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lunedì 30 marzo 2026

La storia è scritta

Tonino Di Matteo era stato colpito e isolato dalla fama di jettatore. Nessuno gli parlò più alla Posta, dove era impiegato, né fuori in paese. In realtà era uno scrittore, a margine dei timbri e degli infiniti moduli in triplice copia scriveva. Era orgoglioso delle sue storie e le raccontava agli amici. In un racconto immaginò che il monte Antico franasse sul paese, la disgrazia si avverò, e il sospetto cominciò a insidiarlo. Tonino s’incupì, volle tenere fede per rivalsa ai pettegolezzi e s’inventò brutte storie, le quali si avverarono, più spesso che non: la bella moglie fedelissima del farmacista che invece agognava il cognato ufficiale dell’esercito, e con lui se ne fuggì, il benefattore usuraio, la fattura che portò alla demenza e alla morte la fattucchiera. Egli stesso finì per considerarsi un menagramo, concordando a considerare la sua attività non come l’intuito del poeta favorito dagli dei, che vede oltre le forme della luce e ode oltre i suoni, ma come un grumo di odio che s’insinua nell’ordine degli altri e lo scompagina. Finché, non avendo più interlocutori a cui raccontare le storie, perdette anche il piacere di scrivere. Passò prima i dieci, poi i venti anni migliori della vita, i più succosi, quelli in cui l’uomo ingravida e prolifica, nell’atonia: la Posta di giorno, la televisione la notte, Natale e Pasqua a pranzo dalla sorella, agosto a Fiuggi.
A Fiuggi, uscendo un giorno dal Palazzo della Fonte, immaginò distrattamente una storia. Non la scrisse, fu un racconto che si raccontò, goloso di ripetizioni e abbelliture, mentalmente ogni pomeriggio mentre lasciava scorrere le ore fra la pennichella e la cena, al caffè, in piazza o al parco delle Terme. E lei si materializzò. La incrociò una volta, due volte, la seguì, l’aspettò. Anche lei l’aspettava, e la prima volta che si parlarono fu come se si riconoscessero. Era espansiva e calorosa, dell’intenso calore dei febbricitanti, che lo accompagna anche ora, a distanza dal rapido incedere del male che la minava e la stroncò.

giovedì 5 febbraio 2026

La bontà uccide

C’era una volta, c’è stato a lungo anche se non visibile, l’Amico Sconosciuto, di cui ora si annuncia il decesso. Importante nel nome, teutonico, come quello della pace divina, incerto nella figura, e come invisibile, un’ombra accanto, per il sorriso degli occhi che lo apriva nel mentre che lo proteggeva, e lo chiudeva. Pieno di umori e singolarmente muto. Si muoveva come un corvide, curioso e pellegrino – una gazza senza la nomea, bianco e nero anche - se qualcuno o qualcosa ne stimolava l’istinto di maestro, di pedagogo. Una periferia, una fabbrica, una lingua o linguaggio, o modo di essere, e la creatività, quella altrui, al cinema, nelle arti, nella scrittura. Di cui era avido e riconoscente di partecipare. Modesto sempre e gregario. Ma ultimativo – si vuole dal critico, da chi legge e giudica le opere degli altri, che sia benevolente oltre che disponibile, lui no. Sempre come il Maledetto Toscano voleva quelli della sua stirpe: “Hanno voglia a tenere gli occhi chiusi, o, come San Francesco, a parlare agli uccellini, ma se li guardi bene, hanno tutto l’aspetto di facinorosi”- uno di quelli dell’ “o…o”, non di quelli dell’ “e...e”.
Era scrittore. Ma scrisse perciò poco di sé e molto degli altri. Sempre degli altri, anzi, vigile, pronto. Ascoltando, guardando, leggendo, con curiosità, con attenzione, con generosità. E poi attardandosi in lunghi,  lenti apprezzamenti – quando scriveva per apprezzare.
Era anche l’ultimo socialista. Appartato, celato come tutti, la polizia politica essendo sempre occhiuta. Ma senza dimissioni “i meccanismi infernali della guerra” li capisce “da socialista: ero un ragazzo ma a casa mia si leggeva l’“Avanti!””.
Finì così solo, benché avesse molti amici. Decine, forse centinaia, di cui parlava con entusiasmo. Gli autori, artisti, scrittori, registi erano lontani, distratti, lo tenevano come nel cassetto. Gli elogi si fecero post mortem. Ma gli ultimi giorni, gli ultimi momenti, l’ultimo istante non ebbe a chi raccontarlo. Nessuno ne fece l’elogio, se non per dirlo un brav’uomo, anche entusiasta, a volte. Laico, ma con sensibilità religiosa, e socialista libertario quanto non erano cose gradite, ma questo sì, seppe vincere il tempo, i suoi tempi magri, pigri, della oscura passione per l’ideologia. Son nato scemo e morirò cretino disse di sé quando decise di raccogliere i suoi scritti sparsi, in un momento di buonumore. Ma nulla gli sfuggiva, si è infine detto di lui, molto lasciava cadere, ma quel che salvava era prezioso, mai banale.  

martedì 6 gennaio 2026

L’amore a lungo

Alcune presenze riemergono, insistenti.


