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sabato 13 giugno 2026

Problemi di base stupidi - 919

spock


“La stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità”. Dietrich Bonhoeffer?
 
“Contro la stupidità non abbiamo difese”, id.?
 
“Lo stupido è sempre pieno di sé”, id.?
 
“Lo stupido è capace di qualsiasi malvagità, essendo incapace di riconoscerla come  tale”, id.?
 
“La potenza dell’uno richiede la stupidità dei molti”, id.?
 
 “La stupidità non può essere vinta con le predice ma solo con un atto di liberazione”, id.?

spock@antiit.eu

Nasce la camorra come polizia

“Nella metà dell’Ottocento le autorità borboniche non erano in grado di garantire la sicurezza di intere aree del regno, per cui la protezione privata rimaneva facilmente aperta all’iniziativa di gruppi organizzati”, premettono i curatori, gli storici Felia Allum e Alessandro Poletti. Era così in tutta Europa, si può aggiungere, anche a Londra e a Parigi, le polizie sono nate come organizzazioni private - le polizie pubbliche sono postnapoleoniche. Ma non più a metà Ottocento, alla vigilia del Risorgimento. E nel solo napoletano in tutta Italia – anche il papa aveva la sua polizia, dal 1816 (con caserma a piazza del Popolo, passata dopo Porta Pia ai Carabinieri). E “si è detto del fine mutualistico della setta”. Una setta, dunque. Del malaffare. A fini di giustizia - di protezione dal malaffare. Nella prefazione dei curatori c’è tutto.
“All’origine la camorra non esisteva che nelle prigioni”. È tra le prime osservazioni di Monnier. Una società di mutuo soccorso, dunque. Anzi, “essendo la polizia mal fatta, la camorra spesso ne faceva le veci”. Alle dogane comunemente, a ogni porta d’ingresso nelle città e negli abitati. Ma anche a protezione dei beni, dei coltivatori-produttori, contro i malintenzionati.
In appendice le biografie (o carichi pendenti) di alcuni camorristi. Tratte da “un lavoro ben considerevole” della Questura di Napoli. Che meraviglia Monnier: la Questura sapeva tutto di tutti (l’eccesso di “materiali” informativi lo confonde). Oppure, altra peculiarità, subito, alle prime pagine sebbene in nota, l’impunità: ogni capo camorrista in carcere ha tre coltelli. E quando un ispettore ordina una perquisizione accurata e glieli  trova “(chiedo scusa della particolarità) nella buca della latrina”, un quarto d’ora dopo “nel camerone dei camorristi”, che dunque dormivano insieme, “i capi avevano già tre coltelli nuovi”. Subito c’è anche, oltre alla (quasi) impunità, la creazione del mito.
Un’organizzazione apolitica. Anche questo Monnier lo dice in nota, a proposito di “un fascio di carte”, lettere di mafiosi (evidentemente dal carcere) da lui esaminate: “Un fatto mi ha colpito in questa corrispondenza da nessuno esaminata: non vi ho trovato una parola di politica”. Si capisce che, a furia di non leggere, si arrivi un secolo dopo alla mafia invincibile dei cafoni Riina e 
Provenzano, con i loro apprezzati “pizzini”.  

