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sabato 24 gennaio 2026

Effetto Trump - l’Atlantico non divide

Si può considerare il primo anno di Trump come l’effetto di un politico di second’ordine, un capopopolo, che semina arbitrio e discordie. Oppure inquadrarlo nella politica nazionale americana, come delineata dall’annuale National Security Strategy presidenziale, e confermata oggi dalla National Defense Strategy del Pentagono, a prescindere dalla personaltià del presidente – che peraltro sa di teatrale, artefatto (specie l’adozione del linguaggio eccessivo dei social, ma sempre calibrato).
Sull’Europa la Nss 2025 è stata molto chiara. Della Nato il revamping deve essere a carico degli Europei. Alla Ue si guarda con riserva, per l’assetto giuridico e politico - una non-entità statale, in nessuna forma, una sorta di accordo multilaterale. E specchio di una società disorientata, tra declino demografico e immigrazione incontrollata. Ma sempre in un quadro “familiare”, di basi etiche e politiche comuni.
Il “declino” umano dell’Europa urta e impaurisce la cultura americana al potere. Che è “identitaria” e “securitaria”. Per questo è motivo di recriminazioni e rimproveri. Ma non ostile, muove al contrario da una sorta di “identificazione” con l’Europa – dell’Europa vista a specchio.
In questo senso la Nss 2025 è stata recepita in Germania – sulla linea non detta ma operativa di Meloni – dal cancelliere Merz: gli Stati Uniti hanno bisogno di alleati solidi, se la Ue non può esserlo, la Germania lo sarà. Una lettura il cui primo effetto è stato l’indebitamento Ue per 90 miliardi pro Ucraina deciso a maggioranza.

Effetto Trump – i dazi liberatori

Col “Liberation Day” del 2 aprile, la teatrale apertura della gara ai “dazi reciproci” col mondo intero, gli Stati Uniti hanno concluso una quindicina di accordi commerciali bilaterali, e tutti vantaggiosi. Anche con le maggiori economie mondiali “occidentali”: Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Australia, Argentina, Uk. E presto concluderanno con la Cina. Contro la quale il Liberation Day era inteso – lo sbilancio commerciale Usa con la Cina è enorme – ma non si poteva dichiarare, se non in una manovra compessiva.  
Senza danno per gli scambi commerciali, che si sono accresciuti. Ma l’obiettivo era e resta politico: decide Washington.

Trump non è solo

Si può considerare il primo anno di Trump come l’effetto di un uomo solo al comando – il sospetto\critica latente della costituzione americana, che emerge a intervalli (non definisce-delimita i poteri del presidente, il quale inevitabilmente, eletto dal popolo, se li prende tutti). Oppure inquadrarlo nel sentiment politico prevalente, a prescindere dalla personalità del presidente.
L’“identitarismo”, con forti connessioni culturali di tipo democratico, è del vice-presidente Vance. La “Fortezza Nord America” del ministro del Tesoro Scott Bessent, banchiere rispettato. La National Security presidenziale non è  diversa dalla National Defense Strategy del Pentagono. I dazi sanno molto del friendshoring dell’amministrazione Biden: creare correnti preferenziali di scambi per allentare i vincoli produttivi con la Cina - da Bush jr. al Trump 2, le presidenze Obama comprese, gli Stati Uniti agiscono per confrontarsi con la Cina, con iniziative ovviamente unilaterali.

Ritorno all’euro(pa)

Non c’è solo la Gran Bretagna che si interroga su quando e in che forma reintegrarsi all’Unione Europea, con che status giuridico. C’è l’euro che cresce. Per l’adesione della Bulgaria. E, in prospettiva, anche della Danimarca e della Svezia.
La Danimarca, non un membro fondatore della Ue, ma comunque uno che si è aggregato fra i primi, nel 1973, è rimasta fuori dall’euro per tenersi fuori dal “contagio mediterraneo” (leggi dell’Italia), forte della sua economia e edella sua moneta. Ora – già da prima del caso Gorenlandia – non è più così sicura: il governo sta studiando come superare il no all’euro di un referendum nel 2000.
La Svezia, che anch’essa si è tenuta fuori dall’euro, vincolata da un referendum nel 2003, ha comunque avviato il percorso di entrata. Curiosamente, la Bulgaria ha soddisfatto i cinque parametri per l’adesione, la Svezia no, solo quattro su cinque – i cinque sono: inflazione, disavanzo, debito, tassi a lungo termine, cambio.

 

La grazia è dello spettatore

La grazia, che il presidente della Repubblica ha il privilegio di concedere, a lui non è concessa. Sorrentino ritorna sul turbamento della politica, una sorta di potere del non potere, con questo dilemma. Il capo dello Sato, alla scadenza del mandato, deve decidere su due domande di grazia, e l’emanazione di una legge che introduce il suicidio volontario, “assistito”, che in fondo è – moralmente se non giuridicamente – la stessa cosa: disporre delle vite altrui.
Una sorta di riflessione giuridico-filosofica, che si dipana per due ore e un quarto, nei saloni quasi reclusori del Quirinale – poca la luce, pochi perfino gli spazi. Con l’ora d’aria sulle terrazze, per una sigaretta. Anche il personale vi diventa claustrale: la convivenza con la figlia, con la quale non ha mai condiviso niente – il vecchio padre, vecchio stile, e giurisperito perduto dietro le migliaia di pagine dei suoi trattati.  Con in più l’ossessione che l’amata moglie, alla quale sempre ritorna, alla prima immagine, al primo incontro, morta da dieci anni, lo abbia tradito “quarant'anni fa”.
Una narrazione forte, in cui Sorrentino è a sua volta forte – scrittore prima che regista. Tenuta su da attori veri, a cui Sorrentino – è la sua cifra – ama dare carattere e rilievo. Toni Servillo, Milvia Marigliano e Venturiello eccezionali, in ruoli forti, con Anna Ferzetti, la figlia onnipresente. Con caratterizzazioni a catena, in una o due scene, la giovane Linda Messerkingler sopra tutti, Alessia Giuliani, Francesco Martino. Presenze robuste anche nei ruoli secondari. Il corazziere col portasigarette per il presidente in terrazza, a cui fa la playlist – il presidente ama tutto, da Elvis al rap, e può farlo, è nel personaggio, non è una una forzatura goliardica. Il consigliere-avversario giuridico. Il figlio musicista, una brevissima scena, “da remoto”, che basta a raccontare il padre. Con la sola sbavatura del papa: nero e rasta. Che, per giunta, “fa” l’africano, deresponsabilizzato. Per Sorrentino, due stagioni di “The Pope”, il Vaticano è pop.
Pope pop? Ma, a ripensarci non è il solo deragliamento di questo pensoso pensamento sul potere impotente. 
Paolo Sorrentino, La grazia

venerdì 23 gennaio 2026

A Gaza una Dubai del Mediterraneo

Il Board of Peace, il progetto di ricostruzione di Trump per Gaza, viene detto “una piccola Onu”. No, è il progetto di sviluppo immobiliare-turistico primitivo di Trump per l’area palestinese - del video diffuso a febbraio di una Riviera del Medio Oriente.
Il Board of Peace è una società d’investimenti. Dovebbe fare della Strscia una Dubai sul Mediterraneo: grattacieli di uffici e servizi, e di strutture vacanziere sul mare. Un resort miliardario. Per il quale apputo sono richiesti investimenti da un miliardo in su – pena esclusione dal business “ricostruzione”.  
Chi governerà questo complesso non si dice. E quale sarà il posto e il ruolo dei palestinesi che ancora abitano la Striscia. Il progetto di Trump ha l’approvazione di Netanyahu e quindi è dubbio che la Striscia ricostruita sarà un nocciolo di Palestina.

