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sabato 27 dicembre 2025

Non ci resta che l’Africa

L’immigrazione in Europa è ancora alimentata da Bangladesh e Pakistan, ma soprattutto è africana. Come lo è nel resto del mondo, dagli Stati Uniti al Canada e all’Australia. Tenuto conto che la demografia è da qualche anno ferma anche in Paesi di tradizionale emigrazione, come il Messico e le Filippine.
Dall’Africa la spinta all’emigrazione è sempre forte, e non si ridurrà – non ce ne sono i presupposti politici ed economici. Alimentata anche da una demografia ancora galoppante. La popolazione cresce in Africa ogni anno di un 2-2,5 per cento. Ora stimata in un miliardo e mezzo, dovrebbe arrivare a 2 miliardi e mezzo nel 2050.
Il tasso di fertilità in Africa è sempre stato elevato. Già a inizi Novecento era la terza popolazione più grande del mondo, dopo Asia ed Europa. Le migliori condizioni igieniche e di nutrizione ne hanno aiutato, e trent’anni fa, nel 1995, l’Africa diventava il secondo continente più popoloso. Ora l’Asia si dibatte anch’essa con una crisi demografica, l’Africa moltiplica le nascite – e cioè, permanendo le famiglie numerose e la povertà diffusa, l’emigrazione.

Non ci resta che l’immigrazione

I governi sono ovunque, nell’emisfero settentrionale, più o meno “sovranisti”, in teoria contrari all’immigrazione, ma dappertutto aprono le frontiere (e dove le chiudono, negli Usa e in Germania, è per “scegliersi” gli immigrati): per non fermare l’economia, e i servizi sociali. A partire dalle pensioni, c’è bisogno di nuovo lavoro, e quindi, nel deserto demografico del Nord del mondo, di immigrati - perfino il Giappone ha rotto ultimamente la secolare avversione, e ora ha tre milioni di lavoratori immigrati.
L’ultimo decreto del governo Meloni, il 30 giugno, prevede nel triennio 2026-2028 l’ingresso di mezzo milioni di immigrati: è un 10 per cento più del decreto precedente, dello stesso governo. La metà dei nuovi assicurati Inps tra 2019 e 2024 sono immigrati. Il “made in Italy” è per un quarto opera di immigrati – con punte del 40 per cento in agricoltura.
La Ue restringe il diritto di asilo, ma perché comporta costi elevati. Mentre si moltiplicano gli accordi extra-Ue per un’immigrazione controllata, sulla scia del Piano Mattei, sempre del governo “sovranista” Meloni, con alcuni Paesi africani – la Germania con il Kenya, e tratta con la Tanzania.

Trump avvicina Corea e Giappone

Il Giappone che si avvicina alla Corea del Sud non è una novità da poco. Sarà una delle novità della presidenza Trump che si maschera o non si afferra dietro la teatralità, ma è un fatto storico.
Ancora nel maggio del 2024 Corea del Sud e Giappone si incontravano, ma per il tramite della Cina di Xi. Come piccolo grande mercato asiatico, per coordinare i reciproci interessi economici. Ora è diverso, Tokyo e Seul navigano di concerto, anche militarmente.
Nel 2024 era Xi che provava ad appianare le storiche rivalità – ferme all’occupazione giapponese nella seconda guerra mondiale. Le relazioni tra Giappone e Corea del Sud emergevano da una crisi che, dalla politica e dalla storia, era tracimata alle relazioni commerciali. Nel 2018 il Giappone lamentava atti ostili della Corea del Sud in mare, tra schieramenti militari. E l’anno successivo avviava un’offensiva commerciale, bloccando in pratica le importazioni dalla Corea.
Di fatto, le tensioni emergevano sempre dalla vecchia questione dell’occupazione militare giapponese. Che ora, a iniziativa di Trump, sarebbe definitivamente accantonata, se non sepolta.

Quando il lavoro era un tesoro

“Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia”: O: “Il lavoro solo ha trasformato il mondo”. Non è il sermone di un baccheettone, né la furbizia del padrone che lo sfrutta. È il messaggio che un industriale che ci credeva, al lavoro suo e a quello degli operai, per Natale lo elogiava e lo “prometteva” – quando promettere un lavoro, anche ai figli dei dipendenti, era un regalo.
Nulla di speciale in questa picola pubblicazione. Non un progetto arcano o rivoluzionario, o un aneddoto o evento speciale o particolare. Un industriale parla per Natale ai suoi dipendenti. Per spiegare la situazione dell’azienda, in fabbrica e nel mercato. Ma è un ebreo che sa festeggiare il Natale senza riserve – “ci soffermeremo tutti, domani, volgendo il pensiero e il cuore al messaggio di Gesù, a quel messaggio di verità e di amore che illuminò un giorno il mondo”. Un industriale di successo che sempre onora la memoria del padre Camillo, e ricorda il fratello collaboratore. Inalberando il titolo di ingegnere che condivide coi i familiari. Sempre attento al luogo, alle radici,  Ivrea e il Canavese, entro il grande mercato del mondo. Tutte cose che oggi gli verrebbero imputate, familismo, provincialismo, paternalismo. Una figura oggi impossibile: scandaloso, e probabilmente illegale - quanti processi non gli avrebbero fatto?
Adriano Olivetti, Discorsi per il Natale, Edizioni di Comunità, pp. 55 € 8

venerdì 26 dicembre 2025

Il riarmo è un circolo vizioso

Più difesa, più difesa: le armi chiamano altre armi. Il riarmo può essere un circolo vizioso. Specie se su premesse deboli: il riarmo può creare situazioni bellicose dove non c’erano.
Non è una novità, è il dilemma della sicurezza preventiva, la securitization.
Succede ora in Europa. L’Europa ha bisogno, non da ora, di una difesa comune, di una politica e di strategie o piani militari di difesa comuni. Non giustapposte: organizzate e programmate in un’ottica comune.
Non lo ha fatto. E non lo fa nemmeno ora che ha deciso di riarmare, raddoppiando e anche triplicando la spesa. Lo fa per motivazioni e con modalità da circolo vizioso della securitization.
In questo ha ragione l’opposizione al riarmo. L’Europa si riarma contro una minaccia della Russia che non c’è. E così facendo porta al “riarmo” (ridefinizione delle strategie) della Russia contro l’Europa.

