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sabato 4 luglio 2026

L'Iran si fa grande con l'America

Sembra una farsa, e lo è, una sfida ghignante, ma non del tutto, l’Iran degli ayatollah che gareggia con l’America anche nelle celebrazioni del 4 luglio. Ai 250 anni della democrazia più grande del mondo opponendo il funerale dell’ayatollah Khamenei - un religioso nemmeno di tanto prestigio. Al solito modo ormai rituale da quasi mezzo secolo, di masse di erinni che occupano le piazze ululanti e sfidanti – pagate, anche se non in denaro (il ruolo delle masse femminili nelle piazze del khomeinismo, a partire dal 1978, non è stato studiato e invece è interessantissimo).
Il ruolo dell’antiamericanismo, il Grande Satana, è centrale nella mitografia khomeinista perché radicato nel colpo di Stato americano, della Cia, contro il governo Mossadeq a Ferragosto del 1953 – con lo scià parcheggiato a Roma mentre i suoi generali arrestavano il suo primo ministro, reo di avere nazionalizzato l’industria petrolifera. C’era la guerra fredda, e Mossadeq fu accusato di avere tramato con il Tudeh, il partito Comunista in Iran. Il “tradimento” americano è una ferita ancora viva in Iran.
È una sorta di odio-amore. L’America aveva suscitato, e mantiene tuttora, grande richiamo in Iran, sostituendosi innovativamente all’imperialismo vecchio stile britannico – democratico e  coinvolgente invece della puzza al naso. Ma è come un amore tradito. L’America resta il maggior collante politico in Iran, anche per il regime autocratico e jihadista. Negli esiti della guerra si può vederlo anche in positivo: Teheran, che ritiene di averla vinta, non infierisce contro Trump - se ne attende grandi cose.
 


Tutto è facile per l’assassino seriale

Nell’America degli anni 1980, quando il sogno adolescenziale era la moda, le giovani modelle e aspiranti modelle sono minacciate da un killer.
Un film tutto al femminile, anche la sceneggiatura, di Christine Conradt. Didascalico. Sugli adolescenti di oggi, Genereazione Z o Alpha, senza radici e senza ambiente. Ma basato su una “storia vera”, a Los Angeles nel 1984. In ambiente quindi radicalmente diverso, con una famiglia attennta e presente – sarà risolutiva nel dramma. La quindicenne Alina Thomson assolutamente vuole diventatre una modella, e per questo finisce nelle reti di un suadente fotografo, killer seriale – questo lo sappiamo subito, una precedente aspirante modella la uccide subito, con un coltellaccio, alla prima sediuta fotografica.
Michelle Quellet, La ragazza che ho sempre desiderato, Rai 2, RaiPlay

venerdì 3 luglio 2026

Problemi di base stupidi - 922

spock


“La stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità”, Dietrich Bonhoeffer?
 
“Contro la stupidità non abbiamo difese”, id.?
 
“Lo stupido è sempre pieno di sé”, id.?
 
“Lo stupido è capace di qualsiasi malvagità, essendo incapace di riconoscerla come  tale”, id.?
 
“La potenza dell’uno richiede la stupidità dei molti”, id.?
 
“La stupidità non può essere vinta con la pedagogia, ma solo con un atto di liberazione”, id.?

 
spock@antiit.eu

L’imbarbarimento esiste, nel terzo millennio, in Afghanistan

C’è, c’era un altro Afghanistan, colto se non gentile – e come dubitarne se ci era passato Alessandro Magno, la Battriana, un regno indo-greco, pensare, lasciando così tante tracce, a Kandahar, Ai Khanum eccetera. Ma ciò che sorprende nelle immagini di “Overland”  è, dopo Bamyan, la civiltà islamica: il minareto vertiginoso di Jam, la cittadella di Herat, la moschea del Venerdì, la moschea Blu. Tutto nascosto, anche cancellato, Bamyan, da islanci tanto barbuti quanto stupidi – stupidi più che ignoranti, inetti a tutto. Padroni del Paese da generazioni ormai.
La barbarie esiste e resiste, la freccia del tempo va anche all’indietro. Tanta barbarie e inettitudine oggi sarebbe inimmaginabile, se non fosse al lavoro, in Afghanistan.
Il mondo con gli occhi di Overland
, Rai 3, Raiplay  
 

giovedì 2 luglio 2026

L'Africa prolifica, in fuga da se stessa

Il Paese col più grave problema immigrati è il Sudafrica. Che non è ricco e ha molti disoccupati – ha un reddito pro capite relativamente alto per l’Africa, 7.500 dollari, ma con una distribuzione molto sperequata e grande disoccupazione urbana. Ha del resto una popolazione ragguardevole, 65 milioni, e un confine terrestre di poco meno di 5 mila km – molto più lungo di quello Usa-Messico, poco più di 3 mila km.  
In Africa figura un reddito medio di 2 mila dollari. Ma medio per modo di dire: si va dai 27 mila di Mauritius ai meno di mille dell’ex Zaire o Congo-Kinshasa, ora Repubblica Democratica del Congo - cui fa capo la ricca provincia mineraria del Katanga.
Il Sudafrica figura un eden per il resto dell’Africa, dalla zona temperata fino all’equatore e oltre. Gli immigrati arrivano in Sudafrica dal Mozambico, dall’Angola, dallo Zimbabwe – un tempo, quando era la Rhodesia, un Paese quasi ricco, ridotto in miseria dopo l’indipendenza.   
L’Africa migrante in Africa è un non tema. Pur essendo anche, oltre che povero, il continente a un tasso esplosivo di fecondità, 4,3 figli per donna in età fertile. Con una popolazione di un miliardo e mezzo, che era poco più della metà nel 2000, poco più di 830 milioni. Con un’età mediana di meno di vent’anni, 19,5.
Un continente quindi “condannato” all’emigrazione. Che però non interessa nessuno, né i letterati né i politici: un grande continente che sta sempre lì a “scandalizzare” già da qualche secolo, dalla tratta e poi dalle colonie.

