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martedì 14 luglio 2026

Secondi pensieri - 587

zeulig

Diritti – La cultura woke o “critical theory” non è – non era? – una teoria ma un manifesto. Uno dei tanti per l’affermazione dei diritti. Nell’“età dei diritti”. Che si vogliono “tutti subito”, e benché minoritari e talvolta perfino isolati, totalitari. Oltre che imperativi.
 
Fascismo – Si evoca, ubiquo, ma non s’incontra. Non nell’Europa che ha virato a destra, o in  America (non c’è capo dello Stato che ha parlato e parla più profusamente e dilettevolmente del presidente Usa Trump con i media, appassionato dell’informazione, quindi della libertà d’opinione), neppure nelle solite dittature sudamericane, di destra e di sinistra, non nella Russia di Putin. Con l’eccezione probabilmente della Cina di Xi, tornata stabilmente al culto della personalità, discreto ma rigido, di radiazioni e sparizioni senza spiegazione, e della fucilazione, senza nemmeno processo. Non ne ha l’armamentario, violento (pestaggi, tortura, assassinii) o estetico (culto della forza, simmetria, perfezione). I canoni politici – razzismo, nazionalismo, governo forte – non ha rigidi. È parlamentare e costituzionale, pluralista, per la libera opinione – non controlla i media, di più li subisce. Non è demagogico o impositivo , è anzi minoritario, ne ha il complesso – “scusate se esisto” e quasi “scusate il disturbo”. È “atlantico”. Diffida del mercato, ma nella giusta misura.
La sua evocazione connota o esprime - esaurisce - la sinistra europea, la vacuità. Di una sinistra che era anticomunista (antibolscevica), ma si è dissolta col bolscevismo.
 
Occidente – Gioca in difesa. Caratterizzato, storicamente e culturalmente, come espansionista, è adesso in America e in Europa difensivista, si direbbe nel gergo del calcio.  Si può anche dire che il suo caratterizzante imperialismo, in atto, sempre come legge del migliore, il suo carattere distintivo, continua a giocarlo da difensivista. Ma è un fatto che si sente sotto minaccia, e quasi sotto scacco. Per il vulnus demografico più che di potenza  militare od economico. Per una sua diminutio interna.
S’identifica e impone i “diritti”, come sua bandiera. Ma, sotto specie sempre superiore e inoppugnabile, di fatto come minoranza, per quanto dominante nella comunicazione e, naturalmente, nel buon diritto. I “diritti” non sono la sua frontiera espansionista, quella che per secoli e millenni lo ha caratterizzato – sono, al più, una sorta di ultima spiaggia (“non mi riproduco? ti sterilizzo”).
L’esplosione dei diritti è storicamente e sostanzialmente difensiva, e quasi una forma isterica di  richiesta d’aiuto. L’Occidente ha paura e lo dice.
 
È la libertà, vive e ha prosperato all’insegna della libertà. Da cui però oggi per vari aspetti si sente minacciato, comunque indebolito. Per una sorta di autocoscienza spinta al limite e oltre, autodistruttiva, dai “diritti” alla cancel culture. Per il coraggio di cui si è fatto insegna buttato oltre l’ostacolo. Ha paura di se stesso.
 
Remigrazione – I fautori amano esibire un amico o un congiunto, un figlio adottivo, un collaboratore, qualcuno (il generale Vannacci la moglie), immigrato e benissimo trattato. Anche solo il “vucumprà” della spiaggia, amabilmente intrattenuto a riposare all’ombra. È una costante dei “remigrazionisti” che si conoscono: tutti devoti e servizievoli, verso una qualche fattispecie di immigarìto, nero, infartato, cionco, disabile – bisognoso: il remigrazionista è molto generoso con i “bisognosi”. È solo la superiorità che vuole affermare, sotto la specie della generosità, più che l’opposizione o la negazione di un diritto – d’asilo, di residenza. Forse non c’è nemmeno razzismo (gli immigrati islamici, p. es., sono in vario modo fonte di ammirazione), giusto un sentimento personale di sovranità, più che il rifiuto delle leggi e dei diritti umani.
È una forma del nazionalismo, un suo modo di essere – il nazionalismo ne ha molti, non è mai morto benché criticato e rifiutato. Il nazionalismo è un sentimento di superiorità comunque esprimibile –anche da parte dei poveri e analfabeti che emigravano in Libia e in Africa orientale al confronto coi potentati locali, di peso sociale e tradizione storica.
 
Riso – Non è più dell’uomo. Non sarebbe proprio dell’uomo, argomentava già Darwin nel 1872, “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, per il solletico: provocava negli animali un gorgoglio, come nei bambini, una specie di risata. Ora uno studio dei primatologi Chiara De Gregorio, Marina Davila-Ross e Adriano Lameira su “Commnications Biology” dimostra che il solletico a un gorilla, orangutan o scimpanzé e a un bambino produce risate analoghe, con uno schema ritmico simile. Con la sola differenza, attribuita all’evoluzione-educazione, ma marginale: gli esseri umani (quattro bambini nell’esperimento) hanno nella risata un ritmo un po’ più veloce, e a differenza delle scimmie controllano le vocalizzazioni della risata, adattandola alle situazioni e ai contesti sociali.
 
Spinoza – “Un ritmo vagamente discusso, alla Spinoza”, ha all’improvviso un personaggio del romanziere Houellebecq nel romanzo “Annientare”, all’immagine di un “sabba di Yule” che una comunità buddista-tibetana starebbe celebrando.  Per dire del panteismo, dell’ “idea di divinizzare la natura”.
 
Storia – “La storia è qualunque cosa diciamo che è storia”. J.L.Borges, “Pierre Menard, autore del Chisciotte”.
 
 

martedì 16 giugno 2026

Secondi pensieri - 586

zeulig


Anima – Tommaso d’Aquino ci ha scritto sopra dunque 1.000 pagine  - quelle che ora si ripubblicano. Dove discute peraltro di trattazioni pregresse, oltre che di Aristotele – che tutte le questioni ha posto: da Democrito a Empedocle, da Talete ad Anassagora, da Platone a sant’Agostino, da Seneca a Tertulliano e Boezio. Scomparve per essere stata troppo arata?
 
Dio - “Dio è un ente solo per i peccatori”, spiega Meister Eckhart, per la convenienza del devoto, che “segue Dio come un cane segue la donna che porta le salsicce”. Mentre il destino è individuale e non si sfugge, si è soli al mondo.
 
Occidente È creazione europea beninteso, di Colombo prima di Toynbee. Ma anche dell’Oriente. Soprattutto arabo. Un mondo che per cinque secoli non ha contato. Alla caduta di Granada, che hanno perduto per faide loro, e alla sconfitta di Lepanto, una scaramuccia, l’islam turco e gli arabi avevano un terzo dell’Europa, con Costantinopoli e il Mediterraneo, e non hanno saputo che farsene. Finendo per non contare, se non giusto come pirati, predoni.
L’Occidente non è quello degli imperi, che si rispettavano, è il nemico, e nasce con la Eastern Question, la divisione del Medio Oriente. La verità è che gli arabi sono tribali, e quindi predoni e mercanti. Senza i persiani, i copti, i berberi, i turchi non avrebbero una storia, sanno solo accumulare – anche oggi, accumulano arte, sport, moda che non praticano. Dei tanti aspetti controversi di Israele uno certo è che ne ha messo a nudo la natura, d’incostanza e (relativa) insussistenza.  


Passione – È necessaria? “Chi si perde nella propria passione perde meno di chi perde la passione”, lo attesta sant’Agostino.


Scienza – Non ha il senso del limite, del ridicolo o funesto. La scienza non ha il senso del ridicolo, con tutte le sue scoperte, le profondità della psicologia, per esempio, o della biologia, così piatte. Potrebbe essere una buona tecnica, la scienza, e per tale va presa. Per esempio nella alchimia del potere, che si vuole arcano tanto è miserevole, si autodistrugge forse più di quanto distrugge.

Spinoza – “Un trucco vagamente disgustoso, alla Spinoza” ha all’improvviso un personaggio del romanziere Houellebecq in “Annientare”, all’immagine che si forma di un “sabba di Yule” che sua moglie starebbe celebrando con una comunità buddista-tibetana. Per dire del panteismo, dell’“idea di divinizzare la natura”.
 
Storia – “La storia è qualunque cosa diciamo che è storia”. J. L. Borges, “Pierre Menard, autore del Chisciotte”.
 
Demostene era spia del re di Persia. Il severo difensore della patria ateniese era al soldo del nemico. Alessandro Magno lo scoprì quando aprì gli archivi persiani. Non per questo Demostene era stato meno patriota per Atene contro Filippo, il padre di Alessandro. Ma sono più greci i macedoni, che combattono i persiani, o l’ateniese Demostene che ai persiani invece si allea, contro Sparta e i macedoni? Ermia, nobile amico di Aristotele, cui diede in moglie la Pizia, sua amante e forse sorella, doppiogiochista, messo in croce ebbe queste ultime parole: “Dite agli amici e compagni che non ho commesso nulla che non convenisse alla filosofia e alla dignità”. Per Ermia crocefisso Aristotele scrisse una bella poesia.
 
Verità – Sfuma nell’irrealtà quando tutto è “sedicente” – sedicente è l’atomica, il papa, la giustizia. Ma si conferma che i tempi sono mutati.


