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Il figlio si racconta nel padre
“Potrò dire di
essere stato un ebreo del mio tempo”, riflette il narratore a metà percorso di
questa sua autobiografia – che per lui, per suo conto, fa il figlio, lui sì
letterato, ex cathedra, Pachet. Abbreviato e francesizzato per Opatchevsky,
oscuro ebreo della confusa Bessarabia - parte oggi del conflitto russo con l’Ucraina,
e domani probabilmente con la Romania o Moldavia – anche se con “poche
occasioni di contatto con la massa del popolo russo”. Insomma, un espatriato
già in patria. Che dal fondo della Russia emerge per varie destinazioni, fino a
quietarsi in Francia, compresa quela dell’occupazione tedesca, senza danni, ma
senza nemmeno romanzi.
Pachet non ha
remore a dire – far dire al padre: “Nella Storia, da san Paolo a Marx, la figura
dell’ebreo convertito ha sempre avuto tratti repellenti” (p.79) – per non dire
di Gesù? Con una vindicatio de “L’ultimo dei Giusti”, lenta, lunga, ragionata,
in finale della narrazione, il romanzo di grande successo di André
Schwarz-Bart, poi fatto cadere nell’oblio con l’accusa di plagio, che invece
rivela al narratore se stesso. “Questa non è un’opera immaginaria su un personaggio
immaginario”, Pachet ha cura di notare a metà (auto)-narrazione, “ma un lavoro
di auto-analisi di autoscopia, condotto su un soggetto vivente, o piuttosto
morente, che poi è lo stesso”:
Con poche “verità”,
non un memoir gnomico. Una è “non è la stessa cosa avere la propria mamma
o non averla”. Guardingo, soprattutto con le rivoluzioni – se vanno male “ce le
fanno pagare”. Misogino, ilgiusto.
Un (ri)scoperta
del padre morto? O di sé nel padre. Indubbiamente un racconto simbiotico. L’ennesima
narrazione dell’ebreo errante nella forma inedita dell’imedesimazione filiale,
una novità per un racconto – una forma che Emanuele Trevi rigenererà con leggerezza
e humour, forse con più verità, per amici e congiunti, quelli di cui ha memoria
grata.
Lisa Ginzburg nella
postfazione richiama l’analogo esercizio del fiosofo e psicoanalista Pontalis
alla prma edizione del libro, nel 1987, come di un “libro senza autore, che si
scrive da sé, per immedesimazione. Ciò che, per la verità, è di tutte le
narazioni, anche le più critiche, oniriche o saccenti. Meglio di tutto Ginzburg
inquadra l’autore, Pierre Pachet, “bello e insolito”, e “uomo di grande fascino”.
Pierre Pachet, Autobiografia
di mio padre, Kreuzville Aleph-L’Orma, pp. 157 € 18
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