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giovedì 8 gennaio 2026

Letture - 602

letterautore


Céline
– Malaparte lo aiutò finanziariamente, facendogli pervenire i diritti d’autore in Francia della traduzione di “La pelle”. Maurizio Serra, biografo di Malaparte, lo spiega a Gnoli sul “Robinson”, a proposito di “alcune ricostruzioni fantasiose” che gli è toccato rivedere della biografia. Una, in particolare, è stata l’attenzione di Camus per Malaparte, al punto da andarlo a trovare in clinica a Roma nel 1947, malgrado la vertenza che avevano avuto sul titolo di “La pelle” in francese, che Malaparte avrebbe voluto “La peste” – ma era un titolo già famoso di Camus. La lettera, spiega Serra, sulla quale aveva basato il racconto della visita di Camus a Malaparte in clinica, non è di Albert ma di “un personaggio sulfureo, di estrema destra, amico intimo d Céline. Clément Camus era il nome. Fu il tramite fra Malaparte e Céline, facendo giungere a quest’ultimo i cospicui diritti d’autore dell’edizione francese de ‘La Pelle’.  Da una lettera di Céline a Malaparte risulta che quei soldi gli venero donati per ammirazione. Effettivamente arrivarono e furono utilizzati per pagare gli avvocati che lo difendevano nel processo in Danimarca”.
 
Classe media
– “La povertà ha qualcosa di poetico, no?” viene chiesto a Borges (“Non c’è nessuno allo specchio”,  33). “Sì”, è la riposta, “possiede una vaga poesia. Per questo motivo nessuno ambisce ad appartenere alla classe media, che è la migliore, perché ad essa sembra mancare il prestigio. Eppure è  la classe migliore, direi l’unica: che in un Paese vi siano dei milionari è un fatto vergognoso come lo è il f atto che vi siano dei mendicanti”.
 
Giulio Einaudi
– “L’editore Giulio non l’ho capito bene”, Luciano Bianciardi in “Lettere «inutili» vol. 2: agli amici”: “Mi sembra però di avere inteso perché nel suo clan ci sono stati almeno tre suicidi”.
 
Ricordando Pavese, “l’amico fraterno”, il “caro amico, fratello maggiore”, che gli sollecita la traduzione di Reik (Theodor Reik, “Il rito religioso”, 1949, n.d.r.) – “e siamo alla viglia del suo suicidio”, Franco Ferrarotti fa un (piccolo) quadro della Einaudi, ancora nel 1949: “Italo Calvino non è ancor arrivato. E neppure Norberto Bobbio. C’è solo Natalia Ginzburg, nel suo angolino.  E, ma da casa, il conte di Vinadio, Felice Balbo. Solo di tanto in tanto, inatteso e imponente, appare, in piedi nel vano della porta, Paolo Serini, a declamare la sua introduzione a un classico francese che viene traducendo”.
 
Feltrinelli – “Il Feltrinelli, detto il giaguaro, ventotto anni, occhiali e baffi, alto e robusto, ignorante come un tacco di frate e ricco da fare schifo” – Luciano Bianciardi, “Lettere «inutili» vol. 2: agli amici”.
 
Femminilità – Nell’Ottocento si studia ora in America attraverso l’opera italiana. La “New York Review of Books” offre un seminario, in quattro lezioni, sulla femminilità come si viveva o si concepiva nell’Ottocento attraverso la rilettura di “Madame Bovary” e di tre opere: “Lucia di Lammemoor”, “La Traviata” e “Madame Butterfly” (che è di inizio 900 ma di sensibilità sempre ottocentesca).
 
Inglesi – “Dei contadini tedeschi!”, ricorda Borges, nell’intervista “Non c’è nessuno allo specchio”, che il suo amatissimo e ammiratissimo padre soleva dire della loro apprezzatissima eredità materna: “Mio padre, che era orgoglioso, come lo sono io, del sangue inglese, una volta disse: «La gente parla tanto degli inglesi, ma in fin dei conti chi sono gli inglesi? Dei contadini tedeschi!»”
 
Manzoni – “Tutto Manzoni per me andrebbe vietato ai minori di quarant’anni, che non sono in grado di capirlo” – Luciano Bianciardi, “Lettere «inutili» vol. 2: agli amici”.
 
