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mercoledì 7 gennaio 2026

Il mondo com'è (492)

astolfo


Assistenti sociali – Una professione che si segnala sempre più, dalle maestre pedofile  dell’asilo di Rignano venti anni fa agli affidi di Bibbiano sei anni fa, e ora in Abruzzo, come una polizia di Stato domestica, specie nell’“assistenza ai minori” intesa come massacro della famiglia in quanto istituzione, della genitorialità - col contorno dei “piccoli affari” delle consulenze, sanitarie,  psichiatriche, psicologiche etc. - ebbe alla nascita e al primo sviluppo, negli anni 1950-1960, dignità culturale, e politico-sociale, con il Cepas, Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali. La prima scuola per assistenti sciali, creata nel 1954 a Roma da Guido Calogero con la moglie Maria Comandini alla Sapienza, e animata da Angela Zucconi, una cattolica, giovane collaboratrice di don Giusppe De Luca all’ “Avvenire” negli anni 1930, e nel dopoguerra esponente politica socialista, con una vasta esperienza di formazione internazionale, e largo passato di-studi negli Stati Uniti, e da Pina Chiaromonte, sorella di Nicola.
Una Scuola di Servizi Sociali era stata aperta a Milano nel 1946, ma nell’ambito ristretto, politico,  della Società Umanitaria. 

Il Cepas era stato voluto e finanziato da Adriano Olivetti. Che la professione aveva adottato in azienda già da prima della guerra, con un’apposita organizzazione (v., sotto, Fondo Domenico Burzio), ma aziendale, a sostegno delle famiglie dei lavoratori del gruppo. Sulla traccia aperta da Henry Ford, uno che non rifiutava il lavoro a nessuno, ma dai suoi lavoratori pretendeva sobrietà, decoro e senso della famiglia, controllandone le abitudini attraverso forme di sostegno indiretto, per l’abitazione, la salute, l’istruzione.
 
Enrico Berlinguer – Il personaggio politico più di culto nella storia della Repubblica. Per i 40 anni dalla morte una mezza dozzina (o sono stati otto? dodici? difficile tenerne il conto) di film sono stati a lui dedicati, documentari e sceneggiati, e portati anche in sala, in più sale contemporaneamente, devotamente. Il teorico e pratico del dissolvimento del partito Comunista nella Democrazia Cristiana, da Andreotti (boccone amaro, al governo e alle urne) a Prodi, Letta, Renzi, Gentiloni, Calenda, Franceschini, Bonaccini, Delrio, con il loro caratteristico mulinare correntizio, è diventato di culto subito alla morte nel 1984: Gianni Amico inaugurò il filone con “L’addio a Enrico Berlinguer”, un funerale gigantesco, interminabile. Amico, che aveva esordito come cinefilo col gesuita Angelo Arpa nella sua Genova, già vent’anni prima si era esercitato in morte di Togliatti, col film “L’Italia con Togliatti”. Ma quello su Togliatti era un “documentario collettivo” prodotto dallo stesso partito Comunista, una sorta di promozione pubblicitaria. E il personaggio non aveva sortito l’effetto Berlinguer. Che è una sorta di culto della personalità, quale era lo stile sovietico, ma opera di volenterosi, con qualche capitale evidentemente – il cinema costa. O è l’“elaborazione del lutto”? Togliatti era stato presto dimenticato, da un partito che dopo di lui aveva marciato spedito, mentre Berlinguer impersona la fine di un’illusione?
 
Fondo Domenico Burzio – La prima organizzazione sociale d’impresa in Italia, istituita dalla Olivetti nel 1932, di assistenti sociali che sostenevano le famiglie dei lavoratori dell’azienda. La creò Camillo Olivetti, il fondatore dell’azienda, padre di Adriano, nel 1932. Istituendo e finanziando un fondo apposito, che intitolò al suo collaboratore di una vita, Domenico Burzio, che era venuto a morire. Un analfabeta (aveva la seconda elementare, e un corso si disegno geometrico) ma di grandi intuizioni tecniche, che lo aveva seguito a Milano nella prima avventura industriale, e poi, da semplice fuochista era passato via via 
a collaboratore di fiducia di Olivetti, e alla posizione di direttore generale tecnico. Lo stesso Burzio aveva anche il compito di ascoltare gli operai che presentassero problemi, soprattutto economici, ma anche psicologici e\o familiari, e di sovvenire eventualmente ai bisogni extra-aziendali. Compito che poi estese a un gruppo di collaboratori, di formazione simile a quella che sarà degli assistenti sociali.