Gli ayatollah si appellano a Trump

Il regime iraniano non regge al riarmo, dopo la batosta israelo-americana di questa estate. Il partito del riarmo è praticamente scomparso: non si discute nemmeno come riprendere l’iniziativa a Teheran, ma solo come uscire dall’ipotesi riarmo, su tutte le piazze, Siria, Libano, Yemen. Dove ogni parte attiva risulta abbandonata dall'armamento al coordinamento politico e militare. Il regime stesso in patria potrebbe essere uscito scosso dalla guerra, avendo perduto manifestamente la fiducia dei bazarì, il ceto finanziario-mercantile che in pratica lo ha portato al governo 45 anni fa. I bazarì hanno profittato largamente del regime di sanzioni cui le politiche degli ayatollah hanno condotto il regime. Ma ora i prezzi sono fuori controllo, i disagi si sono moltiplicati, e i malumori sono diffusi,  anche tra i più pii seguaci del regime. E l’isolamento è un peso, più che una fonte di guadagno - con la Cina sì, ma con la Russia, Cuba e Venezuela non si fanno affari.  

Qualcosa potrebbe essere già in atto anche col governo americano. Per avere una qualche forma di assicurazione politica, con attenuazione delle sanzioni, in cambio della rinuncia al nucleare, col rientro sotto i controlli dell’Aiea – una ripresa degli accordi con la presidenza Trump del 2015.
In vista di un riarmo psicologico, si riprende a Teheran la celebrazione della presidenza Rouhani negli anni 2010. Un presidente che si era impegnato per la modernizzazione dell’economia, e aveva promesso, e in parte promosso, una revisione dei diritti civili, a cominciare dal diritto di famiglia. Avendo maturato in precedenza più di ogni altro politico conoscenza dei problemi militari e strategici del paese. In suo nome una discreta pubblicistica favorevole al disgelo è promossa anche nell’America di Trump.

In passato le due potenze del Male non avevano disdegnato i rapporti. Erano stati gli Stati Uniti in definitiva a consacrare il khomeinismo nel 1978, abbandonando lo scià, già Grande Alleato, su iniziativa personale del presidente Carter, col suo inviato speciale a Teheran, gen. Huyser. Dopo la presa degli ostaggi da parte del khomeinismo radicale, e la catastrofe Carter, col tentativo di liberare gli ostaggi e col sostegno a Saddam Hussein per muovere guerra all’Iran, Reagan aveva ripreso i contatti, finiti nello scandalo Iran-Contras. A lungo gli Stati Uniti, pur definendo l’Iran “potenza del Male”, non hanno mai promosso iniziative contro - e probabilmente ne hanno dissuaso Israele, la strategia degli “attacchi preventivi”. Favorendone il ruolo di bilanciamento nella regione, avverso gli avventurismi arabi. Dapprima di Saddam Hussein, con la guerra del Golfo, e poi dell’Arabia Saudita, con la lunga guerra nello Yemen.
Poi i rapporti con l’Arabia sono decisamene migliorati, dopo essere decisamente peggiorati, con l’accesso al trono dell’ultimo re “saudita” (figlio di Abdelaziz el Saud, il fondatore del reame) Salman, e di suo figlio principe ereditario Mohammed bin Salman. Dopo il giro di walzer con la Cina, l’India, il Pakistan, e  l’assassinio a Istanbul del giornalista Jamal Kashoggi. Già con la presidenza Biden, ai primi di agosto 2022 - un’apertura di credito cui però Mohammed bin Salman resistette. P
rima cioè degli abbracci e accordi militari, economici e personali con Trump a maggio – affari da 150 miliardi e (forse) pace saudita con Israele (“accordi di Abramo”).

 

Via dei Matti a perdere

La mini-serie gioiello di musica, a tema ogni giorno diverso, con Bollani al piano multigenere, jazz, classico, pop, e un ospite a sorpresa, un nome in genere poco conosciuto, in genere di ricerca musicale, abbandonata al riciclo. Cenni parlatutto, Bollani limitato a pochi accordi, poco interessanti, Natale registrato a Ferragosto, in camiciola, abbronzati. Un buco a perdere, venti minuti da riempire,
Questa Rai si progamma balordamente, a riempimento. Due-tre sere di seguito di “Sandokan”, o di “Un professore”, dopo le “Imma Tataranni” d’annata, e non, o gli innumerevoli “Montalbano” alla ennesima ripresa.  
Stefano Bollani-Valentina Cenni, Via dei Matti n.0, Rai 3, Raiplay

giovedì 25 dicembre 2025

Ombre - 804

“la Repubblica”, in cima alle NOTIZIE DI GUERRA: “La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi sconfinano e fanno strage di renne”. Diavolo di zar, ha arruolato perfino i lupi. E li ha ammaestrati, c’è riuscito.
 
Ma una seconda NOTIZIA DI GUERRA incalza: “I cacciatori si sono dovuti arruolare e così questi predatori si riproducono indisturbati e cercano cibo al di là della frontiera”. Dare del predatore al lupo? Ma è scorretto, scorrettissimo - se lo sanno a Bruxelles, dove il lupo è specie “strettamente protetta”, una “procedura d’infrazione” sarà il minimo.
O allora: Merz e Macron potrebbero arruolare contro Putin i loro lupi, perché no.
 
Senza dover essere d’accordo col leghista Salvini, non ce n’è bisogno, basta la loro prosa che il giornale riproduce in facsimile: ma dove li prendono questi giudici d’Abruzzo, del tribunale dei Minori poi, dove si presume che abbiano un certo grado di umanità? E nozioni di pedagogia, di psicologia. A parte gli appalti. Alla casa famiglia, che pubblicizzano al motto che fuori di essa non c’è salvezza – l’orfanotrofio in piccolo, tolto alle suore che lo facevano gratis. O quattro mesi di consulenza, a psicologi di fiducia naturalmente. Contro bambini gioiosi e belli.  
 