Peppino lavora in Africa e ha una ragazza africana. La ragazza è graziosa, è alta in gambe e quindi soddisfa Peppino doppiamente, che è piccolo: per avere una donna alta e per fare l’amore guardandola in faccia. È una ragazza fatta, attenta, perfino premurosa, ma molto giovane, e non sembra che le piaccia, e neppure che le dispiaccia. Entra in silenzio, sorride e si dirige verso la camera, dove si mette nuda sul letto. Lo fanno due volte la settimana, il mercoledì e il sabato pomeriggio.
La ragazza viene con la mamma e qualche fratello. Che nell’attesa rassettano, spazzano, lavano, cucinano, e dopo, mentre mangiano in cucina insieme con Peppino, scelgono discutendone i cibi e gli oggetti da portarsi via. Tra un mese o tra un anno la ragazza, col suo giovane fidanzato o marito, riconoscente per la sua ricca dote, si divertirà e farà figli, centellinando i dollari di Peppino, della cui brutta faccia, le gibbosità, la secchezza non resterà traccia.
Lui lo fa, buon cattolico e comunista, per opera di bene, oltre che per il piacere. È parco ma è ghiotto. Ha moglie e figli a casa, ma talvolta parla della ragazza africana come della fidanzata:
- È per bene – dice: - È molto ingenua, è dolce. Le piace farlo a cavalcioni – insiste convinto - che per me è anche più comodo. - Lui lo deve fare passivamente sdraiato, perché ha un risentimento muscolare a una coscia, e dura a lungo: un paio d’anni fa per un’infezione si è dovuto circoncidere, racconta spesso la cosa, e ha perso sensibilità. Talvolta se ne dice stanco. L’amore capriccio, di cui tratta Stendhal nell’introduzione all’“Amore”, è più delicato che il grande amore, più intelligente, persino le ombre vi sono di rosa. Ma non dura.

domenica 4 gennaio 2026

Le radici aeree della memoria

Alcune presenze riemergono insistenti

Un texano colto e sensibile è un albero dalle radici aeree che sia templi-ce e robusto. Tale è Alan Lomax, che per primo nel 1954 percorse l’Italia con pazienza per creare un archivio della musica tradizionale, registrando tremila danze e canti in un centinaio di paesi e città, dando un suono alle raccolte di Pitré, Raffaele Corso, il barone Lombardi Satriani, con Diego Carpitella, gnomo gentile:
- Il caso - dice Alan, quieto sessantenne - ha voluto che fossi la prima persona a registrare la cultura popolare, una specie di Cristoforo Colombo musicale di ritorno. - In Italia e in Europa, per otto anni. Filosofo, direttore degli archivi folk della biblioteca del Congresso, texano di prognato e pettorali, prima che il Texas sparasse a Kennedy. E di famiglia: suo padre John Avery già faceva a fine Ottocento archeologia popolare. Là dove il popolo si trova. Insieme hanno girato le borgate e le prigioni del Sud degli Stati Uniti. Hanno riscoperto cajun e zydeco, e scovato Leadbelly, Muddy Waters, Aunt Mollie Jackson, portandoli alla radio. E Woody Guthrie, padre di Baez e Dylan. Ma non ce l’ha più con Dylan, con i cui agenti si picchiò a Newport, per la chitarra elettrica nel folk e il blues bianco:
- È un’altra musica – dice.

