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sabato 23 maggio 2026

Secondi pensieri - 584

zeulig
 
America – È una repubblica presidenziale? Si è portati a crederlo, almeno da un secolo a questa parte, dai poteri straordinari assunti dalla presidenza F.D .Roosevelt, passando poi per la decisione del presidente Truman per l’uso dell’atomica, per la politica destra di Kennedy (Cuba, Vietnam, crisi dei missili), e ora Trump. Con quattro insorgenze parlamentari in 250 anni di indipendenza,  contro presidenti in carica, Andrew Johnson, Nixon, Clinton, Trump, fallite eccetto che nel caso di Nixon, più giudiziario che politico.
Hannah Arendt nel 1973, nel corso di un’intervista molto ragionata con la televisione francese, ne individuava il motivo nella Costituzione: “Lo scandalo Watergate ha rivelato una delle più profonde crisi costituzionali che l'America abbia mai conosciuto. Questa crisi costituzionale rappresenta, per la prima volta negli Stati Uniti, un conflitto aperto tra il potere legislativo e quello esecutivo. In questo caso, la Costituzione stessa ne è in parte responsabile.
“I Padri Fondatori non credevano che la tirannia potesse scaturire dal potere esecutivo, perché lo consideravano nient'altro che la semplice esecuzione, in varie forme, di quanto deciso dal potere legislativo; mi fermo qui. Oggi sappiamo che il pericolo maggiore di tirannia proviene proprio dal potere esecutivo.
“Ma se prendiamo alla lettera lo spirito della Costituzione, cosa pensavano i Padri Fondatori? Credevano di essersi prima liberati dal dominio della maggioranza, ed è per questo che sarebbe un grave errore pensare che ciò che abbiamo sia una democrazia. Un errore che molti americani condividono. Quello che abbiamo qui è un sistema repubblicano. I Padri Fondatori erano principalmente preoccupati di preservare i diritti delle minoranze perché credevano che in un organo politico sano debba esserci una pluralità di opinioni”.
 
Eguaglianza – “L’esperienza quotidiana fa riconoscere che i francesi vanno istintivamente al potere; non amano affatto la libertà; l’eguaglianza sola è il loro idolo”, Chateaubriand, “Memorie d’oltretomba”, XXIV, VI. Per poi concludere: “Ora, l’uguaglianza e il dispotismo hanno dei legami segreti”.
 
Fuori dal programma politico, l’uguaglianza è uno dei motori dell’ascesa sociale, ma per essere il motore dell’invidia sociale.


Emozioni – Italo Calvino fa professione e proposito di rifuggirne, in un articolo, “Del mantenere la calma”, pubblicato sul “Corriere della sera” il 13 giugno 1976, nel pieno del terrorismo, a Genova e altrove (ora nella raccolta “Saggi (1945-1985”, Meridiani Mondadori, vol. II, pp. 279-284): “Sono sempre stato convinto che dall’emotività non può nascere niente di buono, in nessun caso”. Appaiandola di fatto all’ansia.  Ha appena spiegato infatti l’abitudine, quando compra il giornale la mattina, “di saltare le prime pagine coi grossi titoli”, per non reiterare la tensione creata la sera precedente dai telegiornali, che rovina il sonno e i sogni. Facendo proprio, “meccanicamente… quel dispositivo mentale di difesa dall’emotività che ogni individuo possiede per propria salvaguardia interiore”, mettendolo “in funzione ogni volta che qualcuno, noto o ignoto, vuole impormi uno stato d’animo emotivo con un fatto creato espressamente, a freddo”. Ma, facendo la tara delle aggressioni, anche simpatetiche, anche domestiche, non confonde le emozioni con l’ansia? Come ha “creato”, senza emozioni? Come si è innamorato? Come ha coltivato tante amicizie? Lui come ogni altro – lui in particolare, che da redattore di Einaudi era così attento agli autori, al lavoro degli altri, anche sconosciuti?

Sapere - e anche un po’ volere - di non avere emozioni è oggi un programma informatico, detto Intelligenza Artificiale. 

Libertà - “Soltanto i popoli la cui intelligenza non è molto sviluppata sono liberi”, argomenta lo scrittore Malaparte nel suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, alla data Ottobre 1948. Per paradosso ma non del tutto: “Quella di libertà è un’idea primordiale, un’idea molto semplice. È l’intelligenza che corrompe questa idea primordiale”.

Il ragionamento fa continuare aggiungendo: “La stoltezza di un popolo è la migliore garanzia della sua libertà”. Da un inglese si fa obiettare: “Noialtri inglesi non siamo degli stolti. Eppure siamo liberi”. Per concludete: “Voi avete speso, sperperato tutta la vostra stoltezza per diventare liberi. E adesso sperperate tutta la vostra intelligenza per perdere la libertà”.
 
Tribalismo – Il presidente kenyano Ruto in Italia, conversando con i kenyani qui espatriati, ha fatto  dello spirito sui nigeriani, dicendo che parlano un inglese che ha bisogno dell’interprete. Una battuta, per dire che gli africani sono tutti “africani”, cioè neri, ma ognuno è diverso. Senza conseguenze, non tra Kenya e Nigeria. Ma la BBC ne ha fatto un caso di persistente tribalismo – come dire: l’africa è sempre Africa.
In effetti, del tribalismo si tace, una forma di politicamente corretto. Le ultime indagini risalgono agli anni 1960, di Colin Turnbull sul “Popolo della Montagna”, la tribù degli Ik, alla frontiera tra Uganda, Sudan e Kenya, che si lasciava morire.  Ma con molti casi di fatto, che tendono difficile evitare la categoria antropologica. Il massacro degli Hutu in Ruanda nel 1994. Molta politica israeliana oggi, e la stessa Costituzione. Così come le tensioni e le guerre fra la Russia e i suoi vicini, Georgia, Baltici, Ucraina, che considerano allogeni i russi, anche se da tempo nazionalizzati, nei tre secoli di impero russo, zarista e ooi sovietico. O proprio la Nigeria, fra i tanti Paesi ancora tribali, dove il Nord si vuole islamico, anche con la forza (il terrorismo), il Sud-Est si è voluto cristiano, con l’esperienza, e la guerra, del Biafra, e gran parte del Paese si professa animista. O il Mali, dove una guerra tribale, dei Tuareg contro tutti, è in corso da molti anni. Così com
e nel Sud Sudan. Persistenti peraltro le divisioni tribali sono nel mondo arabo, compreso il Nord Africa. In Libia, e ora anche in Algeria, dove è riemersa la divisione tra arabi e berberi. Tribale è la “costituzione materiale” dell’Iraq. E ancora di più dell’Arabia Saudita, un reame di 50 milioni di abitanti che si basa unicamente su accordi matrimoniali tribali, del fondatore Abdelaziz e dei suoi figli, che si sono succeduti alla guida del regno fino al re in carica, Salman.


zeulig@antiit.eu

La transizione è inefficiente

Investimenti ingenti nelle fonti di energia rinnovabili hanno dato risultati esigui. L'agenzia Internazionale dell'energia, Aie, calcola gli investimenti in rinnovabili nel decennio 2015-2024 in 14,5 miliardi di dollari, e quelli in combustibili fossili in 11,8 miliardi. Ma la quota delle fonti fossili sul totale dell'energia prodotta è scesa solo di due punti, dall'83 all'81 per cento - in un arco di tempo più che raddoppiato, a partire dal 1990. Mentre nello stesso periodo la quota delle fonti alternative è cresciuta di quasi niente, dallo 0,1 al 2,4 per cento.
La poca produttività delle fonti alternative è legata al fattore capacità degli impianti. Ossia al rapporto fra l'energia prodotta da un impianto in un certo tempo e quella che avrebbe prodotto a ciclo continuo. Solare ed eolico scontano la discontinuità di funzionamento-produzione.