“Nell’autunno 1894, nella mia villa di Monte Navale, avevo intrapreso un breve corso elementare di elettricità per operai. Lo frequentarono quattro allievi tutti di età e di grado di istruzione differente. Il più giovane era un ragazzo di diciotto anni, piuttosto sviluppato fisicamente, che lavorava da fabbro: Domenico Burzio. Mi era stato presentato da un suo zio che veniva ogni tanto a lavorare nel nostro orto. Così ebbi il primo contatto con quella persona che più tardi divenne il mio migliore collaboratore”. Con queste parole Camillo Olivetti avviava nel 1933 il Fondo Domenico Burzio, nel primo anniversario della morte. Nel 1895 si era presentato da Olivetti sapendo che intendeva avviare un’impresa industriale. Olivetti gli promise il lavoro di incaricato della caldaia dello stabilimento che progettava, a patto che prendesse un “diploma di fuochista”. Divenne presto il capo naturale degli operai – che nel 1903, quando Olivetti decise il trasferimento a Milano, erano già una cinquantina. E tale posizione manterrà cinque anni dopo, quando Olivetti riportò l’officina a Ivera, col progetto delle macchine da scrivere. Burzio nel frattempo aveva fatto un corse serale di elettrotecnica, e sarà in grado di contribuire alle soluzioni dei problemi tecnici dei primi modelli di macchine da scrivere, M20 e M40 - e soprattutto alla progettazione delle macchine operatrici necessarie per costruire le parti dei nuovi prodotti.
Il Fondo Domenico Burzio acquisì rapidamente un vasto potenziale di attività. Con un ristretto gruppo di assistenti sociali, arrivò a poter analizzare una sessantina di casi al giorno. Per una serie variegata di interventi. Le spese per medicinali, specialisti, ospedali. Sussidi per gli indumenti. O per l’acquisto della legna in inverno. Per i traslochi. Per il pendolarismo dei dipendenti. Una serie di interventi erano previsti in automatico in determinati casi: sussidi di allattamento (50 lire al mese alle operaie che allattavano, per sei mesi), buoni viveri per chi doveva osservare diete speciali e per le famiglie numerose, buoni latte per gli ammalati e i bambini. Il tutto su base informale, di un rapporto di reciproca di fiducia. Adriano Olivetti potrà dire, alla cessazione del Fondo nel 1960: “Le madri ebbero lettini, materassi, mantelli, scarpe per i loro bambini e a nessuno mancò la legna nell’inverno […] Imparai, organizzando questi servizi, a conoscere l’intimo nesso tra l’assistenza sanitaria e l’assistenza sociale. Imparai a conoscere quanto scarsa sia la sensibilità a questi problemi da parte di coloro che non li soffrono”.
La Fondazione nel 1960 venne sostituita da un Fondo di Solidarietà Interna, sempre finanziato dall’azienda, di integrazione del trattamento assicurativo e previdenziale pubblico.


Florence Beatrice Price – La prima musicista afroamericana (per parte di padre), compositrice di musica classica – pianista e organista. Attiva nel primo Novecento, ma che si viene apprezzando solo ora, dopo un secolo. Riconosciuta autrice
di oltre 300 opere: quattro sinfonie, quattro concerti, e opere corali, canzoni, musica da camera e musica per strumenti solisti – l’opera è in via di catalogazione e pubblicazione (nel 2009 una consistente collezione di documenti e opere manoscritte è stata rinvenuta nella sua vecchia casa estiva, rimasta abbandonata).