giovedì 1 gennaio 2026

Sostituto d’amore

Un maestro di scuola di Pico sposò a Roma la figlia della pescivendola di Ponte Milvio. Donne per bene, anche l’odore era pulito. La ragazza, in carne e eccitabile per la giovane età, sorrideva e parlava con senno. I primi anni furono felici. Ebbero un figlio, il maestro divenne imprenditore, tramite la politica, guadagnarono, e presero casa ai Parioli. La suocera, che non teneva già più il banco del pesce, morì di  tumore.
La crisi data all’incirca da quell’epoca. Lei volle rendersi indi-pendente e si cercò un lavoro di commessa. Lui la spinse a prendere un paio di franchising che le diedero buone soddisfazioni, sia materiali che morali. Intervenne con cautela, poiché lei non l’aveva messo a parte, e sì che non si separavano mai, della sua decisione di lavorare. Ma s’instaurò allora quello che sarà lo schema del loro rapporto: lei brusca, insolente perfino, lui conciliante. Eccetto che per periodi brevi, che potevano durare una settimana, in cui lei sembrava subire i calori animali - se lui ne avesse avuto la forza e la voglia lei si sarebbe detta insaziabile, gli si avvinghiava senza pudore.
0La crisi, per solito muta, a volte durava mesi. Sempre lui riapriva un contatto, il più delle volte tornando agli inizi, alla fresca disponibilità di lei, i risentimenti mettendoli a proprio carico. Ora si diceva assente, ora scortese, ora non abbastanza generoso, e spendeva, in regali anche costosi, pellicce, diamanti. Ma l’esito era transitorio. Spesso anzi ebbe la sensazione che la riconoscenza fosse manierata, che i regali al contrario accrescessero il risentimento. Ogni suo pensiero, dal risveglio alla notte, e sempre più spesso nelle ore del sonno, era ormai indirizzato a sciogliere quel grumo d’incomprensione. Con costanza s’immaginò un aiuto da un medico, un chirurgo famoso, che era stato a scuola con lei e aveva-no ritrovato coinquilino ai Parioli. Ma l’uomo, affascinante, s’incontrava di rado, era di modi spicci, evitava le assemblee e ogni altro problema di condominio. Poi scomparve, si seppe che aveva sposato una principessa. Avvenne in un periodo di amore sfrenato, lei gli faceva quasi paura. 
La crisi si estese con gli anni per periodi più lunghi, durava anche sei mesi. Gli rimproverava perfino il diploma di maestro, per dire che era colto e la metteva nel sacco. Intervennero periodi di separazione. Gli affari non andavano più, mutata la politica, e lui passò sempre più tempo a Pico, dandosi obblighi inutili. Finì naturalmente anche l’erratico contatto carnale. Dell’ultima volta mantenne un ricordo via via più dettagliato, perché avevano appena saputo della morte improvvisa del chirurgo, for-se di cuore, e per un momento era sembrato che la tensione fosse stata spazzata via: lei era stata dolce, innamorata come all’inizio.
Poi lui si gonfiò e perse i denti. E quando la ricerca del grumo gli procurò qualche disturbo mentale lei non volle più vederlo, lasciò che se ne occupasse il figlio, al quale non chiese mai del padre. Del resto, lei trovava il figlio somigliante al grande affascinante chirurgo. Col quale non aveva mai avuto nessun tipo di rapporto.

martedì 22 ottobre 2024

Mal d’Africa – vecchio e nuovo

Il mal d’Africa è sempre l’idea di un ventre rosa vivo, cedevole, caldo, tanto più sotto la scorza scura. Per il madamismo che molti rovinò – non le africane, da tempo libere, in regime di matriarcato, mentalmente e progettualmente: l’obbligo del matrimonio a tempo per poter avere una fidanzata locale, traducendosi in ripudio automatico alla fine del periodo, porta alla ripetizione compulsiva – come di chi divorzia spesso.
Il madamismo è rapporto classico, è già nel diritto romano, e potrebbe chissà risolvere il problema dell’amore nell’età dell’inappetenza. Rapporto civile, poiché si stabiliscono prima le condizioni patrimoniali, senza inseguirsi poi con acrimonia per la vita. Mentre nulla impedisce che perdurando l’accordo si continui il rapporto. Esso però introduce nel rapporto affettivo l’artificio della legge. Senza peraltro, in società e culture di solido virtuismo borghese, quella liberazione terapeutica che assicurano i matrimoni a tempo con le squillo al Cairo, per esempio, per una settimana o una notte. Questo non è terzomondismo, ma è leale.
L’Africa da troppo tempo è la Grande Madre, pur mutando colore – era bianca quella di Graves originaria, che non può essere l’Europa, ultimo continente emerso. E i più confonde, pur essendo semplice. Perfino bianca sotto la scorza nera. ben prima che padre Brando e le opposte scuole di paleoantropologia ne facessero il paradiso terrestre: nera fu la prima formica, che giocava coi dinosauri.
L’Africa è di tutti perché si pensa sempre vuota e ognuno se l’appropria, lo schiavismo è istinto indomabile. Il colonialismo è stato detto più volte missionario, ma ci sono colonie buone. Quella di Focea a Elea fu eletta, popolata da Senofane, Parmenide, Zenone. Senofane, che Elea creò, veniva da Efeso, in Turchia, dove c’era Eraclito, superba filosofia. Ci devono essere coloni, per la pedagogia d’obbligo, che è innesto di culture.
Braudel trova nella Grammatica della civiltà che “per la comprensione del mondo nero la geografia fa premio sulla storia”. Speriamo di no. O sì, la natura è storia. Benché lenta, agli effetti pratici immobile. Lévi-Bruhl analizza la mentalità primitiva in centinaia di pagine, per dirla indecifrabile. Confuso forse dal confusissimo Freud, che confonde, in Totem e tabù, primitivo, selvaggio, malato e sano - uno inetto, nonché a Dio, alla storia e all’evoluzione e tutti ci fa malati, selvaggi, primitivi. Ci appropriamo di tutto – anche se da un po’ ci ridono dietro. Gli amati neri che ballano e cantano gli studi peraltro mettono da parte, intontiti dalla decolonizzazione e in disarmo. Preda d’ogni brigante di passo, anche solo turista o cooperante, loro che amano la guerra. “Che volete che vi dica di qui?”, Rimbaud da Gibuti scrive ai familiari: “Che ci s’annoia, ci s’abbrutisce”. E Amin, poco distante, ha potuto dire di sé: “Sono l’eroe dell’Africa”, un caporale padrone dell’Uganda, il paese delle quattro primavere. Dumas vi troverebbe con difficoltà “la gentilezza e l’esibizionismo della gente di colore”. Ma è pure vero che nell’eterna primavera niente matura.

