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Gli ayatollah si appellano a Trump
Il regime iraniano non regge al riarmo,
dopo la batosta israelo-americana di questa estate. Il partito del riarmo è
praticamente scomparso: non si discute nemmeno come riprendere l’iniziativa a
Teheran, ma solo come uscire dall’ipotesi riarmo, su tutte le piazze, Siria,
Libano, Yemen. Dove ogni parte attiva risulta abbandonata dall'armamento al coordinamento politico e militare. Il regime stesso in patria potrebbe essere uscito scosso dalla guerra, avendo perduto manifestamente la fiducia dei bazarì, il ceto finanziario-mercantile che in pratica lo ha portato al governo 45 anni fa. I bazarì hanno profittato largamente del regime di sanzioni cui le politiche degli ayatollah hanno condotto il regime. Ma ora i prezzi sono fuori controllo, i disagi si sono moltiplicati, e i malumori sono diffusi, anche tra i più pii seguaci del regime. E l’isolamento è un peso, più che una fonte di guadagno - con la Cina sì, ma con la Russia, Cuba e Venezuela non si fanno affari.
Qualcosa potrebbe essere già in atto anche
col governo americano. Per avere una qualche forma di assicurazione politica, con attenuazione delle sanzioni, in
cambio della rinuncia al nucleare, col rientro sotto i controlli dell’Aiea – una
ripresa degli accordi con la presidenza Trump del 2015.
In vista di un riarmo psicologico,
si riprende a Teheran la celebrazione della presidenza Rouhani negli anni 2010.
Un presidente che si era impegnato per la modernizzazione dell’economia, e
aveva promesso, e in parte promosso, una revisione dei diritti civili, a
cominciare dal diritto di famiglia. Avendo maturato in precedenza più di ogni
altro politico conoscenza dei problemi militari e strategici del paese. In suo
nome una discreta pubblicistica favorevole al disgelo è promossa anche nell’America
di Trump.
In passato le due potenze del Male non
avevano disdegnato i rapporti. Erano stati gli Stati Uniti in definitiva a consacrare
il khomeinismo nel 1978, abbandonando lo scià, già Grande Alleato, su
iniziativa personale del presidente Carter, col suo inviato speciale a Teheran,
gen. Huyser. Dopo la presa degli ostaggi da parte del khomeinismo radicale, e
la catastrofe Carter, col tentativo di liberare gli ostaggi e col sostegno a
Saddam Hussein per muovere guerra all’Iran, Reagan aveva ripreso i contatti, finiti
nello scandalo Iran-Contras. A lungo gli Stati Uniti, pur definendo l’Iran “potenza
del Male”, non hanno mai promosso iniziative contro - e probabilmente ne hanno
dissuaso Israele, la strategia degli “attacchi preventivi”. Favorendone il ruolo di
bilanciamento nella regione, avverso gli avventurismi arabi. Dapprima di Saddam
Hussein, con la guerra del Golfo, e poi dell’Arabia Saudita, con la lunga guerra
nello Yemen.
Poi i rapporti con l’Arabia sono
decisamene migliorati, dopo essere decisamente peggiorati, con l’accesso al
trono dell’ultimo re “saudita” (figlio di Abdelaziz el Saud, il fondatore del reame)
Salman, e di suo figlio principe ereditario Mohammed bin Salman. Dopo il giro
di walzer con la Cina, l’India, il Pakistan, e l’assassinio a Istanbul
del giornalista Jamal Kashoggi. Già con la presidenza Biden, ai primi di agosto
2022 - un’apertura di credito cui però Mohammed bin Salman resistette. Prima cioè degli
abbracci e accordi militari, economici e personali con Trump a maggio – affari da
150 miliardi e (forse) pace saudita con Israele (“accordi di Abramo”).
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