La Germania che non passa

“Vuoto politico” e “generale corruzione della vita pubblica” sono la conclusione. “In nessun altro luogo questo incubo di distruzione e dolore è meno sentito e meno discusso che nella Germania stessa” è l’inizio – “questo incubo di distruzione e orrore” è il nazismo, la guerra, i lager, lo sterminio.
Hannah Arendt nel dopoguerra tornò più volte n Germania, il tedesco celebrando come “lingua materna”. Per i motivi più vari: per ricostituire il patrimonio colturale ebraico, per ritrovare il suo vecchio amante Heidegger, sempre amato, per tenere conferenze, per ricevere riconoscimenti e premi. Ma non senza un certo malessere. Che in questo saggio, che pubblicò nel 1950 sulla rivista fondata nel 1945 dall’American Jewish Committee, e diretta da Elliott Cohen, esterna con piglio inconsuetamente radicale: “Questa generale mancanza di emozioni, o perlomeno questa apparente insensibilità, a volte mascherata da un sentimentalismo a buon mercato, è solo il sintomo esteriore più evidente di un rifiuto radicato, ostinato e a tratti vizioso di affrontare e accettare ciò che è realmente accaduto”.
L’atto d’accusa non conclude ma apre il saggio, sotto la forma dell’abstract, la sintesi, come è d’uso nella pubblicistica accademica. “L’indifferenza, e l’irritazione che ne consegue quando viene messa in discussione” la indispettiscono più che impietosirla. Trovandole, alla fine di varie supposizioni e deduzioni,  solo “una fuga dalla realtà”. Forse non voluta, forse caratteriale, ma allora peggio. Tra “vittimismo” e “generalizzazioni prive di senso” (“ah, ma allora i comunisti, ma allora…”). Salva Berlino. Benché sia, di tutta la Germania, la parte che continua a “perdere la guerra”, occupata a metà dai russi comunisti.
A volte però l’ira cede il passo alla scienziata politica. La Germania non si è rigenerata a causa della  “denazificazione”, che deve di per sé essere lacunosa, e consolatoria (“ricostituente” – “l’unica alternativa al programma di denazificazione sarebbe stata la rivoluzione”. E la ricostruzione è stata demandata alle forze economiche, le stesse di prima – “il potere restituito agli industriali è persino svincolato dai tenui controlli che esistevano nella Repubblica di Weimar”, prima di Hitler. Una critica analoga a quelle in Italia sulla defascistizzazione, con l’amnistia.
Il sindacato è debole. I partiti socialisti tedeschi “hanno una tragica storia”. Le università sono sovraffollate – da giovani che non trovano altro sfogo. Perfino il federalismo è sbagliato – la costituzione federale che la nuova Germania si è data, sull’esempio del federalismo americano: “Il fallimento dei Länder autonomi è ormai quasi un dato di fatto” – troppa indipedenza, a nessun fine. Ma non senza, anche qui, una zampata d’autore: “Gli unici legami concreti tra Bonn – la vecchia capitale provvisoria, n.d.r. – e i governi dei Länder sono gli apparati di partito”.
Uno sguardo sulla Germania realistico, non oleografico e ammirativo come è l’uso (perlomeno in Italia). Datato ma, a leggerlo, non del tutto: non i fatti naturalmente, soprattutto non “l’elaborazione della Colpa”, come dopo la guerra si imponeva, ma quella sorta di psicologia nazionale che ad Arendt dava fastidio nel 1950 è ancora viva e vegeta. Il “non sapere”, “non vedere”, mentre invece tutti vedevano e sapevano, e denunciavano. Un saggio vecchio, ma sulla Germania che non passa.
Hannah Arendt, The Aftermath of Nazi Rule: Report from Germany, “Commentary”, ottobre 1950, free online, leggibile in italiano, Le conseguenze del regime nazista: un rapporto dalla Germania).
 

venerdì 22 maggio 2026

Se Israele fa senso

Fa senso vedere in Israele dei fascisti al potere, Smotrich, Ben-Gvyr, la torva Miri Regev. Fascisti dichiarati ed eletti, cioè in regime democratico e non dittatoriale. E impuniti: la costituzione e le leggi israeliane non hanno limiti contro il fascismo?
Fascisti parte di coalizioni con altri partiti. Quindi in contiguità con molta politica israeliana, tanta da fare maggioranza in Parlamento. Gente peraltro di nessun merito, in incarichi di rango: Smotrich alle Finanze, Ben-Gvir alla Sicurezza, Regev ai Trasporti. Tre di cui nulla si sa, del cursus honorum politico, se non che Ben-Gvir è stato processato per l’assassinio di Yitzak Shamir, il primo ministro della pace – “sono stato processato 53 volte”, vanta avvocatescamente Ben-Gvir, da avvocato qual è, ma fu diciottenne rifiutato alla leva perché fascista e razzista.
Fa senso vedere l’esercito, di leva, ragazze incluse, in funzione di polizia. Nelle quali si esercita con violenza, da sbirri, senza rispetto delle regole.
Fa senso anche la giustificazione che si porta: Israele è in guerra. Israele è sempre in guerra. In una guerra che Israele vuole. Avendo sabotato almeno due accordi di pace.

Il marchio Elkann, perdite sicure

Exor in rosso di 3 miliardi, una finanziaria di investimenti finanziari e non produttivi, redditizi, fuori cioè dalle remore le oscillazioni del mercato, può destare meraviglia. Ma fa il paio con  l’investimento minimo, la Juventus, la squadra di calcio, che riesce a perdere ogni anno, da quando è da lui curata, centinaia di milioni, dopo campagne acquisti e ingaggi record per l’Italia. Mentre si parla di chiudere Maserati. E dopo la Lancia. E poi dopo l’Alfa Romero. Dopo aver liquidato la Fiat. E l’Iveco. E che dire di Ferrai – come si fa a mandare in crisi un marchio come Ferrari? O “la Repubblica”.
Sarà un destino. Una madre cattiva come la sua non c’è nemmeno nei fratelli Grimm, quelli delle favole nere. Ma i fallimenti sono troppi. Tutto quello che John Elkann tocca va a male, e non può essere destino o sfortuna.
Il capitalismo familiare in Italia ha fatto e fa faville, ma ci sono dei limiti.

La transizione è piccola e nera

Come il Calimero di “Carosello”, la transizione green dei consumi di energia resta piena di fumi, come lo era prima che se ne parlasse. E anzi di più, perché nel frattempo la produzione industriale è più che raddoppiata, enormi economie essendo entrate nel circuito produzione-consumo mondiale.
Rispetto al 1990 i consumi di carbone sono raddoppiati, quelli di gas pure, quelli di petrolio cresciuti del 50 per cento. Come dire che l’effetto anidride carbonica nell’atmosfera nei 35 anni si è raddoppiato, pur in epoca di transizione verde o transizione energetica accelerata.
Basta consultare l’“Energy Statistics Pocketbook 2026” dell’Onu. Il peso del carbone tra le fonti primarie di energia è aumentato di un punto, dal 26,3 al 27,7 per cento del totale. Quello del gas naturale è aumentato, dal 19 al 23,1 per cento. Quello del petrolio è diminuito percentualmente, dal 37,8 al 30,5, ma è molto aumentato in termini quantitativi – da un fattore 134,5 nel 1990 (in exajoule) a 191,7.
È diminuito il peso del nucleare, dal 6,1 al 4,7 per cento – pur con un aumento della capacità e della produzione, da un fattore 21,8 al 29,6. Mentre è rimasto inalterato, tra l’8,2 e l’8,5 per cento del totale delle fonti di energia, il peso del biologico e rifiuti, benché raddoppiando, quasi, di volumi, da 29 a 53,7.
Il solare e l’eolico contano sempre poco, passando dallo 0,1 per cento del 1990 al 2,4.