È tempo per un nuovo Plaza, con la Cina

E dunque se ne parla, di un nuovo Accordo del Plaza. Una riedizione di quello che incoronò la presidenza Reagan nel 1985, perseguito senza dirlo da Trump 2, con i dazi, e la svalutazione forzata del dollaro. Se ne discute, si farà.
Allora il fellone era il Giappone, concorrenza imbattibile con un cambio adulterato. Il Giappone di oggi è la Cina, ben altra dimensione, ma la stessa filosofia: commerciale e non di potenza.
Analoga anche nei dettagli. L’ultima offensiva commerciale cinese, analoga a quella nipponica degli anni 1980, è automobilistica – analoga in tutto, se non per un fattore molto peggiorativo, che l’industria cinese dell’auto è cresciuta con fortissime iniezione di sussidi e di protezioni statali.  Pechino non ha nemmeno tentato, dati questi presupposti, lo sbarco in America – si accontenta di invadere l’Europa, il mercato più ricco e più indifeso (grazie anche alle postazioni che sono state create nella stessa Cina dai fabbricanti europei, VW e Stellantis, con investimenti diretti e joint-ventures).
Ma questo riguardo o prudenza non salverà Pechino, reduce da esportazioni sempre più record, malgrado i dazi, negli Usa e in Europa, anche quest’anno. Un riallineamento dello yuan è solo da accettare, non è in discussione.

Quando Silicon Valley abbatté l’informazione, con la pubblicità

“Già allora, all’inizio del Duemila, non era più il mio mondo”, lamenta dell’America, della California di Silicon Valley, sul “Corriere della sera” Federico Faggin, l’inventore del microprocessore (chip), che ha scelto di tornare in Italia dopo 57 anni. Per “mio mondo” intendendo “quello dell’hardware, delle cose che funzionavano”, innovavano realmente, “non il,software per fregare gli altri”.
Per “fregare” forse è forte, ma per vendere pubblicità no: cullando il pubblico con finti servizi – personali, “familiari” o generazionali, di gruppo, d’interesse. Circuendo, alla fine, e dominando l’informazione. Seppure su basi così maldestre, per quanto male intenzionate – giusto per invogliare a comprare, qualcosa.
Più che il chip, è stato questo il cambiamento epocale: l’abbattimento dell’informazione. Da forme di comunicazioni veritiere (controllate, provate, spiegate) a forme subdole, mediate dal commercio e dalla pubblicità. Lo scadimento o “reificazione” dell’informazione, e quindi dell’opinione pubblica, intesa come opinione critica – vigile, sperimentata. Un cambiamento effettivamente epocale, per un mondo come di automi, che reagiscono per riflessi condizionati.
L’addiction ai social non è studiata, ma è una forma di dipendenza forte. Per molte ore ogni giorno. Su ogni tipo di “informazione” veicolata. 

Libertà di finanziamento politico in Usa per i gruppi di pressione

Le leggi federali negli Stati Uniti restringono molto la possibilità per i partiti di finanziarsi con donazioni private, e di finanziare con questi fondi le campagne elettorali. Ma i Pac (Political Action Committee) e i Super Pac, organizzazioni private create per raccogliere fondi da utilizzare per campagne elettorali mirate a uno scopo, ne sono esenti. La Corte Suprema ha confermato nell’ultima decisione che questa libertà di finanziamento è parte del diritto all’informazione, della libertà di opinione. Suscitando l’allarme del partito Democratico – è la possibilità di finanziarsi senza limiti, p. es., che ha favorito le vittorie elettorali di Trump.
Graham, pastonista quotidiano online del periodico, anti-Trump e filo Democratico, arguisce che della conferma della Corte Suprema potrebbe e dovrebbe giovarsi il partito Democratico, favorendo la gemmazione di Pac e SuperPac a sostegno – una sorta di “mille fiori” democratici fioriscano.
Pac e SuperPac sono i vecchi “gruppi di pressione”, che il politologo svizzero Jean Meynaud tracciava già negli anni 1960 a Scienze Politiche a Parigi, come una novità anti-politica.
Graham  ricorda che la decisione della Corte Suprema conferma una sentenza della stessa Corte nel 2010.  No, la sentenza è del 2008, e riguarda le primarie Democratiche, poi vinte da Obama, per le quali un Pac proponeva un film documentario anti-Hillary Clinton, che concorreva anche allora – il comitato elettorale della Clinton perse la vertenza e il documentario si poté diffondere.         
David A. Graham, A Supreme Court Decision that might Improve Politics, “The Atlantic”, free online, leggibile anche in italiano, Una decisione della Corte Suprema che potrebbe migliorare la politica)

mercoledì 1 luglio 2026

Cronache dell'altro mondo - social (409)

I social sono diventati il mezzo pubblicitario e di informazione prevalente in America.
Metà degli americani si informa in rete, da fonti online. Che in tre casi su quattro (il 75 per cento) sono informazioni visuali, video.
I video più visitati sono quelli che trasmettono paura. Il genere più in crescita, sia come numero che come click.
All’interno dell’informazione elettronica, i messaggi di paura, rabbia e odio sono i più produttivi commercialmente  - i più visitati, “virali”.

Dirsi eretico

Alla rivisitazione, un libro di macerie.
Dirsi eretico?
Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico,
Garzanti, pp. 352 € 16
 

martedì 30 giugno 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (637)

Giuseppe Leuzzi

“A Mosca, per principio e da secoli, nessuno dice mai nulla”, Giuliano da Empoli, “Il mago del Cremlino, p, 13. Omertà? “Nessuno sa nulla in Russia”, da Empoli insiste qualche pagina dopo. Poi si fa raccontare tutto per 300 pagine, da un moscovita “tipico”. Omertoso è l’avversario, quando è in mano nostra.
 
Domenico “Mimmo” Berardi, il calciatore, fa la cronaca sulla “Nazione” per essersi fermato, a Forte dei Marmi dove villeggia con la famiglia, a soccorrere, sotto la calura, un rider caduto con la bici e un po malandato. È però vero che altri non si sono fermati, malgrado le insistenze di Berardi per chiamare l’ambulanza. La differenza è che Berardi è meridionale (è calabrese) e non padano, benché giochi nel Sassuolo, e trova quindi naturale fermarsi a prestare soccorso?
 
