sabato 24 gennaio 2026
Effetto Trump - l’Atlantico non divide
Si può considerare il primo anno di Trump come l’effetto di un politico di second’ordine, un capopopolo, che semina arbitrio e discordie. Oppure inquadrarlo nella politica nazionale americana, come delineata dall’annuale National Security Strategy presidenziale, e confermata oggi dalla National Defense Strategy del Pentagono, a prescindere dalla personaltià del presidente – che peraltro sa di teatrale, artefatto (specie l’adozione del linguaggio eccessivo dei social, ma sempre calibrato).
Effetto Trump – i dazi liberatori
Col “Liberation Day” del 2 aprile, la teatrale apertura della gara ai “dazi
reciproci” col mondo intero, gli Stati Uniti hanno concluso una quindicina di
accordi commerciali bilaterali, e tutti vantaggiosi. Anche con le maggiori economie
mondiali “occidentali”: Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Australia, Argentina,
Uk. E presto concluderanno con la Cina. Contro la quale il Liberation Day era
inteso – lo sbilancio commerciale Usa con la Cina è enorme – ma non si poteva
dichiarare, se non in una manovra compessiva.
Senza danno per gli scambi commerciali, che si sono accresciuti. Ma
l’obiettivo era e resta politico: decide Washington.
Trump non è solo
Si può considerare il primo anno di Trump come l’effetto di un uomo solo
al comando – il sospetto\critica latente della costituzione americana, che
emerge a intervalli (non definisce-delimita i poteri del presidente, il quale
inevitabilmente, eletto dal popolo, se li prende tutti). Oppure inquadrarlo nel
sentiment politico prevalente, a prescindere dalla personalità del
presidente.
L’“identitarismo”, con forti connessioni culturali di tipo democratico,
è del vice-presidente Vance. La “Fortezza Nord America” del ministro del Tesoro
Scott Bessent, banchiere rispettato. La National Security presidenziale non è diversa dalla National Defense Strategy del Pentagono. I dazi sanno molto del friendshoring
dell’amministrazione Biden: creare correnti preferenziali di scambi per allentare
i vincoli produttivi con la Cina - da Bush jr. al Trump 2, le presidenze Obama
comprese, gli Stati Uniti agiscono per confrontarsi con la Cina, con iniziative
ovviamente unilaterali.
Ritorno all’euro(pa)
Non c’è solo la Gran Bretagna che si interroga su quando e in che forma
reintegrarsi all’Unione Europea, con che status giuridico. C’è l’euro che
cresce. Per l’adesione della Bulgaria. E, in prospettiva, anche della Danimarca
e della Svezia.
La Danimarca, non un membro fondatore della Ue, ma comunque uno che si è
aggregato fra i primi, nel 1973, è rimasta fuori dall’euro per tenersi fuori
dal “contagio mediterraneo” (leggi dell’Italia), forte della sua economia e
edella sua moneta. Ora – già da prima del caso Gorenlandia – non è più così
sicura: il governo sta studiando come superare il no all’euro di un referendum
nel 2000.
La Svezia, che anch’essa si è tenuta fuori dall’euro, vincolata da un
referendum nel 2003, ha comunque avviato il percorso di entrata. Curiosamente,
la Bulgaria ha soddisfatto i cinque parametri per l’adesione, la Svezia no,
solo quattro su cinque – i cinque sono: inflazione, disavanzo, debito, tassi a
lungo termine, cambio.
La grazia è dello spettatore
La grazia, che il presidente della Repubblica ha il
privilegio di concedere, a lui non è concessa. Sorrentino ritorna sul
turbamento della politica, una sorta di potere del non potere, con questo dilemma.
Il capo dello Sato, alla scadenza del mandato, deve decidere su due domande di
grazia, e l’emanazione di una legge che introduce il suicidio volontario, “assistito”,
che in fondo è – moralmente se non giuridicamente – la stessa cosa: disporre delle
vite altrui.
Una sorta di riflessione giuridico-filosofica, che si
dipana per due ore e un quarto, nei saloni quasi reclusori del Quirinale – poca
la luce, pochi perfino gli spazi. Con l’ora d’aria sulle terrazze, per una
sigaretta. Anche il personale vi diventa claustrale: la convivenza con la
figlia, con la quale non ha mai condiviso niente – il vecchio padre, vecchio
stile, e giurisperito perduto dietro le migliaia di pagine dei suoi trattati. Con in più l’ossessione che l’amata moglie, alla
quale sempre ritorna, alla prima immagine, al primo incontro, morta da dieci anni,
lo abbia tradito “quarant'anni fa”.
Una narrazione forte, in cui Sorrentino è a sua volta
forte – scrittore prima che regista. Tenuta su da attori veri, a cui Sorrentino
– è la sua cifra – ama dare carattere e rilievo. Toni Servillo, Milvia Marigliano e
Venturiello eccezionali, in ruoli forti, con Anna Ferzetti, la figlia onnipresente.
Con caratterizzazioni a catena, in una o due scene, la giovane Linda Messerkingler
sopra tutti, Alessia Giuliani, Francesco Martino. Presenze robuste anche nei ruoli
secondari. Il corazziere col portasigarette per il presidente in terrazza, a
cui fa la playlist – il presidente ama tutto, da Elvis al rap, e può
farlo, è nel personaggio, non è una una forzatura goliardica. Il consigliere-avversario
giuridico. Il figlio musicista, una brevissima scena, “da remoto”, che basta a raccontare il padre. Con la sola sbavatura del papa: nero e rasta. Che, per
giunta, “fa” l’africano, deresponsabilizzato. Per Sorrentino, due stagioni di “The Pope”, il Vaticano
è pop.
Pope pop?
Ma, a ripensarci non è il solo deragliamento di questo pensoso pensamento sul
potere impotente.
Paolo Sorrentino, La grazia
venerdì 23 gennaio 2026
A Gaza una Dubai del Mediterraneo
Il Board of Peace, il progetto di ricostruzione di Trump per Gaza, viene
detto “una piccola Onu”. No, è il progetto di sviluppo immobiliare-turistico primitivo
di Trump per l’area palestinese - del video diffuso a febbraio di una Riviera
del Medio Oriente.
Il Board of Peace è una società d’investimenti. Dovebbe fare della
Strscia una Dubai sul Mediterraneo: grattacieli di uffici e servizi, e di strutture
vacanziere sul mare. Un resort miliardario. Per il quale apputo sono richiesti
investimenti da un miliardo in su – pena esclusione dal business “ricostruzione”.
Chi governerà questo complesso non si dice. E quale sarà il posto e il ruolo
dei palestinesi che ancora abitano la Striscia. Il progetto di Trump ha l’approvazione
di Netanyahu e quindi è dubbio che la Striscia ricostruita sarà un nocciolo di Palestina.
