Giuseppe Leuzzi
Al Coachella Valley Music and Arts
Festival, in California, si sono esibiti dopo David Damiano e i Måneskin, e
l’invito a nozze di Megan Thee Stallion (provare per credere), gli svedesi di House
Mafia, con divertimento.
Gli House Mafia si erano sciolti e si sono
riuniti, la mafia è intramontabile. Un gruppo di tre dj, animato da un Sebastian444 Carmine Ingrosso, che però è di Nacka, vicino Stoccolma.
Nella classifica Eurostat dell’occupazione
nella Ue, suddivisa per regioni, gli ultimi posti sono delle regioni del
Mezzogiorno. L’ultimissimo è di Mayotte, dipartimento francese d’oltremare (le
isole tra Madagascar e Mozambico). Poi però vengono, in questa graduatoria del
disonore, la Sicilia (tasso d’occupazione 41,1 per cento), la Campania (41,3
per cento), la Calabria (42). Segue la Guyana francese, quella della Cayenna, e
quindi la Puglia (46,7 per cento di occupati). Non c’è niente di peggio, in
tutta la Unione Europea, ben 240 regioni censite, del Sud d’Italia.
Nessun dubbio che si tratti di
rilevazioni statistiche non omogenee, per metodologia o per strumentazione – l’Italia
è sempre ultima, in queste statistiche Eurostat. Ma non innocenti.
Emigrazione istruita e
d’impresa
Il grosso dell’emigrazione
italiana, prevalentemente giovanile, il 18 per cento, è partito nel 2018 dalla
Lombardia, che conta dieci milioni di abitanti – sono numeri vecchi, pre-covid,
ma meritano una considerazione. La Sicilia e il Veneto, che contano cinque
milioni di abitanti per regione, venivano al secondo e terzo posto, con il 10 e
il 9 per cento rispettivamente della nuova emigrazione. L’emigrazione non va
col reddito ma con l’intraprendenza.
È un’emigrazione per lo più
istruita: tre su quattro dei nuovi emigranti hanno il diploma di scuola
superiore. Ma non sono grandi numeri, a meno dei rimpatri: nel decennio
1999-2008 sono emigrati 428 mila italiani, e ne sono rimpatriati 380 mila. Ma
sono in forte crescita dopo la crisi del 2007-2008: nel decennio successivo le
emigrazioni sono quasi raddoppiate, 816 mila, mentre i rimpatri sono perfino
diminuiti rispetto al decennio precedente, in tutto 333 mila.
I tassi di emigrazione per
l’estero più bassi, in rapporto alla popolazione, sono delle regioni
meridionali: Campania, Puglia e Basilicata – 1,3 per mille abitanti. Sicilia e
Abruzzo si pongono un gradino più sopra, con un 2,4 per 1.000 abitanti.
Messina, fasti e miseria
Il nome ritorna con la birra, che
però ora si fa a Massafra, in Puglia, invenzione di Heinecken. Solo notizie
meste da alcuni anni, o forse decenni: ruberie e mafie, piccole e meno piccole.
Da Messina, città a lungo illustre, e solo illustre, che in Sicilia è – era –
un po’ un’eccezione. La storia va così, ondeggia, ha cicli. Ma Messina ha fatto
un salto, verso il basso, e non sembra aver toccato il fondo. Vi si raccolse la
crociata del 1192, che riunì i regnanti d’Europa. Quattrocentocinquanta anni
fa, poco meno, fu la base dove don Giovanni d’Austria raccolse le flotte
cristiane per la battaglia di Lepanto – Cervantes, ferito a Lepanto, fu curato
a Messina (perdette l’uso della mano sinistra). A lungo ancora in questo
dopoguerra il porto esportava migliaia di barili di succo e polpa di limoni e
arance per il mercato britannico, che allora era grande mezzo mondo, tutto il
Commonwealth. Il porto che tutte le flotte visitavano, americane e britanniche,
aperte alle visite festive. Ora è un pontile d’approdo dei ferries da
e per il continente.
Il futuro cardinale Bembo, nonché
futuro amante di Lucrezia Borgia, il normalizzatore della lingua, dal 1492 al
1494 studiò il greco a Messina, con il famoso ellenista Costantino Lascaris
(1434-1493). Vi si recò con l’amico e condiscepolo Angelo Gabriele. Arrivarono
a Messina il 4 maggio 1492. Restò per sempre memore del suo soggiorno
siciliano, di cui gli rinnovavano il ricordo la corrispondenza con letterati e
scienziati messinesi, fra i quali il Maurolico (1494-1575), e la presenza del
fedelissimo amico e segretario Cola Bruno (1480-1542), che lo aveva seguito e
gli stette vicino per tutta la vita. Tornato a Venezia, collaborò con Manuzio
per la pubblicazione nel 1495 della grammatica greca di Lascaris, Erotemata, che
con Gabriele avevano portato da Messina.
