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martedì 21 aprile 2026

Problemi di base macho-femministi bis - 912

spock

macho-femministi bis
 
Perché le donne sono cattive?
 
Perché lo sono in Italia?
 
È infetta l’aria in Italia?
 
La storia?
 
O la scuola, che è femminile, materna?
 
Cattive o scontente?


spock@antiit.eu

Il più grande processo del mondo

Sei giurati popolari e due togati, il presidente della Corte d’assise e il giudice a latere, discutono e si confrontano per 36 giorni, in camera di consiglio, isolati cioè dal mondo, per sbrogliare i giudizi e le pene del maxiprocesso di Palermo, 1986, contro centinaia di mafiosi. Ma non è un legal thriller all’americana. Il presidente, Alfredo Giordano, che si è assunto l’onere del processo, il più imponente al mondo, pare, nella storia della giustizia, e il suo giudice Pietro Grasso, oggi senatore, discutono sulle imputazioni, e sula determinazione delle condanne, anche un po’si azzuffano. I giudici popolari servono per allentare un po’ la tensione - come un gatto, che fa capolino nel cortile del reclusorio, dove i giurati “prendono l’aria”, come nelle carceri, e un pifferaio che chissà come si intrufola.
Un dialogo teatrale in realtà, fra Sergio Rubini e Massimo Popolizio, il presidente e il giudice subordinato,
che tengono viva la materia. Ma, poi, tutto è scontato, gli esiti e le pene essendo note.
Un atto – un film - “civile”, forse di proposito. In vista dei quarant’anni, quest’anno, dell’avvio del processo. Con 475 imputati da giudicare.
Fiorella Infascelli, La camera di consiglio, Sky Cinema, Now

 

lunedì 20 aprile 2026

Problemi di base macho-femministi - 911

spock


Perché le donne sono cattive con le donne?
 
Perché le donne sono cattive con gli uomini?
 
E con se stesse?
 
Come gli uomini?
 
Perché le donne sono cattive?
 
Perché si dice che lo siano?

spock@antiit.eu

Pasolini “preciso”

Rimasto fuori dalla copiosa editoria per i cinquant’anni della morte, il libro forse più significativo su Pasolini. Un florilegio di testi, tutti per qualche verso interessanti. E di immagini, dei film e di Pasolini.
Il libro si apre con una rara foto del padre, altrimenti ignoto. Carlo Alberto Pasolini è Pasolini figlio, fisicamente e somaticamente – anche nel cipiglio. Con una didascalia importante (tratta dall’intervista con Jon Hallyday, “Pasolini su Pasolini”: l’omosessualità (di cui P. si faceva peso e colpa, n.d.r.) non va attribuita all’“amore eccessivo, quasi mostruoso” verso la madre ma al padre: “Gran parte della mia vita erotica ed emozionale non dipende da odio contro di lui , ma da amore per lui, un amore che mi portavo dentro fin da quando avevo un anno e mezzo o forse due, non so”.
Le moltissime foto danno Pasolini sempre in posa, anche in costume da bagno, o in tenuta da sci. E ordinato, capelli, sorriso, gesto, anche nelle istantanee – curate fino al taglio, la luce, le ombre. Sempre “perbene”. Anche in borgata - farsi fotografare in borgata?
 Anche al mare, con Maria Callas e i suoi cagnetti, al vento. Era dei suoi anni vestirsi perfettamente – “correttamente” - e non casual, o sporchetti, comunque trasandati. Ma Pasolini è sempre “preciso”. Anche in tenuta da calciatore, anzi specie con gli scarpini, lustri.

Un album che è un regalo. Con una Nota introduttiva di Graziella Chiarcossi. Per la consulenza editoriale di Mario Desiati.
AA .VV., Album Pasolini, Oscar, pp. 316, ill. ril, pp.vv.

domenica 19 aprile 2026

Ombre - 820

“Piazza Affari regina d’Europa per valore delle cedole e rendimenti”, “Il Sole 24 Ore” a p. 1. A  p. 3, sempre in grande: “L’Italia con la crescita più bassa in Europa” – “meno della metà della crescita media Ue” e “meno di un terzo rispetto al G 7”. Pubblici vizi virtù private – si rovescia Mandeville e la “favola delle api”, le api operose.
 
Cazzullo incorona Conte, l’avvocato che si professa demitiano ora alla guida dei 5 Stelle. Riducendo con lui a bazzecola, due righine, in fondo, il reddito di famiglia e il superbonus. Senza ricordare che quest’anno paghiamo 51 miliardi di debito in più, portando al “primato continentale nel rapporto fra debito e pil”, grazie, si fa per dire, alla generosità dell’avvocato.
 
Sorprendente l’ingegnera Di Foggia che per fare il presidente dell’Eni vuole una buonuscita da Terna, altro gruppo pubblico, di sette milioni e mezzo. Sorprendente perché di Terna era amministratore delegato dopo una carriera, dice il cv, per la parità salariale. Vorrà portare tutte le donne in impresa al suo livello?
O non sarà, come l’avvocato Conte, una ex demitiana – sono sempre i primi in tutto, artigliano lo Stato come nulla?
 
Ben “il 61 per cento della popolazione israeliana è contrario al cessate il fuoco in Libano”. È cioè favorevole all’invasione. Il “popolo” per la guerra, con un esercito di leva, è una novità. f

Forse non solo la specialità di Israele. Un nuovo filone di studi necessita, il nazionalismo è sempre più forte delle guerre.
 
Mostrano i tg i bombardamenti di Tiro e Sidone come fossero due dei villaggi del sud del Libano. Mentre i Fenici di Tiro e Sidone sono stati per secoli i marinai e i mercanti del Mediterraneo. Orientale e anche occidentale – tra Solunto, Mozia, Palermo, e Cartagine. E le rovine monumentali lo testimoniavano ancora negli anni 1970, prima che Israele occupasse e distruggesse variamente il Libano.
 