Incontestata è quella dei misteri – che si può anche dire dell’“Oriente”, dell’orientalismo. Che origina in Plutarco. Che attribuisce a Iside l’istituzione dei misteri, grandi e piccoli, o verità esoteriche riservate agli iniziati, nonché in Erodoto, Platone, Apuleio e perfino in Aristotele. Una serie di finzioni ne germinò, culminata in Orapollo, l’autore dei Hyerogliphica che in realtà non sapeva nulla dei geroglifici.
 
Avverso alla verità non è il dubbio o l’errore, è l’inganno.
Il resto è ricerca – “per tentativi ed errori”.

La verità Gregorio Palamas, il teologo santo bizantino, differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende da ciò che si vuole.

Rovesciare la realtà è prova d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre, dire bene il male e male il bene. La logica, anche del giallo, è semplice. Sherlock Holmes sa la verità, non la deve dedurre, cioè dimostrare – se non per fare rigaggio. Non ci vuole molto per capire. Il complotto è la politica, organizzata nei dettagli, governata, con tiranti, redini, frusta, annunciata, spiegata perfino. Il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno divino. La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è pure regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi degli sbirri. Però sono manifesti.

zeulig@antiit.eu

giovedì 4 giugno 2026

Secondi pensieri - 585

zeulig

Coerenza – Non è più una virtù. All’ombra dell’incoerenza della verità. O del primato del dubbio, “democratico”. Con spreco di W. Whitman, “sono vasto, contengo moltitudini”. Che non implica l’incoerenza - non c’è piega, quisquilia, vaghezza più coerente di Whitman, monotematico, perfino monotono. O di De Gregori oggi, il cantautore, sotto accusa per voler essere se stesso, coerente da sempre, contro il “pensiero unico” quando era una ghigliottina affilata – quando imperava (ma sempre dominane nella penisola, sebbene in colpa – e ora a destra dopo essere stata, mozzateste spietata, a sinistra).

 
Colonialismo – È praticato da Israele, indubbiamente – è dichiarato. Solo da Israele, a mezzo secolo dagli anni delle indipendenze (in automatico, senza più l’opposizione delle potenze coloniali). Solo da Israele. Come politica, di governo e parlamentare, quindi elettorale – di un governo cioè elettivo. Non su aree deserte, abbandonate o male amministrate, ma su superfici abitate e vissute, da popolazioni operose. 
 
Intellettuale – Litigano ultimamente sul concetto (ruolo, professione) intellettuali di destra, Veneziani, Buttafuoco, il ministro delle Cultura, la quale si caratterizza per essere anti-intellettuale. Checché i termini vogliano significare – ma un minimo comune denominatore c’è, è l’esercizio dell’intelligenza, condita da maturità (esperienza) e cultura (studi – non c’è, non ancora, un intellettuale ignorante). Tradizionalmente vagante tra due estremi – anche prima della prima sistemazione intellettuale del concetto, di Julien Benda un secolo fa: l’anticonformista (ora outsider, anche underdog) che di ogni evento e momento protesta l’inadeguatezza, anche con sottigliezza di argomenti e\o veemenza, “savonaroliano”, e il soldato combattente, della verità – di una verità, meglio se di parte, quindi professabile, come un tempo la santità\martirio. Indirizzato cioè a un impegno di verità, l’outsider di Said, senza attaches condizionanti, oppure a impegno sociale, l’intellettuale “organico” di Gramsci.
 
Si vuole “radicato”, moralmente, politicamente, anche etnicamente, ma nella condizione dell’
outsider, dell’osservatore esterno. Una forma di (auto)esilio.
È come dice Adorno nei “Minima moralia” (o “Riflessioni sulla vita danneggiata”): “È parte della moralità di non essere a casa nella propria casa”. Liberi cioè di usare il proprio raziocinio, senza pre-condizioni o preconcetti. Dello “sradicamento radicato” che in fondo è l’esercizio della libertà.
 
Libertà – Un esercizio, una pratica, non una condizione. Le stesse norme garantiste, costituzionali, sono un esercizio più che un dato, in aggiornamento (interpretazione, evoluzione).
 
La libertà è contraria all’uguaglianza – è piuttosto “a ciascuno secondo i suoi meriti”. Non classista,
ma sempre nel solco delle prime leggi contro la povertà a Westminster negli anni 1830, se il sussidio non favoriva il parassitismo.t
 
Storia – Va per sviluppi improbabili più che probabili, secondo la lezione di Morin? Per gli uni e per gli altri, certo. Ma le novità – improbabilità – sono il nerbo, il suo forte. La minuscola Atene dà scacco all’impero persiano mastodontico, due volte, per terra e per mare. Per essere poco dopo sottomessa da Filippo il Macedone, un predone – un troglodita per i canoni ateniesi. Che avrà un figlio, Alessandro, che conquisterà il conquistabile in pochi anni, a pochi anni di età.
 
L’impero romano ha introdotto i tempi lunghi della storia. Ma è una forma, più che un fatto – un impero modulare: adattabile, rinnovabile.
 
Le idee fanno la storia - anche le idee. La rivoluzione francese è stata mossa da un’idea, più che dal revanscismo politico-sociale: l’idea dell’uomo, dell’individuo, i diritti umani. Così come lo era stato del Rinascimento, altra rivoluzione radicale, sebbene indolore: la riscoperta dell’individuo, principe o artista, ma anche artigiano, religioso, e donna (c’è la donna nell’Umanesimo).
 
Verità – È nei fatti, negli eventi – gli accadimenti. Ma anche nella mente, come conoscenza e come comunicazione. Un processo di cui la maestria risiede nel totalitarismo – che è un fato bruto, di forza, ma spesso nella forma della persuasione, della “verità”. Secondo Hannah Arendt. Secondo Orwell, naturalmente. Ma questa si può dire una verità funzionale, a un obiettivo – la verità del totalitarismo, in Orwell e non solo, è che esso intende creare una sua realtà.
Arendt lo spiega in un appunto: “Se la filosofia occidentale ha sempre sostenuto che la realtà è verità, adequatio rei et intellectus, il totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi possiamo fabbricare la verità nella misura in cui fabbrichiamo la realtà”. Il dittatore totalitario non è Attila né Napoleone, non rapina, neanche per le sorelle. È un demiurgo, fabbrica realtà-verità, in-differente al rosso e al nero. E non per farci più saggi ma per coinvolgerci “nel deserto delle proprie conclusioni e deduzioni logiche astratte”. Il difetto è antico, stando a Bacone, che però è uno che crede, pure lui, alla verità: è di Aristotele, il quale la fisica fece dialettica, e la metafisica volle realista. Gli scolastici fecero peggio, abbandonando l’esperienza.                                                                                                                                           

zeulig@antiit.eu

sabato 23 maggio 2026

Secondi pensieri - 584

zeulig
 
America – È una repubblica presidenziale? Si è portati a crederlo, almeno da un secolo a questa parte, dai poteri straordinari assunti dalla presidenza F.D .Roosevelt, passando poi per la decisione del presidente Truman per l’uso dell’atomica, per la politica destra di Kennedy (Cuba, Vietnam, crisi dei missili), e ora Trump. Con quattro insorgenze parlamentari in 250 anni di indipendenza,  contro presidenti in carica, Andrew Johnson, Nixon, Clinton, Trump, fallite eccetto che nel caso di Nixon, più giudiziario che politico.
Hannah Arendt nel 1973, nel corso di un’intervista molto ragionata con la televisione francese, ne individuava il motivo nella Costituzione: “Lo scandalo Watergate ha rivelato una delle più profonde crisi costituzionali che l'America abbia mai conosciuto. Questa crisi costituzionale rappresenta, per la prima volta negli Stati Uniti, un conflitto aperto tra il potere legislativo e quello esecutivo. In questo caso, la Costituzione stessa ne è in parte responsabile.
“I Padri Fondatori non credevano che la tirannia potesse scaturire dal potere esecutivo, perché lo consideravano nient'altro che la semplice esecuzione, in varie forme, di quanto deciso dal potere legislativo; mi fermo qui. Oggi sappiamo che il pericolo maggiore di tirannia proviene proprio dal potere esecutivo.
“Ma se prendiamo alla lettera lo spirito della Costituzione, cosa pensavano i Padri Fondatori? Credevano di essersi prima liberati dal dominio della maggioranza, ed è per questo che sarebbe un grave errore pensare che ciò che abbiamo sia una democrazia. Un errore che molti americani condividono. Quello che abbiamo qui è un sistema repubblicano. I Padri Fondatori erano principalmente preoccupati di preservare i diritti delle minoranze perché credevano che in un organo politico sano debba esserci una pluralità di opinioni”.
 
Eguaglianza – “L’esperienza quotidiana fa riconoscere che i francesi vanno istintivamente al potere; non amano affatto la libertà; l’eguaglianza sola è il loro idolo”, Chateaubriand, “Memorie d’oltretomba”, XXIV, VI. Per poi concludere: “Ora, l’uguaglianza e il dispotismo hanno dei legami segreti”.
 
Fuori dal programma politico, l’uguaglianza è uno dei motori dell’ascesa sociale, ma per essere il motore dell’invidia sociale.