Cronache dell’altro mondo – igieniche (377)
Insediandosi nella residenza ufficiale, Gracie Mansion, il neo sindaco
di New York Mamdani ha per prima cosa annunciato che farà installare dei bidet.
E ha aggiunto che vorrebbe anche un gatto, benché sia allergico – si sta
sottoponendo a una cura anti-allergica – per fare piacere alla moglie, Rama
Duwaji.
L’annuncio ha fatto la prima notizia di tutti i media, per una volta spodestando
Trump. La decisione non è contestata. Il bidet non è d’uso in America. Ma Mamdani
è mussulmano e l’esigenza di un’igiene accurata non è in discussione. Se ne
discute il costo.
Secondo alcuni architetti varierebbe dai 400 ai 1.700 dollari a bidet,
manufatto e opere idrauliche comprese. Secondo alcuni fornitori invece sarebbe
dimezzabile.
Gracie Mansion, residenza del sindaco di New York dal 1942, dal tempo di
Fiorello La Guardia, è una villa del Settecento, in legno, di oltre mille mq
utili. In un’area a lungo fuori città, ora nell’Upper East Side, una delle zone
più eleganti della città.
Il sindaco e la moglie vivevano in un monolocale nel Queens, il quartiere
più popoloso di New York, con gli aeroporti Kennedy e La Guardia.
Lo scandalo non fa più scandalo
Con un nuovo titolo e in un’ottica diversa, la rivista
ripropone un saggio di biografia di Luisa Casati di Soncino del 2003 -
che su questo è già capitato di recensire quando è stato riproposto la prima
volta, meno di un anno fa, il 12 aprile 2025. Non osannante. “Poche
sacerdotesse della moda sono state più dotate per la loro vocazione di Luisa
Casati, aristocratica milanese nata nel 1881 in una immensa ricchezza, che,
avendo probabilmente speso più soldi in abiti e gioielli di qualsiasi regina
della storia, morirà senza un soldo nel 1957” è l’inizio: “La Marchesa era
eccezionalmente alta e cadaverica, con una testa a forma di pugnale e un visino
piccolo e ferino inondato da occhi incandescenti. Illuminava le pupille con la
belladonna e ne anneriva i contorni con il kajal o l'inchiostro di china, incollando
una frangia di cinque centimetri di ciglia finte e strisce di velluto nero alle
palpebre. I suoi zigomi erano vertiginosi, il suo naso aquilino, la sua bocca
un taglio livido. Si incipriava la pelle di un bianco fungino e si tingeva i
capelli per farli sembrare una corona di fiamme. Questa maschera allarmante,
come osservò Cocteau, dava agli uomini l’illusione che la donna che la
indossava avesse deliberatamente devastato una grande bellezza, una bellezza
che in realtà non possedeva”.
Ebbe come tutte le
“divine”, se ricche, con D’Annunzio. Ma soprattuto si volle regina delle arti e
della moda a Parigi, tra Poiret, Schiaparelli, Picasso e i Balletti Russi. Più
che altro abbondando in stravaganze. Non semre sotto l’effetto di droghe. “A
Capri, nel 1920, riempì un guardaroba di abiti neri con strascico a cattedrale,
si tinse i capelli di verde, dipinse d’oro il corpo del suo servitore (che
crollò per il caldo e fu salvato dal soffocamento dal padrone di casa, che
raschiò via la doratura) e sfilò per le vie con una sfera di cristallo”. Nella
stagione veneziana usava non indossare nulla: “Gli abitanti di Venezia
assistevano regolarmente all’apparizione notturna dell’ospite più ricca e magra
che passeggiava per Piazza San Marco perfettamente nuda e di un bianco lunare
sotto un mantello di pelliccia, accompagnata da due ghepardi al guinzaglio
tempestato di diamanti e da un maestoso servitore negro con torce per
illuminare la scena”.
Luisa Annan, marchesa Casati di Soncino per
matrimonio, madre di una figlia non accudita, non era bella e decise di essere
un personaggio. Facendosi una vita teatrale. Spese per questo l’enorme patrimonio
ereditato dal padre (con una sorella gemella, che sarà sua ombra), un magnate
tessile milanese self-made man promosso a conte dal re
Umberto I, suo frequente ospite, per finire povera, solitaria e afflitta. Ma dopo
ben 76 anni, sopravvissuta a se stessa, al suo mito – morirà dimenticata nel
dopoguerra avanzato, nel 1957, anche se nell’ottimo quartiere londinese di Knightsbridge.
Ha fatto in tempo a innamorare anche
Kerouac, che le dedicò una quartina: “La marchesa Casati / È una bambola
vivente / Appuntata sul mio muro di Frisco / Skid Row"). Qualche anno
dopo, in memoriam.
Una vita teatrale. Una che si volle opera d’arte
vivente – oltre che collezionista molto preveggente – ispiratrice pare, di
Peggy Guggenheim, altrimenti avveduta. Insensata, si direbbe, da un punto di
vista ordinario, moralistico. Anche perché, conclude l’autrice, “i feticci e i
costumi perversi della Belle Époque di Luisa Casati non fanno più scandalo”. È per
questo che la rivista lo ripropone. Fra i contributi in morte di Valentino.
Una quasi biografia, che Thurman, la biografa di
Karen Bixen (coautrice del soggetto del film “La mia Africa”) ha poi
sintetizato in questo lungo racconto. Un saggio biografico soprattutto
interesante per i tanti paralleli che l’autrice trova con Karen Blixen. La
scritrice ha ben altro spessore, e tuttavia, sul piano umano, quasi una copia
della marchesa. Per lamagrezza provocata, per la petulanze, per il vezzo di vivere
con le ricchezze di altri.
Judith Thurman, The Heiress Who Blew a Vast
Fortune on Fashion, “The New Yorker Classics”, 15 settembre 2003, free online,
leggibile in italiano, L’ereditiera che ha sprecato una vasta fortuna nella
moda)
giovedì 22 gennaio 2026
Ombre - 808
“Svolta di Trump dopo le minacce”, “Groenlandia,
giravolta Trump”, “Lo sbarco in Svizzera con l’aereo sbagliato”, “Donald, la gaffe
su Zelensky”. Col prezzemolo Cottarelli, “L’obiettivo è dividersi”. Si resta basiti leggendo i giornali: è incompetenza? partito preso anti-Usa? Solo “il Messaggero” sa leggere la giornata: “Groenlandia, niente nuovi dazi”. Come è possibile che giornali
e tg continuino a leggere Trump come Trump vuole che sia letto, il
tipo “capace di tutto”? L’Italia ha perso il senso della politica?
“Kuleba: «Fedeli all’Ue senza litigare con l’America.
L’Europa dovrà svegliarsi e gestire la sua difesa»”. In due battute la
posizione dell’Europa possibile e dovuta. Ci pensa solo l’ex ministro degli
Esteri di Zelensky. Si vede non abbastanza fedele al presidente-dictator ucraino,
ma diplomatico e figlio di diplomatico. Un po’ pure italiano – dell’Italia
come buonsenso - per aver passato qualche tempo a Atripalda, dopo Cernobyl.