martedì 14 novembre 2023

Problemi di base mortuari - 776

spock

Un malato terminale soffre meno se muore?
 
Chi non soffre meno se muore?
 
“Che una malattia sia inguaribile non vuol dire che la persona non è curabile”, Eugenia Roccella?
 
S i vive più intensamente morendo?
 
Scompare, è scomparso, perché? i morti scompaiono?
 
Sono i porci che si mangiano i figli?

spock@antiit.eu

mercoledì 16 agosto 2023

Le quattro primavere

Le presenze a volte si mutano in tracce.
S’incontrava talvolta a Soroti, tra Tanzania e Uganda, sopra il lago Kyoga che il Nilo Vittoria si mette da parte, per una birra, o anche a Dar Es Salaam se andava in banca, e sempre assicurava che l’Uganda è il paese dell’eterna primavera:
- Viviamo tra quattro primavere, i fiori rifioriscono, l’erba è sempre verde.
Viveva in realtà solo. E quindi col problema di convivere con la famiglia della ragazza che a turno stava con lui, e con le gelosie degli altri clan:
- Saggiamente - diceva sereno della dote cui operavano nel fiore le ragazze.
Egli stesso non ambiva che a godersi l’esistente, ricavando dalla piantagione quanto basta a rifare il tetto, migliorare le terrazze, soddisfare le madri. Ma la libertà dei popoli è inflessibile e ora vive a Boccea, all’interno 47 del n. 124 da cui non esce, non sa camminare sull’asfalto, è sposato a una signora che fa l’infermiera, e ne ha avuto un bambino di cui non si cura. Sogna che Obote o Amin gli distruggano la modesta piantagione, incendiando la casa, anche se sono da tempo morti,
e in fuga tra scoppi di mitra e lampi di machete per foreste melmose su corazze di coccodrillo si salvi con la complicità dei vecchi compagni del Che, che lo mettono su un aereo senza bagaglio.

sabato 31 dicembre 2022

Le quattro primavere

Le presenze a volte si mutano in tracce.
 
S’incontrava a Soroti, tra Tanzania e Uganda, sopra il lago Kyoga che il Nilo Vittoria si mette da parte, per una birra, o anche a Dar Es Salaam se andava in banca, e sempre assicurava che l’Uganda è il paese dell’eterna primavera:
- Viviamo tra quattro primavere, i fiori rifioriscono, l’erba è sempre verde.
Viveva in realtà solo. E quindi col problema di convivere con la famiglia della ragazza che a turno stava con lui, e con le gelosie degli altri clan:
- Saggiamente - diceva sereno della dote cui operavano nel fiore le ragazze.
Egli stesso non ambiva che a godersi l’esistente, ricavando dalla piantagione quanto basta a rifare il tetto, migliorare le terrazze, soddisfare le madri, sempre avide. Ma la libertà dei popoli è inflessibile e ora vive a Boccea, all’interno 47 del n. 124 da cui non esce, non sa camminare sull’asfalto, è sposato a una signora che fa l’infermiera, e ne ha avuto un bambino di cui non si cura. Sogna che Obote o Amin gli distruggano la modesta piantagione, incendiando la casa, e in fuga tra scoppi di mitra e lampi di machete per foreste melmose su corazze di coccodrillo, si salvi con la complicità dei vecchi compagni del Che, che lo mettono su un aereo senza bagaglio.
 

martedì 16 agosto 2022

Il re del fiasco

Il re del fare fiasco è il sensato e bel colonnello Horse, che ha fatto fiasco soltanto per tre mesi di seguito con la maliziosa Nina Viganò, costringendosi infine a lasciarla illibata, per quanto lo concerne. Horse, cavallo, è pseudonimo stendhaliano di gentiluomo inglese a Parigi irrefutabilmente assortito, colonnello e cavallo vanno insieme. Il colonnello spendeva sempre di più, ma non abbastanza. Non per l’illibatezza di lei, debuttante in società. Che lo attendeva conciliante, e lo lasciava inturgidito.