 

Cronache dell’altro mondo – igieniche (377)

Insediandosi nella residenza ufficiale, Gracie Mansion, il neo sindaco di New York Mamdani ha per prima cosa annunciato che farà installare dei bidet. E ha aggiunto che vorrebbe anche un gatto, benché sia allergico – si sta sottoponendo a una cura anti-allergica – per fare piacere alla moglie, Rama Duwaji.
L’annuncio ha fatto la prima notizia di tutti i media, per una volta spodestando Trump. La decisione non è contestata. Il bidet non è d’uso in America. Ma Mamdani è mussulmano e l’esigenza di un’igiene accurata non è in discussione. Se ne discute il costo.
Secondo alcuni architetti varierebbe dai 400 ai 1.700 dollari a bidet, manufatto e opere idrauliche comprese. Secondo alcuni fornitori invece sarebbe dimezzabile.
Gracie Mansion, residenza del sindaco di New York dal 1942, dal tempo di Fiorello La Guardia, è una villa del Settecento, in legno, di oltre mille mq utili. In un’area a lungo fuori città, ora nell’Upper East Side, una delle zone più eleganti della città.
Il sindaco e la moglie vivevano in un monolocale nel Queens, il quartiere più popoloso di New York, con gli aeroporti Kennedy e La Guardia.

Lo scandalo non fa più scandalo

Con un nuovo titolo e in un’ottica diversa, la rivista ripropone un saggio di biografia di Luisa Casati di Soncino del 2003 - che su questo è già capitato di recensire quando è stato riproposto la prima volta, meno di un anno fa, il 12 aprile 2025. Non osannante. “Poche sacerdotesse della moda sono state più dotate per la loro vocazione di Luisa Casati, aristocratica milanese nata nel 1881 in una immensa ricchezza, che, avendo probabilmente speso più soldi in abiti e gioielli di qualsiasi regina della storia, morirà senza un soldo nel 1957” è l’inizio: “La Marchesa era eccezionalmente alta e cadaverica, con una testa a forma di pugnale e un visino piccolo e ferino inondato da occhi incandescenti. Illuminava le pupille con la belladonna e ne anneriva i contorni con il kajal o l'inchiostro di china, incollando una frangia di cinque centimetri di ciglia finte e strisce di velluto nero alle palpebre. I suoi zigomi erano vertiginosi, il suo naso aquilino, la sua bocca un taglio livido. Si incipriava la pelle di un bianco fungino e si tingeva i capelli per farli sembrare una corona di fiamme. Questa maschera allarmante, come osservò Cocteau, dava agli uomini l’illusione che la donna che la indossava avesse deliberatamente devastato una grande bellezza, una bellezza che in realtà non possedeva”.
Ebbe come tutte le “divine”, se ricche, con D’Annunzio. Ma soprattuto si volle regina delle arti e della moda a Parigi, tra Poiret, Schiaparelli, Picasso e i Balletti Russi. Più che altro abbondando in stravaganze. Non semre sotto l’effetto di droghe. “A Capri, nel 1920, riempì un guardaroba di abiti neri con strascico a cattedrale, si tinse i capelli di verde, dipinse d’oro il corpo del suo servitore (che crollò per il caldo e fu salvato dal soffocamento dal padrone di casa, che raschiò via la doratura) e sfilò per le vie con una sfera di cristallo”. Nella stagione veneziana usava non indossare nulla: “Gli abitanti di Venezia assistevano regolarmente all’apparizione notturna dell’ospite più ricca e magra che passeggiava per Piazza San Marco perfettamente nuda e di un bianco lunare sotto un mantello di pelliccia, accompagnata da due ghepardi al guinzaglio tempestato di diamanti e da un maestoso servitore negro con torce per illuminare la scena”.
Luisa Annan, marchesa Casati di Soncino per matrimonio, madre di una figlia non accudita, non era bella e decise di essere un personaggio. Facendosi una vita teatrale. Spese per questo l’enorme patrimonio ereditato dal padre (con una sorella gemella, che sarà sua ombra), un magnate tessile milanese self-made man promosso a conte dal re Umberto I, suo frequente ospite, per finire povera, solitaria e afflitta. Ma dopo ben 76 anni, sopravvissuta a se stessa, al suo mito – morirà dimenticata nel dopoguerra avanzato, nel 1957, anche se nell’ottimo quartiere londinese di Knightsbridge.  Ha fatto in tempo a innamorare anche Kerouac, che le dedicò una quartina: “La marchesa Casati / È una bambola vivente / Appuntata sul mio muro di Frisco / Skid Row"). Qualche anno dopo, in memoriam.
Una vita teatrale. Una che si volle opera d’arte vivente – oltre che collezionista molto preveggente – ispiratrice pare, di Peggy Guggenheim, altrimenti avveduta. Insensata, si direbbe, da un punto di vista ordinario, moralistico. Anche perché, conclude l’autrice, “i feticci e i costumi perversi della Belle Époque di Luisa Casati non fanno più scandalo”. È per questo che la rivista lo ripropone. Fra i contributi in morte di Valentino.
Una quasi biografia, che Thurman, la biografa di Karen Bixen (coautrice del soggetto del film “La mia Africa”) ha poi sintetizato in questo lungo racconto. Un saggio biografico soprattutto interesante per i tanti paralleli che l’autrice trova con Karen Blixen. La scritrice ha ben altro spessore, e tuttavia, sul piano umano, quasi una copia della marchesa. Per lamagrezza provocata, per la petulanze, per il vezzo di vivere con le ricchezze di altri.
Judith Thurman, The Heiress Who Blew a Vast Fortune on Fashion, “The New Yorker Classics”, 15 settembre 2003, free online, leggibile in italiano, L’ereditiera che ha sprecato una vasta fortuna nella moda)

giovedì 22 gennaio 2026

Ombre - 808

“Svolta di Trump dopo le minacce”, “Groenlandia, giravolta Trump”, “Lo sbarco in Svizzera con l’aereo sbagliato”, “Donald, la gaffe su Zelensky”. Col prezzemolo Cottarelli, “L’obiettivo è dividersi”.  Si resta basiti leggendo i giornali: è incompetenza? partito preso anti-Usa? Solo “il Messaggero” sa leggere la giornata: “Groenlandia, niente nuovi dazi”. Come è possibile che giornali e tg continuino a leggere Trump come Trump vuole che sia letto, il tipo “capace di tutto”? L’Italia ha perso il senso della politica?
 