“«L’obbedienza non dà sicurezza», Carney consacrato
come l’anti-Donald”. Tripudio al “Corriere della sera”, dalla prima pagina (Gramellini)
alla sesta. Ma chi è Carney? Il primo ministro del Canada.
Una volta si emigrava in Canada per non poter andare
negli Stati Uniti. In paese molti (cinquecento?) si stabilirono a Halifax, a portata
di barca dal Maine (lo stesso stato dove poi sono sbarcati i somali che ora Trump vuole espellere).
Macron ha un problema agli occhi, e a Davos si protegge
con un paio di occhiali a specchio. È arrivato per primo per
prendersi i riflettori. Anche questo è, come dire?, normale. Ma che cos’ha
da dire? Che l’Europa deve fare la guerra a Trump, i.d. all’America. Lo diceva
De Gaulle, per la gloria, da vecchio, tanto nessuno lo prendeva sul serio. Ma
Macron, un ragazzetto tanto per bene?
C’è un ricattatore, professo, che ruba la posta altrui, Corona. Ma “fa giornalismo” e quindi la legge lo protegge – libertà
di stampa. Gli aggrediti devono difendersi, con forti spese di avvocati, perdita
di onorabilità – il privato in pubblico è per sé osceno – e perdita della pace.
La legge veramente lo condanna, anche senza processo, la violazione del segreto epistolare si persegue d’ufficio, il famoso art. 616
CP, ma i giudici no. Si assicurano contro Corona?
Giovanni Zannini, avvocato, recordman delle
preferenze al voto regionale in Campania a novembre, va arrestato, secondo la
Procura di Santa Maria Capua Vetere, per corruzione e concussione. Pagata con
una “vacanza a Capri a bordo di uno yacht”. Non ora: “I fatti contestati risalgono
al 2023”. Ora l’avvocato ha cambiato casacca: prima era del Pd, ma si è fatto
rieleggere con Forza Italia. Poi dice che i giudici sono disattenti e fannulloni.
Non si divide in nulla il governo Meloni, guerre,
scandali, inchieste, ma sulle banche sì. Un leghista alla Consob avrebbe consacrato
lo tsunami di Giorgetti e Salvini su Piazza Affari e sulle banche - Mps con Mediobanca
e Generali, e Bpm con la fidata Agricole.
Però, certo, la Lega vuol dire Milano: nacque alla grande
politica nel 1992 grazie a Milano 1, la circoscrizione dei “belli-buoni-e-ricchi” della città – veniva
da un deputato e un senatore, due collegi uninominali provinciali.
.
“Uccidere Khamenei non farà cadere il regime”. Briscola!
Ma è un titolo di Cazzullo sul “Corriere della sera” in dialogo con i lettori.
Dove si dimostra che con i tuttologi, anche senza social, la politica
estera è una cosa semplice semplice.
E così Banco Bpm cambia lo statuto per “fare spazio
ai francesi”. È curiosa la scelta del Banco di darsi ai francesi invece che a Unicredit.
Con i quali condivide il “territorio di attività”, esponendosi inevitabilmente
al ridimensionamento Antitrust. Solo per salvare la poltrona all’ad
Castagna? E perché il governo ha preferito Agricole a Unicredit, il salviniano
Giorgetti e la presidente Meloni – al punto di subire una censura da Bruxelles?
Non avranno lavorato per Le Pen, la sorella del cuore di Salvini?
Richiamato da Bruxelles per l’uso improprio del “golden
power” contro Unicredit, il governo fa sapere di avere chiuso la pratica. Questo
è quello che si legge, in realtà la Ue attende ancora la risposta. Albuquerque,
la commissaria agli Affari Finanziari che ha posto la questione, fa capo al parlamento
europeo ai Popolari (centro-destra), la Lega di Giorgetti e Salvini, che ha gestito
l’affare Bpm-Agricole, ai Patrioti di Orbàn, che è un reduce dei Popolari. Ma
Albuquerque è una politica navigata. Più volte ministro in Portogallo, anche al
Tesoro.
Mezza paginetta, taglio basso, per la dataroom di
Milena Gabanelli sul “Corriere della sera”, “Soldati israeliani in crisi.
Traumi di massa e suicidi”. E niente richiamo in prima - manca solo il “controllo
parentale”. A chi fa male, a Netanyahu? È così forte? Il giornalismo che si censura
è una novità. Una “room” basata sui dati e le riflessioni del ministero della Difesa
israeliano.
Ogni giorno sul giornale, a ogni tg, sempre il “tecnico”
Calenda, e il tourné influencer Renzi. Come già per Monti, Montezemolo, perfino
Della Valle. Briciole dell’eredità di Scalfari e “la Repubblica”, del “bello-e-buono” impolitico che fa giustizia della politica, la megera.
È passato un anno dacché Trump è rientrato alla Casa
Bianca e non ha licenziato nessuno: nessun ministro, nessun consigliere, nessun
collaboratore. Sempre egomaniaco, ma non come, per questo aspetto, nel 2016.
Vorrebbe cacciare Powell, altro suo nominato, ma per vie legali. Sta rinsavendo?
Noi europei dobbiamo vigilare su Trump.
L’Europa fa faccia feroce contro l’imperialista
Trump, e schiera in Groenlandia, grande quanto la metà della Ue, 2 milioni di
kmq contr 4, le sue truppe, qualche centinaio di uomini. I tedeschi, dodici, dopo un paio
di giorni se ne sono tornati a casa. Poi pure gli altri. È l’Europa stupida –
magari il “tycoon” ha ragione? Certo, un tycoon di merda contro tanti cervelli,
Macron, Starmer, Merz, Tusk, i quattro moschettieri, non c’è partita - Zelensky oggi li ha spernacchiati, ma chi è Zelensky?
Che fine ha fatto la confisca degli asset
russi, ben 210 miliardi, fatto senza precedenti nel diritto internazionale, che
tanto appassionava- in Italia – giornali e giornalisti che non ci capivano nulla.
All’improvviso sono spariti. Come una realtà che c’è e non c’è. Onirica? Dell’informazione
come politica? Un miraggio, dell’ignoranza?
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Le duellanti - a scuola
Una serie breve, una sorta di dramma in tre atti, per
Sabrina Ferili sempre più nell’abito di Anna Magnani, indomita. Una professoressa,
ottima preside, avvilita sui social da un revenge-porn, dalla pubblicazione
anonima di foto rubate di un suo atto sessuale. Un atto civico di denuncia in
tre puntate in realtà (Mediaset sembra partita alla rincorsa di Rai 1, che aveva
avuto la brillante idea di sceneggiare la preside “eroina” di Caivano), poiché
l’esito è scontato. Un banco di prova per Ferilli, da qualche tempo tempo emarginata
dal mainstream (lavora solo con Mediaset, avrà abiurato dal Pd?), che lo
supera di forza - benché il “sono Magnani” risulti un handicap, la stessa
espressione per cinque-sei ore. Una storia non di scuola ma di delitti, indizi,
colpe, colpevoli che si dissolvono a due e tre per puntata. Che è piaciuta? La serie
è passata dal 25 al 28 per cento di share, una quota che Mediaset di solito se la sogna, è andata cioè oltre la curiosità
indotta dalla promozione. Un mondo di cattiverie tra laghi placidi di Roma.
