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spock
“Solo chi ama conosce”, Elsa
Morante?
“Solo l’amare, solo il
conoscere\ conta”, P.P.Pasolini?
“Se temete la
solitudine, non sposatevi”, Čechov?
“Il cuore
consiste nel dipendere!”, Paul Valéry?
“Un matrimonio
felice è una lunga conversazione che sembra sempre troppo breve”, A. Maurois?
L’amore viene e va, a capriccio?
spock@antiit.eu
Amori e disamori, l’amore viene a va, eccetera. La solita
commedia. In cui, a parte qualche morte e molti (dis)inganni, tutto va. Ma la
storia è gestita questa volte dalle donne, tre “amiche”. Però incolpevoli: l’amore,
insomma, è strano - tutte le coppie che si amano dovrebbero ricordarsi che un giorno forse non ci si amerà più, e concedersi questa libertà, è la morale della favola.
Due ore gradevoli – e non è facile, in tema.
Emmanuel Mouret, Tre amiche, Sky Cinema
Muore la brigatista spietata
Braghetti e l’allora capitano dei Carabinieri che nel 1980 riuscì ad
arrestarla, Domenico Di Petrillo, spiega: “Decisivo fu un infiltrato che Ugo
Pecchioli del Pci mise a disposizione del generale Dalla Chiesa, e che
abbiamo gestito io e il capitano Bonaventura”. Che si vuole laudatorio del Pci,
ma dice anche che il Pci sapeva.
Con l’elezione
di Mamdani a New York, due donne indiane sono le (quasi) first lady d’America. La madre del neo sindaco, e già eletto
oppositore numero uno di Trump, Mira Nair, della dinastia indiana di feudatari, guerrieri, viaggiatori, di suo regista acclamata, anche negli Stati Uniti,
e la moglie di Vance, Usha Chilikuri, un’avvocatessa a cui il vice-presidente
ha sempre attribuito, già col suo “Elegia americana”, il merito della propria
“rigenerazione”, personale e politica, dopo gli anni bui dell’adolescenza e della
prima giovinezza. Non male per un paese sprofondato nella “crisi della democrazia”.
Un afroindiano,
seppure di alto lignaggio, dopo un afroamericano: l’elettorato delle minoranze
si mobilita in America, e fa la maggioranza. Con che effetto è da vedere. Il
primo, il sindaco uscente Adams, anche lui plebiscitato, è stato un fallimento,
da tutti i punti di vista. E si parla già di New York come di una nuova Washington
– la capitale, dacché c’è il sindaco del Distretto di Columbia, 1975, è sempre stata
amministrata da afroamericani, con risultati non positivi.
Mamdani, sindaco di New York, è l’anti-Trump per i media
italiani. E la concorrente vittoria del partito Democratico per il governo di
Virginia e New Jersey è la riscossa dello stesso partito. Senza dire che il New
Jersey vota democratico da molti decenni, e che la Virginia vota alternato, una
volta repubblicano, una volta democratico. Si tace anche che Mamdani divide, e non rilancia, il partito Democratico - lo scrittore Safran Foer racconta come si è recato al seggio per votare Mamdani e poi non se la è sentita, ha votato scheda bianca. Si direbbero i media italiani
l’arcinemico di Trump, il ridicolo è pur sempre un’arma.
“Bpm, il Ceo Castagna
mette le cose in chiaro: «Mai pensato di acquistare Crédit Agricole Italia»”. Mentre
è in corso l’acquisto di Bpm da parte del Crédit Agricole. Scade nella farsa la
“resistenza” di Castagna all’ops Unicredit.Con il ministro Giorgetti che fa
sapere di essere impegnato a Bruxelles a spiegare che, sì, no, che Unicredit è
largamente presente in Italia – se non altro per le sette o otto banche che hanno
dato vita al gruppo, che, per carità,se voleva acquisire Bpm lui non ha detto
di no. Le ragioni della Lega – del potere – sono diverse da quelle della ragione.
Si scopre oggi la
“pornografia della povertà”, le immagini false di bambini gonfi dalla fame, o
macilenti, e di un’Africa di sabbia, deserta, per commuovere piccoli e grandi
donatori per le “opere di bene”. Tutto nacque nel 1968 coi i bambini della guerra
del Biafra, della regione più ricca della Nigeria, che è – era – il paese meglio
messo dell’Africa, auspice Susanna Agnelli, futura ministra degli Esteri. Cosa
non si fa, (a spese) dell’Africa. È più il bene che fanno, la cooperazione e il
terzo settore, oppure lo spreco delle risorse?
È come se lo
Stato si ribellasse al governo, alle audizioni parlamentari sulla finanziaria
2026: Banca d’Italia, Istat, Corte dei Conti, Ufficio parlamentare per il
bilancio fanno a gara a denunciare bassezze e turpitudini del governo. In controtendenza
con le agenzie di rating, e con i benefici fiscali per i lavoratori, al terzo
o quarto anno. Lasciano il tempo che trovano, i lavoratori non leggono i resoconti
parlamentari, e queste testimonianze, esageratamente sbilanciate, valgono a
futura memoria, quando al governo tornerà il Pd. Ma testimoniano, la “gente” lo
capisce, a favore del governo, che non ha esagerato col sistema delle spoglie
–non dove poteva intervenire, p.es. all’Istat e all’Upb. In Bankitalia no, è (abbastanza) indipendente, ma i suoi funzionari che denunciano come troppo ricco chi guadagna la metà o un terzo del loro stipendio ( senza contare i fringe benefits, esentasse) sono solo ridicoli.
