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Teheran tarda a identificare la nuova Guida Suprema o capo spirituale,
di diritto capo dello Stato, inamovibile. Che però non sarà un ayatollah:
nessun ayatollah è candidato o è stato presentito per la carica. Si è fatto il
nome del figlio della Guida Suprema assassinato sabato, Mojtada Khamenei, ma
non è un ayatollah.
Il regime degli ayatollah in realtà non è governato dagli ayatollah, che
sono uomini di dottrina. E giurisperiti – sentiti dalla comunità per i problemi
rituali e legali. Khomeiny lo era, ma di
standing minore: quando fu intronizzato a Teheran dai servizi franco-americani
nel 1979, una sua raccolta di fatwa, di pareri (edittali), fu fatta
circolare ampiamente, ma di quesiti minori, anche al limite del ridicolo (specie
in materia di igiene e di sesso). Il suo successore Khamenei non lo era – era
un hojjat al-Islam, giurista esperto, un grado inferiore all’ayatollah
(successore logico sarebbe stato il Grande Ayatollah Hussein-Ali Montazeri, autorevole
e di elevate capacità accademiche, ma il regime già in vigore non se n’era
fidato, e all’Assemblea degli Esperti fu candidato Khamenei, più “in linea”). Mojtaba
Khamenei potrebbe succedere al padre nella stessa linea – è noto per essere più
ideologico e più violento. Ma non ha titolo religioso, non è studioso di religione
né di diritto. Il padre poteva vantare poche fatwa, Moqtada, a 56 anni,
nessuna: non fatto il servizio di mullah, in nessuna moschea, e nessuno si
è mai rivolto a lui per nessun problema di fede o di pratica.
Il vice-presidente Vance è letteralmente scomparso da sabato mattina,
dall’attacco all’Iran. Non era a Mar-a-Lago quando Trump ha deciso la guerra. E
ha lasciato inattivo l’account X, che solitamente alimenta ogni giorno, da sabato
mattina.
In campagna elettorale Vance, che ha fatto quattro anni
di campagna militare in Iraq come volontario nei Marines per potersi poi pagare
Harvard, aveva più volte ribadito in tv che una guerra all’Iran non era nell’interesse
degli Stati Uniti, per i costi. “Entrare in guerra con l’Iran sarebbe un’enorme distrazione
di risorse. Sarebbe estremamente costoso”. Mentre una guerra tra Israele e Iran
reputava “lo scenario più probabile e più pericoloso” di una Terza Guerra
Mondiale.
A una settimana dalla guerra improvvisa e non dichiarata contro l’Iran,
nessuno dei giornali o periodici di quotidiana lettura, tutti anti-Trump, ha
criticato o analizzato la guerra, la sua conformità al diritto internazionale o
anche la sua convenienza: “Foreign Affairs”, “The Atlantic”, “The Washington
Post, “The New Yorker”, “The Nation”, “The New York Review”, “Wired”.
Si è solo posta la questione di diritto, dei poteri del presidente – che
si propone a ogni guerra: se il presidente può dichiarare guerra senza voto del
Congresso. In questo caso senza nemmeno informazione informale ai capipartito.
Niente si è letto sulle cause della guerra. L’accenno di Trump ai
missili balistici di cui l’Iran disporrebbe in grado di colpire gli Stati Uniti
non è stato ripreso – è del resto non vero. Quasi niente degli effetti dei
bombardamenti – niente della scuola elementare nel profondo Sud dell’Iran, con
150 bambine. E delle finalità. Sono stati però celebrati i sei militari
americani morti in Kuwait. E che Trump vuole la resa incondizionata di Teheran - cosa evidentemente impossibile.
Un volumone illustratissimo celebrativo per i 150
anni del quotidiano che è un atto di fede in Milano – si è chiamato “Corriere
della sera” ma si sarebbe potuto chiamare “Corriere di Milano”. Attraverso ricordi
e testimonianze di un centinaio di personaggi, dal papa Leone a Leon Panetta, da
Sofia Goggia a Joschka Fischer. Il tono è quello dei milanesi doc. Di Fedele Confalonieri,
che si fa fotografare accanto a una statuetta della Madonnina: “Il Corriere è lo specchio di una città che non teme cambiamento
e inclusione”. O di Diana Bracco: “Apertura internazionale e solidarietà. Qui
ritrovo tutto lo spirito ambrosiano”. Come di qualcosa di cui si sente il bisogno,
che manca.
Il mio “Corriere della sera”. 150 anni, pp. 300, ill,, gratuito con il quotidiano
spock
La democrazia
si porta con le bombe?
O con i
missili, meglio?
È Trump
maestro di democrazia?
Nelle pause
del golf?
Oppure
Netanyahu?
O tutt’e due
insieme, Netanyahu e Trump – dalla lezione non ci si salva?
spock@antiit.eu
Ritornando su “Louise
Labé”, la poetessa lionese che a una indagine filologica e storica accurata, “Louise
Labé. Une créature de papier”, una creatura di carta, di una “sorbonarda ma non
filistea”, Mireille Huchon, “colta ma non facilmente ingannabile, specialista di
Rabelais e del Cinquecento francese”, Louise Labé è risultata una “donna di paglia”,
letteralmente “inventata”, da un gruppo di buontemponi della cerchia di Jean de
Tournes, non nuovo a scherzi, l’insigne studioso della civiltà francese ed
europea aggiungeva importanti considerazioni di suo. Che si voleva creare “una
Saffo francese”, “come già la sorella di Francesco I, Margherita d Navarra, e
come parecchie italiane” - queste profuse in versi e in prosa, con “trattati”
di costume. Di più, si voleva imitare Petrarca.