Diversa la storia - che continua, sono quattro serate
– della preside ideata da Zingaretti, per la regia di Miniero, che di storie di
scuola si può dire specialista, con Luisa Ranieri nei panni di Eugenia Carfora,
la preside dell’istituto tecnico professionale “Morano” a Caivano che è finita
negli annali. La preside – “dirigente scolastico” - che si impegnò a ridurre gli
abbandoni, andando in giro per le case a convincere gli assenti a tornare a
scuola. Dapprima, non conoscendo il quartiere, che lo stradario di Napoli trascura,
armata di altoparlante agli incroci. Un po’ di teatro a Napoli non sorprende, ma
certo per convincere scolari recalcitranti è di una Napoli sempre sorprendente.
Giacomo Martelli, A Testa Alta- Il coraggio di una
donna, Canale 5, Infinity
Luca Miniero, La preside, Rai 1, Raiplay
mercoledì 21 gennaio 2026
Letture - 604
letterautore
Cicalate - Erano a Napoli,
ancora nell’Ottocento, le conferenze\dibattito, in circoli chiusi, su temi culturali
considerati minori, curiosità, ma meritevoli di una trattazione. Per esempio
sul “Fascino volgarmente detto jettatura”, che Ernesto De Martino ha scoperto
leggendo Mastriani e ha ripubblicato negli anni 1950, considerandola un
classico sulla magia popolare e il malocchio. La “cicalata” aveva anche un
autore, Nicola Valletta. Era infatti stata stampata più volte a partire dal
1787.
Le “cicalate” Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, alla voce “Mastriani”, spiega
essere state “conferenze fatte nei circoli culturali, abbastanza chiusi e molto
intellettuali e borghesi”, dove si tenevano e discutevano relazioni di chi
avesse qualcosa da dire: “Le relazioni si dividevano in relazioni vere e proprie,
qualcuno che aveva letto dei libri importanti, era stato all’estero e aveva delle
cose da dire, e le cicalate, che erano delle conversazioni un po’ a ruota libera
su temi considerati minori”.
Nicola Valletta Fofi liquida come “un filosofo napoletano”. Era stato una
sorta di ragazzo prodigio, in cattedra molto presto, giurisperito, e soprattutto
insegnante popolare, anche in casa propria, con i giovani che avessero interesse.
Vinse un concorso di Filosofia Morale ma non poté assumere l’incarico perché
aveva 17 anni. Andò in cattedra dieci anni dopo. Fu autore di opere storiche sul
diritto a Napoli che ancora sono utili.
Dante – Il più produttivo
e riproduttivo della letteratura mondiale – naturalmente dopo la Bibbia? Si dice
in America. Dove ora lo si è censito e censisce interprete e ispiratore del femminismo,
nella figura di Bearice (Margaret Fuller), dell’antischiavismo tra i neri, per
l’esilio, e della resilienza indiana, dei nativi. L’influenza indiretta è
ricostruita nella raccolta di studi “American Dantes: Traditions, Translations,
Transformations”. Con applicazioni al jazz (Ralph Ellison), alla pittura (Paul
Laffoley), al genere autobiografia storicizzata, contestualizzata, o memoir,
e nelle serie tv – la penultima o terzultima stagione della serie “Man Men”.
Intellettuale – “Scrollarsi di
dosso i riti, i privilegi, i soprusi che sono tuttora conservati nella definizione
e nella pratica dell’intellettuale”, è il proposito che Zavattini si dava
scrivendo di sé nel 1981.
Mare – Di Rafael
Cansinos Assens, che dice suo maestro in letteratura, Borges ricorda nell’intervista
alla tv spagnola pubblicata col titolo “Il linguaggio dell’intimità” specialmente
“una poesia dedicata al mare, era meravigliosa. Quando gliene parlai mi disse:
«Sì, il mare. Spero di vederlo, prima o poi». Non aveva ma visto il mare. Gli
bastò quello della sua imaginazione, come bastò a Coleridge per comporre ‘la
ballata del vecchio marinaio’”.
Nietzsche – Come filologo
fu bocciato, spiega Mauro Bonazzi recensendo la raccolta “”Lezioni di Basilea e
scritti filologici 1869-1878”, della breve stagione di Nietzsche professore a
Basilea, da tutti i filologi, con asprezza. Ulrich von Wilamowitz - l’autorevolezza
in persona per Luciano Canfora: “Il signor N. ai suoi piedi raduni tigri e
pantere, ma non la gioventù filosofica della Germania!” – “pedantemente
elencando”, continua Bonazzi, “tutti gli errori fattuali di Nietzsche, per
sottolinearne l’incompetenza”. Hermann Diels: “Nietzsche è scientificamente finito”.
Friedrich Ritschl, maestro di Nietzsche all’università di Lipsia, con una “paterna”
lettera ammonitrice e più drasticamente nel diario: “Farneticazioni di uno che
ha sbevazzato”. E gli effetti si fecero “presto sentire”, continua Bonazzi:
“Nel 1872 il seminario del semestre invernale fu annullato per mancanza di
studenti”.
Paesaggio – “Il contadino
non osserva il paesaggio, che non è che un’idea dell’uomo colto” – J. L. Borges,
“Il linguaggio dell’intimità”, p. 58.
Premi letterari – La Nave
di Teseo, l’editrice di Umberto Eco e Elisabetta Sgarbi, si qualifica sul sito
wikipedia con l’elenco dei premi letterari ottenuti dagli autori che pubblica,
anche i più locali o remoti.
Russia – “Nel 1543
Costantinopoli venne conquistata dai Turchi”, papa Ratzinger spiega il 13 maggio
2004 al Senato, nella Sala Capitolare del Chiostro della Minerva (“La necessità
dell’Europa in un mondo globalizzato”, ora in “L’Occidente vincerà”)…. Così una
delle due ali dell’Europa rischiò in tal modo di scomparire. Ma l’eredità
bizantina non era morta: Mosca dichiara se stessa come la terza Roma, fonda un
proprio patriarcato sulla base dell’idea di una seconda traslatio imperii
e si presenta come una nuova metamorfosi del Sacrum Imperium, come una propria
forma di Europa, che tuttavia rimase unita con l’Occidente e si orientò sempre
più verso di esso, fino a che Pietro il Grande tentò di farla diventare un
paese occidentale.