Nina è esistita, Elena Viganò detta Nina, nata nel 1793, ballerina e cantante, figlia del coreografo Salvatore Vigano, presto famosa sulle scene europee. Turbava Stendhal, che aveva quasi vent’anni più di lei. Che si turbava di tutte ma di lei scrive più volte: “La presenza di una graziosa ballerina concentra ogni sera su di sé l’attenzione degli animi disincantati o privi di fantasia che riempiono la balconata dell’Opera. Con le sua movenze leggiadre, audaci o inconsuete, risveglia l’amore fisico e forse procura a essi la sola cristallizzazione possibile. Più una ballerina è celebre e logora, più vale. Da qui il proverbio di palcoscenico: “Riesce a farsi pagare chi non ha trovato nessuno che la volesse per niente”. Queste ragazze rubano una parte di passione ai loro amanti, e sono capacissime di amarli per puntiglio – le parole in corsivo scrivendo in italiano.

Il colonnello, che nessuno specialista è riuscito a inventariare, è anche Stendhal, che vi si specchia disincantato o privo di fantasia, e alla bella Nina ripetutamente ritorna nella fantasia amorosa. A tutti è dato il compiacimento - la delectatio, dicevano i confessori - interminabile. “Come possiamo non collegare sentimenti affettuosi e generosi alla figura di un’attrice”, diceva Stendhal, “i cui lineamenti non hanno nulla di eccezionale ma che ogni sera guardiamo per due ore mentre esprime i sentimenti più nobili, e che non riconosciamo in altro modo?” Ma non molte donne hanno amato Stendhal – a suo dire nessuna.

venerdì 5 agosto 2022

Il maestro Rusticucci

Questa è la storia di un liutaio, con pretese nobiliari, che si era coltivate nella solitudine del laboratorio dacché, era ancora ragazzo, Mussolini aveva demolito i borghi per aprire la via della Conciliazione, e in fondo ai borghi, appetto a San Pietro, aveva demolito largo Rusticucci, ma che il paese rispettava e in fondo amava. Liutaio è una professione nobile, ben-ché in paese renda poco. Sua moglie Linda prese ad andare in città, e il pretore Martorello lo avvertì che aveva una tresca. In principio non volle credergli. Sapeva che il pretore, scapolo a tarda età, aveva una cotta per Linda, e che ne era stato respinto. Ma l’uomo era fissato, portò gli orari degli incontri di Linda, il nome dell’amante, un ufficiale, e il nome del luogo, un albergo. Il maestro ritenne di dover accertare la cosa, se non altro per far tacere il pretore e le chiacchiere che egli già spargeva, e un pomeriggio lo seguì, sulla macchina che il giudice si offrì di affittare, in un viaggio che fu interminabile con il cuore in gola. Dove infatti gli ri-mase, pover’uomo. La visione insistita della moglie nuda com’egli non l’aveva mai vista, abbrancata avidamente al suo ufficiale, la carne è uno spettacolo emozionante, gli fu probabilmente fatale.

Il maestro risultò essere morto di cuore in un albergo equivoco della periferia Est, sulla Tiburtina. Niente di più risultò. La moglie, scon-volta dalle cattive abitudini del marito, che aveva scoperte nella ferale circostanza, vendette casa e negozio e si prese un appartamentino in cit-tà. Il pretore finì in macchietta, ripetendo a tutti non creduto la storia del-la bella Linda, del gran sedere e delle cosce abbrancate alla schiena del-l’ufficiale, che evidentemente avevano sconvolto anche lui.