“Kuleba: «Fedeli all’Ue senza litigare con l’America. L’Europa dovrà svegliarsi e gestire la sua difesa»”. In due battute la posizione dell’Europa possibile e dovuta. Ci pensa solo l’ex ministro degli Esteri di Zelensky. Si vede non abbastanza fedele al presidente-dictator ucraino, ma diplomatico e figlio di diplomatico. Un po’ pure italiano – dell’Italia come buonsenso - per aver passato qualche tempo a Atripalda, dopo Cernobyl.
 
“«L’obbedienza non dà sicurezza», Carney consacrato come l’anti-Donald”. Tripudio al “Corriere della sera”, dalla prima pagina (Gramellini) alla sesta. Ma chi è Carney? Il primo ministro del Canada.
Una volta si emigrava in Canada per non poter andare negli Stati Uniti. In paese molti (cinquecento?) si stabilirono a Halifax, a portata di barca dal Maine (lo stesso stato dove poi sono sbarcati i somali che ora Trump vuole espellere).  
 
Macron ha un problema agli occhi, e a Davos si protegge con un paio di occhiali a specchio. È arrivato per primo per prendersi i riflettori. Anche questo è, come dire?, normale. Ma che cos’ha da dire? Che l’Europa deve fare la guerra a Trump, i.d. all’America. Lo diceva De Gaulle, per la gloria, da vecchio, tanto nessuno lo prendeva sul serio. Ma Macron, un ragazzetto tanto per bene?
 
C’è un ricattatore, professo, che ruba la posta altrui, Corona. Ma “fa giornalismo” e quindi la legge lo protegge – libertà di stampa. Gli aggrediti devono difendersi, con forti spese di avvocati, perdita di onorabilità – il privato in pubblico è per sé osceno – e perdita della pace.
La legge veramente lo condanna, anche senza processo, la violazione del segreto epistolare si persegue d’ufficio, il famoso art. 616 CP, ma i giudici no. Si assicurano contro Corona?
 
Giovanni Zannini, avvocato, recordman delle preferenze al voto regionale in Campania a novembre, va arrestato, secondo la Procura di Santa Maria Capua Vetere, per corruzione e concussione. Pagata con una “vacanza a Capri a bordo di uno yacht”. Non ora: “I fatti contestati risalgono al 2023”. Ora l’avvocato ha cambiato casacca: prima era del Pd, ma si è fatto rieleggere con Forza Italia. Poi dice che i giudici sono disattenti e fannulloni.
 
Non si divide in nulla il governo Meloni, guerre, scandali, inchieste, ma sulle banche sì. Un leghista alla Consob avrebbe consacrato lo tsunami di Giorgetti e Salvini su Piazza Affari e sulle banche - Mps con Mediobanca e Generali, e Bpm con la fidata Agricole.
Però, certo, la Lega vuol dire Milano: nacque alla grande politica nel 1992 grazie a Milano 1, la circoscrizione dei “belli-buoni-e-ricchi” della città – veniva da un deputato e un senatore, due collegi uninominali provinciali.
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“Uccidere Khamenei non farà cadere il regime”. Briscola! Ma è un titolo di Cazzullo sul “Corriere della sera” in dialogo con i lettori. Dove si dimostra che con i tuttologi, anche senza social, la politica estera è una cosa semplice semplice.
 
E così Banco Bpm cambia lo statuto per “fare spazio ai francesi”. È curiosa la scelta del Banco di darsi ai francesi invece che a Unicredit. Con i quali condivide il “territorio di attività”, esponendosi inevitabilmente al ridimensionamento Antitrust. Solo per salvare la poltrona all’ad Castagna? E perché il governo ha preferito Agricole a Unicredit, il salviniano Giorgetti e la presidente Meloni – al punto di subire una censura da Bruxelles? Non avranno lavorato per Le Pen, la sorella del cuore di Salvini?
 
Richiamato da Bruxelles per l’uso improprio del “golden power” contro Unicredit, il governo fa sapere di avere chiuso la pratica. Questo è quello che si legge, in realtà la Ue attende ancora la risposta. Albuquerque, la commissaria agli Affari Finanziari che ha posto la questione, fa capo al parlamento europeo ai Popolari (centro-destra), la Lega di Giorgetti e Salvini, che ha gestito l’affare Bpm-Agricole, ai Patrioti di Orbàn, che è un reduce dei Popolari. Ma Albuquerque è una politica navigata. Più volte ministro in Portogallo, anche al Tesoro.  
 
Mezza paginetta, taglio basso, per la dataroom di Milena Gabanelli sul “Corriere della sera”, “Soldati israeliani in crisi. Traumi di massa e suicidi”. E niente richiamo in prima - manca solo il “controllo parentale”. A chi fa male, a Netanyahu? È così forte? Il giornalismo che si censura è una novità. Una “room” basata sui dati e le riflessioni del ministero della Difesa israeliano.
 
Ogni giorno sul giornale, a ogni tg, sempre il “tecnico” Calenda, e il tourné influencer Renzi. Come già per Monti, Montezemolo, perfino Della Valle. Briciole dell’eredità di Scalfari e “la Repubblica”, del “bello-e-buono” impolitico che fa giustizia della politica, la megera.
 
È passato un anno dacché Trump è rientrato alla Casa Bianca e non ha licenziato nessuno: nessun ministro, nessun consigliere, nessun collaboratore. Sempre egomaniaco, ma non come, per questo aspetto, nel 2016. Vorrebbe cacciare Powell, altro suo nominato, ma per vie legali. Sta rinsavendo? Noi europei dobbiamo vigilare su Trump.
 
L’Europa fa faccia feroce contro l’imperialista Trump, e schiera in Groenlandia, grande quanto la metà della Ue, 2 milioni di kmq contr 4, le sue truppe, qualche centinaio di uomini. I tedeschi, dodici, dopo un paio di giorni se ne sono tornati a casa. Poi pure gli altri. È l’Europa stupida – magari il “tycoon” ha ragione? Certo, un tycoon di merda contro tanti cervelli, Macron, Starmer, Merz, Tusk, i quattro moschettieri, non c’è partita - Zelensky oggi li ha spernacchiati, ma chi è Zelensky?
 
Che fine ha fatto la confisca degli asset russi, ben 210 miliardi, fatto senza precedenti nel diritto internazionale, che tanto appassionava- in Italia – giornali e giornalisti che non ci capivano nulla. All’improvviso sono spariti. Come una realtà che c’è e non c’è. Onirica? Dell’informazione come politica? Un miraggio, dell’ignoranza?