Un omosessuale represso, secondo Pasolini. Non “come tutti”, da letteratura freudiana o gay, ma per motivi specifici. Prendendo a pretesto una riedizione popolare dei “Promessi sposi”, una delle tante, quella pubblicata l’anno prima con la prefazione di Davide Lajolo, che fu tante cose ma non un cultore della materia, Pasolini ne fa l’ipotesi, che dice certezza, sul settimanale “Tempo” il 26 agosto 1974 – la recensione è leggibile nella raccolta postuma, editoriale, “Descrizioni di descrizioni”, a cura di Graziella Chiarcossi e con la prefazione di Paolo Mauri. Non un discorso critico, Pasolini precisa in entrata, “semplicemente delle chiacchiere più o meno brillanti su un argomento su cui spesso degli italiani, che abbiano fatto almeno il liceo, usano parlare”. Ma nella rilettura di Trifone Gargano, “Pasolini e l’omosessualità in Manzoni”, online, fa un discorso radicalmente critico. È “sotto il segno della «omosessualità in Manzoni» che, per Pasolini, «si svolge tutto il fitto intreccio di rapporti dei personaggi dei Promessi sposi, Don Rodrigo e il Griso, Don Rodrigo e il cugino, il Cardinal Borromeo e l’Innominato, per non citare che i primi che vengono alla mente». Pasolini, dunque, invitava a rileggere i Promessi sposi sotto questa chiave interpretativa, per notare che «una volta privilegiato e messo sull’altare il rapporto d’amore uomo-donna, tutti i rapporti che formano l’intreccio del libro sono caratterizzati da una strana intensità (fraternità e odio) omoerotica».
L’omosessualità latente in Manzoni Pasolini aveva in precedenza basato sulla sessualità prominente della madre, “Giulia Beccaria, soffermandosi sulla conseguente nevrosi manzoniana, caratterizzata «dall’eterna forma di complesso nei riguardi del sesso femminile». Tutto questo, concludeva Pasolini, non poteva non condurre Manzoni a una «cristallizzazione della femminilità, condizione senza la quale sarebbe stato impossibile per lui pensare al rapporto sessuale», con caratteri schematici: da un parte, infatti, «la donna si cristallizza in Gertrude, la peccatrice che si deve ignorare e tener lontana da sé con orrore […]; dall’altra parte, la donna si cristallizza in Lucia, l’immagine immacolata della giovane madre, che non può – è inconcepibile – avere rapporti con l’uomo (e infatti […] il voto di castità)». Dunque, concludeva Pasolini, a «fiancheggiare tale rapporto così complicato col sesso femminile – come sempre in tali casi – non poteva non esserci una certa tendenza, inconscia e del tutto irrealizzata, sia pure, all’omosessualità».    
 
Moralisti – Scrivendo di Brancati, ora in “Arcipelago Sud”, Fofi accenna a una categoria di “grandi moralisti” anche tra le lettere italiane: “Sciascia è un erede dei grandi illuministi, ma anche di Pirandello e Brancati. Brancati non ha scritto soltanto romanzi, racconti, commedie, ma anche interventi e saggi da grande moralista, nel senso in cui si può parlare di grande moralismo per maestri come Montaigne, Manzoni o, più vicino a noi, Savinio e lo stesso Moravia”.
 
Poetessi –“«Ci sono poeti e poetessi», diceva la Morante, mettendosi lei tra i poeti e mettendo il Nobel Quasimodo tra i poetessi!” -Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, p. 134.
 
Prologhi – Kierkegaard scrisse e pubblicò un libro di prologhi – di libri mai scritti. Anche Borges ha un libro di “Prologhi, con un prologo di prologhi” – pubblicato dal nipote José Miguel de Torres, figlio della sorella Norah. Sarebbero i sommari (abstract) della saggistica.
 
Vita Sackville-West  “L’incantevole, nobildonna piena di talento”, annota Virginia Woolf dopo il primo incontro, organizzato dal cognato Clive Bell per Natale, per far conoscere alla commoner Virginia la nobildonna famosa, e giovane – Vita Sackville-West, scrittrice best-seller, madre di due figli, aveva trent’anni, Virginia quaranta e poche scritture - “non corrisponde granché ai miei gusti più severi: florida, baffuta, colorata come un pappagallo, con l’agile disinvoltura dell’aristocratica, ma senza l’arguzia dell’artista”. Virginia Woolf ne sarà l’amante – una delle-gli amanti - ma senza il colpo di fulmine. L’annotazione finale del diario, il 15 dicembre 1922, dopo la cena natalizia, è: “È un granatiere: dura, piacente, mascolina, tendente al doppio mento”.
 
Patti Smith – “Lei appartiene a quella stirpe di mistiche senza convento che attraversa la letteratura americana da Emily Dickinson – la wayward nun – a Flannery O’Connor – la hillbilly thomist”: è la sintesi mozzafiato di padre Antonio Spadaro, “Il Vangelo rock secondo Patti Smith”, recensione del memoir di P. Smith, “Il pane degli angeli”, su “La Lettura”.
La wayward nun di E. Dickinson, la monaca riottosa, ricorre al componimento n. 722, “Sweet Mountains” – “Montagne care, voi non mi mentite / non mi mandate via, né mai fuggite…”.  
 