Meloni chiude – avrebbe chiuso – il consiglio dei ministri, dopo lo scambio di auguri e regali, con un “Mi tocca pure rivedervi presto”. Grande titolo di “la Repubblica”. Cioè, i lettori del giornale leggono la battuta di Meloni come un vaffa ai suoi ministri? Da non credere.
 
 
Tanto ingenuo il comma o emendamento che voleva l’oro della Banca d’Italia in capo al Tesoro non era. Si sarebbe ridotto conseguentemente, e di parecchio, il “rischio Italia”, che fa cari i Bot – la presunzione che l’Italia non possa reggere il suo debito pubblico, utile a estorcere tassi alti d’interesse.
 
Ricorda Craxi, per i venticinque anni della morte, solo Caterina Caselli, la “ragazza del Piper”, e di “Nessuno mi può giudicare”: “Quelle idee socialiste (del padre, morto suicida, n.d.r.) mi sono rimaste dentro, sempre. Molti anni dopo ho incontrato e apprezzato Bettino Craxi. La mia formazione, i miei valori, sono quelli. Giustizia sociale e libertà”.
L’odio di Berlinguer ancora domina.
 
Silenzio anche su Anna Kuliscioff, morta cento anni fa. Che pure era una bella donna. Silenzio anche dalle femministe, di cui pure fu la prima. Sempre per l’odio berlingueriano – ma è vero che fu, russa, antileninista. 
Se ne ricordano due giornalisti socialisti superstiti, Tiziana Ferrario e Maurizio Punzo. E Fiorenza Taricone, Dottrine Politiche, confinata a Cassino. Con bio anche gustose. Di cui non un cenno sui media.

 
Francesco Vanni d’Archirafi, presidente di Euroclear, che costudisce gli attivi della banca centrale russa che Ursula von der Leyen voleva sequestrare: “Clienti di tutto il mondo si fidano di Euroclear che custodisce per loro 42 trilioni di euro di attivi. E ogni mese si affidano a noi per transazioni finanziarie del valore pari a 132 volte la produzione economica globale annua”. Possibile che lo sapesse solo Meloni?  I “migliori cervelli” al “Sole”, “Corriere della sera”, “la Repubblica” non lo sapevano?
 
Meta X, microchip, debutta in Borsa la settimana scorsa e in cinque giorni si rivaluta del 700 per cento. Avendoci puntato mille euro di “sudati risparmi” uno si ritrova in poche ore 700 mila euro. In un paese comunista. È il mercato?
 
A transizione green avanzata, quest’anno il consumo di carbone sarà record, il massimo di tutti i tempi, spiega l’Agenzia Internazionale per l’Energia. E aumenterà (almeno) fino al 2030. Si giudica da questo l’irrilevanza dell’Europa, che stringe la cinghia sull’energia, facendosela anche carissima, a nessun effetto. Il mondo è grande, troppo per l’Europa?
 
Un giorno Daniela Polizzi spiega le ragioni di Mps su Mediobanca e Generali: niente “concerto”, etc. Un giorno invece Ferrarella chiama in causa il ministero dell’Economia, cioè la Lega, che si è fatta il megapolo bancario gratis, a Milano, Mps-Mediobanca-Generali. Il “Corriere della sera” fa un po’ di qua e un po’ di là – la famosa “politica dei due forni”. Non ci sono colpe, solo vincitori.
 
E così, la Cina moltiplica i figli con la “surrogata”. C’è chi ne ha qualche centinaio, e chi non sa quanti ne ha. Molti li fanno negli Stati Uniti. Agenzie in Cina procurano anche ovociti di americane belle per migliorare la razza. Fuffa o colonizzazione demografica? Si direbbe fantascienza, si cita Philip K. Dick, ma è un fatto. Si direbbe una storiella di Rodari, manca solo la rima. Ma qual è la morale? Si sottovaluta il leninismo, lo statalismo.
 
I russi invece, i ricconi, se ne vanno in giro seminando figli. Qualcuno l’abbiamo scoperto, un certo Durov, nomen omen, “ultralibertario ma dirigista”, dice il giornale, che avrebbe 100 figli in12 paesi. Sta a vedere che la Russia ci prende con i figli, a nostra insaputa – bisognerebbe avvertire le donne, a letto con un russo? per quanto ricco, finiranno collaborazioniste. 

Una Occupazione a letto, però, non è male.

Pupi Avati, o miracolo a Bologna

È una sorta di fiaba natalizia questa “vita” di Pupi Avati, col fratello Vittorio che lo sostiene in tutto, e la sorella che li incoraggia da casa. Di uno che lascia il lavoro, con moglie e due figli, per “fare il cinema”. Pretestando incontri fuori Bologna per scappatelle a Roma, dove “si fa il cinema”, ma dove nessuno gli dà retta. Mentre suona il clarinetto, con Paolo Conte e anche Lucio Dalla, musica pop finto jazz, nei localini in Germania per fare soldi – salvo poi abbandonare il clarinetto,.racconta Conte con umorismo, perché quello veramente bravo era Dalla.

I primi film di un umorismo greve che nessuno capiva e andava a vedere, “Balsamus, l’uomo di Satana” e “Thomas e gli indemoniati – “ora sono cult”, può aggiungere sempre sornione Vittorio, che cura l’economia dei film di Pupi, e la Cineteca di Bologna in effetti prova a recuperare. Poi li restaura. E il successo, da “fuori ruolo” o fuorisede – non “allineato” politicamente. Roba da non credere, un “miracolo a Bologna”.

