sabato 7 febbraio 2026
Cronache dell’altro mondo – islamiche (384)
Zohran Mamdani, il sindaco islamico plebiscitato a New York, ha decretato l’1 febbraio “Giornata Mondiale del Velo”. La copertura del viso dichiarando “l’identità e l’orgoglio” della donna mussulmana: “Oggi celebriamo la fede, l’identità e l’orgoglio delle donne e delle ragazze musulmane di tutto il mondo che scelgono di indossare l’hijab, un potente simbolo di devozione e celebrazione del patrimonio musulmano”.
Un’abbuffata di italianità, indigesta
Nove milioni se la sono sorbita alla tv, dice
Auditel. Ma sarà stato per la “pasqualite” di Arbore – vediamo come andrà a
finire. Tre ore da non poterne più, di Italia e italianità, imposta ogni due
parole dal cronista Petrecca – raramente moderato da Fabio Genovesi, con
Stefania Belmondo relegata a se stessa, al suo passato: italiano, italico, made
in Italy, italianità, cultura, memoria, eleganza, eleganza, eleganza- e
rigurgiti di vomito? Perché non avere più cronisti, ognuno che sappia dire
qualcosa, di visto, di ascoltato, di saputo, invece
dell’italianità-italianità-italianità e del genio italiano - ma che colpa ha
l’Italia, che non riesce a perdonarsi?
Possibile che la Rai non sappia più gestire una
diretta? L’Olimpiade come la prima alla Scala: commentatori impacciati,
inadeguati, pasticcioni? A meno che non sia Milano a farla balbettare – troppo
leghismo?
L’evento in sé è stato proprio “milanese”, superinternazionalista
e superprovinciale. Nelle dirette da Cortina, Livigno e Predazzo, con due e tre
atleti spersi sotto una bandiera, su un tappeto rosso, per strade deserte. A
San Sito con rari momenti di adeguatezza: Cecilia Bartoli e Bocelli esaltanti e
commoventi al meglio in quello che sanno fare, cantare, e Sabrina Impacciatore,
benché costretta, a sessant’anni, a danzare, nuda. In tono i discorsi, ma questi
alla fine, di Kirsty Coventry, la presidente del Cio, e di Malagò, l’ex
presidente del Coni - meno stentoreo e più breve sarebbe stato perfetto, è
proprio avvelenato coi successori? Poi assurdi tedofori in serie, di
“personaggi” ma irriconoscibili dentro le tute bianche, sparsi tra San Siro,
l’Arco della Pace e altre località. Un incredibile alfabeto della gestualità italiana. 0La povera Matilda De Angelis dispersa tra
assurdi mascheroni di Rossini, Verdi e Puccini. Un omaggio alla Carrà – sic! Un
“Volare” arrugginito, in italianese, da Mariah Carey – vestita da Regina delle
Nevi, una montagna di bianco, con coda da sirena…. Un “Inno di Mameli” pop di
Laura Pausini. Un Favino da pastore abruzzese per declamare Leopardi. Charlize
Theron superelegante per mezzo minuto di Nelson Mandela – Mandela non manca mai
negli “eventi” in mondovisione, per lavare quali peccati? Un Ghali furbesco, cui è stata suggerita una poesia di Rodari - altro nome lavatutto, tipo Mandela. E l’atterraggio di
Samantha Cristoforetti, che pure è personaggio di sostanza? Con un po’ di circo
acrobatico con i cinque cerchi olimpici. Dentro un calderone di 1.200 figuranti
o performer, sperduti nell’immenso stadio, o almeno nella ripresa tv, da
troppo lontano o da troppo vicino – San Siro, che ora si abbatte per far girare
qualche miliardo, è speciale in questo, che fa vedere a tutti il prato,
dall’alto.
Cerimonia di Apertura Giochi Olimpici Invernali
Milano Cortina 2026, Rai 1, Raiplay
venerdì 6 febbraio 2026
Cronache dell’altro mondo – democratiche (383)
Gavin Newsom, il governatore della California recentemente rieletto con
largo margine (a lui si è ispirato il presidente della regione Calabria
Occhiuto: appena indagato, ha indetto nuove elezioni e si è fatto riconfermare largamente)
si prospetta come il candidato migliore per i Democratici alle presidenziali del
2018. È però un politico-politico, molto abile all’interno dell’establishment,
e poco di piazza. Perfettamente curato di gel, con abito di sartoria,
sempre due pezzi. Una imagine a cui sta provando d rimediare.
Le ultime uscite ha fatto in maniche di camicia – seppure sempre bianca,
su pantalone stirato. E la madre ha fatto sapere di avere dovuto assistere mentre
moriva di suicidio assistito – “l’ho odiata per questo”.
Cronache dell’altro mondo – sanitarie (382)
Chiamato in causa come agente di disturbi
autistici o altri dell’attenzione dei bambini, il paracetamolo (Tylenol in Nord
America, Tachiprina in Italia) non avrebbe mai avuto un effetto di questo tipo. Anche
alla luce di indagini epidemiologiche di vastissima portata, con milioni di casi
censiti. Il paracetamolo, anzi, è considerato l’unico farmaco sicuro per
alleviare il dolore o la febbre nelle donne incinte – la febbre può essere
rischiosa per il nascituro.
Il farmaco è però sotto esame in Canada
e negli Stati Uniti perché contiene codeina, il derivato della morfina. Di cui
anche una minima traccia, in soggetti materni con una certa predisposizione, può
essere letale. Per il feto oppure, dopo la nascita, col latte materno.
Corsa all'Oscar a spese di Shakespeare
“La morte di Hamnet – La
nascita di Hamlet”, il dittico apre il film. Nelle carte shakespeariane Hamlet
compare a volte Hamnet. Ma Maggie O’Farrell, scrittrice inglese di best-seller
sentimentali, che figura sceneggiatrice del film insieme con la regista,
immagina nel romanzo “Nel nome del figlio”, il soggetto del film, che Amleto
sia il ricordo e la celebrazione di un figlio morto ragazzo, di nome Hamnet.