A hillbilly thomist”, una tomista montanara (cafona), Flannery O’Connor, “la scrittrice del Sud”, disse anche lei di se stessa: “Chiunque abbia etto ‘La saggezza del sangue’ pensa che io sia una nichilista montanara, mentre … io sono una tomista montanara”. E intendeva: una che indaga come la grazia si manifesti in persone che non hanno accesso ai sacramenti – come lo faceva san Tommaso d’Aquino, che s’interrogava su come la grazia di Dio possa operare in tutte le cose visibili.
Il Catholic Information Center, che spiega questa citazione di Flannery O’Conor, allarga il “tomismo hillbilly” alla musica bluegrass, “giocosa ed energica”, che, come la musica folk americana, contiene spesso temi esplicitamente teologici, come la fede in Cristo, la bontà della vita, il dolore dell’amore non corrisposto, la definitività della morte, la speranza nella vita eterna”. E ne deriva anche qui che, quando il bluegrass è suonato dai domenicani studiosi di Tomaso d’Aquino “non c’è dubbio che ciò che ne deriva sia il tomismo hillbilly” – padre Spadaro non è domenicano, è gesuita
 
Stupidità – Non è tema di larga riflessione. A parte un “Elogio” di Jean Paul, in tono semiserio – da noi curato nel 1995 - e le note semiserie, Le leggi della stupidità umana”,  di Carlo Cipolla, l’economista. Il tema sollecitò Dietrich Bonhoeffer, il pastore protestante che Hitler aveva imprigionato e poi impiccherà, “Dieci anni dopo” – guarda a dieci anni dopo, con la fine della guerra e la fine del nazismo: il problema sarà sempre quello della stupidità umana, della tendenza al conformismo. Brancati ne scrisse diffusamente, specie ne “Il vecchio con gli stivali”. E Savinio, anche lui diffusamente, ma specialmente nel racconto “Casa della stupidità” – nella raccolta “Tutta la vita”.


letterautore@antiit.eu

Borges modesto anarchico, individualista

La condizione della cecità sopraggiunta, “non c’è nessuno allo specchio”, dal 1955 – appena nominato direttore della Biblioteca Nacional…. I consigli, modesti, di scrittura – evitare i sinonimi, evitare i gerghi, preferire le parole abituali a quelle “metravigliosa”,  Il reiterato tributo al padre, di stima e di affetto, per avere avuto da lui un’eredità inglese (per la parte materna del padre), e perché “era spenceriano, anarchico, individualista e agnostico”, professore di psicologia.
La trascrizione di un’intervista televisiva, lunga ma una delle tantissime, nel 1980, alla tv spagnola, quando Borges, il 23 aprile, ricevette a Madrid il premio Miguel de Cervantes, il più prestigioso per la lingua spagnola. Un’intervista d’occasione, ma piena di umori, come tutto in Borges. Alla constatazione che “riesce a comunicare così tanto ai giovani”, pur tanto radicali, cioè “a un estremo politico completamente opposto al suo”, spiega paziente: “A dire il vero io non so in quale situazione politica mi trovi. Di sicuro non sono nazionalista, come non sono stato peronista; non sono comunista, diciamo che sono un individuo, un modesto anarchico di indole spenceriana, che crede nell’individuo e non nello Stato”.
Basterebbe la rilettura, da parte dell’intervistatore”, della dedica delle opere complete alla madre, una paginetta (“sì, una dedica molto bella, mi piacerebbe ascoltarla – a casa non ho alcun mio libro”): un romanzo in poche righe, tra figlio e madre, la madre del figlio. Con la coda: la madre è morta da cinque anni – quasi centenaria - ma “ogni notte quando faccio ritorno a casa, sinceramente sono sorpreso che lei non sia nella sua stanza…”. Con l’aria disinibita, qui palese, per più aspetti, di chi ha vissuto e vive con giudizio, nella sua modesta saggezza, socievole il giusto, in compagnia di chi non è fanatico e sciocco, lontano dall’ideologia, il veleno del secolo, che tanto ha ammorbato la letteratura –  ora illeggibile.
Jorges Luis Borges, Non c’è nessuno allo specchio, Mimesis, pp.55 € 3,90