Mauro Bartoli-Lorenzo K. Stanzani, Pupi Avati, che cinema la vita!. Rai 3, Raiplay

 

mercoledì 24 dicembre 2025

Macron o la grandeur a Mosca

Sarà la “pace di Macron”, del suo ego. Nell’alveo certo, della grandeur, che a Parigi sfida vento e tempeste.
Macron che si invita a Mosca non porterà a nulla, già si sa. Ma non senza danno: è dare ragione a Putin, la certificazione che l’Europa “non esiste”, si dice a Roma.  Il presidente francese, in calo su tutti fronti, specialmente interni, politici, economici e di opinione, ma anche esterni, in Africa e con la Cina (a Pechio l’altra settimana non ha ottenuto nulla), va a Mosca rappresentare se stesso. Non Merz né Starmer, con i quali non si è coordinato. E quanto al “resto” si sa che non lo considera comunque.
Nel lungo reportage sul suo presidente, che ha redatto all’ultimo G7, in Canada, dove si è recato espressamente per studiare Macron da vicino, lo scrittore Emmanuel Carrère lo descrive così, a proposito di Meloni, di un “intervento di Meloni”: “Meloni riassume il sentimento generale esclamando: «Non fatevi illusioni, amici. Non è il 2 per cento del paese di Volodimir che (Putin) vuole mangiarsi, è il 100 per cento e non si fermerà. Vuole restaurare il suo Impero. Come se tu (posa la mano sul braccio di Macron) volessi che la metà del mondo fosse tua perché prima erano colonie francesi, o tu (accenno con il mento verso Starmer, ancora scosso dall’incidente della vigilia) il Commonwealth. E io, guarda, già che ci siamo, e se ricostituissi l’impero romano?» Macron sorride con indulgenza”.
L’“incidente della vigilia” era di Trump a cui cadevano per terra in giardino alcuni foglietti, e di Starmer che si piegava a raccoglierli – senza che Trump facesse il minimo movimento, o la sua scorta.

Il Natale impossibile di Pirandello

“Cerco un’anima, in cui rivivere”, Gesù confessa a Pirandello in sogno la notte di Natale – “era festa ovunque”. Dopo esserselo portato dietro per “una sterminata pianura”, cespugli di rovi, “la morbida sabbia di una stretta spiaggia”, col mare di fronte, e “di nuovo per le vie deserte di una grande città”. Pirandello non raccoglie l’invito: “E la casa e i miei cari e i miei sogni?”. Non un rimprovero in risposta, solo tristezza. E la fine del sogno: “È qui, è qui, Gesù, il mio tormento!”, Pirandello si scusa con se stesso: “Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa”.
Un racconto breve, un sogno, del 1896. Quattro anni dopo essersi stabilito a Roma, di ritorno dalla Germania. Due anni dopo il matrimonio ad Agrigento. Un anno dopo la nascita del primo figlio. E senza più, si supone, il sussidio paterno.
Pirandello si ricordava molto religioso, bigotto, da bambino. Salvo perdere presto la fiducia nella chiesa prr un fatto minimo, uan riffa truccata dal parroco per far vincere a lui, Luigi, un’immaginetta sacra. Un aneddoto “piradelliano” – assortito da una professione di forte religiosità intima, da una ricerca perpetua di misticismo.
Luigi Pirandello, Sogno di Natale, “Novelle per un anno”, vol. II (free online)

martedì 23 dicembre 2025

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (618)

Giuseppe Leuzzi


La “mala del Brenta”, ricorda “La Lettura”, sembrava temibile e invincibile ed è finita, molto presto, nel nulla. Come Vallanzasca. O l’Anonima Sarda, che naturalmente era fatta di persone, note – svanita anche la balentìa e altre mitizzazioni, dei figuranti sardi come Cossiga, pure ministro dell’Interno. Bastano i Carabinieri. Al Sud invece non succede, c’è un motivo?
La Sacra Corona unita però sì, quella è scomparsa poco dopo che si voleva nata - i servizi segreti hanno optato per il tutto ‘ndrangheta.
 
Nelle polemiche d’inizio 1975 sull’aborto, Pasolini (contrario) ha a bersaglio fra i tanti il giurista Alfredo De Marsico, ministro della Giustizia di Mussolini, parlamentare neo fascista. Del quale, a somma ingiuria, dice: “D’altra parte De Marsico è un meridionale piccolo e fragile: naturale quindi in lui una specie di patologico (e infine omosessuale) culto della virilità”. Omosessuale rimosso, cioè, e meridionale: il peggio del peggio.
 
Il Nord vince sempre, anche quando perde
Sugli aiuti finanziari Ue all’Ucraina, col debito comune invece che con la confisca degli attivi della banca entrale russa in deposito a Bruxelles, i “nordici” che hanno perso – mai debito comune – invece hanno vinto.  Lo certifica il “Corriere della sera”. Senza pregiudizio nordico – il Nord vince sempre, d’autorità.  
E il tutto, ancora “Corriere della sera”, per merito del solerte cancelliere tedesco Friedrich Merz, personaggio straordinario, eccetera. Il Nord vince sempre, tutte le battaglie.
Merz, insieme con Ursula von der Leyen, Commissione di Bruxelles, aveva già pronti tutti i piani e li ha portati all’approvazione del consiglio europeo, per manomettere il tesoro russo.
Merz è il cancelliere che vede il suo partito, la Democrazia Cristiana, surclassata nei sondaggi dopo ottant’anni da un partito di estrema destra, Afd.
 