Le duellanti - a scuola

Una serie breve, una sorta di dramma in tre atti, per Sabrina Ferili sempre più nell’abito di Anna Magnani, indomita. Una professoressa, ottima preside, avvilita sui social da un revenge-porn, dalla pubblicazione anonima di foto rubate di un suo atto sessuale. Un atto civico di denuncia in tre puntate in realtà (Mediaset sembra partita alla rincorsa di Rai 1, che aveva avuto la brillante idea di sceneggiare la preside “eroina” di Caivano), poiché l’esito è scontato. Un banco di prova per Ferilli, da qualche tempo tempo emarginata dal mainstream (lavora solo con Mediaset, avrà abiurato dal Pd?), che lo supera di forza - benché il “sono Magnani” risulti un handicap, la stessa espressione per cinque-sei ore. Una storia non di scuola ma di delitti, indizi, colpe, colpevoli che si dissolvono a due e tre per puntata. Che è piaciuta? La serie è passata dal 25 al 28 per cento di share, una quota che Mediaset di solito se la sogna, è andata cioè oltre la curiosità indotta dalla promozione. Un mondo di cattiverie tra laghi placidi di Roma.
Diversa la storia - che continua, sono quattro serate – della preside ideata da Zingaretti, per la regia di Miniero, che di storie di scuola si può dire specialista, con Luisa Ranieri nei panni di Eugenia Carfora, la preside dell’istituto tecnico professionale “Morano” a Caivano che è finita negli annali. La preside – “dirigente scolastico” - che si impegnò a ridurre gli abbandoni, andando in giro per le case a convincere gli assenti a tornare a scuola. Dapprima, non conoscendo il quartiere, che lo stradario di Napoli trascura, armata di altoparlante agli incroci. Un po’ di teatro a Napoli non sorprende, ma certo per convincere scolari recalcitranti è di una Napoli sempre sorprendente.   
Giacomo Martelli, A Testa Alta- Il coraggio di una donna, Canale 5, Infinity
Luca Miniero, La preside, Rai 1, Raiplay

mercoledì 21 gennaio 2026

Letture - 604

letterautore


Cicalate
- Erano a Napoli, ancora nell’Ottocento, le conferenze\dibattito, in circoli chiusi, su temi culturali considerati minori, curiosità, ma meritevoli di una trattazione. Per esempio sul “Fascino volgarmente detto jettatura”, che Ernesto De Martino ha scoperto leggendo Mastriani e ha ripubblicato negli anni 1950, considerandola un classico sulla magia popolare e il malocchio. La “cicalata” aveva anche un autore, Nicola Valletta. Era infatti stata stampata più volte a partire dal 1787.
Le 
“cicalate” Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, alla voce “Mastriani”, spiega essere state “conferenze fatte nei circoli culturali, abbastanza chiusi e molto intellettuali e borghesi”, dove si tenevano e discutevano relazioni di chi avesse qualcosa da dire: “Le relazioni si dividevano in relazioni vere e proprie, qualcuno che aveva letto dei libri importanti, era stato all’estero e aveva delle cose da dire, e le cicalate, che erano delle conversazioni un po’ a ruota libera su temi considerati minori”.

Nicola Valletta Fofi liquida come “un filosofo napoletano”. Era stato una sorta di ragazzo prodigio, in cattedra molto presto, giurisperito, e soprattutto insegnante popolare, anche in casa propria, con i giovani che avessero interesse. Vinse un concorso di Filosofia Morale ma non poté assumere l’incarico perché aveva 17 anni. Andò in cattedra dieci anni dopo. Fu autore di opere storiche sul diritto a Napoli che ancora sono utili.  
 
Dante
– Il più produttivo e riproduttivo della letteratura mondiale – naturalmente dopo la Bibbia? Si dice in America. Dove ora lo si è censito e censisce interprete e ispiratore del femminismo, nella figura di Bearice (Margaret Fuller), dell’antischiavismo tra i neri, per l’esilio, e della resilienza indiana, dei nativi. L’influenza indiretta è ricostruita nella raccolta di studi “American Dantes: Traditions, Translations, Transformations”. Con applicazioni al jazz (Ralph Ellison), alla pittura (Paul Laffoley), al genere autobiografia storicizzata, contestualizzata, o memoir, e nelle serie tv – la penultima o terzultima stagione della serie “Man Men”.
 
Intellettuale – “Scrollarsi di dosso i riti, i privilegi, i soprusi che sono tuttora conservati nella definizione e nella pratica dell’intellettuale”, è il proposito che Zavattini si dava scrivendo di sé nel 1981.
 
Mare – Di Rafael Cansinos Assens, che dice suo maestro in letteratura, Borges ricorda nell’intervista alla tv spagnola pubblicata col titolo “Il linguaggio dell’intimità” specialmente “una poesia dedicata al mare, era meravigliosa. Quando gliene parlai mi disse: «Sì, il mare. Spero di vederlo, prima o poi». Non aveva ma visto il mare. Gli bastò quello della sua imaginazione, come bastò a Coleridge per comporre ‘la ballata del vecchio marinaio’”.
 
Nietzsche – Come filologo fu bocciato, spiega Mauro Bonazzi recensendo la raccolta “”Lezioni di Basilea e scritti filologici 1869-1878”, della breve stagione di Nietzsche professore a Basilea, da tutti i filologi, con asprezza. Ulrich von Wilamowitz - l’autorevolezza in persona per Luciano Canfora: “Il signor N. ai suoi piedi raduni tigri e pantere, ma non la gioventù filosofica della Germania!” – “pedantemente elencando”, continua Bonazzi, “tutti gli errori fattuali di Nietzsche, per sottolinearne l’incompetenza”. Hermann Diels: “Nietzsche è scientificamente finito”. Friedrich Ritschl, maestro di Nietzsche all’università di Lipsia, con una “paterna” lettera ammonitrice e più drasticamente nel diario: “Farneticazioni di uno che ha sbevazzato”. E gli effetti si fecero “presto sentire”, continua Bonazzi: “Nel 1872 il seminario del semestre invernale fu annullato per mancanza di studenti”.
 
Paesaggio – “Il contadino non osserva il paesaggio, che non è che un’idea dell’uomo colto” – J. L. Borges, “Il linguaggio dell’intimità”, p. 58.
 
Premi letterari – La Nave di Teseo, l’editrice di Umberto Eco e Elisabetta Sgarbi, si qualifica sul sito wikipedia con l’elenco dei premi letterari ottenuti dagli autori che pubblica, anche i più locali o remoti.
 