mercoledì 7 gennaio 2026

Le logiche delle follie di Trump

È Trump un pazzo? Sicuramente no. È anzi in salute ottima per gli anni – si vede dalle quotidiane conferenze stampa improvvisate, con risposte precise e concise a domande a mitraglia di frotte di giornalisti ammassati nello Studio Ovale - 11 metri per 9, meno, una sessantina di mq - e perfino dallo stipite della porta (mentre va in bagno - in aereo?), senza protezione né vaglio preventivo. Gli altri presidenti hanno sempre concesso al massimo una domanda, a distanza di sicurezza. Ha vinto  la presidenza, e ha fatto vincere il suo partito, recalcitrante, a 78 anni da solo, anzi contro una mezza dozzina di giudici che lo perseguivano per reati gravi e gravissimi benché indimostrati.   
Trump è un improvvisatore? No. Scrive da improvvisatore, specie sui social, ma è una tecnica di comunicazione – i messaggi che devono fare scandalo sono approntati per lui da specialisti del linguaggio. In politica estera e di sicurezza, e in politica economica, c’è molta continuità nell’amministrazione federale americana, il ruolo personale del presidente eletto è di favorire questa o quella opzione, ma tutte sono studiate. Le decisioni più controverse dell’ultimo anno hanno già prodotto i risultati voluti, senza danno: la cessazione dell’immigrazione selvaggia, la svaluazione “competitiva” del dollaro, col rilancio dell’export Usa, e ora la messa in guardia – tuti ammutoliti – dei cacicchi latinoamericani.
Ha detto l’Europa miserabile – accattona – e illiberale – antidemocratica. Ma è quello che dicono Alphabet (Google) e Meta (Facebook). Ed è un fatto che l’Europa politica non sa accettare la destra, l’alternanza – lo ha fatto in Italia ma solo per l’abilità di Berlusconi, in Germania, in Francia e in Gran Bretagna non ci riesce, la respinge nell’estremismo). Quanto alla difesa l’Europa, che pretende tanto di sé, fa sempre affidamento (Italia e Germania in cima, ma anche la Francia, e la Gran Bretagna) sull’“ombrello nucleare” americano.
E la Groenlandia? E il Canada? È un assioma strategico, prima che trumpiano, da ben prima di Trump alla presidenza, che con la “normalizzazione” della navigazione polare, gli Usa sono scoperti a Nord, e non protetti, da Canada e Groenlandia, tanto vasti quanto inermi, grandi praterie per l’accerchiamento e l’invasione. La frontiera sguarnita è una novità totale per gli Stati Uniti, che hanno vissuto per due secoli e mezzo e hanno prosperato nell’insularità - una sorta di isola felice tra gli oceani, quando l’imperialismo era europeo, coloniale fino al 1914 e nel dopoguerra sovietico.
C’è una logica in questa follia, la battuta di Polonio è scontata, ma con fondamento.

Il mondo com'è (492)

astolfo


Assistenti sociali – Una professione che si segnala sempre più, dalle maestre pedofile  dell’asilo di Rignano venti anni fa agli affidi di Bibbiano sei anni fa, e ora in Abruzzo, come una polizia di Stato domestica, specie nell’“assistenza ai minori” intesa come massacro della famiglia in quanto istituzione, della genitorialità - col contorno dei “piccoli affari” delle consulenze, sanitarie,  psichiatriche, psicologiche etc. - ebbe alla nascita e al primo sviluppo, negli anni 1950-1960, dignità culturale, e politico-sociale, con il Cepas, Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali. La prima scuola per assistenti sciali, creata nel 1954 a Roma da Guido Calogero con la moglie Maria Comandini alla Sapienza, e animata da Angela Zucconi, una cattolica, giovane collaboratrice di don Giusppe De Luca all’ “Avvenire” negli anni 1930, e nel dopoguerra esponente politica socialista, con una vasta esperienza di formazione internazionale, e largo passato di-studi negli Stati Uniti, e da Pina Chiaromonte, sorella di Nicola.
Una Scuola di Servizi Sociali era stata aperta a Milano nel 1946, ma nell’ambito ristretto, politico,  della Società Umanitaria. 

Il Cepas era stato voluto e finanziato da Adriano Olivetti. Che la professione aveva adottato in azienda già da prima della guerra, con un’apposita organizzazione (v., sotto, Fondo Domenico Burzio), ma aziendale, a sostegno delle famiglie dei lavoratori del gruppo. Sulla traccia aperta da Henry Ford, uno che non rifiutava il lavoro a nessuno, ma dai suoi lavoratori pretendeva sobrietà, decoro e senso della famiglia, controllandone le abitudini attraverso forme di sostegno indiretto, per l’abitazione, la salute, l’istruzione.
 
Enrico Berlinguer – Il personaggio politico più di culto nella storia della Repubblica. Per i 40 anni dalla morte una mezza dozzina (o sono stati otto? dodici? difficile tenerne il conto) di film sono stati a lui dedicati, documentari e sceneggiati, e portati anche in sala, in più sale contemporaneamente, devotamente. Il teorico e pratico del dissolvimento del partito Comunista nella Democrazia Cristiana, da Andreotti (boccone amaro, al governo e alle urne) a Prodi, Letta, Renzi, Gentiloni, Calenda, Franceschini, Bonaccini, Delrio, con il loro caratteristico mulinare correntizio, è diventato di culto subito alla morte nel 1984: Gianni Amico inaugurò il filone con “L’addio a Enrico Berlinguer”, un funerale gigantesco, interminabile. Amico, che aveva esordito come cinefilo col gesuita Angelo Arpa nella sua Genova, già vent’anni prima si era esercitato in morte di Togliatti, col film “L’Italia con Togliatti”. Ma quello su Togliatti era un “documentario collettivo” prodotto dallo stesso partito Comunista, una sorta di promozione pubblicitaria. E il personaggio non aveva sortito l’effetto Berlinguer. Che è una sorta di culto della personalità, quale era lo stile sovietico, ma opera di volenterosi, con qualche capitale evidentemente – il cinema costa. O è l’“elaborazione del lutto”? Togliatti era stato presto dimenticato, da un partito che dopo di lui aveva marciato spedito, mentre Berlinguer impersona la fine di un’illusione?
 
