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sabato 10 gennaio 2026

Il figlio si racconta nel padre

“Potrò dire di essere stato un ebreo del mio tempo”, riflette il narratore a metà percorso di questa sua autobiografia – che per lui, per suo conto, fa il figlio, lui sì letterato, ex cathedra, Pachet. Abbreviato e francesizzato per Opatchevsky, oscuro ebreo della confusa Bessarabia - parte oggi del conflitto russo con l’Ucraina, e domani probabilmente con la Romania o Moldavia – anche se con “poche occasioni di contatto con la massa del popolo russo”. Insomma, un espatriato già in patria. Che dal fondo della Russia emerge per varie destinazioni, fino a quietarsi in Francia, compresa quela dell’occupazione tedesca, senza danni, ma senza nemmeno romanzi.
Pachet non ha remore a dire – far dire al padre: “Nella Storia, da san Paolo a Marx, la figura dell’ebreo convertito ha sempre avuto tratti repellenti” (p.79) – per non dire di Gesù? Con una vindicatio de “L’ultimo dei Giusti”, lenta, lunga, ragionata, in finale della narrazione, il romanzo di grande successo di André Schwarz-Bart, poi fatto cadere nell’oblio con l’accusa di plagio, che invece rivela al narratore se stesso. “Questa non è un’opera immaginaria su un personaggio immaginario”, Pachet ha cura di notare a metà (auto)-narrazione, “ma un lavoro di auto-analisi di autoscopia, condotto su un soggetto vivente, o piuttosto morente, che poi è lo stesso”:
Con poche “verità”, non un memoir gnomico. Una è “non è la stessa cosa avere la propria mamma o non averla”. Guardingo, soprattutto con le rivoluzioni – se vanno male “ce le fanno pagare”. Misogino, ilgiusto.
Un (ri)scoperta del padre morto? O di sé nel padre. Indubbiamente un racconto simbiotico. L’ennesima narrazione dell’ebreo errante nella forma inedita dell’imedesimazione filiale, una novità per un racconto – una forma che Emanuele Trevi rigenererà con leggerezza e humour, forse con più verità, per amici e congiunti, quelli di cui ha memoria grata.
Lisa Ginzburg nella postfazione richiama l’analogo esercizio del fiosofo e psicoanalista Pontalis alla prma edizione del libro, nel 1987, come di un “libro senza autore, che si scrive da sé, per immedesimazione. Ciò che, per la verità, è di tutte le narazioni, anche le più critiche, oniriche o saccenti. Meglio di tutto Ginzburg inquadra l’autore, Pierre Pachet, “bello e insolito”, e “uomo di grande fascino”.
Pierre Pachet, Autobiografia di mio padre, Kreuzville Aleph-L’Orma, pp. 157 € 18

 

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