“Questo spostamento verso Nord dell’Europa bizantina portò con sé anche
il fatto che ora i confini del continente si misero in movimento ampiamente verso
oriente. La fissazione degli Urali come frontiera è oltremodo arbitraria, in
ogni caso il mondo a oriente di essi diventò sempre più una specie di
sottostruttura dell’Europa, né Asia né Europa, essenzialmente forgiato dal
soggetto Europa, senza partecipare però esso stesso del suo carattere di
soggetto: oggetto, e non portatore esso stesso della sua storia. Forse con ciò
è definita, tutto sommato, l’essenza di uno stato coloniale”.
Scrittura – “Si dice sempre che Cervantes e Dostoevskij scrivessero male. Ma se
quella cattiva scrittura è servita loro per regalarsi il ‘Chisciotte’ e
‘Delitto e castigo’, allora forse non scrivevano così male. Adeguarono la
scrittura ai loro fini” – J.L.Borges, “Il linguaggio dell’intimità”.
Scuole letterarie – “Sono
delle semplici comodità per la critica” – Borges, “Il linguaggio dell’intimità”,
50.
Wagner – “Non comprese
nulla dell’universo scandinavo”, delle saghe che usa, “insistendo invece sull’aspetto
romantico, enfatico” – J. L. Borges, “Il linguaggio dell’intimità”, p. 31.
Con una resipiscenza: “Forse sono io che non comprendo Wagner. O forse,
invece, sono vere entrambe le cose”.
Walt Whitman – Democratizzò
la poesia - Borges, “Il linguaggio dell’intimità”, 28: “Straordinario esperimento
il suo, l’idea di comporre un’epopea della democrazia, in cui non ci fosse un
protagonista, ma nella quale tutti fossero personaggi principali… Ogni lettore
dialoga con Whitman. In parole povere ognuno di noi, quando legge ‘Foglie d’erba’,
è un personaggio di Whitman”.
letterautore@antiit.eu
Milano si riprende il miracolo
Valentina
Fortichiari, nipote, collaboratrice e “cultrice della materia” Cesare Zavattini
– suo il “Meridiano - e Sergio Seghetti, bibliotecario a Milano e patito di
fotografia, contribuiscono alle celebrazioni che Milano ha avviato nel 2021, per
i settant’anni del film di De Sica e Zavattini.
La città aveva
reagito con ostilità al film nel 1951, ora fa mea culpa e se ne appropria. Con convegni,
pubblicazioni, “installazioni” (Studio Azzurro), proiezioni di copie restaurate
dalla Cineteca di Bologna, targhe stradali, “aiuole”, come poi prospetterà famosamente
Ornella Vanoni, in memoria del film, degli autori e di qualche attore – Paolo Stoppa,
Anna Catena. Il volume si apre con Giovanna Rosa, “La città che mescola il
mondo”. Molti contributi sono dal convegno “Miracolo a Milano. Un omaggio a un
film e a una città”, 2021.
Con interventi però di interesse. Della stessa Fortichiari,
che però è la sola cultrice dell’opera di Zavattini - come lo è, lo è stata, di
Guido Morselli, un altro che Milano trascura (il Piccolo prepara una messinscena
storica di “Miracolo a Milano”, per i 75 anni del film, gdopo quella trent’anni fa del Berliner Ensemble,
ma Bompiani non riedita “Totò il buono”, il racconto di Zavattini sui cui si
basa il film). Mereghetti spiega gli attacchi che il film subì, da destra e da
sinistra, al punto da farne un fallimento commerciale, malgrado la palma d’oro e gli entusiasmi a Cannes, e la fama, il seguito anche popolare, di De
Sica e Zavattini dopo “Sciuscià” e “Ladri di biciclette”. Milano, in
particolare, se ne lamentò molto.
Un lungo saggio, approfondito, di Maria Carla Cassarini,
già autrice di un “Miracolo a Milano di Vittorio De Sica. Storia e preistoria
di un film” venticinque anni fa, per il restauro del film, mette il film in
quadro nell’opera di Zavattini (e di Totò, de Curtis). Seguono un quadro a più mani
su Milano nel cinema, l’opera che Battistelli ha costruito sul film, e i gialli milanesi che Giuseppe Ciabattini ne ha ricavato - eletti tra i Gialli Mondadori.
Appassionante l’appendice di foto, che Seghetti ha
costruito con gli eredi di Mario De Biasi, fotografo di scena. E col contributo
della Cineteca di Bologna che custodisce il lascito Giuditta Rissone-Emi De
Sica, la figlia e la moglie di primo letto di Vittorio.
Valentina Fortichiari-Sergio Seghetti, Miracolo a
Milano. Parole, immagini e immaginari, Oligo, pp.210, ill. € 22
martedì 20 gennaio 2026
Problemi di base calcistici - 896
spock
Perché gli
acquisti del Napoli sono sempre economici ed eccellenti, e quelli della Juventus
cari e brocchi?
È un mercato
di procuratori e non di calciatori?
E si svolge a
Montecarlo?
Perché gli
arbitri fermano le partite per cinque e dieci minuti, non sanno che altro fare?
Non hanno mai
giocato al calcio?
E il fuorigioco
di un centimetro, di un’ombra, di niente?
spock@antiit.eu
La Calabria parlata, dagli Osci alla Spagna
Un’opera di fine Ottocento, che si sfoglia come contemporanea.
Di fine positivismo, che applicato all’etnografia e alla filologia ha lasciato
tracce durature. Frutto di una ricerca personale “sul campo” e di riscontri
locali, ristretti all’agro di Laureana di Borrello, al margine della Piana di Gioia
Tauro in provincia di Reggio Calabria. Ma con l’individuazione di grafia e
suoni validi per una vasta area, la Calabria ultra e buona parte del catanzarese,
l’attuale provincia di Vibo Valentia. Marzano indagò modi di dire. pratiche religiose
e superstizioni, usi agrari, e i racconti, proverbi e canti popolari.
La prima riedizione, nel 1928, si è avvalsa di una
presentazione di Raffaele Corso - che questa edizione conserva – in cui l’illustre
etnologo giustifica il titolo, applicato a una ricerca locale: “Essendo però le
voci registrate di uso comune in quasi tutta la regione (con alcune variazioni
fonetiche), non è sembrato fuori luogo il titolo generico”.
Presentando la sua ricerca nel 1890, Marzano (quella
prefazione apre questa riedizione), Marano spiega come ha tenuto conto del
primitivo strato Osco della lingua – agli Osci aveva dedicato i suoi studi – e poi
degli strati linguistici noti, greco, latino, arabo, francese, spagnolo. In breve,
una sorta di storia linguistica della Calabria.
Franco Paloscia, che cura la riedizione, esuma in
apertura una amplissima rete di ricercatori sul campo in materia, su base
localistica, in Calabria a fine Secolo. Prima dell’avvento, a partire dagli anni
1930, del lavoro esaustivo, di ricerca sul campo e di trattazione, di Gerhard
Rohlfs.