mercoledì 3 agosto 2022

L’amore è cieco

“Amo tutto quello che amo”, diceva Colette, che possedette gatte, cagnolini, duchesse e uomini barbuti. Per un motivo analogo Angelo Torretta, di professione verduraio, non aveva creduto ai carabinieri, quando avevano detto di averla trovata a Roma in una casa d’appuntamenti in un seminterrato di via Sistina. Non ne parlarono nemmeno fra di loro. Evelina era giovane allora, e il sesso si godeva nell’amore, non per soldi con estranei. Né quando i carabinieri vollero farle un processo quale tenutaria di una casa in via Boncompagni, dove arrivava ogni mattina dal paese ai colli. Evelina si occupava all’epoca con cura di lui, che aveva battuto la testa cadendo sotto un’auto sulle strisce, con l’assicurazione e con l’avvocato non solo, ma accudendolo nelle ricorrenti stanchezze, senza mai una lamentela o uno scatto d’ira, e stimolandolo anzi a nuove voglie.
Il carabiniere Di Michele Angelo aveva ucciso perché i carabinieri in realtà insidiavano Evelina, la accusavano per esserne stati respinti. L’aveva ucciso con la sua propria pistola, del carabiniere. Il che conferma la strafottenza, quasi il senso di possesso, che i carabinieri venivano a manifestare in casa sua. Con questa argomentazione il verduraio Tor-retta confida che il giudice gli riconoscerà la legittima difesa. Non l’ha avuta nei vari gradi di giudizio. Ma continua a confidare in un altro giudice.

La donna è un continente sconosciuto, ha detto Freud, che ci ha fatto sopra una fortuna. Queste vicende sono tracce che vi si perdono.

lunedì 18 luglio 2022

Budda non salva la scrittura automatica

Cinque taccuini di “scrittura automatica”. Che Ann Charters, la studiosa di Kerouac, dice scritti così: “Era solito accendere una candela e starsene seduto tranquillamente a trascrivere i suoni che venivano dalla finestra”, Kerouac viveva allora col poeta e buddista Gary Snider in una baracca, nella campagna fuori San Francisco, “prima di rivolgersi alla propria interiorità e buttare giù pensieri e immagini mentali”. Un guazzabuglio., parole in libertà – ed era edito negli Oscar.

Non c’è niente di edito del genere, se non forse l’ultimo Joyce, “Finnegans Wake”. Che però era un progetto, la confusione delle lingue – delle tante lingue che Joyce in qualche masticava. Il traduttore, Luca Guerneri, lo sa, che precisa: in “Finnegans Wake” “l’autore garantiva di poter giustificare ogni scelta lessìcale”, qui è “il linguaggio che insegue se stesso, si incanta su se stesso, si fa mantra che frantuma il senso in suono, parola che insegue un suono”.

Buddha c’entra. Charters ricorda che “al 1° aprile 1956 sono ormai cinque anni che Kerouac lavora su testi di scrittura spontanea”, reduce da sei romanzi, una racconlta di poesia (”San Francisco Blues”), e un libro di scritture buddiste (“Dharma”). Qui Budda ricorre a ogni pagina, Guerneri lo spiega in nota con i riferimenti. 

Un doumento d’epoca. C’è anche “Volare” – “che cos’è l’azzurro, volare” – che Modugno cantò a Sanremo nel 1958. Non se ne salva niente.

Jack Kerouac, Vecchio Angelo Mezzanotte

domenica 3 luglio 2022

L'amore sottile

Il matrimonio del signore e della signora Dido fu totale. Lui curò sempre che lei non s’impensierisse, non più di quanto le sue malattie comportassero, che le venivano, gravi, una ogni sei mesi, poi ogni quattro mesi e infine ogni due, comportando le visite di tre specialisti, per un consulto accurato, innumerevoli analisi nei luoghi più diversi della città e numerose medicine. Le più aggiornate delle quali talvolta bisognava far venire dalla Svizzera o dagli Stati Uniti, che lui concordava con lei fosse meglio non prendere. Si vestiva la mattina al buio per non svegliarla, apriva e chiudeva la porta di casa con la chiave per evitare lo scatto, organizzò la sua giornata in modo da poterla sempre accompagnare, poiché una delle malattie comportò la cecità, seppure temporanea, e quindi l’impossibilità di guidare. La loro storia Alberto Savinio personalmente mi raccontò una notte fra quanti lo leggono.

Lei si lamentava sempre di fare con lui una vita difficile, ma ne apprezzava la capacità di organizzare svaghi, uscite, gite, viaggi, e ne ricambiava l’amore, lasciandolo fare, anche la spesa, due e tre volte al giorno, quando le veniva in mente una cosa da comprare. La svelta silhouette rafforzò così considerevolmente, creandosi altri non pochi problemi di salute, a volte anche reali. Non se ne privava un momento, e la compagnia avrebbe voluto perpetuare a notte fonda, svegliandolo quando lui si era appena addormentato, il vecchio trucco dei torturatori senza parere, per un ennesimo scambio di confidenze, dopodiché istantaneamente si addormentava russando beata. Lui si studiava di prevenire ogni disappunto di lei, per consentirle una vita il più possibile gradevole. Un problema tormentoso fu a un certo punto la dimensione del portoncino, stretto a un’anta, quando lei cominciò ad avere problemi ad attraversarlo, per il quale infine predispose ingegnoso l’allargamento, con l’inserzione di un architrave a protezione del muro portante. Ma non fece in tempo: un giorno il suo cervello, che si era svuotato, cessò di funzionare. Si era fatto così sottile che il suo corpo lo passarono sotto la porta.