Che Will, padre assenteista perché impegnato nel teatro a Londra, tuttavia non
trascura negli anni di Stratford, e nelle visite successive.
Un po’ – un po’ meno nel
film rispetto al romanzo – O’Farrell prova anche il lui\lei, il genio, maschio,
che deve molto alla compagna di vita.
Un altro film “americano”
della regista cinese. Con baci rubati, a fine Cinquecento, da film americano.
C’è pure un amplesso frettoloso, su un tavolo in cucina, con lei
improvvisamente a gambe nude per aria, mentre lui, più storicamente
caratterizzato, ha difficoltà a sciogliersi i pantaloni.
Un film limaccioso,
dall’inizio alla fine, da quando lei è una ragazza libera nella natura, cui il
falco viene a tenere compagnia. Non storico, non drammatico, non sentimentale.
E umido, buio, mai un raggio di sole, fino a, e compreso, il trionfo finale al
Globe Theatre a cielo aperto. Che però “il Mereghetti” non finisce d’incensare
sul “Corriere della sera”.
Che film avrà visto
Paolo, con lo stesso titolo? O è proprio questo, di cui già si sa che avrà
tutti gli Oscar? La regista sino-americana ci è abituata, con l’insipido
precedente, “Nomadland”, avendo collazionato tutti i premi a Venezia e un paio
di Oscar.
Chloé Zhao, Hamnet
giovedì 5 febbraio 2026
Cronache dell’altro mondo – giornalistiche (381)
Ieri mattina la redazione del “Washington Post” è stata convocata da
remoto alle nove. Nel mentre che a 300 degli 800 redattori giungeva una mail di licenziamento.
Senza imputazioni specifiche, per ridimensionamento aziendale. Un’assemblea di semplici
comunicazioni - assemblea in realtà di redattori isolati, ciascuno al suo
domicilio.
Il motivo è la necessità di salvare il quotidiano storico dalla chiusura.
Una dozzina d’anni fa Jeff Bezos, il creatore di amazon, lo aveva rilevato dalla famiglia Graham, disaffezionata dal giornale-istituzione da tempo in rosso, con
un investimento di 250 milioni di dollari dalla sua fortuna personale. Il quotidiano si era rilanciato, ma dopo il covid ha ripreso a
perdere copie, a beneficio del concorrente “The New York Times”.
Il “Washington Post” si era illustrato da ultimo con la denuncia dei Pentagon Papers e del Watergate, e aveva portato alle dimissioni del presidente Nixon.
Nella campagna presidenziale del 2024, Bezos aveva chiesto e ottenuto che il
quotidiano non prendesse partito, con l’endorsement tradizionale a favore
della candidatura democratica, di Kamala Harris. Ma il declino è continuato. Mentre
le cronache politiche erano costantemente anti-Trump e anti-MAGA – anche con una
rubrica quotidiana, “The 7: Tracking Trump”, dismessa dieci giorni fa.
La bontà uccide
C’era una volta, c’è stato a lungo anche se non visibile, l’Amico
Sconosciuto, di cui ora si annuncia il decesso. Importante nel nome, teutonico,
come quello della pace divina, incerto nella figura, e come invisibile, un’ombra
accanto, per il sorriso degli occhi che lo apriva nel mentre che lo proteggeva,
e lo chiudeva. Pieno di umori e singolarmente muto. Si muoveva come un corvide,
curioso e pellegrino – una gazza senza la nomea, bianco e nero anche - se qualcuno
o qualcosa ne stimolava l’istinto di maestro, di pedagogo. Una periferia, una
fabbrica, una lingua o linguaggio, modo di essere, e la creatività, quella
altrui, al cinema, nelle arti, nella scrittura. Di cui era avido e riconoscente
di partecipare. Modesto sempre e gregario.
Ma ultimativo – si vuole dal critico, da chi legge e giudica le opere degli
altri, che sia benevolente oltre che disponibile, lui no. Sempre come il
Maledetto Toscano voleva quelli della sua stirpe: “Hanno voglia a tenere gli
occhi chiusi, o, come San Francesco, a parlare agli uccellini, ma se li guardi
bene, hanno tutto l’aspetto di facinorosi”- uno di quelli dell’ “o…o”, non di
quelli dell’ “e...e”.
Era scrittore. Ma scrisse perciò poco di sé e molto degli
altri. Sempre degli altri, anzi, vigile, pronto. Ascoltando, guardando, leggendo,
con curiosità, con attenzione, con generosità. E poi attardandosi a lunghi, lenti apprezzamenti – quando scriveva per
apprezzare.
Finì così solo, benché avesse molti amici. Decine, forse
centinaia, di cui parlava con entusiasmo. Gli autori, artisti, scrittori, registi
erano lontani, distratti, lo temevano come nel cassetto. Gli elogi si fecero post
mortem. Ma gli ultimi giorni, gli ultimi momenti, l’ultimo istante non
ebbe a chi raccontarlo. Nessuno ne fece l’elogio, se non per dirlo un brav’uomo,
anche entusiasta, a volte. Laico, ma con sensibilità religiosa, e socialista
libertario quanto non erano cose gradite, ma questo sì, seppe vincere il tempo,
i suoi tempi magri, pigri, della oscura passione per l’ideologia. Son nato scemo
e morirò cretino disse di sé quando decise di raccogliere i suoi scritti
sparsi, in un momento di buonumore. Ma nulla gli sfuggiva, si è infine detto di
lui, molto lasciava cadere, ma quel che salvava era prezioso, mai banale.