Come mai la sinistra,
questa sinistra, “intellettuale”, istituzionale, burocratica, aiuta la destra?
Da Alfredo
Reichlin, già ministro dell’Economia nel governo ombra del Pci, e Luciana
Castellina si sono germogliati due economisti di chiara fama, Pietro, si scopre
in occasione delle audizioni parlamentari sulla manovra, e Lucrezia, da tempo
commentatrice principe sui grandi giornali. Buon sangue o buon partito? Pietro
insegna alla Luiss, l’università dei ricchi.
465 coloni israeliani, inquadrati, protetti dalla polizia,
entrano nel complesso della moschea Al Aqsa, il luogo più sacro dei mussulmani
dopo la Mecca, protestando “visite turistiche guidate”, nel mentre che fanno riti
purificatori. Al netto del ridicolo, è un segno di barbarie. Tanto più che è
inavvertita – un diversivo come un altro. Da gente che si vuole molto devota.
È lite tra il giornalista Ranucci e il Garante della
Privacy. Che però è stato nominato, nel 2020, dal governo Conte 2, il cosiddetto
governo giallorosso, 5 Stelle col Pd, lo schieramento politico di Ranucci. Quattro membri
su 5 di Pd e 5 Stelle. Ma questo non si dice.
Si annuncia un tennis
misto a Dubai per Capodanno - tra la prosperosa campionessa Sabalenka e un Kyrios
ex campione che sopravvive per insultare Sinner - come la sfida del secolo, che
“libera” le donne. Mentre è il solito circo per riempire gli alberghi e le tv –l’emiro del Dubai è nato grande commerciante. Si equivoca sul Rinascimento
delle petromonarchie, sulla testimonianza pagata di Matteo Renzi tre o quattro
anni fa. Mentre le donne, nonché in mutandine, non vi possono andare neanche in
pantaloni, se non ricoperte da gramaglie che ne nascondano le forme.
Netanyahu fa arrestare la Procuratrice Militare perché ha
denunciato un caso di tortura. E punta alla Procuratrice Generale che lo ha rinviato
a processo per malversazioni. Se ne fa scandalo ma non troppo. Neanyahu non è
un premier eletto?
Il governo Netanyahu al completo diserta la cerimonia per
i trent’anni dall’assassinio del primo ministro Itzak Rabin.Nemmeno un commento
dispiaciuto. E questa è la realtà di Israele, che da Rabin in poi vota a
destra, e anche all’estrema destra. Cioè coloro che armarono l’assassino, e poi
lo giustificarono. Sono fatti, non riducibili all’antipatia che può suscitare
Netanyahu, l’opportunismo politico.
All’improvviso, dopo trent’anni dalla morte, si celebra in
Israele Itzhak Rabin. Il generale e primo ministro socialista assassinato perché aveva fatto la pace a Oslo – aveva provato a fare la
pace. Come se Israele avesse capito che non potrà vincere tutte le guerre – questa
è la terza dopo l’indipendenza e il Kippur, e la più lunga e cruenta, per giunta
contro una forza che si svilisce, un gruppo terrorista.
L’assassinio di Rabin è stato un fatto grave. Ma liquidato,
fino ad ora, come l’opera di un esaltato. Anche se ispirato, e praticamente
armato, da un influente ministro di Netanyahu, Ben Gvir, uno di quelli che la Palestina
vuole ripulita dei Palestinesi. Israele si è resa conto in questa guerra, contro
“una banda terrorista”, che non può vincere tutte le guerre? Anche con le armi
e i soldi degli Stati Uniti?
Si celebra l’arrivo
di Spalletti ad allenatore della Juventus. E si dimentica che questo grande
club, il più blasonato e ricco, e quindi in teoria il meglio organizzato, ha
cambiato tre allenatori in sette mesi – nemmeno il pittoresco Gaucci del Perugia.
Mentre si gravava di acquisti costosi di atleti che non fa giocare – non sanno
giocare.
Poderosa
biografia, con molta ricerca archivistica (Tigani Sava lavora a una “monumentale bibliografia calabrese”), di un personaggio
che fu molto attivo nel riformismo napoletano di fine Settecento e poi , col
suo giacobinismo, che qualcuno sospetta finto, lo perdette. Originario di Parghelia
(Tropea), abate di malavoglia, giusto per profittare degli studi gratuiti in
seminario, presto in corrispondenza col Genovesi a Napoli, dove si trasferì alla
maggiore età, e fece rapida carriera nelle istituzioni – sempre protetto da
Genovesi. Al protrarsi della rivoluzione francese, andò a informarsene a
Marsiglia, ospite di alcuni parenti Mazzitelli, con i qiuali i suoi frataelli
avevano commerci, era il suo terzo viaggio di formazione\informazione, e ne tornò
giacobino repubblicano. Quanto bastò, anche per la successiva esecuzione di
Luigi XVI e poi di Maria Antonietta, soprattutto di questa, sorella dela regina
di Napoli Carolina, per schierare la corte contro i riformisti, specie se
massoni, cioè all’“aria di Francia”, come l’abate.