Emozioni – Italo Calvino fa professione e proposito di rifuggirne, in un articolo, “Del mantenere la calma”, pubblicato sul “Corriere della sera” il 13 giugno 1976, nel pieno del terrorismo, a Genova e altrove (ora nella raccolta “Saggi (1945-1985”, Meridiani Mondadori, vol. II, pp. 279-284): “Sono sempre stato convinto che dall’emotività non può nascere niente di buono, in nessun caso”. Appaiandola di fatto all’ansia.  Ha appena spiegato infatti l’abitudine, quando compra il giornale la mattina, “di saltare le prime pagine coi grossi titoli”, per non reiterare la tensione creata la sera precedente dai telegiornali, che rovina il sonno e i sogni. Facendo proprio, “meccanicamente… quel dispositivo mentale di difesa dall’emotività che ogni individuo possiede per propria salvaguardia interiore”, mettendolo “in funzione ogni volta che qualcuno, noto o ignoto, vuole impormi uno stato d’animo emotivo con un fatto creato espressamente, a freddo”. Ma, facendo la tara delle aggressioni, anche simpatetiche, anche domestiche, non confonde le emozioni con l’ansia? Come ha “creato”, senza emozioni? Come si è innamorato? Come ha coltivato tante amicizie? Lui come ogni altro – lui in particolare, che da redattore di Einaudi era così attento agli autori, al lavoro degli altri, anche sconosciuti?

Sapere - e anche un po’ volere - di non avere emozioni è oggi un programma informatico, detto Intelligenza Artificiale. 

Libertà - “Soltanto i popoli la cui intelligenza non è molto sviluppata sono liberi”, argomenta lo scrittore Malaparte nel suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, alla data Ottobre 1948. Per paradosso ma non del tutto: “Quella di libertà è un’idea primordiale, un’idea molto semplice. È l’intelligenza che corrompe questa idea primordiale”.

Il ragionamento fa continuare aggiungendo: “La stoltezza di un popolo è la migliore garanzia della sua libertà”. Da un inglese si fa obiettare: “Noialtri inglesi non siamo degli stolti. Eppure siamo liberi”. Per concludete: “Voi avete speso, sperperato tutta la vostra stoltezza per diventare liberi. E adesso sperperate tutta la vostra intelligenza per perdere la libertà”.
 
Tribalismo – Il presidente kenyano Ruto in Italia, conversando con i kenyani qui espatriati, ha fatto  dello spirito sui nigeriani, dicendo che parlano un inglese che ha bisogno dell’interprete. Una battuta, per dire che gli africani sono tutti “africani”, cioè neri, ma ognuno è diverso. Senza conseguenze, non tra Kenya e Nigeria. Ma la BBC ne ha fatto un caso di persistente tribalismo – come dire: l’africa è sempre Africa.
In effetti, del tribalismo si tace, una forma di politicamente corretto. Le ultime indagini risalgono agli anni 1960, di Colin Turnbull sul “Popolo della Montagna”, la tribù degli Ik, alla frontiera tra Uganda, Sudan e Kenya, che si lasciava morire.  Ma con molti casi di fatto, che tendono difficile evitare la categoria antropologica. Il massacro degli Hutu in Ruanda nel 1994. Molta politica israeliana oggi, e la stessa Costituzione. Così come le tensioni e le guerre fra la Russia e i suoi vicini, Georgia, Baltici, Ucraina, che considerano allogeni i russi, anche se da tempo nazionalizzati, nei tre secoli di impero russo, zarista e ooi sovietico. O proprio la Nigeria, fra i tanti Paesi ancora tribali, dove il Nord si vuole islamico, anche con la forza (il terrorismo), il Sud-Est si è voluto cristiano, con l’esperienza, e la guerra, del Biafra, e gran parte del Paese si professa animista. O il Mali, dove una guerra tribale, dei Tuareg contro tutti, è in corso da molti anni. Così com
e nel Sud Sudan. Persistenti peraltro le divisioni tribali sono nel mondo arabo, compreso il Nord Africa. In Libia, e ora anche in Algeria, dove è riemersa la divisione tra arabi e berberi. Tribale è la “costituzione materiale” dell’Iraq. E ancora di più dell’Arabia Saudita, un reame di 50 milioni di abitanti che si basa unicamente su accordi matrimoniali tribali, del fondatore Abdelaziz e dei suoi figli, che si sono succeduti alla guida del regno fino al re in carica, Salman.


zeulig@antiit.eu

venerdì 1 maggio 2026

Secondi pensieri - 583

zeulig


Identità – Non è un dato di fatto, è una percezione, variabile. Il trisnonno di Cesare Cases, rabbino a Reggio Emilia, la città del tricolore, si presentò a Napoleone Primo Console per rimproverarlo di aver distrutto l’identità ebraica con l’abolizione dei ghetti e delle interdizioni.  
 
Libertà – È “generale”, sociale – di una società ordinata alla libertà. Concepita per l’Individuo e sull’Individuo, è sempre possibile nella forma dell’anarchia, l’esito di ogni integralismo liberale-libertario. Ma allora dell’esclusione e del rifiuto. La libertà si vive – si gode, se ne beneficia, anche nelle forme della resistenza, della persecuzione, del martirio – se e in quanto è condivisa.
 
È liberazione – un processo. Per trials and errors, ma in ambito-ambiente adatto. Cioè tollerante. Della possibilità di errore.
 
Opinione pubblica – È sovrastante – illiberale – se non mediata senza pregiudizio, in dibattito tra pari (cultura, informazione) e su principi condivisi. Altrimenti inevitabilmente viziata, come lo è la comunicazione, che ha un emittente o mediatore e un recipiente – un maestro e un seguito. La libertà di parola libera sul presupposto dell’uguaglianza, di conoscenza, cultura, e in fondo intelligenza Senza questo correttivo la comunicazione parte aristocratica, bilanciata, tra un esperto e un fruitore, tra il colto o furbo o abile, e l’incolto, o credulone o succube. Implica la capacità o possibilità di capire, inquadrare, connettere, argomentare.
Per lo più è propaganda, con i mass media ancora prima che con i social.
Si salva per la parte informazione, ancorché a senso unico, da fornitore a recipiente, in quanto esperta, analitica, condivisa senza preconcetto.
 
È la base e il cemento della democrazia – il dibattito libero, la libertà di parola. Ma la democrazia implica che le parti debbano essere capaci di decidere a ragion veduta, di scegliere su presupposti definiti e chiari.
 
Storia – “Origina come mito”, e diventa una “memoria sociale” a cui si può fare riferimento “sapendo che fornirà giustificazione alle loro attuali azioni e convinzioni” – Ralph Turner, lo storico americano di Yale che fu tra i promotori nel dopoguerra dell’Unesco.
La “favola condivisa” di Napoleone?
 
Prevale il senso - quasi un piacere – della congiura. Che ha radici nobili, non si può non dire: prima di Étienne Gilson e l’avversata secolarizzazione c’è Héraut de Séchelles con le quattro innovazioni: la patria in pericolo, la legge dei sospetti, il piede nei due blocchi, l’ateismo religioso – centauro oggi socialfascista, fasciocomunista, già cattocomunista e repubblicocomunista.
 
Tecnica - Un secolo di filosofia contro la tecnica e la democrazia livellatrici, a scapito dell’individuo e la sapienza, manovrato, si direbbe con vecchia terminologia, dal Maligno. Non grande filosofia, inclusi i nichilisti massimi, Heidegger, Jünger, Nietzsche stesso, benché calligrafi – ma, poi, l’anarchia finisce in reazione? In alternativa al tomismo, Lumi compresi, s’è trovato il niente, o l’ateismo di Sartre e Malraux, che solo si vogliono falsari e ladri - specialmente di fighe, quelle che aprono la bocca allo stupore. Questa in sintesi la filosofia ultima dei massimi sistemi: il rifiuto della tecnica, cioè del mondo, cioè di sé e dell’essere – nel mentre che se ne tenta, seriosamente, l’infantile duplicazione o clonazione, prima corporea ora mentale. Meglio ridetto: il rifiuto di sé, che si camuffa da rifiuto del mondo, cioè dell’incolpevole tecnica, e s’adagia nel complotto, che si vuole progetto. E la vita intristisce. Con l’intellettuale ridotto a mosca indiscreta che pensa d’avere in mano il fulmine e scaglia punture. Agevolando il progresso, se promuove l’Autan.
La rivoluzione è stata igienica con Semmelweiss, consumatrice col fordismo, una sirenusa, e con l’automazione e l’IA punta ora sul tempo libero – che si vuole, surrettiziamente “liberato”. Ma non si può dire.


Verità - La verità Heidegger differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende da ciò che si vuole.
 
La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è pure regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi degli sbirri. Però sono manifesti.
 
La verità emerge ascoltando Beethoven suonato da Fischer. Beethoven ha sempre questo effetto, di liberare la mente. Quando tutto è stato detto, la verità è invece un’altra. La verità è sempre semplice, la verità delle cose, quella delle persone anche, non ha bisogno di applicazione, ma vuole mente sgombra.


zeulig@antiit.eu

mercoledì 22 aprile 2026

Secondi pensieri - 582

zeulig


Felicità - Per Nietzsche “la felicità diventa felicità quando si riesce a dimenticare”. Ora che dimentichiamo così in fretta, sommersi dalle “informazioni”, accresciamo invece l’infelicità? Di noi e degli altri.