La follia del caos
“Se le nostre vite iperconnesse ci stiano portando
verso una nuova instabilità, verso un tipo di follia contagiosa che gradualmente
si intrufola nel mondo ed erode la sottile linea che separa i fatti dalla finzione
e la realtà dalla fantasia” è il tema del saggio più vivace, meglio articolato.
Lo scrittore cileno ci arriva dopo essere stato tempestato
di messaggi da una sua lettrice americana ossessionata dal furto costante dei
suoi romanzi, che nessuno pubblica, da parte di autori di best-seller,
Kazuo Ishiguro, Matt Haig. Un rapporto che non riesce a troncare, anche perché
la donna “non ha l’aria di essere una pazza”: i suoi filmati la mostrano
“bionda, pallida, di bell’aspetto, sui quarant’anni e con una voce delicata”,
nonché fisica teorica, fisica matematica prima che scrittrice di romanzi, con
pubblicazioni scientifiche accreditate. Come mettere assieme il “siamo tutti
scrittori” e il complottismo fomentato da manie di persecuzione. Insomma, cercando
di trovare una chiave per la solitudine affollata che fa la messaggistica
diluviante nei social, o teatro libero per tutti.
Questo saggio Adelphi intitola “La cura della follia”.
Lo precede un saggio sul mondo caos, sulla realtà caos, sulla fisica del caos,
che Labatut “scopre” e articola con Lovecraft, Philip K. Dick e il mateatico
Hillbert, “il papa della matematica del ventesimo secolo”, letture occasionali.
A questo saggio l’editore dà il titolo del libro, “L’estrazione della pietra
della follia” – “La pietra della follia”, di cui anche, in breve, in Foucault,
è il nome di un dipinto di H. Bosch nella minigalleria del Prado che Filippo II
volle per il pittore fiammingo, di una sorta di cavadenti, assistito da un frate
e una monaca, che estrae dal cervello, dalla testa, la “pietra” che alimenta la
follia.
Il tema è semplice: “Il caos suggerisce che ci sia
qualcosa nel cuore delle cose che si sottrae alla nostra comprensione”. Ognuno
può vederlo: “Il senso comune suggerirebbe che piccoli cambiamenti provochino
effetti lievi”, e invece no, basta niente al computer di casa per variare tuta
la sua ricerca o costruzione.
Mai udito del battito di ciglia a Manhattan, del volo
di farfalla a Singapore, che sconquassi fanno, in fisica, per l’uomo einsteiniano?
Benjamin Labatut, La pietra della follia, Adelphi,
pp. 66 € 7
mercoledì 4 febbraio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (923)
Giuseppe Leuzzi
Per colpa del Sud si è fatto finta che il ciclone
“Harry”, oltre a non avere distrutto il Sud, non abbia disperso un migliaio di
migranti dalla Libia e dalla Tunisia, “la più grave ecatombe di esseri umani
nel Mediterraneo” - “solo un centinaio” sono conteggiate, distrattamente, anzi alcune
decine. Assurdo. Ma assurdo il “Sud” in Italia.
C’è qualcosa di non detto nella vicenda del ragazzino
lasciato a piedi dall’autista del bus per Cortina d’Ampezzo, tra San Vito di Cadore e
Vodo Cadore. Il ragazzo ha marciato sulla strada, tra San Vito e Vodo ci sono
sei km e mezzo, con due zaini, alle 17-18 di fine gennaio, tra freddo quindi e
buio, e nessuno si è fermato, anche soltanto per chiedere. E perché non c’è lo scuola-bus
in Cadore – c’è perfino in Calabria? E che senso ha mettere il biglietto del
bus a 10 euro – dieci? Ma no, tutto è a posto, è solo un autista di bus meridionale
– non veniva da Agrigento?
Il Ponte sullo Stretto era una copertina della “Domenica
del Corriere” già il 21 marzo 1965. Cioè settant’anni fa. Il rendering immaginato
del settimanale, che il “Corriere della sera” ripubblica per i suoi 150 anni, era
più o meno lo stesso di oggi.
Una panoramica dall’elicottero è la sola foto verità
tra le migliaia che da un paio di settimane ormai si propongono su giornali e
tg della frana a Niscemi: mostra che le case coinvolte nella frana sono poche
decine, sulle duemila e più che ne conta la cittadina – le altre sono ben arretrate
sul fronte della frana. La cosa non diminuisce il senso di fragilità che la frana
ha evidenziato. Ma mostra molta malafede in chi sul luogo ha visto, vede, corruzione
e malafede, usa toni apocalittici e decreta condanne bibliche e etniche.
Una sola persona, delle tante evacuate,
a Niscemi si è lasciata andare a singulti e lamenti, con voce strozzata in crescendo,
una donna anziana - che peraltro con la coda dell’occhio guardava la videocamera.
Oh, è stata su tutti i tg, per più giorni. La compostezza degli abitanti di Niscemi,
compresi quelli che hanno perduto la casa, disturba. Su questo nemmeno una riga. Sono
siciliani, sono meridionali? Devono lamentarsi.
Saviano sparato su “la Repubblica”:
“Al referendum il sì indebolisce la lotta alle mafie”. Uno che vive di mafia - anche
se deve vivere sotto scorta? Contro la mafia sono serviti finora i Carabinieri,
e fra i Procuratori della Repubblica Costa, Livatino, Chinnici, Falcone, Borsellino, quelli che se ne sono occupati. I Carabinieri il cui motto è “Obbedisco”.
Si fa grande caso dell’impiego
di Trump prima della Guardia Nazionale in funzione di polizia e poi della
polizia di frontiera (Immigration and Customs Enforcement) in funzione di
milizia urbana, con scandalo. Mentre l’Italia democratica ha fatto uso “normale”
del fuoco dei Carabinieri al Sud, a Melissa, Avola, Battipaglia e altri posti,
e della militarizzazione della Calabria e della Sicilia, in varie aree in vari momenti
– e tutt’oggi con le “retate” del giudice Gratteri, dalle quali solitamente i
2\3-4\5 escono senza colpe.