Mark Twain, in crociera nel 1867, arriva alle due di notte allo Stretto di
Messina, d’inverno, ma “il chiaro di luna”, scrive, “era così brillante che
l’Italia da un lato e la Sicilia dall’altro si vedevano così distintamente come
se non fossero separate che dalla larghezza di una strada”. La cittadona oggi
informe dei ferries Twain dice fiabesca: “La città di Messina,
di un bianco di latte, stellata e scintillante di lampioni, era uno spettacolo
fatato”.
Fa grande caso Dumas nelle sue opere più tarde - specialmente ne “I
garibaldini”, dove lo ritrova tra i sobborghi marinari (allora) di Messina, dai
nomi beneauguranti di Paradiso, Pace, Contemplazione - del capitano Arena,
persona e personaggio del suo romanzo di viaggio “Lo speronare”, un messinese,
insieme col giovane militare francese esule De Flotte: un siciliano dal “volto
buono, sempre sereno, anche nella tempesta”. Anche Genova ha un’Apparizione,
lungo il mare, andando verso Quarto dei Mille - sarà stato un vezzo delle città
marinare?
Nel 1953 inventava le grandi
mostre, prima di Firenze con i Medici, la mostra che consacrava Antonello.
Antonello non vi fu fiore solitario – anche se questo non si studia.
Commissionò Caravaggio. Morì a Messina Polidoro Caldara detto da
Caravaggio, rifugiato in città da Roma dopo il Sacco – ucciso da un discepolo,
Tono (“Tonno”, dice wikipedia) Calabrese, durante un tentativo di rapina: un
ragazzetto, per come lo ha lasciato dipinto Polidoro nell’“Adorazione dei
pastori” a Capodimonte, uno dei tanti (nel primo catalogo del secolo d’oro, di
Giovan Paolo Lomazzo, “Idea del Tempio della Pittura”, 1590, Polidoro da
Caravaggio è tra i sette “governatori dell’arte”, lui con Leonardo,
Michelangelo, Raffaello, Mantegna ,Tiziano, e Gaudenzio Ferrari). Ospitò nel Seicento
la grande collezione – la più grande probabilmente d’Europa – del principe
Ruffo della Scaletta, un calabrese dei conti di Scilla sposato a Messina. I
Ruffo furono grandi collezionisti: lasciarono a Scilla, la casa madre,
oltre 1.500 tele. Con opere di Raffaello, Tiziano, Veronese, Tintoretto,
Rubens, Guido Reni, Mattia Preti, Luca Giordano, Orazio Gentileschi. La
collezione fu avviata dal principe Tiberio. Che alla morte lasciò al figlio
Guglielmo 650 tele. Alla morte di Guglielmo, nel 1748, la collezione era salita
a 1.500 tele. Aveva cominciato don Antonio Ruffo di Bagnara principe di
Scaletta – dal nome di un feudo messinese della moglie. Committente tra i tanti
di Rembrandt e Artemisia Gentileschi, che protesse alla triste fine.
Collezionista di Rubens, Bruegel, Mattia Preti, Poussin, Borgognone, Salvator
Rosa.
La città è stata luogo privilegiato
delle lettere. Eco forse delle prime Crociate, alcune partirono dal suo porto
anche prima del 1192, e dei poemi che le accompagnarono. Tra essi, committenti
i nuovi padroni, i Normanni, la “Chanson d’Aspremont”, che diede il nome alla
montagna calabrese di là dallo Stretto, trasportandovi il ciclo carolingio, con
la liberazione di Reggio (“Risa” nel poema) dai Saraceni. E successivamente
nella novellistica. A partire da Boccaccio, con la novella “Lisabetta da
Messina”. E una Camiola senese, nel “De Mulieribus claris”, che è invece di
Messina, una Caméola o Camiola Turinga, figlia di un Lorenzo di Turingia e
di una nobildonna messinese, della famiglia Bonfiglio, detta senese per via del
marito, dal quale ereditò una grossa fortuna, che dispose poi a fini
filantropici. La storia di Boccaccio piacque a Bandello, che ne fece il tema
della 22ma delle sue novelle. E a Shakespeare, che dalla traduzione francese
del Bandello trasse il tema di “Molto rumore per nulla”, ambientando la
commedia a Messina. C’è Messina anche in Molière. In un apologo
Diderot elogia “un calzolaio di Messina”, che del laboratorio fa corte di
giustizia. Schiller ha una “Sposa di Messina”. Vittorini “Le donne di Messina”.