Massone,
libero pensatore, riformista divenne sinonimo di terrorista. Non però per
Jerocades, che l’anno dopo il viaggio a Marsiglia, nel 1791, ebbe la cattedra
di Filologia all’università, e nel 1795 quella di Economia – da qui la nomea
che fosse un moderno “provocatore”, uno che “esponeva”, se non li “indicava”, amici
e compagni (Tigani Sava non prende posizione). Quando la Repubblica Partenopea
cadde sotto l’invasione delle “masse”
del cardinale Ruffo, Jerocades era già a Marsiglia, dai parenti Mazzitelli. E fu
anche capace, nel 1801, di ottenere un lasciapassare per il ritorno in patria,
a condizone che non risiedesse a Napoli. Tornò a Parghelia, e morì pochi mesi
dopo.
Antonio
Jerocades poeta, lo dice google appena richiesto di informazioni. Fu in effetti
poeta prolifico. Da giovane prete fu anche creatore, al suo paesino, di una scuola
per bambini che anticipava don Milani: la scuola propriamente detta, per
leggere e scrivere, era assortita di un “Giardino del lieto lavoro”, nel quale
i ragazzi si esercitavano secondo proprie tendenze. Treccani lo beneficia di una amplissima laudatio.
Francesco
Tigani Sava, Antonio Jerocades,
Sensazioni mediterranee, pp. 363, ill. € 10
spock
Da Wagner a T. Mann e a Musil, l’incesto è germanico?
Per risparmiare?
Per la purezza della stirpe?
Perché non c’è il diritto all’incesto?
Lgbtqia+, ancora uno sforzo?
Tanta letteratura, e il totem incesto è ancora lì – bisogna
ricredersi sulla Germania?
spock@antiit.eu
“Lo
sfruttamento delle sofferenze degli ebrei” è il sottotitolo. Lo sfruttamento da parte di Israele - con Netanyahu ma anche prima. Si penserebbe un pamphlet politico, ma
è un libro di storia. Di uno storico e politologo americano, ebreo, figlio di
ebrei del ghetto di Varsavia, rinchiusi ad Auschwitz ma sopravvissuti fino alla
liberazione, che traccia la deriva dello
stato d’Israele verso un nazionalismo identitario e imperialista, coloniale.
Strumentalizzando l’Olocausto con cinismo politico, a scudo della sua
intoccabilità. Come? Alimentando l’allarme per la sua propria scomparsa, per la
scomparsa d’Israele come già dell’ebraismo al tempo di Hitler.
Finkelstein
è indesiderato in Israele da una ventina d’anni. Quelli di Netanyahu e
all’incirca da quando ha pubblicato questo libro. Che si impone ancora adesso per
una novità prima sottostimata: l’allineamento sulle posizioni dell’Israele di
Netanyahu delle associazioni sioniste della diaspora, prima benevolenti ma
critiche. Passa il messaggio che ne va dell’esistenza di Israele, anche se
Israele si espande e si rafforza, ed è sempre avamposto dell’Occidente, parte
avanzata e protetta degli Stati Uniti e dell’Europa.
Norman
G. Finkelstein, L’industria
dell’Olocausto, Bur, pp. 384 € 13
Giuseppe Leuzzi
Il pianista Carlo Maria Dominici è nato a “Villa San
Giovanni, praticamente un’estensione di Reggio Calabria”, ma non ne ha altra
memoria, né personale né familiare – e nemmeno curiosità. “Mio padre”, spiega
ad Antonio Gnoli sul “Robinson”, “figlio di emigrati, era nato negli Stati Uniti
e decise di tornarci”. Dopodiché ha fatto e ha fatto fare al figlio una vita
molto americana – era andato a Villa San Giovanni, il paese dei genitori,
probabilmente per sposarsi. La nascita è, al limite, ininfluente, l’appartenenza,
cui molti emigrati tengono, anche alla seconda e terza generazione, è un fatto
culturale e personale.
Le riforme a Napoli bloccate dalla rivoluzione francese
Il giacobinismo uccise le
riforme. È vecchia, assodata, verità, ma del Regno di Napoli successe nella
stessa famiglia, in ambito massonico. Il rinnovamento, economico e politico,
avviato da Bernardo Tanucci col re Carlo e con lo stesso Ferinando IV, e continuato da giurisperiti ed economisti di fede e appartenenza laica, Filangieri,
Pagano, Luigi de’ Medici, Galanti, Domenico e Francescantonio Grimaldi, il viceré di Sicilia Caramanico, che hanno
rifiutato poi di aderire alla Repubblica Giacobina, fu bloccato con la
decapitazione dei reali di Francia e per le intemperanze radicali, e
assolutiste, di altri liberi pensatori locali. Non altrettanto versati nelle
scienze politiche, ma apostoli del tutto subito: l’abate Antonio Jerocades,
Eleonora Fonseca Pimentel, e poi lo stesso Mario Pagano.