P.S. – Il genere della parabola si può rigirare – qui sarebbe di aiuto lo (la?) schwa.

 

venerdì 24 giugno 2022

Ama de casa

Lisi ha la bellezza creola languida, stanca dell’esperienza più che degli anni. La vita in due continenti può essere faticosa. È in viaggio da Lima, dove è cresciuta con una ama de casa, una serva che la famiglia accudisce. La quale ha fatto sirvina cui, avendone una figlia. La figlia è cresciuta in casa come una figlia, ha fatto le scuole, e veniva preparata a un lavoro da segretaria. Ma ha fatto sirvina cui con un venditore ambulante di una barriada, nella quale è scomparsa. Sirvina cui è il matrimonio incaico, senza obblighi per il padre. Anche la madre si è messa con un uomo. In casa le è subentrata una chucha, ragazza della selva, una selvaggia.

domenica 12 dicembre 2021

Gli africani sono troppo buoni per non essere mangiati

“Nero\Bianco”, n. 0.
Condorcet, il rivoluzionario, sostenne che, se gli africani sono cattivi, la colpa è degli europei, che hanno insegnato loro a bere l’alcol. Ma non c’era il buon selvaggio, e non c’è il povero buono. La decolonizzazione è l’ultimo regalo avvelenato dell’imperialismo, nelle forme della solidarietà. I popoli al Sud potranno a lungo nascondersi sotto le colpe dell’Europa. Uccidersi, distruggersi senza rimorsi. Fino ad aver consumato i doni che l’Europa ha lasciato, le scale connesse, gli intonaci, l’acqua potabile.
Non discendiamo dalla scimmia, dice Gobineau, ma lo vorremmo. L’Egitto andrà pure consegnato agli africani, ma quando? I tempi sono importanti. Se l’Africa disponesse oggi dell’antica civiltà egizia non ne sapremmo nulla. Soprattutto infatti scompaiono i bambini, anche se le statistiche non ne rilevano un numero sufficiente a far decrescere la popolazione, non mancando in Africa chi ne fa. E un progetto, benché perverso, d’igiene mentale emerge, risuscitando l’antica questione discussa a Valladolid se i neri hanno l’anima. Ora che i bianchi, s’intende, non ce l’hanno più.
Il povero Dio, se c’è, arranca, per Auschwitz e la stupidità: non si sa più chi combattere. L’imperialismo è ora di massa. È la nazionale di calcio, un collante sociale, per un volgare “mettiamoglielo in quel posto” con la sua supposta negazione, l’antimperialismo. La decolonizzazione è la continuazione dell’imperialismo con altri mezzi, i furbi, i lenoni, i ladri con socio locale, il Potere Elusivo, inclusa la bontà. Mentre le vie della rivoluzione restano impervie. Solo la rivoluzione culturale che la Cina ha ripudiato si fa strada in Africa, col machete: gli africani fanno pulizia di se stessi. Al suo ritmo presto si parlerà dei neri in Africa come di razza favolosa.
Negli anni Cinquanta Albert Bruce Sabin e Hilary Koprowski ricercavano insieme un vaccino antipolio. Poi litigarono. Sabin, immigrato povero dalla Bielorussia, provincia dell’impero sovietico, si rifiutò per ragioni morali di brevettare l’antidoto. Si trattava di soppiantare il vaccino Salk, brevettato dall’industria farmaceutica, dagli effetti limitati. Sabin ci mise alcuni anni a sperimentare il suo vaccino con le autorizzazioni dei governi del Messico e dell’Urss. Koprowski ne poté invece fare sperimentazione estensiva tra le popolazioni del Congo Belga nel 1957, senza il permesso e il controllo di nessuno, col sostegno del governo americano. Non avendo cavie a sufficienza, Koprowski contaminò il suo vaccino con ceppi sanguigni di scimmie locali, con grave rischio d’infezione. Sabin denunciò questa pratica inutilmente, finché, nel 1960, il suo vaccino di libera produzione non sconfisse la polio. C’è spazio per la libertà. Ma c’è di peggio che assumersi il fardello dell’uomo bianco: c’è il vezzo dei nuovi ricchi di buttare i rifiuti sui poveri. È qui il senso della loro fuga, e la sostanza dell’imperialismo, che oggi si camuffa con l’aiuto allo sviluppo.
Il vezzo è dei germanici, gli scandinavi in particolare e gli americani, cioè i più ricchi di tutti. Che terrorizzano il mondo con le loro crisi periodiche, la droga, l’alcol, l’obesità, l’economia. Si salvano la coscienza con problemi che loro stessi creano, le mine antiuomo, il colesterolo, l’eugenetica, l’effetto serra, e anche questi ributtano sul resto del mondo. Sempre i ricchi si sono lamentati, ma ora esagerano. È ruttare sul mondo la sazietà, non c’è povertà nichilista. L’imperialismo vero resta dell’Occidente sull’Occidente, una guerricciola endemica interna, magari per scongiuri. Gli altri non sono abbastanza ricchi da stimolare l’avidità. Ecco perché l’antimperialismo è brutto. Se è qualcosa, dovrebbe essere la libertà. Non può dare più case, più strade, più ospedali, più scuole, perché è meno ricco dell’imperialismo. Può e dovrebbe dare onestà e rispetto degli altri, della legge.
Ci sono dei criteri: non ci può essere antimperialismo contro antimperialismo. Né socialismo contro socialismo: hanno ragione quelli che, scampati alla forca del comunismo, sono restati comunisti, c’è un solo comunismo. È diverso per le vie nazionali, eurocomunista, latina, lusitana, africana, afroshirazi, animista, panaraba, confuciana - e scintoista no, anche buddista, e yoga? Basta la parola, direbbe la pubblicità, socialismo è un abito, un profumo. Il senso del Terzo mondo è - era quando c’era un Terzo mondo, ma vale anche per gli epigoni sparsi - un platonico terzo regno di Frege: un mondo di petizioni di principio, per salvare l’anima nostra, non gli africani (Frege, barba bianca, modi semplici, non era preso sul serio a Iena nel 1917 all’università). L’Occidente, volendogli dare una colpa, ha prevenuto la decolonizzazione catturando gli animi: li ha sintonizzati sul possesso, furberia, sopruso, avidità, prima che sull’alcol e li gestisce con la crisi. L’Occidente è furbo, per questo Ulisse vi è popolare. Ma nessun indio, nessun africano, nessun arabo, nessun asiatico ha bisogno di lezioni in questo campo.
E c’è chi dice l’Africa priva di storia. Mentre non è piena che di rovine. L’Angola, il paese più ricco al mondo, è il più povero. E il Gabon, grande quanto l’Italia per un milione di abitanti, coi tanti minerali e l’okumé, con cui si fa il compensato? Il compagno Nkrumah, l’Osagyefo, redentore, è morto nella vergogna, aveva trecento statue. Il maestro Nyerere applicava l’Ujamaa, la fratellanza del socialismo di villaggio, per ridare un ruolo ai capi, il legittimismo è l’ideologia africana. Obote invece è svanito con tutto il socialismo, e l’ottima università di Makerere, per lasciare l’eterna primavera a un caporale, Amin. Il problema vero è che gli africani sono troppo buoni per non essere mangiati.