Fondo Domenico Burzio – La prima organizzazione sociale d’impresa in Italia, istituita dalla Olivetti nel 1932, di assistenti sociali che sostenevano le famiglie dei lavoratori dell’azienda. La creò Camillo Olivetti, il fondatore dell’azienda, padre di Adriano, nel 1932. Istituendo e finanziando un fondo apposito, che intitolò al suo collaboratore di una vita, Domenico Burzio, che era venuto a morire. Un analfabeta (aveva la seconda elementare, e un corso si disegno geometrico) ma di grandi intuizioni tecniche, che lo aveva seguito a Milano nella prima avventura industriale, e poi, da semplice fuochista era passato via via 
a collaboratore di fiducia di Olivetti, e alla posizione di direttore generale tecnico. Lo stesso Burzio aveva anche il compito di ascoltare gli operai che presentassero problemi, soprattutto economici, ma anche psicologici e\o familiari, e di sovvenire eventualmente ai bisogni extra-aziendali. Compito che poi estese a un gruppo di collaboratori, di formazione simile a quella che sarà degli assistenti sociali.

“Nell’autunno 1894, nella mia villa di Monte Navale, avevo intrapreso un breve corso elementare di elettricità per operai. Lo frequentarono quattro allievi tutti di età e di grado di istruzione differente. Il più giovane era un ragazzo di diciotto anni, piuttosto sviluppato fisicamente, che lavorava da fabbro: Domenico Burzio. Mi era stato presentato da un suo zio che veniva ogni tanto a lavorare nel nostro orto. Così ebbi il primo contatto con quella persona che più tardi divenne il mio migliore collaboratore”. Con queste parole Camillo Olivetti avviava nel 1933 il Fondo Domenico Burzio, nel primo anniversario della morte. Nel 1895 si era presentato da Olivetti sapendo che intendeva avviare un’impresa industriale. Olivetti gli promise il lavoro di incaricato della caldaia dello stabilimento che progettava, a patto che prendesse un “diploma di fuochista”. Divenne presto il capo naturale degli operai – che nel 1903, quando Olivetti decise il trasferimento a Milano, erano già una cinquantina. E tale posizione manterrà cinque anni dopo, quando Olivetti riportò l’officina a Ivera, col progetto delle macchine da scrivere. Burzio nel frattempo aveva fatto un corse serale di elettrotecnica, e sarà in grado di contribuire alle soluzioni dei problemi tecnici dei primi modelli di macchine da scrivere, M20 e M40 - e soprattutto alla progettazione delle macchine operatrici necessarie per costruire le parti dei nuovi prodotti.
Il Fondo Domenico Burzio acquisì rapidamente un vasto potenziale di attività. Con un ristretto gruppo di assistenti sociali, arrivò a poter analizzare una sessantina di casi al giorno. Per una serie variegata di interventi. Le spese per medicinali, specialisti, ospedali. Sussidi per gli indumenti. O per l’acquisto della legna in inverno. Per i traslochi. Per il pendolarismo dei dipendenti. Una serie di interventi erano previsti in automatico in determinati casi: sussidi di allattamento (50 lire al mese alle operaie che allattavano, per sei mesi), buoni viveri per chi doveva osservare diete speciali e per le famiglie numerose, buoni latte per gli ammalati e i bambini. Il tutto su base informale, di un rapporto di reciproca di fiducia. Adriano Olivetti potrà dire, alla cessazione del Fondo nel 1960: “Le madri ebbero lettini, materassi, mantelli, scarpe per i loro bambini e a nessuno mancò la legna nell’inverno […] Imparai, organizzando questi servizi, a conoscere l’intimo nesso tra l’assistenza sanitaria e l’assistenza sociale. Imparai a conoscere quanto scarsa sia la sensibilità a questi problemi da parte di coloro che non li soffrono”.
La Fondazione nel 1960 venne sostituita da un Fondo di Solidarietà Interna, sempre finanziato dall’azienda, di integrazione del trattamento assicurativo e previdenziale pubblico.


Florence Beatrice Price – La prima musicista afroamericana (per parte di padre), compositrice di musica classica – pianista e organista. Attiva nel primo Novecento, ma che si viene apprezzando solo ora, dopo un secolo. Riconosciuta autrice
di oltre 300 opere: quattro sinfonie, quattro concerti, e opere corali, canzoni, musica da camera e musica per strumenti solisti – l’opera è in via di catalogazione e pubblicazione (nel 2009 una consistente collezione di documenti e opere manoscritte è stata rinvenuta nella sua vecchia casa estiva, rimasta abbandonata).