Russia – “Nel 1543 Costantinopoli venne conquistata dai Turchi”, papa Ratzinger spiega il 13 maggio 2004 al Senato, nella Sala Capitolare del Chiostro della Minerva (“La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato”, ora in “L’Occidente vincerà”)…. Così una delle due ali dell’Europa rischiò in tal modo di scomparire. Ma l’eredità bizantina non era morta: Mosca dichiara se stessa come la terza Roma, fonda un proprio patriarcato sulla base dell’idea di una seconda traslatio imperii e si presenta come una nuova metamorfosi del Sacrum Imperium, come una propria forma di Europa, che tuttavia rimase unita con l’Occidente e si orientò sempre più verso di esso, fino a che Pietro il Grande tentò di farla diventare un paese occidentale.
“Questo spostamento verso Nord dell’Europa bizantina portò con sé anche il fatto che ora i confini del continente si misero in movimento ampiamente verso oriente. La fissazione degli Urali come frontiera è oltremodo arbitraria, in ogni caso il mondo a oriente di essi diventò sempre più una specie di sottostruttura dell’Europa, né Asia né Europa, essenzialmente forgiato dal soggetto Europa, senza partecipare però esso stesso del suo carattere di soggetto: oggetto, e non portatore esso stesso della sua storia. Forse con ciò è definita, tutto sommato, l’essenza di uno stato coloniale”.
 
Scrittura – “Si dice sempre che Cervantes e Dostoevskij scrivessero male. Ma se quella cattiva scrittura è servita loro per regalarsi il ‘Chisciotte’ e ‘Delitto e castigo’, allora forse non scrivevano così male. Adeguarono la scrittura ai loro fini” – J.L.Borges, “Il linguaggio dell’intimità”.
 
Scuole letterarie – “Sono delle semplici comodità per la critica” – Borges, “Il linguaggio dell’intimità”, 50.
 
Wagner – “Non comprese nulla dell’universo scandinavo”, delle saghe che usa, “insistendo invece sull’aspetto romantico, enfatico” – J. L. Borges, “Il linguaggio dell’intimità”, p. 31.
Con una resipiscenza: “Forse sono io che non comprendo Wagner. O forse, invece, sono vere entrambe le cose”.
 
Walt Whitman – Democratizzò la poesia - Borges, “Il linguaggio dell’intimità”, 28: “Straordinario esperimento il suo, l’idea di comporre un’epopea della democrazia, in cui non ci fosse un protagonista, ma nella quale tutti fossero personaggi principali… Ogni lettore dialoga con Whitman. In parole povere ognuno di noi, quando legge ‘Foglie d’erba’, è un personaggio di Whitman”.

letterautore@antiit.eu

Milano si riprende il miracolo

Valentina Fortichiari, nipote, collaboratrice e “cultrice della materia” Cesare Zavattini – suo il “Meridiano - e Sergio Seghetti, bibliotecario a Milano e patito di fotografia, contribuiscono alle celebrazioni che Milano ha avviato nel 2021, per i settant’anni del film di De Sica e Zavattini.
La città aveva reagito con ostilità al film nel 1951, ora fa mea culpa e se ne appropria. Con convegni, pubblicazioni, “installazioni” (Studio Azzurro), proiezioni di copie restaurate dalla Cineteca di Bologna, targhe stradali, “aiuole”, come poi prospetterà famosamente Ornella Vanoni, in memoria del film, degli autori e di qualche attore – Paolo Stoppa, Anna Catena. Il volume si apre con Giovanna Rosa, “La città che mescola il mondo”. Molti contributi sono dal convegno “Miracolo a Milano. Un omaggio a un film e a una città”, 2021.
Con interventi però di interesse. Della stessa Fortichiari, che però è la sola cultrice dell’opera di Zavattini - come lo è, lo è stata, di Guido Morselli, un altro che Milano trascura (il Piccolo prepara una messinscena storica di “Miracolo a Milano”, per i 75 anni del film, gdopo quella trent’anni fa del Berliner Ensemble, ma Bompiani non riedita “Totò il buono”, il racconto di Zavattini sui cui si basa il film). Mereghetti spiega gli attacchi che il film subì, da destra e da sinistra, al punto da farne un fallimento commerciale, malgrado la palma d’oro e gli entusiasmi a Cannes, e la fama, il seguito anche popolare, di De Sica e Zavattini dopo “Sciuscià” e “Ladri di biciclette”. Milano, in particolare, se ne lamentò molto.
Un lungo saggio, approfondito, di Maria Carla Cassarini, già autrice di un “Miracolo a Milano di Vittorio De Sica. Storia e preistoria di un film” venticinque anni fa, per il restauro del film, mette il film in quadro nell’opera di Zavattini (e di Totò, de Curtis). Seguono un quadro a più mani su Milano nel cinema, l’opera che Battistelli ha costruito sul film, e i gialli milanesi che Giuseppe Ciabattini ne ha ricavato - eletti tra i Gialli Mondadori.
Appassionante l’appendice di foto, che Seghetti ha costruito con gli eredi di Mario De Biasi, fotografo di scena. E col contributo della Cineteca di Bologna che custodisce il lascito Giuditta Rissone-Emi De Sica, la figlia e la moglie di primo letto di Vittorio.
Valentina Fortichiari-Sergio Seghetti, Miracolo a Milano. Parole, immagini e immaginari, Oligo, pp.210, ill. € 22  

martedì 20 gennaio 2026

Problemi di base calcistici - 896

spock


Perché gli acquisti del Napoli sono sempre economici ed eccellenti, e quelli della Juventus cari e brocchi?
 
È un mercato di procuratori e non di calciatori?
 
E si svolge a Montecarlo?
 
Perché gli arbitri fermano le partite per cinque e dieci minuti, non sanno che altro fare?
 
Non hanno mai giocato al calcio?
 
E il fuorigioco di un centimetro, di un’ombra, di niente?

spock@antiit.eu

La Calabria parlata, dagli Osci alla Spagna

Un’opera di fine Ottocento, che si sfoglia come contemporanea. Di fine positivismo, che applicato all’etnografia e alla filologia ha lasciato tracce durature. Frutto di una ricerca personale “sul campo” e di riscontri locali, ristretti all’agro di Laureana di Borrello, al margine della Piana di Gioia Tauro in provincia di Reggio Calabria. Ma con l’individuazione di grafia e suoni validi per una vasta area, la Calabria ultra e buona parte del catanzarese, l’attuale provincia di Vibo Valentia. Marzano indagò modi di dire. pratiche religiose e superstizioni, usi agrari, e i racconti, proverbi e canti popolari.
La prima riedizione, nel 1928, si è avvalsa di una presentazione di Raffaele Corso - che questa edizione conserva – in cui l’illustre etnologo giustifica il titolo, applicato a una ricerca locale: “Essendo però le voci registrate di uso comune in quasi tutta la regione (con alcune variazioni fonetiche), non è sembrato fuori luogo il titolo generico”.
Presentando la sua ricerca nel 1890, Marzano (quella prefazione apre questa riedizione), Marano spiega come ha tenuto conto del primitivo strato Osco della lingua – agli Osci aveva dedicato i suoi studi – e poi degli strati linguistici noti, greco, latino, arabo, francese, spagnolo. In breve, una sorta di storia linguistica della Calabria.
Franco Paloscia, che cura la riedizione, esuma in apertura una amplissima rete di ricercatori sul campo in materia, su base localistica, in Calabria a fine Secolo. Prima dell’avvento, a partire dagli anni 1930, del lavoro esaustivo, di ricerca sul campo e di trattazione, di Gerhard Rohlfs.
Giovan Battista Marzano, Dizionario etimologico del dialetto Calabrese, Grifo, pp. 319 € 12

lunedì 19 gennaio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (621)