Del “rispetto” il maestro Muti ricorda della madre, che da napoletana trapiantata in Puglia lo pretendeva con la “sc” – riscpetto. Usa ancora, e non soltanto a Napoli, un po’ in tutto il Sud: c’è la funzione, il ruolo, la personalità, per quanto minima, “di riscpetto”.
 
Tanti calciatori della Fiorentina con mercato questa estate hanno preferito restare a Firenze. Non per la città, che non ama più la sua squadra – complice anche la ristrutturazione dell’“Artemio Franchi”, lo stadio, interminabile con la scusa che è “storico”. Per la proprietà, l’imprenditore calabro americano Rocco Commisso, i suoi eredi, la moglie e i figli. Avendo questa proprietà speso moltisismo per il club - oggi mantiene una rosa di ben 49 calciatori, tra cui sette portieri...., non lascia fuori nessuno..
La città è invece rimasta con i Della Valle, che gestivano la Fiorentina (al risparmio) per promuovere un gigantesco progetto immobiliare, attorno a  uno stadio nuovo. Tramontato il quale si sono defilati.  Decisamente l’Italia è duplice, se non multipla.
 
“Il Ponte sullo Stretto? Fondamentale, come le Piramidi”: non ha dubbi l’egittologo principe del Cairo Zahi Hawass, invitato a Taormina. In effetti. Solo che gli Egizi erano gente seria, non davano gli appalti per interminabili rinegoziazioni a ogni pietra (per “lavorare” con lo Stato).
Anche gli egiziani moderni, mollaccioni per gli altri arabi, volevano Assuan e l’hanno fatta, trasferendo mezzo mondo. Ci vuole poco, in effetti: uno Stato. Le Piramidi furono “fatte”, non rinviate, in 28 anni, per il Ponte siamo già a una quindicina, di chiacchiere, pagate – è il “progetto”.
 
Il Bar del Sud
Il “Sud” dava fastidio al giovane Flaiano recensore a proposito di un film franxese, di CharlesVanel, 1939, intitolato proprio “Il Bar del Sud”. Perché riempito di paccottiglie. Che trova assommate nelle “corrispondenze” di un certo Solino, “Cose del mondo”: “Oltre ad abbozzare un grazioso studio psicologico sulla natura degli elefantui, descrisse tali meraviglie di draghi, fontane sonore, fuochi, basilichi e ciclopi da impensierire chiunque”. In aggiunta alla favolistica da “Mille e una notte”, tra “beduini e baiadere”. Senza farsi mancare, beninteso, qualche “verità darwiniana” - “i pigmei «ghiottissimi di sale» e gli uomini scimmia”. Nonché “il «romanzo verista coloniale», con gli inevitabili “sviluppi del «mal d’Africa»”, i “torbidi «insabbiamenti»”, “le lotte tra istinto e coscienza, problemi morali e sessuali di terza classe”.
Sud, basta la parola.
Il fim in questione, peraltro, non poteva non irritare Flaiano, che pure era andato a  vederlo sicuro di di “una full immersion nella paccottiglia africana”, a quello che se ne può vedere (poco e male) su youtube. Il colonialismo era stupido. E il leghismo?
 
Parlate, parlate, l’amico vi ascolta
Uno si ritrova a tifare per il Ponte, che non interessa a nessuno, pare impossbile in un Paese corrotto come l’Itaia, e che deturperà la Costa Viola, che non ha nulla da invidiare alle celebrate Cinque Terre, solo per leggere su “la Repubblica”, giornale all’orecchio delle Procure, lo squallore delle accuse-non-accuse su courtier di varia natura che girano attorno al Ponte, a proposito del parere negativo che la Corte dei Conti, sommo tribunale, si apprestava a dare sul progetto del Ponte: 

https://roma.repubblica.it/cronaca/2026/06/25/news/ponte_stretto_inchiesta_salvini_intercettazione_ciucci_totocalcio-425434300/

Un fatto di malaffare. Che i giudici cioè agiscano di concerto, quelli di una certa parte politica, contabili e penali, non nel merito della questione che giudicano, ma sulla loro “obbedienza”. Registrando e divulgando le conversazioni degli avversari politici. Un verminaio - . un trojajo.

La cronaca i cronisti plurimi che il quotidiano ha fiondato sullo “scandalo” concludono, senza ironia?, con l’intercettazione principe dello “scandalo”, lo scambio cui alcuni dei malviventi del Procuratore Lo Voi si lasciano andare a proposito di un intervento di Salvini ministro all’“evento” romano “Un Ponte per crescere”: “Penso che alla fine verrà”, dice uno, “perché è importante. Mi ha scritto comunque. Ha detto: «Se i magistrati vogliono la guerra, guerra sia. La Corte dei Conti”, prosegue l’intercettato ora perseguitato da Lo Voi, “vuol far pagare al governo la riforma che si sta facendo della Corte dei conti, che limiterà moltissimo i poteri della Corte. Questa è la risposta”. Cioè il parere negativo del giorno prima sul progetto del Ponte.
Un “pezzo” che non si sa a carico di chi, se degli amici di Salvini, di cui Lo Voi chiede la condanna, oppure non della Corte dei Conti, che boccia il Ponte il giorno prima dell’“evento” che lo celebra, o della Sicilia sbarcata a Roma, da Pignatone a Lo Voi tramando trame.
Pignatone, Lo Voi, la vecchia Dc, sempre al comando, ora al coperto del Pd. Vecchia Sicilia invereconda. Con “la Repubbica”, il giornale ex di Scalfari, ridotto a depositorio degli angiporti, del fiato caldo, dell’aria viziata delle Procure. A fini politici che poi sono di carriera assicurata: laticlavi, avanzamenti, vitalizi (al livello del presidente della Repubblica, 240 mla euro). E di pettegolezzo – il famoso gossip che ha preso il posto del giornalismo. 
 