Al Sud le università migliori, ma non diciamolo
Silenzio sui media, in tema di graduatorie “dove si vive meglio”, eccetera, si scopre per caso che il rapporto Censis, cui ogni anno riservano attenzione particolare (quest’anno sugli italiani che a letto lo fanno spesso, e penserebbero solo a quello), fa una valutazione delle università italiane, e assegna il primo posto quest’anno, dopo due anni consecutivi al terzo posto, a Unical, l’università della Calabria a Cosenza-Rende.
Silenzio totale anche sul fatto che tra le prime diciotto (università statali), la metà sono meridionali.
È la graduatoria delle “grandi università”, cioè con un numero di iscritti compreso tra 20 e 40 mila. Al quinto posto viene Cagliari, al sesto Salerno. Al dodicesimo posto Messina. E quindi, dal quindicesimo in poi, Campania Vanvitelli, Bari, Chieti e Pescara, Catania.
Unical è primissima per le borse di studio, col punteggio di 110 su 110 – un primato assoluto, anche davanti ai “mega atenei” (sopra i 40 mila iscritti, Padova, Bologna, la Sapienza). Questo in virtù di intese con la Regione Calabria – di cui beneficiano anche, con ottimi parametri, l’università Mediterranea di Reggio Calabria (110) e la Magna Grecia di Catanzaro (108).
Nella categoria servizi, che vede ancora Unical al primo posto, si tiene soprattutto conto dei pasti erogati e degli alloggi per studenti, compresi i contributi per l’alloggio degli studenti. Nonché dei  contributi alla mobilità internazionale, delle rassegne culturali, e dei luoghi e momenti di aggregazione e socialità – cinema e attività sportive. Alla voce “internazionalizzazione” Unical assomma un buon 78, mentre a quella “comunicazione e servizi digitali” sale al 94.  
Il coefficiente più curioso è della “occupabilità”, dei laureati che trovano lavoro a un anno dal titolo: il tasso sale dai 70 punti del 2023 a 75 nel 2024. Un dato notevole per una università che si qualifica soprattutto come “ascensore sociale”: tre su quattro sono i primi laureati in famiglia.
 
Del tribalismo, o delle radici
“Tribalismo e localismo. Ritrovarti coi materiali che sono disponibili nel tuo ambiente”. E l’ambiente è agreste, un po’ simile a quello della coppia a cui in Abruzzo i Carabinieri hanno tolto i bambini e la patria potestà. “Ho viaggiato molto, ho sviluppato un talento per fare casa e sentirmi a posto dappertutto. …Ora vivo della terra, in una comunità, facciamo crescere il raccolto, abbiamo i polli, le mie radici stanno entrando profondamente nella terra, sono davvero locali, non più internazionali, sono una fan di tutto ciò che è locale. Perché penso che ciò che è locale trovi soluzioni per i problemi generali”. È materia di autenticità. Comunque di autoriconoscimento, e solidità. Di socievolezza, infine.
“la Repubblica” consente il panegirico di sé a Oona Chaplin, in realtà Oona Castilla, perché nipote di Charlie Chaplin, figlia della figlia Geraldine, ma non è senza fondamento. L’ubi consistam, se non il “conosci te stesso”, o dell’autenticità, checché essa voglia dire, questa forza è data dalle radici. E radicamento è nascita, da una madre sicuro, anche spesso da un padre, fanciullezza, espressione – la prima lingua, “naturale”, familiare e locale, il dialetto. E tornare indietro è comunque garanzia di esistere. Senza complessi.  Senza auto-rimproveri (self-deprecation), per il mal  vissuto o il mal fatto. È anche una necessità. Un diritto-dovere all’esistenza. Contro i legami di ogni sorta, intervenuti successivamente – ma pure contro i tribalismi aggressivi: un arroccamento, se si vuole, ma come obbligo di difesa.
 
La questione della lingua
La perdita di sé, l’abbandono del Sud, nasce con la questione della lingua, cioè del dialetto. Comune in varia misura un po’ a tutta l’Italia, ma al Sud in forma incisiva, radicale - “costituzionale”. Una normalità che implica la perdita di “tutto”: il suono (soprattutto la vocalità), la sintassi, la grammatica, la saggezza o rappresentazioni di sé (modi di dire, cadenze, tonalità). La normalizzazione interviene – è il compito della scuola – contro ogni origjnalità espressiva e con l’impoverimento della stessa. Che sarà sempre risentito come un limite, anche se non detto, nemmeno a se stessi.
Fabrizio Bentivoglio, “Piccolo almanacco dell’attore”, raccoglie anche memorie di esperienze, utili come lezione. Un ricordo entra diretto in tema: ”Giorgio Strehler, quando vede un attore in difficoltà su una battuta, gli chiede di tradurla nel suo dialetto d’origine e poi, dopo averne colto l’autenticità del suono e del significato, di tradurla nuovamente in italiano mantenendo quell’impronta”.
 
Sudismi\sadismi – Gioia Tauro è una piaga
Presto, nel 1975, prima ancora del porto, prima ancora che si parlasse di scavare un porto, Gioia Tauro, uno dei posti più ricchi e intraprendenti dell’Italia, era un cesso. Lo ricorda a futura memoria Pasolini in uno dei suoi famosi articoli sul “Corriere della sera”, il 19 settembre 1975 (
poi non ripreso nelle due collettanee della sue collaborazione al quotidiano milanese, ora in “Pasolini e il «Corriere della sera» 1960-1975”, p. 313 segg). A proposito di un’intervista del ministro dell’Industria Donat Cattin, rilasciata a Piero Ottone, il direttore del “Corriere della sera”, e da questi relegata al settimanale “Il Mondo”, “senza commenti e senza nemmeno didascalie”. In cui afferma di possedere “documentazione degli abusi e degli intrallazzi intorno a Gioia Tauro”. Documentazione, sintetizza Pasolini, “che egli ha passato a un settimanale, e che questo settimanale non ha pubblicato «perché sono coinvolti i socialisti»”. Pasolini si meravigliava che un ministro democristiano potesse accusare di corruzione chicchessia. E che le sue accuse mandasse ai giornali, il ministro, e non a una Procura della Repubblica”. Ma, a parte il macostume politico, è un episodio che conferma la natura pregiudiziale della “narrazione del Sud”.

