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lunedì 9 marzo 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (627)

Giuseppe Leuzzi


Singolare tenzone di Cazzullo con i lettori del “Corriere della sera” su Sal da Vinci, il cantante napoletano vincitore a Sanremo. A Cazzullo non piace, né la canzone né il cantante. Che vuole rappresentante della peggiore Napoli. E non gli piacciono da meridionalista, o quasi, da quando ragazzo andava al mare a Praia, e ben disposto.
Però, è in buona compagnia, se la “Bela Madunina” già un secolo fa contestava a Napoli pure la canzone.  
 
Valerio De Paolis, produttore e distributore di film che ha lavorato anche con Coppola per la realizzazione del “Padrino”, spiega a Gnoli sul “Robinson”: “Coppola era abbastanza stressato a causa di certi scontri con la Paramount che produceva il film. Coppola, per via delle sue origini italiane, voleva raccontare una mafia fuori dagli stereotipi, dove fosse marcata la presenza familiare e la vita domestica del boss. Tutto questo gli arrivava dai racconti della madre. La produzione invece puntava su una trama puramene criminale, per cui alla fine volevano cacciarlo, anche a causa di certe scelte estetiche che non capivano. Non ci riuscirono e ‘Il padrino’ dopo tante sofferenze e incomprensioni fu portato a termine”.
 
Dei “700 Maginifici” del “Corriere della sera-L’Economia”, “le «piccole» aziende top con ricavi tra i 30 e i 120 milioni”, solo 77 sono meridionali, il 10 per cento o poco più – e di queste poco meno della metà, 30, sono in Campania. Peggio nella categoria superiore, fra i “300 Magnifici”, “i «campioni» con ricavi tra i 120 milioni e il mezzo miliardo: 19 (di cui 11 campani) su 300, il 5 e qualcosa per cento. E non c’entrano la mafia onnipresente né i grandi capitali assenti.
 
