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sabato 28 dicembre 2013

Secondi pensieri - 160

zeulig

Amicizia – Annegata nell’omosessualità – il sospetto freudiano, per cui ognuno è un altro, e il pansessualismo – e nella mafiosità, merita un riesame. Nella condizione umana, in società, in famiglia, e tra gli stessi amanti. In una col rispetto - con l’Alterità.
Sant’Agostino la include tra “i beni propri della natura umana”, come la salute.

È egualitaria. Il modo più diretto, economico anche, di essere del Sé con l’Altro. Anche se qualcuno arguisce il concetto classico dell’amicizia  come un mutuo, disinteressato, rapporto di benevolenza – si deve a Cicerone, “Lelio, o dell’amicizia”, che il vero amico si riconosce nelle avversità, e il reciproco rapporto tra persone che hanno un comune “sentire”.

Per sant’Agostino, “Lettera ai catechisti”, il proprio dell’amicizia è “godere reciprocamente in mutua familiarità” – dove godere sta probabilmente per gioire. L’amicizia, dice anche il santo, viene meno se imposta, esige reciprocità. Lo dice secondo la dottrina classica dell’amicizia, e in rapporto all’amore, che invece concepisce come dono di Dio, quindi gratuito, in forza della fede.

Barbarie – Ha volto necessariamente umano, non può essere altrimenti . Non c’è barbarie tra gli animali, semmai qualche catena alimentare - o è barbara la natura? Ma ce l’ha perché se ne maschera, senza ipocrisia:  il totalitarismo è prima di tutto convincente. Siccome i totalitarismi del secolo scorso sono stati sconfitti, uno dagli Alleati e uno dalla Polonia, si tende a dannarli. Ma un momento prima erano ben popolari . Anche fuori dai confini, dal dominio totalitario – il sovietismo vive ancora in molti cuori.

Diavolo – Papa Francesco lo rilancia. Come già Paolo VI – che però sapeva di zolfo, l’unico papa di cui non si opera la beatificazione (dispensata perfino a Pio XII, un diplomatico, cioè un mentitore per professione). È un personaggio comodo: il Male ipostatizzato, e quasi un bersaglio alle freccette, al tiro a segno. Localizzando il Male, ci accorda un vantaggio: si sa dove il Male è. O meglio: si suppone, perché poi non si sa. È come quando un tumore diffuso viene localizzato: è un po’ meglio. E come presenza, seppure indistinta, è rasserenante, poiché si può stigmatizzare. Seppure si qualifichi come tentatore: una bella donna tentatrice, per esempio, non è male, o un milione in contanti dimenticato sul tavolo
È vero anche che non si nasconde, si presenta anzi – diabolicamente ? – sotto falsi nomi. L’originale biblico Satana è quello che impedisce, blocca. Mentre si sa che, invece, si insinua, flessibile, mascherato. I traduttori in greco della “Bibbia” lo fecero Diavolo, da dia di dialogo e bolos  di ballein, che è “gettare” e “danzare”, quindi un “interballerino”, uno che danza in mezzo – già più intromettente. Ma è come demone, altra traduzione greca, che è meglio reso: spirito del Male. L’altra forma dello Spirito che procede da Dio. Il Male, come la santità, non cessa di soffiare dallo Spirito?

Dio –  È utile, anche necessario: per mettere l’uomo in quadro. Ne marca i limiti, senza negarne la specialità, anzi. Nella vita – la natura, il mondo.
Non per un calcolo di efficienza. Con Dio e senza Dio, l’uomo fa ottime cose, e ne fa di terribili. Senza, però, sbarella: è come se perdesse la misura.
L’Assoluto, giusto il significato della parola, va subìto, fuori di sé. Pena lo smarrimento. Non  ha altro senso l’angoscia (crisi), nel mondo più ricco e più sano di sempre. O la solitudine nella comunicazione invadente, schiacciante.

Felicità - Come fine ultimo, si lega a Epicuro. Probabilmente a torto – la quiete dell’animo è altra cosa che una corsa a cronometro, in cui si combatte contro un avversario, anzi contro tutti, senza vederli. Forse è una palla alzata dall’utilitarismo, che consente a J.S.Mill, “L’utilitarismo”, II, di dire che “è meglio essere un uomo infelice che un porco soddisfatto”.