Esce il terzo volume dei “leoni
di Sicilia” e uno si chiede: dov’era la mafia? Gli storici della mafia – ci sono
storici della mafia – e quelli della Sicilia non ce lo dicono. Ma non è un
problema da poco: che dei poveri immigrati, quali i Florio, possono fare fortuna
per quasi un secolo e mezzo - e degli stranieri tipo Bingham, di poche risorse.
Finendo poi per incapacità propria. Dov’era la mafia? Nelle aree supermafiose che si vogliono della
Sicilia, Palermo-Trapani-Marsala.
Urge uno storico della mafia
al tempo dei Florio – e degli Ingham. Ne va del tutto mafia.
Sudismi\sadismi – Non c’è scampo
La Procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, apre
l’anno giudiziario in questi termini:
“Piemonte e Valle d’Aosta si confermano terre di mafia nel senso
dell’accoglienza delle mafie «esterne», per Io più ’ndrangheta, e della successiva «gemmazione» di
mafie autoctone”. Che non possono essere mafie – esercitare la minaccia o la violenza. Per la
Procuratrice sono mafie perché attività o imprese di calabresi o siciliani.
La Procuratrice ha un rigurgito di realismo subito dopo, spiegando: “Non
è più il tempo delle semplificazioni quali «gli ’ndranghetisti soffocano gli imprenditori
con le richieste del pizzo»; invero, sempre più sono gli imprenditori che si rivolgono alle
organizzazioni di ’ndrangheta per appaltare segmenti dei loro cicli produttivi, ad esempio, logistica,
sicurezza, smaltimento rifiuti, recupero crediti a costi dimezzati e quindi con rilevanti guadagni”. A
imprese o studi di calabresi o siciliani. Non c’è scampo.
Dai comuni la salvezza
Il divario viene da lontano. Sì, dagli Asburgo comparati
ai Borboni. Sì, dalla modernizzazione comparata con l’arretratezza. Ma, poi,
basta la semplice amministrazione. Neanche la buona amministrazione, l’amministrazione
e basta, la diffusione della democrazia – la democrazia comincia dal basso.
Dopo l’unità si discuteva
di ridurre il numero dei comuni, di concentrarli. Per ridurre la spesa (sempre con
la cinghia stretta, da subito, l’Italia si è fatta a debito, ha sempre avuto, ogni pochi
anni, un problema di debito). Offrendo al federalista-autonomista Carlo Cattaneo
di ribattere con cifre incontestabili (“Federalismo”, pp. 41-43): “La Lombardia,
che fra tutte le regioni d’Italia si trovò primamente e più largamente delle
altre dotata di strade, di scuole, di medici condotti, e d’ogni altra comunale
provvidenza, è appunto quella che fra tutte quante ha il massimo numero di
comuni piccoli e piccolissimi. Più di un quarto di essi (607) non giungono a cinquecento
anime: per un altro quarto e più (749) non giungono a mille anime. E sopra 2242
questa è già la maggioranza”.
Per proseguire
ironicamente: “Beata la Sicilia, che non ha ancora le strade, né le condotte
mediche, né le scuole! Ma mentre i comuni lombardi ragguagliano, l’uno per l’altro,
solamente 358 abitanti, quelli di Sicilia ne ragguagliano un numero diciotto
volte maggiore (6881). E mentre in Lombardia la superficie, divisa per comuni,
dà solamente otto chilometri quadri per ciascuno, in Sicilia ne dà settantatré. Questo
è ciò che si chiama un plesso robusto. Il plesso comunale della Sicilia sarebbe
dunque diciotto volte più robusto ed efficace che il comune lombardo?…..
“L’aumento continuo
della prosperità, dopo il 1755, in quel perpetuo campo di guerra che si chiama
Lombardia, fra le tante irruzioni straniere da cui furono immuni la Sardegna e
la Sicilia, si deve principalmente a questo. Si deve alla molteplicità dei comuni,
alla mutua loro indipendenza, a una più larga padronanza delle cose proprie, a
un più libero uso della ragione e della volontà, nei propri affari. Questo è il segreto”.
La frana al Corriere
Martedì 27 la frana di Niscemi è a p. 23
del “Corriere della sera”, dietro tutte le cronache, nere e bianche, anche
minime. Mercoledì apre il giornale, con “Disastro in Sicilia, lite sui fondi”.
Che ancora non ci sono. Come a dire: questi badano a rubare non a salvarsi.
Alla p. 3 Gian Antonio Stella, “firma” del quotidiano, si supera. Lui sa tutto
di Niscemi, da 236 anni - con notevoli fonti meridionali, è da supporre: 236 anni
di abusi e di incuria.
La “firma” del giornale fa in tempo anche a
infilarci Sarno, nel “manicomio” di “polemiche, ritardi, processi”. Ma non le
alluvioni in Piemonte, in Liguria, in Romagna, che pure hanno fatto morti – più
che a Sarno. L’istinto dell’avvoltoio è in quest’uomo immediato e feroce. E al
giornale? E a Milano, così tanto ambrosiana e caritatevole?
Nel libro che si sta finendo di leggere, l’autrice
ricorda che non poteva vendere la casa a Malibù, avendo già dato la caparra per
un’altra abitazione in altra zona della contea di Los Angeles,”perché a Malibù
piovve per tutta la primavera. Le colline franavano. L’autostrada Pacific Coast
era chiusa. Nessuno poteva nemmeno dare un’occhiata alla casa a meno che non
non vivesse sul lato Malibù dello smottamento”.