Il Regno delle scommesse
Il gioco d’azzardo è una piaga, il gioco d’azzardo online è una piaga soprattutto al Sud. “Il libro nero dell’azzardo”, la rilevazione (quasi) anuale che Federconsumatori e Cgil Modena fanno ogni anno dell’“investimento” nell’azzardo dà al Sud un primato imbattibile.
Campania, Sicilia e Calabria capeggiano la classifica regionale. Con puntate complessive, online e fisiche, di 14 miliardi in Campania, come in Lombardia (popolazione e reddito doppi), di 11,8 in Sicilia, di 4,6 miliardi in Calabria. Su un totale scommesse Italia di 100 miliardi, il Sud e le isole, un terzo della popolazione, ne hano puntati 46.
Napoli e provincia (la “città metropolitana” di Napoli) è la capitale indiscussa dell’azzardo, con 11,65 miliardi – Roma la supera,12,8 miliardi, ma con una popolazione, di residenti e non, quasi doppia. Milano la ricca, con residenti quasi uguali, segue a distanza di un paio di miliardi, ne ha spesi 9,4.
Palermo, Salerno e Caserta esibiscono “dati annuali”, dicono gli estensori del rapporto, eccessivi: Palermo ha “investito” 4 miliardi e mezzo, Salerno 4,2, Caserta 3,8.
In termini regionali, “nel solo online, ogni residente in Campania, neonati compresi, ha «investito» 2.527 euro, in Sicilia 2.472 euro, in Calabria 2.436, in Molise 2.288. “L’ultima delle province per abitanti”, Isernia, è “la prima per quanto giocato nell’online, nella fascia d’età 18-74anni”: 4.074 euro – “quasi quattro volte le province venete di Vcenza, Belluno e Rovigo”. Subito dopo, “poco sotto i 4.000, le province siciliane di Messina, Siracusa e Palermo. Nei primi dieci seguono Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Salerno, Napoli e Catania”.
Passando dalle province ai capoluoghi la classifica è sempre la stessa: primo il comune di Isernia, con 6.307 euro pro capite in età maggiorenne. Seguito dai comuni di Messina, Siracusa, Crotone, Reggio Calabria,Vibo Valentia e Catania, tutti al di sopra dei 4.000 euro pro capite.
C’è tanto risparmio, dunque, al Sud? E tutto va nelle scommesse? Come una voglia di distruzione -cupio dissolvi. Ognuno è causa del suo male? Non se ne può essere certi. Però.
Un risparmio di 4-5 mila euro l’anno, in una famiglie di due-tre adulti, farebbe un cospicuo capitale. Si vuole del Sud che sia risparmioso e applicato (testardo, cocciuto). È invece volage – noncurante e sprecone. 


leuzzi@antiit.eu


Se la Russia è sempre zarista

La Russia è sempre quella di Custine, due secoli, quasi, fa – quatro volumi,1,130 pagine: “Per grande che sia questo impero non è che una grande prigione , e l’imperatore che ne detiene le chiavi ne è il guardiano, ma i guardiani non vivono molto meglio dei priginieri" E: “I Russi tengono molto meno a essere civilizzati che a far credere di esserlo”. La Russia, anche quella “democratica”, è sempre quella di Rossellini, nota da Empoli, della Francia di Rossellini didascalico in tv, nel 1966, col lungometraggio “La presa del potere da parte di Luigi XIV”: tutto ruota attorno al potere. Il denaro e la violenza come l’intelligenza, in ogni sua forma di eccellenza, un tempo aristocratica oggi finanziaria, intellettuale, artistica. Una lettura non sorprendente, quindi, se così è – ma forse no, la lettura non è scontata.
Al modo delle “biografie” in cui eccelle Emmanuel Carrère, da Empoli, scienziato politico tourné narratore, analizza e ricostruisce i metodi e gli apparati della Russia di Putin. Facendone il modo di essere e di pensare, seppure criticamente, di un Vadim Baranov – che (si) dice tutto in una notte, tutto Putin dall’A alla Z. Finendo, un anno prima della “Operazione Speciale”, l’attacco all’Ucraina, per darla come fatta – con più successo di quanto invece non abbia avuto di fatto (ma impennando con tanta lungimiranza le vendite del libro).
Una ricognizione dei fatti che hanno scandito i poco meno di trent’anni di putinismo in Russia, fatta con cognizione di causa. Con l’accesso a molte carte segrete, evidentemente. In teoria svolta da un personaggio vero, così si dice, dietro il “Baranov” narratore: il consigliere (spin doctor) di Putin per lunghi anni Vladimir Surkov, artista rap, scrittore, regista teatrale, produttore tv, che ha accompagnato l’ascesa dello “zar” da San Pietroburgo a Mosca, fino al 2015: dal passaggio improvviso dall’anonimato alla politica, come il nostro Giuseppe Conte, anche se con più gradualità, all’ascesa a fine millennio rapida alla sommità del potere al Cremlino.
Un personaggio, curiosamente, col quale da Empoli avrebbe più di un connotato in comune, non per le attività manageriali o ludiche, ma in quelle di spin doctor, essendo stato il consigliori di Matteo Renzi al passaggio da Firenze a Roma una quindicina d’anni fa, prima che cattedratico di Scienza Politica a Parigi.
Quanto alla Russia, è forseo qualcosa di diverso da quella di Custine, sicuramente di più. La Terza Roma, dopo Costantinopoli. Italianista nel Cinque-Seicento. Poi tedescofila, poi francesizzante. Parte del concerto europeo, nel bene e nel male, nelle guerre napoleoniche, nella Santa Alleanza, nelle grandi guerre europee del Novecento. Animatrice, nel bene e nel male, dell’utopia comunista  per olte mezzo Novecento, in Europa e nel mondo. Parte avanzata nel Novecento del progresso scientifico e tecnologico. Comunque non molto chiusa in se stessa se, come da Empoli ricorda, Nesselrode ne fece la politica estera per quarant’anni senza sapere il russo – nato a Lisbona, bisogna aggiungere, da un nobile tedesco ambasciatore dello zar in Portogallo.     
La Russia naturalmente non è quella di due secoli fa – ammesso che de Custine ci vedesse bene. Come potrebbe? Lo stesso Baranov-da Empoli se lo dice a un certo punto: “L’imprevisto è sempre stato una delle grandi qualità della vita russa”. E poi, tre pagine dopo: Stalin risulta sempre il più popolare ai sondaggi fra i personaggi tv. E poi ancora, al riccastro Berezovskij, che si vuole inventore di Putin, non fa attribuire ai russi, indelebile, un senso di comunità, di patriottismo forte? È che la sociologia politica, quella sì, non ha prodotto sulla Russia nulla di meglio del marchesino complessato de Custine. La letteratura del lunghissimo dopoguerra, sul sistema sovietico e dopo, è illeggibile: qui c’è il partito, qui c’è l’esercito, qui c’è il governo, tutto statico e niente animato. Anche gli studi sul totalitarismo, dopo Arendt, sono asfittici. Si era in guerra, seppure “fredda”? No, lo stesso avviene con la Cina, che pure è sempre stato e resta un Paese apertissimo. A condizione di voler uscire dalla morsa bellicosa – dalle analisi securitarie (o forse solo da Montesquieu, tre secoli fa, dalla pigrizia). 
Un racconto vivace ma realistico. Putin non ne esce male, se non per i passaggi obbligati. Specie per l’attacco americano costante - con l’Europa inesistente al traino. Di cui il Baranov-da Empoli tratteggia nei §§ centrali, il 18 e il 19, le perfidie. Sotto forma di libertà d’informazione, con le connesse “rivoluzioni” arancione (o vilola?). Orientate e pagate, qui si dice, dalla Cia, dal Dipartimento di Stato, e da fondazioni Usa tipo la Open Society di Soros.
E da Empoli non tiene conto del Brzezinski di trent’anni fa, “La Grande scacchiera”, in cui c’era tutta l’attualità, la guerra alla Russia tramite l’Ucraina, e la pusillanimità della Ue. Di certo c’è che l’Europa non ha realizzato – il Baranov-da Empoli non ne tiene conto - quello che il “polacco” Brzezinski sapeva d’istinto, che l’Europa è alla merce degli odi tribali tra slavi, Russia, Polonia, Ucraina usw (oltre che baltici).
Giuliano da Empoli, Il mago del CremlinoMondadori, pp. 240, ril. € 19