Un’indagine approfondita e rapida, stante l’abbondanza di documenti, verbali, lettere, testimonianze di cui Monnier può avvalersi, alcune dello stesso 1862, l’anno in cui l’indagine era già in stampa da Lemonnier a Firenze – subito ristampata, almeno tre volte.
Una “storia” così non è stata fatta dopo. Nemmeno ora, si può dire, che ci sono cattedre di mafia, di storici e sociologi della mafia.  Monnier. di madre svizzera, padre francese, nato a Firenze, alcuni anni a Napoli da ragazzo e adolescente, è stato sociologo in Svizzera. La sua ricerca sulla camorra è parallela all’unificazione italiana. Classificato come “scrittore e poligrafo italiano naturalizzato svizzero”, 1829-1885, con studi alla Sorbona dopo Napoli, e a Ginevra, Heidelberg e Berlino. Dal 1864 professore a Ginevra di Letterature comparate. Della tradizione svizzera dei grandi studiosi di storia, Bachofen, Buckhardt, Sismondi. Scrisse molto dell’Italia: “L’Italie est-elle la Terre des Morts?”, nel 1859, “Les contes populaires en Italie” (1871), “Le nouvelles napolitaines”. Pubblicò anche i diari del generale catalano Borjes, in Italia nel 1861 per tentare di sollevare un’insurrezione borbonica. Tenne a Ginevra una corrispondenza mensile di “Chroniques Italiennes”.
Marc Monnier, La camorra,
Edizioni di Storia e Studi Sociali, pp. 170 € 14

venerdì 12 giugno 2026

L’Europa dei falliti

Macron e Merz si accordano con Starmer per avviare una loro mediazione nella guerra in Ucraina. E mandano da Putin i loro ambasciatori a Mosca. Una cosa ridicola, che Mosca naturalmente ha sbeffeggiato – si negozia se si hanno crediti presso entrambi i contendenti, e comunque non con i portabandiera.
Ma non c’è di meglio in Europa, questo residuo di Vecchia Potenza. E non ci potrebbe essere di peggio: un diplomatico di terza categoria avrebbe spiegato che per mediare bisogna essere forti, o allora comunque beneaccetti, e capaci di destreggiarsi. Discutere, scegliere, mettere assieme una proposta, provarci - fare un po’ d’“ammuìna”, almeno quella.
Vi si sono cimentati, senza nessuna idea, tre capi di governo tra l’altro screditati nei rispettivi Paesi. Merz e Starmer in fretta dopo la nomina, Macron – eletto solo per la pregiudiziale anti-Le Pen - per due presidenze di fallimenti in serie, politici, economici, diplomatici.

 


Mettiamo la Russia a ferro e fuoco

Ci hanno messo poco von der Leyen e i suoi sponsor a Bruxelles a capire che porsi sulla linea dei Baltici – e della Polonia, e dell’Ucraina in arrivo - in politica estera, cioè contro la Russia, è solo rovina. A  prescindere dal fatto che la Germania non è più tanto antirussa, sia a destra che a sinistra, non più quanto lo era col canceliere socialista Scholz. Nonché la difesa, la politica estera è la maggiore debolezza dell’Europa.
In politica estera ci vuole accortezza, le armi non sono tutto. Non è un bizzarria come sembra la critica di von der Leyen ai Baltici.
Il cammino dell’Europa fra i grandi della terra – prima Usa-Urss, ora Usa-Cina – avrebe molto da apprendere p.es. dall’Italia. Che, essendo res nullius nel lungo dopoguerra, non solo per la sconfitta vergognosa ma anche a fronte dell’asse franco-tedesco costruito e sbandierato come dominante, senza riguardo per gli altri, anche se fondatori, eccettuato il servizievole Benelux – senza riguardo per l’Italia, per intendersi - dalla superchieria si è difesa e si difende con la sponda transatlantica. Stretta in tutti i campi, politico, militare ed economico. Molto facile fare affari in America e con gli americani. Impossibili con la Germania (solo ora, forse, per la debolezza in cui la Germania versa - ma non è detto), solo condiscendenti con la Francia (del tipo: compratevi quello che volete, banche, lusso, qualche immigrato).
Non c’è disegno in  Europa. Sembra strano doverlo ancora dire, ma ècome non detto. L’asse franco-tedesco era ed è necessario, dopo tante guerre. Ma non può essere l’anima dell’Europa. Per tutti i motivi poss
ibili. Per es. l’inadeguatezza delle leadership politiche nei due paesi. In assenza di una opinione critica negli stessi – uno legge “Le Monde” negli anni di Macron, così imberbe primo della classe, e gli cascano le braccia.