Amore e corna in vacanza a Tangeri

Due coppie, cresciute insieme, una con figlia e una senza, con grande dispiacere, in vacanza a Tangeri, sono assediate dalla vispa allieva del lui professore – l’altro fa il ristoratore, pratico – che a Roma, alla Sapienza, se ne è fatta l’amante, nell’ambito della Filosofia che lui insegna.
Si direbbe un dramedy, dramma e commedia, ma è un melodramma, senza la musica ovviamente. Sceneggiato dallo steso Muccino, ma col contributo determinante di Delia Ephron, la scrittrice, sorella della regista Nora, sulla trama del di lei romanzo “Siracusa” – dove le coppie sono spiccicate, ma newyorchesi, e in vacanza a Siracusa.
Un melodramma che Muccino sa dosare. Con interpreti che non si rifiutano al “dramma” borghese, specie Crescentini, Accorsi e Santamaria – ma di più funziona, anima la storia, la vivace studentessa, l’esordiente Beatrice Savignani. E grazie a una produzione robusta, che gli consente di usare a dismisura la location Tangeri, comprensiva di grandi scene di folla (almeno una sulla Grand Socco, la grande piazza che introduce alla Medina affollata in esterno giorno), dei chiostri lussuosi del Palazzo delle Istituzioni Italiane (notevole, se non unico, Istituto italiano all’estero), e dei vicoli della città vecchia desertificati per fughe e rincorse notturne.
Un dramma borghese. Non muore nessuno.
Gabriele Muccino, Le cose non dette, Sky Cinema, Now

giovedì 21 maggio 2026

Ombre - 824

Cade una “Vela” a Napoli, in attesa di demolizione da alcuni anni ma tuttora abitata, e assessore comunale e assessore municipale si indignano, contro la burocrazia, e contro “la “sorveglianza carente”. Ma dove li prendono?
Però, sono anche eletti.
 
“Italia e India, il nostro legame strategico per il futuro, il “Corriere della sera” ospita in prima pagina i buoni propositi scambiati dal premier indiano Narendra Modi a Roma con Giorgia Meloni. Sarà la solita dichiarazione diplomatica, ma non c’è nessuno in Europa che dedichi tanta attenzione all’India – nemmeno Londra, per dire, seconda patria degli indiani.
In Asia c’è solo l’Italia, dagli Emirati all’Indonesia? Come in Africa. La solita piccola o minima Italia - di cui Meloni è la controfigura fisica, sembra un teatrino. Ma mal pensato non è, anzi.
 
“Se esci di casa per uccidere i cristiani per i pm non c’è premeditazione”. Lo dice “La Verità”, però…. Anche se non sono “i pm” quanto la solita Pm che fa la Resistenza. La quale esclude anche che Choukri sia matto. Arriverà a escludere anche che Choukri abbia provato la strage?
 
Fa causa al ministero della Giustizia la presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, Nicoletta Orlandi, il giorno dopo avere assunto l’incarico: “L’ispezione sugli affidi ha esondato”. Che non vuole dire nulla, ma lei è una ex deputata del Pci, e quindi forzatamente nel giusto.
Però: il business degli affidi è di sinistra? E compresi i giornali? Il “Corriere della sera” (ben due cronisti per una notizia) e “la Repubblica” evitano di ricordare che Orlandi faceva politica col Pci.
 
Non solo l’invasione militare, ormai periodica, di Cipro, per fare prigionieri quelli della Flotilla per Gaza. E i calci in culo ai prigionieri bendati a pecoroni. Vanno di moda in Israele anche gli atti sacrileghi, di militari e civili, contro i goyim, come sputare sulle Madonne in processione a Gerusalemme, o spezzare, con applicazione, un Crocefisso in Libano. Ma solo “il Sole 24 Ore” se ne occupa. Se non è cronaca, questa – o sono questioni di Borsa, beghe di mani forti?


Curiosa la protezione di Israele, di questo Israele avventurista di Netanyahu. Ma il legame tra Stati Uniti e Israele è indissolubile, al governo e nell’opinione – considerare Israele il 51mo Stato non sarebbe un’esagerazione. Mentre Germania e Italia, i vecchi Paesi dell’Asse, devono bloccare qualsiasi iniziativa europea, di sanzioni commerciali (armi comprese), tecnologiche, accademiche, e limitare le critiche. Ma anche Russia e Cina stanno zitte.

 
Dapprima i grandi giornali, ora i siti e i social, si diffonde la notizia che l’Ucraina sta vincendo la guerra, e che la Russia è in ritirata. Che non è vero. È ben raccontato (dall’“Economist”) e si spiega (è l’EIU, Economist Intelligence Unit). E agli inviati, ignari?,  non sembra vero: uno, due, tre articoli già fatti! Ma a che fine, oltre la propaganda? L’Europa non potrà farsi carico in eterno della guerra - sia pure by proxy.
 
Sky Tg24 fa un servizio sul nazismo in Ucraina, sulle accuse di Putin all’Ucraina di essere un Paese nazista. In cui denuncia naturalmente la propaganda di Putin – senza dire che l’Ucraina non può partecipare alle feste annuali di fine guerra nel 1945 perché l’aveva combattuta con Hitler. Ma, poi, fa esercitare contro Putin grevi nazionalisti, mentre fa scorrere immagini di giovani, in camicia e in mimetica, “duri e puri”, anche col saluto nazista – senza sonoro, diranno anche “Heil Hitler”?
 
Le psicologhe di “Porta e porta”, del piccolo Giovanni Trame, affidato alla madre che non lo voleva, le tante che lucrano sui “bambini del bosco”, quelle delle perizie e controperizie del caso Garlasco, la psicologia deraglia in continuazione. Non altrove però, in Italia. Cattiva scuola? Irresponsabilità? E perché la psicologia sarebbe materia di donne?
 
L’assassinio di Kennedy, nelle ristampe storiche del “Corriere della sera”, così drammatico – anche se senza l’assassinio dell’assassino, e dell’assassino dell’assassino, grande teatro - prendeva quattro pagine. Quatro pagine sono oggi – minimo – la razione quotidiana del delitto di Garlasco.


Il presidente cinese Xi non avrà letto Tucidide, che cita, e neppure Dante, che si dice abbia studiato. Ma quanta sicurezza nella pacatezza di Xi, a fronte delle moine di Trump. Una gara tra potenze? Ma la ricetta è: imparare dal mondo. Oggi come ieri, era la ricetta di Roma imperiale, poi dei barbari, poi di Carlo Magno. Oggi della Cina, senza vergogna, che pure vanta una lunga storia. 
Guardando i due viene in mente Marco Polo. Che l’Occidente sia sbarcato in Cina per via d’Oriente, invece che per quella d’Occidente, di Cristoforo Colombo.
 
Il governo di destra candida l’ex ministro Martina del Pd al vertice della Fao – l’Italia ospita la Fao ma non ne ha mai avuto la direzione. Se non che il premier spagnolo Sanchez, dello stesso partito di Martina, non lo vuole, vuole il posto per uno\a spagnolo\a. Dopo avere appena invitato a Madrid la capa del Pd, Schlein, per farla profondersi in lodi (per la Spagna, contro l’Italia). Possibile che il Pd  non abbia un minimo di senso politico? Senza contare che Meloni per Martina si era spesa in decine di visite di cortesia (il “piano Mattei”) a capi e capataz in Africa e in Medio Oriente.
 