“Già nel 1542,
Clément Marot incoraggiò i suoi colleghi poeti lionesi, in versi, a «louer
Louise», un gioco di parole così amato dai poeti dell’epoca, equivalente
al «laudare Laura» di Petrarca. Ciò equivaleva a proporre, come
esercizio del loro talento, di creare un’altra Laura, che rivaleggiasse con l’affascinante «fanciulla
di carta» del ‘Canzoniere’ italiano. La Laura poetica di
Petrarca non aveva mai avuto più di un legame nominale con la Laura de Noves, poi
de Sade”, con una Laura in carne e ossa, “non più che la «Délie» di Scève
(1544) con una ispiratrice improbabile” - di Maurice Scève.
Ce n’è quindi anche
per la Laura di Petrarca, tra le tante “puellae scriptae del desiderio
elegiaco”: “Nello stesso periodo, a Lione, un discendente di Laura de Sade
pubblicò una raccolta di poesie in risposta al Canzoniere ,
attribuendole alla suddetta Laura. L’editore e amico di Scève, Jean de Tournes,
attribuì al poeta la scoperta, nel 1533, della tomba di Laura, da cui avrebbe
estratto un sonetto manoscritto inedito di Petrarca. Tutti inganni che non
ingannarono nessuno in quel raffinato ambiente letterario. I grandi retori
lionesi dell'amore erano ben consapevoli dei crudeli e faceti paradossi di cui
Eros, «il piccolo dio traditore» (come lo definì Montaigne), è
fertile, e soprattutto delle delizie e delle delusioni di cui è capace il
linguaggio quando è surriscaldato fino al culmine”.
Marc Fumaroli, Louise Labé, une géniale
imposture, “Le Monde”, free online (leggibile anche in italiano, L.L.
una geniale impostura)
spock
Fare una
guerra per portare a un negoziato?
Aprire un
negoziato per meglio preparare la guerra?
La guerra,
anche preventiva, è sempre stata difensiva, poi umanitaria (grande invenzione,
come non pensarci), ora pirotecnica?
Di bombe
colorate?
Oppure
democratiche – le bombe democratiche, già?
Ma, e i
bombardamenti chirurgici di precisione – questi ci mancano?
spock@antiit.eu
Una vita piatta, da commessa
di libreria, seppure di una illustre, la Shakespeare&Company di Parigi, scrittrice-che-non-scrive,
e piena di fobie, si elettrizza col premio di un soggiorno “creativo” di due settimane
nella Jane Austen Residency, che gli eredi della scrittrice tengono viva. Potrà
scrivere a tempo pieno, libera dai problemi pratici, e forse portare avanti il romanzo
il cui primo capitolo ha affascinato gli eredi-gestori del Residency. Romanzo
di cui la premiata non sa nulla e non ha un progetto- sono le cose che ha
scritto nel tempo libero e che il commesso suo compagno di lavoro ha mandato al
Residency. Un compagno utile, che la libera da tante fobie. Al punto da
meritarsi un bacio. Che lui equivoca. Da qui egli equivoci che tengono su la
storia. Che però si risolverà con un “vero” innamoramento. Tra persone
problematiche e frustrate. – una sorta
di “decostruzione” delle geometrie di Jane Austen.
Una commedia degli equivoci.
Su toni elegiaco-sentimentali. Un po’ alla Jane Austen, un po’ con la decostruzione
dei suoi schemi.
Il primo film di Laura
Piani, che opera in Francia, avendo studiato cinema a Roma. Con l’inglese Camille
Rutherford protagonista romantica, un po’ svanita un po’ sensuale.
Laura Piani, Jane Austen ha stravolto la mia vita,
Sky Cinema, Now
Promuovere la grandezza dell’Europa” è – era tre mesi fa – il titolo
del capitolo Europa della NSS di Trump, la National Security Strategy, il
documento di politica estera che ogni presidenza americana da una quarantina d’anni
adotta. Ma già Trump ad agosto aveva fatto guerra all’Iran senza considerare l’Europa,
e una seconda ha ora avviato, l’Europa senza nemmeno preavvisarla. Nell’un caso
e nell’altro, inoltre, gli Stati Uniti hanno combattuto in Medio Oriente con Israele,
schieramento sempre evitato in passato.
La mancata considerazione dell’Europa, che pure è finitima della zona bellica,
è confermata dall’irrilevanza della visita del cancelliere Merz a Washington. E
del cosiddetto direttorio a tre che il presidente francese Macron si è costituito
con Germania e Gran Bretagna.
Lo stesso Macron, già autoproclamatosi anche protettore del Libano, non
è stato informato, e non ha reagito, all’occupazione israeliana del Libano Sud fino
al Litani – come era già nei piani israeliani del 1967.
Trump fa guerra all’Iran senza averla dichiarata e senza spiegarla. Ha
addotto più motivi, tutti inconsistenti: evitare che l’Iran si faccia l’atomica
(per la quale non ha i mezzi), distruggere i missili iraniani in grado di colpire
gli Stati Uniti (che non esistono), combattere il terrorismo.