Maledetto straniero a Parigi, la seconda patria

Da metà 1947 a fine 1948 Malaparte si autoesiliò a Parigi. Volontariamente. Per tirarsi fuori  dalle polemiche postbelliche, che lo volevano un fascistone, mentre lui si riteneva (ed era) vittima dei Mussolini, Balbo e i suoi scagnozzi, perfino Ciano e Bottai, dopo il reducismo iniziale (che rimarrà sempre forte in lui, specie in questo diario nei riferimenti all’esperienza maturata sul fronte francese come giovanissimo volontario, medagliato anche). Ma questo gli si rivela da subito uno scopo non perseguibile: a Parigi è doppiamente fascista, in quanto italiano. Un pregiudizio che avvelena buona parte del diario. Era entrato in Francia entusiasta, dichiarando: “Ogni volta che attraverso la frontiera francese respiro meglio, dormo, mi sento tranquillo, e sicuro”- benché la frontiera non l’avesse attraversata da molti anni. Ma resiste alla diffidenza: la causa più probabile del ritorno a Parigi (quattordici anni dopo, ricorda, dello sfortunato ritorno a Roma da Parigi, nel 1933,quando Mussolini lo mandò al confino), in questa riedizione curiosamente non accennata, è di natura editoriale. La pubblicazione  di “La pelle”, che si faceva in Francia prima che in patria. E il tentativo di sfondare come autore teatrale. Con due pièces che furono rappresentate a Parigi, ma senza successo (e mai più riprese) – rientrò subito dopo il secondo fallimento.

Un ”diario” pieno di paradossi, profezie, e lo speciale insight psicologico-caratteriale di popoli e tradizioni che lo aveva distinto nei racconti di guerra e lo contraddistinguerà nelle opere “civili”, da scrittore di tradizioni e costumi. Così come nei metaromanzi “storici”, il buonuomo Lenin, il Cremlino. Molto è in polemica con Parigi e con la Francia,  che pensava sua seconda patria. E lo è, ma in senso deteriore, condividendo la Francia con l’Italia la sindrome dello sconfitto – la sua Francia, la Francia come Malaparte ora la vede, ora che tutti e ognuno hanno fatto una guerra di liberazione, è stato un paese sconfitto prima di combattere. Molta parte del “giornale”, lunghe pagine, sono rimuginazioni su questa presunzione d’innocenza, della Francia e dell’Europa, o controluce alle accuse e allusioni di fascismo, magari sotto il sorriso, che ogni poche pagine lo mandano in furia.
Negli spazi che gli lasciano le lunghe ripetute critiche dei francesi ora “tutti resistenti”, che devono esibire la Resistenza, e la delusione costante, ritornante, per l’ostilità francese preconcetta, incontra molta gente di teatro, soprattutto attrici. Socialmente, a pranzi e cene, spesso invitato da illustri gentildonne. Una volta Cocteau, di cui apprezza la freschezza, giovanile. Una volta Camus, che lo disprezza e glielo dice anche, ma senza sapere nulla di lui, di Malaparte.
Mauriac ritorna spesso, allora incarnazione del romanzo francese. Molto è di Sartre, del “sartrismo”, specie fra i giovani, in abito mentale e vestimentario – pre-sessantottesco, contestatore. Singolare la rivalutazione di Chateaubriand, col quale si trova spesso in sintonia, sfogliando le 
“Memorie d’oltretomba” “è in virtù di Chateaubriand che, talvolta, mi sento francese”, si consola.