Cronache della
differenza: Calabria
“Ho passato mesi difficili”, Stefania
Auci confida a Sara Scarafia, su “L’alba dei leoni”, il terzo volume della saga
Florio, “poi c’è stata una svolta… Ho sentito di dover concludere questa saga
muovendomi in una Calabria poco o per nulla raccontata”. Dopo due successi planetari
della saga dei Florio, un racconto delle origini. Perché, spiega, “la storia
dei Florio è una storia anzitutto di tenacia, di fatica; c’è la volontà di perseguire
un obiettivo. Di non arrendersi. Una storia di riscatto”. Che Bagnara invece
attende ancora - come un po’ tutta la Calabria.
Non sono mancati, sull’onda
del successo annunciato del romanzo dei Florio tra Melicuccà e Bagnara, gli storici
locali che, anche loro, hanno ricostituito la “storia” dei Florio - di cui naturalmente
non si sa nulla, è solo materia di romanzo. E senza affaticarsi negli archivi,
nemmeno ora. Nemmeno quelli sottomano, parrocchiali e comunali. Troppa fatica,
applicazione, impegno – la testardaggine del calabrese è un mito.
Curiosamente, sommersa
localmente dai media col tutto mafia, è da qualche tempo location tropicale - del tropico del “buon selvaggio”, pulito, deserto e amichevole, otre che
bello. Per “Temptation Island”, poi per “Sandokan”. Che si svolge a Gizzeria
Lido. Sotto l’autostrada: scogliere, spiagge profonde di sabbia fine, tramonti dorati,
fondali montuosi. Un posto dove si andava per il “pesce fresco”. Lo sviluppo
può essere semplice. Miracolosamente, anche, senza mafie.
Scendendo da Cosenza verso
Lamezia e Gizzeria, in effetti, si ha nel pomeriggio un effetto incredibilmente
fantastico di Fata Morgana: la costa a sud, verso il Capo Vaticano, rialzata e proiettata sul mare
di fronte, precisa in tutti i particolari, case rurali, alberi, perfino le
targhe stradali.
Su Riomare, l’idea della confezione
monoporzione del tonno in scatola, Joseph Nissim, neo immigrato dalla Grecia a
Milano, “aggiunse l’apertura a strappo”, racconta la figlia Marina, “che aveva
visto nei prodotti americani, infine chiamò alcune famiglie calabresi esperte
della lavorazione del tonno”. Marina oggi dirige un gruppo da 3 miliardi e
mezzo.
Condivide con la Puglia il
passaggio favoleggiato di Carlo Magno nelle antiche cronache o res gestae. Nella “Chanson de
Roland”, 370-371 (ediz. Cesare Segre, Ginevra, Droz, 2003), Blancandrino me
segnala il passaggio a Ganellone (Gano di Maganza): “Merveilus hom est Charles,\
Ki cunquist Puille et trestute Calabre!”.
Ma mentre la Puglia la conquistò la Calabria di Blancandrino
Carlo Magno la distrusse? “Trestuter” non c’è nella lessicografia - né Segre
spiega il termine. Che però suona coma il dialettale “stutari”, spegnere, anche
nel senso malavitoso di uccidere. Dal greco, anche greco moderno, per diminuire,
scemare. “Trestuter” come distruggere? Che anche Dante usa, nel
“Purgatorio”, XVI, 72 “…-… Ma poi che furon di stupore scarche\ lo quale negli
alti cor tosto s’attuta…”, finito lo stupore, che nelle menti elevate si sgonfia
presto.
Una volta si entrava a Reggio, anche in autostrada, quindi
ancora negli anni 1970, al profumo della zagara in primavera, e in inverno di
arance e limoni. Poi la vallata è stata riempita di costruzioni, al solito gigantesche
e interminate, e la parte alta, Arghillà, di palazzoni “popolari”, un migliaio di
alloggi. Zigurrat candidi presto abbandonati, senza servizi, sporchi.
Erano anche agrumeti di pregio, di una tipologia, l’ovale
calabrese, tardiva, sul mercato a maggio. Si dice che l’intelligenza non difetta mai, ma
a Reggio evidentemente sì.
Nella generale ripulsa della
terminazione geografica greca in -oto fa eccezione Bagnara. In omaggio di fatto
al resistente mito della “bagnarota”, l’ambulante dai polpacci robusti, grande
camminatrice per le valli dell’interno, il cesto della mercanzia in testa, che
era anche madre di famiglia e matriarca. Ancora nel 1974, quado Andreotti abolì
il monopolio (e la tassa) sul sale, attiva a contrabbandarlo dalla Sicilia, che
in regime di autonomia aveva abolito il balzello, avanti e indietro sul ferry-boat,
dove s’industriava, tollerata, di non pagare il biglietto, occultato nelle
ampie gonne – si voleva ne indossasse sette.
leuzzi@antiit.eu
leuzzi@antiit.eu
L’inafferrabile boss, eccolo qua
L’action movie, nei limiti del buonismo
marchio della casa, approda alla Rai. Per “La cattura di Matteo Messina
Denaro”, sottotitolo rassicurante della miniserie (due puntate).
Un Lino Guanciale svelto colonnello dei Carabinieri, a
capo di una squadra catturandi specializzata nel boss latitante trentennale, dà
una giusta misura di tensione. un agguato dietro l’altro, che tutti falliscono.
C’è una talpa nella squadra? Sembrerebbe ovvio, Messina Denaro, per quanto
spietato a suo tempo, non ha poteri soprannaturale.
Ottimo l’impianto narrativo, che non mitizza per una
volta la mafia, il mafioso, l’amante, la sorella, i killer. Ottime anche le
caratterizzazioni, Leo Gassmann, Levante, De Lorenzo.
Quando si vuole, il latitante si cattura.
Michele Soavi, L’Invisibile, Rai 1, Raiplay
martedì 3 febbraio 2026
Problemi di base - 898
spock
Non c’è una meta,
c’è soltanto la strada?
Lollio, l’amico di Orazio, non varca il
fiume, aspetta che l’acqua smetta di scorrere – sbaglia?