Giuseppe Leuzzi

Emilio Jona, che ricorda centenario in un libro di ricordi le donne che salvarono lui e i suoi familiari dal lager, cita in un’intervista con Baudino su “La Stampa” “un vecchio detto piemontese”: “A I su gni e se I savisi ai savria gni”, non so nulla, e anche se sapessi non saprei. Allora è vero che l’omertà ce l’hanno portata i Carabineri, il Piemonte.

Il Sud è teatro
Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, 308, è tassativo: “Il grande teatro italiano del Novecento è legato anzitutto al Sud, i grandi del teatro italiano del Novecento sono Pirandello, il cui genio è stato universalmente riconosciuto, e che ha influito enormemente sul teatro moderno, anche su quello delle avanguardie, e con lui Eduardo, Viviani, Carmelo Bene, ai quali aggiungerei Totò, che era non solo attore ma an
che autore di se stesso. Sono i cinque grandi del Novecento, grandi come Goldoni e Alfieri lo sono stati prima di loro”.

E forse anche De Simone, stranamente ingrato a Fofi – non lo menziona mai. E il suo amato Brancati, e Camilleri, Martoglio, lo stesso Sciascia. E D‘Annunzio – o Pescara la mettiamo al Nord? E Verga?
Certo, c’è anche Fo. E Testori? Franca Valeri, forse Natalia Ginzburg. Ma il Sud per una volta non è appiattito.
 
Il Nobel è grande se lombardo
Curioso quadro fa Paolo Di Stefano su “La lettura” esumando le cronache e i commenti del “Corriere della sera” ai Nobel italiani. Per l’entusiasmo maggiore riservato ai Nob Letteratura rispetto a quelli scientifici, Fisica, Medicina, Chimica, Economia. E ai vincitori lombardi rispetto a quelli di fuori regione, specie se del Sud, compresa Grazia Deledda, collaboratrice del giornale, e poi Pirandello.
I Nobel non letterari vanno in prima pagina solo dal 1984 con Rubbia. Seguito l’anno seguente da Franco Modigliani per l’Economia, celebrato in prima pagina da Mario Monti - e poi nel 1986 con Rita Levi Montalcini (Medicina) e Giorgio Parisi (Fisica) nel 2021. Prima di Rubbia si contano nove Nobel scientifici, con poche righe sul giornale, al più un titolo, in pagine interne e remote. Per tutti - compreso il Nobel a Fermi del 1938, che poi da Stoccolma non avrebbe fatto ritorno in Italia, “prendendo il volo verso l’esilio americano, con la moglie Laura Cappon minacciata dalle recenti leggi razziali”. Unica eccezione per il chimico Natta, “tutto milanese”, osannato, in prima pagina e all’interno a firma di Alberto Cavallari, e per più giorni.
Per la Letteratura (premiati Carducci, Deledda, Pirandello, Quasimodo, Montale, Fo) Deledda e Pirandello “non andarono in prima pagina”. Grazia Deledda aveva collaborato al “Corriere della sera” “a cadenze regolari dal 1910”, ma “non guadagnerà mai la prima pagina”. Diverso nel 1997 il trattamento per Dario Fo, milanese cona Natta: “Quel giorno il riconoscimento al «giullare» occupava ben tre pagine”.
 
Più che la salute pesa l’istruzione
Usa fare i conti con raccapriccio di quanto le regioni meridionali, la Calabria soprattutto, spendono per le cure sanitarie dei residenti fuori regione, normalmente per specialisti, cliniche e ospedali da Roma in su. Un conto che però andrebbe defalcato di quanto le altre Regioni spendono per la sanità fuori regione – la Calabria ci rimette più di tutte le altre Regioni per non avere praticamente crediti, all’infuori di qualche avventurato turista oppure emigrato di ritorno temporaneo, occasionale. Ma il vero salasso non è questo – quella per la sanità è una spesa “traslata”, differita geograficamente. Il salasso è l’istruzione, che in larga percentuale, anche nove su dieci, è a perdere: il Sud investe per formazioni che verranno utili e produttive fuori, lontano.
Non solo una perdita, ma un drenaggio di risorse cospicuo - su base familiare si direbbe enorme. Un corso universitario fuori sede, a Roma, Firenze, Bologna, Milano, Torino – o negli esamifici di Siena, Pisa, un tempo Camerino - per tre-cinque anni, più le specializzazioni, costa fra i 40 e gli 80 mila euro. In una bilancia dei pagamenti regionali, sarebbe la voce maggiore d’impoverimento: nell’80-90 per cento dei casi la formazione del futuro professionista sarà stata pagata dalla “Calabria” per altre economie regionali.
Per esempio i medici. La regione Calabria non ne trova, deve cercarli a Cuba – per poco o molto che li paghi sono altri capitali dirottati fuori, su Cuba. Ma a Roma è raro non imbattersi in medici, specialisti, di origine calabrese. I medici calabresi che non sono tornati a esercitare in Calabria sono nell’ordine delle decine di migliaia.
 
Cronache della differenza: Milano
Prezzi raddoppiati e alberghi completi per febbraio, per l’Olimpiade. In questo Milano è maestra, degli “eventi”. Da vecchia piazza fieristica. Inventarsi il superfluo e imporlo come necessario – lo sci a Milano, come il “miracolo” di De Sica-Zavattini.
 
E dunque con la legge Renzi Milano ha il primato mondiale di residenza dei ricchi: “Milano prima al mondo per concentrazione di ricchi”. Nella proporzione iperbolica di 1 residente milionario su 12 – a New York 1 ogni 22 abitanti, a Londra 1 ogni 41, a Roma 1 ogni 54. Camminare per Milano ora fa impressione, come scivolare su marciapiedi di dollari.
 
Come numeri assoluti è un’altra storia: New York conta 384.500 milionari – con 818 centomilionari.   Milano ne ha solo 115.000. Alla pari con Pechino, una capitale morale e una comunista Ma a Milano si potrebbe dire un fatto mafioso: ha miliardari di ogni risma e paese, che vi prendono la residenza perché non pagano le tasse. La teoria della mafia capitalista inciampava nell’unigenerazionale – non ci sono successioni. Milano ha risolto l’inciampo.
 