Benché di razza mista, era di famiglia in vista a Little Rock dove è nata La madre insegnante di musica, il padre medico - l’unico dentista afroamericano della città. Con una casa ampia e frequentata, dotata di biblioteca, un salone grande, e un pianoforte a coda. Florence frequentò in città la scuola cattolica. Nel 1903, a sedici anni, fu iscritta al conservatorio New England di Boston, dove si diplomò in organo e pianoforte. Tre anni dopo, nel 1906, diplomata, tornò a Little Rock, dove insegnò musica, in due diverse scuole, fin al 1910, e poi al Clark College di Atlanta, in qualità di preside della facoltà di musica.
Abbandonata dalla madre alla morte del padre nel 1910, quello stesso anno 1910 si legò all’avvocato Thomas Price, col quale si sposò nel 1912, e tornò a Little Rock. Ebbe un figlio morto presto, e due figlie. Finché la situazione non si fece difficile. I neri erano quasi la metà della popolazione. E Little Rock era così stata una delle città in cui le “leggi Jim Crow”, cioè segregazioniste (era invalso negli Stati Uniti l’appellativo “Jim Crow” per una maschera teatrale che identificava personaggi di colore), dopo la guerra civile furono adottate alacremente – nel 1903, la segregazione era stata estesa ai tram in città, e durerà fino al 1965. Nel 1927 la coppia Price si stabilì a Chicago.
A Chicago Florence ebbe un periodo creativo fertile, nel mezzo della Chicago Black Renaissance – malgrado il divorzio, nel 1931, l’avvocato Price avendo ceduto psicologicamente al crac del 1929, seguito da un secondo matrimonio, con un Pusety Dell Arnett, di professione assicuratore. Fu presto riconosciuta per un suo proprio stile compositivo, maturato sull’opera di Dvořák, nella struttura classica europea integrando ritmi e melodie di musica folk americana, jazz, spiritual, blues. Ebbe successo con composizioni per bambini, con jingle radiofonici (mediati dall’occasionale esperienza di pianista\organista nei cinema al tempo dei film muti), e con la Chicago Symphony Orchestra. Che il 15 giugno 1933 eseguì la sua “Sinfonia n.1 in mi minore”. L’anno seguente fu eseguito, sempre dalla Chicago Orchestra, il suo “Concerto per pianoforte in un movimento”. La sua “Sinfonia n. 3” fu eseguita nel 1940 dalla Detroit Civic Orchestra. Completò anche una “Sinfonia n. 4”, 
che però non trovò esecuzione. Morì nel 1953 già dimenticata. Due anni prima aveva lamentato, scrivendo al direttore musicale della Boston Symphony Orchestra, il famoso maestro Serge Koussevitzky: “Purtroppo il lavoro di una compositrice è concepito da molti come leggero, spumeggiante, privo di profondità, logica e virilità. Aggiunga a ciò l’incidente razziale – ho sangue di colore nelle vene – e capirete alcune delle difficoltà”.

L’opera lasciata in eredità, in via di catalogazione, è cospicua: oltre le quattro sinfonie, quattro concerti, opere corali, canzoni d’autore, musica per strumenti da camera e solisti, inni per organo, brani per pianoforte, arrangiamenti spiritual, un concerto per pianoforte e due concerti per violino. Nelle note di programma del suo brano per pianoforte “Three Little Negro Dances”, scrisse: “In tutti i tipi di musica nera, il ritmo è di preminente importanza. Nella danza, è una forza trascinante e travolgente che non tollera interruzioni... Tutte le fasi dell’attività autenticamente nera – che si tratti di lavoro o di gioco, di canto o di preghiera – sono più che inclini ad assumere una qualità ritmica”.
Un International Florence Price Festival è attivo negli Stati Uniti, con sede a Washington, dall’estate del 2020. Con l’obiettivo di realizzare digitalmente dei festival annuali di musiche della compositrice. E di promuoverne lo studio, academico e nelle scuole. Obiettivi già largamente affermati: Price è molto eseguita, negli Stati Uniti, in Germania, in Francia – non in Italia, malgrado i nomi che i genitori vollero per lei. Più attivo nel revival il maestro canadese che ha diretto l’ultimo concerto di Capodanno dei Wiener Philarmoniker, Yannick Nézet-Séguin. 
La sua registrazione della “Sinfonia n. 1 in mi minore” e della “Sinfonia n. 3 in do minore”, con la Philadelphia Orchestra, ha vinto nel 2022 il Grammy Award per la migliore esecuzione orchestrale.