Non
si può essere quello che non è?
Essere
puritano, uno convinto che la propria merda profumi, non si può, come s’è
potuto?
Crediamo
a ciò che non c’è, desideriamo ciò che ci è negato.
La storia sono
i fatti, non la logica?
spock@antiit.eu
I novelli predatori dell’arca perduta
Siamo “sempre più in una sorta di Somalia digitale, uno Stato fallito grande quanto il pianeta, soggetti alla legge dei signori della guerra digitale e delle loro milizie”? Senza l’interrogativo è il tema – ma divagante, interrogativo di fatto – della scorribanda di Da Empoli, tra cose viste e vissute, con l’acume dello scienziato politico. Specie la lettura di Machiavelli, del suo “principe” Borgia, quello che agisce prima di discutere. Con tratti da grand reporter, per una lettura rapida e sapida, e veritiera. Basti il ritratto di Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita, tanto buono, ammirevole con gli ospiti (tra essi Da Empoli, quando si accompagnava come consigliere a Renzi), e spietato. Come il Borgia di Machiavelli, fulmineo.
Un ritratto tanto meglio sbalzato alla lettura per avere
ricorrente in mente la capitale Riad così ospitale da non offrire un albergo, non
negli anni 1960, e ancora non nel 1974, giusto una stanza sopra un magazzino di
ferramenta, nella quale si entrava dalla porta finestra, e la luce era una lampadina
appesa solitari a un filo pendente. Con le ambasciate che si confinavano a Gedda
sul mar Rosso. D ove i lavori e i servizi erano assicurati da africani delle ex
colonie italiane: il saudita non “lavorava”, come minimo pretendeva un incarico professionale, addetto alle relazioni
pubbliche per autista, quando c’era, quando era disponibile. E il petrolio lo facevano
gli americani nelle loro cittadelle. L’anno dopo la crisi petrolifera che aveva
arricchito il reame. “L’Espresso” era sequestrato alla dogana, per le donne
nude. Ma l’anno si terminò con tre principi, tra i quali un futuro monarca, Fahd,
che costrinsero il casino di Montecarlo allo shut down perché avevano
deciso di sbancarlo con continui rilanci – e in America s’inventò una sindrome speciale
per i principi sauditi, all’epoca un paio di migliaia (il fondatore della dinastia,
Abdelaziz el Saud, morto nel 1953, aveva 50 mogli - governava per matrimonio, “sposando”
le tribù), lo stress da ricchezza improvvisa.
O Surkov, spin doctor (ex) di Putin, uomo
massiccio e ultimativo. Ma anche lui molto fine. Per la teoria degli imperi che
si reggono “esportandosi”, esportando i loro problemi, p.es. il caos interno. Così
Roma, così gli Usa nel Novecento, così la Russia, “per la quale la costante
espansione non è solo un’idea, ma la profonda ragione esistenziale della nostra
storia”.
Incontri e ritratti si alternano con i fatti. È guerra,
“in Libia, in Medio Oriente, in Ucraina: i confini del continente che ha fondato
la sua ricostruzione sulla pace sono diventati un unico campo di battaglia”. Unico
no, ma questo non è peggio? “Giorno dopo giorno la guerra penetra un po’ più
all’interno dei confini europei... Per non parlare delle operazioni di disinformazione
su larga scala”, i cyberattacchi. Con l’inquietante coda: “Non sempre i media
hanno accesso all’integralità dei fatti, ma nella maggior parte degli Stati
europei i seggi elettorali, ad esempio, sono sistematicamente presi di mira da
attacchi informatici”.
Con molti cameo che fanno storia. La cena woke
degli Obama dopo il secondo mandato, con il cuoco che ha fondato un’associazione
Death over Dinner, la morte a tavola, e una “facilitatrice” di conversazione” a
ogni tavolo. Eric Schmidt, mago dell’intelligenza artificiale, che scheda e cura
uno per uno i 63 milioni che hanno votato Obama nel 2008 per farlo rivotare nel
2012, quando molti sono perplessi. Gli incontri all’Onu: ambientini, chiusi e
cupi, incontri a ripetizione, triplici e quadruplici controlli di sicurezza,
minutaggio risicato, a nessun risultato. E notevoli ricette politiche. Quella
di Cambridge Analytics, prima degli scandali: creare il problema (“aumentare la
temperatura, in modo che alla gente venga sete”) per rilanciarsi con la
consulenza.
Molti i personaggi. Kissinger. Cossiga. Una piccola
epopea quello dell’ebullient Bukele, presidente e caudillo del Salvador,
che risolve tutti i problemi, all’Onu, al suo paese, al Centro e Sud America. Con
la riscoperta di Malaparte - che non è difficile, gioca su più tavoli, letteratura
compresa, ma in Italia sì (dopo il Pci niente?): la “Tecnica del colpo di stato”
sintetizzata come “Ocean Eleven” – come in effetti a Mosca era avvenuto, operata
da Trockij e non da Lenin.
La ricetta migliore è quella, concisa, chiara e inappellabile,
del Borgia di Machiavelli, il suo “principe”, agire prima e poi discutere. E
quella degli avvocati, la genia “più odiata in America”, che fanno l’ossatura
del partito Democratico da mezzo secolo. Un libro scorretto, ma senza eccessi, matter
of fact, e quindi saporito.