Identità – L’identità s’identifica (realizza) in un rapporto di mutua necessità ed appartenenza. Non può essere a sé, isolata, esaustiva, si sa, si definisce in rapporto con l’Altro. È il tema anche di Freud, da ebreo professo “benché non praticante”, che sul tema si interroga nell’irrisolto “romanzo” “L’Uomo Mosé e la religione monoteistica”.
Riesaminando il “romanzo” di Freud, in “Freud e il non europeo”, Edward W. Said riflette che nessuna identità (collettiva, nazionale) è possibile “senza la repressione di questa frattura, di questa mancanza originaria, dovuta al fatto che Mosé fosse egizio, e che perciò rimase sempre al di fuori dell’identità dentro la quale così tanti invece sono rimasti, e hanno sofferto – e più tardi, peraltro, persino trionfato”.
Said personalmente ne era ossessionato. Che nelle memorie, “Sempre nel posto sbagliato”, assegna all’identità un “estraniamento” continuo, interminabile, un costante displacement.
Said, come già Freud, sorvola sul fatto che Mosé, che ha inventato l’Esodo e creato l’ebraismo, col Dio monoteista, è rifiutato su base razziale – endogamica, di procreazione matrilineare.
Foucault la ipotizza come un espistème, insieme inconscio e consensuale – creazione culturale. Ma senza gli inevitabili punti o momenti di disaccordo o di controversia, come gliene fa l’appunto la storica Zemon Davis?

Intellettuale – Lo scrittore Paolo Di Paolo non ne viene a capo nella lectio inaugurale della Festa della Resistenza alla Fondazione Feltrinelli (anticipata su “Robinson”, 12 aprile). Se non con Gobetti, un secolo fa: “L’uomo di libri e di scienza cercherà dunque di tenere lontane le tenebre del nuovo Medioevo continuando a lavorare come se fosse in un mondo civile”. La caratura aristocratica, cioè, ma è possibile considerare il mondo incivile, e l’intellettuale profeta di gloom&doom, predicatore messianico? L’intellettuale come araldo e artefice della palingenesi, della “rivoluzione”, della fine della storia, del regno di Astraea?
Edward Said, che sul tema ha tenuto nel 1993 le Reith Lectures – la serie di lezioni annuali a tema della radio Bbc - lo vede con semplicità come è, o dovrebbe essere: un esiliato e un dilettante che ha o si prende il compito di “dire la verità” al potere, quale che sia, “anche a rischio di ostracismo o prigionia”. Dire la verità – che è contestata e contestabile, ma è doveroso esercitarvisi
Più spesso, e anche alle feste della Resistenza, dall’intellettuale si vuol la “trasformazione della realtà”. Che è impossibile, roba di magia - un po’, parecchio, assurdo più che presuntuoso. L’intellettuale per eccellenza, dacché, sarà un secolo, la categoria è stata nucleata, è Karl Marx, ideologo e anche organizzatore e capo di partito, occhiuto. In aspetto meno epico e radicale, come Gobetti, Gramsci, ma anche Luigi Einaudi, è studioso e applicato.
Fuori dall’“impegno”, ideale, ideologico, l’intellettualità si caratterizza per l’ambiguità. L’ambiguità  è il passepartout – un ruolo, una psicologia, una chiave letteraria – del riduzionismo intellettuale. Tipico della cultura urbana, che ininterrottamente fa la cultura dal Settecento, dall’unificazione cioè della cultura, fra colta e popolare, in un genere medio, borghese, regolato, con canoni classificabili e per questo semplificati. Per tutte le esperienze cancellate della narrazione – della rappresentazione – si supplisce con l’ambiguità: specchio, doppio, mimetismo, ermafroditismo. E per l’antico vezzo di celarsi.

Ipocrisia – L’età della verità, libera per tutti, non se ne può dire la celebrazione, dell’ipocrisia? 
Piacerebbe, certamente, dire le cose. Ma non sono più i tempi di Darwin: l’epoca è di riassetto e chiacchiere. Sembra l’opera di Borges, grande impolitico, la critica di un’opera che non esiste. 
E su tutto ondate di moralismo raggelante. Come dire: “Siamo nati tutti morti”, e calcarsi il sombrero in testa. Che forse non è una colpa. La storia, la piccola micragnosa storia, si lega per un fine filamento diabolico, la periodica insorgenza dell’argomentazione impropria, inconclusiva, che esclude la ragione e la realtà. A lungo, p.es., da un secolo e mezzo, nella forma della dialettica, che non porta in nessun posto (è un artificio retorico) ma si voleva sistema del mondo e del reale. 

Queer theory - Riduzionista, in quanto assolutista, come ogni teoria non veramente critica – o come ogni teoria, che più che creazione mentale si vuole realtà, esclusiva? È il contrario, nel caso, del termine: queer è ciò che sta in mezzo, strano cioè nuovo e un po’anche indistinto, liminale. Nello specifico, del rapporto uomo-donna, nasce dalla considerazione del rapporto costruito storicamente, culturalmente uomo-donna, delle rispettive caratterizzazioni, per decostruirle e depurarle. Ma fino ad annullare ogni differenza? Tutte le specie convivono, ognuna diversa dall’altra. 

Non una teoria, un manifesto. Uno dei tanti, per l’affermazione dei “diritti”, nell’ “età dei diritti”. Che si vogliono totalitari, oltre che imperativi. Al limite del disordine distruttivo – c’è un disordine creativo, che però si pone dei limiti.


Storia – “Un’arte di pensare - Natalie Zemon Davis, “La passione della storia”, 53-54) – che ci dà la possibilità di riflettere, di ritornare alla documentazione o di affrontarla con nuove domande,…. parlerei di un atto di fertilità, o di fecondazione”.  
La storia è “meticcia”, la storia e la storiografia - sempre Zemon Davis, p.81: “Troppo spesso ci si dimentica che la nostra storiografia è influenzata da numerosi dati concettuali che derivano dall’esperienza di conquista di altri mondi e dall’esperienza coloniale. Non è una creazione autonoma, è essa stessa meticcia. Il meticciato mentale è una vecchia storia. Ma si tratta pure di un problema spesso occultato, poco conosciuto. Tendiamo troppo a ignorare che nei fenomeni d’incontro tra culture e stili di vita non sono all’opera solo la violenza e l’incomprensione. Dalle esperienze imperialiste e di conquista scaturiscono fenomeni di amalgama, di scambio”.

Verità –  Ma c’è, endogamica, di procreazione matrilineare. 
C’è (anche) quella di Nietzsche, nel momento stesso in cui la nega(va).

zeulig@antiit.eu 


sabato 11 aprile 2026

Secondi pensieri - 581

zeulig


Esilio – “Perfectus vero cui mundus totus esilium est”. C’è, ci può essere, un apprezzamento, fino a  dirlo un privilegio, nel cambiare, nel dover cambiare, casa e Paese, anche se obbligati, e Eric Auerbach, costretto da Hitler a rifugiarsi a Istanbul, se ne è voluto alla fine compiacere con Ugo di San Vittore, dal “Didascalion”.
Ugo ne parlava nell’ottica della “vera vita”, nell’aldilà. Ma per Auerbach, e poi per Edward Said “Freud e il non europeo”, l’esilio “naturale” del teologo (tedesco di Francia) ha senso come proprio dell’antinazionalismo, della non riduzione al nazionalismo, nemico del mondo.
La negatività della condizione è però ora preponderante, a fronte del perdurare, se non di estendersi, di forme oppressive di potere in un’epoca di libertà di movimento. La dimensione del fatto ne muta la natura: ora l’esilio non ritorna con orgoglio.
La riflessione classica su questa linea di pensiero è di Hannah Arendt, “Noi profughi”, il saggio del 1943 confluito in “Ebraismo e modernità”: “Solitamente il termine «profugo» designa una persona costretta a cercare asilo per avere agito in un certo modo o per avere sostenuto una certa opinione politica. è vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo; tuttavia, non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un’opinione politica radicale. Con noi, il significato del termine «profugo» è cambiato. Ora «profughi» sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un Paese nuovo senza mezzi”.

Frustrazione - In fisica il termine viene usato per descrivere l’approccio all’equilibrio di sistemi tipicamente disordinati che può protrarsi anche molto a lungo nel tempo. Il primo impiego interessante della frustrazione si ha, per esempio, nei vetri di spin. I vetri di spin sono magneti disordinati che, pur osservati in un largo periodo temporale, sembrano non raggiungere mai un punto di equilibrio.
La scienza allontana gli ignoranti, perché non ne ha – non ne adotta – gli strumenti conoscitivi.
 
I
dentità– La comunità si celebra, da che mondo è mondo, in epopee di esilio e speranza: “Odissea” (ma anche “Iliade”),”Eneide”, saghe nordiche, “Esodo”, poemi eroici (chansons de geste).

 
Il comunitarismo, Usa anni 1980, poi l’identitarismo, in Italia leghismo, ora i movimenti MAGA, il nazionalismo sopraffattore. Una realtà mediatica, uno storytelling, che diventa politica e azione di governo, va veloce, e trascura la storia. Da cui si traggono realtà non disprezzabili. Il tribalismo, fermo negli studi
 agli africani, ai Pigmei e agli Ik di Turnbull, 1961- 1971, ma su cui si reggono i principati arabi del Golfo, con forti propaggini in Iraq (come sapeva Gertrude Bell, che l’Iraq disegnò), la Libia, e tutta l’Africa sub-sahariana. O il nazionalismo “archeologico”, che si costruisce radici lontane per propiziarne il risorgimento – il caso limite è Israele, ma la tendenza è forte in Spagna, e tra i berberi in Nord Africa, dal Marocco alla Libia.  