Nella stessa intervista, non richiesto, Donat Cattin fa invece l’elogio di Angelo Rovelli. Un faccendiere trasformato in industriale chimico, per poter usufruire con la sua Sir dei fondi pubblici, soprattutto in Calabria. Uno famoso come il “Clark Gable della Brianza nelle balere”, poi diventato un intermediario dei traffici finanziari pubblici (ma Scalfari progettò “la Repubblica” a un certo punto, il “Le Monde” italiano, proprio con lui, sostenuto a quel punto da Andreotti) – in competizione con un Raffaele Ursini, ex giovanotto di Reggio Calabria figlioccio a Milano di Michelangelo Virgillito, un muratore che vinceva in Borsa, con l’aiuto pare della Madonna di Paternò, provincia di Catania (allievo però di Attilio Marzollo da Vicenza, il commissionario di Borsa che sparì con la grana, facendo impazzire Milano). Insomma, la crema. Per Rovelli, per poter finanziare Rovelli “a prescindere”, la Dc farà arrestare tre anni dopo, poco più, il vertice della Banca d’Italia, il governatore Paolo Baffi (non andò in carcere per l’età) e il direttore generale Mario Sarcinelli. Il cinismo non difetta.
Il curatore di “Pasolini e il «Corriere della sera»” lega questa accusa di Donat Cattin ai progetti per “la creazione di un 
centro siderurgico, mai realizzato, e l’ampliamento del porto”. Ma questi sono progetti successivi – il porto è un progetto del tutto nuovo, non c’era porto a Gioia Tauro, i pescatori erano anche pochi, non si praticava la pesca.

 
Cronache della differenza: Sicilia
“Si trova in California la città dove si parla ancora siciliano”, trova “Men’s Health”: Monterey, da un secolo. Dalle prime migrazioni siciliane negli Stati Uniti. “Un luogo dedito alla pesca, soprattutto di sardine. I siciliani vi introdussero la «lampara»”. La gente originaria della Sicilia negli anni 1940 era un terzo della popolazione. Hanno continuato a parlare siciliano, e hanno tramandato gli usi tradizionali, la cucina, le celebrazioni, in vita e in morte, e il dialetto.
Una città di pescatori narrata da scrittori, Steinbeck, “Cannery Row” il più famoso. Luogo di molti film, “Voglia di tenerezza”, “Basic Instinct”, “Forrest Gump”.
 
“Io sono siciliano”, Alain Elkann fa dire a Alfio, un suo personaggio di “Il silenzio di Pound”, un giovane amico dell’autore che è andato a Venezia giusto per incontrare il mutangolo Pound, e ne è confidente, in lunghe conversazioni al caffè: “Io sono siciliano”, gli fa dire, “non sono americano o protestante. Non credo nell’etica del lavoro, nei doveri e negli obblighi”. O non è al contrario, etica del lavoro compresa?
 
Alice Valeria Oliveri evoca “gli «ulissidi», come diceva Vincenzo Consolo, nato vicino a Messina e morto a Milano, dei siciliani che se ne vanno a cercare il loro futuro altrove, sia volontariamente che involontariamente, ma hanno un po’ sempre quella pulsione verso il nostos, il ritorno a casa, che non è semplice perché nel frattempo l’isola è andata avanti”.
 
Quella di Sciascia è quella della “stanza dello scirocco”. Lo spiega Marcelle Padovani, che con Sciascia fece il libro intervista di grande successo “La Sicilia come metafora”, sul “Robinson”: “Sciascia raccontò che i nobili siciliani e le famiglie agiate scavavano nella roccia in prossimità delle fondamenta, per realizzare la «stanza dello scirocco», uno spazio senza finestre dove rifugiarsi per proteggersi dalla sabbia, dal vento e dall’afa. Una metafora del carattere” dei siciliani.
 
Il carattere “dei siciliani” come lo era di Sciascia? Sempre Padovani ricorda in particolare: “Mi colpì di quell’uomo schivo e malinconico il fatto che nelle tante volte che ci eravamo rivisti non mi avesse mai chiesto niente di me. Era come se la mia vita ai suoi occhi non esistesse. O non gli interessasse”. “Forse per discrezione”? “Non credo che si sentisse in imbarazzo, infatti parlava molto di sé”. 
 
Tanto scandalo del “Corriere della sera”, del suo columnist principe, Gian Antonio Stella, su Agrigento capitale della cultura, e si tace che la città ha un teatro Pirandello, che programma una dozzina di messinscena
 l’anno, ed è affidato a una milanese, Roberta Torre. O che il sito archeologico è classificato anche quest’anno il meglio custodito e valorizzato, in Italia e in Europa – il più grande anche, d’Europa e del Mediterraneo, 1.300 ettari.


leuzzi@antiit.eu

Il morto vive nel cane amico

ll faccione simpatico di Bill Murray e la grazia inalterabile di Naomi Watts, anche di fronte agli ottanta chili di Apollo, un alano, che la tiene prigioniera delle sue uscite e le mette a soqquadro l’appartamentino, fanno tutta la storia. Col contorno delle mogli di Murray, professore di scrittura creativa e mentore di Naomi, a sua volta insegnante di scrittura. L’ultima delle quali decreta che l’alano debba restare nelle cure di Naomi, “figlia” prediletta, per espressa insindacabile volontà di Murray, buontempone ma suicida. Da un romanzo-memoria di Sigrid Nunez.
La coabitazione riuscirà, non c’è dubbio – supererà anche le ostilità del condominio. Ma non è il solito, scontato, amore di cane, o quanto il cane è bello, buono, e ci salva. È un epicedio, per la scomparsa di persona amata e ammirata, che non si vuole o può ammettere – ne elide la memoria. Si fa così della disgrazia letizia, l’inafferrabile anima si è trasferita al cane.
Scott McGehee e David Siegel,
L’amico fedele, Sky Cinema, Now

lunedì 22 dicembre 2025

Problemi di base - 893

spock


“Tutti i miei giorni sono degli addii... La vita è una morte a ripetizione”, Chateaubriand?
 
“La verità ha l’abitudine di rivelare se stessa”, Agatha Christie?
 
Il popolo non accede al palazzo che quando lo costruisce”, Jean Paul?
 
“Viviamo bene e i tempi saranno buoni – noi siamo i tempi”, sant’Agostino?
 
“Se non sai dove vuoi andare non c’è vento che ti ci porti”, Cristina Scocchia, Illycaffè?
 