Dopo il terremoto del 1783,
che aveva letteralmente raso al suolo la Calabria Ultra, la provincia di
Reggio, fu istituita una Cassa Sacra – un primo caso di manomorta: sequestro e
vendita di beni ecclesiastici. Per ricostruire, e per allargare il numero e la
qualità dei piccoli proprietari, con la redistribuzione di terre e immobili.
Qualche anno dopo, nel 1790, poiché la riforma non funzionava, Luigi de’
Medici, massone, amico di Filangieri e di Pagano, fu mandato a scoprire perché.
Riferì che i beni ecclesiastici erano andati a maggiorenti e notabili, che se
ne potevano permettere l’acquisto agevolmente.
E che appartenenti alla massoneria, al seguito dell’abate Jerocades, che
nel 1790 se ne era andato a Marsiglia per informarsi, si organizzavano per introdurre
anche nel regno di Napoli una situazione analoga a quella francese.
Per il momento nonsuccesse
nulla. Jerocades ebbe l’anno dopo, nel 1791, la cattedra di Filologia a Napoli,
e nel 1793 quella di Economia e Commercio. Poi, con l’esecuzione di Maria
Antonietta a ottobre dello stesso anno, sorella della regina Maria Carolina,
l’atteggiamento della corona mutò: essere massone, anche moderato, liberale,
diventò essere sospetto. Gli stessi mitissimi Grimaldi, e Galanti, furono messi
in disparte. Testimonieranno per le riforme non aderendo alla repubblica giacobina,
ma a nessun effetto, il re Ferdinandlo IV non ci sentiva più da quell’orecchio
– negli anni dell’esilio palermitano adotterà pure una costituzione all’inglese,
ma giusto per compiacere i suoi protettori.
Sudismi\sadismi – Il paradosso
nordico
Non
si uccidono più donne al Sud rispetto al Nord, anzi avviene il contrario, e
questo turba le coscienze. È un paradosso, si dice. Studiosi eminenti ne fanno
oggetto di ricerca. E l’esito è strano, cioè non convince i ricercatori, che
temono di non avere impostato bene il problema.
Il
risultato, presentato mercoledì 29 ottobre al Senato, alla Commissione d’inchiesta
sul femminicidio, a opera di economisti accreditati, Augusto Cerqua, Costanza
Giannantoni, Marco Letta, Gabriele Pinto, trova che, se il tasso di omicidi in
Italia si è dimezzato negli ultimi anni, a 0,55 omicidi ogni 100 mila abitanti,
quasi alla metà della media europea, che è di 0,9, per i femminicidi questa
tendenza non si avvera. Non solo, ma, questo il punto, non si uccidono più
donne al Sud, “nelle zone più povere e arretrate del paese”, ma al Nord, “nelle aree dove le donne hanno raggiunto maggiori livelli di emancipazione”.
Un
conclusione un po’strana per degli studiosi, per due motivi. Non si è più
violenti dove si è meno ricchi – o più poveri (l’Italia, uno dei Paesi più ricchi
al mondo, vuole pensarsi sempre come “la grande proletaria”, in termini
pauperistici). E perché si dovrebbe? I femminicidi saranno pure legati alla
persistenza di una cultura patriarcale, ma perché è questa una dannazione meridionale?
Al Sud gli uomini hanno rispetto per la donna, sono meno maneschi in casa, meno
alcolizzati o drogati. Un Turetta al Sud sarebbe anomalo – che poi non è solo
Turetta: la prevaricazione e lo sterminio di famiglie e innamorati\e non sono “patrimonio”
meridionale, anzi, al contrario.
Perché
si porta sempre il Sud come termine di paragone negativo – anche quando non lo
sarebbe –non è un mistero della ricerca, della scienza. Forse non è nemmeno
stupidità - leghista. È la forza del pregiudizio. Che spesso è rinfocolata da
volenterosi del Sud, informatori e anche studiosi - Cerqua è nome del basso Lazio-Campania, Pingo
è apulo-campano, Letta è abruzzese-laziale, Giannantoni laziale-abruzzese.
Un’indagine
seria, si suppone, gli economisti hanno “ricostruito manualmente (?) tutti i
casi di femminicidio in Italia dal 2006 al 2022". Sulla base dei rari annali
della bolognese Casa delle Donne, integrati per ogni caso dalle notizie locali,
specie per la localizzazione esatta dei luoghi, per un prima ipotesi di
deduzione… Poi, dovendo ipotizzare le cause, si sono fermati alla “cultura patriarcale”,
cioè, nelle vulgata, al Sud. Sotto la specie di una backlash hypothesis elaborata
da studìosi nordici, che non sapendo
come “giustificare” il maggior tasso di femminicidi nei loro paesi rispetto ai
paesi mediteranei (c’è anche un sudismo\sadismo internazionale, oltre che
italiano), si sono appellati alla “cultura patriatrcale”, cioè al Sud, al
veleno che il Sud ha iniettato al Nord – non all’alcol, non alle droghe, non
alla despondency o provocazione femminile (non si dice, ma ci sono anche
ominicidi). Furbi, no?