 
Postumano – Si assume il progresso, che è solo umano (l’evoluzione per adattamento non è il progresso, un progetto di diversità), come una macchina autonoma, che andrà meglio, comunque di più, dell’uomo. P.es. con l’intelligenza artificiale, di cui si vedono i limiti (tutti vedono i limiti), ma di cui si fantastica che dirigerà l’uomo – non per una fantasia, come si è sempre fatto, da Prometeo e anche prima, ma per “scienza”. Succede a ogni mutamento tecnologico di peso – ogni novità apre uno spazio di riflessione per macchine sempre più precise, sempre più servizievoli, e quindi “intelligenti”. Ma da qualche decennio con seriosità, e anzi – perché dirci contrari al progresso, perché reazionari? – con voluttà, con libero campo alle ipotesi. Con i robot, che semplicemente si prestavano a liberare il lavoro “alla catena” (e a ridurre i costi di produzione), poi con la rete,  google, e i social, la Ict, e ora con la Ia. Che sono tutti, robot esclusi, prodotti della “comunicazione di massa”, l’esito ultimo dello sviluppo democratico nel dopoguerra – finché è durata la pace, il periodo di pace più lungo della storia, in Europa. Per la cui lettura basta, volendolo, Marshall McLuhan - una lettura “tecnica”, più che della Scuola di Francoforte. Mentre sono andati subito perenti la clonazione – animale-uomo, dieci anni di chiacchiere - e altri sortilegi. Che si rinnovano ora con l’Ia, un “pacco” voluminoso e costoso (immensi falansteri di dati, che si nutrono di immensi flussi di energia), anch’esso elaborato come i robot, giusto per ridurre i costi di produzione.
A ogni innovazione si accompagnano nuovi specialisti. Curiosamente, oggi, tutti analisti della natura e del mondo. Scienziati. Un mondo di chiacchiere vane in cui tutto si vuole scienza, lo spionaggio non meno della complessità – la ricerca-invenzione, sempre definitiva. Con la turba dei sapienti dell’inconoscibile scatenata da Freud – “psicologi, sociologi, politecnici, psicotecnici”, diceva Montale (che però era conservatore), e tutti a vario titolo terapeuti, anche se non si sa di quale salute. E tutti “rivoluzionari”, risolutivi, comunque “radicali”, anche nella negazione del reale-tecnico.
 
La comunicazione di massa, il nostro futuro è tutto lì, a metà Novecento. Di cui si può dire con Montale, benché conservatore, oltre mezzo secolo fa (“Auto da fé”): “Come è possibile sostenere che la massificazione dell’individuo, l’imbottire i cervelli, l’appiattimento del singolo sulla massicciata del collettivo siano effetto del cattivo uso di macchine e invenzioni meccaniche, quando l’assetto meccanico del reale, già denunciato da Goethe, era nell’enciclopedismo e nella successiva rivoluzione industriale”? E “quale può essere il buon uso dei mass media in un futuro formicaio umano scampato a una guerra atomica?”
Anche senza bisogno di “scampare”, l’appiattimento è generale nella forma del gossip – dei social: l’unica comunicazione residua. Se il postumano è gossip….
 
Vandee - Si liquidano senza più le vandee, i movimenti di popolo - semplificare piace, non solo agli ignoranti: andrebbero analizzate. Specie la napoletana, benché per molti aspetti nota, e anche istruttiva. Per i lazzari erano giacobini i nobili, gli avvocati, gli esattori, e i preti. Non è una follia della storia che i napoletani poveri, dopo cinque anni di Repubblica, abbiano dato la caccia ai giacobini - anche se, in odio ai calabresi, sanfedisti, furono tentati di passare con la Repubblica.
Erano lazzari a Napoli, ma onesti contadini in Basilicata, Calabria e Salento. È lo stesso vizio della borghesia che si erige a società civile per dirsi eletta, intellettuale benché ignorante, e furba di necessità, si sa, per la condizione umana. Si potrebbe perciò dire che la vera borghesia in Italia sono i lazzari, la mafia. 

zeulig@antiit.eu



martedì 24 marzo 2026

Secondi pensieri - 580

zeulig
 
Ambiguità – “È come uno specchio che rifletta uno specchio che rifletta un altro secchio ancora”, è riflessione di Thomas Mann in visita in Texas dal linguista e filologo indo-europeo Prokosch, l’autore di “The History of Indo-European Languages” - in una conversazione raccolta da Prokosch figlio, Frederic, in “Voci”, 125. Specialmente intesa, e rivendicata, per la creazione artistica: “L’opera d’arte deve riflettere l’ambiguità che è nell’anima dell’artista, ma l’ambiguità dell’opera d’arte è ben diversa da quella dell’artista, sebbene l’ambiguità dell’una rispecchi l’ambiguità dell’altro…”.
Ambiguo – l’ambiguità vuole ambiguità?
 
Complessità – È in fisica concetto di forte valenza conoscitiva: è la scoperta- l’esistenza- di equilibri multipli. Basta rompere le “simmetrie delle repliche”, individuare la “simmetria nascosta”. Che sono, matematicamente, infinite – tante quanti i dati, o le ipotesi di ricerca.
Complesso è complicato. Ma anche imprevedibile. E quindi, in fondo, inconoscibile. Una constatazione di irriducibilità della realtà - la materia oscura, anche minima, subatomica. Dell’inafferrabilità della vita. Per la fisica e per la scienza in genere.
L’intelligenza artificiale, che pure si vuole maiuscola, ne è la controprova: un recipiente pieno di cose preesistenti – per quanto numerose, a milioni, a miliardi.
 
Dignità -L’uso della parola dignità (a proposito della “buona morte”, n.d.r.) mi ha sempre irritato”, protesta lo scrittore Michel Houellebcq su “La Lettura”: “La dignità viene evocata di continuo, a sproposito. Si parla di dignità per dire che si è ancora in buono stato, presentabili, insomma non tropo ripugnanti per gli altri. Ma non è affatto il senso filosofico, tradizionale, della dignità. Normalmente la dignità è qualcosa che non si può perdere, quale che sia il proprio stato di salute. Mentre la dignità, oggi, è legata al controllo delle proprie facoltà di espressione”.
Della vita social – altrimenti non è.
 
Egemonia – Quella “culturale” si direbbe una sindrome, a carattere fascistoide, proprio del partito Comunista – io e il mio Dio. Di cui si fa autore Gramsci. Mentre ricorre in Gramsci una sola volta nelle migliaia di pagine dei “Quaderni”, e in funzione del tutto accidentale.
Vale la pena citarne il luogo, per dirne l’incidentalità. È al § 3 del “Quaderno 29”, ca 1935, sotto il titolo: “Focolai di irradiazione di innovazioni linguistiche nella tradizione e di un conformismo nazionale linguistico nelle grandi masse nazionali”: Il conformismo non fa il paio con una “egemonia”, né culturale né politica.
Questa la notazione, come ripresa da Andrea Minuz, “Egemonia senza cultura”: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della linga, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”.
 
Freud – Freud in Africa? Anche in Asia - in India p.es., o in Cina. Anche tra gli alienatissimi coreani o giapponesi.
 
Inadeguatezza – Trova il su acme in Groddeck, “il medico massaggiatore Georg Groddeck, direttore di una clinica di Baden-Baden”. Nella pratica e nel “Libro dell’Es”, per tutto quello che ha scritto “ha sempre avuto in serbo la grande risata dell’inadeguatezza” – Ingeborg Bachmann, appunto pubblicato postumo, nella raccolta “A occhi aperti”, p. 203: “Inadaguatezza come risorsa terapeutica della psicoanalisi?” “Dell’inadeguatezza sua propria”, continua Bachmann, “di quella degli esseri umani, o degli scrittori; di alcuni come Goethe o Ibsen, ha dato splendide interpretazioni irriverenti perché coraggiose”, e sempre rispettose.
 

Intellettualità – Ne senso di privilegio, se non di prevalenza, si direbbe fascistoide, autoritaria - notabilare. Una sorta di patente autorilasciata di autorevolezza. La intelligencja sovietica, da cui è fatta derivare, era un orpello. In regime democratico si presume una prevalenza della riflessione, degli studi, sulla funzione, che dà autorevolezza – capacità di guida, leadership.
 
Intelligenza artificiale – Ma è un digesto, più propriamente un digest, la rimasticazione di quanto è stato detto, o è dicibile attorno a un termine, una questione, un evento, un mondo. L’esperimento del “Foglio”, di far fare il giornale all’intelligenza artificiale, lodato e vantato, non diceva nulla – se non che è inutile leggere il giornale?
È roba da burocrazia - se una pratica risponde agli (innumerevoli) requisiti richiesti. Da compito in classe. Da “conversazione all’inglese” – di rimasticature, laterali (uhm, ehm, il tempo, il tè, il prato).
 
Scienza – È vera, nel senso che i suoi procedimenti sono giusti, corretti, e gli altri sono sbagliati. Ma la verità non è mai evidente. Il probabilismo introdotto da Boltzmann, spiega il Nobel Parisi in “Le simmetrie nascoste”, “il caso molecolare che si “regolamenta” è nelle “possibilità”, per di più “partendo dall’assunto che la condizione iniziale fosse «casuale»….  suscitò critiche feroci di fisici estremamente capaci, tra cui il giovane Max Planck,, che successivamente si convertì al punto di vista probabilistico introdotto da Boltzmann,… Altre critiche furono fatte da fisici – come Ernst Mach, collega di Boltzmann all’università di Vienna e considerato da Albert Einstein un suo ispiratore – che negavano l’esistenza stessa dell’atomo” (mentre la politica gli dava ragione, si diverte a commentare Parisi: nel 1909, a Mosca, in “Materialismo ed empiriocriticismo”, Lenin “attacca Mach difendendo l’atomismo che era all’alba della teoria di Boltzmann”).
 