Maurizio Molinari che fa una pagina su “la Repubblica” per il  signor Pahlavi: “Torno e do la spallata al regime di Teheran” sarebbe da ridere ma è da piangere. La politica estera ridotta, da uno che pure sa di che si tratta, a chiacchiere vuote. Assistito peraltro dal concorrente “Corriere della sera”, che esibisce una larga formazione di inviati e corrispondenti internazionali, di cui solo due sanno e dicono la cosa giusta, Rampini e Viviana Mazza – agli altri, ammesso che pratichino qualche lingua, si richiede il “colore”: ospedali, dottori, bambini, madri, morti e il tycoon.

  
Papa Leone impegnato per la pace lo portano in trionfo nel Camerun, paese di guerre senza fine, postcoloniali – dopo 66 anni – e tribali, con un capo di Stato 91nne che sta lì da sempre. Ma c’è di meglio dove un papa di pace potrebbe andare in Africa?


Dunque, Bpm e la Lega, col supporto dei Del Vecchio di Luxottica-Delfin, si riprendono Mps-Mediobanca-Generali. Il controllo di Roma su Milano era impossibile, e Caltagirone è stato fregato.
La Lega, sotto l’aplomb esagerato di un Giorgetti mite, aggredisce Piazza Affari alla Trump, d’assalto – il golden power contro Unicredit è ancora più stupefacente oggi di quando Giorgetti lo impose. Ma perderà il voto tra qualche mese -  lo farà perdere a Meloni, la filosofia della Lega è sempre quella, rodata con Berlusconi.
 
Si fa passare la divisione tra Caltagirone e i Del Vecchio su Mps come una furbata per disinnescare il “patto occulto” 2019 di cui li accusa la Procura di Milano. Ma non è il solo aspetto curioso del voto in consiglio per il nuovo Mps. Di fronte alla “istituzionalità” dei grandi fondi Usa, alla loro indifferenza ai giochetti di potere in materia di affari, non si sa che pensare di Giorgetti, dell’asta  acceleratissima per la vendita di Mps, del golden power contro una banca italianissima (non era un “campione nazionale”?) come Unicredit. 
 
Elegante “Il Messaggero” (Caltagirone) nella sconfitta a Mps-Mediobanca: grande titolo e nessuna acrimonia: “Lovaglio torna alla guida di Monte dei Paschi.”.
Il “fuori Lovaglio” era un jeu de dupes, un gioco di compari? 
 
Vance, che pure è intelligente (è buono scrittore, o non è lui?), che ammonisce: “Prevost dovrebbe essere cauto quando parla di teologia”, Prevost è il papa, non si sa se è più asservito al suo capo Trump, come è l’uso per i vice-presidenti Usa, oppure ironizza.
 
Claudia Conte ha solo una laurea telematica, presi in otto mesi, a trenta e passa anni, dopo aver vantato una laurea Luiss – dove ha solo pagato le tasse, per molti anni? Fatti suoi. Ma il ministro dell’Interno, custode e garante della nostra sicurezza, irretito da una svelta trentenne?
 
Romagnoli, recensendo sul “Venerdì di Repubblica” “Il giornalista e l’assassino”, un vecchio libro (1990) di una Janet Malcolm su un giornalista americano, Joe MGinnis, specializzato nel guadagnarsi la fiducia di persone coinvolte in delitti per poi “tradirli”, raccontandone le (vere o presunte) confidenze di malefatte, ricorda che questo giornalista lavorò anche in Italia. Sul Castel di Sangro, la squadra di calcio di “un paese abruzzese di seimila abitanti”, approdato alla serie B. Naturalmente “provandone” droghe, combines, intrighi. Ma non era la squadra di Gravina, poi presidente della Figc? Per dodici anni, e tre Mondiali falliti.
 
“Reiterati insulti dei dirigenti dell’Inter” contro il presidente del Como Suwaraso, nella partita che poi l’Inter ha vinto. Ma di questo abbiamo saputo due giorni dopo, per un post dell’indonesiano ai sostenitori della sua squadra, di scuse per la mancata reazione agli insulti (“sono nostri ospiti e meritano rispetto”). Cronache pietose – mentre si protesta e si sciopera per il rispetto del giornalismo.
 
Ha vinto Brignone, ma parla sempre Goggia. Di tutto. Di sci ma anche di guerre, studi, prodotti, promozioni. Ha agenti migliori? Il giornalismo all’orecchio delle pubbliche relazioni.
 
Israele ha adottato, ormai da tre settimane, la pena di morte, su base etnica. Con tanto di spilla celebrativa, in forma di cappio, dorata – o è d’oro? E non si è udito o letto un solo grido d’orrore, nemmeno una critica. Poi dice che c’è l’antisemitismo – sottotraccia, certo.
 