“Il libero deve crearsi da sé”, R. Wagner?
 
spock@antiit.eu

Un diritto d’asilo per pochi

La decisione della Ue di autorizzare l’individuazione del diritto d’asilo dei migranti irregolari fuori dell’area Ue, fa parte di una revisione più generale del diritto internazionale in materia, di chi ha diritto all’asilo politico. La revisione parte da un dato giuridico, la difficoltà di accertare il diritto a fronte non tanto di atti di coercizione personale  ma di regimi autoritari, più spesso però elettivi, oppure di regimi autoritari con forte base giurisdizionale libera, di tribunali cioè non politici. Per cui un esilio per motivi politici resta di difficile accertamento rispetto a un’immigrazione volontaria.  
Si valuta dagli organismi internazionali in 900 milioni di persone il flusso possibile di migrazioni, dall’emisfero meridionale, e specialmente dall’Africa. Mentre l’asilo politico sarebbe diventato da alcuni anni il mezzo per ottenere comunque un permesso di soggiorno, contando di poterlo prolungare per le lentezze delle pratiche di accertamento. La Gran Bretagna, sia con i governi conservatori che col laburista, opera per procedere all’accertamento mantenendo l’immigrato in territorio non britannico. La Ue ha adottato il “modello Albania”, che il governo italiano aveva provato ad avviare due anni fa.
In varie istanze, soprattutto all’Onu, si lavora intanto a ridefinire il diritto d’asilo politico.

Il genere è freddo

In una famiglia aperta, di più mogli e figli, con abbondanza di gay e, si lascia supporre, di lesbiche, un ragazzino di nove anni ama vestire abiti femminili. La cosa è consentita dai genitori, ma solo in casa. Fino a quando, alla recita scolastica, il ragazzino non ambisce che a fare la sirenetta. Solo la sirenetta. La coppia aperta si chiede perché ed entra in una gruppoanalisi. Che una psicologa molto addentro nelle problematiche, le tipologie e le sottigliezze delle identità di genere, la cosa e la terminologia (disforia, transgender, etc.), gestisce con piglio sicuro. Tanto da suonare ironico, mentre è serioso. Inutile dire che il ragazzino potrà fare la sirenetta a scuola.
Un film didascalico. E identitario – della ideologia altrove chiamata woke. Che resta freddo. Una sorta di gruppoterapia che non riesce a coinvolgere lo spettatore.
Elogiato dai critici, sui media e online, ha aperto il festival 2025 di Giffoni, il festival del cinema per ragazzi, quest’anno monotematico, “Diventare umani”. Ma poi senza pubblico, benché ampiamente programmato.
Michela Andreozzi, Unicorni, Sky Cinema, Now

domenica 21 dicembre 2025

Letture - 600

letterautore

Sant’Agostino – Omosessuale lo vuole Pasolini, in “Cani”, un articolo per il “Corriere della sera” che il giornale non pubblicò e lui riprese in “Scritti corsari”: “L’omosessualità di sant’Agostino è ormai, anzi da sempre, accettata in quanto è sant’Agostino stesso a confessarla”.
Proprio sant’Agostino, cui la chiesa deve il millenario rifiuto della sessualità, del corpo.
L’articolo non pubblicato spiega perché san Paolo era omosessuale, come – Pasolini ricorda – da lui stesso affermato in un articolo precedente, questo invece pubblicato dal quotidiano milanese, il 30 gennaio 1975.
Per l’omosessualità di san Paolo, inconsapevole, spiega Pasolini, “è stato necessario l’intervento della psicanalisi; a interpretarne i sintomi, a tentarne la diagnosi”.
 
Borges – “Jorge Luis Borges: no. Orribile”. È la conclusione della recensione di Pasolini, sul “Corriere della sera”, 14 aprile 1974, del terzo “Almanacco dello Specchio”, 1974  (in “Pasolini e il «Corriere della sera»”, p. 139).
 
Cristianesimo – “Il cristianesimo è stato comunque qualcosa di notevole”, Hannah Arendt lo concede scrivendo al marito, sotto l’effetto del “Messia” di Händel ascoltato nel maggio del 1952 a Monaco d Baviera. A proposito del coro da Isaia, 9, 6: “For unto us a Child is born, unto usa a Son is given”, poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio!”. Commossa forse dalla musica, da Händel, o forse dal fatto della nascita, della maternità. L’identità razziale rimuove anche la storia?
 
De Gasperi – “Non era nessuno!”, Pasolini può dire in “Lettera aperta al presidente della Repubblica”, sul “Corriere d’Informazione”, il 4 settembre 19675 (ora in “Pasolini e il «Corriere della sera»”. p. 301). A proposito dei politici democristiani che tentavano all’epoca di dare un’ideologia al loro partito “rispolverando con venerazione De Gasperi. Ma De Gasperi non era nessuno”.
Non era nessuno politicamente, nel suo partito, non avendo correnti né pretoriani - la sua forza politica veniva dall’azione di governo.
 
Est Europa - Rapahel Lemkin, (1900-1957), “l’uomo che inventò la parola genocidio”, giurista, ebreo, “nacque in Russia, nel 1900, in un’area che poi divenne Wolkowysk in Polonia, e oggi è Vaukavysk in Bielorussia”. Fece l’università “a Cracovia e a Leopoli” - allora polacca, Lwów, oggi ucraina, Lviv.

Fiat - Simenon ne compra una nel 1932 alla frontiera fra il Sudan e il Congo Belga, per fare  la traversata del Congo fino al mare, per strade in forma di piste non tracciate. Lo racconta in “L’Africa che dicono misteriosa”. La fotografa anche: una macchina importante, una 509 A Torpedo, con un passo a occhio di quatto metri, alta, decapottabile.
 
Sklovskij ricorda, nei racconti delle varie traversate del fronte nella guerra civile russa tra rossi e bianchi, ricorda le autoblindo Fiat.
“Il fascino principale di una buona macchina”, Sklovskij scrisse anche, a Elsa Triolet a Parigi, in una lettera non spedita di “Zoo, “è il carattere della sua trazione, il carattere del crescere della sua forza. Una sensazione simile al crescere della voce. Molto piacevolmente cresce la voce-trazione della Fiat: premi il pedale del gas, e la macchina ti porta con entusiasmo”.
Nel 1930 il senatore Agnelli costruì in Russia, a Mosca, una fabbrica di cuscinetti a sfera, “la più grande del mondo” – realizzata in un anno e mezzo, inaugurata nel 1932 (presente anche Togliatti”.
 