La gioventù europea, senza indicazioni e senza ambizioni, prende anch’essa molte pagine. È una deriva della guerra, che l’Europa ha comunque perduta pur vincendola, a vantaggio dei nuovi assetti internazionali, che la marginalizzano. Molte riflessioni insomma. Ma qui specialmente Malaparte unisce la capacità di osservazione socio-politica alla rappresentazione narrativa.
Il diario fu redatto in francese. Qui è pubblicato in doppia versione, nell’originale e ritradotto – una prima versione era stata pubblicata dalla nipote e erede Suckert, per la cura di Enrico Falqui, nel 1966, in traduzione. Con alcuni incisi in francese all’interno della traduzione - di cui non si capisce, e non viene data, la natura e la logica.
Con una cospicua Nota al testo di Michelangelo Fagotti, e una postfazione di Monica Zanardo, ai quali si deve il rispescaggio.
Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi
, Adelphi, pp. 425  € 25

giovedì 11 giugno 2026

Grand’Italia delle scommesse

E dunque la piccola Italia dei consessi internazionali è la Grand’Italia, quasi un grand’hotel, dell’azzardo, delle scommesse.
Con tanto denunciare che si fa della ludopatia, si passa sotto silenzio il “Libro nero dell’Azzardo”, la rilevazione statistica che Federconsumatori-Isscon e Cgil producono da qualche anno. Una rilevazione  per canali di gioco, fisico e online, per regioni, per province, per (molti) comuni. Con cifre a volte incredibili tanto sono elevate.
La spesa, la più elevata in Europa, nel 2025 ha raggiunto i 164.35miliardi. Il 7,3 per cento del pil nazionale. Molto di più di quanto si spende per il Fondo Sanitario Nazionale (138,6 miliardi). In crescita, come da qualche anno, di un 5 per cento. Con perdite per i giocatori di poco meno di 22 miliardi, “praticamente una manovra finanziaria” di bilancio. E un aggio per le piattaforme di ben 11.4 miliardi, il 7 per cento della raccolta. E, sembrerà strano, pro capite, suddividendo cioè la spesa per ogni cittadino maggiorenne censito, è come se ognuno di noi avesse speso 3.284 euro. Al Luna Park invece che in Borsa.

Cronache dell’altro mondo – hormuziane (408)

Inflazione al 4,2 per cento negli Stati Uniti su base annua a maggio, per l’“effetto Hormuz”. Per l’aumento del costo della benzina, cresciuto a maggio del 7 per cento – del 50 per cento da gennaio.  
L’aumento dei costi energetici ha fatto impennare i prezzi della filiera alimentare, per i costi accresciuti dell’elettricità e dei combustibili, nella produzione e nei trasporti. L’indice dei prezzi al consumo alimentari è cresciuto di tre vole rispetto all’indice generale dei prezzi. Nei dodici mesi a fine maggio la carne bovina risulta aumentata del 10 per cento, i pomodori del 32, la lattuga del 25 per cento.
In forte aumento anche le tariffe aeree, del 27 per cento.

Critica, e nostalgia, della vita di paese

Una raccolta memoriale, a cura della figlia Eleonora, arricchita da foto, di un uomo buono, dotato per il timbro e per la rima, che la conversazione usava infiocchettare di fulminei repartees, in forma di saggezza proverbiale, arcaica. Di patina in realtà assicurata dalle tematiche (di saggezza, per quanto critica, sarcastica, dissolutoria) e dal dialetto - la forma di collegamento a una realtà ancestrale, ma di conio immediato, recente. Animatore da ultimo di un gruppo facebook “Proverbi,  storielle, detti Mamertini e dintorni”. Mamertini da Oppido Mamertina, la cittadina calabrese ai bordi della Piana di Gioia Tauro, di storia recente anch’essa retrattile, come tutti i borghi, nella dissennata urbanizzazione  – già opima di vescovado, seminario, ospedale, cattedrale, pretura. Dove Musicò era nato e ha vissuto, ma di linguaggio e tematiche allargati a una vastissima area dialettale.
Una raccolta d’impronta sentenziosa o sanzonatoria, proverbiale, ma si legge come una filastrocca. In versi brevi, per lo più isometrici. Evocazioni nonsense, forme verbali più che di saggezza, popolare e non. La patina popolare, come tramandata, è nella forma della poesia che si sgrana per couplets, una sorta di rosario, tra saggezza e brio - causticità, bontà, allegria.
I detti e contradetti sono qui raggruppati per tema: uomo\donna, amore\matrimonio, (“fimmini e focu\ attizzali ogni poco”), denari\ricchezza, giustizia, animali, vizi, cibi\salute. Quest’ultima forse la sezione più ampia, effetto non di misantropia, o di valetudine, ma della condizione di vita paesana, rituale, solitaria, anche se in famglia e con gli amici, coetanei, conoscenti di una vita.
Frammenti, ma di un monumento alla forma muta - e caratteristica nella comunità ancestrale, in cui tutti conoscono tutti - della “zannella”, dello scherzo, amichevolmente bonario, e tagliente. Con un’ultima sezione, “Riflessioni”, di considerazioni rivolte ai concittadini, senza più il viso dell’armi, neppure per scherzo, un invito buonista al buonismo.
Michele Musicò,
‘O zumpu, o lupu, o pedi i castagnara, Infographika Oppido Mamertina, edito in proprio, pp. 183 € 20