Il giornalismo si fa a Milano
Una considerazione a parte merita la celebrazione del “Corriere della sera”, dei suoi 150 anni di vita - fuori quadro ma pertinente. Sulla perspicacia e l’insistenza con cui Milano si fece centro dell’opinione pubblica, della stampa, editoriale e giornalistica, negli anni dell’unificazione – anche con direttori e firme meridionali. Inizialmente, come spiegavano cinquant’anni fa Castronovo, Giacheri Fossati e Tranfaglia nel terzo volume, “La stampa italiana nell’età liberale”, del regesto in sei volumi di Castronovo e Tranfaglia, “Storia della Stampa Italiana”, il conte Oldofredo Tadini e altri ricchi aristocratici lombardi si svenarono per imporre “La Perseveranza”, fondata tempestivamente il 20 novembre 1859, pochi giorni dopo l’annessione della Lombardia al Piemonte, per assicurarsi l’informazione dell’opinione moderata di tutto il Paese a venire, per la formazione di quella che si sarebbe chiamata la classe dirigente – “La Perseveranza” si vendeva a un prezzo questo volte quello corrente dei fogli d’informazione.
Si svenarono finché non chiamarono alla direzione Ruggero Bonghi, napoletano, direttore a Napoli de “Il Nazionale”, con cui aveva patrocinato il plebiscito per l’annessione a Torino. Bonghi riuscì ad assestare “La Perseveranza”, col prezzo sempre alto, a 8-10 mila copie.
In parallelo con “La Perseveranza”, gli ambienti della “scapigliatura”, un po’ radicali, creavano “Il Pungolo”. Ma in chiave che oggi si direbbe leghista, municipalistica. I cattolici, ancora non legati dal “non possumus”, rispondevano nel 1864 con “L’Osservatore Cattolico”. L’anno successivo è il primo passo verso Piazza Affari, di Milano centro della banca e la finanza, con la creazione de “Il Sole”, da parte laica, di sostenitori del Partito d’Azione. Nel 1866 scendono in campo i garibaldini repubblicani, con “Il Secolo”, un giornale d’opposizione, che diventa presto il più venduto d’Italia, con “oltre 30 mila copie (dal 1869 sarà diretto da Ernesto Teodoro Moneta, che a quindici anni aveva partecipato, nel 1848, alle Cinque giornate di Milano, e nel 1907 sarà premio Nobel per la Pace, per i suoi scritti pacifisti). Il successo del “Secolo” indusse anche Felice Cavallotti a scendere in campo, forte di un editore come Sonzogno, con un quotidiano infelicemente intitolato “Il Gazzettino rosa”, che chiuse dopo pochi mesi. A Lodi l’ondata di sinistra fu cavalcata da “La plebe”, un bisettimanale che Enrico Bignami fondò e Garibaldi patrocinò (sarà dal 1874 l’organo dei socialisti marxisti e legalitari, i socialisti di Andrea Costa, separati cioè dagli anarchici). Mentre Treves rilanciava “L’Illustrazione Italiana”, rilevando una testata apparsa, con poco successo, nel 1863. E il 5 marzo 1876 Eugenio Torelli Viollier raccoglie col “Corriere della sera” il pubblico borghese, moderato e liberale.
Il nuovo giornale è subito quello che poi sarà in questo dopoguerra, quando la politica si aprì a sinistra, negli anni 1960, come Denis Mack Smith ha spiegato cinquant’anni fa nella “Storia di cento anni di vita italiana. Visti attraverso il Corriere della sera”. Subito dopo il varo del giornale andò al governo la Sinistra, per la prima volta dall’unità: Torellli, da destra, lo adottò – nella forma del “programma di Stradella “ di Depretis. Salvo prenderne presto le distanze, contro “l’autoritarismo liberale” del ministro dell’Interno di Depretis Giovanni Nicotera e il familismo, l’amichettismo. Facendo campagna, spiega lo storico inglese in tempi non sospetti (la sua ricerca è stata pubblicata nel 1978), con la “meridionalizzazione della politica”. Con campagne contro le “spagnolate” e il “borbonismo” di Nicotera e Crispi – presto subentrato a Nicotera come “genio malefico della sinistra”. E nasceva anche “Roma ladrona”: Torelli decise di ridurre le cronache politiche dalla capitale, “per lasciare maggior spazio alle cose serie”.
Nel luglio 1881, cinque anni appena dopo l’uscita del quotidiano, Torelli Viollier presentava Milano come città “naturalmente portata ad anteporre la realtà alla retorica….  Che temeva la mentalità giuridica dei burocrati romani, e preferiva scegliere come propri deputati uomini appartenenti al mondo della produzione: industriali, uomini d’affari, e persino rappresentanti degli operai”. Tra gli azionisti del giornale aveva raccolto le migliori famiglie milanesi, i Crespi, i Pirelli, i De Angelis. Nasceva l’“ideologia milanese”: nello stesso articolo Torelli lamentava che la città fosse ripiegata sui suoi minuti interessi, di bottega, incitandola a impegnarsi a “conquistare il primato intellettuale e culturale sul resto d’Italia”.
 
Il nodo napoletanità
La riflessione più radicale di Goffredo Fofi, del suo “Arcipelago Napoletano”, interviene alla voce “Caleidoscopio napoletano”, dedicata a “Dadapolis”, “il libro collage congegnato con pazienza e abilità da Andreas Friedrich Müller e Fabrizia Ramondino - un Tedesco molto legato a Napoli e una napoletana molto legata alla Germania”. Una raccolta di “citazioni brevi e  lunghe” su Napoli, di “amori e ripulse” di “coloro che hanno visto Napoli e ne hanno scritto (alcuni ne hanno scritto anche senza averla vista)”. Interessi e giudizi vari naturalmente, ma “riconducibili”, riassume Fofi, “soprattutto ai seguenti: l’innamoramento per il brulicare della vita, la paura per il brulicare della vita, l’interesse quasi entomologico per il brulicare della vita”. Napoli, insomma, come brulichio, che brutta parola, di vita.
Un interesse quindi, si direbbe, di maniera per chi decide di parlare di Napoli, per sentito dire oppure per averci passato un giorno, una settimana, un mese. Ma è “curioso” nota Fofi, come “almeno i primi due atteggiamenti”, innamoramento e paura, “riguardino anche i napoletani stessi”. La napoletanità vittima di se stessa – un sentimento troppo forte.
  