Però, allora: e il metodo Trump, prima fare poi discutere,
invece così vituperato? E gli stessi “predatori”? Musk dopo Trump ha perso
tutto, quasi – certo, il libro sarà stato licenziato a febbraio, ma così è. E LeCun,
chi era costui? Lo stesso Eric Schmidt, con tutto il suo ego e la sua capacità
manipolatoria, dopo il piedistallo Google? Il suo “progetto Narvalo”, o cura al
particolare della seconda presidenza Obama finito nell’orto di famiglia in tavola
a cui Da Empoli è convitato, con Renzi, a fine mandato – la quintessenza, stupida,
del woke. L’IA sui motori di ricerca è solo fastidiosissima – profusa,
circonvoluta, paterna, da confessionale. Gli artigli sono solidi ma, anch’essa,
sul lato business, commerciale – ormai navigar e è un continuo fastidio e una
perdita di tempo, lo smartphone ha bisogno di una regolata, e anche molti motori
di ricerca. Le guerre, certo, ci sono. Ma come è nata quella in Ucraina, solo per
il codice Surkov – quello dell’esportazione dei problemi? O quella di Palestina –
Israele è una “realtà” europea prima che americana? E quella di Libia, chi l’ha
fatta e con quale improntitudine – giusto per rovinare gli affari all’Italia e
la sua frontiera Sud?
Il nuovo che avanza dobbiamo proprio obliterarlo?
Trump p.es., l’innominato della trattazione, “alla testa di un variopinto corteo
di autocrati disinibiti, di conquistadores tecnologici, di reazionari e
di complottisti impazienti di costruire un mondo nuovo”, che però fino ad oggi si
sbraccia per fare pace, con punte di ridicolo. Il pregiudizio non fa bene all’analisi
politica, Machiavelli non sarebbe stato d’accordo su Renzi sindaco di Firenze, o
su Sarkozy-Macron presidenti della Francia e in buona misura dell’Europa, dalla
Libia alla crisi del debito e anche all’Ucraina.
Ai “predatori (del digitale)”, poi scelti a titolo, del resto,
Da Empoli dedica solo un (breve) capitolo. Molto resterà da vedere, siamo solo
all’inizio? Da Empoli come il De Maistre che cita (Joseph, il
controrivoluzionario), nel suo famoso “Discours à la marquise De Costa sur la
vie et la mort de son fils”: “Bisogna avere il coraggio di ammetterlo, Madame:
per molto tempo non abbiamo capito la rivoluzione a cui stiamo assistendo; per
molto tempo l’abbiano considerata un evento. Ci sbagliavamo: si tratta di un’epoca”.
Ma Da Empoli sicuramente non vorrebbe associarsi a un reazionario. E l’ora dei predatori non è l’era dei predatori.
Giuliano Da Empoli, L’ora dei predatori, Einaudi, pp.123 € 14
lunedì 2 febbraio 2026
Cronache dell’altro mondo – taco (380)
Dal “taco”, piatto comune della cucina messicana (tortilla piatta,
di mais o grano), al “toro” Taco, inteso come Borsa vincente, al rialzo? Se ne
parla in connessione con l’immagine che Trump diffuse nel 2016, nella campagna
per la prima presidenza, per catturare il voto ispanico: una foto mentre
mangiava un taco.
Taco è ora usato per spiegare l’andamento sostenuto di Wall Street nel
2025, malgrado le decisioni improvvise e radicali di Trump, in materia di moneta
e commercio: si parla di taco trade. Taco intendendosi qui acronimo per “Trump
always chickens out”, Trump si tira sempre indietro.
Gli investitori si cautelano come se i suoi “decreti esecutivi” fossero
delle intemperanze, o armi negoziali, da cui poi si ricrederà. Acquistano
quindi al ribasso per trarre profitto dal rialzo scontato. Il rialzo rendendo
peraltro, con questa tattica, inevitabile, una sorta di Taco al quadrato.
Ai benpensanti piace il bastone
Dopo aver fatto l’elenco di una mezza
dozzina di “disordini violenti” in città nei due mesi tra fine settembre e fine
novembre, la Procuratrice Generale di Torino per l’apertura dell’anno
giudiziario chiama in causa l’“upper class” cittadina: “Le condotte di
turbamento dell’ordine pubblico e di disordini di piazza portano a parlare
anche della benevola tolleranza, della lettura compiacente, di condotte che
altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti,
questa volta sì, alla upper class, i quali con il loro scrivere, il
loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio, vanno a popolare
quella che voglio sintetizzare come “area grigia”, di matrice colta e borghese,
che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza, di
educazione al vivere sociale e di rispetto delle regole democratiche, riempire
i vuoti, le periferie dell’anima”.
C’è sempre stata una propensione nell’upper
class verso le “rivoluzioni”. Che possono essere molte cose, ma una
sicuramente sì: la distruzione. Come per dare ragione a Marx, che la borghesia
è distruttiva? Si dice che il bastone è fascista, ma la violenza non è rivoluzionaria?
Come ridere in serie, freddo
Una miniserie, sei episodi di mezz’ora, che non ha fatto in tempo a debuttare,
un paio di mesi fa, ed è già in lavorazione
per un seguito - si punta al successo con il successo, una tecnica di
marketing. Un mockumentary, un finto documentario della vita in una redazione
impossibile, collegata alla pubblicità della società madre che si propone di
rifuggire. Con equivoci a cascata.
Il problema principale di un episodio è perché i cessi pubblici si
chiudono. Segue un episodio in cui due redattrici tampinano il funzionario che
ha deciso la chiusura. Un terzo è una derivata in materia di cessi: le “mani
pulenti” (guantate) al bagno invece della carta igienica che l’azienda proprietaria
del giornale vende intasano le fogne. Da qui la necessità di uno show pubblicitario
riparatore, per il quale è necessaria la battuta di un bambino, e quindi la lotta
feroce per imporre al provino il proprio bambino. Nel mezzo l’acquartieramento
provvisorio della megadirigenza nella redazione, di fronte alla quale il direttore
s’inginocchia.
Non critica sociale, non satira, non umorismo inglese, non umorismo surreale:
un misto di realtà (prodotti dannosi, pubblicità, provini, eccetera) demenziale.
Un umorismo affermato, dai “Blues Brothers” Belushi e Aykroyd. Freddo.