La tribù delle donne

“L’inizio della storia delle discriminazioni arriva a noi attraverso la voce del mito”, delle discriminazioni di genere. No, basterebbe Bachofen, il suo nomadismo – la donna perde ogni ruolo nel nomadismo – a ondate successive, dal bacino apparentemente inesauribile della Mongolia. “L’origine delle discrininazioni nella Grecia antica”, precisa il sottotitolo. Anche queste si possono ricondurre a Bachofen, la Grecia “antica” emerga, come dal nulla, dopo l’“invasione dal Nord”, dei fantomatici Dori. Ma Cantarella risale la traccia attraverso una rilettura tanto semplice quanto avvincente dei miti: fa di meno e di più, poiché il mito più non usa conoscere. È un invito quindi, il suo, a una sorta di riscoperta, narrata con precisione ed eleganza. Una serie di “meraviglie”, di miracoli, cui la sapienza greca, che era immaginazione, si è affidata per secoli – immortalandosi poi come classico.
Con Prometeo, la sfida agli dei, “l’intera umanità andava punita”. E la punizione fu Andora, la “prima donna”. Pandora non è Eva. È lei stessa la tentatrice, “un male bello” (Esiodo). Ma Prometeo non è solo, lo affianca il fratello Epimeteo, avventato, sventato. Pandora, sventata come Epimeteo, apre il vaso che doveva restare sempre chiuso e i mali si dispersero nel mondo: da lei discenderà “il genere maledetto” di Esiodo, “la tribù delle donne”.
Le donne faranno una razza a parte. Che Semonide di Amorgo, subito a ridosso di Esiodo, classifica. E la partizione si precisa: per l’uomo il logos, la capacità di ragionare, per la donna la metis, l’astuzia.
Zeus e Metis, spiega Cantarella, la storia è tutta qui. Zeus, che aveva paura di essere divorato dal padre Crono, come tutti gli altri suoi fratelli, è aiutato dalla compagna Metis, con una sostanza di sua conoscenza, di lei, a far vomitare a Crono tutti i figli che si era mangiati, in combutta con i quali Zeus è in grado di detronizzare Crono. Ma quando Metis confida a Zeus di essere incinta, Zeus si mangia anche lei, dando poi nascita lui stesso alla figlia – Atena. Inoltre, con Metis l’uomo Zeus aveva inglobato anche l’astuzia, e la sua creazione era completata, intelligenza più astuzia, l’uomo era un essere “quai invincibile”.
Poi intervenne la medicina, Ippocrate etc. Che indaga molto e non si spiega il mistero della maternità – dopo aver approntato uno scemenzario terapeutico per l’epilessia, il “morbo sacro”. Presto le donne, addomesticate, furono ridotte a due: la casalinga e la donna di piacere. Le figlie greche non ereditavano, andavano sposate alla pubertà, se non sposate erano vendute schiave. Di adulterio era imputabile solo la donna. La donna di Zeus - la donna non genera - è ancora la bandiera di Eschilo, all’Aeropago, a proposito del matricida Oreste. E non ha autorevolezza, cioè diritti. In epoca recenziore Aristotele lo spiega lungamente: “Il maschio rispetto alla femmina è tale che per natura l’uno è migliore l’altra peggiore, e l’uno comanda, l’altra è comandata”. Così il grecista Vidal-Naquet: “la polis, celebrata? Un club di soli uomini”.
Finché con Epicuro, e meglio ancora con i cinici, la verità non comincia a farsi strada, che donne e uomini hanno “le stesse virtù” – Antistene. Mentre fuori dalla Grecia continentale già da un secolo o due, con Pitagora, a Crotone, si ammetteva la donna alla discussione delle questioni politiche.
Bachofen Cantarella lo fa emergere alla fine. Ma non per il patriarcato, per il matriarcato, che per lil giurista svizzero, di passione storico e antropologo, fu epoca felice: gli imputa con ciò “l’antica condanna della donna alla sua materialità e di riflesso alla sua inferiorità”.
Eva Cantarella, Gli inganni di Pandora, Feltrinelli, pp. 90 € 11,40 (promozione Feltrinelli, 2 libri Ue € 11.90) 

sabato 18 aprile 2026

Cronache dell’altro mondo – onomastiche (401)

Prospettano una nuova era dei robber barrons della Gilded Age di fine Ottocento, dei Carnegie (acciaio), Vanderbilt (ferrovie), Rockefeller (petrolio), Pierpont Morgan (banchiere dei tre), cui presto si aggiunse Henry Ford, poche persone in grado di caratterizzare e condizionare l’America, ma si presentano, e si conoscono, familiarmente col nome proprio: Dario, Dennis, Elon, Mark e Sam.
Dario è Amodei, cioè Anthropic. Dennis è Hassabis, Nobel per la Chimica (il Nobel sperimentale più giovane, a 47 anni – altri ce ne sono di più giovani, ma fisici teorici), che cura l’IA di Google, Mark Zuckerberg, Elon Musk, e Sam Altman, co-fondatore e primo gestore di Open AI. Tutti quarantenni – eccetto Musk, 54.

Cronache dell’altro mondo – mitiche (400)

Anthropic ha decido di limitare l’uso di Mythos, il suo ultimo modello di Intelligenza Artificiale, a utenze scelte, che ne abbiano bisogno per usi difensivi. Mythos ha infatti una “terrificante capacità” di individuare punti deboli nella protezione cyber. In mani sbagliate potrebbe minacciare infrastrutture vitali, nelle comunicazioni e non solo, e svuotare la privacy di ogni difesa: ospedali, banche, centri di decisioni strategiche o comunque riservate.
La retrizione moltiplica naturalmemte il valore unitario della licenza Mythos. Ma Anthropic si vuole una IA etica. Fondata appena cinque anni fa a San Francisco dai fratelli Daniela e Dario Amodei. Nati in America da padre toscano, di Massa Marittima, e madre americana. Sposati in Italia ed emigrati in America nei primi anni 1980 – subito dopo nascono i due figli, Dario classe 1983, e Daniela, 1987.
La capacità di Mythos è solo uno degli sviluppi della IA che possono minacciare la stabilità e la privacy.

Suspense a Teheran – senza bombe (né forche)

Un’idea semplice e un’ora e mezza di suspense al diapason. Senza atmosfere sinistre né violenze - senza bombe, siamo a Teheran, e nemmeno forche in piazza per giustiziare. Una giornata particolare di normali incontri e conversazioni, con le amiche, gli amici, le mogli degli amici, scorbutiche, le vicine, impiccione, e qualche proposta indecente – ma senza drammi. Una ragazza madre, sola in città, dove studia, deve nascondere per una notte la figlia di pochi mesi perché i genitori, che non sanno di avere una nipote, devono passare la notte in città per un lutto e hanno deciso di dormire da lei. Deve trovare un rifugio alla bambina.
La giovane Sadaf Asgari (nipote del regista) da sola regge tutta l’ora e mezza, In giro per Teheran, a piedi, in taxi e in motoretta. Col solo ausilio di un’amica. Con un cameo per Babak Karimi, il grande mediatore del cinema iraniano in Italia – si prende il ruolo dell’unico cattivo, misurato, suadente. Le molte caratterizzazioni, come usava nel buon cinema, vivacizzano e alimentano la tensione.
Il primo lungometraggio, e subito “perfetto”, di un regista che si è formato in Italia.
Una curiosità è come mai le pellicole che non hanno avuto audience ma se la meritano, con una seconda possibilità in tv, non vano sulla Rai. I Bernabei figli pescano meglio del mammut Rai, sono più fortunati? È l’intelligenza contro la burocrazia?  
Ali Asghari, La bambina segreta, Tv2000, Play2000

venerdì 17 aprile 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (630)

Giuseppe Leuzzi

Le conversazioni dei giudici palermitani Natoli e Scarpinato in disprezzo dei Borsellino non avranno peso giudiziario, e nemmeno di galateo (si sa come si parla tra amici), ma confermano, oltre la psicologia dei due, quanto di sordido c’è in questa giustizia antimafia. Ci se ne serve per fare carriera, i delinquenti sono vittime casuali. In situazione non infetta persone esposte su una linea di battaglia non stano lì a farsi le pulci politiche (Natoli e Scarpinato, vecchi democristiani, si posizionano a sinistra, Borsellino era di destra). Si rischia appunto di passare per amici del nemico.