lunedì 29 giugno 2026

Ombre - 828

“«Piano Mattei», mobilitati 1,2 miliardi. Raddoppiati i Pesei nel perimetro”. Con assicurazioni Sace (all’export) per 4 miliardi di euro, un effetto leva (moltiplicatore) “con grosse istituzioni come Banca Mondiale” etc., e partnership con Paesi importanti, le monarchie del Golfo, il Giappone, la Corea del Sud. Di questo si legge, uso bollettino, solo sul “Sole 24 Ore”. È tale il provincialismo dei media,dell’opinione pubblica, che non si sa nemmeno che l’Italia ha avviato una politica africana della Ue, niente di meno – in attesa che se ne vari una “mediterranea” (in attesa da mezzo secolo). Ed è proprio ignoranza (insensibilità), non sinistra-destra. .
 
È marginale, ma caratteristico e caratterizzante, il trattamento americano della squadra di calcio dell’Iran al Mondiale negli Stati Uniti. Una squadra, peraltro non di trinariciuti, a cui ogni vessazione è stata imposta. Con l’entrata consentita in territorio americano dal Messico solo per la partita. Dopo un  volo magari di 3-4 mila km – non due giorni prima, non un giorno prima, per una sgambata. Il mondo teme gli Stati Uniti, non li ama – non si fanno amare.  
 
“Il Csm «salva» Emilinao”. Ha trovato un trucco per consentire al giudice ex presidente della Regione Puglia di restare in politica, come consulente, invece di rientrare nei ranghi come giudice, espulso dalla politica. Per fargli guadagnare di più, di questo si tratta, 120 mila euro l’anno senza lavorare, e maturare un vitalizio maggiore fra quattro-cinque anni, quando andrà in pensione. Che notizia è? Lo squallore totale. Non c’è salvezza nell’apparato giudiziario: un trojajo.
Il Csm si scomoda per favorire questo signore perché evidentemente lo fa per altri analoghi, anche se meno pittoreschi dell’incredibile Emiliano.
 
“Ma gli Stati Uniti sono ancora uniti?”, s’interroga retoricamente “il Venerdì di Repubblica” in vista dei 250 anni della costituzione americana. Certo che lo sono: Trump non può che essere americano. Il repubblicanesimo americano è sempre stato forzuto. Dal giorno dopo la costituzione. Anche con Obama, il presidente americano forse più irenico – in Libia e altrove, con le pri mavefe arabe e quelle arancione.
 
Bollani e Cenni convocano una conferenza stampa per denunciare la soppressione del loro spettacolino pre-serale su Rai 3, “Via dei Matti numero zero. Mentre la Rai, sorpresa?, dice: “Ma come, se stiamo organizzando il loro passaggio in prime time? Col loro agente Ballandi”. Senza scuse. Del genere: mi si nota di più se….?
 
La lite provocata da Trump si estende a Rutte, che sarebbe la Nato. Meloni e Crosetto ce l’hanno quasi più con Rutte che con Trump. Nell’ipotesi che Rutte, un diplomatico che è stato anche primo ministro, non un debuttante, abbia parlato su spinta di Trump, o per ingraziarselo. Ma l’intenzione, palese e indiscutibile, è di dire che anche la Nato ha fatto la sua parte. E dunque? Perché  Meloni&Crosetto sono nervosi?
 
Il redito regionale a sostegno di chi perde il lavoro, fiore all’occhiello del governo regionale toscano, molto propagandato, non trova domande. Solo 60, di cui solo 48 accoglibili, a fronte di una platea potenziale di 11 mila lavoratori, per le chiusure cinesi e altre. Zero nel grossetano, 2 a testa nelle province di Arezzo, Pisa, Livorno e Empoli, 4 a Lucca e Prato (dei terribili cinesi), un po’ di più a Firenze, 17 - ma per il pulviscolo di avviamenti e chiusure commerciali. C’è qualcosa che non quadra nella disoccupazione.
 
“Parlava con le piante”, Isabella Pratesi ricorda del padre Fulco, grande ambientalista: “Scoprì davvero la paternità con il nostro cane Robin”. È un complimento?
 
