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Londra bordello nella Grande Guerra
Il racconto più lungo fra quelli rubati in
manoscritto a Céline nel 1944, presumibilmente da forze della Resistenza, e
fatti ritrovare alcuni anni fa. La “vita” del Céline invalido di guerra nel
1914-1915 e momentaneamente assegnato al consolato franse ve a Londra. La vita
immaginaria: un pulviscolo di vite notturne, bordelli e bar, magnaccia e puttane,
bevute e scazzottate, tra vecchi arnesi, anche anarchici, e refolulés di
ogni tipo, e amicizie anche, così, non dette, con modestia queste, da lontano. Una
città minuziosamente annotata e carrellate di personaggi, veri e inventati, che
Céline si è poi portati dietro per una vita – benché il “comando” a Londra sia
stato di pochi mesi. In molteplici narrazioni, questa dopo “Guignol’s Band” I e
II,
Un pulviscolo di nomi, tutti di reietti Magnaccia,
puttane, donne sempre vogliose, brutti ceffi, anarchici falliti, borsaioli,
galeotti. In un pulviscolo di situazioni, tutte di crapula. Per un racconto
ripetitivo, perfino estenuante, senza capo e senza fine, e tuttavia sempre
fresco, come nuovo. Una sorta di mondo sotterraneo della metropoli. Come quello
dei topi, che si dice prendano possesso delle città di notte, non visti. Un
“Céline”: Céline ha questa capacità. Con la frasetta, di una riga, mezza riga. Che
dovrebbe essere ripetitiva e invece va veloce.
Con centinaia, migliaia di aneddoti, tutti più o meno
piccanti, seppure di realtà minime e infime. Oltre ai tanti magnaccia e
borsaioli i patiti del cricket che non si danno vinti per la soppressione del
torneo. Il grande anarchico reduce d a mezza Europa solitario, ubriaco e
sprovveduto. Il poliziotto francese rimasto a Londra dalla Grande Esposizione, eccellente
in tutto, che litiga con le sue donne e le butta dalla finestra, pensando di essere
al pianoterra mentre è al terzo. E donne, donne, donne, di varia educazione e nazionalità che fanno solo
quello, arruolate per quello, meglio sudamericane, più apprezzate dall’autore,
arruolate in Perù, Colombia, Messico, Argentina, Brasile – le inglesi sono più
difficili delle bretoni o delle algerine, senza contare le italiane e le spagnole
(ma “con l’alcol si abbrutivano subito le sentimentali”). Una tenutaria, madame
Council, “sa tutto sull’Inghilterra e le Indie”.
Una lunga picaresca notte, tra pub di vario genere,
il ristorante italiano, quello francese, una mappa ragionata dell’East End di Londra,
una estesissima periferia, a a partire da Trafalgar, dal cuore della città. Monotematico
all’eccesso. Con l’erotismo che sarà di Bardamu, e del dottor Destouches detto
“Céline”: tutto labbra e cosce, in genere “poderose”. Il narratore, picchiato
in una rissa in un pub, si preoccupa che non gli abbiano fracassato il polso
sinistro, “quello che masturba meglio”. Con nomi variabili – un Cantaloupe ogni
tanto è Cascade. E forse, non volendo?, l’inevitabile ironia anche su
Blooombury, il mezzocalzettismo intellettuale londinese: Bloumbsburry, Burbury -
e per una volta, Bloomsbury.
Una prima stesura lasciata tal quale, senza riprese,
riletture, revisioni. Ripetitiva, di caratteri e situazioni, dietro l’apparente
(di programma) disordine – affastellamento, casualità del
ricordo-ricostruzione, poiché si vuole raccontata in prima persona. Come una
sfida dell’autore con se stesso, una sorta di assaggio, di prima prova. Allo
stato attuale di lettura dei manoscritti ritrovati - anche dei contesti, non
ininfluenti.
Una fantasia, più che un reportage, per quanto
inventato. Magari con un solo, anche minimo, “uncino”, uno o più dei tanti
francesi “dispersi” per non fare la guerra, e quindi ai margini nella metropoli
– Céline, medagliato al valore, si era arruolato, nell’arma dei corazzieri, una
sorta di cavalleria d’assalto. Qualcuno che poteva facilmente passare inosservato.
Un testo soprattutto analizzato fiora come problema
di datazione. Dall’editore Gallimard affidato a Régis Tettamanzi, incaricato
della pubblicazione degli inediti di Céline rubati e recentemente fatti
ritrovare. E in Italia da Roberto Colajanni, l’amministratore delegato e
direttore editoriale di Adelphi, su “La Lettura” estensivamente, e da Andrea
Lombardi col supporto di Jacques Joset - céliniani “dilettanti”, come direbbe Stendhal.
