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lunedì 8 dicembre 2025

Amore e morte nella topaia

Una miniserie a forte impatto emotivo, con tentativi di stupro, adulteri, due assassinii e un suicidio. Un dramma, una serie di drammi, per niente, per nessun motivo e nessun obiettivo, se non la voglia da “piccolo-borghese provinciale”, come si sarebbe detto una volta (la solita Bovary, più che lady Macbeth), di andare a letto con chi vuole – insomma, amore e morte. Sopraffatto da una musica debordante, come nelle cavalcate dei film – Šostakóvič fu fertile autore di musiche da film, all’opera è arrivato praticando da ragazzo questa arte: mai una pausa, un idillio, un sospiro.
Chailly, l’orchestra e il coro della Scala esaltano il ritmo della scrittura musicale. La messinscena e gli interpreti l’appannano. L’appiattiscono in una sorta di commedia all’italiana. No, di attardato, o neo (v. il cinema coreano)  neorealismo: troppi corpi sfatti, di cinquanta-sessantenni, per una regia che li vuole preferibilmente in canottiera sudaticcia alla Bossi, e anche nudi. E la poesia si perde. Anche il dramma, lo scontro degli opposti egotismi. Si salvano i personaggi di contorno, per voce, intonazione e gestualità: il basso Alexander Roslavets, suocero di Lady Macbeth, Ekaterina Sannikova, brillante “operaia”, concupita dagli omaccioni, il baritono-basso Ivan Shcherbatykh, il capo-reparto che la palpeggia. Le voci principali, Sara Jakubiak e Najmiddin Mavlyano, la Lady e  l’amante Sergej, sono incolori. Per effetto della scena, dei costumi, dei debordanti poignets d’amour? Lei ha un giustificativo: deve lavorare molto, per tutt’e quattro gli atti, su più di un registro.
Si vuole “Lady Macbeth” un’opera femminista, ma non lo è. Lei difende, sì, una serva da un tentativo di violenza sessuale. Ma è, si sente, colpevole, perfino di fronte a una polizia corrottissima. E muore per i dispetti di un’avida e furba compagna di sventura in Siberia. Semmai, un’opera libertina. Sarebbe, con altro approccio registico che non questo alla Scala.
Una critica della “Pravda”, il temibile giornale del partito Comunista Sovietico, alla prima stagione dell’opera, nel 1936, che si vuole scritta o dettata da Stalin, una stroncatura senza appello, ne ha fatto un oggetto di culto. E per molti aspetti lo è ancora. Per il soggetto: non si è osato nulla di drammaticamente così ardito. E per la tensione sonora, che è costante. Ma, si direbbe, da vera “musica da film”, su una partitura a un solo tempo, se ci fosse, l’“incalzante”. Qui peraltro su fondo ammosciante.
La regia, molto vantata, di Vassily Barkhatov (lui, sì,
personaggio da “Lady Macbeth”, con un gigantesco ciuffo biondo a volute molto curate – ogni “uscita” gli deve prendere molta cura), ambienta il dramma in una topaia. Anche nelle scene in cui, per dire l’affluenza che circonda la Lady, si sta dentro un ristorante apparecchiato, di molti tavoli. Un fondale grigiotopo. Per lo più di luci spente. E costumi marroncino.

Undici minuti di applausi, ma alla Scala alla prima sono ormai obbligati. Pochi alla tv, pochissimi per Rai1, meno di un milione.
Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič, Lady Macbeth del distretto di Mcensk, Teatro alla Scala

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