Finalmentegb si è cvapitp chi èquesyl,,leadcer venito dal nula, mezoa vocato, mezo proessore, che
f aboicotatavnogni mmento,
 
“Dieci morti nella Striscia. Tra le vittime due bambine e un cameraman. Gli studenti sostengono la maturità dalle tende”. Sembra drammatico – e lo è – ma ne dà conto, in breve, “Il Sole 24 Ore”.
 
La pace è stato il primo messaggio di Leone XIV subito dopo l’elezione. E continua a esserlo, con continuità e con maggiore decisione: “Basta con le parole di odio, basta con gli insulti, con il bullismo…. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace”. Nessun altro parla di pace. Trump, che si voleva Nobel per la pace, ha fatto almeno due guerre, contro l’Iran – senza effetto, se non le distruzioni.
 
Si vedeva Trump chiacchierare in più momenti con Meloni a Évian al G 7, non in posa per il selfie che Meloni avrebbe implorato. L’attacco di Trump a Meloni è a freddo, e sicuramente è “politico”, non temperamentale. Trump attacca la leader italiana per ammonire ogni altro in Europa, grande (Merz, Macron) e piccolo.
 
Una polemica al giorno è ora evidente il modus comunicandi di Trump, che ogni mattina si sveglia con un “messaggio” che catturi i media. Opera necessariamente di un’équipe, con un programma ben delineato da uno o più coach politico – una professione ben diffusa, anche in Italia, spesso di donne.
 
“Corriere della sera” e “la Repubblica” fanno a gara, con le Grandi Firme, a disegnare scenari, contorni e contenuti per il Pd, o il Fronte Largo, per vincere le elezioni. Continuando  però a perdere copie, cioè consensi. Il fallito fa la gara?                                                                                                                                                

Morire per vivere - miracolo

Una storia politica. Ci sono in ballo le presidenziali 2027, numero primo: buon segno, cattivo (20 e 7 “due multipli evidenti”, 2027 no)? Il ministro delle Finanze di cui il protagonista è collaboratore è bravissimo e integerrimo – per risparmiare tempo e denaro delo Stato usa l’allloggio di servizio al ministero e si nutre di pizzette.
Una storia familiare – caso eccezionale, perfino commovente. Un ritrovamento fra tre fratelli, due maschi e una femmina, col padre colpito da ictus, ma ancora capace di dire sì e no sbattando oppure no le palpebre. Ma le morti incombono, sepure come segni di vita.
Una storia di sesso, riscoperto nella fase finale della vita del protagonista – più stoie di sesso, per la verità, ma questa proprio spinta.
Una storia di malattie, l’imprevisto irrimediabile (e non) nella vita di ognuno. Per un cancro, all’ultimo, incurabile.

Houellebecq è al solito, compiaciuto provocatore. “Marine” (LePen) è in agguato – da lepenista naturalmente critico. Sempre anti-islamico. Contro GPA e PMA - il fratello giovane della ricomposta famiglia è vittima di una moglie segapalle, una che è andata a comprarsi un figlio  in America, da una banca del seme in un utero in affitto, un ragazzone moro cresciuto isolato. 
Si annuncia come un thriller: una serie di minacce online di un gruppo forse terroristico, o forse ricattatore – o forse l’uno e l’altro, ipotesi houellebecqiana tipica - che mette in moto i servizi segteti. Ai quali apparteneva il padre ora ammutolito, e in questa sua funzione di spia (nel caso più intelligente) riconosciuto e ammirato dai figli. Ma la cosa non funziona: parte minacciosissima, con la ghigliottina sul capo dell’onesto ministro, e poi si perde a metà volume.

Una lettura a volte travolgente. Accattivante senza essere paracula (pubblicato lo stesso giorno di  tre anni fa in più lingue per sfruttare l’effetto novità, ma il romanzone qualcosa vale). P.es. sulla famiglia ritrovata. Sulla sorella che è tutti quanti. E per di più buona cattolica. O sulla politica “buona”: onesta, fattiva. Se non che, qua e là, l’artiglio “provocatorio” è irresistibile per Houellebecq. E per i suoi redattori evidentemente: basterebbe poco per eliminare le devianze incongruenti, i ghigni senza più, senza senso.
Oppure è il contrario? I best-seller in Francia devono contenere “sesso esplicito”, pornografia. Nel caso di Houellwbecq come provocazione, ghignante, sardonico. In quello di Carrère chiaramente aggiunto, sovrapposto – imposto probabimente, una scena o due. Ha cominciato Annie Ernaux, con i suoi amanti russi, con naturalezza, con grazia, esplicita senza essere “spinta”. Ha avuto il suceceso che ha avuto e gli altri Grandi Scrittori Francesi devono adeguarsi? Non si trova altra ragione per tanta, evidente, incongruenza.
Michel Houellebecq, Annientare
, La Nave di Teseo, pp. 752 €23

domenica 28 giugno 2026

Ma Londra non guarda alla Ue

L’ironia di J.K. Rowling sulla donna laburista primo ministro che si chiama Andy Burnham e ha la barba era già stata svuotata dalla candidata donna, Angela Rayner, che aveva tutti i titoli, povera e senza studi, di sinistra e vicepremier, nonché ministro, ma ha dovuto tornare a vita privata per non aver pagato “tutte le tasse” che avrebbe dovuto. Poi c’era il candidato gay, forse più forte di Burnham, Wes Streeting, ma un po’ snob, non simpatico agli iscritti.
Il premier donna peraltro c’è già stato a Londra, più di una volta, ed erano tories, conservatrici, da Margaret Thatcher a Liz Truss. Una cosa invece è certa, nella transizione in corso al governo a Londra: l’opinione britannica è ora più europeista che anti, ma Londra si terrà fuori dalla Ue – in Europa ma fuori dalla Ue. Si moltiplicano le statistiche e le considerazioni che la Brexit ha impoverito la Gran Bretagna, ma non se ne fa una questione polìtica. Comunque non di un ritorno a Bruxelles.
 