mercoledì 10 giugno 2026

Letture - 615

letterautore


Adulterio
– “Una grande infelicità” lo diceva nel 1958, scrivendo all’amico Chiaromonte che gli aveva confessato una relazione extraconiugale, Albert Camus - che viveva con quattro donne: la moglie (la seconda) Francine Faure, matematica, pianista, l’attrice coetanea Maria Casarès, epistolografa, regina delle scene, un’altra attrice, Catherine Sellers, e la giovane danese Mette Ivers, pittrice, “ventisei anni e un visetto di porcellana”: “La fonte della gioia è inaridita, e dentro di sé si sente una voce dire che non va bene anche quando ci troviamo nel bel mezzo della più grande felicità”.
 
Arbasino – Il “magnetofono ben temperato”- Paolo Milano.
 
Beckett
–Aveva provato prima con l’Italia - prima che con la Francia. Si ripubblica di Beckett “Molloy” in una nuova traduzione, ricordando che lo scrisse in francese “per sottrarsi all’influenza del maestro James Joyce”. Nel 1950, a 45 ani. Ma vent’anni prima Beckett aveva provato con l’italiano, a Roma – sulle orme forse di Joyce, ma da italianista colto (dantista, etc.).
 
Borges – A  Roma era considerato un fascista. Laura Casalis ricorda grandi feste col marito Franco Maria Ricci per Borges a Fontanellato. “Ricordo una cena straordinaria qui in onore di Borges con 700 persone”, racconta a Dario Pappalardo su “Robinson”: “C’era tutta l’editoria italiana: Giulio Einadi, Roberto Calasso, Ulrico Hoepli. Ma quando andammo la prima volta con Boges a Roma l’accoglienza non fu la stessa. Gli intellettuali di sinistra lo ignorarono, gli rimproverano di avere stretto la mano a Pinochet. Un giorno eravamo nel ristorante Nino, in via Borgognona, e passò Moravia. Vide Borges e si girò dall’altra parte, facendo una smorfia.”. E aggiunge: “Franco diceva che lo vedeva come rivale per il Nobel. Ma poi non lo vinse nessuno dei due. Andò meglio con Argan allora sindaco che lo ricevette in Campidoglio e fu molto ospitale. Borges era  considerato un conservatore, ma risultava difficile legarlo alla politica: viaggiava proprio su un altro pianeta”.
 
Classifiche – Nelle classifiche di vendita il ristorante migliore sarebbe McDonald’s” -Alberto Arbasino.
 
Francia-Germania – Un asse sessuale? “Era sessuale, comunque, tra la Francia e la Germania, era bizzarramente sessuale, e da non poco tempo”, Houellebcq fa riflettere la notte di Natale al suo personaggio di “Annientare”, l’enarca Paul (che aveva votato per il presidente, suppongono i parenti che votano “Marine”). Dopo avere immaginato per un attimo il suo presidente – Macron – “tendere le labbra a tutte le guance di cancelliere tedesche ce il destino gli dava da baciare”.
 