Passatempo antimafia

È più ridicolo che tragico il caso dell’ex prefetto Piritore, settantaseienne, che la Procura, il Gip e il Tribunale del Riesame di Palermo volevano in carcere perchè nel 1980, in forza alla Mobile di Palermo, “occultò” un guanto che era stato rinvenuto nella 127 Fiat usata dall’assassino del presidente della Regione Sicilia Mattarella. Mentre il giovane Piritore, che aveva trovato il guanto, l’aveva fatto vedere al proprietario della 127 rubata, e poi l’aveva “consegnato”. Tragico forse perché dice il livello di professionalità della Polizia. Ma ridicolo riesumare il guanto dopo 46 anni: la Procura di Palermo non ha (non vuole avere?) altro da fare.
E per fortuna che il Piritore non ha, non avrebbe, almeno per il momento, carature politiche. Altrimenti staremmo qui ad almanaccare per secoli – altro che il “papello” di Ciancimino figlio, che tanti (falsi) processi innescò, per distogliere l’attenzione (per insipienza dei giudici, o per connivenza?). Come dire che se i metodi della Polizia sono migliorati, forse, anzi sicuramente, altrimenti non staremmo qui a raccontarla, quelli dei giudici sono sempre gli stessi, della giustizia a perdere – un giorno della settimana, un momento di un giorno della settimana, il passaggio di una nuvola.
 
La dialettica radicamento-esilio
Il radicamento, e la conseguente esclusione, assurta nell’Otto-Novecento al nazionalismo, ma sempre attivo nella forma mentis individuale e ora riprodotto dal leghismo come esclusione, Edward Said, lo studioso che si voleva “nato in esilio”, ben sintetizza nelle “riflessioni, letture ed altri saggi” raccolti in “Nel segno dell’esilio”: “Esso invoca la casa creata da una comunità di linguaggio, cultura e usanze; e così facendo rifiuta l’esilio, combatte per impedire le sue devastazioni. Di fatto, l’interrelazione fra nazionalismo ed esilio è come la dialettica hegeliana di servo e padrone, in cui gli opposti si modellano e si costituiscono a vicenda….. Questo ethos collettivo costituisce quello che Pierre Bourdieu, il sociologo francese, chiama habitus, il coerente amalgama di pratiche che lega l’abito all’abitare”.
Il radicamento come inclusione, anche del più diverso, non il radicamento come esclusione (la Lega). La riflessione precedente il comparatista americano di famiglia palestinese così continua: “Col passare del tempo, i nazionalismi vittoriosi ascrivono la verità solo a se stessi, e riservano la falsità e l’inferiorità agli outsider…. E subito al di là della frontiera tra «noi» e gli «outsider»
si estende il pericoloso territorio della non-appartenenza”. E concludeva, senza naturalmente sapere del leghismo: “È questo il luogo nel quale in un’epoca primitiva erano mandati al bando i popoli, e dove in età moderna immensi aggregati di umanità si aggirano furtivamente in qualità di profughi e rifugiati, o semplicemente emigrati”.
A Milano nessuno parla milanese – i siciliani parlano siciliano con i siciliani, i calabresi calabrese con i calabresi, i napoletani napoletano tra di loro. E i milanesi non parlano - se non il “linguaggio del giorno”.
 