Solo la notizia, poche righe, senza ragioni o pettegolezzi, per Marianna Madia che lascia il Pd. Senza nemmeno ricordare che la stessa, deputata “storica” (donna, giovane) Pd dal 2008, nel 2013 denunciava il Pd romano come una “associazione a delinquere”. Lo stesso Pd che due anni dopo andava dal notaio prima, e poi si dimetteva in massa in consiglio al Campidoglio, per costringere alle dimissioni il sindaco Marino. Del Pd pure lui, ma onesto.
 
Prosegue ma senza pudore a metà maggio a Ostia il business delle licenze balneari. Chiusure minacciate, aperture promesse. Del sindaco Gualtieri - che si aspetta che lo facciano segretario del Pd. Col sostegno pieno del Procuratore LoVoi, il Procuratore Pd di Roma, che ha mobilitato per questo Carabinieri e Guardia di Finanza. Non si sgarra, bisogna passare per i canali giusti. Altrimenti, il glorioso Kursaal vada pure in mano agli abusivi.
A Ostia ne ridono, ma masticano amaro. Poi si dice la mafia a Ostia.
 
Molto femminismo, naturalmente, a Cannes, nei programmi, le dichiarazioni, le interviste, le quote rosa, in giuria e, sicuramente, nei premi. Ma sfilano solo donne vamp¸ in gran numero ogni giorno, che è il segno del successo del festival, e un po’ nude, anche molto, un po’ haute couture, monumentale. Il femminismo come “vogliamo tutto”, un po’ di glamour e un po’ di premi.
 
Joan Collins, 93 anni, spalle scoperte e guance lisce, e Jane Fonda, 88, che modella un’armatura di paillettes, a Cannes, alla sfilata delle celebrità, sono dette Generazione Silente, per essere nate prima della guerra, mentre invece sono boomers veraci, quelli degli anni 1940, che nei Sessanta e Settanta si sono presi tutto, dal 30 garantito alle pensioni baby, e all’Ssn, il Sistema Sanitario Nazionale. Con ampia opportunità, passati i vent’anni, di scegliersi il lavoro.
Per stare bene ci vuole prima una guerra?
 
Isabelle Huppert invece, 77 anni, e Catherine Deneuve, età indefinita, il giorno dopo, sempre a Cannes, copertissime fino ai piedi. Era vento freddo, all’improvviso? È sempre Francia vs. Usa? Certamente è la misura contro l’eccesso

Pace con se stessi nella guerra

La storia del comandante Todaro, comandante di sommergibili, che nel 1941, mentre perlustrava l’Atlantico col “Comandante Cappelini”, affonda una nave belga che lo aveva cannoneggiato, benché il Belgio fosse ufficialmente neutrale (in realtà, come Todaro supponeva, dacché lo aveva aggredito, trasportava materiale bellico), e poi decide di portare in salvo i superstiti del cargo affondato, con un percorso lungo, fino alle Azzorre, e rischioso, in superficie. Una vicenda vera, col lieto fine – il comandante Todaro morirà l’anno dopo colpito da una scheggia in un bombardamento aereo inglese su Tunisi.
Un film di guerra, come non se ne fanno più. Un racconto denso, drammatico, senza effetti speciali, nell’ordine dei fatti. Cominciato col futuro comandante vittima da giovane di un incidente aereo che gli frattura la schiena e lo costringe al busto rigido. Con la vita in immersione, senza uno spazio proprio. Con le lunghe giornate inattive, in attesa. Col marinaio, corallaro napoletano, che si sacrifica per disincagliare il sommergibile nel passaggio in immersione di Gibilterra. O il “Cappellini” con i naufraghi in coperta cannoneggiato da un incrociatore inglese.
Un super Favino – un fregoli, quasi irriconoscibile (senza un riconoscimento, non a Venezia né al David di Donatello né al Nastro d'argento). Una superproduzione italiana, la prima dopo qualche decennio, per un film di guerra. Col tentativo di allargare alla Marina il filone dei film della bontà in guerra, “Tutti a casa”, “Mediterraneo” (1991). E un racconto sempre teso, coinvolgente. Ma forse fuori tempo: una lavorazione complessa, nella darsena di Taranto e a Cinecittà in studio, con miriadi di ingeneri al lavoro, per un investimento di 14 miliardi, che ne ha ricavato meno di un terzo.
Edoardo De Angelis, Comandante, Rai 1, RaiPlay

mercoledì 20 maggio 2026

L’impossibilità di essere\ a sinistra

Abborda Israele in mezzo al mare
La flotilla che fa rima con guerriglia
Tenera preda fornendo al feroce
Netanyahu, dei “guerrieri della pace”.
L’abborda con cannoni finti idranti
Come fare pipì sulla spedizione
E bionde english speaking al trombone
Altoparlante, se non sono poliglotte
(Israele mille anime ha, rubacchiate), 

furenti, code di cavallo al vento,

che le manette amano ma non a letto,
E gli abbordati, se maschi, a pecoroni,

Le dame per prime trasbordando

Che sono fuscelle, se anche non belle

(ma come hanno fatto con Carotenuto

Che va sul quintale, anche se nudo).

 

Aveva Trump il presidente arcipotente
Il suo Nelson Mandela a portata di mano

Per fare il Nobel e vincere la pace
Quel Barghuti arcicattivo (captive)
Che Israele ar gabbio tiene da trent’anni
E non lo condanna e nemmeno lo accusa
Giusto per farsi e mostrarsi strafottente
Anche dei Trump che si ergono a mezzo
Che tutto posson fare, e disfare, a questo mondo
Come l’Altissimo ha fatto, male, nell’altro.

Proust incapace di amore

Un titolo antifrastico? Una raccolta per dire che Proust non sapeva di amore, o non se ne curava, o ne trattava profuso, in tutte le sue forme, ma sempre sotto l’aspetto della gelosia? A partire dalla “scena del bacio negato”, da bambino, il bacio della madre?
La “scena del bacio negato” è l’apertura della stessa postfazione del libro - della “proustiana” emerita Daria Galateria – che si può sintetizzare come lo stesso “Robinson”, che ha avuto l’idea della rassegna e la pubblica, la sintetizza: “La gelosia necessaria. Nelle oltre quattromila pagine l’autore francese ha indagato il sentimento avvilente e oscuro che ci riguarda tutti”. Compreso lui, va aggiunto, a scorrere le mille e più pagine sull’enigmatica inesistente Albertine. O le tante su Swann, fin dall’inizio - Swann, o della compassione (il solido borghese che il sempiterno “ragazzo” Marcel ambiva a essere un giorno).