Nella corsa a metropoli la città si celebra con un “Atlante della nera milanese”. Ma lo ha compilato e illustra un Giuseppe Paternò Raddusa, nobile, ma di Acireale. Il ponte con la Sicilia Milano ce l’ha da (almeno) un secolo e mezzo.
Milano non si priva di linfa straniera, il leghismo funziona al contrario, è una sorta di ventosa, succhiasangue.
 
“Benessere, Milano riferimento mondiale”, grande titolo. Ma è la spesa per il benessere. Del corpo, dei massaggi, le cure estetiche. È il messaggio pubblicitario di Tecnogym, all’evento con Wellness Foundation. Cava soldi da ogni piega.
 
“Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo in Calabria”, dichiara in Tribunale Alessandra Cerreti, la pm antimafia di Milano al processo “Hydra” da lei azionato. Cerreti è di Messina. La città che vive con la Calabria in faccia. Ma ha sempre lavorato, e fatto carriera, a Milano. Il tutto mafia non risparmia nessuno.

Il controllo dell’informazione spinge, senza vergogna, fino alle pratiche che altrove si direbbero senz’altro ricatti – il “pizzo”. Di Corona, di Monzino, e ora di “modelli”, anche passatelli, di trenta e quarant’anni. Milano è anche molto devota, ma dove c’è odore di denaro, non si fa scrupoli.

A metà 1897 la Scala, finanziata dal Comune, dovette chiudere. Riaprì un anno e mezzo dopo con fondi privati, promossi e gestiti da Guido Visconti di Modrone, con Arrigo Boito, e la direzione di Toscanini. E l’ostracismo a Verdi. Toscanini programma solo Wagner. con Berlioz e Meyerbeer. E i veristi dell’editore Sonzogno, succeduto a Ricordi come organizzatore musicale, Mascagni, Boito.
 
La Scala verista di Sonzogno programma anche il debutto di Puccini, con “Edgar”. Ma nel 1904 “Madame Butterfly” vi debutterà con un “clamoroso fiasco” - non abbastanza sentimentale. Milano era una città di provincia.
 
“7”, il settimanale del “Corriere della sera”, si interroga nel numero di fine anno su Milano, ma non si preoccupa molto: “Milano che corre e cambia”. Anche in tema “sicurezza”, per il quale la città è “finita sulle copertine di tutto il mondo per la pessima percezione che serpeggia tra i residenti”. Non per il numero dei reati. “I dati Censis hanno certificato che, tra i giovani, il 70 per cento”, due su tre, “ha paura a tornare a casa da solo la notte”. Ma non c’è da preoccuparsi: “In quale metropoli un ragazzo o una ragazza (ma diciamo pure chiunque) sarebbe matematicamente tranquillo e sereno a rientrare a casa alle due, le tre di note”. Matematicamente, certo, e come sarebbe possibile?

Nuova Urbanistica, verticale, affitti carissimi, case introvabili. Milano ha una densità demografica  di 7 mila abitanti per kmq. Quasi quanto Napoli, (8.500), il triplo di Palermo.

Milano, scrive Eric Ambler nel suo romanzo ambrosiano d’anteguerra, “è né più né meno che una versione italiana di Birmingham”. Sapere com’è Birmingham non è dato, Milano dovrebbe essere meglio, è il posto più ricco in Europa. Ma Ambler ne fa pure il centro della corruzione, e questo non è contestabile.

“Villa Borghese è stupenda. Roma è stupenda”, Achille Lauro spiega a Cazzullo sul “Corriere della sera”, “la mia città. Anche se vivo a Milano, dove succedono un sacco di cose”. È la ricetta, il moto perpetuo: evita di riflettere, basta guadagnare.
 
Bianciardi, che ci ha passato metà della vita, lavorando venti ore al giorno, peggio di un milanese, non la amava. Dalle sue lettere agli amici Crosetti può estrarre un florilegio di insulti: “Milano è un luna park dove la folla compra, compra, compra. Per il resto, non è una città, non è un paese, non è niente. È solo una gran macchina caotica, senza cielo sopra e senza anima dentro. Andrebbe minata. Eppure in tanti si ostinano a dire che è il cuore dell’Italia”. Milanesi?
 
“Un amico medico primario”, scrive su “7” Cristiana Mainardi, milanese di adozione (“anch’io sono Milano”), “moglie insegnante, due figli, anche lui ha rinunciato a comprare casa”, troppo cara. “E pensare”, aggiunge, “che il suo reparto…è casa per migliaia di milanesi, con rari spazi liberi, perché la prima cura, dopo l’abnegazione professionale, è la relazione. Gli ho chiesto di che cosa è ammalata Milano. «Di malattia psicosomatica» ha risposto senza indugi”. Di guardarsi l’ombelico – come si può essere, altrimenti, leghisti?

Paolo Jannacci e Paolo Rossi si esibiscono allo speciale di Fazio per Ornella Vanoni con un dialogo interminabile di elogi per Milano. Non si sa che pensare: cattivo gusto di Fazio? una città bisognosa di conferme? Dopo la dedica della famosa “aiuola” a Ornella, come Milano fa ormai da una dozzina d’anni – annettersi le personalità di cui si parla con una targa di marmo su un alberello o lo slargo di un portone.

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L’amicizia amorosa, in America – e l’alcolismo

Un estratto della corrispondenza tra Lucia Berlin e il poeta e commediografo Kenward Elmslie, pubblicata a fine 2022 dalla University of New Mexico Press. Una amicizia nata tra i due nel 1994, a un Summer Writing Program, tre mesi di frequentazione. “Tra noi è scattata subito una forte sintonia”, dirà Berlin in un’intervista del 2002: “Abbiamo subito colto i sentimenti più profondi l’uno dell'altra. È stato come innamorarsi, o tornare a parlare del proprio migliore amico d'infanzia in prima elementare, quel tipo di amicizia davvero pura”.
Lei viveva a Boulder, in Colorado, dove insegnava all’università, in un campo di roulottes (“Mi sento davvero a casa qui. Ho sempre odiato lo yuppie e il New Age di Boulder, la brutta arte e le librerie”), e poi a Los Angeles, lui a New York e nel Vermont, Calais. Loosha è il vezzeggiativo epr Lucia.
Nulla di eccezionale. Se non la normalità stessa dei due scrittori. Le albe, i tramonti, le indisposizioni, specialmente lei, più volte all’ospedale, le letture. Lui: “Ho iniziato a detestare ‘Il rosso e il nero’. Mi sono innamorato di ‘L’altra donna’ di Colette (“La femme cachée”, ndr.) e del classico trio francese: moglie, amante e drammaturgo da boulevard sdolcinato nonché marito donnaiolo, a cui entrambe tengono e che decidono di condividere. Si vogliono così bene che la gelosia non è un problema…”. Ognuno descrive descrive piano i suoi accadimenti e ambienti. I lavori o progetti – Lucia ha l’idea di quello che sarà “Welcome Home” –“ho solo un’idea di dove si svolgerà…. tra New York e Valparaiso, … trenta capitoli”. O gli eventi quotidiani. I vicini messicani. La festa di quartiere. Un arresto di polizia, dell’indiano al bordo del campo, con irruenza e violenza - non senza un’irruzione tra i buoni vicini di roulotte messicani (non si riflette abbastanza oggi, con i fatti di Minneapolis, sulla brutalità normale della polizia in America, tipo i vari “Miami Vice” o “Chicago P.D.”). Una testimonianza, anche, dell’isolamento in cui la scrittrice continuava a vivere
 nell’ambiente intellettuale, benché scrivesse e pubblicasse da quasi mezzo secolo.