Milano ex protestante
“Non ho mai creduto alla favola di Milano «capitale morale»”, esplodeva a un certo punto Giovanni Raboni, il grande poeta allora di Milano, in un lungo articolo sul “Corriere della sera” il 9 aprile 1982, “e mi sembrava che a stonare, in quel la coppia di parole, fosse proprio il sostantivo. Capitale no, assolutamente: la singolarità, la ragion d’essere di Milano stava, anzi, nel non poterlo né volerlo essere, nella sua vocazione particolaristica, municipale. Mentre l’aggettivo… beh, l’aggettivo poteva anche voler dire, in altri tempi, qualcosa….
“Se nel carattere di Milano e dei suoi abitanti meno occasionali si poteva  scorgere, sino a pochi decenni fa, l’impronta di una concezione etica dell’agire e del vivere, è soltanto perché la città era una città davvero e «seriamente» capitalistica, con una vera borghesia e un vero proletariato, una città in cui ciascuno sapeva - sulla propria pelle o sulla pelle altrui - quanto valesse e quanto costasse il denaro, in quali mani stessero poteri e privilegi, cosa ci fosse da conservare e difendere per alcuni, da combattere per altri. Per la moralità del capitale: inamabile, certo, ma riconoscibile; e capace di imporsi non solo a chi la subiva, ma anche, per certi aspetti, a chi ne traeva vantaggio. Nel suo ostinato e tetro badare al sodo, nel suo chiudersi come una solida e grigia cassaforte sulle proprie ricchezze, Miano era la più «protestante» delle città italiane, una città in cui vivere era facile per pochi ma poteva avere un senso per tutti. Non è più così (……).
“Alla prudente, avara, timorata borghesia imprenditoriale, asserragliata nelle case buie, nei suoi giardini invisibili, nel numero ferocemente chiuso dei palchi alla Scala e degli abbonamenti alla Società del Quartetto, è subentrato l’indescrivibile, ripugnante «generone» degli speculatori, dei trafficanti di ogni merce lecita e illecita, degli stilisti e pubblicitari e mediatori del nulla, degli affaristi corruttori e dei politici corrotti; il proletariato e la piccola borghesia hanno lasciato il posto a una massa atrocemente indistinta di emarginati; la ricchezza non viene più prodotta e difesa, ma sperperata senza fine e senza lasciare tracce dignitose, sedimentazioni interpretabili e fruibili. Non più «protestante» ma cattolicamente caotica, incosciente, invivibile …”.
Quarantacinque anni fa. Il saggio veniva dopo il “mariuolo” Mario Chiesa, ma anche dopo la Lega, che ha imbarbarito la città – o le ha levato la maschera: la Lega ha assicurato alla città rappresentanza politica e più di un sindaco, ed è pur sempre il secondo maggior partito.
P.s. – Il titolo della filippica di Raboni - redazionale? – era “Le mosche della capitale”, sottinteso “morale”, a imitazione-parodia dell’ultimo, allora, Volponi, “Le mosche del capitale”. Un (confuso) memoriale delle esperienze dello scrittore, industrialista deluso, in Olivetti e in Fiat. Di lui giova ricordare la presenza al convengo anti-inquinamento Tecneco-Eni di Urbino otto anni prima, nel 1974, reduce da un “Gli Agnelli sotto processo” sul “Corriere della sera”, subito dopo che gli Agnelli ne avevano declinato la proprietà, in cui tracciava la storia della “famosa famiglia di Torino”, sul filo scalfariano dell’“Avvocato di panna montata”, e scriveva: “Agnelli vuole solo buone maniere, buone notizie e divertirsi. Ascolta, capisce, rimuove, sorride e parte dopo dieci minuti”. Lo si rivede a Urbino mentre fungeva da cicerone, sudato, congestionato, il testone agitando e le mani, gli occhi cerchiati, il lutto al risvolto, lucido il nodo della cravatta nera, allentato sul bottone, la camicia bianca sdrucita, all’Avvocato Agnelli in passerella, zoppo, asciutto e sorridente, e ai due pargoli ricci, smilzi, che gli correvano avanti e indietro in maglietta – il figlio Edoardo e il nipote Govannino. L’Avvocato, che aveva rischiato di avere patrigno e mentore a quindici anni Malaparte, non fosse stato per il nonno, che saggio spiegò l’errore alla madre Virginia, inesausta malgrado i sette figli, interloquiva senza affettazione. Volponi, il “poeta poetico” di Pasolini, che se ne faceva maestro benché coetaneo, a Urbino lamentava la passione del Seicento, e la tentazione di Christie’s, a prezzi miliardari - che diceva “una vertigine”.
 
Cronache della differenza: Napoli
A Donnarumma a Zenica un ragazzo raccattapalle ruba il foglio dei “rigoristi” della Bosnia, quello dove gli spiega come ognuno li tira. È un fatto grave, ma non c’è sanzione. E anzi il foglio finisce all’asta – in Bosnia si vede usa così. Però, un napoletano fregato da un bosniaco non è male, che per di più ci fa un mercato.                       \.
 
Ritorna capitale del Sud col referendum sulla giustizia, nel nome di Mario Pagano, giurista insigne di scuola napoletana. Il Procuratore Capo Gratteri, promotore del no, e l’avocato Bruno Larosa, presidente del comitato per il sì, sono entrambi calabresi. E hanno scelto Napoli l’uno per il culmine della carriera l’altro per esercitare la professione.
Napoli ha ancora molte attaches con la Calabria latina o citeriore, ma era scomparsa come polo d’attrazione formativo e professionale, a favore di Roma e di Milano.
 
“Città d’estenuante bellezza, in cui persino la bruttezza di certe zone e quartieri partecipa in modo misterioso del privilegio. Insieme a ciò, la sua spigolosità”. È il complimento non interessato di Belpoliti, “Nord Nord”, 191.
 
Del repertorio su Napoli antologizzato da Ramondino e Müller, “Dadapolis”, Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, sintetizza così i motivi principali: “L’innamoramento per il brulicare di vita, la paura per il brulicare di vita, l’interesse quasi entomologico per il brulicare di vita… Ed è curioso vedere come – almeno per i primi due atteggiamenti - riguardino anche i napoletani stessi”.
 
A proposito del dimenticato Luigi Incoronato, Fofi ricorda “la bella fioritura di talenti letterari che riguarda Napoli del dopoguerra (e di prima o durante, a cominciare da quel romanzo decisamente altro rispetto alla letteratura del ventennio fascista che fu i ‘Tre operai’ di Carlo Bernari…): lo ‘Spaccanapoli’ e il ‘Gesù, fate luce’ di Rea…., e la provincia sonnacchiosa di Prisco, e ‘Un giorno d’impazienza’ di La Capria, e il primo capolavoro della Ortese, ‘Il mare non bagna Napoli’”.
 
Intervistato da Sandra Cesarale sul “Corriere della sera” alla vigilia di Sanremo, Nino D’Angelo ricorda del suo esordio al festival, nel 1986, “il razzismo, mi hanno trattato come un immigrato. Se ci fossero state le barche per arrivare a Sanremo, me ne avrebbero fatto prendere una. Sono stato il primo immigrato d’Italia, il terrone”.
 
Dal Mondo milanese Pasolini scriveva a “Gennariello” per fargli la morale. A un ragazzo che non è un napoletano ma il napoletano stereotipo, “simpatico”. Pasolini e il settimanale della borghesia scrivevano dunque alla macchietta del napoletano, e perché? Perché a Napoli “sono rimasti gli stessi di tutta la storia”. Che non era quella dei furbi.
 
“Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante un’effusione, mi stava sfilando il portafoglio; gliel’ho fatto notare, e il nostro affetto è cresciuto”, scrive. Indiscutibile, se l’“effusione” è durata “un giorno”. Ma questa non è più ipocrisia, è dileggio, l’“affetto” per “un napoletano”: non per un ragazzo, no, per una generalizzazione, un codice.
 
Nel 1895, secondo una cronaca poco frequentata, il locale brefotrofio lasciò morire di fame e percosse 853 dei suoi 856 bambini. Continuando a percepire la retta dei morti. A beneficio dei medici - di 42 medici invece dei 19 in organico. L’evento l’inchiesta non limitò al 1895, pur sorvolando sui precedenti. Ma la città-metropoli, indifferente e per lo più crudele, si vuole anema e core.
 