Perfezione - “La perfezione non è raggiungibile, anche se è stata resa dimostrabile” – I. Bachmann, “Preparazione a un’antologia di poesie di B. Brecht”, appunto manoscritto, ora in “A occhi aperti”, p. 231.
 
Umanità – “L’essere umano è notoriamente un essere oscuro. L’inesplorato restiamo noi. L’Es” – I. Bachmann, “Georg Groddeck”, frammento, ora in “A occhi aperti”, p. 205.
 
zeulgi@antiit.eu

venerdì 27 febbraio 2026

Secondi pensieri - 579

zeulig


Identità Screditata per ragioni politiche, nella polemica politica, ma solo chi ha radici è, può essere, cittadino del mondo – l’apolidismo, lo statuto del primo Novecento per i senza patria, quasi onorario, una medaglia al petto, non è più negli ordinamenti, e anzi è svanito, sostituito dallo statuto di profugo, che invece è qualifica identitaria. La ragione politico-legale innestando sulla condizione identitaria. Simone Weil lo spiega diffusamente lungamente in “Enracinement”, il radicamento (tradotto come “La prima radice”), scritto nel 1942 in esilio forzato. Ernesto De Martino allarga l’orizzonte alla società: solo chi ha radici, chi viene da un posto preciso e si collega a una comunità, interagisce nella società.
Ma, poi, nella stessa polemica politica si nega l’identità per affermare i diritti (l’identità) altrui – si nega una identità per affermarne un’altra.
 
Integrazione – Pasolini, sul “Corriere della sera”, il grande quotidiano della grande borghesia, il 15 giugno 1975 abiurava solenne dalla “Trilogia della vita”, i tre film sui racconti classici, cui aveva dedicato tre o quattro anni d’intensa attività e di vita: “Io penso che, prima, non si debba mai in nessun caso temere la strumentalizzazione da parte del Potere e della sua cultura. Basta comportarsi come se questa eventualità pericolosa non esistesse. Ciò che conta è anzitutto la sincerità e la necessità di ciò che si deve dire….  Ma penso anche che, dopo, bisogna rendersi conto di quanto si è stati strumentalizzati, eventualmente, dal potere integrante. E allora se la propria sincerità o necessità sono state asservite e manipolate, io penso che si debba avere addirittura il coraggio di abiurarvi. Io abiuro dalla ‘Trilogia della vita’, benché non mi penta di averla fatta”.
 
“Eventualmente”, Pasolini non vuole cortocircuitarsi, ama il suo pubblico. “Sincerità” e “necessità”, Pasolini è sempre stato un ideologo autoreferente – giustificazionista di se sesso, la realtà reinterpretando e risistematizzando a ogni giro di tempo o di strada – da vero Autore, senza mai darsi una pausa. L’integrazione è tema degli anni 1960-1970. Italiano, per via dell’ideologia “marxista-leninista”, in realtà comunista, del partito Comunista Italiano. Oggi dissoltasi, con la dissoluzione del Potere – dapprima militare (monopolio della violenza), poi militare-industriale (Galbraith), oggi tecnologico, nelle cose, impalpabile, benché non celato.
Due culture distinte, del potere e del non potere? Pasolini razzolava nelle “contraddizioni”, erano il fieno del polemismo, del giornalismo d’assalto.
 
Intellettuale - Si cerca e non si trova, in Italia come in Francia, Spagna, Germania, i paesi dell'intelligentsja, l’intellettuale di destra. Alberto Castoldi ha lasciato una dettagliata antologia degli “Intellettuali e Fronte Popolare in Francia”, nel1936-1938, in cui non trova posto per Céline. Né c’è posto oggi per Houellebecq, sì come autore poiché “funziona” ma non come intellettuale di destra – “non merita il Nobel perché è di destra”. Anarcoide di destra, come Céline – o sempre nel Novecento, Pound, Hamsun. E in Italia, ciascuno di loro a suo modo, anche Malaparte, Berto, lo stesso Gadda, antimussoliniano, o Pirandello. Mentre alcuni degli intellettuali più influenti del primo Novecento sono inequivocabilmente di destra – oltre i Céline, Pound e Hamsun, Mircea Éliade, Ionesco, Cioran. O il futurismo, anche nelle sue applicazioni sovietiche.
 
Stato – “Una formazione che ha avuto un’evoluzione diversa, lacerante, nelle nazioni latine”? È la lezione dell’allora cardinale Ratzinger alla Biblioteca del Senato il 13 maggio 2004: “Con la Rivoluzione Francese per la prima volta in assoluto nella storia sorge lo Stato puramente secolare, che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione mitologica del mondo e dichiara Dio stesso come affare privato, che non fa parte della vita pubblica e della comune formazione del volete. Questa viene ora vista solamente come un affare della ragione, per la quale Dio non appare chiaramente conoscibile: religione e fede in Dio appartengono all’ambito del sentimento, non a quello della ragione”. Ne è derivata una frattura – “un nuovo scisma”. Non risentito in Germania, “perché qui si è ripercosso più lentamente”. Ma radicale nel mondo latino: “Questa lacerazione negli ultimi due secoli è penetrata nelle nazioni latine come una frattura profonda, mentre il cristianesimo protestante in un primo tempo ebbe vita facile nel concedere spazio alle idee liberali e illuministe all’interno di sé, senza che la cornice di un ampio consenso cristiano di fondo dovesse in tal modo venire distrutta”,
 
Virtuosismi – Restano nelle arti legati solo musica, una prerogativa, dei pianisti e violinisti, forse per contagio dal jazz, ma era già un virtuoso Pagani, come Liszt, ed è rimasta arte di esecuzione – l’arte per eccellenza degli esecutori. Nel pianismo non c’è più, p.es., la serena classicità, naturale ma studiata, di Rubinstein o Benedetti Michelangeli, intesa a rendere, riprodurre, al meglio l’originale, come concepito dagli autori, Chopin, Schubert, Beethoven, ma un subisso di note, “interpretative”, variazioni sul tema, che unicamente testimoniano la bravura dell’esecutore – l’autore resta come pretesto, un tema del virtuosismo. Di creatività fanciullesca, di moltiplicazione-semplificazione di accordi, temi, arie, di costruzioni in forma di variazioni. E precarie, improvvisazioni, non ripetibili; per una impressione di meraviglia, per natura fuggevole, comunque di realizzazione volutamente passeggera – di cui resti la memoria ma non l’opera.
L’esecutore si vuole sempre più autore. Un personaggio, non solo un esecutore, ma per “quella” esecuzione, come una sorte d ri-creazione – in entrambi i sensi.

zeulig@antiit.eu

giovedì 12 febbraio 2026

Secondi pensieri - 578

zeulig


Declino – Arnold J. Toynbee, seguace e poi critico di Spengler, lega lo sviluppo a fattori sociali e religiosi, e il declino delle civiltà al loro deterioramento, dei fattori sociali e religiosi, o al loro abbandono - “le civiltà muoiono per suicidio, non per assassinio”.
È anche l’anamnesi di Santo Mazzarino, lo storico della decadenza. In sintesi, “la meditazione sulle epoche di travaglio e di radicali catastrofi è il più fascinoso, ma anche il più grave, dei problemi che si presentano all'umanità: è il problema stesso della validità di costituzioni che l'uomo amerebbe ritenere eterne, e che la travolgente vicenda può distruggere” (“Aspetti sociali del quarto secolo”, 1951).


Populismo – “Il gande silenzio sul crollo dei salari” (Marco Leonardi) ne è il motore principale – forse meglio detto “dei redditi”, perché molti lavoratori autonomi ne sono afflitti.
È cronologicamente e causativamente effetto del neo-liberismo di Milton Friedman e la Scuola di Chicago, detto anche thatcheriano e reaganiano: della dottrina e la prassi per cui l’arricchitevi sarebbe stato a profitto di tutti – di più: avrebbe fatto il maggior bene di tutti. Il liberalismo portato alla sua logica conseguenza, l’anarchia, o l’anti-Stato, in un’ottica di massimizzazione della ricchezza. Il populismo è l’effetto di una delusione.
In un primo momento la “reaganomics” sembrò la panacea democratica: riduzione delle imposte sul reddito e sulle plusvalenze (il risparmio investito è largamente diffuso in America), nel quadro di una riduzione dell’interventismo governativo, dei poteri pubblici di regolazione, con riduzione della spesa pubblica in quanto spreco e inefficienza – e aumento dell’offerta monetaria in funzione anti-inflazione. Misura tanto più ben viste in quanto l’inflazione era al 13 per cento, il prezzo del gallone di benzina (metro principale del carovita in Usa) era più che triplicato in sette o otto anni, dai 35 centesimi del 1973 a 1,20 dollari nel 1980. Con un calo negli ultimi due anni della presidenza democratica Carter di quasi il 5 per cento del reddito medio pro capite, e la perdita di 700 mila posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione record per gli Stati Uniti, attorno al 7 per cento. Sotto silenzio, ma non per molto, passavano i licenziamenti massicci nella Funzione Pubblica, i tagli alla spesa sociale, la moltiplicazione delle spese militari – per l’affondo che Reagan porterà all’Unione Sovietica, poco dopo negli anni di Gorbaciov.
La deriva verso il populismo è conseguente agli effetti fortissimamente sperequativi. Dopo un primo momento di euforia, per meno irpef e più dividend. Esteso attraverso la globalizzazione che si lanciava, la liberalizzazione del commercio -  la Cina fornitrice degli americani poveri, per abbigliamento, utensili, e anche alimentari.
I redditi non sono aumentati, non per i molti, mentre il welfare per i molti è sfumato, con la defunzione dello Stato – la proclamazione della crisi fiscale dello Stato.
Trump si inscrive in questa deriva in quanto è il tipo di quello che ne ha tratto personalmente profitto, ma conoscendone meglio il meccanismo prova a mettere a frutto anche la sua conoscenza – o esperienza, o fiuto politico: la delusione, il populismo.
Si capisce con Trump che il populismo serva – possa servire, ma finora non è servito ad altro – alla ideologia dominante: una protesta generica, una insoddisfazione, senza un programma o un’idea di azione. Una protesta fine a se stessa. Come quando si è dispiaciuti per una morte, per la sofferenza di qualcuno, ma inermi, giusto genericamente insoddisfatti.
 