Uno spin-off di “The Office”: il gruppo della filiale
di Scranton, Pennsylvania, della Dunder Mifflin, è ora al lavoro al “Toledo
Truth Teller”, storico quotidiano del Midwest, Ohio, in declino, che prova a rilanciarsi
con un nuovo direttore. Con una redazione “etnica”,
italiana, ispanica, asiatica, afro etc., per pubblici diversi? Sabrina Impacciatore
è la co-protagonista, una invadente Esmeralda Grant, già direttrice del giornale
che fa la guerra al nuovo, impacciato (deve andare sempre al bagno, che non sa
aprire), e incapace.
Greg Daniels-Michael Koman, The Paper, Sky,
Now
domenica 1 febbraio 2026
Belle bolle bulle
Si attende la “bolla” dell’Intelligenza
Artificiale. Che le quotazioni monstre cioè a Wall Street degli ultimi
giganti della tecnologia “scoppino”. Come avvenne a fine Novecento con le dot-com,
la bolla gonfiata attorno alla telefonia mobile e ai primi social. Con
in più, oggi, qualcosa di più sostanzioso - solido. La supervalutazione dell’oro,
quasi raddoppiato in tredici mesi. O il debito pubblico: a Davos l’amministratore
delegato del World Economic Forum Borge Brende ha spiegato che non si è mai
fatto cosi tanto debito, neanche dopo la seconda guerra mondiale.
La Bri, Banca dei Regolamenti Internazionali,
di Basilea però non è d’accordo. Il settore IA ritiene solido - tutt’altra cosa,
scrive, “rispetto alla bolla dot-com di fine anni Novanta, che fu alimentata da
aspettative sovraottimistiche non ancorate alle crescita di guadagni reali”. E
semmai, osserva, il mercato ha assorbito senza scossoni ultimamene varie turbolenze:
i dazi, le tensioni (Russia e Cina), fallimenti e frodi di medio rango.
Non hanno creato tensioni, si può aggiungere,
il Venezuela, la Groenlandia, l’indagine penale a carico del presidente della
Federal Reserve, l’Iran
Del federalismo – o meglio amici in più case che nemici in una sola
“Il paese deve essere del paese”. È una prescrizione “verginale”,
nell’entusiasmo del ’48, dei primi mesi del 1848, quando tutto il bene e il
bello sembrarono possibili, che il quasi cinquantenne Cattaneo chiude con un “Viva
l’Italia. Viva Pio IX” – il papa che fu quarantottardo, e poi acerrimo nemco
dell’idea repubblicana e dell’Italia unita. Allora e dopo Cattaneo perorò un’unificazione
sotto il segno dell’armonia delle parti, nel rispetto delle autonomie, amministrative
come di pensiero, e della difesa da uno Stato accentratore – militarizzato,
armato: “Due soli Stati, la federazione americana e l’elvetica, mostrarono,
anche in questi torbidi anni, l’arte di reggersi senza perenne uso di milizia
stanziale”.
Pur nel pieno dell’entusiasmo patriottico, Cattaneo
rivaluta il decentramento amministrativo attuato dall’Austria di Maria Teresa,
al quale attribuisce la spinta lombarda alla crescita economica e civile. Contro
lo statalismo burocratico, franco-napoleonico. Di cui depreca che molti
governi, compresi quello di Vienna nel 1816 e quello sardo-piemontese nel 1848
e nel 1859, abbiano adottato il principio istituzionale - quello piemontese, del
regno beghino dei Savoia, criticato indirettamente, sotto le specie di “talpe snidate…
gesuiti, rosminiani, ignorantelli, pettegole del Sacro Cuore”.
“Meglio vivere amici in più case che discordi in una
sola” è in sintesi l’assetto migliore della nazione. Tanto più in Italia, che
vive all’insegna delle “patrie locali”: “Le nostre città non sono solamente la
fortuita sede d’un maggior numero di uomini, di negozi, d’officine e di un più
grosso deposito di derrate. Tali sarebbero a cagion d’esempio Birmingham,
Trieste, Malta, Gibilterra, le quali non hanno intimo vincolo morale colle
circostanti popolazioni; e si potrebbero dire città cosmopolitiche; e stanno in
tetra come le navi ancorate stanno in mare. Le nostre città sono il centro
antico di tute le comunicazioni di una larga e popolosa provincia; vi fanno
capo tutte le strade, vi fanno capo tutti i mercati del contado, sono come il
cuore nel sistema delle vene”, etc.. E ha già una disamina precisa della “differenza”
tra la Lombardia e il napoletano: l’autonomia amministrativa.
Una breve silloge degli scritti di Cattaneo per un’Italia
unita (repubblicana e) federalista. Con un’ampia messa in quadro di Cattaneo a
opera di Morris Lorenzo Ghezzi, il sociologo del diritto della Statale di
Milano – forse il suo ultimo lavoro.
L’Italia ha avuto una tradizione federalista combattiva
prima e dopo l’unità. Molto argomentata – niente a che vedere con la bruta ripresa
leghista un secolo dopo. Argomentata da Cattaneo, che eprò visse poco, fino al
1869, fu un isolato e subito dimenticato. Con più incisività da Giuseppe Ferrari
in campo socialista, e in quello neo-guelfo da Giuseppe Montanelli. Due intellettuali
dimenticati, anche nel movimento federalista. Che invece argomentavano in senso
moderno, attuale. L’istituzione federale come l’unica veramente democratica -
anche se necessita di convivere con più ampie entità internazionali su base
federale, per Cattaneo gli Stati Uniti d’Europa. Ed è un assetto che favorisce
la conoscenza dei problem specifici delle specifiche comunità, ed è anche espressione
e motore di consenso e coesione sociale.
Carlo Cattaneo, Federalismo, Mimesis, pp. 48 €
3,90
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