Fino all’“Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo, 1975 – qui finisce la storia.
Rischiò nel Trecento di fare
anch’essa “l’italiano”, la lingua. Accurso di Cremona, nella dedicatoria a
Pietro II re di Sicilia (1321-1342) della sua traduzione dei “Factorum et
Dictorum Memorabilium Libri IX” di Valerio Massimo, dichiara il “vulgar
messinisi”, da lui adottato, il migliore siculoitaliano, quando il volgare,
cioè l’italiano, non era ancora il toscano. Franco Lo Piparo (“Sicilia isola
continentale”, p. 193-194), che trascrive la dedicatoria, in messinese, così la
sintetizza: “Il siculoitaliano viene percepito come vulgar messinisi:
Messina è la città siciliana culturalmente più continentale dell’epoca, e anche
la città dove è stato rinvenuto il più antico documento scritto in siciliano,
la Formula matrimoniale”.
Fu sede del secondo collegio per
l’istruzione dei non professi, registra la storia dei gesuiti, dei giovani
laici - dopo quello aperto nel 1544 a Gandia, la città tra Valencia e Alicante,
dal futuro santo Francisco Borgia per i moriscos. Essendo
venuto al corrente di quello che era accaduto a Gandia, Jerónimo Doménech
pensò di fondare un collegio a Messina, avendovi trovato un’immensa
ignoranza nel clero: coinvolse nell’iniziativa Eleonora Osorio, la moglie del
viceré di Sicilia, e il 19 dicembre 1547 le autorità cittadine
chiesero a Ignazio l’invio di insegnanti, ai quali si garantiva cibo, vestiario
e alloggio – poi il collegio fu spostato ad Acireale.
“Eufemio da Messina” è opera – una
tragedia – di Silvio Pellico, 1820, l’anno dell’arresto – sarà tema di una ouverture
di C. Uccelli nel 1837: Eufemio, turmarca della flotta bizantina, accusato per
gelosia di avere sposato una monaca, si ribella e finisce dal sultano di
Tunisi. Nietzsche ha “Gli idilli di Messina”. Nietzsche a un certo punto
s’imbarcò a Genova, come Colombo proclamandosi Liberator Generis
Humanorum, su un cargo per Messina, dove sbarcò in barella, mezzo morto,
per decretarla, come già Sorrento e poi Roma, sua città ideale: “Questa Messina
è proprio fatta per me”.
Ibn Jubayr la fa città
delle meraviglie: “Questa città è luogo di periodici ritrovi dei mercanti
infedeli e meta di navi provenienti da tutti i paesi, frequentatissima per
l’abbondanza di merci a buon mercato. Ma avvolta nelle tenebre della
miscredenza, nessun mussulmano vi fissa dimora: gremita di adoratori della
croce, stipata di abitanti, quasi non riesce a contenerli…. I suoi mercati sono
affollati e pieni di attività, provvisti di tutto quanto può garantire una vita
agiata”. Finendo con un complimento: “E notte e giorno vi stai sicuro, benché
tu sia straniero, di aspetto, di modi, di lingua”.
Mark Twain, in crociera nel 1867, arriva alle due di notte allo Stretto di Messina, d’inverno, ma “il chiaro di luna”, scrive, “era così brillante che l’Italia da un lato e la Sicilia dall’altro si vedevano così distintamente come se non fossero separate che dalla larghezza di una strada”. La cittadona oggi informe dei ferries Twain dice fiabesca: “La città di Messina, di un bianco di latte, stellata e scintillante di lampioni, era uno spettacolo fatato”.
Fa grande caso Dumas nelle sue opere più tarde - specialmente ne “I garibaldini”, dove lo ritrova tra i sobborghi marinari (allora) di Messina, dai nomi beneauguranti di Paradiso, Pace, Contemplazione - del capitano Arena, persona e personaggio del suo romanzo di viaggio “Lo speronare”, un messinese, insieme col giovane militare francese esule De Flotte: un siciliano dal “volto buono, sempre sereno, anche nella tempesta”. Anche Genova ha un’Apparizione, lungo il mare, andando verso Quarto dei Mille - sarà stato un vezzo delle città marinare?

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