Le auto italiane erano reputate a Parigi dopo la Grande Guerra, scriveva della “Stampa” il corrispondente Corrado Alvaro, “le migliori del mondo”. Nel 1921-22, quando Alvaro fungeva da corrispondente da Parigi, “La Stampa” era già di proprietà Agnelli, ma solo per un terzo, e all’interno del “gruppo finanziario-industriale ditta Agnelli-Gualino”.
 
Intellettuale – È finito con l’indifferenza – “non con lo Stato non con le Br” – che indignava Sciascia? Cioè, finito nell’irrilevanza. Gli intellettuali finiscono per Pasolini, negli stessi anni 1970, per essersi fatti superare da “una storia reale che li ingiallisce di colpo, trasformandoli nella statua di cera di se stessi”. Pasolini lo scrive l’1 marzo 1975 sul “Corriere della sera”, in uno degli articoli da lui non raccolti in volume, ora in “Pasolini e il «Corriere della sera»”, p. 250. Incapaci di adeguarsi agli event e alle mutazioni antropologiche,  attardati nell’ideologia – “siamo tutti illuministi”.
 
Mamma – “Ero molto legato a mia madre”, Jim Jarmush spiega a Paola Zanuttini a proposito del suo ultimo film che ha vinto il festival di Venezia, “Father Mother Sister Brother”: “Telefonavo una volta al mese”. Effetto del matriarcato americano (Jarmush non lo dice per dileggio)?
 
Pasolini - Di sinistra oppure di destra, il quesito è ampiamente discusso per il cinquantenario della morte – a proposito delle sue posizioni sulla contestazione, l’aborto, la sessualità, etc.. Una curiosità in tema è Kanye West, il rapper americano prima radicale di sinistra poi, ora, di destra. Che si sarebbe ispirato a Pasolini, così dice, per l’album “Kids see Ghosts”. Interpretato Anche da molti critici come un tributo a Pasolini, dilungandosi su alienazione e ricerca del sacro, attraverso il trauma e la redenzione. Qualche critico avendo evocato l’accostamento, Kanye West, richiesto di un’opinione, avrebbe ammesso che prima dell’uscita dell’album aveva letto, e perfino “studiato”, l’opera di Pasolini. Il che non vuole dire nulla, perché un album è preparato e lavorato mesi e anni prima dell’uscita.
Di Kanye West, che ama “stupire”, wikipedia ricorda la condanna dell’aborto legalizzato, quando non si tratti di un intervento a seguito di violenza sessuale. Ma anche esternazioni di antisemitismo, compresa la negazione dell’Olocausto, e apprezzamenti di Hitler – dichiarandosi anzi un nazista.
 
Russia - “È un mio consiglio che do ai giovani: rubate ai russi”, confessa Virzì a Cazzullo e Michela Proietti che lo intervistano sul “Corriere della sera”, a proposito dei “prestiti
 di immagini, inquadrature, situazioni di altri registi. Lui, come tutti, afferma, ha “rubato” molto, in particolare da Michalkov.


letterautore@antiit.eu 

Il Sole di Natale

“Torna Natale” e Antonio Rezza non ci sta: “Mai come sempre mi accorgo che la famiglia è l’anticamera dell’associazione a delinquere, della criminalità organizzata, l’origine del malaffare”, etc, etc. per una dozzina di righe. Ma, a parte questa lazzaronata di Rezza, “Il Sole 24 Ore Domenica” è un numero tutto natalizio, di “racconti” di Natale, scritti per loccsione, Natale 2025. Con un repertorio galattico di tempo ritrovato, di sogni, di normalissime “vedute”, di uso degli occhi,e di felicità-infelicità.
Il cardinale Ravasi racconta Natale con Brecht (Brecht ha una poesia “Alla viglia di Natale”), e con Virgilio, con l’approdo degli esuli di Troia a Cartagine (“ci negano l’asilo della sabbia….”). E con i nonni “adottivi” di Gesù, Simeone e Anna. Ossola col “Protoevangelo di Giacomo”, che la notte “vede” il presepe. Con Vivian Lamarque “dicembre è il più bambino dei mesi”. Scaraffia ricorda il Natale 1943 di Churchill alla Casa Bianca, colpito dalla semplicità della festa: “C’era di che fortificare la fede di chi crede che l’universo sia regolato da leggi morali” – quale differenza da oggi. O il Natale di Colette nel 1916 col marito in licenza dal fronte a Santa Maria d’Aracoeli a Roma, ad ascoltare “un predicatore di quattro anni e una profetessa di otto, un’attrice nata, di abilità impressionante”.
Un numero da collezione. Con tanti altri racconti, di Elisabetta Rasy, Giuseppe Lupo, et al., e interventi di vario genere. Andera Gentile fa un esilarate repertorio delle trenta o quaranta cose che siamo e vorremmo, potremmo, non esere, a partire dal tempo-non tempo obbligato al cellulare. Ruozzi fa i controcanti di Natale: Guareschi, Buzzati, Calvino, Malerba, Pontiggia. C’è più il presepe, ma c’è anche Babbo Natale – che potrebbe essere uno “sciamano Samì”, ipotizza Lara Ricci. Il Natale in pittura, naturalmente. E il Natale al cinema – anche seviziato, da Tim Burton. O a Ferragosto – quello dei discografici, p.es., come spiega Paolo Fresu, che registrano i “White Christmas” e i “Tu scendi dalle stelle” “sotto i quaranta gradi di Ferragosto” perché siano sul mercato a dicembre.
Una raccolta programmata e realizzata con fantasia,
“Domenica Il Sole 24 Ore”, Un Natale disobbediente, “Il Sole 24 Ore” € 2,50