Più circostanziato, raccapricciante prima di essere consolante, il racconto che Lucia fa dilungandosi di una visita del figlio maggiore David, con i suoi figli: “David e i ragazzi se ne sono andati ieri sera dopo una visita davvero meravigliosa. Devo dire quanto sono grata e felice. Ogni madre amata dai figli è benedetta, per una madre alcolizzata è uno stato di grazia. So di essere stata una ‘brava’ madre, amorevole e responsabile, prima di bere, e quando bevevo non ho mai fatto del male ai miei figli, né fisicamente né verbalmente, ma di certo li ho spaventati, li ho fatti sentire in imbarazzo, vergognati e preoccupati... avrei potuto ucciderli guidando e bruciando casa, eccetera. Ci sono voluti molti anni di ricostruzione, più per convincermi che mi avessero davvero perdonato che per convincerli a farlo. David in particolare... che, una volta, quando stavo per suicidarmi, con Antabuse e gin, se n'è andato dicendo: ‘Fallo pure. È la cosa più giusta da fare’”. Anche questo, l’alcolismo, è un’America a cui non si è abituati, benché sia nostro esempio e spettacolo quotidiano. 

Lettere accompagnate da disegni, schizzi, scherzi. Un ricordo grato di quando si praticava – si poteva - l’“amicizia amorosa”. Costante e vicendevole. Quindi di confidenza rilassata, non di gioco o recitazione, tra i sessi. In America, appena ieri, nel 2000.

Lucia Berlin e Kenward Elmslie, Love, Loosha, “The Paris Review”, 17 ottobre 2022

domenica 18 gennaio 2026

L'intellettuale è morto, viva l'intellettuale

Da destra hanno aperto la questione Veneziani e Cardini, lamentando che la levatura intellettuale sia modesta, nell’opinione pubblica e in sé.  Sul “Foglio” Battista rincara la dose: l’intellettuale è, era, un presuntuoso. Berardinelli non è d’accordo e sullo stesso “Foglio” ribatte con un elenco d intellettuali che nel Novecento hanno fatto la storia – quella letteraria perlomeno: Savi9nio, Gramsci, Praz, Debenedetti, Gobetti, Montale, Carlo Levi, Chiaromonte, Piovene, Don Milani, La Capria, Garboli, Magris, Pieruigi Bellocchio, Carlo Ginzburg. Ma oggi probailmente non saprebbe chi aggiungere, se non se stesso. Ma anche a destra, gli scontenti Veneziani e Cardini con chi si ritrovano, Buttafuoco?
A sinistra, si può dire che tutti siano a sinistra, ma perché i settimanali culturali, “Lettura”, “Robinson”, “Tuttolibri”, “Domenica” etc, sono di sinistra – cioè no, di centro-sinistra. Nessuno fa l’opinione, forse perché non c’è opinione da fare, opinione pubblica.
Lo sconforto può universalizzarsi guardando all’America, con Trump. Ma lì il fenomeno è antico, materia già di studio nel 1963, teorizzato da Richard Hofstadter in un classico, “L’odio per gli intellettuali in America”, che la Luiss ripubblica – non c’è nulla di più nuovo (lo storico Hofstadter analizzo anche un altro tema attuale, "Lo stile paranoide della politica amaricana").
Gli intellettuali sembravamo morti, ora invece si agitano. Ma è vero che nessuno se li fila, se non gli intellettuali: non fanno opinione.

Totò il buono da De Sica a Pasolini

Inquadrature aperte e delimitate, quasi fisse. Illuminazione piatta, senza ombre. Il bambino trovato sotto le foglie del cavolo dalla donna  sola, anziana, gioiosa. Il funerale in carrozza coperta, seguito da un bambino solo, che avanza lento, nelle strade vuote, ripreso dall’alto, lontano e vicino. Un edificio grande sullo sfondo, tanto quanto lo schermo. Un giovane ne uscirà gioioso, saltellando. Una distesa grigiastra, vuota, occupa l’orizzonte Anche la musica si adegua, in autonomia, come usava nei film muti.
Il miracolo visivo è la riedizione, nel 1951, da parte di un regista del racconto, delle tecniche del primo cinema, degli still frame, animati per sequenza di immagini. Tra il metafisico di De Chirico e le nature morte di Morandi o Primo Conti. Piani fissi, molte facce, molte espressioni. È questo che fa l’attrattiva, ancora oggi, del film – la povertà contro la ricchezza, la bontà contro l’avidità in un mondo di still frames, variabili e immutabili. E spiega, particolare non insignificante, il Totò di Pasolini, specie di “Uccellacci e uccellini “, se e poiché il miracolo di Milano era stato scritto originariamente per Totò - e anche, in un primo momento, da Totò insieme con Zavattini.
Il “miracolo” lo fa De Sica con la tecnica, più che Zavattini col racconto. Tutto concorre alla narrazione fiabesca. Toto è probabilmente l’unico ragazzo che esce pieno di voglia di vivere dall’orfanotrofio. Per animare una landa desolata e polverosa. E la stessa tecnica di ripresa, come meravigliata, è applicata al quartiere e alla magione dei ricco, tutta luccichio - col servo appeso alla finestra per indicare direzione e intensità del vento.
Il Piccolo di Milano ne prepara, per i 75 anni del film, una versione teatrale. Che segue l’impianto di De Sica, del film, con facce-maschere, costumi e scenografie straripanti, dialoghi velocissimi, anzi monologali – un grande ritmo. La riesumazione del Piccolo è probabilmente in chiave “milanese”, per riconciliare la città, che all’epoca non aveva gradito, con uno dei suoi capolavori. L’ennesima celebrazione della città, dopo il trionfo atteso con l’Olimpiade. Ma con ragione, per il semplice fatto di proporsi, in epoca così distante e diversa, come apologo d’arte e non come saggio-denuncia – la lettura sulla quale si divisero spettatori e critica nel 1951, scontenti a sinistra, scontenti a destra, e allarmati i cattolici: di fiaba moderna, al cinema.
Vittorio De Sica, Miracolo a Milano, you tube