Letture - 616

letterautore

Cristiani – “I cristiani sono una minoranza perseguitata in Cina, Pakistan, India, Vietnam, Corea del Sud, Afghanistan, Arabia Saudita, Somalia, Maldive, Yemen, Uzbekistan, Laos…”. Merlo ne fa l’elenco nella sua rubrica su “la Repubblica”, lascandolo con i puntini di sospensione. C’è anche il Sudan naturalmente, dove la guerra è a morte, o il Bangladesh,che pure volentieri emigra in Italia, la terra dei preti. La Nigeria, il Mali, perfino il Senegal, et al. – mentre alle Maldive sono ben accetti paganti. Ma non sono una questione, nessuno ne parla. Nemmeno il giornale di Merlo. Nemmeno il papa.  In tema di persecuzioni religiose c’è solo ancora l’Inquisizione.

Giallo – “Dopo la prima il romanzo poliziesco precipita nella banalità”, Ennio Flaiano,”Giallo carico”, 1940, ora in “Chiuso per noia”, p. 63. C’è stata, mirabile, l’invenzione di Poe, del detective  Dupin, “il giovane malinconico e distratto” (dopo un anno sabbatico, in cui lo scrittore ha indagato, come da suo annuncio, “i misteri dei rebus e degli affari giudiziari”). Scopiazzata, male, con effettacci, qualche decennio dopo, da Conan Doyle con Sherlok Holmes, tutto fuffa e poca sostanza. Poi si scade, “ogni cronista ne sa scrivere uno; gli editori, all’atto del contratto, specificano bene il numero d morti che vogliono, il  loro sesso, età, condizione” (nelle serie inglesi, Barnaby, Dagliesh, Morse, sono tre – si va per abitudini, schemi). Il genere è di “romanzacci d’appendice farciti di vittime, di ricatti, di sorprese ingenue”.

Letteratura –“Ha perso il suo valore istituzionale”, Walter Siti spiega a Nicola Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: C’era una lingua, uno statuto dell’autore, jun canone. C’era un «campo» della letteratura. Oggi non c’è più nulla di tutto ciò. C’è la performance, a cui viene attribuito un valore superiore a quello del testo letterario”, le vendite, il sucsesso mediatico –“oggi conta più un’intervista che il libro che si scrive. Il canone è considerato un’anticaglia novecentesca”.

Mussolini   “Quello fluviale di Scurati”, ripreso in tv da Sky, “non tiene conto di Mussolini”, Walter Siti osserva nell’intervista con Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: “Ha scritto migliaia di pagine su Mussolini senza mai dargli la parola,  senza mai consentire al lettore e a se stesso di entrare nella sua testa. Per paura di non apparire sufficientemente antifascista”, conclude Siti. E fa il paragone con Tolstoj, che in “Guerra e pace”, pur non amando Napoleone, “lo ritrae stanco”, non potendone “più di carneficine”, e tuttavia “costretto a dare l’ordine di continuare ad attaccare”: “Ecco”, conclude Siti, “in quella paginetta di Tolstoj si entra nella testa di Napoleone più di quanto si faccia nelle migliaia di pagine di Scurati su Mussolini”.

Palazzo – “Il popolo non accede al palazzo che quando lo costruisce”, Jean Paul – il “palazzo” di Guicciardini, e poi di Pasolini, emblema del potere.

Promessi sposi – “«I promessi sposi» di Manzoni è ormai accertato non essere tanto un romanzo (nel senso scottiamo che anche il suo autore dava alla definizione) quanto un libro di fede, di storia, una moralità alta e convinta. Il semplice fatto che il Manzoni vi dedicasse tutta la vita e non  sentisse il bisogno, una volta licenziato il libro alle stampe di scriverne un altro, dimostra che il «fatto», lo «spunto» non occuparono tanto la sua mente quanto la morale della storia in sé, il fiato umano e religioso dei suoi personaggi, eccetera” – Ennio Flaiano,”Romanzo e schermo”, recensione del film sul romanzo tratto da Camerini, nel 1941.

Proust - Non lo apprezzavano, non apprezzavano la “Recherche”, opera regina delle subordinate, Borges (“troppo prolisso” – non prolisso, troppo), Joyce (ne avrebbe letto una pagina, forse due) Céline (“minusculinisantes analyses”), Sartre (“propaganda borghese”), Ishiguro (“tedioso”, di “snobismo frances e”), D. H. Lawrence (“infantile”), Evelyn Waugh (“mentalmente difettoso”, “qualche disordine mentale”, “roba davvero scadente”), Mishima (che diceva si avere letto solo o il primo linbro).e i sovrani page turner Ken Follett (“non fa battere il cuore ai lettori”), Valérie Perrin (“una palla”), Candace Bushnell, “Sex and the City” (“insopportabile”).

Daria Galateria, scanzonata cultrice della materia “Recherche” (ne ha curato un’edizione commentata…) si diverte a elencare amori e dodi per la “Recherche” e Proust in appendice all’album-raccolta “L’amore di Proust” di Di Paolo per il “Robinson”. Proustiani professi invece  Virginia Woolf, (“che cos’altro si potrà scrivere dopo?” – i suoi racconti?), Kerouac (“un genio”), e Philip K. Dick a sorpresa , che il suo tempo da fantascienza, il tempo collassato, voleva “assolutamete ispirato da Proust”, Murakami, Anne Carson, e altri naturalmente.

Di Céline Galateria registra un ripensamento tardivo, desunto dalla corrispondenza (e dal fatto che Proust entrava con la Pléiade tra gli autori del suo editore, Gallimard?).

Rap – È la poesia oggi, il giudizio è sicuro di Walter Siti, sempre nell’intervista con Nicola Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: “Penso che facciano poesia più di quanto facciano molti cosiddetti poeti. Il dato di appartenenza è la memorabilità.. Sono cantautori che in modo inconsapevole, immediato, tornano alle basi ritmiche della poesia. Spesso senza saperlo, riproducono schemi della tradizione. E in maniera incognita, incoerente,involontaria stanno reinventando la poesia”.

Non senza saperlo, si può testimoniare delle origini del rap, in Africa occidentale, nei primi anni 1980 – quando il rap era solo una forma di espressione, un ritmo non ritmato, non dava il pane.