Giovan Battista Marzano, Dizionario etimologico
del dialetto Calabrese, Grifo, pp. 319 € 12
lunedì 19 gennaio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (621)
Giuseppe Leuzzi
Emilio Jona, che ricorda centenario in un libro di
ricordi le donne che salvarono lui e i suoi familiari dal lager, cita in
un’intervista con Baudino su “La Stampa” “un vecchio detto piemontese”: “A I
su gni e se I savisi ai savria gni”, non so nulla, e anche se sapessi non
saprei. Allora è vero che l’omertà ce l’hanno portata i Carabineri, il
Piemonte.
Il Sud è teatro
Goffredo Fofi, “Arcipelago
Sud”, 308, è tassativo: “Il grande teatro italiano del Novecento è legato
anzitutto al Sud, i grandi del teatro italiano del Novecento sono Pirandello, il
cui genio è stato universalmente riconosciuto, e che ha influito enormemente sul teatro moderno, anche su quello delle avanguardie, e con lui Eduardo, Viviani,
Carmelo Bene, ai quali aggiungerei Totò, che era non solo attore ma anche
autore di se stesso. Sono i cinque grandi del Novecento, grandi come Goldoni e
Alfieri lo sono stati prima di loro”.
E forse anche De Simone,
stranamente ingrato a Fofi – non lo menziona mai. E il suo amato Brancati, e
Camilleri, Martoglio, lo stesso Sciascia. E D‘Annunzio – o Pescara la
mettiamo al Nord? E Verga?
Certo, c’è anche Fo. E
Testori? Franca Valeri, forse Natalia Ginzburg. Ma il Sud per una volta non è
appiattito.
Il Nobel è grande
se lombardo
Curioso quadro fa Paolo Di Stefano
su “La lettura” esumando le cronache e i commenti del “Corriere della sera” ai
Nobel italiani. Per l’entusiasmo maggiore riservato ai Nob Letteratura rispetto
a quelli scientifici, Fisica, Medicina, Chimica, Economia. E ai vincitori
lombardi rispetto a quelli di fuori regione, specie se del Sud, compresa Grazia
Deledda, collaboratrice del giornale, e poi Pirandello.
I Nobel non letterari vanno in
prima pagina solo dal 1984 con Rubbia. Seguito l’anno seguente da Franco
Modigliani per l’Economia, celebrato in prima pagina da Mario Monti - e poi nel
1986 con Rita Levi Montalcini (Medicina) e Giorgio Parisi (Fisica) nel 2021. Prima
di Rubbia si contano nove Nobel scientifici, con poche righe sul giornale, al
più un titolo, in pagine interne e remote. Per tutti - compreso il Nobel a Fermi
del 1938, che poi da Stoccolma non avrebbe fatto ritorno in Italia, “prendendo
il volo verso l’esilio americano, con la moglie Laura Cappon minacciata dalle recenti
leggi razziali”. Unica eccezione per il chimico Natta, “tutto milanese”,
osannato, in prima pagina e all’interno a firma di Alberto Cavallari, e per più
giorni.
Per la Letteratura (premiati
Carducci, Deledda, Pirandello, Quasimodo, Montale, Fo) Deledda e Pirandello “non
andarono in prima pagina”. Grazia Deledda aveva collaborato al “Corriere della sera”
“a cadenze regolari dal 1910”, ma “non guadagnerà mai la prima pagina”. Diverso
nel 1997 il trattamento per Dario Fo, milanese cona Natta: “Quel giorno il
riconoscimento al «giullare» occupava ben tre pagine”.
Più che la salute
pesa l’istruzione
Usa fare i conti con
raccapriccio di quanto le regioni meridionali, la Calabria soprattutto, spendono
per le cure sanitarie dei residenti fuori regione, normalmente per specialisti,
cliniche e ospedali da Roma in su. Un conto che però andrebbe defalcato di
quanto le altre Regioni spendono per la sanità fuori regione – la Calabria ci
rimette più di tutte le altre Regioni per non avere praticamente crediti, all’infuori
di qualche avventurato turista oppure emigrato di ritorno temporaneo,
occasionale. Ma il vero salasso non è questo – quella per la sanità è una spesa “traslata”,
differita geograficamente. Il salasso è l’istruzione, che in larga percentuale,
anche nove su dieci, è a perdere: il Sud investe per formazioni che verranno
utili e produttive fuori, lontano.
Non solo una perdita, ma un
drenaggio di risorse cospicuo - su base familiare si direbbe enorme. Un corso
universitario fuori sede, a Roma, Firenze, Bologna, Milano, Torino – o negli esamifici
di Siena, Pisa, un tempo Camerino - per tre-cinque anni, più le specializzazioni,
costa fra i 40 e gli 80 mila euro. In una bilancia dei pagamenti regionali, sarebbe
la voce maggiore d’impoverimento: nell’80-90 per cento dei casi la formazione del
futuro professionista sarà stata pagata dalla “Calabria” per altre economie
regionali.
Per esempio i medici. La regione
Calabria non ne trova, deve cercarli a Cuba – per poco o molto che li paghi
sono altri capitali dirottati fuori, su Cuba. Ma a Roma è raro non imbattersi in medici,
specialisti, di origine calabrese. I medici calabresi che non sono tornati a
esercitare in Calabria sono nell’ordine delle decine di migliaia.
Cronache della
differenza: Milano
Prezzi raddoppiati e alberghi
completi per febbraio, per l’Olimpiade. In questo Milano è maestra, degli
“eventi”. Da vecchia piazza fieristica. Inventarsi il superfluo e imporlo come
necessario – lo sci a Milano, come il “miracolo” di De Sica-Zavattini.
E dunque con la legge Renzi
Milano ha il primato mondiale di residenza dei ricchi: “Milano prima al
mondo per concentrazione di ricchi”. Nella proporzione iperbolica di 1
residente milionario su 12 – a New York 1 ogni 22 abitanti, a Londra 1 ogni 41, a Roma 1
ogni 54. Camminare per Milano ora fa impressione, come scivolare su marciapiedi
di dollari.
Come numeri assoluti è
un’altra storia: New York conta 384.500 milionari – con 818 centomilionari. Milano ne ha solo 115.000. Alla pari con
Pechino, una capitale morale e una comunista Ma a Milano si potrebbe dire un
fatto mafioso: ha miliardari di ogni risma e paese, che vi prendono la
residenza perché non pagano le tasse. La teoria della mafia capitalista
inciampava nell’unigenerazionale – non ci sono successioni. Milano ha risolto
l’inciampo.
Nella corsa a metropoli la
città si celebra con un “Atlante della nera milanese”. Ma lo ha compilato e
illustra un Giuseppe Paternò Raddusa, nobile, ma di Acireale. Il ponte con la
Sicilia Milano ce l’ha da (almeno) un secolo e mezzo.