Il felice paese
più povero d’Europa
Dice
“Il Quotidiano di Calabria” che Dinami,
in provincia di Vibo Valentia, sotto le Serre, è “il paese più povero d’Italia,
e quindi d’Europa”. Lo dice per inciso, trattando dell’altro paese del vibonese
già più povero, Nardodipace, ora al penultimo posto?, sito paloeolitico e borgo
ridente, se non altro di boschi.
Ora,
Dinami. Un’eco rimbalza fragorosa: ma era il paese della “cugina Palaja”,
cugina materna, con cui ogni anno si facevano le visite reciproche, ad anni
alterni, ora con una visita di lei ora con una visita nostra. Sempre rallegrate
da cinque figlie, lei scurissima, loro chiarissime, tutte bellissime, la più
grande delle quali aveva già fatto matrimonio, ricco e felice.
I
destini personali certo non fanno le storie sociali. Anche se adesso,
passandoci per curiosità, molte macchine si vedono a Dinami parcheggiate, quelle
tedesche forse più numerose delle panda.
Ora,
non si tratta di fare andare indietro il progresso. Né di fare grande il piccolo,
o il minimo, il personale. E non si può obiettare alle statistiche – specie non
a quelle del reddito, che in Italia sono un arcano. Ma le statistiche hanno un
valore relativo – e sono complesse,vanno interpretate. Ma la realtà, compreso il
povero e il ricco, è fatta di molte cose. Anche più tagnibili delle memorie personali:
la tradizione e la storia, l’istruzione, il saper vivere.
Ma la malavita è
meridionale
Anche
quest’anno, come ogni anno, le stastistiche del “Sole 24 Ore” sulla criminalità
la dicono più diffusa al Nord che al Sud, anche in numeri doppi che al Sud. Non
c’è una città del Sud, nemmeno Napoli, fra le prime dieci in classifica per
numero di crimini commessi per 100 mila abitanti: Milano (6.952 reati per 100
mila abitanti), nell’ordine, Firenze, Roma, Bologna, Rimini, Torino, Prato,
Venezia, Livorno, Genova.
Anche
per regione si parte sempre dalla Lombardia, quasi 7 mila reati per 100 mila
abitanti (6.952), e a seguire la Toscana, il Lazio, l’Emilia Romagna, il
Piemonte, tutti sopra i 6.000 (il Piemonte poco sotto,(5.828). Per trovare una regione meridionale, la Campania, bisogna scendere di altri tre posti: Veneto,
Liguria, Friuli-Venezia Giulia. Il Sud si caratterizza semmai per avere, anche
qui, le ultime tre posizioni, Abruzzi, Sardegna, Basilicata.
C’è un perché. Al Nord,
Roma compresa in questa particolare specialità, la delinquenza è un fenomento
urbano, e in alcuni casi metropolitano: il crimine è fatto di scippi, furti,
spaccio, e violenze sessuali, oltre che di lesioni alla persona (le violenze
sessuali non lo sono?) – queste peraltro in singolare incremento al
Centro-Nord, per motivi anche futili. Al Sud, dove sinora, malgrado le mafie, latitano i reati contro la persona, questo è
probabilmente un fatto di urbanizzazione relativamente ridotta, e quindi alle
reti familiari e sociali, di quartiere, di paese, che agiscono da
ammortizzatori della violenza.
leuzzi@antiit.eu
Gli
atti di un convegno internazionale, in tema, “Pasolini antesignano”, per l’attitudine
che gli sarebbe stata congeniale di anticipare “movimenti, tempi, problematiche
della più strett aattualità”, per la
parallela, non subordinata, capacità di “coniugare ideologia e pragmatismo”. Che
è possibile, ma anche lodevole? Ma, poi, in forma di genio universale,
“ideologia e pragmatismo coniugando in ogni fattispecie con introspezione e
magisterialità, dalla biopolitica all’ecologia”, o ai temi del tempo (post e
neo colonialismo) e personali (situabili nell’ambito poi detto dei gender studies). Nelle “modalità espressive
del postmoderno”, che non vuole dir nulla in genere, e negli anni di Pasolini
non c’era - Pasolini non c’era nel postmodernismo, e non lo ha anticipato.
Non
un profeta, dicono poi gli stessi curatori, ma uno che “pre-dice” (un
predicatore? sì, questo sì) e un anticipatore.
Ferroni
stesso premette: “Pier Paolo Pasolini è enigma e anche mistero”. Aggiungendo
tra parentesi una riserva fondamentale:
“E qui bisognerebbe distinguere le accezioni non sempre perspicue e oscillanti
con cui egli stesso fa uso di questi termini” - anche in filologia Pasolini non
è un cultore o un osservante, ci andava di forza, già da ragazzo - come con
Contini, suo interlocutore illustre.