La guerra è “illegale” sia per il diritto internazionale sia per le
leggi nazionali.
L’America ha organizzato ed eseguito l’assassinio di un Capo di Stato. Questo
non è onorevole.
La maggioranza dell’opinione e la maggioranza del Congresso sono contro questa
guerra, compresa buona parte del partito del presidente.
Nel 20121Bush jr. aveva deciso comunque di invadere l’Iraq, ma si
fece prima autorizzare dal Congresso (questo però avveniva dopo il trauma dell’11
settembre, n.d.r.).
Ora il ministro della Difesa si dice “impegnato a vincere” senza
sottostare a “stupide norme d’ingaggio”.
(“The Atlantic” ieri - dopo l’intervista di Trump al periodico il giorno
precedente, in cui asseriva che l’Iran voleva negoziare e lui era disposto a farlo).
Intervistato in tv da Tucker Carlson, un “negazionista”, l’ambasciatore
americano a Tel Aviv, Mike Huckabee, alla domanda se, secondo lui, la Bibbia autorizza
Israele ad appropriarsi di tutto il Medio Oriente, ha risposto di sì.
Huckabee, un ex governatore dell’Arizona, ambasciatore in Israele da
aprile (la sua è stata una delle prime nomine di Trump) è un grande conoscitore
di Israele, dove è stato più volte, nel corso dei decenni. Vi ha anche guidato pellegrinaggi
religiosi.
Huckabee è contrario alla soluzione dei Due Stati per il conflitto
israelo-palestinese, certo che “non esiste in realtà un palestinese”.
Il barocco, s’intende, di Gadda. Che
lo praticava - e rivendicava - ma si risentiva dell’addebito.
Una delle tante voci della sfiziosa
“Pocket Gadda Encyclopedia” che Federica G. Pedriali cura all’università di
Edimburgo.
“La categoria del barocco,
evocata, brevemente, da De Robertis in una recensione del ‘Castello di
Udine’ per alludere a uno degli aspetti della scrittura gaddiana
spiacque molto all’Ingegnere”. Una inimicizia ne nacque “sommersa”, nei limiti
della civile conversazione con gli amici e nella corrispondenza, con persone
fidate, mai in duello. Ma Gadda non si trattenne dal polemizzare, seppure
ancora indirettamente, nella “Cognizione del dolore” quando se ne fece la
pubblicazione in volume, apponendole una nota “L’editore chiede venia”. Per ribadire,
con vis ancora polemica ma, si direbbe, con armi spuntate: “Il grido-parola d’ordine «barocco è il G.!» potrebbe
commutarsi nel più ragionevole e pacato affermare «barocco è il mondo, e il G.
ne ha percepito e ritratto la baroccaggine”. Che, Stracuzzi non lo rileva, ma era
l’argomento barocco al tempo del barocco, la rivendicazione.
Riccardo Stracuzzi, Barocco,
“The Edinburgh Journal of Gadda Studies”, in libera lettura
Giuseppe Leuzzi
“Mondo di mezzo: assolto con formula piena Francesco
D’Ausilio, ex dirigente Pd a Roma, prescritto Buzzi” - “la Repubblica”.
“Mondo di mezzo” ex “Mafia
Capitale”. Facendo di tutto mafia si imbastardiscono i processi al malaffare. Cosi
va in prima pagina, e spalanca palazzi ai giudici, ma a che fine? E con costi
enormi.
Una “fuitina” anima l’avvio di
“Peer Gynt”, di un Ibsen naturalmente innocente – siamo in Norvegia. Con la
promessa sposa all’altare di un altro, niente di meno. E la madre di lui che un
po’ lo maledice un po’ lo protegge – “Oh, tu potessi cascare…. Attenzione,
Peer, che il pendio è ripido” – la fuga si fa “su per le rocce”.
Si ipotizza di candidare Roma all’Olimpiade fra dieci
o quattordici anni, magari
in associazione con Napoli, e subito Fontana, il presidente della Lombardia ha da
ridire: “Non ce la faranno, solo noi ne siamo capaci”. E Zaia: “Bisogna farla con
Venezia, solo noi sappiamo fare l’Olimpiade diffusa”. l leghisti sembrano irreali,
tanto sono sono tronfi e, si direbbe, stupidi – provinciali, gretti, poveri di
mente. Magari tra cinquant’anni si dirà che non è possibile, che non ci sono
stati. Invece ci sono stati e ci sono, da quasi cinqnant’anni.
L’Istat ha fretta
di liquidare il dialetto
“È strano. La mia memoria è
rimasta legata al dialetto romagnolo. Le lingue sono la sola cosa che non
muore. Il resto di quegli anni è stato deserto”: Lea Melandri constata a 85
anni, ex normalista, una vita di femninismo, di “Erba voglio”, di rivoluzioni e
ricadute, ricordando la famiglia e il luogo d’origine, la Romagna contadina e
povera. Ma questa non è l’idea dell’Istat, che certifica il dialetto morto nel
rapporto “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”: nessuno
o quasi nessuno lo parla più, nemmeno in famiglia, al chiuso delle case.
