Lo studio da cui tutto cominciò, la storia di Hamnet figlio di Shakespeare, trasposta al cinema da Chloe Zhao, con qualche Oscar: “Shakespeare si dedicò per tutta la vita a sondare le passioni dei suoi personaggi e a suscitare quelle del suo pubblico. La sua abilità in questo è quasi universalmente riconosciuta come ineguagliabile, ma le fonti interiori di tale talento rimangono in gran parte sconosciute. Gli studiosi si sono instancabilmente adoperati per ricostruire almeno in parte le sue ampie ed eclettiche letture, ma la sua vita passionale – il suo accesso, attraverso l'esperienza personale e l'osservazione, alle intense emozioni che rappresenta – rimane quasi completamente misteriosa. Nessuna delle sue lettere, appunti di lavoro, diari o manoscritti (con la possibile eccezione della "Mano D" in Sir Thomas More ) è giunta fino a noi. I suoi sonetti sono stati setacciati alla ricerca di prove autobiografiche, ma, sebbene scritti in prima persona, risultano enigmatici, sfuggenti e probabilmente volutamente oscuri.
Greenblatt, academico americano, italianista emerito, l’autore de “Il manoscritto”, sottotitolo italiano “Come la riscoperta di un libro perduto cambiò la storia della cultura europea” (su Marsilio Ficino e la caccia ai testi antichi), e poi studioso di Shakespeare, ha provato a chiarire il chiaribile. Questo saggio, pubblicato oltre vent’anni fa, sulla rivista il 21 0ttobre 2004, è ora riproosto in libera lettura per il ritorno al conema della favola del figlio Hamnet che diventa Hamlet.
Onestamente, parte dalla mancanza di documenti o prove. Pur mettendoci la massima cura: “Nel corso dei secoli, tra febbrili speculazioni, le riflessioni più convincenti sulla presenza della vita emotiva di Shakespeare nelle sue opere teatrali – in primis le brillanti pagine di James Joyce nell'Ulisse , ma ce ne sono molte altre – si sono concentrate su Amleto . Questa attenzione biografica a un'opera derivante da materiale riciclato e scritta per il palcoscenico pubblico sembrerebbe intrinsecamente inverosimile, se non fosse per l'impressione travolgente, sia sui lettori che sugli spettatori, che l'opera debba essere emersa in modo insolitamente diretto dalla vita interiore del drammaturgo, anzi, che a tratti il drammaturgo stesso avesse a malapena il controllo del materiale a sua disposizione. In ciò che segue cercherò di ricondurre Amleto a una esperienza personale di dolore e di delineare una strategia estetica a lungo termine che sembra essere scaturita da tale esperienza.
Stephen Greenblatt, The Detah of Hamnet and the Creation of Hamlet, “Tne New York ReviewW, free online, leggibile anche in italiano, La morte di Hamnet e la creazione di Amleto)
Nessun commento:
Posta un commento