Benché di razza mista, era di famiglia in vista a Little Rock dove è nata La madre insegnante di musica, il padre medico - l’unico dentista afroamericano della città. Con una casa ampia e frequentata, dotata di biblioteca, un salone grande, e un pianoforte a coda. Florence frequentò in città la scuola cattolica. Nel 1903, a sedici anni, fu iscritta al conservatorio New England di Boston, dove si diplomò in organo e pianoforte. Tre anni dopo, nel 1906, diplomata, tornò a Little Rock, dove insegnò musica, in due diverse scuole, fin al 1910, e poi al Clark College di Atlanta, in qualità di preside della facoltà di musica.
Abbandonata dalla madre alla morte del padre nel 1910, quello stesso anno 1910 si legò all’avvocato Thomas Price, col quale si sposò nel 1912, e tornò a Little Rock. Ebbe un figlio morto presto, e due figlie. Finché la situazione non si fece difficile. I neri erano quasi la metà della popolazione. E Little Rock era così stata una delle città in cui le “leggi Jim Crow”, cioè segregazioniste (era invalso negli Stati Uniti l’appellativo “Jim Crow” per una maschera teatrale che identificava personaggi di colore), dopo la guerra civile furono adottate alacremente – nel 1903, la segregazione era stata estesa ai tram in città, e durerà fino al 1965. Nel 1927 la coppia Price si stabilì a Chicago.
A Chicago Florence ebbe un periodo creativo fertile, nel mezzo della Chicago Black Renaissance – malgrado il divorzio, nel 1931, l’avvocato Price avendo ceduto psicologicamente al crac del 1929, seguito da un secondo matrimonio, con un Pusety Dell Arnett, di professione assicuratore. Fu presto riconosciuta per un suo proprio stile compositivo, maturato sull’opera di Dvořák, nella struttura classica europea integrando ritmi e melodie di musica folk americana, jazz, spiritual, blues. Ebbe successo con composizioni per bambini, con jingle radiofonici (mediati dall’occasionale esperienza di pianista\organista nei cinema al tempo dei film muti), e con la Chicago Symphony Orchestra. Che il 15 giugno 1933 eseguì la sua “Sinfonia n.1 in mi minore”. L’anno seguente fu eseguito, sempre dalla Chicago Orchestra, il suo “Concerto per pianoforte in un movimento”. La sua “Sinfonia n. 3” fu eseguita nel 1940 dalla Detroit Civic Orchestra. Completò anche una “Sinfonia n. 4”, 
che però non trovò esecuzione. Morì nel 1953 già dimenticata. Due anni prima aveva lamentato, scrivendo al direttore musicale della Boston Symphony Orchestra, il famoso maestro Serge Koussevitzky: “Purtroppo il lavoro di una compositrice è concepito da molti come leggero, spumeggiante, privo di profondità, logica e virilità. Aggiunga a ciò l’incidente razziale – ho sangue di colore nelle vene – e capirete alcune delle difficoltà”.

L’opera lasciata in eredità, in via di catalogazione, è cospicua: oltre le quattro sinfonie, quattro concerti, opere corali, canzoni d’autore, musica per strumenti da camera e solisti, inni per organo, brani per pianoforte, arrangiamenti spiritual, un concerto per pianoforte e due concerti per violino. Nelle note di programma del suo brano per pianoforte “Three Little Negro Dances”, scrisse: “In tutti i tipi di musica nera, il ritmo è di preminente importanza. Nella danza, è una forza trascinante e travolgente che non tollera interruzioni... Tutte le fasi dell’attività autenticamente nera – che si tratti di lavoro o di gioco, di canto o di preghiera – sono più che inclini ad assumere una qualità ritmica”.
Un International Florence Price Festival è attivo negli Stati Uniti, con sede a Washington, dall’estate del 2020. Con l’obiettivo di realizzare digitalmente dei festival annuali di musiche della compositrice. E di promuoverne lo studio, academico e nelle scuole. Obiettivi già largamente affermati: Price è molto eseguita, negli Stati Uniti, in Germania, in Francia – non in Italia, malgrado i nomi che i genitori vollero per lei. Più attivo nel revival il maestro canadese che ha diretto l’ultimo concerto di Capodanno dei Wiener Philarmoniker, Yannick Nézet-Séguin. 
La sua registrazione della “Sinfonia n. 1 in mi minore” e della “Sinfonia n. 3 in do minore”, con la Philadelphia Orchestra, ha vinto nel 2022 il Grammy Award per la migliore esecuzione orchestrale.

astolfo@antiit.eu

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