Giuseppe Leuzzi
“Mondo di mezzo: assolto con formula piena Francesco
D’Ausilio, ex dirigente Pd a Roma, prescritto Buzzi” - “la Repubblica”.
“Mondo di mezzo” ex “Mafia
Capitale”. Facendo di tutto mafia si imbastardiscono i processi al malaffare. Cosi
va in prima pagina, e spalanca palazzi ai giudici, ma a che fine? E con costi
enormi.
Una “fuitina” anima l’avvio di
“Peer Gynt”, di un Ibsen naturalmente innocente – siamo in Norvegia. Con la
promessa sposa all’altare di un altro, niente di meno. E la madre di lui che un
po’ lo maledice un po’ lo protegge – “Oh, tu potessi cascare…. Attenzione,
Peer, che il pendio è ripido” – la fuga si fa “su per le rocce”.
Si ipotizza di candidare Roma all’Olimpiade fra dieci
o quattordici anni, magari
in associazione con Napoli, e subito Fontana, il presidente della Lombardia ha da
ridire: “Non ce la faranno, solo noi ne siamo capaci”. E Zaia: “Bisogna farla con
Venezia, solo noi sappiamo fare l’Olimpiade diffusa”. l leghisti sembrano irreali,
tanto sono sono tronfi e, si direbbe, stupidi – provinciali, gretti, poveri di
mente. Magari tra cinquant’anni si dirà che non è possibile, che non ci sono
stati. Invece ci sono stati e ci sono, da quasi cinqnant’anni.
L’Istat ha fretta
di liquidare il dialetto
“È strano. La mia memoria è
rimasta legata al dialetto romagnolo. Le lingue sono la sola cosa che non
muore. Il resto di quegli anni è stato deserto”: Lea Melandri constata a 85
anni, ex normalista, una vita di femninismo, di “Erba voglio”, di rivoluzioni e
ricadute, ricordando la famiglia e il luogo d’origine, la Romagna contadina e
povera. Ma questa non è l’idea dell’Istat, che certifica il dialetto morto nel
rapporto “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”: nessuno
o quasi nessuno lo parla più, nemmeno in famiglia, al chiuso delle case.
Può essere. Succedono delle
cose. Ora fa senso vedere il giornalaio che non sa dare il resto dei cinque
euro perché non sa fare la differenza col prezzo del quotidiano, deve digitare –
un tempo, con la tabellina pitagorica, tutti avevano i conteggi in mente, anche
gli analfabeti. E dunque il dialetto è finito? I comuni molisani di
Calatabiano, Larino e Civitacampomarano, di conforto all’Istat, registrano la
parlata degli anziani per conservarla in un museo del suono. Che non è la
solita trovata dei Comuni che non sanno come spendere i soldi del Pnrr e s’inventano
cose, soprattutto cose “moderne”.
Non è una novità. Già
trent’anni fa i dialetti erano morti. Non morti, moribondi – sarebbero morti
intorno al 2030, e dunque la data si avvicina. Era la previsione del
sociolinguista Gaetano Berruto, sulla base di sondaggi e inchieste nei dieci anni
precedenti. Conditi col senso e l’esperienza comuni. Non solo a Napoli. E dunque
Napoli che ha dimenticato il napolitano – e perché ce ne affliggono, al
al cinema e nelle serie tv?
Il numero dei bambini che
parlano dialetto in famiglia l’Istat assicura che è inferire al 10 per cento,
uno su dieci - solo l’8 per cento lo parla con gli amici, solo il 2,6 per cento,
esattamente, con gli estranei. È dunque finita una certa Italia? Quella che
stentava con l’italiano, e lo indeboliva, perché parlava e pensava in dialetto?
Per Stendhal l’italiano si parlava meglio in dialetto, ma siamo a due secoli
fa. Se non che, secondo l’Istat, il dialetto retrocede di fronte all’avanzata
delle lingue straniere, cioè dell’inglese. E questo è palesemente non vero, l’italiano
resta molto ignorante in fatto di lingue – il successo internazionale di Giorgia Meloni
è il primo capo del governo italiano
che parla inglese – e francese, e spagnolo.