Una prima applicazione del rap in Italia si ebbe nel 1983, per il lancio in tv della testata “Reporter”, da parte dello studio Testa – Annamaria Testa, non Armando, che debuttava nella comunicazione.

Teatro – “È vita”, per lo sfarfalleggiante Savinio in veste di drammaturgo (nella “giustificazione dell’autore” che premette al suo dramma “Capitano Ulisse”, pp. 6-17): “Il teatro è un progetto di vita, il modello in piccolo di un mondo pulito e senza malattie”.

È anche il modo di essere delle cose: “La Storia dice la cosa com’, il Teatro come dovrebbe essere. I drammi si Shakespeare sono altrettante soluzioni. Il processo catartico comincia alla prima battuta”.

Ma dev’essere “colorato”: “La forza solutrice del teatro è data soprattutto dai clori. Quanto più vivi, orgogliosi, mordenti i colori, tanto più efficace, completa l’operazione catartica… Il teatro incolore non risolve il dramma: lo ingorga maggiormente. Il teatro grigio, il teatro della democrazia, questo teatro nato dall’associazione di due non colori è morto per occlusione intestinale”.

Il teatro-cadavere è dei Lumi: “La mansione di cadavere edificante il secolo dei lumi, chi sa perché?, pensò bene d assegnarla al teatro. Scuola di edificazione, tempio di mortificazione. In un mondo senza Dio, il teatro aveva da essere il duplicato fedele di quanto avviene di giorno in giorno nelle case pubbliche e in quelle private. Talvolta, e per eccesso di fantasia, si attingeva nelle anticamere dei dicasteri, negli uffici della questura, nell’animo delle cameriere e soprattutto – soprattutto! – nei letti degli scapoli”.

Venezia – “A Venezia non mi hanno mai dato nulla”, spiega a Elvira Serra sul “Corriere della sera” l’attore Giancarlo Gianni, protagonista di molti film importanti, quelli di Lina Wertmūller, e di Comencini, Monicelli, Visconti, etc. A Cannes sì, e a Hollywood, a Venezia no. Alla Mostra ha vinto invece Ang Lee, il regista cinese cui Giannini aveva commissionato il primo lavoro: “Mi scrisse la sceneggiatura, ma nessuno la volle. Quando vinse il Leone a Venezia mi rigraziò in tv”.

Anche il “Corriere della sera” mette l’intervista a Giannini, “di spalla”, nascosta, a pagina pari – dopo quella di “risguardo” (riguardo) al figlio del parrucchiere (“hair Stylist”) Aldo Coppola.

 

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Ulisse, un viaggio verso la morte

Fa un secolo ma non li dimostra. Un concentrato di Savinio che si trascura – compreso l’editore? da tempo non si parla più di Savinio, anche se i tempi sarebbero propizi. Sfarfalleggiante, sorprendente, persuasivo anche quando parla di Ulisse. Ulisse e non, da semigreco quale Savinio era e si professava, Odisseo. Ma anche questo confluisce: ora che l’America, Hollywood, Christopher Nolan propongono l’ennesimo “Odisseo” a grande budget, forse la Grecia non ci tiene più tanto a intestarselo.
Ulisse, dunque, che non era “un eroe”, che c’entra - quello che ora sarebbe un Cav Grand’Uff, un Legion d’honneur (“era necessario riportare il commendatore Ulisse alla sua statura naturale”). E l’Ulisse “grande infelice, un incompreso”? “Grandi infelici e incompresi compongono una specie particolare, sono riconoscibili come il corvo tra le colombe: Giobbe, Camôes, Werther, Jacopo Ortis". No, era un uomo che entrava nella mezza età confuso, e distante si guardava attorno. A cui l’autore vuol dare vera vita col solo titolo di capitano, a teatro, in una Avventura Colorata, di coriandoli, dove passare senza patemi la sua seconda vita, trasognata. Una vita di teatro perché “l’uomo attore sale a una biologia superiore. Acquista il senso totale, assume il comando supremo di se stesso”, da un colore all’altro, da un sesso all’altro, glabro e peloso, tra “Necessità e Desiderio”.
Il teatro - l’autore non si stanca di ripetere n lungo proemio, “La verità sull’ultimo viaggio” - è la sua scena. Dell’ultimo viaggio nel senso che gli danno i tedeschi cattolici, che il Giovedì Santo, vigilia di morte e resurrezione, visitano i Sepolcri in chiesa, dopo essere andati al cimitero a onorare i morti del giorno nella camera mortuaria. Perché il teatro è storia e vita. Avventura Colorata, e vaporosa, a coriandoli. Non “nera”, come l’Illuminismo, che la vita ridusse  a teatro, lo voleva – e Pirandello lo pratica.
Questa introduzione, e la “Nota” di Alessandro Tinterri che ha curato la riedizione, sono peraltro le letture più divertenti – anche se molte cose della “Nota”, che avrebbero dovuto arricchire la pubblicazione
, sono lasciate a mezz’aria. Nei modi di Savinio, lievi e appuntiti. “Si è insistito sulla scaltrezza di Ulisse più che sul machiavellismo di Niccolò.  Si confonde Ulisse a Venizelos”, il Mussolini greco – “Ulisse ha fama di scaltro. Qualità di terz’ordine”.

In Nota le avventure della (mancata) messinscena di “Capitano Ulisse” da parte di Pirandello, con quel progetto di Teatro d’Arte a Roma, a palazzo Odescalchi, che l’autore dei “Sei personaggi” provò a gran costo tra fine 1924 e inizi 1925 - per il quale in sostanza Savinio, già anti-pirandelliano, aveva in fretta redatto questo “Capitano Ulisse”? Con allarmate corrispondenze per salvare il salvabile. Con Lamberto Picasso. Con Paul Prima, dramaturg dello Stabile di Lipsia. E molto con Guido Salvini, con dettagliatissime istruzioni per la messinscena a Milano. La messinscena di questo Ulisse non andò oltre la lettura agli attori che era stata fatta a Roma. Ma in compenso nella compagnia pirandelliana Savinio aveva trovato Maria Morino, la moglie sempre amata e affezionata.

Alberto Savinio, Capitano Ulisse, Adelphi, pp. 161, ill. € 12