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venerdì 19 maggio 2017

Secondi pensieri - 307

zeulig

Definizione – Esclude, più che arricchire. È necessaria per dare senso al discorso, ma delimita, e per ciò stesso indefinisce. La designazione si vorrebbe aperta il più possibile, più che ristretta, limitata, diminuita. Un mondo definito eviterebbe il pensiero. Si assesta (precisa, sistematizza) per via di definizioni, non si procede.

Europa – Si può anche compitarla col nazionalismo germanico. “Dallo stato amorfo della cultura sorgerà la vera forma Civiltà… Ed è la Germania, in quando centrale e ultima nazione dell’Occidente, che introdurrà lo stadio finale della Civiltà in Europa, coronando il possente edificio”, Oswald Spengler. “La Germania ha un posto unico e un destino unico. È il centro dell’Europa.., dove il destino della terra viene deciso”, Heidegger – ma anche l’ “impolitico” Th. Mann. Solo che: l’Europa è la Germania, ma che cos’è l’Europa, ora e in futuro, nel mondo globale?

Guerra - “Non sono affatto convinto che questa guerra sia finita”, Lernet-Holenia fa dire al protagonista di “Lo Stendardo” della guerra del ‘14-‘18, di cui lo scrittore è il celebratore. “Sta continuando in realtà. Sta continuando in tutti quelli che l’hanno combattuta”. 
Ci sono guerre che finiscono con l’armistizio e la pace e altre che continuano oltre. Per un senso di giustizia? Di orgoglio non domato? Per interessi di parte? È il caso della prima e della seconda guerra mondiale. La seconda si è chiusa definitivamente, con ignominia dello sconfitto, senza residui – non all’apparenza. Ma era una rivincita, quella definitiva. Le guerre vanno combattute due volte, lo sconfitto vuole la rivincita.  

Heidegger nazista – Lo era, ma non uno coraggioso. In politica come nella vita privata – dei tanti amori – e nella carriera. Servì in guerra tre brevi periodi: dieci settimane nel 1914, non al fronte e poi in licenza, “per motivi di salute” che non aveva, e quattro mesi sul fronte occidentale dal settembre 1918, quando già si negoziava l’armistizio. Ci mancò poco che negasse la sua storia con Hannah Arendt – ma gli era utile per la riabilitazione, in America poi. Abiurò il cattolicesimo nel gennaio 1919 per compiacere la moglie Elfride, che non glielo chiedeva (e non gli era fedele) – e  forse il professor Husserl, di cui doveva diventare l’assistente, per quattro anni.
Ritorna la questione con costernazione, come se un filosofo non potesse essere nazista. È il nazismo che va ripensato, l’abiura non basta.
L’abiura è stata peraltro di pochi. Non di Heidegger, malgrado le insistenze e il bisogno di riabilitazione. Che alla liberazione trovò opportuno denunciare invece la sconfitta. E in termini di speranza: “Tutti parlano di tramonto, la verità è che noi tedeschi non possiamo sparire perché non siamo ancora apparsi. Dobbiamo marciare attraverso la notte”. E di lotta: “La possibilità di indietreggiare non esiste più”. Sapeva cioè andare controcorrente, il coraggio non gli mancava. Nelle cose in cui credeva. Opportunista per le altre. Compresa la religione familiare alla quale era devoto e devotissimo, alla memoria delle pie pratiche in famiglia e alla cosa in sé in tutti i suoi simboli.
Opportunista è peggio o meglio che nazista?

Nazionalista più che antisemita. C’è una Germania assertiva, trionfante, in lui fino al 1944, fino alla guerra ancora vittoriosa, e onnicomprensiva se non onnivora. Diventa dopo la guerra una Germania “a venire”: del non ancora, della promessa, dell’attesa, vicina-e-lontana o della prossimità, della “sorgente” da ricercare. Della riserva che presiederà all’intervista a futura memoria concordata con “Der Spiegel”.