Verrebbe poi da chiedersi come
mai i veneti, non solo i napoletani, si sentono parlare più spesso in dialetto –
e hanno speso un sacco di soldi per ritargare in dialetto i toponimi? E i lombardi,
e gli emiliani, e i romagnoli? E i lombardi, e gli emiliani, e i romagnoli? A Milano, per esempio, come
già a Torino ai tempi della Fiat, anni 1950-1960, gli immigrati parlano il loro
dialetto, i napoletani, i siciliani, i calabresi, non potendo\volendo
cimentarsi col lumbard – col dialetto a preferenza dell’italiano. Ma a questo ci pensa lo stesso Istat, che
certifica anche il contrario – partendo dal Sud. Attesta infatti che il dialetto
è praticato in famiglia in Calabria da due su tre, il 64 per cento. In Sicilia
e in Campania dal 61 per cento – dal 61,5 per cento esattamente in Sicilia. In
Veneto dal 55,3 per cento, e in Basilicata dal 54,7. Identicamente per parlare
con gli amici, solo invertendo di posto Calabria e Campania: prima la Campania,
col, 61,3, esattamente, dei parlanti, poi la Calabria (60.1), la Sicilia (57,9),
il Veneto (id.) e la Basilicata (47).
L’Istat trascura la Sardegna,
ma possiamo supplire col “Calendario Atlante De Agostini”; 1,4 milioni, su 1,6
di residenti.
Il Sud fu fatto
ver a Genova – o quando il Sud non spaventava il cinema
Pietro Germi, “In nome della
legge”, 1949, fa il primo film in cui si parla di mafia. Che a lungo però
rimane il solo. L’anno dopo, 1950, si fa un film sul bandito Giuliano, “I
fuorilegge”, regista Aldo Vergano, con un debuttante Gassman, ma qui è
questione di separatismo politico, non di mafia – e non fece sensazione, dopo
qualche tempo, per le efferatezze ma perché l’attore che impersonava il bandito,
Ermanno Randi, fu ammazzato dal suo amante per gelosia. Nello stesso anno Enzo Trapani,
che poi diventerà famoso nel varietà televisivo, dirigeva “Turri il bandito”,
ma era su un pover’uomo accusato ingiustamente che doveva nascondersi.
Il genere ha fatto fatica ad affermarsi
– non era in domanda. “In nome della legge” è invece un racconto di mafia. Un
pretore, il bello e popolare Massimo Girotti, destinato a un paesino siculo dell’entroterra,
si trova a doversi confrontare con la mafia. Che amministrava la legge prima
che arrivasse lui. Ma col lieto fine: i capibastone, intelligenti e magnanimi, cedono
il ruolo al giudice infine nominato dal governo.
Il successo di “In nome della
legge” farà di Germi il vero e migliore interprete al cinema della Sicilia. Con
“Il cammino della speranza”, 1950, film commovente e di largo impatto, con interpreti
fisicamente persuasivi, congruenti, Raf Vallone, Elena Varzi, Saro Urzì, un
gruppo di minatori rimasti senza lavoro si lascia convincere da mestatori a liquidare
tuto per emigrare, sotto la loro guida, a pagamento. I disoccupati si
indebitano, per avventurarsi nella lunga mracia, disperati, e anche violenti.
La violenza c’è, ma di tipo tradizionali: dei tramezzanti, e di Raf Vallone, che
alla fine, innamorato della donna di un “malamente”, se la guadagna con un duello
rusticano. Una Sicilia melodrammatica.
Poi Germi farà “Il brigante di Tacca del lupo”, dal racconto
di Bacchelli, ambientato nella Capitanata e non più in Sicilia. Un racconto molto
drammatico ma equanime, tra “piemontesi” e borbonici, tra briganti per
necessità e briganti malviventi. Continuerà a occuparsi del Sud nel film
“Gelosia”, 1953, da un racconto di Capuana, “Il marchese di Roccaverdina”. Non
riuscito - era la Sicilia delle beghe nobiliari, di non ampio richiamo. Germi
si dedicò ad altro. Ma tornò in Sicilia a razzo pochi anni dopo, nel 1961. Con “Divorzio
all’italiana”, primo Oscar per la sceneggiatura a un film non americano. E poi,
1964, con “Sedotta e abbandonata”. Il Sud era vario.
Sarà stato dunque un genovese a leggere il
Sud come ogni altro mondo. E dopo di lui invece il diluvio: Sud come mafia, anche
a opera di qualche settentrionale.
L’odio-di-sé fa veramente cassetta? Ha l’aria
di essere un surfing facile, un modo anche sgraziato di cavalcare l’onda.
Cronache della differenza: Milano
Per i 70 anni del film cinque anni
fa e ora per i 75, la città si appropria di “Miracolo a Milano”, il film che
all’uscita boicottò in ogni modo, con le critiche e la mancata distribuzione.