Alla Juventus, che vorrebbe assolutamente avere come centravanti Osimhen – e a Osimhen che vorrebbe assolutamente andare alla Juventus – il presidente del Napoli Calcio De Laurentiis, che ha lanciato il calciatore, oppone la clausola imposta anni fa alla sua cessione: mai più in un club italiano. Senza iattanza, giusto no. Napoli, a pensarci, era capitale prima di Torino, molto prima – e molto più “capitale”.

leuzzi@antiit.eu

Mosè-Michelangelo detta la Legge

La storia di Mosè quale la conosciamo – di Mosè egizio, seppure di padre ebreo – e una riscrittura dell’“Esodo”, il libro biblico. Un racconto lungo che sancisce la vita di Mosé, e il suo controverso impegno per introdurre il popolo ebraico, schiavo in Egitto, alla libertà, col permesso del faraone per liberare l’Egitto dalle dieci piaghe, e alla Legge, al Dio Unico. Con l’aiuto del fratello di latte Aronne – dell’egiziano Mosé che riporta gli ebrei a Dio.
Mosè, figlio di una principessa egiziana e di uno schiavo ebreo, viene dato con vari stratagemmi a balia a una donna ebrea, Jochebed, che ha appena partorito (Aronne) e ha perciò latte in abbondanza. Mosè avrà poi un’istruzione, la madre volendo per lui un futuro da alto dignitario, in un collegio dell’Alto Egitto, dove apprende scrittura, diritto, geografia e astronomia. È un outsider ma non accetta l’esclusione: in lite con un sorvegliante, che gli rompe il setto nasale, finisce per ucciderlo. Non succede nulla, ma qualche anno dopo Mosè capisce che il suo delitto sta per essere scoperto, e si rifugia a Maidan. Dove sposerà Sefora, la figlia del sacerdote Ietro.
In un roveto ardente un giorno l’Invisibile gli si manifesta e gli ordina di riportare al paese d’origine il suo popolo – suo dell’Invisibile. Mosè obietta che non ce la fa, l’Invisibile gli consiglia di avvalersi di Aronne, abile dialettico, e gli concede il potere di fare miracoli. Segue il resto noto della storia.
Non un racconto d’invenzione ma una testimonianza politica, come lo stesso Mann spiega ne “La genesi del Doctor Faustus”. A fine 1942 ebbe la proposta, da parte del produttore Armin Robinson, di aprire con un racconto-saggio una collettanea anti-Hiler, l’uomo che ha infranto la Legge, un’opera di carattere “polemico-morale”, da intitolare “I dieci comandamenti”, e da pubblicare in più lingue. Collaboravano anche Werfel, Romains, Maurois, Rebecca West tra gli altri. Mann scrisse in fretta con quello che sapeva. Il libro fu pubblicato nel corso del 1943, col titolo “Ten short novels of Hitler’s War against the Moral Code”.
Una sola curiosità: “Probabilmente sotto l’inconsapevole influsso della figura heiniana di Mosè, diedi al mio protagonista i lineamenti … non già del Mosè di Michelangelo, ma di Michelangelo stesso”. Michelangelo come “l’artista affaticato che con sforzo e tra sconfitte scoraggianti lavora la renitente materia prima umana”.
Thomas Mann, La legge, Mondadori, pp. 162 pp.vv.
Le teste scambiate - La Legge – L’inganno
, Oscar, pp. 264 € 16  

giovedì 16 aprile 2026

Hormuz riapre quando chiude Hezbollah

Trump ostenta il viso dell’arme, nel mentre che assicura la pace – “dettagli”. Perché tutto era stato già deciso - per le diplomazie europee non ci sono dubbi. A Islamabad si trattava di mettere l’imprinting a una sua pace, di Trump. Con qualche  impedimento  spettacolare, come la non firma del suo vice-presidente. Ma il solo punto conteso è l’arricchimento dell’uranio in Iran, che è già stato regolato nel 2015 da un accordo, P5 + 1, Joint Comprehensive Plan, firmato a Vienna il 14 luglio 2015, dall’Iran con i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania, e dall’Unione Europea. L’accordo troncava il regime si sanzioni. Tre anni dopo Trump ha denunciato l’accordo. Al quale ora si ritorna.
E dunque per la pace (armistizio – ma non c’è stata una dichiarazione di guerra – o accordo per un negoziato) si aspetta solo che scada il penultimatum di Trump? Un po’ di suspense, da riempire con le colorate fantasie che il presidente Usa ogni pomeriggio dispensa. Si capiva da Islamabad (Pakistan e Turchia, i “mediatori” non avevano carte da spendere, solo l’obbedienza a Washington), conoscendo i temi in gioco e anche solo un poco i soggetti, che la mediazione era finta e la volontà di “chiuderla qui” vicendevole, come si poteva scrivere domenica
http://www.antiit.com/2026/04/ombre-819.html
Il regime iraniano non era un casus belli, né per Trump e soprattutto non per Netanyahu. L’attacco all’Iran è come era stato quello di giugno, i disonorevoli bombardamenti contro la vita pacifica di un paese, contro le persone – le case, i ponti, le centrali elettriche - che non hanno vinto nessuna guerra ma servono a dire chi è il più forte. Conditi dagli assassinii mirati. Non erano programmati per rovesciare il regime, e anzi lo hanno rafforzato.
L’unico motivo plausibile della guerra è aprire la strada all’invasione israeliana del Libano, contro Hezbollah. E questo è anche l’unico motivo reale della fine posposta della guerra: a Hormuz tornerà l’ordinarietà quando Hezbollah sarà stato distrutto, come Gaza. Resterà il disastro economico provocato da questa “guerra di copertura”, naturalmente per i paesi più poveri, ma anche per l’Europa – per l’America, contrariamente a quello che si dice, no: ne esce molto rafforzata l’importante e influente industria dell’energia.   
 