Non si sa quando “Londra” è stato scritto. La
scrittura è quella céliniana, la sintassi semplice, la frasetta aperta –
peggiorativa – del tipo “ci siamo intesi” (quella che Julien Gracq sintetizzava
in
“l’uso molto intelligente (judicieux),
efficace che fa di questa lingua interamente artificiale – interamente
letteraria – che ha estratto dalla lingua parlata”). Ma meno esasperata,
d’impronta qui più palesemente dostevskjana – una traccia da percorrere (le
biografie di Céline lo trattano da improvvisato, scrittore per caso, fortunato:
volontario improvvisato, agente commerciali per caso, medico chissà come, funzionario
della Fondazione Ford improvvisato, funzionario della Società delle Nazioni improvvisato,
medico improvvisato, scrittore improvvisato, mentre è uno che ha fatto tante
cose, come tutti, e in più ha letto, evidentemente con più profitto).
C’è insomma la chiave del linguaggio di Céline: la
goliardia – la disperazione tramutata in goliardia. In frasi brevi e
oltraggiose, è un linguaggio giovanile che trascrive – mancano solo i puntini
di sospensione, come si dovrebbe nei dialoghi, anche con se stessi. Dal suono veritiero,
come poi sarà lo slang americano postbellico, di Kerouac – che però non
suona artefatto, di programma, come sarà nei beatnick: il dialogo che
non c’è graficamente è di Céline con se stesso, che si dice e ci dice quello che
ognuno pensa e fa ma non dice. Il dialogo indiretto che fa la sua scrittura
tanto realistica – rilassata, ovvia, naturale. Anche se evocativa e a tratti ossessiva,
e poco o nulla dialogata, con interlocutori cioè “indipendenti”, anche se per
finta.
La datazione prevalente è della metà degli anni 1930.
Chi se ne è occupato, Tettamanzi, Cotronei, Joset, propende per gli anni post
“Viaggio”, in parallelo con la scrittura di “Morte a credito”. La possibile datazione
Tettamanzi collega con i frequenti viaggi-soggiorni di Céline a Londra, almeno
sei, dal 1931 al 1936. Ma non s’indaga, neanche nelle biografie, sul legame di
Céline con Londra, durante la guerra, quando vi si sposò con Suzane Nebout, che
si liquida come una puttana, incontrata in un bar di Londra, che è un “racconto
di Céline” ma non può essere di fatto, e poi probabilmente al congedo, quando lavorò
per la Fondazione Rockefeller e con la Società delle Nazioni: Céline è bene un
francese che parlava l’inglese quando era una rarità (fino agli anni 1990,
quando la Francia adottò l’inglese al lavoro e all’università), e anche il
tedesco - era anche, si può dire sfogliando questo “Londra”, uno chansonnier:
qui il suo personaggio canta una canzone , “Amo Karana la puttana”, che nel
1936 a suo proprio nome depositerà alla Siae francese, e dopo la guerra
inciderà in disco, con accompagnamento di fisarmonica inciso successivamente.
Per la datazione pare che i manoscritti non aiutino.
Dovrebbe essere possibile tramite la calligrafica. La carta, pare, non aiuta, perché
si tratta di fogli del dispensario di Clichy, dove Céline ha lavorato dal 1929
al 1937. E dunque, perché non sarebbe questo profusissimo “Londra”, conservato
ma non rivisto, riadattato, una prima prova, un tentativo?
Un indizio su cui ancora non si è ragionato può essere
nell’accenno a Trafalgar Square dove si parla anche del re, che “sta a destra,
nel suo castello di Buckingham”: “Suo figlio George ha giusto la mia età a
proposito giorno più giorno meno. Quando lo vedo nella foto, con le tasche alle
palpebre che gli si gonfiano come al padre, mi dico che ha torto di bere”. Il figlio
Giorgio non può essere che il futuro Giorgio VI, arrivato al trono per caso, per l’abdicazione
del fratello maggiore, Edward, dopo appena un anno di regno, il 1936. Ma Giorgio VI non
aveva le borse agli occhi. Edoardo invece sì, ed è quello dei figli di Giorgio V
che ha l’età di Céline, “giorno più giorno meno”. Céline è del 27 maggio 1894,
Edoardo del 23 giugno.
Il testo come messo a punto da Régis Tettamanzi. Per
la cura editoriale di Ena Marchi. Con due saggi dello stesso Tettamanzi, la
“Premessa”, con la datazione possibile dei manoscritti sui collegamenti con
“Morte a credito” e “Guignol’s Band”. Cui fa da pendant, in appendice, “«Londra» nella vita e l’opera di
Louis-Ferdinand Céline” e “Yugenbitz e la vocazione medica di Ferdinand”. C’è
insomma anche del serio, nel diluvio di goliardia pecoreccia. La Premessa è
assortita, in questa traduzione, da sottotitoli che ne semplificano
l’interpretazione: “Romanzo della prostituzione o manuale di sopravvivenza a
uso dei disertori”, etc.
Traduzione sicuramente improba, scorrendo l’originale
da subito in economica, di Ottavio Fatica.
Con due appendici: la questione della datazione, dibattuta da Tettamanzi.
Con un “Regesto dei personaggi” (sono almeno112).
Céline, Londra, Adelphi, pp. 504 € 25
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