astolfo@antiit.eu

Lo stato reale dell’economia è (quasi) sconosciuto

Le statistiche economiche e le valutazioni non colgono cambiamenti importanti in un’economia rinnovata, basata sui dati – l’enorme messe di “informazioni”. I criteri di rilevazione sono obsoleti, e potrebbero trascurare, invece che evidenziare, dati significativi della produzione, in termini di produttività, valore aggiunto, etc.. E anche della distribuzione del reddito – è più o meno sperequata di quanto si evidenzia oggi?
“Le valutazioni delle economie mondiali potrebbero essere errate di migliaia di miliardi di dollari. Gli attuali parametri per il pil, i prezzi al consumo, la produttività etc. faticano a tenere il passo con il rapido ritmo di cambiamento della tecnologia, dei modelli di gestione e delle abitudini dei consumatori nell’attuale economia, basata sui dati. È necessaria una continua innovazione nei sistemi di misurazione per evitare un divario crescente tra ciò che viene misurato e la nuova realtà economica sempre più diversificata in cui viviamo”.
Anche le politiche economiche, le azioni dei governi e delle banche centrali, si trovano in difficoltà per insufficienza di dati: “Senza informazioni accurate sul reale stato dell’economia, i responsabili delle politiche economiche rimarranno all’oscuro, incerti su quando accelerare per contrastare una recessione o frenare per rallentare l’inflazione. Senza informazioni dettagliate sulla struttura dell'economia, non possono sapere come promuovere al meglio la crescita economica per tutti”.
È strano, ma è l’effetto di una modernizzazione accelerata: “Questo è più che bizzarro in un mondo digitale caratterizzato da abbondanti nuovi dati che potrebbero aiutare a monitorare l’economia e a orientare le azioni delle banche centrali, degli organi di controllo fiscale e dei responsabili delle politiche economiche in generale”. Ma avviene, è un fenomeno generalizzato: perché i criteri di misurazione dell’economia, e degli effetti delle innovazioni sull’economia, sono antiquati.
Rebecca Riley, It’s Time to Modernize Measures for Growth. Imf “F&D-Finance&Development”, dicembre, free online (leggibile anche in italiano, É tempo di modernizzare le misure di crescita)

martedì 6 gennaio 2026

L’amore a lungo

Alcune presenze riemergono, insistenti.


Peppino lavora in Africa e ha una ragazza africana. La ragazza è graziosa, è alta in gambe e quindi soddisfa Tonino doppiamente, che è piccolo: per avere una donna alta e per fare l’amore guardandola in faccia. È una ragazza fatta, attenta, perfino premurosa, ma molto giovane, e non sembra che le piaccia, e neppure che le dispiaccia. Entra in silenzio, sorride e si dirige verso la camera, dove si mette nuda sul letto. Lo fanno due volte la settimana, il mercoledì e il sabato pomeriggio.
La ragazza viene con la mamma e qualche fratello. Che nell’atte-sa rassettano, spazzano, lavano, cucinano, e dopo, mentre mangiano in cucina insieme con Tonino, scelgono discutendone i cibi e gli oggetti da portarsi via. Tra un mese o tra un anno la ragazza, col suo giovane fidanzato o marito, riconoscente per la sua ricca dote, si divertirà e farà figli, centellinando i dollari di Peppino, della cui brutta faccia, le gibbosità, la secchezza non resterà traccia.
Lui lo fa, buon cattolico e comunista, per opera di bene, oltre che per il piacere. È parco ma è ghiotto. Ha moglie e figli a casa, ma talvolta parla della ragazza africana come della fidanzata:
- È per bene – dice: - È molto ingenua, è dolce. Le piace farlo a cavalcioni – insiste convinto - che per me è anche più comodo. - Lui lo deve fare passivamente sdraiato, perché ha un risentimento muscolare a una coscia, e dura a lungo: un paio d’anni fa per un’infezione si è dovuto circoncidere, racconta spesso la cosa, e ha perso sensibilità. Talvolta se ne dice stanco. L’amore capriccio, di cui tratta Stendhal nell’introduzione all’“Amore”, è più delicato che il grande amore, più intelligente, persino le ombre vi sono di rosa. Ma non dura.

I vecchi del Bar Lume a briglia sciolta

Scompare il ghiaccio nei bar e i ristoranti  nell’estate rovente, senza un perché – ma c’è. Un trattamento molto svelto, e un pochino horror per il rientro dei pensionati sfaccendati di Pineta.
A questo primo episdio della quattordicesima serie la pogrammazione accoda il primissmo episodio, novembre 2013, “Il re dei giochi” – allora per la regia di Eugenio Cappuccio. Un’evoluzione radicale, tanto legnoso quello tanto brioso il nuovo. Lasciato alle performances-senza limiti dei personaggi, Mascino-commissaria, Guzzanti-sindaco e sposo, veneto in trasferta, l’incontenibile Di Mauro mangiatutti (commissario capo, ministro, questore, forchetta, seduttore, stratega dell’Azerbaigian). La ricetta Palomar ha rivitalizzato anche i vecchiatti di Malvaldi.
Roan Johnson, Il gioco delle coppie, Sky, Now
 

lunedì 5 gennaio 2026

La Resistenza in Venezuela è petrolifera

L’ha detto Trump a giustificazione del raid notturno su Caracas e il trafugamento di Maduro, ma è anche agli atti, lo stato comatoso dell’industria del petrolio in Venezuela. Per pozzi di estrazione arrugginiti, comunque poco produttivi, e oleodotti che perdono il greggio strada facendo. Trump l’ha denunciato in chiave di “il petrolio è nostro”, delle compagnie americane licenziatarie dispossessate. Ma il malfunzionamento lo attesta la storia recente della stessa società statale venezuelana dei petroli.
La Pdvesa, Petroleum de Venezuela SA, l’industria petrolifera pubblica, è stata l’ultimo baluardo contro le dittature di Chavez e di Maduro, che ne hanno minato la professionalità e la capacità di produrre. Nel dicembre 2002 la dirigenza del gruppo operò una serrata contro le ingerenze di Chavez, che voleva dirigenti, e anche semplici lavoratori, suoi “dipendenti”, cioè suoi affiliati politici, senza competenze specifiche. L’agitazione durò due mesi, trasformandosi da serrata in sciopero. Chavez licenziò 19 mila dipendenti – tra accuse e manifestazioni anti-Chavez per arresti e torture. L’azienda fui affidata a “tecnici” cubani e impiegati fedeli, ma di altre competenze.
Gli impianti sono andati in deperimento e la produzione di petrolio si è ridotta all’equivalente di 50 milioni di tonnellate l’anno (meno di quanto l’Italia consuma, anche dopo la riduzione della dipendenza da petrolio, per le politiche di risparmio e di transizione energetica):  buona per i consumi interni, in calo per la crisi economica endemica, e per modeste esportazioni, indirizzate quasi tutte verso la Cina.