Può essere. Succedono delle
cose. Ora fa senso vedere il giornalaio che non sa dare il resto dei cinque
euro perché non sa fare la differenza col prezzo del quotidiano, deve digitare –
un tempo, con la tabellina pitagorica, tutti avevano i conteggi in mente, anche
gli analfabeti. E dunque il dialetto è finito? I comuni molisani di
Calatabiano, Larino e Civitacampomarano, di conforto all’Istat, registrano la
parlata degli anziani per conservarla in un museo del suono. Che non è la
solita trovata dei Comuni che non sanno come spendere i soldi del Pnrr e s’inventano
cose, soprattutto cose “moderne”.
Non è una novità. Già
trent’anni fa i dialetti erano morti. Non morti, moribondi – sarebbero morti
intorno al 2030, e dunque la data si avvicina. Era la previsione del
sociolinguista Gaetano Berruto, sulla base di sondaggi e inchieste nei dieci anni
precedenti. Conditi col senso e l’esperienza comuni. Non solo a Napoli. E dunque
Napoli che ha dimenticato il napolitano – e perché ce ne affliggono, al
al cinema e nelle serie tv?
Il numero dei bambini che
parlano dialetto in famiglia l’Istat assicura che è inferire al 10 per cento,
uno su dieci - solo l’8 per cento lo parla con gli amici, solo il 2,6 per cento,
esattamente, con gli estranei. È dunque finita una certa Italia? Quella che
stentava con l’italiano, e lo indeboliva, perché parlava e pensava in dialetto?
Per Stendhal l’italiano si parlava meglio in dialetto, ma siamo a due secoli
fa. Se non che, secondo l’Istat, il dialetto retrocede di fronte all’avanzata
delle lingue straniere, cioè dell’inglese. E questo è palesemente non vero, l’italiano
resta molto ignorante in fatto di lingue – il successo internazionale di Giorgia Meloni
è il primo capo del governo italiano
che parla inglese – e francese, e spagnolo.
Verrebbe poi da chiedersi come
mai i veneti, non solo i napoletani, si sentono parlare più spesso in dialetto –
e hanno speso un sacco di soldi per ritargare in dialetto i toponimi? E i lombardi,
e gli emiliani, e i romagnoli? E i lombardi, e gli emiliani, e i romagnoli? A Milano, per esempio, come
già a Torino ai tempi della Fiat, anni 1950-1960, gli immigrati parlano il loro
dialetto, i napoletani, i siciliani, i calabresi, non potendo\volendo
cimentarsi col lumbard – col dialetto a preferenza dell’italiano. Ma a questo ci pensa lo stesso Istat, che
certifica anche il contrario – partendo dal Sud. Attesta infatti che il dialetto
è praticato in famiglia in Calabria da due su tre, il 64 per cento. In Sicilia
e in Campania dal 61 per cento – dal 61,5 per cento esattamente in Sicilia. In
Veneto dal 55,3 per cento, e in Basilicata dal 54,7. Identicamente per parlare
con gli amici, solo invertendo di posto Calabria e Campania: prima la Campania,
col, 61,3, esattamente, dei parlanti, poi la Calabria (60.1), la Sicilia (57,9),
il Veneto (id.) e la Basilicata (47).
L’Istat trascura la Sardegna,
ma possiamo supplire col “Calendario Atlante De Agostini”; 1,4 milioni, su 1,6
di residenti.
Il Sud fu fatto
ver a Genova – o quando il Sud non spaventava il cinema
Pietro Germi, “In nome della
legge”, 1949, fa il primo film in cui si parla di mafia. Che a lungo però
rimane il solo. L’anno dopo, 1950, si fa un film sul bandito Giuliano, “I
fuorilegge”, regista Aldo Vergano, con un debuttante Gassman, ma qui è
questione di separatismo politico, non di mafia – e non fece sensazione, dopo
qualche tempo, per le efferatezze ma perché l’attore che impersonava il bandito,
Ermanno Randi, fu ammazzato dal suo amante per gelosia. Nello stesso anno Enzo Trapani,
che poi diventerà famoso nel varietà televisivo, dirigeva “Turri il bandito”,
ma era su un pover’uomo accusato ingiustamente che doveva nascondersi.
Il genere ha fatto fatica ad affermarsi
– non era in domanda. “In nome della legge” è invece un racconto di mafia. Un
pretore, il bello e popolare Massimo Girotti, destinato a un paesino siculo dell’entroterra,
si trova a doversi confrontare con la mafia. Che amministrava la legge prima
che arrivasse lui. Ma col lieto fine: i capibastone, intelligenti e magnanimi, cedono
il ruolo al giudice infine nominato dal governo.
Il successo di “In nome della
legge” farà di Germi il vero e migliore interprete al cinema della Sicilia. Con
“Il cammino della speranza”, 1950, film commovente e di largo impatto, con interpreti
fisicamente persuasivi, congruenti, Raf Vallone, Elena Varzi, Saro Urzì, un
gruppo di minatori rimasti senza lavoro si lascia convincere da mestatori a liquidare
tuto per emigrare, sotto la loro guida, a pagamento. I disoccupati si
indebitano, per avventurarsi nella lunga mracia, disperati, e anche violenti.
La violenza c’è, ma di tipo tradizionali: dei tramezzanti, e di Raf Vallone, che
alla fine, innamorato della donna di un “malamente”, se la guadagna con un duello
rusticano. Una Sicilia melodrammatica.
