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martedì 24 febbraio 2015

Il mondo com'è (206)

astolfo

Comunismo – La “via italiana” al comunismo, da Togliatti a Berlinguer, si è estinta con l’Urss. Con la caduta del Muro e la deflagrazione dell’Unione Sovietica. Non ha retto all’abbandono della Russia, del partito guida. Uno dei tanti fatti molto evidenti di cui non si parla.
Non ha retto alla fine, nonché dell’ideologia, dei finanziamenti russi, che erano larga parte della sua organizzazione. Ha ancora avviato e vinto battaglie, contro i socialisti e i liberali, a opera degli ultimi colonnelli di Berlinguer: Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino. Ma battaglie da retroguardia, nella ritirata, nel mentre che si consegnava alla Dc. Grazie soprattutto all’apparato repressivo, dei giudici, le polizie, gli apparati redazionali, che controllava. Ma finendo ruota di scorta di banche e affari – del “mercato” – oltre che dal democristianesimo. Le sue ultime incarnazioni, Vendola, Boldrini, Enrico Rossi, lo stesso Bersani, sembrano maschere.

Ha accelerato la storia, ma ne è stato anche il rifiuto. In Russia e in tutta Europa, e anche in Cina, nonché a Cuba. “Una nuova civiltà” a Mosca è titolo di Beatrice e Sidney Webb, ma giusto per certificare la decadenza del giudizio politico inglese – in duemila pagine. Il comunismo è stato, dopo la Liberazione, sempre cadavere, se ne sentiva la puzza. Artur London, il comunista ceco sopravissuto al processo Slánský, per raccontarlo nel 1968, non era solo. Il croato Karlo Stajner aveva scritto dei suoi anni in Siberia, ma non pubblicava niente senza il consenso di Tito, non voleva nuocere al comunismo. Si può non capire niente. Quando Dubcek mandò London in televisione, la moglie Sonia, russa, che per vent’anni l’aveva atteso, gli teneva la mano, che non facesse anticomunismo. Ligio Zanini, altro memorialista, era invece uno di quelli, monfalconesi e non, che si erano fatti il lager di Goli Otok per difendere nel ‘48 il compagno Stalin dal traditore Tito.
Nessun comunista ha mai perso una guerra, è vero: Lenin, Stalin, Mao, Corea, Vietnam, Cuba. Eccetto quella per il comunismo: Breznev non poteva non fare la guerra a Praga, Gorbaciov non poteva non smantellare la baracca. E questa era la colpa dei comunisti, la verità che fingevano di non vedere: non c’era comunismo possibile, Mosca non lo consentiva, prima che gli Usa. Il genere umano ridotto a una sola testa era il disegno di Nerone, prima che di Stalin.
L’Urss non aveva mai destalinizzato. O Stalin era l’Urss.

Imperialismo – È anche un’opportunità. Per il giovane del Dodecaneso che faceva il marinaio a Venezia, o per il montanaro sudtirolese che faceva il fante a Roma, per il fellah curato in ospedale. Il nazionalismo è naturale, come il diritto alla casa, è parte della personalità, il diritto naturale lo protegge. Ma è solo una forma di possesso.
La libertà, anche, va con l’impero: l’orizzonte è largo, si impara, si gode, si guadagna di più. E comunque si è protetti da una legge: l’impero è anche legge, e spesso è la sola. Mentre il diritto naturale può essere – è stato in Africa e in Asia in questo mezzo secolo di indipendenza – conculcato e anzi nemmeno preso in considerazione.

Lavoro – Ha natura personale e privata, anche nelle grandi organizzazioni. Il sindacalismo nasce da questa esigenza, prima che da un disegno politico. Tra le tante mancanze che nella Mosca sovietica sorprendevano era, anche all’opera dove aveva le prime file riservate, il lavoratore – era come per le donne, che un tempo vi comandavano impavide (i Sauromati erano governati dalla donne, dicono Erodoto e Scilace concordi, le amazzoni). Lavorando tutti, lavorare era obbligatorio, non c’era più rispetto per il lavoro e il lavoratore. Da parte dello stesso lavoratore.
Si discettava allora di lavoro alienato senza vedere il lavoro forzato. Ma è vero che in quella società collettiva il lavoratore non c’era, se non nelle forme atipiche del sabotatore, l’assenteista. O del rivoluzionario, il salvatore, ma in chiave sempre di rifiuto.
Mosca negli anni di Breznev non era “1984”, poiché vi si facevano figli e c’era luce di giorno, ma era l’“umanità socializzata” che Marx auspica con la socializzazione dei mezzi di produzione. I tentativi di creare il lavoratore erano patetici: Stakhanov copiava l’uomo del giorno, o del mese, in bacheca nelle aziende Usa, solo mancava la foto ritoccata.

Nenni – Era storia moscovita al tempo dell’Urss, che avesse riconquistato nel 1948 il partito Socialista, che era passato agli autonomisti, con Malenkov, e le pelli e l’oro di Mosca. Malenkov era il capo del Pcus, il partito comunista sovietico, per conto di Stalin. Malenkov e Nenni s’incontravano a Praga al tempo delle purghe, e continuarono.
Malenkov era rotondo e pacioso, ma era uomo di mano di Stalin. Ne fu il successore e fece avere a Nenni il premio Stalin. Che poi Angelo Rizzoli, dopo il 1956, dovette  rifondere.

Possesso – Gli Usa si sono voluti a lungo, e tuttora surrettiziamente si pensano, “socialismo senza socialisti”. La patria delle uguaglianze. Ma confermando dunque che il socialismo è possesso, è “avere”.

“Il possesso si collega nella storia alla vittoria di Salamina, senza la quale le tenebre del dispotismo orientale avrebbero avvolto la terra”, spiega Condorcet. Cioè alla democrazia.

È stato il socialismo a indurre e generalizzare l’idea del possesso. Flaubert l’ha visto nel ’48, la rivoluzione della libertà, guardando le barricate da lontano, e l’ha dettagliato vent’anni dopo nella sua “Educazione sentimentale”, che invece è politica. A un certo punto i socialisti si smarcarono dai liberali, che ne furono atterriti e si segregarono. “Allora”, dice Flaubert, “la Proprietà montò nei rispetti al livello della Religione e si confuse con dio. Gli attacchi che le si portavano parvero sacrilegio, quasi antropofagia.”

È la chiave – l’appeal – delle rivoluzioni: il rivolgimento è come una presa di possesso. Grande è stata, è, l’avidità dei baby-boomers, la generazione della guerra che ha fatto il Sessantotto. Che si può definire un grande movimento per il possesso, di desiderio, di avidità. È stata la generazione vivente che si è “preso tutto”: le pensioni, la sanità, l’istruzione, il viaggio pure semigratuito con l’interrail, il fumo, la fitness. Con la casa in Toscana, anche in Umbria, o sennò in Sabina e Lomellina. E la duplice accoppiata possesso-sesso.

L’avidità, il desiderio di possesso, ha marchiato il Movimento Studentesco e i gruppuscoli che se ne sono generati, fino al terrorismo. Forse più della voglia di liberazione, che anzi è una parte di quella generale presa di possesso. Da golosi più che ingordi. Rifiutando, cioè scegliendo. Non per l’accumulo, la carriera: non finalizzando, spesso variando, e dissipando. Vivendo secondo l’umore. Quello che si pubblicizza come “qualità della vita”: amori, amicizie, avventure.

astolfo@antiit.eu

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