Infanzia – “L’alba del dire”, così la spiega Antonio Prete su “Robinson”: “Nel suo etimo l’infanzia è l’aldiqua della lingua. L’alba del dire. Un tempo senza tempo nel quale è stato possibile  vivere come in un Eden, in quello che Baudelaire chiamava «i veri paradisi degli amori infantili»”.
 
Intellettuale – “L’insonnia degli intellettuali”, scrive Céline in un appunto, siglando col suo nome da medico, come una sarcastica ricetta, comunque una anamnesi, “è diversa da quella di ogni altro soggetto. Gli intellettuali sembrano prendere un certo gusto perverso per il loro malessere, entra in gioco un forte componente di masochismo, di narcisismo... insomma di letteratura. Del resto, l’intellettuale non vuole perdere nulla di sé: né la sua amata firma, né il suo delizioso buon nome, né la sua magnifica personalità e tanto meno la sua terribile insonnia!”. 
 
Napoleone –“Quanti credettero, prima e  dopo il 5 maggio 1821, che Bonaparte fosse il codificatore della Rivoluzione, se non il liberatore dell’umanità”, si chiede retoricamente Silvio D’Amico riflettendo in carcere a Regina Coeli, nell’ottobre 1943, all’ode di Manzoni, mentre ne legge la biografia, il “Napoleone” agiografico  di Merežkovskij (da lui traslitterato Merejkowski, lo scrittore russo famoso tra le due guerre, marito di Zenaida Gippius, autoesiliato a Parigi). Mentre “non era che un condottiero di eserciti: altra cosa”. Per commentare: “Anche questa estesa sintesi storica del M. ce lo mostra,oltre che cieco d’ambizione e d’orgoglio fino al delitto, essenziamente estraeo all’intento di tramutare in ordine nuovo le idee portate avanti dal 1789”.
 
Parigi – “Parigi è, come Firenze, la città dove più forte si respira il tedio della vita”, nota Malaparte nell’inverno del 1947 nel suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 170-171.
 
Ponzio Pilato – Era tedesco? Lo dà per scontato l’Anonimo Russo autore del diario “Da Mosca a Firenze” nel Quattrocento. Una volta arrivato col metropolita di cui era l’accompagnatore nella città di Pont, o Pontensk (l’odierna Forchheim), in Baviera, nota: “Dell’esecrato Pilato la città invero è. Pilato in questa città aveva i possedimenti suoi aviti, e natali ebbe, e da da essa Pilato prese il nome di Ponzio”. Una leggenda natalizia rivendicava alla città i natali di Ponzio Pilato, nota la curatrice dell’Anoino, Alda Giambelluca Kossova.
La città non celebra più la leggenda, né la ricorda. Ma ricorda che quando fu assediata dagli svedesi, 1632-164, gli abitanti si guadagnarono il soprannome di Mauerscheißer, i defecatori sulle mura: si misero a defecare sulle mura per dimostrare agi assedianti che avevano in città di che mangiare.
 
8 settembre 1943 –“Paradossalmente, il vero inizio della guerra guerreggiata sul suolo italiano”, nota Alessandro d’Amico, pubblicando nel 1994 il diario del padre Silvio in carcere, “Regina Coeli.
 