Benché legato alla mamma, e con tante vice mamme, Marcel è incapace di amore, anche d’immaginarselo. Nel romanzo Albertine non parla – e non per mancanza di spazio, anzi. Di gelosia e disprezzo sì, ma non di amore. Lui, Marcel, ama e sa far parlare le donne ma da amiche e di blasoni, pettegole, vanesie, carrieriste, donne di mondo – e così pure gli uomini.
È un limite omosessuale, come si vede dagli outing, l’amore ristretto al sesso? Sembra eresia supporlo, ma era già così in Gide, in “Le Ramier”, il suo massimo in fatto d’innamoramento – come sarà ultimamente in White.
Diceva bene Beckett nel suo “Proust”, che scriveva nel 1930, a 24 anni, mentre studiava filosofia all’École Normale Supérieure, da italianista che sapeva tutto da Dante fino a De Sanctis e D’Annunzio, dava una lettura maestra di Giotto e Giorgione (il “Concerto” e la “Tempesta”), e traduceva in inglese Montale e Comisso. Il saggio forse più interessante, certo il più solido, ancora dopo ottant’anni. Che individuava il tema memoria - la “Ricerca” è “un monumento alla gloria della memoria involontaria”, la memoria involontaria ne è il leitmotiv. Ma in una celebrazione ambigua, giocata di fatto sull’ironia. O già nel 1926 Giacomo Debenedetti, il primo “lettore” italiano di Proust (il primo professionale, dopo l’estimatore Corrado Alvaro, che stava a Parigi), e individuava proprio nella gelosia l’amore di Proust.  
È una sorta di animismo che Proust pratica, spiegava Beckett, di totemizzazione (Beckett lo dice un 
féticheur): “La sorgente, l’origine di questo «atto sacro», gli ingredienti della comunione sono forniti dal mondo tangibile e grazie a un lampo di percezione immediata e fortuita. Il procedimento attiene quasi a un animismo intellettualizzato”. Dopodiché ritiene di poter fare “la lista dei feticci”, gli oggetti che scatenano la memoria: la madeleine naturalmente, le campane di Martinville, gli odori dei gabinetti agli Champs-Elysées, i tre alberi di Balbec, il cespuglio di biancospino presso Balbec, mentre si abbassa per sbottonare gli stivaletti, il pavé nel cortile dei Guermantes, il rumore di un cucchiaio contro il piatto, mentre si asciuga la bocca con una salvietta, il rumore di una tubazione d’acqua, “François le Champi” di George Sand. Una lista che, senza le rime, e le magnificenze, richiama Gozzano.
Il tutto regolato dalle “intermittenze del cuore”, di cui in “Sodoma e Gomorra”, anch’esse molto crepuscolari. Col gusto cabalistico di scartare in continuazione, cioè a folle. Nel deserto dei sentimenti. E questo è il tratto distintivo: non c’è l’amore in Proust. Anzi ne è escluso: “L’amore più esclusivo per una persona è sempre l’amore di un’altra cosa” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Oppure (“La prigioniera”, II). “Non si ama che ciò che non si possiede tutto intero”. Che, cabalisticamente e non, non succede mai – che vuol dire “possedere tutto intiero”? E dunque siamo condannati all’amore…E ancora (“Albertine scomparsa”): “Si desidera essere compresi perché si desidera essere amati, e si desidera essere amati perché si ama. La comprensione degli altri è indifferente, e il loro amore importuno”.
Peggio ancora per l’amicizia. Che origina in Proust, secondo Beckett, nella vigliaccheria: “L’amicizia non è soltanto priva di virtù come la conversazione, essa è per di più funesta” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Nei “Guermantes” l’amicizia è situata tra la fatica e la noia.
Si può dire di Proust quello che dirà Sartre trent’anni dopo, “L’essere e il nulla”: “Sono condannato a vivere sempre al di là della mia esistenza, al di là dei moventi e dei motivi del mio atto”. Che però era già Bergson, che di Proust si può pensare papà – se leggeva filosofia (e poi sarà dello straniero di Camus, ma questo non importa).
La storia di Albertine, ricalcata per intero sulla storia da Marcel vissuta con lo chauffeur Alfred Agostinelli (non memorabile peraltro, se non per il pettegolezzo), e con i tanti altri ventenni che, c
ome Agostinelli, prendeva a segretari, stipendiati, in casa, è esempio atroce di mascheratura, così prolungato. Sono questi amori finti tra finti personaggi che caricano la “Recherche” di artificio, di uno snobismo incontinente. La frase più lunga delle sue lunghe frasi è, “Sodoma e Gomorra”, Pléiade, III, 17-19, la classificazione degli invertiti. È anche il suo punto più drammatico.

Artificioso in secondo grado naturalmente, se la letteratura è artificio.
Paolo Di Paolo (a cura di), Un amore di Proust, “Robinson”, pp.176  € 9,90

martedì 19 maggio 2026

Le "sinistre" città senz'anima

Il cinema Pasquino, che a Roma è stato a lungo l’unico a proiettare i film in lingua originale, negli anni 1960, ha riaperto qualche mese fa, dopo vent’anni di abbandono, come art center, “spazio culturale che integra cinema, musica, arti visive, tecnologia e gastronomia”. Questo a marzo. A  maggio il Pd romano, capitanato da Matteo Orfini e Paolo Ciani, denuncia l’art center al “Procuratore della Repubblica Lo Voi, e a tutte le istituzioni competenti”, secondo il solerte altoparlante del “Corriere della sera-Roma” e di “la Repubblica-Roma”: “il questore Roberto Massucci, carabinieri, sindaco Gualtieri, e Mic compreso”, il ministero della Cultura - proprio così, come il Catarella della Vigata di Camilleri. Perché la ristorazione è fatta da “Pasquale «Lino» Frongia, pittore e amico di Vittorio Sgarbi”.
Lo stesso partito e gli stessi giornali che oggi denunciano la città senz’anima – e senza cibo, andrebbe aggiunto, se non dai 50 euro a coperto, giusto la gastronomia che questi  influenti media de sinistra”  propagandano: “Turismo, affare da 15 miliardi. Ma c’è il rischio di soffocare la città”. Che invece è già soffocata, tutto il suo enorme centro storico, e tutti i trasporti e i consumi, cari e senza qualità. Una Venezia in grande, senz’anima e senz’aria, e carissima. Ma non sono gli stessi che hanno fatto di Roma un mercatino che oggi compiangono la città? Senza autocritica, naturalmente. Perché un altro “affare” si prospetta, si può starne certi – questi non hanno altra anima.
Roma ha evitato con cura la nuova urbanizzazione, commerciale, di piccolo diffuso affarismo, finché c’è stata dialettica politica in Campidoglio. L’introduzione delle aree pedonali – “mercatini” all’aperto – fu controllata e circoscritta. Fino a che non vennero le “giunte Bettini” e del “campo largo”. Che hanno ridotto la città a una mangiatoia, senz’anima. In centro e fuori. Solo il business conta. Ma del piccolo interesse nudo e crudo, senza un briciolo d’intelligenza – e di moralità, ma questo non si può dire.
A Roma, del resto, come in tutta Italia, Firenze, Napoli, Palermo, e ovunque: i vecchi Pci al potere   ne hanno distrutto l’anima. Vengono in mente le “lenzuolate” dell’allora ministro Bersani – ora testimonial in ogni spiffero tv della Grande Anima di sinistra – che veicolavano l’urbanistica dei non-luoghi, la “grande distribuzione” (leggi il ricco business dei centri commerciali, delle campagne urbanizzate), e la fine del commercio di vicinato, con l’invalidazione delle licenze (il piccolo “capitale” dell’avviamento), dalle salumerie alle edicole, come inutile, caro (al confronto dei supermarket?....) e dannoso, e non un continuo, quotidiano, scambio di bisogni. Gli stessi che ora lamentano che le città non hanno un’anima. Chi gliel’ha rubata?
O è un nuovo business che si vuole lanciare, di cui ancora non sappiamo? Perché: come si è potuto arrivare a chiudere il vicinato, per quale sociologia, quale dottrina economica? Solo rendite, ricche.