Il liberismo è matematicamente motore di disuguaglianza – seppure nel quadro di una moltiplicazione della ricchezza complessiva. A meno di “ristori” o contrappesi della Funzione Pubblica, perequativi, dello Stato. Per questo conduce al populismo, al riflesso condizionato degli scontenti – i più – in un un insieme in cui la ricchezza cresce.
 
Socialismo democratico – “In molte cose il socialismo democratico era ed è vicino alla dottrina sociale cattolica” – cardinale Ratzinger (poi papa Benedetto XVI), “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato”, conferenza alla Biblioteca del Senato, 13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”).
 
Sogno – È una ricostruzione. Anche quado la trascrizione è – fosse possibile – immediata e tal quale. La sua identità - ricognizione – è relativa (soggettiva). Può essere oggettiva nel senso del soggetto, del tempo – del suo tempo interiore.
Una trascrizione al risveglio non è la stessa di una posteriore.
 
È reperto teatrale dalle mitologie classiche, da Gilgameš in poi, Bibbia e Vangeli compresi (il sogno della moglie di Pilato), a Shakespeare e Ibsen - ma anche Pirandello: Pirandello sogna da sveglio. Curiosamente, è forse il tema più trattato dai filosofi, da tutti i filosofi.
 
Stato – “Per la prima volta in assolto nella storia sorge lo Stato puramente secolare che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione mitologica del mondo e dichiarando Dio stesso come affare privato, che non fa parte della vita pubblica e della comune formazione del volere”, card. Ratzinger, op. cit.. Per la prima volta con la Rivoluzione Francese. “Dio e la sua volontà cessano di essere rilevanti nella vita pubblica…Un nuovo tipo di scisma”. Poco avvertito nelle nazioni protestanti, dove le idee liberali e illuministe avevano da tempo “vita facile..,. senza che la cornice di un ampio consenso cristiano di fondo dovesse per questo venire distrutta”. Nelle nazioni latine, è la conclusione del cardinale Ratzinger, “questa lacerazione negli ultimi due secoli è penetrata … come una frattura profonda”. Radicalizzando il nazionalismo.
 
Verità – Gregorio Palamas la differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende d a ciò che si vuole. 


zeulig@antiit.eu

lunedì 2 febbraio 2026

Come ridere in serie, freddo

Una miniserie, sei episodi di mezz’ora, che non ha fatto in tempo a debuttare, un paio di mesi fa, ed  è già in lavorazione per un seguito - si punta al successo con il successo, una tecnica di marketing. Un mockumentary, un finto documentario della vita in una redazione impossibile, collegata alla pubblicità della società madre che si propone di rifuggire. Con equivoci a cascata.
Il problema principale di un episodio è perché i cessi pubblici si chiudono. Segue un episodio in cui due redattrici tampinano il funzionario che ha deciso la chiusura. Un terzo è una derivata in materia di cessi: le “mani pulenti” (guantate) al bagno invece della carta igienica che l’azienda proprietaria del giornale vende intasano le fogne. Da qui la necessità di uno show pubblicitario riparatore, per il quale è necessaria la battuta di un bambino, e quindi la lotta feroce per imporre al provino il proprio bambino. Nel mezzo l’acquartieramento provvisorio della megadirigenza nella redazione, di fronte alla quale il direttore s’inginocchia.
Non critica sociale, non satira, non umorismo inglese, non umorismo surreale: un misto di realtà (prodotti dannosi, pubblicità, provini, eccetera) demenziale. Un umorismo affermato, dai “Blues Brothers” Belushi e Aykroyd. Freddo.
Uno spin-off  di “The Office”: il gruppo della filiale di Scranton, Pennsylvania, della Dunder Mifflin, è ora al lavoro al “Toledo Truth Teller”, storico quotidiano del Midwest, Ohio, in declino, che prova a rilanciarsi con un nuovo direttore. Con una redazione “etnica”, italiana, ispanica, asiatica, afro etc., per pubblici diversi? Sabrina Impacciatore è la co-protagonista, una invadente Esmeralda Grant, già direttrice del giornale che fa la guerra al nuovo, impacciato (deve andare sempre al bagno, che non sa aprire), e incapace.
Greg Daniels-Michael Koman, The Paper, Sky, Now

mercoledì 28 gennaio 2026

Secondi pensieri - 577

zeulig


Ambiguità - L’ambiguità è un passepartout – un ruolo, una psicologia, una chiave letteraria – del riduzionismo intellettuale. Tipico della cultura urbana, che ininterrottamente fa la cultura dal Settecento, dall’unificazione cioè della cultura, fra colta e popolare, in un genere medio, borghese, regolato, con canoni classificabili e per questo semplificati. Per tutte le esperienze cancellate della narrazione – della rappresentazione – si supplisce con l’ambiguità: specchio, doppio, mimetismo, ermafroditismo. E per l’antico vezzo di celarsi.
 
Controversia – Un modo retorico, anche filosofico, di servire la verità, se i contendenti hanno lo stesso scopo – nei “dialoghi” di Platone. Tra rivali è solo lite mascherata
 
Inadeguatezza  È il disturbo in voga nella psicoterapia, specie fra i “creativi” – specie oggi ampia: una insoddisfazione che emerge come incapacità. Ma non contemporanea, non un dato psicologico nuovo. La conformazione migliore si trova forse nel ritratto che il “New Yorker” ha dedicato ad agosto, per la penna di Adam Gopnik, al suo redattore-scrittore della seconda metà del Novecento Joseph Mitchell, autore di un solo romanzo, “Joe Mitchell’s Secret”, nel 1964. “Mitchell era l’uomo più discretamente elegante del mondo, vestito con un abito – una lobbia, un gilet di maglia, una giacca di tweed – che sembrava immutato dagli anni Trenta, e parlava con un dolce ma sicuro accento della Carolina del Nord. Una volta, durante un pranzo al Grand Central Oyster Bar, il suo preferito, gli chiesi cosa avessero in comune A J Liebling, S T. Clair McKelway e altri della sua cerchia. «Beh, nessuno di loro sapeva scrivere», sussurrò. «E nessuno di loro aveva il minimo senso della grammatica». Sfatando quel mito, aggiunse: «Ma ognuno... ognuno aveva una sua personale, selvaggia esattezza». Una selvaggia esattezza! Riassumeva allora, e lo fa ancora, tutto ciò che chiediamo alla scrittura del New Yorker: un amore per i fatti e i dettagli fini a se stessi, con una folta ondata di passione a renderli significativi”. Uno scrittore, dunque, conscio dei suoi mezzi, dei mezzi per fare letteratura. Ma non scriveva, non più: “Insieme al mistero delle frasi di Mitchell, si celava un altro enigma: il silenzio perpetuo che caratterizzò i suoi ultimi anni alla rivista. Sebbene arrivasse ogni giorno in ufficio e la sua macchina da scrivere funzionasse sicuramente, non pubblicò nulla sulla rivista tra il 1964 e la sua morte, nel 1996. Cosa lo fece tacere? Sebbene ci sia molto da dire a favore di un programma di abbondanza nella scrittura – amiamo coloro che muoiono con l'armatura addosso, come Updike e Dickens – il ritiro non è necessariamente nevrotico”.
La spiegazione può essere questa: “Mitchell… aveva un gusto perfetto, e sospetto che fosse diventato sospettoso – forse ingiustamente – della propria capacità di raggiungere l’obiettivo che aveva in mente”.
 
Int
uito - “Delle azioni umane non piangere, non ridere, non indignarsi, ma capire”, Spinoza pare abbia detto. Piangere no ma ridere sì, e indignarsi, e capire. Non è vero che non si capisce. Forse con la ragione, altrimenti si capisce: non c’è la logica complessa detta intuizione, derivata dall’indecifrabile istinto? Sanno tutti che succede.

 
Nichilismo - Può darsi che, se il vuoto è il pieno, il nulla sia tutto. Si capirebbe allora che Luigi XVI, il giorno della presa della Bastiglia, abbia potuto annotare nel diario: “Nulla”.