Ma
su questo aspetto la raccolta ha un colpo di genio. Con Monica Venturini, che introduce
la seconda giornata del convegno, sotto il titolo impegnativo “I dispositivi dello
sguardo nelle macchine del potere – per un rapporto tra Pasolini e Foucault”. Semplicemente
spiegando la parola, “antesignano” – non un profeta ma un precursore, su questo
il comitato delle celebrazioni aveva raggiunto l’intesa: antesignano è all’origine
il soldato romano schierato in prima linea. L’uso estensivo nella pratica è di
chi precede gli altri e un po’li guida o li incita nell’azione – in questo caso
nella dottrina. Quindi un maestro, come Pasolini si voleva alle origini, nella
prima vocazione, precursore in chi se ne fa discepolo. Passatista ma di
avanguardia, malgré lui.
Il
convegno si è tenuto a gennaio del 2023, dal 18 al 20, con tre giornate
distinte per ognuno dei trte atenei romani, Sapienza,Tor Vergata e Roma Tre, promosso
dal Cmitato Nazionale per il centenario della nascita di Pasolini.
Giulio
Ferroni-Maura Locantore (a cura di), Pasolini
antesignano, Marsilio, pp. 276 € 24
A settembre la Corte
Suprema ha autorizzato, con un decreto urgente (fascicolo ombra nel gergo, shadow docket: si emettono provvisoriamente, prima della discussione e
della sentenza motivata, quando l’attore ha motivi urgenti da far valere), la
polizia dell’immigrazione ad arrestare chiunque, “sulla base dei seguenti fattori
o presupposti, o combinazione di presupposti: (1) presenza di luoghi particolari,
come fermate dei bus, lavaggi auto, posti di raccolta di lavoratori giornalieri,
siti agricoli, e altrettali; (2) il tipo di lavoro svolto; (3) lingua parlata lo
spagnolo, o inglese con un accento; (4) razza apparente o etnicità”. Mettendo
da parte gli emendamenti Quarto, Quinto e Quattordicesimo, che salvaguardano contro
atti di polizia irragionevoli o la sottrazione del principio della legale
protezione .
I giudici della
Corte Suprema sono di nomina presidenziale, e le circostanze del rinnovo (malattia,
inabilitazione, morte) hanno favorito le presidenze repubblicane, sei a tre. Devono
la nomina a presidenti repubblicani: Clarence
Thomas (George Bush), il presidente John Roberts (George W. Bush), Samuel Alito
(id.), Neil Gorsych (Trump),Brett Kavanagh (id.), Amy Coney Barrett (id.). Sono
state nominate da presidenti democratici: Sonia Sotomayor (Obama), Elena Kagan
(id.), Ketanji Brown Jackson (Biden).
Si sa che al voto
politico decide il 5 per cento. Il cosiddetto
“voto di opinione”, così si chiamava quando c’era ancora un’opinione pubblica,
prima dei social, che si formava nella campagna elettorale. Il grosso degli
elettori vota per orientamenti radicati, a destra, da moderato a estremista,
come a sinistra, da moderato a estremista, e sono due schieramenti che numericamente
si valgono: decide il voto sciolto, di opinione. Un volume di voti he un tempo,
quando la partecipazione era al 75 per cento, si calcolava sui 2 milioni e
mezzo di elettori. E oggi, col voto al 50 per cento, potrebbe essersi ridotta a
un milione e mezzo.
Nei referendum il
voto è invece inverso: sia in quelli che non attraggono che in quelli a partecipazione
stratosferica, gli spostamenti possono essere larghi. Il referendum sul divorzio nel 1974 ha visto
una partecipazione record dell’88 per cento degli aventi diritto (si disse per la
mobilitazione, autonoma, nel profondo del cuore, delle donne al Sud), 33
milioni, e si concluse con un deciso 6-4. Un 6-4 si è avuto anche contro la riforma
parlamentare Renzi, a fine 2016 – ma la partecipazione fu ridotta, il 65,5 per
cento. Lo scostamento maggiore, 8-2, si è avuto al referendum contro il nucleare,
quando però votò solo il 65 per centro – perché, si disse, si dava il risultato
per scontato.
Cripte,
sepolture, morbosità fisica: questi incubi sono presenti in modo prominente nei
racconti di Edgar Allan Poe, un mondo immaginario in cui la parola che ricorre
più spesso è orrore – questo il “catenaccio”-sintesi del saggio.
“Edgar Allan Poe fu ed è una turbolenza, un’anomalia tra i maggiori
scrittori americani del suo periodo, un’anomalia ancora oggi. Stupì e allo
stesso tempo inimicò i suoi contemporanei, che non riuscirono a escluderlo dal
primo rango degli scrittori, sebbene molti ritenessero la sua opera moralmente
discutibile, e sebbene lui li flagellasse regolarmente sulla stampa, con
critiche a volte apertamente vendicative e spesso brillanti.
“Sembra
che per Poe fosse vero che nessuno poteva guardarlo senza vedere più di quanto
avrebbe desiderato o di quanto lui potesse tollerare. Il suo abbigliamento era
sempre ordinato, signorile e curato. I suoi modi erano cortesi e raffinati,
notoriamente patetici o scandalosi se gli capitava di bere. Però, era sempre
troppo disperato per avere tatto nel sollecitare conoscenze, essendo l’unico
sostegno di una moglie amata e tubercolotica, una cugina che aveva sposato
quando lei non aveva ancora quattordici anni. Era uno scrittore popolare e un
editore di grande successo, ma sempre pagato miseramente. La gentilezza, che
era il suo antipasto e la sua armatura, era di tipo meridionale, e quindi non
molto apprezzata dagli abitanti del New England che dominavano la vita
letteraria. E la famiglia sua propria della Virginia, dalla quale aveva
acquisito i modi e i gusti della raffinatezza, lo aveva rinnegato senza
un soldo.