Matrimonio – È una smobilitazione? Uno stato pacifico dopo un fronte di guerra? Secondo Kierkegaard sì, che si era fidanzato e aveva rotto il fidanzamento – derivandone una lunga serie di riflessioni. Ci ritorna su anche in “Stadi sul cammino della vita”, una spigolosa confessione articolata due anni dopo il successo nel 1843 di “Aut-aut” e di “Timore e tremore”. In una costruzione complicata: la terza parte degli “Stadi” intitola “Colpevole? Non colpevole? Una storia di passione. Esperimento psicologico di Frater Taciturns”, e all’interno di essa, attribuita allo pseudonimo “Taciturnus”, un “Diario di quidam”, un qualcuno. La doppia o tripla protezione per lamentare in realtà la propria incapacità di amare, al coperto peraltro della “natura” – così spiega alla p. 326 della edizione italiana: “Può sposarsi, un soldato di frontiera ? Può, spiritualmente parlando, permettersi di sposarsi, un soldato di frontiera, un avamposto che lotta giorno e notte non solo contro i Tartari e gli Sciiti, ma anche contro le orde selvagge di un’innata tristezza; un avamposto che, anche quando non combatte giorno e notte, anche quando riesce a vivere in pace per lungo tempo, non sa mai tuttavia quando ricomincerà la guerra, dato che neppure osa chiamare ‘armistizio’ quella pausa? La mia natura è tristezza…”.

Realismo – È il backshish del marinaio di Rilke, “Riguardo il Poeta”, che Heidegger porta a esempio in “Perché i poeti? “(1946), l’unico suo pensiero possibile, quello della mancia? Non la barca, la voga, il sudore, il pericolo magari. Il racconto è noto: su un veliero Rilke guarda, in una tratta controcorrente, i vogatori all’opera, dall’isola di File al sistema di dighe. “Sedici”, racconta, “se ricordo bene, quattro su ogni fila, due al remo destro due al sinistro”. Tutti inerti: “Di tanto in tanto si poteva catturare l’attenzione dell’uno o dell’altro, ma i loro occhi non dicevano nulla”. E se qualcuno mostra a tratti un guizzo di pensiero, una preoccupazione, un’attesa, subito la rimuove, per ritornare “alla solita stupida faccia da backshish, con la sua sciocca prontezza ad assumere qualsiasi umiliante contorsione di ringraziamento richiesta”.
La realtà è il pensiero, il pregiudizio, la categoria mentale, la superficialità dell’osservatore? 

Sartre “L’essere e il nulla” passò all’uscita per una lunga glossa a “Essere e tempo”. La cui lettura Sartre aveva fatto nei nove mesi di internamento a Nancy nel 1940 come prigioniero di guerra, prima della creazione di Vichy.

Teologia – Torna istoricizzata. Torna col papa argentino alla demitizzazione operata da Bultman: Le storie bibliche offrivano miti buoni per l’umanità degli anni di Cristo, quel mondo non c’è più, quei miti andrebbero rimossi per rivelare\elaborare una teologia possibile oggi. La teologia istoricizzata. C’è un Dio per ogni epoca? Magari laico?

Traduzione – Si moltiplicano le traduzioni di Heidegger nell’intento di penetrarne i gerghi, senza peraltro eliminare la fastidiosa e inutile parentesi del riferimento all’originale, che serve a uno scarico di coscienza, ma complica la lettura e non contribuisce a nulla, se non a confondere il lettore. Un po’ alla francese, bisogna dire: anche Oltralpe il complesso è forte di non poter afferrare la pienezza, la complessità, la finezza, eccetera, del pensiero tedesco. Al punto da – nel caso di Heidegger – confinarlo all’esoterico. Mentre è traducibilissimo in inglese, o almeno senza complessi.
Viene voglia di attribuire all’inglese una straordinaria versatilità. O alle antiche parentele linguistiche su base sassone. O alla mancanza di complessi, di traduttori e fruitori in inglese.
Il fatto è che l’inglese i gerghi heideggeriani sa rendere in tutte le pieghe. Fino all’inafferrabile das Geviert, che è semplice, Fourfold. Anche in italiano la parola c’è, ed è pure semplice, il Quadruplice? Ma l’italiano è timido e si squalifica, in presenza del tedesco poi.

zeulig@antiit.eu 

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