La famiglia non si dissolve

Due sorelle, una attrice giovane e di successo a teatro, e una moglie e madre di un ragazzo, molto attaccato alla zia, molto affiatate tra di loro, al funerale per la morte della madre rivedono il padre, un regista famoso, che se ne era andato quando erano bambine. Molte schermaglie seguiranno: le sorelle, volti “mediterranei”, sono robuste anche psicologicamente. Come lo è del resto il padre - “se siete così brave, c’entrerò anche io”, ma detto senza cinismo.
Trier, danese-norvegese, è cittadino dell’antico Regno di Danimarca e non svedese, ma è una sorta di reincarnazione di Ingmar Bergman. Nei progetti e negli esiti. Un po’ più freddo, quasi meccanico prima, ora con la “problematica scandinava” al giusto bollore. Di amori che vanno e vengono senza eccessi, né nella passione né nella separazione. Di famiglie che si amano e poi si dissolvono, nel non detto. Della disperazione che non si manifesta se non nel suicidio. Senza entusiasmi e senza sconforti in realtà. Non gridati comunque, sottintesi. Qui allusi con l’ipersensibilità della sorella attrice a teatro, che ogni sera affronta la scena con le vertigini, salvo ogni notte il trionfo. Un mondo di sentimenti sospesi.
Il padre regista ritorna perché, dopo un lungo periodo di inattività, ha un nuovo progetto. Di cui vuole che sia la figlia attrice la protagonista. Al rifiuto della figlia prova con una star americana. Che ce la mette tutta, nella fase dello “sviluppo”, nella figurazione a tavolino scorrendo la sceneggiatura, ma poi getta la spugna. Per un motivo semplice: la prima scena sarà il suicidio della madre – che è stato nella realtà della madre del regista, della nonna. Di cui le figlie non sapevano nulla. E questo poco alla volta le riavvicina al padre, alla vecchia casa di famiglia che il padre ha voluto riaprire, al suo mondo, e al suo film.
Il passato non passa, e specialmente quello familiare. Un racconto consolante – bergmaniano ma non troppo. Mai comunque frigido, di testa – autobiografico, un mea culpa (Trier lo è stato in passato, narratore “di testa”)? Aiutato da due attrici sempre della misura giusta – espressione, gestualità, dizione: la quarantenne Renate Reinsve, la Liv Ulmann di Trier, e Inge Ibsdotter Lilleaas (il padre è lo sperimentatissimo – sembra che reciti come vive – Stellan Skarsgård). Molto premiato, anche a Hollywood.
Joachim Trier, Sentimental value, Sky Cinema, Now

lunedì 18 maggio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (633)

Giuseppe Leuzzi


Racconta N. T., che molti anni fa è passato per lavoro da Pavia a Bergamo, dove non ha vita sociale. Anche le figlie, che vi hanno fatto medie e liceo, non hanno maturato nessun rapporto e hanno proseguito gli studi fuori, dove sono rimaste. Ma anche fuori, nella provincia, che N.T. frequenta per lavoro, la diffidenza ha trovato e trova massima tra paese e paese. Sono uniti solo nel leghismo?
 
“Una cosa buona c’è”, N.T. ha un soprassalto, “che non ci sono le zanzare”. Intende dire a Bergamo. Che, certo, fanno grande la differenza con Pavia, Stradella e finitimi - zanzare e il deumidificatore in casa, che ogni poche ore condensa litri di acqua.
Ancora più grande la differenza, Pavia e Bergamo, per uno che si considera “romano”, anche se a Roma non ci ha mai vissuto.
 
Quando il mafioso era brutto, sporco e cattivo
C’era una volta il mafioso brutto, sporco e cattivo – c’era fino a qualche decennio fa, quando Enzo Biagi e la Milano editrice non ne hanno fatto un personaggio, e come un eroe, “drammatico”, “shakespeariano”, etc.. Silvio D’Amico, che di Shakespeare e di drammi se ne intendeva, carcerato a Roma per nessun motivo nell’ottobre 1943, e a Regina Coeli ricoverato per qualche giorno all’infermeria, ci trova solo squallore: “Il figuro ripugnante è quello del numero 13”, racconta nel memoir “Regina Coeli”, “che per giunta si finge pazzo (avendone del resto eccellenti motivi). È un siciliano”, ancora giovane, “fra i trenta e i trentacinque”, con un  passato impressionante di crudeltà. Il “mafiuso di repertorio, “della fu compagnia di Giovanni Grasso senior: smilzo, ambiguo, sinistro e – malgrado gli manchino quasi tutti i denti della gengiva superiore -…. con una punta di triviale civetteria: sul gilé da forzato ostenta un pullover di maglia grigia che s’è fatto da sé (egli lavora a maglia come una donna); mette volentieri in mostra le braccia tatuate; va in giro dimenandosi come un bardassone, e all’occorrenza saluta strisciante, parlandosi nel naso: «baciamo le mani a Vossìa». Fra tutte le condanne avute in contumacia, e altre condonategli non si sa come, vanta un totale di centoquarantasett’anni di galera; più due condanne alla fucilazione, ché tra i suoi delitti principali (i minori non si contano) figurano quattro omicidi. Una volta ha ammazzato un’impiegata di banca per depredarla; e siccome un ragazzo era stato testimone del fatto, ha ammazzato anche il ragazzo, poi per non lasciarne riconoscere il cadavere l’ha legato alla ruota d’un carro pesante e l’ha spiaccicato rotolandolo per una discesa. Un’altra volta, per rubare una grossa somma in una cassa rurale cattolica, ha sgozzato un prete; quindi ha trucidato il maresciallo dei carabinieri venuto ad arrestarlo”. In prigione, “di lui tutti hanno ribrezzo, e se ne scostano, ma non troppo apertamente, ché ne hanno soprattutto paura. E le prime a temerlo sono le guardie: le quali gli mandano buona anche la finta pazzia con la quale finora ha schivato la morte, e gli lasciano fare il comodo suo come a nessun altro. Se gli Angloamericani non arrivano presto, finiremo col vederlo a piede libero, in camicia nera” - i comuni contavano sulla liberazione da parte dei fascisti e dei tedeschi, entrati dopo Cassibile in possesso della città.
 
Poveri e brutti, ma con grazia
“Non credo nella vitalità dell’arte americana, neppure del teatro, che manca di grazia”, Malaparte riflette nel tardo 1948 nel “”Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 152 - anche se “La pelle” qualche mese prima, il suo maggior libro di racconti, aveva dedicato “alla memoria del colonnello Cumming, dell’università di Virginia, e di tutti i bravi, i buoni, gli onesti soldati americani, miei compagni d’arme dal 1943 al 1945, morti inutilmente per la libertà dell’Europa”. Con un rovesciamento pre-trumpiano: “La grazia è una cosa europea. La patria della grazia è l’Europa”. E “come il buon vino, che non sopporta il mare, la grazia non può emigrare negli Stati Uniti. Un giorno l’Europa, quando avrà perso la sua forza politica, militare, industriale, sarà il regno della grazia, come la Grecia di Pericle verso la fine della guerra del Peloponneso”. E così via, “il Partenone è l’opera di una Grecia già al suo declino”, e in Francia non si apprezza la grazia, “la vera forza della nostra civiltà”.
Per concludere: “Meglio della bellezza, la grazia sopravvive nei costumi. Ci sono, nell’Italia meridionale, popoli un tempo famosi per la loro bellezza, divenuti brutti, piccoli, mal fatti: hanno perso la bellezza, sopravvive in loro la grazia. È la nostra vera bellezza”.
La grazia, il garbo – potrebbe anche essere vero.
 