Poi Germi farà “Il brigante di Tacca del lupo”, dal racconto
di Bacchelli, ambientato nella Capitanata e non più in Sicilia. Un racconto molto
drammatico ma equanime, tra “piemontesi” e borbonici, tra briganti per
necessità e briganti malviventi. Continuerà a occuparsi del Sud nel film
“Gelosia”, 1953, da un racconto di Capuana, “Il marchese di Roccaverdina”. Non
riuscito - era la Sicilia delle beghe nobiliari, di non ampio richiamo. Germi
si dedicò ad altro. Ma tornò in Sicilia a razzo pochi anni dopo, nel 1961. Con “Divorzio
all’italiana”, primo Oscar per la sceneggiatura a un film non americano. E poi,
1964, con “Sedotta e abbandonata”. Il Sud era vario.
Sarà stato dunque un genovese a leggere il
Sud come ogni altro mondo. E dopo di lui invece il diluvio: Sud come mafia, anche
a opera di qualche settentrionale.
L’odio-di-sé fa veramente cassetta? Ha l’aria
di essere un surfing facile, un modo anche sgraziato di cavalcare l’onda.
Cronache della differenza: Milano
Per i 70 anni del film cinque anni
fa e ora per i 75, la città si appropria di “Miracolo a Milano”, il film che
all’uscita boicottò in ogni modo, con le critiche e la mancata distribuzione.
Ora se ne fa bandiera contro la città dei “maranza” e dei riccastri del mondo,
come se quelli non fossero Milano. Furba, eh?
”Nonostante il record di capitalizzazione,
la Borsa di Milano vale solo lo 0,8 per cento di tutte le Borse mondiali”. Molto
meno di quanto vale il pil italiano sul pil globale – il 2 per cento. Quanto basta
per arricchire Milano, senza effetto sull’Italia se non incidentale, non da
traino.
Marotta difende Bastoni, il
calciatore dell’Inter che ha ingannato, sghignazzando, l’arbitro (se lo ha ingannato)
con una simulazione plateale. E come è possibile, il presidente di una grande
squadra, vantare l’antisportività? Semplice, si è milanesizzato, lui che è
diventato “Marotta” gestendo l’altra grande squadra, quella penalizzata dall’arbitro,
la Juventus di Torino.
Anche Moratti, il ricco ex
presidente dell’Inter, esce dal letargo per congolare. Ma lui è milanese, anche
se “de sinistra”.
Dall’allenatore Chivu a Moratti
e Sala l’antisportività non è di peso. Milano così ha vinto e questo solo
importa. Sala è pure sindaco di Milano. E non si può nemmeno dire che siano leghisti
– il sindaco S ala è pure lui “de sinistra”. Sono Milano, prosopopea e
maleducazione.
Paginate per il portiere della
Cremonese Audero, per avere minimizzato gli effetti della bomba-carta
lanciatagli in faccia da un tifoso dell’Inter. Ma nella cronaca della partita “Corriere
della sera” e “La Gazzetta dello Sport” gli danno 5 in pagella. Interessava solo che
l’Inter non avesse subito conseguenza dal lancio del suo tifoso – p-es., l’interruzione
della partita.
“Quel perpetuo campo di guerra”, dopo il 1755, “che si
chiama Lombardia, fra le tante irruzioni straniere”, Carlo Cattaneo,
“Federalismo”, p.19.
Pare che la città non abbia
partecipato all’Olimpiade, che pure ha brigato per farsi assegnare. Che agli
eventi sportivi svolti in città gli spettatori fossero canadesi, americani, olandesi,
cinesi, ma non milanesi. I milanesi si sono limitati a incassare. Chissà per
che cosa si entusiasma la città.
Questo Sala è perfino inimmaginabile,
se non fosse vero. Sta lì invece che in carcere, dopo avere autorizzato
grattacieli in forma di ristrutturazione, senza piani urbanistici e nemmeno edificatori,
solo perché del partito dei giudici. Vorrebbe anzi candidarsi alla guida della
sinistra. E trova il tempo di difendere il simulato sghignazzante Bastoni andandosi
a rivedere le partite di Del Piero, di quindici o venti anni fa. Senza senso
dell’umorismo – anche questo è Milano.
“Brancati amava dire che i siciliani intelligenti
andavano a Milano e quelli meno intelligenti andavano a Roma, e lui si mise tra
i non intelligenti” – Goffredo Fofi, “Vitaliano Brancati”, in «Arcipelago Sud».
Milano gli ripugnava?
“Milano è una
città d’acqua, anche se non ha un fiume” – Marco Belpoiti, “Nord Nord”, 45 – “Il fiume di Milano sono i Navigli: fiume
tranquillo e borghese che Mediolanum s’era costruito a sua immagine e
somiglianza per gestire i traffici di cui era il baricentro”. Citta tranqulla e
borghese, cioè piena d sé.
“Olimpiadi a Roma, Fontana attacca: «Per riucire devono essere fatte in
Lombardia»”, e lo dce serio, lo dice perché lo pensa, gli urge dentro. Questo
Fontana presidente emerito della regione Lombardia, come pure il sindaco, sembrano
macchiette. E invce no, sono proprio Milano, non sanno pensare che loro ce l’hanno
più duro.
Oggi come cento aanni fa “O
mia bela madunina” polemica, allora contro Napoli, “A disen la cansun la nass a
Napoli”, e giù così, non sul faceto, sullo sperzzante, con un ritornello che si
ripete tre vote: “”Canten tuti «Lontan de Napoli se moeur»\ Ma po vegnen chi a
Milan”.