Riscoprirsi a settant’anni, in rima

Di virgiliano, come da titolo, c’è poco: ritmo e rima, Patrizia Vaulduga parte incazzata contro i guerrafondai “liberati”. Più non si sfidano a duello ma si divertono ad assassinare, impuniti, in massa, inattaccabili. Al punto che la morte fa solo rima con se stessa, come in copertina: “Padroni della guerra e della morte,\ che gestite patrimoni di morte\ e fate investimenti sulla morte,\ cosa posso augurarvi se non morte?”
Come darle torto. Ma noi, “i nessuno”? “Siamo merce al mercato del virtuale”. Altro centro. Se non che il mondo resta fuori, Patrizia fa settant’anni. Sembra che vada sempre di fretta, l’endecasillabo è marciante, e invece segna il passo. Irritata, perché per il perimetro interiore l’osservazione non è buona: “Ci sono almeno state evoluzioni\ sotto l’aspetto affetti… o anche passioni?”. No, sempre “con sogni vecchi niente vita nuova”, da vent’anni, dal fu Giovanni Raboni. Non più vedova, inconsolabile, ma sì. Se a settant’anni di sé può aggiungere, famosamente: “Nasco alla morte….strana gestazione”.
Dopo una lunga pausa, interrotta da un ritorno all’origine, “Belluno”, Valduga si risveglia con le bombe, per fare i conti con i signori della guerra. Con l’età. E con Milano, che l’ha adottata ventenne ma le è matrigna - “Di Milano che finge d’esser viva\ meglio Venezia morta per davvero”.
Dalla lingua l’età non si direbbe. E dal brio: la plaquette viene dotata di una perfida appendice. Dove Raboni usa il vetriolo contro la pax americana (“Avvenire”, 1970, recensendo il film agiografico “”Tora! Tora! Tora!”), e contro la sua Milano (che lo ha dimenticato, Patrizia non cessa di ripeterlo), sul suo “Corriere della sera”, “Le mosche della capitale”, il 9 aprile 1992 (dopo il “mariuolo” Chiesa, certo).
Con qualche dubbio: “Ma sono stata, almeno qualche volta?”. E un ricordo grato dei vent’anni, accudita dal geniale Tadeusz Kantor - la memorialistica può essere, è, potente analgesico, di consolazione, quand’anche fosse irritata, anche rabbiosa.
Patrizia Valduga, Lacrimae rerum, Einaudi, pp. 78 € 10

mercoledì 15 aprile 2026

Letture - 611

letterautore


Antropologia
– Oggi è rovesciata, si esercita sul Nord del mondo, Europa o America del Nord? Si  domandava nel 2004 la storica Natalie Zemon Davis (“La passione della storia”) e si rispondeva: “Per ragioni pratiche e politiche…. Non ci sono più isole etnologicamente «utopiche» nel Pacifico…” E: “Molto spesso i governi postcoloniali non gradiscono antropologi occidentali!”.
 
Fortuna – È efficace quando è avversa. È uno dei paradossi di Boezio, “La consolazione di Filosofia”, 8, 3-4. Filosofia consola Boezio, al domicilio coatto, sicuro condannato, così: “Credo che agli uomini giovi di più la sorte avversa di quella favorevole; questa infatti, mostrandosi lusinghiera, mente sempre con l’apparenza della prosperità, quella, mostrandosi instabile con i suoi cambiamenti, è sempre vera. Una inganna, l’altra istruisce; una, con l’apparenza di beni menzogneri, blandisce le menti che ne godono, l’altra le libera rendendoli consapevoli di quanto fragile sia la prosperità; … una è volubile, insicura, sempre ignara di sé, l’altra sobria e pronta, prudente perché avvezza alle avversità….”.
 
Hölderlin – “Era pazzo o fingeva”, si chiede Mario Praz con Frederik Prokosch, in “Voci”, p. 223: “C’è un’ambiguità allucinante, dal principio alla fine. Forse doveva impazzire dopo tanta sublimità.
 
Intellettuale – “L’artista e l’intellettuale sono tra le poche restanti personalità equipaggiate a resistere e a combattere la stereotipizzazione e la conseguente morte di cose genuinamente viventi. Una percezione libera ora implica la capacità di smascherare continuamente e schiacciare gli stereotipi di visione e intelligenza con cui le comunicazioni moderne ci sommergono”, C, Wright Mills, “Power, Politics, and People”, già nel 1944 (in “The collected Essays of C. Wright Mills, p. 299). Dove proseguiva: “Questi mondi di arte di massa e pensiero di massa sono sempre più orientati sulle esigenze della politica” – invece che, politica compresa, del business (pubblicità).
 
“Un compito degli intellettuali è di abbattere gli stereotipi e le categorie riduttive che limitano così tanto il pensiero umano e la comunicazione” - Edward W. Said, “Representations of the Intellectual”, p. 26.
 
Luci – C’è luce e luce, differente per i luoghi oltre che per le ore? “Il sole di Capri aveva una luce particolare. Non era una luce arida come quella della Spagna, né orlata di arcobaleno come quella del Portogallo, né immersa in ombre lilla come la luce sopra la Senna. Non aveva la profondità della luce di Roma, né l’austerità della luce siciliana. Aveva l’opacità del diamante….” – F. Prokosch, “Voci”, 248.
 
Mozart – “Un contadino” lo dice Gide, pianista di lunga pratica, a Frederic Proksch, che ne riferisce marginalmente in “Voci”, p.268. In una conversazione in cui critica il virtuosismo, la tendenza degli interpreti a sovrapporsi ai musicisti – la tentazione, o bisogno, di bravura, di dimostrare quanti arpeggi si possono costruire su un accordo, moltiplicando le note: “Bisogna andarci piano con Chopin, è da criminali voler scoprire troppe cose. Non solo con Chopin. Anche con Mozart. E perfino con Beethoven. Con Beethoven la tentazione è irresistibile. Con Mozart e Chopin bisogna evitare come il colera ogni tendenza a complicare, a elaborare. I contadini sono strana gente. Per me Mozart è un contadino. Nei contadini c’è un’essenza terrestre che li salva dalla volgarità”.
 