Quando Milano andò al governo – da Adua a Porta Ticinese
Con Adua, 1 marzo 1896, finiva il ventennio della Sinistra Storica al governo, da Depretis, 1876, a Crispi. Entrambi falliti sulla politica coloniale – l’espansione coloniale fu in Italia (come in Francia) opera delle sinistre. Quando, il 3 marzo, si ebbe notizia della sanguinosa sconfitta degli italiani di Barattieri ad Abba Garima, nella piana di Adua, Milano divenne l’epicentro delle manifestazioni di protesta, con larga partecipazione della cittadinanza.
Il re, dovendo esautorare il governo Crispi, cui risaliva la responsabilità politica del disastro, si affidò a un vecchio generale piemontese, Cesare Ricotti, critico della politica militare di casa Savoia, che denunciava come costosa e inefficiente, ma senatore conservatore e collare dell’Annunziata, nonché già ministro della Guerra, nei governi Lanza e Minghetti, 1870-1875, e Depretis ,1854-1887, declinò l’offerta. E indicò, come presidente del consiglio e ministro dell’Interno, il siciliano Antonio Starabba marchese di Rudinì, già prefetto (di Napoli), ministro e capo del governo.7 Un altro inviso a casa Savoia, ma per essere della Destra storica l’uomo del momento, dovendosi sostituire rapidamente Crispi.
Il 10 marzo il nuovo governo era formato. Concesse per prima cosa l’amnistia ai condannati per “reati militari”, cioè politici - soprattutto sindacalisti e altri manifestanti, dal precedente governo Crispi specialmente perseguiti in Sicilia e in Lunigiana, dove erano stati più attivi (la Sinistra incarcerava i lavoratori, la Destra li liberava…). Ma non prima di essersi dato un’impronta “milanese”, e cioè economicistica, e come “aziendalista” – manageriale, si sarebbe detto poi. Con Giuseppe Colombo al Tesoro, il fondatore della Edison, che aveva costruito, accanto al Duomo, la prima centrale elettrica dell’Europa continentale (portando subito dopo l’elettricità anche alla Scala), già ministro delle Finanze (delle tasse) nella prima parentesi di Rudinì all’era crispina, 1891-1892. E con Giulio Prinetti ai Lavori Pubblici.  
Il ritorno della Destra storica al governo sembrò promettente: buona gestione e niente avventure – nonché in Africa, anche con la Triplice, a fronte della militanza crispina filo-tedesca e austro-ungarica. “La Perseveranza” e il “Corriere della sera” plaudivano. I buoni cattolici lombardi si attendevano la chiusura della “questione romana”, la libertà di fare politica attiva. Insomma, un governo dalla “sana gestione”.
A luglio l’idillio era finito, ma non del tutto - Milano è volubile, ma up to a point. Colombo lasciò il governo, per prendere la presidenza della Edison, e poi anche il rettorato del Politecnico. Ma il suo posto fu preso dal veneziano Luzzatti, esperto della materia e bene accetto - con Prinetti sempre ai Lavori pubblici. Se non che Luzzatti fece della Destra il motore delle riforme: avviò la legislazione sociale, col progetto di concessione in enfiteusi delle terre incolte ai contadini poveri, creò l’antenata della Cassa depositi e prestiti, la Cassa di credito comunale e provinciale, per finanziare le bonifiche dei terreni, e introdusse l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro. A questo punto il governo “milanese” del siciliano di Rudinì si può dire finito. Ma il peggio doveva venire.
Quando il governo autorizzò l’aumento del prezzo del grano, e quindi del pane, ci furono proteste di piazza. Milano in particolare reagì negativamente. I ceti popolari e anche la borghesia. Per gli impegni finanziari assunti dallo Stato, giudicati gravosi. Di Rudinì – il re - ordinò severità, compreso l’uso dell’esercito, contro le manifestazioni. Come dopo Adua, Milano si era distinta per le proteste. Da un maggio all’altro, a due anni di distanza. E il comandante della piazza, il generale Bava Beccaris, eseguì alla lettera le indicazioni del generale Pelloux, il ministro della Guerra: fece sparare sui manifestanti, anche con i cannoni, uccidendone un centinaio, fra il 6 e il 9 maggio 1898 – particolarmente efferata la strage di Porta Ticinese.
Pelloux e Bava Beccaris saranno insigniti di commende e medaglie dal re. Milano, che non aveva amato mai i Savoia, se ne dimenticò per sempre – non manifesterà per l’assassinio del re, ma è come se. Solo trasferirà il rifiuto dal re al palazzo, al Quirinale, cioè a Roma.
 
Cronache della differenza: Calabria
Ha l’unica cattedra al mondo di mafia, di Pedagogia dell’antimafia, all’Università di Calabria, al corso ex Magistero, di Scienza dell’Educazione, per insegnanti. Ce l’ha da quindici anni, quindi avrà formato un migliaio, se non duemila, insegnanti. Ma senza intaccare lo strapotere, dicono i servizi segreti, della ‘ndrangheta, la mafia locale. Qualcosa non funziona.
 
“Ha chiuso a Bova il Don Bosco”, lamenta col “Corriere della sera” Bart Lazzaro da Brancaleone,  “l’ultimo cinema ancora aperto nei cento chilometri tra Reggio Calabria e Locri. Una terra già segnata da spopolamento e carenza di servizi essenziali”. Ora, Bova non è che servisse i 100 km – sta a 900-1.000 m. di altezza, a una dozzina di km da Bova Marina – per una strada a perpendicolo. E che il cinema si chiamasse “Don Bosco” suggerisce che restasse aperto per miracolo – Bova non conta più nemmeno 500 abitanti. E che lo hanno aperto i salesiani. La Calabria, anche i 100 km tra Reggio e Locri che in altre mani farebbero una Riviera trumpiana, come terra di missione.
 
Rocco Commisso, di Gioiosa Ionica, in America, Aldo Spinelli, di Palmi, a Genova, due che vanno via giovani, s’inventano il futuro, si arricchiscono, e arricchiscono chi capita, Commisso la Fiorentina, Spinelli il Genoa e poi il Livorno. Senza tornaconto, giusto per il gusto di fare. Voglia e capacità di fare, e un approccio irridente alla vita. Molto topico. “Ho aiutato sempre chi lo meritava”, può dire Spinelli.
 
Carlo Vulpio va in Calabria, dove per i medici cubani che presidiano i Pronto Soccorso ospedalieri Trump avrebbe chiesto l’allontanamento. Li incontra una dottoressa Suarez, “che ha lavorato in Venezuela, Amazzonia, Kuwait”, contenta e scandalizzata. “L’Italia per me era un sogno, e qui mi trovo benissimo. Ma non capisco come mai a Cuba, paese povero, del terzo mondo, negli ospedali abbiamo tutto, anche la neurochirurgia, mentre qui, mi dispiace dirlo, abbiamo trovato arretratezza e disorganizzazione”.
 
Vulpio non dice dove la dottoressa Cobas Suarez lavora in Calabria, ma il suo reportage riguarda gli ospedali della provincia di Reggio Calabria, una volta la più ricca e intraprendente della Calabria: Locri, Polistena, Gioia Tauro, Melito Porto Salvo. Si potrebbe fare della Calabra uno studio significativo sullo sviluppo (Cosenza, Vibo Valentia, Crotone, Catanzaro), e sul sottosviluppo (Reggio Calabria).
 
È una regione di feste religiose, ma soprattutto della Madonna. Ha pochi santi, e molte Madonne, a vario titolo, anche due, e tre, per paese.
Gli spazi più densi di pietà mariana risultano la Vallis Salinarum, o valle degli ulivi, l’attuale piana di Gioia Tauro, e il Mercurion, la valle che unisce Calabria e Lucania sullo Jonio.
 