Milano non si priva di linfa
straniera, il leghismo funziona al contrario, è una sorta di ventosa,
succhiasangue.
“Benessere, Milano riferimento
mondiale”, grande titolo. Ma è la spesa per il benessere. Del corpo, dei
massaggi, le cure estetiche. È il messaggio pubblicitario di Tecnogym,
all’evento con Wellness Foundation. Cava soldi da ogni piega.
“Milano è un contesto mafioso,
né più né meno di come può esserlo in Calabria”, dichiara in Tribunale
Alessandra Cerreti, la pm antimafia di Milano al processo “Hydra” da lei
azionato. Cerreti è di Messina. La città che vive con la Calabria in faccia. Ma
ha sempre lavorato, e fatto carriera, a Milano. Il tutto mafia non risparmia
nessuno.
Il controllo dell’informazione spinge, senza vergogna,
fino alle pratiche che altrove si direbbero senz’altro ricatti – il “pizzo”. Di
Corona, di Monzino, e ora di “modelli”, anche passatelli, di trenta e
quarant’anni. Milano è anche molto devota, ma dove c’è odore di denaro, non si
fa scrupoli.
A metà 1897 la Scala,
finanziata dal Comune, dovette chiudere. Riaprì un anno e mezzo dopo con fondi
privati, promossi e gestiti da Guido Visconti di Modrone, con Arrigo Boito, e la
direzione di Toscanini. E l’ostracismo a Verdi. Toscanini programma solo
Wagner. con Berlioz e Meyerbeer. E i veristi dell’editore Sonzogno, succeduto a
Ricordi come organizzatore musicale, Mascagni, Boito.
La Scala verista di Sonzogno
programma anche il debutto di Puccini, con “Edgar”. Ma nel 1904 “Madame
Butterfly” vi debutterà con un “clamoroso fiasco” - non abbastanza
sentimentale. Milano era una città di provincia.
“7”, il settimanale del “Corriere della sera”,
si interroga nel numero di fine anno su Milano, ma non si preoccupa molto:
“Milano che corre e cambia”. Anche in tema “sicurezza”, per il quale la città è
“finita sulle copertine di tutto il mondo per la pessima percezione che
serpeggia tra i residenti”. Non per il numero dei reati. “I dati Censis hanno
certificato che, tra i giovani, il 70 per cento”, due su tre, “ha paura a
tornare a casa da solo la notte”. Ma non c’è da preoccuparsi: “In quale
metropoli un ragazzo o una ragazza (ma diciamo pure chiunque) sarebbe
matematicamente tranquillo e sereno a rientrare a casa alle due, le tre di
note”. Matematicamente, certo, e come sarebbe possibile?
Nuova Urbanistica, verticale, affitti
carissimi, case introvabili. Milano ha una densità demografica di 7 mila abitanti per kmq. Quasi quanto
Napoli, (8.500), il triplo di Palermo.
Milano, scrive Eric Ambler nel suo romanzo
ambrosiano d’anteguerra, “è né più né meno che una versione italiana di
Birmingham”. Sapere com’è Birmingham non è dato, Milano dovrebbe essere meglio,
è il posto più ricco in Europa. Ma Ambler ne fa pure il centro della
corruzione, e questo non è contestabile.
“Villa Borghese è stupenda. Roma è stupenda”, Achille
Lauro spiega a Cazzullo sul “Corriere della sera”, “la mia città. Anche se vivo
a Milano, dove succedono un sacco di cose”. È la ricetta, il moto perpetuo:
evita di riflettere, basta guadagnare.
Bianciardi, che ci ha passato
metà della vita, lavorando venti ore al giorno, peggio di un milanese, non la
amava. Dalle sue lettere agli amici Crosetti può estrarre un florilegio di
insulti: “Milano è un luna park dove la folla compra, compra, compra. Per il
resto, non è una città, non è un paese, non è niente. È solo una gran macchina
caotica, senza cielo sopra e senza anima dentro. Andrebbe minata. Eppure in
tanti si ostinano a dire che è il cuore dell’Italia”. Milanesi?
“Un amico medico primario”, scrive su “7” Cristiana
Mainardi, milanese di adozione (“anch’io sono Milano”), “moglie insegnante, due
figli, anche lui ha rinunciato a comprare casa”, troppo cara. “E pensare”,
aggiunge, “che il suo reparto…è casa per migliaia di milanesi, con rari spazi
liberi, perché la prima cura, dopo l’abnegazione professionale, è la relazione.
Gli ho chiesto di che cosa è ammalata Milano. «Di malattia psicosomatica» ha
risposto senza indugi”. Di guardarsi l’ombelico – come si può essere, altrimenti,
leghisti?
Paolo Jannacci e Paolo Rossi si
esibiscono allo speciale di Fazio per Ornella Vanoni con un dialogo
interminabile di elogi per Milano. Non si sa che pensare: cattivo gusto di
Fazio? una città bisognosa di conferme? Dopo la dedica della famosa “aiuola” a Ornella,
come Milano fa ormai da una dozzina d’anni – annettersi le personalità di cui si
parla con una targa di marmo su un alberello o lo slargo di un portone.
leuzzi@antiit.eu
L’amicizia amorosa, in America – e l’alcolismo
Un estratto della corrispondenza tra Lucia Berlin e
il poeta e commediografo Kenward Elmslie, pubblicata a fine 2022 dalla University of New Mexico Press. Una amicizia nata tra i due nel 1994,
a un Summer Writing Program, tre mesi di frequentazione. “Tra noi è scattata
subito una forte sintonia”, dirà Berlin in un’intervista del 2002: “Abbiamo
subito colto i sentimenti più profondi l’uno dell'altra. È stato come
innamorarsi, o tornare a parlare del proprio migliore amico d'infanzia in prima
elementare, quel tipo di amicizia davvero pura”.
Lei viveva a Boulder, in
Colorado, dove insegnava all’università, in un campo di roulottes (“Mi
sento davvero a casa qui. Ho sempre odiato lo yuppie e il New Age di Boulder,
la brutta arte e le librerie”), e poi a Los Angeles, lui a New York e nel
Vermont, Calais. Loosha è il vezzeggiativo epr Lucia.