Lo
scrittore Thomas Wentworth Higginson disse che Poe subiva “l’effetto di un’ipersensibilità
che, se incontrollata, può rivelarsi più degradante della volgarità”. E in
effetti sembrava sopraffatto da se stesso, intollerabilmente sensibile,
orgoglioso e intollerabilmente brillante, con il bere e l’amarezza che
favorivano le sue sconfitte e umiliazioni. Detto questo, la sua strana piccola
famiglia composta da zia/madre e cugina/moglie, in tutto ciò e finché durò, fu
sempre descritta come calorosa e dolce. Era un uomo forte e atletico che, per
tutta la sua carriera, sopportò le sue debolezze e le sue afflizioni abbastanza
bene da essere molto produttivo, in particolare nell’inventiva unica e nella
purezza bizzarra della sua narrativa”.
Marilynne
Robinson, On Edgar Allan Poe, “The New York Review of Books”, 5 febbraio
2015, free online (leggibile anche in italiano, Su Edgar Allan Poe)
Da qualche tempo si
può indugiare al caffè a mezza mattina, anche leggersi il giornale, al Cafe
Vert, il carro funebre più non staziona davanti a Regina Pacis, la chiesa di
quartiere. Si vede che il quartiere si è ringiovanito. Oppure non si fanno
funerali, l’incinerazione è tanto più comoda – non c’è più la vita oltre la
morte.
Anche il vecchio
rom che occupava la postazione ai gradini della chiesa per le elemosine non si
vede più – non vecchio a guardarlo ma ingrugnito. Ci manda qualche volta il
sostituto, ma è il solito giovane africano svagato, attaccato al cellulare.
Del resto, la
chiesa quasi sempre è chiusa. Una volta si entrava nelle chiese, erano aperte a
tutte le ore, eccetto la pennichella. Ora è chiusa spesso anche la mattina presto,
venendo al caffè prima del lavoro.
Un tempo suonava
la campana alle sette meno un quarto, e alle sette le gente entrava per la
messa. Poi qualcuno si è lamentato, che le campane danno fastidio, alla mattina,
a mezzogiorno eccetera, ha fatto causa e l’ha persa. Ma la chiesa poi si è
chiusa. Forse perché ora il parroco fa tutto da solo, Regina Pacis il parroco ce l’ha, e quando lui ha il raffreddore, o la sera ha fatto tardi, non c’è la perpetua o il sacrestano che apra.
La Cina era “vicina” con
Bellocchio quando era lontana, remota,
estranea – mentre oggi, che è prospera a
casa nostra, si tende a non vederla per quello che è, presente e possente, e
gentilmente minacciosa.
Non si penserebbero possibili le
“dottrine “ di cinquant’anni fa, ma il repertorio che Giulio Meotti resuscita
sul “Foglio” è perfino divertente tanto è balzano. Franco Basaglia: “In Cina i
malati sono curati politicamente, col pensiero di Mao”. Umberto Eco, che curava
“I fumetti di Mao” (ora escluso dalle sue opere): “L’uniformità del costume
cinese è il segno del sacrificio che tutta una comunità fa per garantire un
minimo di benessere a tutti”. Dario Fo: “Qui sa noi l’uomo è una merce, in Cina c’è una concezione profonda
della vita che determina tutto quanto”. Maria Antonieta Macciocchi, dapprima
giornalista, poi europarlamentare Pci, che in “Dalla Cina “ fa parlare operai
che rifiutano gli aumenti salariali.
Questo nel pieno della “rivoluzione
culturale”, con la quale Mao, armando i giovani in qualità di Guardie Rosse,
seminava il terrore tra i quadri del (suo stesso) partito e nelle (sue stesse)
istituzioni.
Oggi che la Cina siamo noi, da Huawei
e TikTok, a Temu, Shein e Uniqlo, e alle auto a metà prezzo, non se ne sa niente, se
non che se la passa bene. Mentre la Cina è un regime, e un disegno politico,
egemonico.
Il
dramma è francese, 1887, opera di Vìctorien Sardou – Roma è un set
privilegiato, storico-monumentale e esotico insieme di molta narrativa
francese, dalle “Cronache italiane” di Stendhal, L’opera è di una dozzina
d’anni dopo, tenuta a battesimo al teatro Costanzi di Roma in apertura di
secolo, ai primi di gennaio del 1900.
Forse per questo si è speso tanto, a giudicare dalle scenografie monumentali e
i costumi molteplici dei coristi,, che per questa rappresentazione celebrativa,
per i 125 anni dell’opera, in mondovisione, si sono voluti esumare.