Nord e Sud uniti dalla mafia
Nella stessa pagina su Dadapolis e Napoli Fofi azzarda una certezza a prima vista bizzarra: che l’unico collante tra Nord e Sud, l’unico rimasto, sia la Mafia, “con la M maiuscola”. Lo afferma lapidario dopo un abbozzo corretto, seppure “molto rozzamente”,  della “questione meridionale” nel dopoguerra: “Mentre dal ‘43al ’77 (ma potrebbe anche essere dal ’45 al ’78, o dal ’42 a ’79, insomma , giù\su di lì) Nord e Sud, con fatica, con dolore, con tensione, si sono lentamente accostati e in certi momenti si sono davvero incontrati e abbracciati”, abbracciati proprio non si direbbe, intrecciati, infatti “hanno cominciato a mischiarsi. dalla fine degli anni settanta in avanti si è riaffermato il processo contrario: hanno molto più velocemente proceduto a staccarsi”. Fofi non va oltre, forse perché a Milano ci lavorava, nell’editoria e con i media, ma si sa che è da allora che il leghismo ha diviso radicalmente l’Italia. A meno di un legame forte, dice Fofi: “Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli assieme, il Nord e il Sud, essi si sarebbero scollati ancora di più ed è, semplicemente, la Mafia. Con la M maiuscola, come di dovere, perché con questa parola s’intende quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a)la politica; b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze la Mafia (o Camorra, o ‘Ndrangheta) è uno dei collanti più forti della nazione, e tiene insieme Nord e Sud e media i rispettivi interessi”.
Fofi naturalmente esagera con questa ipostatizzazione della Mafia, una specie di iperuranio, quando invece è roba di balordi violenti. Ma un collante di quest tipo c’è, e sono gli appalti pubblici, le grandi – e piccole – opere. Cessato il boom del “triangolo” industriale, e cessata la Cassa del Mezzogiorno, l’“intervento speciale”, ci sono sempre i grandi, e piccoli, appalti pubblici, di Anas, Ferrovie, energie alternative, lottizzazioni – e il gande albero della cuccagna, il Ponte sullo Stretto (per il quale si denunciano mafie in senso stretto, mentre queste non ci possono in nessun modo ambire, gli interessi sono altri).
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L’IA dei mafiosi
Procuratori Capo e Procuratori Generali all’apertura quest’anno dell’anno giudiziario, facendo propria forse la Relazione 2024 della Procura Nazionale Antimafia, generalizzano l’“infiltrazione mafiosa” dei consigli comunali, anche al di là del già ampio numero di amministrazioni sciolte per mafia. Il Procuratore Capo di Palermo De Lucia, p.es., vede la mafia dappertutto: ”Non solo nelle  409 misure cautelari disposte da questa Procura antimafia ma in tutte le le attività criminali che in questo momento sono in piedi nel distretto di Palermo”. Una generalizzazione imprecisa, che può voler dire la mafia dappertutto, anche nelle attività criminali non mafiose, che però non ha senso, oppure che la mafia è dappertutto, semplicemente. Che non è possible.
Il capo della Procura Generale di Palermo, Lia Sava, vede la mafia non solo “in ogni tessuto economico e sociale”, in ogni ganglio, “utilizzando sapientemente il darkweb, le criptovalute, le potenzialità dell’intelligenza artificiale.
O, al versane opposto, della tradizione dura a morire, le parentele, compresi i comparaggi. Per cui non ci può essere attività lecita nelle comunità piccole o chiuse. La Relazione spiega che “oltre il 70 per cento” dei Comuni di cui sono stati sciolti per mafia i consigli comunali ha meno di 20 mila abitanti. Tra l’IA e i paesani nn c’è salvezza – i Procuratori e I Procuratori Capo sono confusi, quanta strapotenza.

leuzzi@antiit.eu

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