materia di accoglienza - che comunque per il
metropolita russo sono sempre in pompa.
Attraverso Kaliningrad e i Paesi baltici, Lubecca, la Germania settentrionale
e centrale, l’Austria e le Alpi, Venezia (città stranissima), Ferrara,
l’Appennino tosco-emiliano, e “la gloriosa città di Firenze”, luogo di molta
ammirazione. Nonché di una fede sempre credula, malgrado le diatribe teologali
che impediranno la riunificazione. Da ultimo superlativa: fra le cose notevoli
di Zagabria, “il giorno sette del mese di febbraio”, il cronista vede “nella
chiesa, in una teca nell’altare, il corpo perfettamente integro di un bambino,
uno degli assassinati da Erodoto quando nacque Gesù”. Proprio così, con l’Erodoto
per di più invece di Erode – svista della traduttrice? refuso?).
Anonimo russo, Da
Mosca a Firenze nel Quattrocento, Sellerio, remainders, pp. 64 € 6
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