Si dice Roma una città calabrese, tanti vi sono immigrati, specie nelle professioni e i commerci, nel dopoguerra. Ma la Cassa di Risparmio di Calabria aveva a Roma un solo sportello. Ce l’aveva a Prati, quartiere di cospicue sostanze, ma in zona residenziale non commerciale, una sorta di “sede di rappresentanza” – il primo taglio di Intesa quando “salvò” la Cassa. I valtellinesi erano immigrati poveri a Roma negli anni 1930, panettieri, pizzicagnoli, piccolo commercio. Ma la Popolare di Sondrio, la loro banca, si scopre ora, alla fusione con Bper, avere, solo a Roma, 32 filiali.
Si dice la povertà, ma è l’ingegno che conta – intelligenza, un minimo, iniziativa, e costanza.
 
leuzzi@antiit.eu

B.B. bella e brava

Brigitte Bardot nei filmetti di famiglia, quando erano rarissimi, prima della erra, bambina graziosa, poi ballerina provetta, l’incontro con Vadim e l’avventura del primo film. E quindi l’ondata “B.B.”, tutta la Brigitte Bardot del mito. Provocante sempre, sullo schermo e fuori, di notte e di giorno, in parole e in atti. Con i fotografi a frotte con i cannoni-teleobiettivi sempre alle costole – “una foto ti vale anche un milione”. Ma senza la perdita della privacy: gli amanti scorrono numerosi, compreso qualche marito, e anche passi difficili, come le gravidanze interrotte, e la maternità per cui “non si sentiva pronta”. E presto, prima delle rughe, già nel 1973, ai quarant’anni, l’abbandono del fotografi – niente più scandalo - e del cinema.
Si direbbe una programmazione accorta del mito, della carriera di pin-up, brillante e seducente. Ma B.B. era di più, sotto la svagatezza. Riparte ospite di una spedizione artica, per controllare la strage periodica delle foche, a conclusione della quale è la pin-up dell’animalismo, fotografata ora senza “crediti” su tutte le copertine del mondo abbracciata a un cucciolo di foca. È l’inizio della seconda vita, di paladina degli animali. Per i quali avvia un’attività politica intensa. Più spesso con la politica di destra, avendo cominciato le petizioni e gli incontri col presidente “repubblicano” Giscard d’Éstaing, e poi via via altri esponenti républicains. Per finire con Marine Le Pen. Ma anche con Mélenchon, estrema sinistra. Con chiunque la ascoltasse per conto degli animali. I titoli di coda le accreditano una dozzina di leggi e regolamenti, francesi e internazionali, a protezione degli animali, dai visoni ai polli.
Un film documentario pieno di cose e insieme svelto, senza moralismi, critici o apologetici. B.B. maliziosa e sfidante nella prima incarnazione, argomentativa e solida nella seconda. Anche nella vita d’ogni giorno, paesana, a Saint-Tropez.
Una ricostruzione che si è avvalsa della collaborazione della stessa Bardot, con l’apertura della sua tenuta Les Mandragues a Saint-Tropez, di cui era stata sempre gelosa. Quasi un testamento – il film si completava mentre lei moriva, a fine 2025. Con la partecipazione di molti personaggi che l’hanno frequentata, come Marina Abramovic e Stella McCartney, o studiata e analizzata nella sua lunga vita.
Alain Berliner-Elora Thevenet, Bardot, Sky Arte, Now

domenica 17 maggio 2026

Cronache dell’altro mondo – scristianizzate (405)

“Sono un professore di Princeton. Molti studenti non sanno nulla del cristianesimo”, scrive al “Washington Post” Gregory Conti, che a Princeton insegna Scienza Politica. Non un caso isolato, afferma: “Gli studenti delle università della Ivy League (le più prestigiose e costose, n.d.r.) soffrono di analfabetismo religioso.” E ciò ha ripercussioni sull’apprendimento e la capacità di analisi.
“Alcuni anni fa un mio collega a Princeton ha tenuto un seminario su religione e libertà di parola”. Che stentava a decollare. “Finché non scoprì il perché: aveva fatto ripetutamente riferimento ai Dieci Comandamenti, e molti studenti non sapevano cosa fossero”.

Succede anche altrove: all’università “è sempre più frequente incontrare studenti che non conoscono gli aspetti più basilari del cristianesimo, come la differenza tra Antico e Nuovo Testamento o tra cattolici e protestanti. Raramente riconoscono i riferimenti biblici presenti nelle opere di Shakespeare o nel secondo discorso inaugurale di Lincoln (o, per esempio, nel primo di Obama)”. Studenti per lo più “brillanti, coscienziosi e curiosi”.
L’ignoranza “in materia di idee religiose” rende difficile capire molta storia, e “un’ampia gamma di opere d’arte, di letteratura, di filosofia dell’Occidente” – “né Shakespeare, né Austen, né Mozart, né Rembrandt, né John Ford, né Oscar Wilde possono essere apprezzati senza una solida base nel cristianesimo”.
Una novità preoccupante, “persino per i non credenti come me”. Carl Schmitt ha potuto sostenere che “tutti i concetti politici sono concetti teologici secolarizzati”. In ogni caso “la mancanza di contatto con la religione – e in particolare con il cristianesimo e la sua storia – rappresenta un ostacolo alla padronanza di molte materie”. Nel solo campo del pensiero politico. Di Thomas Hobbes, p.es., il teorico dello “Stato laico moderno”, di pensiero “straordinariamente egualitario”, ma solo se si “possiede una certa sensibilità religiosa”. O di Rousseau, perseguitato “egualmente dai cattolici e dai protestanti”, che però può dirsi “il solo uomo in Francia che realmente ha creduto in Dio”. O di Marx, peraltro uno di famiglia di rabbini – se non altro per l’egualitarismo, o per “l’oppio dei popoli”.

La guerra per la pelle dopo la guerra

“I prezzi dei bambini e delle ragazze, da qualche giorno, erano caduti e continuavano a ribassare”. Napoli 1944, liberata cioè occupata, miserabile, e il commercio del sesso ultimo rifugio, disperato. Ma, poi, “una terribile peste dilaga a Napoli dal giorno in cui, nell’ottobre del 1943, gli eserciti alleati vi sono entrati come liberatori: una peste che corrompe non il corpo ma l’anima, spingendo le donne a vendersi e gli uomini a calpestare il rispetto di sé” - l’anamnesi migliore è quella dei curatori della riedizione, Caterina Guagni e Giorgio Pinotti. Il “romanzo” – i racconti in realtà – è di una mezza dozzina di forme di abiezione. La pelle è degli occupati, la peste, si può dire, dei liberatori.
Un “romanzo” che si vuole osceno. Ma nel senso della pietas, della umana comprensione. Che si manifesta nel racconto della nobile Caracciolo che si denuda per rivestire dei suoi rasi e le scarpine di seta la ragazza povera morta sotto le bombe: per farne alla tumulazione una Principessa delle Fate, una Madonnina.
La più terribile narrazione della sconfitta – plastica, realistica. Con l’ammonizione, in esergo, ai vincitori, l’invito alla prudenza – Malaparte è narratore dal vivo, in medias res, sa di cosa si tratta: “Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti,\ i vincitori si salveranno” - Eschilo, “Agamennone”. Una scrittura che non si dimentica.
Non una novità – se non la “pubblicazione” online dell’intera edizione Adelphi, in anastatica. Ma la conferma di uno scrittore notevolissimo. A lungo in uggia alla critica autorevole - canonica o “impegnata”, politicamente corretta, e non libera. Uno di cui Kundera poteva dire, a proposito di “La pelle” e in generale: “Con le sue parole fa male a se stesso e agli altri; chi parla è un uomo che soffre. Non uno scrittore impegnato. Un poeta”. Ma non un cinico, come si professava, qui specialmente: di forte senso morale, seppure istrionico. Non “impegnato”, anzi volutamente, polemicamente, disimpegnato, eppure un uomo del suo tempo, come nessun altro scrittore della guerra.
Curzio Malaparte,
La pelle, Adelphi, pp. 379  € 14
leggibile gratuitamente in rete
https://www.rodoni.ch/A9/malaparte-pelle.pdf