Anche con “Roma magica” ce
l’ha, “de Nina, er Cupolone e Rugantin”.
leuzzi@antiit.eu
L’intento è semplice: “Raccontare
lo sviluppo della teoria della complessità, che ha le sue radici nella fisica
statistica nata nell’Ottocento ed è a sua volta alla base dell’intelligenza
artificiale”. Con la spiegazione anche delle proprie ricerche, quelle che hanno
condotto Parisi al Nobel – la “complessità” è nozione semplice e complessa: “La
fisica ha sempre spiegato il mondo grazie a semplificazioni e astrazioni, ma a
un certo punto semplificazioni e astrazioni sono servite a fare i conti con la
complessità”. Ad addentrarsi, a doversi addentrare, nelle pieghe dell’infinitamente
piccolo, delle proprietà nascoste, dei capricci anche, ma sempre volutamene, caparbiamente,
“naturalmente” regolari. O, se si vuole, non astrarre per semplificare, ma
complicare per capire, e agire.
Parisi ha basato le sue
ricerche - esperienze mentali - sugli spin glass, i vetri di spin. Spin
intendendosi le freccette che assediano le molecole. Parliamo sempre di “moltitudini”:
“I sistemi semplici si somigliano tutti, ogni sistema complesso è complesso a
modo suo”, così Parisi dà un’idea della complessità, e insieme si scusa,
parafrasando il celebre attacco di “Anna Karenina”. Non un’opzione, o un’eccentricità,
ma “un modo nuovo e diverso di guardare la natura”. Passando dalla fisica statistica
dell’Ottocento, dall’introduzione della probabilità nelle leggi fisiche, allo
studio con metodo matematico dei “comportamenti collettivi emergenti” di soggetti-oggetti
(elettroni, molecole, neuroni, individui….) di numero elevato, che non è possibile
capire se non per i loro comportamenti collettivi. Analisi e ipotesi non solo teoriche,
avendo già condotto a tecniche fondamentali negli sviluppi dell’Ict, l’industria
della conoscenza, fino all’intelligenza artificiale: per l’ottimizzazione delle
risorse e per la gestione delle reti. In particolare delle reti neurali, fino
ai Large Language Models odierni, e possibilmente oltre. E la conclusione è: “Abbiamo
appena mosso i primi passi”.
Senza farsi illusioni, la
verità non è mai assoluta, neanche nella scienza. “Dal punto di vista concettuale,
l’introduzione della probabilità (da parte del fisico austriaco Ludwig
Boltzmann, n.d.r.) era una proposta rivoluzionaria…. La proposta suscitò
critiche feroci di fisici estremamente capaci, tra cui il giovane Max Planck…
Altre critiche furono fatte da fisici – come Ernst Mach, collega di Boltzmann all’università
di Vienna, considerato da Albert Einstein un suo ispiratore - che negavano la
stessa esistenza dell’atomo…..” - mentre ci capiva Lenin: “Lenin attacca Mach difendendo
l’atomismo che era alla base della teoria di Boltzmann”.
Una lettura non agevole -
è un gesto dell’editore coraggioso di proporre come lettura “da banco”, con i
romanzi e i saggi d’attualità, una lectio magistralis, che non vuole essere
un trattato per fisici matematici ma neppure opera di divulgazione. Un tentativo
di avvicinare il pubblico alle nuove frontiere della scienza. Nel caso alla
sottile ragnatela di simmetrie che hanno dato configurazione alle reti neuronali
– e per ora a una non fine, anzi grossolana, Intelligenza Artificiale.
Con la collaborazione di
Anna Parisi, solo omonima dell’autore, ex Cern di Ginevra, per la parte
editoriale.
Giorgio Parisi, Le
simmetrie nascoste, Rizzoli, pp. 297, ril. ill, € 19
“Abbiamo ucciso Khamenei”:
agghiacciante la scelta dell’annuncio – la morale della storia – di Trump. Che
è bene il presidente degli Stati Uniti, la potenza della democrazia e della
giustizia, Nonché, a suo dire, uomo di pace. Della pax americana.
Che dal rapimento di Maduro all’assassinio di Khamenei non è più roba da film ma
è l’America.
“L’omicidio” si lascia sfuggire la
conduttrice di Sky Tg 24 a proposito di Khamenei, subito correggendosi, ma è la
verità: si fanno le guerre per uccidere. Ci sono però, c’erano, dei codici,
compresa la dichiarazione di guerra, e una che fosse fondata giuridicamente.
Israele sferra l’attacco all’alba dello
shabat, il giorno del riposo, alla vigilia del purim, il digiuno
di Esther. Il sionismo fa della religione il suo fondamento ma è solo un
imperialismo, come tutti i nazionalismi – i “primati nazionali”, che si pensavano
ottocenteschi e defunti.
Ora come già in agosto, l’America muove
guerra senza preavviso mentre ha in corso negoziati con la controparte. La trattativa
è sempre stata sacra, e comunque una pausa negli scontri bellici, ora è solo un
“a parte” – almeno per chi tratta con gli americani.
Una coincidenza è i due ”fulminatori” dell’Iran,
Trump e Netanyahu, sono – etano – in calo di credibilità e alla vigilia di importanti
consultazioni elettorali. E dunque la guerra – una guerra “facile”, vinta in partenza
– è parre del gioco elettorale? Se non ci fossero elezioni, ci sarebbero meno guerre?