Una
rappresentazione spettacolare. Comprese, per gli spettatori alla tv, la fine
dal vivo, di Cavaradossi e di Tosca, da una delle terrazze del Castel
Sant’Angelo. Ma soprattutto spettacolare il Cavaradossi di Jonathan Tetelman,
della voce solida e sonora di petto delle due romanze, “Recondita armonia”, “E lucevan le stelle”.
Un gigante, anche musicale, un tenore naturale, a cui non si è più abituati.
Giacomo
Puccini, Tosca, Opera di Roma, Rai 3
– Raiplay
Non ci sono
molti calciatori italiani in giro per l'Europa, o non sono molto apprezzati, Mente ci sono
molti allenatori, nel calcio che conta, Inghilterra e Spagna, e anche Francia, Dopo la famosa prima di Trapattoni al Bayern di Monaco, col suo fantatedesco.
Ce ne sono stati
e ce ne sono anche vincenti, Capello, Ranieri, Ancelotti, lo stesso Trapattoni,
ma non è questo che ne fa l’attrattiva: sanno insegnare che si vince a patto
di sapersi difendere.
Pochi i calciatori
per il fatto della lingua – con gli allenatori è diverso: un po’ impapocchiano,
un po’ fanno full immersion, da persone adulte, e poi
usano un linguaggio tecnico, limitato.
Si vince al calcio nel Millennio con la lingua: o squadre inglesi, che pescano nel vastissimo
mondo dell’anglofonia, o squadre spagnole, che pescano in America latina. Si dice
che inglesi e spagnoli vincono per i soldi, ma i soldi sono ovunque, e altrove non vincono – vedi Commisso a Firenze, mentre il
Psg ha vinto, male, dopo un quarto di secolo di spese forsennate (fallendo con
enormi campioni, Neymar, Messi, Mbappé, etc,). La lingua condivisa rafforza lo
spogliatoio e dà sintonia alle squadre in campo.
In Italia gli innesti
stranieri sono stati a lungo limitati, del tempo in cui l’impero aglo-ispanico
non si era consolidato, e hanno agito come “innesti”, fuori serie: Platini, i tre olandesi, Cristiano Ronaldo (innesto
costosissimo non riuscito), e poi gli argentini, da Sivori a Maradona, Batistuta,
Higuaìn, Tevez, Dybala – ma qui per un’affinità sempre etno-linguistica.
È
un “romanzo” per dire che l’autore “non avrebbe scritto un romanzo” – e “in
fondo non voleva scriverlo”, non voleva dargli quell’importanza. In effetti
svagato, molto, a parte l’antipatia, si direbbe niente – divagazioni.
Elkann
vuole scrivere di Pound, poeta e antisemita, e non gli bastano le due donne, la
moglie Dorothy, madre del figlio Omar, e la compagna di una vita (Elkann dice
“l’amante”), madre della figlia Mary, che ne è la traduttrice in italiano e l’erede
sentimentale e letteraria, gliene inventa una terza, Vera – e forse una
quarta, Marcella. Vera è una cinquantenne dai capelli lunghi, ricca, avventurosa,
ebrea. Dopo aver simpatizzato, il muto Pound del tardo esilio a Venezia, con un
“amico siciliano”, Alfio, che si reca a Venezia a parlare lungamente col poeta,
poi se ne torna in Sicilia, e si uccide. Ma anche qui senza drammi: Pound si è
servito di Alfio a Venezia come “uomo dello schermo”, per sfuggire al controllo ferreo dell’“amante”
Olga, e ritrovare in albergo Vera.
Il
silenzio, dunque? Ci sono anche Beckett e la moglie al ristorante, “in albergo
in valle d’Aosta”, in silenzio. Ma nemmeno questo è. Il fulcro è un dialogo,
anzi due dialoghi. Uno con l’“amico siciliano”: E uno con l’amante giovane
“Vera”. Il primo è un dialogo tra un padre e un figlio. Il secondo tra un
amante attempato e l’amante giovane - quello che uno vorrebbe sentirsi dire in
tarda età, o solo si sogna.
Senza
simpatia per Pound, acculato all’antisemitismo. Ma senza capo né coda. Elkann
fa
i conti col proprio essere ebreo, come una rivendicazione di identità. E di
Pound muto non ha timore: “Il silenzio di Pound a Venezia non voleva dire che
si fosse pentito o che non avesse più niente da esprimere. Era l’ultimo capitolo
di un narcisismo sfrenato”. Può darsi, ma non vediamo come.
Di
fatto non è vero: Pound, semplicemente, non aveva più nulla da dire - non la
lasciato nemmeno un appuntino volante. E il silenzio, perché no, potrebbe anche
essere una maniera di proteggersi, dalla vergogna.
Il
silenzio è del genio. Tra esseri speciali che non parlano. È il silenzio, in realtà,
di Elkann, dell’autore. Dell’esilio a Londa. Al tempo del Covid. Con tre amici,
lontani. Sul tema del perché (non) si è un genio. Pound non è e non è stato
poeta di chiara fama: “Pound era invece l’artefice e la vittima della sua
storia”.
Pound
come una proiezione di sé, di quello che l’autore è, buon giocatore di tennis e
di scacchi?
Alain
Elkann, Il silenzio di Pound, Bompiani, pp. 158 € 15