Nulla di eccezionale. Se
non la normalità stessa dei due scrittori. Le albe, i tramonti, le
indisposizioni, specialmente lei, più volte all’ospedale, le letture. Lui: “Ho
iniziato a detestare ‘Il rosso e il nero’. Mi sono innamorato di ‘L’altra
donna’ di Colette (“La femme cachée”, ndr.) e del classico trio francese:
moglie, amante e drammaturgo da boulevard sdolcinato nonché marito
donnaiolo, a cui entrambe tengono e che decidono di condividere. Si vogliono
così bene che la gelosia non è un problema…”. Ognuno descrive descrive piano i suoi
accadimenti e ambienti. I lavori o progetti – Lucia ha l’idea di quello che
sarà “Welcome Home” –“ho solo un’idea di dove si svolgerà…. tra New York e
Valparaiso, … trenta capitoli”. O gli eventi quotidiani. I vicini messicani. La
festa di quartiere. Un arresto di polizia, dell’indiano al bordo del campo, con
irruenza e violenza - non senza un’irruzione tra i buoni vicini di roulotte
messicani (non si riflette abbastanza oggi, con i fatti di Minneapolis, sulla
brutalità normale della polizia in America, tipo i vari “Miami Vice” o “Chicago
P.D.”). Una testimonianza, anche, dell’isolamento in cui la scrittrice
continuava a vivere nell’ambiente intellettuale, benché scrivesse e
pubblicasse da quasi mezzo secolo.
Più circostanziato, raccapricciante prima di essere consolante, il racconto che Lucia fa dilungandosi di una visita del figlio maggiore David, con i suoi figli: “David e i ragazzi se ne sono andati ieri sera dopo una visita davvero meravigliosa. Devo dire quanto sono grata e felice. Ogni madre amata dai figli è benedetta, per una madre alcolizzata è uno stato di grazia. So di essere stata una ‘brava’ madre, amorevole e responsabile, prima di bere, e quando bevevo non ho mai fatto del male ai miei figli, né fisicamente né verbalmente, ma di certo li ho spaventati, li ho fatti sentire in imbarazzo, vergognati e preoccupati... avrei potuto ucciderli guidando e bruciando casa, eccetera. Ci sono voluti molti anni di ricostruzione, più per convincermi che mi avessero davvero perdonato che per convincerli a farlo. David in particolare... che, una volta, quando stavo per suicidarmi, con Antabuse e gin, se n'è andato dicendo: ‘Fallo pure. È la cosa più giusta da fare’”. Anche questo, l’alcolismo, è un’America a cui non si è abituati, benché sia nostro esempio e spettacolo quotidiano.
Lettere accompagnate da disegni, schizzi, scherzi. Un ricordo grato di quando si praticava – si poteva - l’“amicizia amorosa”. Costante e vicendevole. Quindi di confidenza rilassata, non di gioco o recitazione, tra i sessi. In America, appena ieri, nel 2000.
Lucia Berlin e Kenward Elmslie, Love, Loosha, “The Paris Review”, 17 ottobre 2022
domenica 18 gennaio 2026
L'intellettuale è morto, viva l'intellettuale
Da
destra hanno aperto la questione Veneziani e Cardini, lamentando che la levatura
intellettuale sia modesta, nell’opinione pubblica e in sé. Sul “Foglio” Battista rincara la dose: l’intellettuale
è, era, un presuntuoso. Berardinelli non è d’accordo e sullo stesso “Foglio”
ribatte con un elenco d intellettuali che nel Novecento hanno fatto la storia –
quella letteraria perlomeno: Savi9nio, Gramsci, Praz, Debenedetti, Gobetti,
Montale, Carlo Levi, Chiaromonte, Piovene, Don Milani, La Capria, Garboli,
Magris, Pieruigi Bellocchio, Carlo Ginzburg. Ma oggi probailmente non saprebbe chi
aggiungere, se non se stesso. Ma anche a destra, gli scontenti Veneziani e Cardini
con chi si ritrovano, Buttafuoco?
A
sinistra, si può dire che tutti siano a sinistra, ma perché i settimanali culturali,
“Lettura”, “Robinson”, “Tuttolibri”, “Domenica” etc, sono di sinistra – cioè no,
di centro-sinistra. Nessuno fa l’opinione, forse perché non c’è opinione da
fare, opinione pubblica.
Lo
sconforto può universalizzarsi guardando all’America, con Trump. Ma lì il
fenomeno è antico, materia già di studio nel 1963, teorizzato da Richard Hofstadter
in un classico, “L’odio per gli intellettuali in America”, che la Luiss ripubblica
– non c’è nulla di più nuovo (lo storico Hofstadter analizzo anche un altro tema attuale, "Lo stile paranoide della politica amaricana").
Gli
intellettuali sembravamo morti, ora invece si agitano. Ma è vero che nessuno se
li fila, se non gli intellettuali: non fanno opinione.
Totò il buono da De Sica a Pasolini
Inquadrature aperte e delimitate, quasi fisse.
Illuminazione piatta, senza ombre. Il bambino trovato sotto le foglie del
cavolo dalla donna sola, anziana, gioiosa.
Il funerale in carrozza coperta, seguito da un bambino solo, che avanza lento,
nelle strade vuote, ripreso dall’alto, lontano e vicino. Un edificio grande
sullo sfondo, tanto quanto lo schermo. Un giovane ne uscirà gioioso, saltellando.
Una distesa grigiastra, vuota, occupa l’orizzonte Anche la musica si adegua, in
autonomia, come usava nei film muti.
Il miracolo visivo è la riedizione, nel 1951, da parte di un
regista del racconto, delle tecniche del primo cinema, degli still frame,
animati per sequenza di immagini. Tra il metafisico di De Chirico e le nature
morte di Morandi o Primo Conti. Piani fissi, molte facce, molte espressioni. È questo
che fa l’attrattiva, ancora oggi, del film – la povertà contro la ricchezza, la
bontà contro l’avidità in un mondo di still frames, variabili e
immutabili. E spiega, particolare non insignificante, il Totò di Pasolini,
specie di “Uccellacci e uccellini “, se e poiché il miracolo di Milano era stato
scritto originariamente per Totò - e anche, in un primo momento, da Totò insieme con Zavattini.
Il “miracolo” lo fa De Sica con la tecnica, più che
Zavattini col racconto. Tutto concorre alla narrazione fiabesca. Toto è probabilmente
l’unico ragazzo che esce pieno di voglia di vivere dall’orfanotrofio. Per
animare una landa desolata e polverosa. E la stessa tecnica di ripresa, come meravigliata, è applicata al quartiere e alla magione dei ricco, tutta luccichio - col servo appeso alla finestra per indicare direzione e intensità del vento.
Il Piccolo di Milano ne prepara, per i 75 anni del
film, una versione teatrale. Che segue l’impianto di De Sica, del film, con facce-maschere, costumi
e scenografie straripanti, dialoghi velocissimi, anzi monologali – un grande ritmo. La riesumazione
del Piccolo è probabilmente in chiave “milanese”, per riconciliare la città,
che all’epoca non aveva gradito, con uno dei suoi capolavori. L’ennesima celebrazione
della città, dopo il trionfo atteso con l’Olimpiade. Ma con ragione, per il
semplice fatto di proporsi, in epoca così distante e diversa, come apologo d’arte
e non come saggio-denuncia – la lettura sulla quale si divisero spettatori e
critica nel 1951, scontenti a sinistra, scontenti a destra, e allarmati i
cattolici: di fiaba moderna, al cinema.
Vittorio De Sica, Miracolo a Milano, you tube
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