martedì 2 novembre 2021

Il giorno dei morti

Cimitero
C'è luce, ma senza domani, 
Fiori che ridono senza profumo,
E pure il passato
Torna confuso
Eccetto che di una cosa, 
L'amore dei morti per il figlio
Anche da vecchi, malati, umiliati, 
Il sorriso dentro generoso.

lunedì 21 giugno 2021

I figli vengono bene

La donna che fa i lavori in camera in albergo si è sposata giovane con un rappresentante della Necchi. Erano belli nella foto che ancora conserva. E aspettavano la cicogna guardando dalla finestra. Poi lui ha dato in smanie, e il parroco le ha fatto avere l’annullamento. Si è risposata tardi con un vedovo, avanti con l’età, e hanno avuto un figlio. Che è già grande, ogni tanto la porta o viene a prenderla in macchina. Lei ne è contenta per un motivo di principio
Non è vero che i figli venuti in età tarda hanno problemi – ripete. Sua sorella ha sposato un montanaro di città. Che dopo qualche anno l’ha lasciata poiché non avevano figli. Lei, che fa anch’essa i lavori, s’è messa con un insegnante scapolo, anziano ma scapolo. Ed è finita che hanno avuto una figlia. Che è ancora piccola ma molto intelligente. Adesso andrà alla media, e poi anch’essa a lavorare.
 
 
 

domenica 13 giugno 2021

Genitori

Si vive con il padre e con la madre e poi a un certo punto non più. Sono incapacitati, o sono malati, col tempo muoiono.

sabato 5 giugno 2021

Padri e figli 2

I genitori sono ingombranti, i figli no.