Ed ecco - è Natale - il padre-madre

Che avviene in due coppie giovani, di grande amicizia, quando le mogli, giovani e amiche, restano incinte contemporaneamente, e contemporaneamente muoiono al parto? Che i giovani vedovi restano inconsolabili, e si devono occupare giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, del banbino, stanco, afaato, nervoso, malato, tra pipì e cacche inconsulte – il solito tran-tran, che non lascia una piega libera, del tempo e dell’animo.
Una trama semplice. Ravvivata da Trevso, il nuovo fondale cinematografico distensivo, di aqcue e verde – inaugurato da Battiston con la serie “Stucky” di Rai 2 – anche qui genius loci in qualità di agente immobiliare inconcludente, tali e tane sono le esigenze dei vedovi neo-genitori.
Un racconto come una lezione. Ma un altro passo nel filone “riprendiamoci lui”, il maschio. Nella funzione anche del padre-madre.
Antonio Padovan, Come fratelli, Sky Cinema, Now
 

 

domenica 4 gennaio 2026

Le radici aeree della memoria

Alcune presenze riemergono insistenti

Un texano colto e sensibile è un albero dalle radici aeree che sia templi-ce e robusto. Tale è Alan Lomax, che per primo nel 1954 percorse l’Italia con pazienza per creare un archivio della musica tradizionale, registrando tremila danze e canti in un centinaio di paesi e città, dando un suono alle raccolte di Pitré, Raffaele Corso, il barone Lombardi Satriani, con Diego Carpitella, gnomo gentile:
- Il caso - dice Alan, quieto sessantenne - ha voluto che fossi la prima persona a registrare la cultura popolare, una specie di Cristoforo Colombo musicale di ritorno. - In Italia e in Europa, per otto anni. Filosofo, direttore degli archivi folk della biblioteca del Congresso, texano di prognato e pettorali, prima che il Texas sparasse a Kennedy. E di famiglia: suo padre John Avery già faceva a fine Ottocento archeologia popolare. Là dove il popolo si trova. Insieme hanno girato le borgate e le prigioni del Sud degli Stati Uniti. Hanno riscoperto cajun e zydeco, e scovato Leadbelly, Muddy Waters, Aunt Mollie Jackson, portandoli alla radio. E Woody Guthrie, padre di Baez e Dylan. Ma non ce l’ha più con Dylan, con i cui agenti si picchiò a Newport, per la chitarra elettrica nel folk e il blues bianco:
- È un’altra musica – dice.

Il ritorno dell’uomo salvatore

In una Citroën 2 Cavalli da vecchi fricchettoni, rossa, una mamma giovane ma inquieta porta la sua bambina in fuga ogni volta che in un posto si trovava bene. In fuga questa volta per una ragione buona, da un padre che non ne ha mai voluto sapere ma ha ora bisogno della bambina per uno dei suoi loschi affari, ha bisogno della patria potestà.
Non sapendo dove nascondersi, la madre inquieta torna a casa, in Calabria, per tentare da lì, da un aeroporto remoto, un espatrio in qualche modo anonimo verso un Paese lontano, la Norvegia, la Finlandia. E qui un primo angelo salvatore di palesa nel vecchio zio, Frassica, “grande attore”, “diplomato all’Accademia di Reggio Calabrie”, “premiato a Tindari”. Il secondo, più accattivante e rassicurante, è Francesco Arca, avvocato tourné piccolo e ricco Bezos. I cattivi naturalmente saranno vinti. Ma non dopo averci fatto godere gli splendidi dehors di Fiumefreddo Bruzio sotto Cosenza, con vista mare – e il suo caffè Convivio, il primo gestito in Italia da ragazzi problematici.
Le fuggitive sono Marianna Lancellotti - che con la “cugina” Chiara Tron spolvera una perfetta cadenza calabrese – e la piccola Elena Sophie Senise, che dopo la serie di successo “Costanza” è ormai un’attrice, detta i tempi. Ma il film conferma la tendenza “riprendiamoci lui”, il maschio: come un addio all’uomo inutile o comunque delinquente, ora la salvezza viene dagli uomini, dai maschi - anche da loro, ma soprattutto da loro.
Fabrizio Costa, Seduci&Scappa, Rai 1, RaiPlay