Ora se ne fa bandiera contro la città dei “maranza” e dei riccastri del mondo,
come se quelli non fossero Milano. Furba, eh?
”Nonostante il record di capitalizzazione,
la Borsa di Milano vale solo lo 0,8 per cento di tutte le Borse mondiali”. Molto
meno di quanto vale il pil italiano sul pil globale – il 2 per cento. Quanto basta
per arricchire Milano, senza effetto sull’Italia se non incidentale, non da
traino.
Marotta difende Bastoni, il
calciatore dell’Inter che ha ingannato, sghignazzando, l’arbitro (se lo ha ingannato)
con una simulazione plateale. E come è possibile, il presidente di una grande
squadra, vantare l’antisportività? Semplice, si è milanesizzato, lui che è
diventato “Marotta” gestendo l’altra grande squadra, quella penalizzata dall’arbitro,
la Juventus di Torino.
Anche Moratti, il ricco ex
presidente dell’Inter, esce dal letargo per congolare. Ma lui è milanese, anche
se “de sinistra”.
Dall’allenatore Chivu a Moratti
e Sala l’antisportività non è di peso. Milano così ha vinto e questo solo
importa. Sala è pure sindaco di Milano. E non si può nemmeno dire che siano leghisti
– il sindaco S ala è pure lui “de sinistra”. Sono Milano, prosopopea e
maleducazione.
Paginate per il portiere della
Cremonese Audero, per avere minimizzato gli effetti della bomba-carta
lanciatagli in faccia da un tifoso dell’Inter. Ma nella cronaca della partita “Corriere
della sera” e “La Gazzetta dello Sport” gli danno 5 in pagella. Interessava solo che
l’Inter non avesse subito conseguenza dal lancio del suo tifoso – p-es., l’interruzione
della partita.
“Quel perpetuo campo di guerra”, dopo il 1755, “che si
chiama Lombardia, fra le tante irruzioni straniere”, Carlo Cattaneo,
“Federalismo”, p.19.
Pare che la città non abbia
partecipato all’Olimpiade, che pure ha brigato per farsi assegnare. Che agli
eventi sportivi svolti in città gli spettatori fossero canadesi, americani, olandesi,
cinesi, ma non milanesi. I milanesi si sono limitati a incassare. Chissà per
che cosa si entusiasma la città.
Questo Sala è perfino inimmaginabile,
se non fosse vero. Sta lì invece che in carcere, dopo avere autorizzato
grattacieli in forma di ristrutturazione, senza piani urbanistici e nemmeno edificatori,
solo perché del partito dei giudici. Vorrebbe anzi candidarsi alla guida della
sinistra. E trova il tempo di difendere il simulato sghignazzante Bastoni andandosi
a rivedere le partite di Del Piero, di quindici o venti anni fa. Senza senso
dell’umorismo – anche questo è Milano.
“Brancati amava dire che i siciliani intelligenti
andavano a Milano e quelli meno intelligenti andavano a Roma, e lui si mise tra
i non intelligenti” – Goffredo Fofi, “Vitaliano Brancati”, in «Arcipelago Sud».
Milano gli ripugnava?
“Milano è una
città d’acqua, anche se non ha un fiume” – Marco Belpoiti, “Nord Nord”, 45 – “Il fiume di Milano sono i Navigli: fiume
tranquillo e borghese che Mediolanum s’era costruito a sua immagine e
somiglianza per gestire i traffici di cui era il baricentro”. Citta tranqulla e
borghese, cioè piena d sé.
“Olimpiadi a Roma, Fontana attacca: «Per riucire devono essere fatte in
Lombardia»”, e lo dce serio, lo dice perché lo pensa, gli urge dentro. Questo
Fontana presidente emerito della regione Lombardia, come pure il sindaco, sembrano
macchiette. E invce no, sono proprio Milano, non sanno pensare che loro ce l’hanno
più duro.
Oggi come cento aanni fa “O
mia bela madunina” polemica, allora contro Napoli, “A disen la cansun la nass a
Napoli”, e giù così, non sul faceto, sullo sperzzante, con un ritornello che si
ripete tre vote: “”Canten tuti «Lontan de Napoli se moeur»\ Ma po vegnen chi a
Milan”.
Anche con “Roma magica” ce
l’ha, “de Nina, er Cupolone e Rugantin”.
leuzzi@antiit.eu

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