Pound – “Ezra Pound abita ancora in un villaggio, e il suo mondo è una sorta di villaggio”, così Gertrude Stein ne parla con Frederic Prokosch in “Voci”, p. 115: “La gente, quando vive in un villaggio, continua a voler spiegare le cose”.
 
Romanticismo e classicismo - “Ma si fondono l’uno nell’altro e s’intrecciano”, Praz a Prokosch,  in “Voci”, p.223, “e ciò che li tiene uniti è la comune consapevolezza di un antico terrore. Dimentichi le foreste e le cascate, dimentichi i boschetti e i templi: alla fine romanticismo e classicismo si danno la mano e danzano insieme un tango mortale”.
 
Romanzi giappponesi – “C’era in Giappone tutto quel mondo che si osserva nei romanzi giapponesi e che si usa definire «mondo fluttuante» - la storica Natalie Zemon Davis ricorda a un certo della rievocazione della sua attività (“La passione della storia”, p.80), a proposito di un suo soggiorno a Tokyo nel 1997 -  “noi diremmo forse un mondo dei «marginali, mondo che gravitava intorno ai teatri, alle geishe, agli intellettuali «bohèmiens»”.
 
Torino – “Torino è stata una delle capitali della Controriforma, san carlo Borromeo era piemontese, come Pio V, il papa di Lepanto. E Torino ha esercitato un ruolo pedagogico – i liberali che fecero il Risorgimento, i comunisti, gli azionisti - che l’ha resa antipatica al resto della nazione. Ora Torino non è più nulla, ha un’identità spappolata” - Aldo Cazzulo, “Corriere della sera”,5 aprile.
 
Vico - “C’era anche Vico”, ricorda della sua formazione la storica Zemon Davis nel libro intervista con lo storico Denis Crouzet, “La passione della storia”, pp.132-133. “Per due ragioni”, spiega: “Innanzitutto il suo orientamento, come diremmo oggi, pluridisciplinare”. Per “il suo modo di mettere la letteratura e altre espressioni culturali in relazione …. con la poesia, i racconti, l’economia politica. Ai miei occhi è straordinario! E poi c’era anche il suo sforzo di descrivere il movimento rivoluzionario. Oggi trovo che sia tropo schematico, ma quando lo leggevo ero sedotta dal suo metodo quasi antropologico.
“Ho cominciato a immergermi in Vico quando ero studentessa, prima di impegnarmi nel dottorato. All’inizio ho dovuto leggerlo in francese, perché a quell’epoca non conoscevo ancora l’italiano.
Vico come lettura in parallelo con Marx. “L’ho letto insieme a Marx”, continua Zemon Davis, “che è più duro, più critico. Sono felice di averli affrontati contemporaneamente, perché in Marx apprezzavo il fatto che esponesse in termini satirici il rapporto tra la letteratura e le classi dominanti, mentre Vico era più ”.

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Cronache dell’altro mondo – assicurative (399)

Guida alla”Fast and Furious”, collisioni con giganteschi autoarticolati, un incredibile numero di incidenti tra automobili piene di passeggeri e i 18 ruote. Da dieci anni, alla periferia di New Orleans. Tanti da allarmare le assicurazioni.
Gli incidenti erano localizzati, in un tratto di 14 miglia della Interstate 10. Che però in tutti i calcoli attuariali, in tutte le ipotesi, risultava sempre a rischio zero. Moltiplicandosi gli incidenti, ultimamente ben 246 collisioni con autoarticolati sono state registrate, indagini private sono state avviate, e hanno scoperto che alcuni avvocati a percentuale, specialisti di vertenze contro le assicurazioni, aveva assoldato quelli che chiamavano “avanzi di galera” (slammmers), per provocare con i mezzi pesanti a tutta velocità “strisciate” con automobili piene di passeggeri - più gente in macchina, più cause per liquidazioni.
Un avvocato ha pagato uno slammer 1.300 dollari per ogni passeggero trasportato - un avvocato che arrivava a fare 25 cause per danni al mese.
Slammers
e passeggeri rischiavano la vita, per un grosso premio. Gente dei sobborghi poveri di New Orleans, a predominanza afro.

Giallo Shakespeare, in-edito

Will, Shakespeare of course (ma chissà, Sakesbirre? Scontespir? Scachespeare? Sicechsepare? Scarsesber? Sgripir? Sghechesper? Sghrpwer? Sgrichspir? Sckechesberro? Sciachespero? Scachespeare? Schertspir? Segheswer? Pennacchi imita il camilleresco, ribattezzato patavino-padovano, nella versione “Catarella”) sbarca a Padova. Si professa guantaio, e correttore di bozze. Ma si confessa incaricato (segretamente, of course) di cercare un Edward Kelly, (giovane) favorito di lord Southampton - di cui sa già tutto, che si è fatto frate ma frequenta i ragazzi inglesi. I quali, chissà perché, numerosi sono a Padova, all’università, e per di più, bevitori di birra e maneschi, invisi ai patavini.
Tutto infatti avviene a Padova, che è la città di Pennacchi e il centro del mondo, della Serenissima, e anche dei Capuleti (Cappelletti) e Montecchi – con tutto quello che Will ci monterà sopra. Ci saranno di mezzo, oltre un Saviolo-Pennacchi, mezza età e mezza pancetta, preti, nobili, mezzane, medici, maghi, “veri” e presunti, lamie e fattucchiere, uomini d’arme e no, e qualche omicidio. Con un sospetto di gaytudine diffusa, Will compreso - dalle cui opere si trae un largo fraseggio, con i thou, hath, etc., l’inglese biblico (si colloquia anche con citazioni dalla Bibbia). Incontri sgradevoli, sempre a Padova, con l’arcinemico Marlowe. Oltre, naturalmente, ai Capuleti e ai Montecchi.
Un divertimento? Non si ride. Un guazzabuglio. Pennacchi, attore simpatico, specialista dei ruoli di “spalla”, burbero-faceto, ama Shakespeare (“Shakespeare and me” è un suo titolo) e prova a metterlo in scena. Ma senza editing, evidentemente.
Andrea Pennacchi, Se la rosa non avesse il suo nome, Feltrinelli, p. 299 € 11,90 (promozione Feltrinelli, 2 libri Ue € 11.90)