Una guerra elettorale – guerra facile,
vinta allo scoppio – non è una novità.
I vescovi americani, tutti i vescovi
americani, quelli cattolici beninteso, gli “evangelici” sono un’altra cosa, hanno
scritto alla Corte Suprema, dove cinque giudici su otto sono cattolici, contro
le restrizioni proposte alla cittadinanza dei nati in America se i genitori
sono immigrati illegali: “Il principio della cittadinanza per nascita è
saldamene radicato nella tradizione giuridica occidentale”, etc. etc. L’America
barbara, a scuola di diritto da noi, europei, italiani? violenta? La cittadinanza
i nati in Italia non ce l’hanno nemmeno se i genitori sono immigrati regolari.
“Le squadre italiane non sono abituate
a giocare a ritmi elevati, Quando ci provano vengono fermate perché un
contrasto è troppo duro, toccano l’orecchio a un giocatore e questo cade”. E l’arbitro
ferma la partita, minaccia, ammonisce, discute per quattro-cinque minuti, di che
non si sa, e magari espelle. Poi dice che l’Italia non va al Mondiale. Questi arbitri
sono come giudici – si direbbe come la peste: si sono pesi tutto, anche se ne sono
ignoranti di diritto.
Capello: “Ha visto il Galatasaraj?
Abbiamo insegnato noi ai turchi come si fa”. “In che senso?’” “Si buttavano a
terra fin dall’inizio. L’hanno copiato da noi”. Dai nostri arbitri. Tutti
scemi? Impossibile? Tutti corrotti? Forse non hanno giocato mai al calcio –
fanno gli arbitri perché li hanno bocciato, al provino da ragazzi, al concorso
da giudici.
Verderami infine rileva l’ovvio, attribuendolo
a Elly Schlein: “Sarebbe la prima volta che il Pd andrebbe al governo dopo aver
vinto le elezioni”. Alle prossime elezioni, nel 2027. La prima volta in ormai
venti anni. Altro che alternanza.
Nicastro, “inviato a Gerusalemme”, dà
conto di una serie di nefandezze dell’esercito israeliano in Cisgiordania, e della
“magistratura israeliana” che “quasi mai persegue i propri soldati (persino i propri
coloni) che commettono reati, anche omicidi, contro palestinesi”. Il tutto
ridotto in un piccolo riquadro, una notizia di agenzia. In omaggio a quale
Israele, Netanyahu è tanto potente?
E valeva la pena mandare un inviato a
Gerusalemme” per tanto poco – Israele è cara?
Dagli Epstein, di cui tanto si dilettano
i giornali in Italia, ormai ridotti, al meglio, a giornaletti scandalistici,
una cosa è sicura: che è il modo americano di fare business. Ci sono le modelle
e le minorenni, ma sono marginali. Anche quelle che, poi, hanno scelto la virtù
offesa come via più facile per guadagnare. Epstein faceva guadagnare, ed era
per questo circondato.
Dopo i tanti cosiddetti errori arbitrali
si fa la graduatoria di chi e come è stato più penalizzato - la fa anche il “Corriere
della sera”, ma solo online, per paura? L’Inter è la favorita: ha tre “episodi”
favorevoli (ma non viene conteggiata la simulazione di Bastoni) due contro. Il Napoli
ne ha quattro contro e due a favore. Guida la classifica degli errori sfavorevoli
la Juventus, quattro contro e nessuno a favore. Poi dice che gli arbitri
sbagliano.
Ezio Mauro, “da corrispondente dalla
Russia, incrocia Boniperti a Mosca e fa uno scoop: anticipa l’arrivo di Zavarov
alla Juve (il primo calciatore sovietico in Italia, l’uomo che ebbe l’ingrato
compito di sostituire Platini, oggi vive a Kiev e ha rifiutato la chiamata alle
armi” - Giuseppe Smorto, “I 4 Gianni”, pp. 57-58.
“Molti lettori partono dall’ultima
pagina”, e si può testimoniare che è vero, perché “lo sport sta sempre alla
fine” – nei giornali. Quando ne tengono conto. A “la Repubblica” non veniva mai,
non era contemplato, nel giornale alla sua prima maniera. Smorto ne fa la storia. Non sistematica: di ricordi e di aneddoti. Qui fa la storia dei “quattro Gianni”
che illustrarono lo sport, e si illustrarono, nel giornale di Scalfari, quando a
Scalfari si fece scoprire che lo sport c’era.
Ricorda quindi e celebra
l’eleganza di Clerici, la lotta contro le parole del letterato Brera, le
passioni di Minà, Sudamerica soprattutto (e non solo Castro e il “Che”, ma
Maradona ovviamente, suo fratello d’anima fino in morte, come Toquinho), la curiosità
e l’olimpico epicureismo di Mura. Quattro stakanovisti, oggi inimmaginabili. Soprattutto
nell’umiltà di cronisti, tempestivi e della misura giusta, di lunghezza, di toni.
Smorto lo ricorda al congedo: “Furono generosi e lavorarono tanto. La
bibliografia di Brera è impossibile da ricostruire. Quella di Clerici è
precisa, articolo per articolo. La soffitta di casa Mura è tuttora un paradiso
di scatoloni. Ne apri uno e trovi una sorpresa. L’archivio di Minà? Beh, quello
è finito direttamente in una mostra”. Altri tempi? Sì, ma non è di questo nel
racconto di Smorto – niente “com’eravamo” e piagnistei.