Realtà – Schiller il grande stile vuole arte del tipico e del generale. Ma questo è Salgari, che sempre ama e esalta il coraggio, la lealtà, l’amicizia fedele, la cortesia, pur in mezzo alle avventure, anche violente. Ecco perché uno vorrebbe trovarsi in un romanzo di Salgari, dove tutto è elevato, sublime, eroico, perché pura è l’intenzione di chi viene raccontato. Ma la realtà è mutevole, se trentatré variazioni sono possibili, con la mano sinistra, su un walzer, non famoso. O lagnarsi tacendo in cinquanta canzoni diverse. Mentre la forza delle idee è grande.
O non lo è? Volendo, il Novecento, e l’Ottocento, sono tutti in Bentham. Che, dice l’enciclopedia, “argomentò a favore della libertà personale ed economica, la separazione di stato e chiesa, la libertà di parola, la parità di diritti per le donne, il divorzio, i diritti degli animali, la fine della schiavitù, l’abolizione delle punizioni fisiche, il libero scambio, la difesa dall’usura, restrizioni ai monopoli, tasse di successione, pensioni e assicurazioni sulla salute. Ideò un nuovo tipo di prigione, che chiamò Panopticon. Creò l’Università di Londra, la prima laica, distinta cioè dalle tradizionali università inglesi, religiose, di oxford e Cambridge”. Ma pensare non basta, e può servire da scusa. Grigia è la teoria, verde l’albero della vita, questo il contadino lo sa, prima di Goethe e Mefistofele. E non è che uno sciocco, dice il poeta, chi esita a varcare il fiume aspettando che l’acqua smetta di scorrere.

Reticenza – Kojève ne fa una ermeneutica: un enunciato va letto per ciò che non dice più che per ciò che dice, per il mimetismo dell’autore. Un’avvertenza non inutile, attorno al fregolismo della verità.

Sionismo - Pierre Pachet, “Autobiografia di mio padre” p. 77, esuma l’“apporto dello psicologo e psichiatra Max Nordau alle teorie di Herzl” – cui si fa ascendere l’origine e la formulazione del sionismo, o della patria ebraica: “Secondo lui l’ebraismo europeo soffriva di una degenerazione fisica e morale dovuta alle condizioni di vita e al distacco dall’ambiente agricolo e campagnolo, per sua natura nutritore. Alcuni aspetti del carattere ebraico ne erano usciti ipertrofizzati; altri, più vitali, si erano affievoliti. Di qui la speranza di rigenerare il popolo ebreo - popolo e non «razza» -  a contatto con la terra di Israele”.
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia, lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia, lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Però è vero che l’ebreo si contraddistingue, nella millenaria migrazione dei popoli, forzata o   volontaria, per un fatto biologico – non nazionale (stanziale), linguistico, storico. Questo è proprio del nomadismo. Che nel caso di Israele (sionismo) approda alla stanzialità.
La costituzione di Israele – l’approdo del sionismo – che ultimamente ne ha preso atto è giudicata negativamente da molti storici, anche israeliani. Ma è la presa d’atto di una verità.
 
Storia - Si lega per un fine filamento diabolico, la periodica insorgenza dell’argomentazione impropria, inconclusiva, che esclude la ragione e la realtà. Da un secolo e mezzo per esempio in forma di dialettica, che non porta in nessun posto ma si vuole sistema del mondo e del reale.
 
La storia è il reale, da Gaza a Teheran e a Minneapolis. Ma forse non in Ucraina. Il reale non è
quello che appare, l’interpretazione lo è - l’interpretazione come lettura del reale, non l’acrobazia logica.
 
La storia di se stessi è certo il proprio reale.
 
La storia sono i fatti, non la logica.
 
È la fine che dà senso alla storia, se la storia deve avere una fine.

zeulig@antiit.eu

sabato 17 gennaio 2026

Secondi pensieri - 576

zeulig
 
Grecia – I greci non sono greci, secondo molta filosofia tedesca, e soprattutto Nietzsche.
Per molti filosofi per l’“immigrazione dal Nord”.
Per Nietzsche filologo i culti greci più arcaici suggeriscono un’origine mongola. Mentre semiti (fenici) sono Afrodite e Zeus.
Nell’ultimo corso tenuto a Basilea, “Il servizio divino dei Greci”, azzardando un’analisi comparativa delle religioni del Mediterraneo in ottica quasi positivista, Nietzsche nega tutto ai Greci: non c’è una specificità greca, non culturale (e nemmeno “razziale”), non ci sono miracoli nella cultura greca, i greci antichi sono orientali.

Nietzsche parte dalla dissoluzione del concetto di razza: “Che cosa sono i «Greci di razza»? Non basta supporre che Italici, accoppiati a elementi traci e semitici, sono diventati Greci?” E dalla contaminazione: ogni “razza” è meticciato, ogni cultura contaminazione. La “grandezza greca” è proprio in questa capacità di assorbimento. Resta il problema dei “barbari”.
 
Inadeguatezza – Deriva dal culto di sé, e fa macchia d’olio, in quanto modio di essere comune.  L’insicurezza è l’esito dell’autocentramento.
Massimo Ammaniti invita ad “avere dubbi e riconoscere i propri limiti” come forma di autoprotezione, da psicoanalista di lunga esperienza e pedagogo: “Oggi molti vivono in modo egosintonico, ossia senza interrogarsi rispetto a sé stessi, senza il terzo occhio, quello che permette di riconoscere i propri limiti e le proprie difficoltà. Avere una percezione diretta, di sé e del proprio corpo, è un fenomeno molto diffuso”. Ma non rassicurante – non “formativo”: “Come nell’adolescenza, quando i ragazzi si guardano allo specchio e sono presi da ansie somatiche e ipocondriache: si parte dal corpo e si arriva all’identità”. Sartre, “L’essere e il nulla”, “descrive il senso di inadeguatezza e vergogna che si prova quando gli altri scoprono le proprie fragilità. Vedersi negli occhi degli altri oggi è tema centrale della psicanalisi. Prima era incentrata sul mondo psichico interno, oggi valorizza le relazioni, gli scambi, l’intersoggettività…”
L’egosintonia, paradossalmente, come un fattore di indebolimento – ansia, ipocondria, somatismi.
 
Populismo – Corre in rete, è la forma della rete.
Anche nella forma della critica della rete, della “tecnofobia” – di cui del resto fanno sfoggio i creatori e padroni stessi della rete.
È ragione più che sufficiente, da sola, della deriva sempre più ampia verso il populismo. Più ragionevole che non ragioni economiche o sociali. Mai l’umanità è stata così bene nella storia: in questi trentacinque anni di globalizzazione – che sono anche quelli della crescita della rete e del populismo – due terzi dell’umanità sono passati dalla sopravvivenza all’affluenza economica: unde populismus, dunque?
Si spiega così anche l’invadenza del populismo in ambiente politico e culturale che dovrebbe invece arginarlo o contrastarlo, come la Cina comunista.
 
La tecnologia è neutra, si dice. Ed è vero, si può anche pensare la rete come un immenso foro di formazione e di elevazione – di pace. Ma “il mezzo è il messaggio” di McLuhan non è meno vero. La tecnologia ha un suo essere, un modo di dire e di produrre – in questo senso non è neutra, poiché comunque incide, autonomamente. La regolamentazione degli effetti perversi non è a essa connaturata, richiese analisi e atti precisi – la tecnologia non si autoregola, non secondo criteri etici o logici (questi richiedono, oltre la consequenzialità, il limite, il senso dell’utile, della convenienza - del senso della stessa consequenzialità). Forme di correzione o di censura – di limitazione (di equilibrio, di pace).
 
Viaggio – “Il vero viaggio è un pellegrinaggio. Verso che cosa? E perché? Non lo so…. Non ha da avere giustificazione. È un pellegrinaggio, una scoperta e una sofferenza senza scopo. La ragione del viaggio è nello stesso viaggiare, nella contemplazione del movimento su cui si fonda” - Franco Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, p. 19, un riordinamento in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in America, scritto e pubblicato tardi, nel 2013 – a 87 anni, undici prima dela morte.
P. 22: “È vero che si parte, anche senza saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, un bene andato smarrito, ma non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un altro. Ma non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte alla ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso del viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto, un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di massa, ha un efetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorietamento profondo”.
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di massa, ha un efetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorietamento profondo”.
Anzi, è una sorta di esperienza religiosa: “Se religione, più che «legame» secondo l’incerta etimologia di «religio», è essenzialmente speranza di arrivare alla meta, intravista anche da lontano, allora il viaggio, ogni viaggio, è, almeno potenzialmente un’esperienza religiosa…. Un pellegrinaggio, sia pure verso il santuario sconosciuto o addirittura inesistente”.
Ma è anche vero (p.24) che “si viaggia sempre più in fretta, con la golosità di una bulimia indifferente ai contenuti, sorda alle situazioni, cieca di fronte alle differenze. Si diventa dei lavandini. Il menù è sempre lo stesso. I viaggi si sono stemperati in un solo linguaggio: un linguaggio «basic», semplificato, privo di risonanza, fatto di informazioni
puramente esterne, rigorosamente fattuali. Tutto è preciso, ma nello stesso tempo sciapo, prevedibile, scontato, quasi come la cucina di un vagone ristorante. La varietà cede il passo all’uniformità. La diversità si scioglie nella «sameness», cioè nella «istessità». Avanza il cosmopolitismo anonimo, frenetico e impersonale.

zeulig@antiit.eu