Sant’Agostino è quello probabilmente che ci ha messo più impegno a definirla – anche a inseguirla personalmente. Per ricondurre il tutto a Dio, e all’amore di dio Ma su un impianto inappuntabile: la felicità dev’essere perfetta - immutabile e eterna – altrimenti è fonte d’infelicità. Che sembra un’esclusione della felicità come ricerca, ma non lo è.

Filosofia - È orgoglio, un esercizio in oneupmanship: ogni filosofo è più dei precedenti. Più assertivi di tutti sono gli scettici.

Forma – Il Gestalt  è la forma mentis. Oggi sempre più “immagine”.

Madre – È come dice sant’Agostino, l’eredità – continuità e discontinuità insieme. È  incubatrice. Per un fatto fisiologico, come sottolinea l’ebraismo, ma nel senso più ampio, della complessità corporale. Della razionalità della complessità, fisica e spirituale, corporea nel senso della circolazione delle passioni e le energie neuronali, sanguigne.
L’uomo può essere padre, ma è sempre figlio. Anche quando era patriarca, era sua madre. E non poteva escludere la madre dei suoi figli. Succede anche nella poligamia: i figli sono della madre. Si riconoscono come tali. Anche nel mondo arabo, benché l’anagrafe sancisca la patrilinearità, ibn e abu, figlio e padre. Nella monogamia e nella poligamia, l’uomo è il nutritore – il provveditore. In Africa la poligamia si vuole matriarcale, l’uomo, anche chief, tribale o di villaggio, è piuttosto un juju, cosa animata: è stato un figli, e i suoi figli sono della madre.

Suicidio – È “passione vile” per Porfirio, che pure ne fu tentato, scoraggiato in tempo dal maestro Plotino. Aristotele lo ritiene un’ingiustizia contro lo Stato. O non dello Stato? Anche per i primi cristiani il martirio ricercato non era onorevole. Tuttora turba gli esegeti il martire cristiano che abbraccia il boia, le belve, il fuoco, l’acqua: Germano, Ignazio, le donne di Edessa, la legione dei 6666 uomini, e Pelagia, di cui Baronio, lo storico dei santi, dirà: “Quia ad hoc dicamus, non habemus”, non so che dirne. È che l’indifferenza dei martiri alla tortura, alla croce, ai leoni faceva impazzire Nerone, come più tardi il Grande Inquisitore.
Gesù stesso, però, insinua Donne, affrettò la sua morte sulla croce rispetto ai ladroni, testimone san Tommaso d’Aquino: “Cristo fu causa della sua propria morte, come lo è del suo bagnarsi colui che potrebbe ma non chiude le finestre, quando piove”. Maometto ergerà il suicidio a prova della fede, rimproverando agli ebrei la scarsa propensione: “Se la vostra religione è così buona, perché non morite per essa?”. Ma l’argomento è meno solido dopo Hitler.

Il tema è l’irrazionalità del suicidio. È passare a miglior vita? È atto ostile? Contro chi, se stessi, gli altri, Dio - la vita, la natura? E quali altri? Il gesuita Johannes Robeck si annegò quando ebbe completata la ponderosa “Exercitatio philosophica de morte voluntaria philosophorum et bonorum virorum”. Philipp Mainländer s’impiccò il giorno in cui ebbe la prima copia della sua “Filosofia della liberazione”. La virtuosa Basilò, di cui in Callimaco, “posto il fratello sulla pira, non sopportò\di vivere”, di vivere più del fratello morto. Re Mida si soffocò col sangue di bue, stanco di lucidare ottoni perché sembrassero oro. Arunzio si uccise per fuggire l’avvenire e il passato. Cleombroto d’Ambracia si buttò, secondo Callimaco, nel buco dello Stige per nessun altro motivo che l’aver letto Platone sull’anima, ricavandone gran desiderio della vita futura. Platone fu fatale pure all’Uticense, ma quella è un’altra storia. Lukàks giovane, quello dei saggi vivi, “L’anima e le forme”, “Teoria del romance”, voleva suicidarsi per amore di Irma Seidler, che lo ispirava, e glielo annunciò in una lettera mai spedita, anche perché poco dopo fu lei a suicidarsi. L’amore, lo dice Ovidio, non conosce limite né pace se non nella morte, ma di chi?

zeulig@antiit.eu

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