Un racconto dal vivo e
una celebrazione, di quattro giornalisti di sport, Brera, Mura, Clerici e Minà,
che sono anche ottimi scrittori, di sport e non. Forse innecessario, tutt’e quattro
sono sempre in edizione, ristampati con successo, cioè letti. Ma Smorto lo fa
da un punto di vista particolare, di redattore, capo servizio, capo redattore,
vice-direttore (di Minà anche condirettore, per due o tre anni, a “Tuttosport”),
a “Repubblica”, dove tutt’e quattro sono infine approdati. Come scrittori a
tutto campo, seppure prevalentemente di sport. Al giornale cioè che per lungo
tempo trascurò di programma lo sport. Perché non aveva l’edizione del lunedì. E
per di Eugenio Scalfari, che il
quotidiano aveva concepito e per un periodo tentato - prima di darlo in
comodato al Pci, al servizio del “compromesso storico” con la Dc - come il “Le
Monde” italiano, tutto laico e tutto politica, nazionale e internazionale, e
cultura-spettacoli.
Una idiosincrasia mai
smessa, si può testimoniare. Il lungo pomeriggio del 29 giugno 1982 il ricordo
è da solo alle cinture e gli strappi di Gentile contro l’impavido Maradona (che
non si buttava giù, si sa, per brevilineità e temperamento, ma all’epoca il
sospetto di simulazione era pena grave nel tifo), a un televisore appoggiato su
un tavolo nella stanza delle riunioni, entrando e uscendo per non dare nell’occhio,
fingendo di entrare e uscire per caso, e a una certa ora anche con la presenza
di Scalfari indifferente alla scrivania in fondo, che discuteva con Sisti la
prima pagina.
Una rimemorazione ben
sintetizzata dalla quarta di copertina: “Storia degli inizi di una redazione
che non c’era, e che nel giro di qualche anno diventò una nazionale del giornalismo
sportivo”. Nonché “un racconto presuntuoso, come spesso è apparsa ‘Repubblica’
nei suoi cinquant’anni e più di vita”. Una celebrazione concorrente a quelle dei
cinquant’anni del quotidiano.
L’aneddotica a
disposizione di Smorto si può presumere vastissima. Ma ne fa scelta accurata, non
tedia il lettore, il racconto è sempre vivace – non esornativo, compiaciuto,
come usa nelle rimemorazioni di “Repubblica”, il tono purtroppo avviato dallo
stesso Scalfari, con l’“a futura memoria” di Gnoli e Merlo, “Grand Hotel
Scalfari”. Non omettendo il ruolo di Mario Sconcerti, cui dedica la
rievocazione, nella “creazione”, è la parola, dal niente, da qualche idea e pochi
collaboratori, dello “sport a Repubblica”. Di Emanuela Audisio – compagna di tante
notti in tipografia. E di se stesso – nelle posizioni ancillari e di sparring
partner che si era scelte.
Basterebbero i termini
che Brera ha inventato o adattato: “atipico, cirippimerlo, euclideo, goleador e
goleada…”, e “Rombo di Tuono”, “Abatino”…. O i giochi di parole, o gli elenchi
a sorpresa, di Mura. Lo stesso Mura implacabile contro le simulazioni. O una lettera di Minà in cui difende
l’onestà intellettuale del giornalista, di noi che “per 365 giorni l’anno ci
occupiamo di molti presunti protagonisti dell’organizzazione sportiva che spesso
sono solo dei tangentari, dei saprofiti della passione popolare”, tra dirigenti
evidentemente - e non c’erano ancora gli agenti, e le plusvalenze.
Con la polemica giornalismo
sportivo-letteratura, parte della più ampia letteratura e giornalismo.
Con qualche imprecisione.
Nel 1982 Villoresi non è inviato – non si potevano fare inviati a “Repubblica”.
E qualche assenza: Franco Recanatesi, p.es., o i coredattori, Sannucci (che si
ricorda cantautore al Folkstudio), Tropea e Crosetti da Torino, Licia Granello
da Milano. Oliviero Beha, presenza ingombrante, ricorre solo nella polemica con
Brera sul Mundial di Spagna. C’è Gianni Rocca, sempre e decisivo, che nella realtà
era “uno che non c’era”. E non c’è Pansa, che invece introdusse a “la
Repubblica” la grande cronaca, prima del boom dei 4 Gianni – in anni in cui non si abbandonava
il “Corriere della sera” per “la Repubblica” - e fu eccellente vice-direttore,
nei rari momenti in cui Scalfari si prese una pausa.
Curioso, un capitoletto
sulle turbolenze tra “Repubblica” e la Juventus.
Una forma di narrazione
diversa, di personaggi ricostituiti attraverso i loro scritti, oltre che, in
sordina, per le necessarie connotazioni fisiche e temperamentali, e le
abitudini, le attitudini, le manie anche. Per una lettura garbata, ma anche gustosa - i quattro Gianni sarebbero stati grati a Smorto, e il lettore anche. Sullo sfondo lo sport di “la Repubblica”: questo
sì, è stato senz’altro un altro sport.
Giuseppe Smorto, I
quattro Gianni, Minerva, pp. 231 € 18