Sartre e i capelloni – “È un brav’uomo”, Malaparte obietta nel ’47 a Parigi a chi critica Sartre (“Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 55), “e fa quello che può, malgrado sia un uomo di talento Il merito, se può essere merito, di Sartre è di aver trovato la formula che si adduce a una simile classe di spostati. La formula del proletarizzarsi esteriore, in quanto all’abbigliamento, al lasciarsi andare, al trascurare la pulizia e il decoro della persona, del vestire, delle maniere”.
La “classe degli spostati” Malaparte individuava come “una nuova razza” che sommergeva l’Europa,”la razza dei giovani piccolo borghesi che ha il disgusto della borghesia, che non ha il coraggio di sentirsi proletaria, di mescolarsi  agli operai, di spezzare i legami che la legano alla sua classe, al passato, agli agi, alla possibilità di un avvenire sicuro (piccolo impiego, piccolo commercio,  professioni liberali minori, eredità del commercio paterno, della piccola proprietà paterna, dell’ufficio paterno già avviato con clientela etc.)”.
Qualche giorno dopo, il 15 settembre 1947 (p.63), Malaparte è ancora più perplesso: “Ho notato che non solo Sartre non ha inventato nulla, ma che neppure il cosiddetto sartrisme della Jeunesse è opera o invenzione di Sartre. La moda dei capelli lunghi, dei visi mal rasati, delle unghie sporche, delle espadrilles, degli schandals, del débraillement, è il modo di vestire di tutta l’Europa, è un mimetismo di natura sociale, è il modo che i piccoli borghesi hanno inventato, un po’ dappertutto in Europa, e già da prima della guerra, per confondersi il più possibile con il proletariato”.
È come se il Sessantotto fosse già avvenuto, a Parigi, vent’anni prima.


letterautore@antiit.eu

Il risiko bancario e gli umori del gregge

L'opas di Intesa-Unipol ha i crismi di un fatto storico. Il Monte dei Paschi di Siena è pur sempre la più antica banca del mondo. E il gruppo che ne nascerebbe sarebbe il più grande in Europa, ai valori di mercato, o il secondo più grande (dietro BNP Paribas, di cui ora vale un terzo). Ma si porta dietro  un'aria provinciale, di cose viste, della solita bottega politica italiana. Piccola bottega, di piccoli poteri, ma è tutto ciò che sa esprimere la storia repubblicana. 
E un'opas di sinistra. Ma di sinistra centro. Diciamo Pd, che sarebbe la sigla del compromesso storico, d'invenzione ex comunista ma a trazione ex democristiana - compreso il sinistrismo di Elly Schlein, un meteorite piovuto da un voto online. Un anno fa c'era l'ops Unicredit-Bpm, che sembrava una cosa tecnico-economica, ma anche in quel caso prevalse la politica, la Lega, e quindi il governo, disse no, adducendo per spregio il golden power (Unicredit è una banca estera......) - anche la destra vuole avere un'anima democristiana, non si schioda.
Unicredit lasciò perdere e si concentrò oltralpe, dove le leggi sono leggi e il mercato è un mercato, di fatti economici. Mentre la Lega è il signor Castagna si tenevano stretta Bpm  progettando di locupletarla con Mps-Mediobanca-Generali. Niente di meno. Ora il signor Castagna è lasciato al Crédit Agricole (la seconda banca europea, due volte Intesa) e al lepenismo. Facendo finta che tutto sia andato per il meglio. E come mai?
La sensazione è che Intesa e Unipol, Messina e Cimbri, esprimano - si siano mossi con - la corrente sotterraneo della politica in Italia. Come riflessa dai media, che si regola per oscillazioni costanti - ora a destra e poi a sinistra. Sempre un poco: i governi in Italia non si formano col 55 per cento del voto, con maggioranza e spostamenti di 5 o  6 punti percentuali, ma per un punto o due, se non frazioni di punto. E per coalizioni. Cioè per possibili frizioni. Incrementate dalle correnti all'interno dei partiti - all'interno delle coalizioni. 
Intesa-Unipol/Bper-Mps-Mediobanca-Generali non è un topolino, ma si presenta come se: orazianamente, sembra che la montagna ne partorisca uno. Roba da "arte poetica", e come mai? Non ci sono più i Grandi Vecchi, né le Grandi Masse, ma ci sono le greggi, e i pastori. 

Se l’Europa “non esiste”

L’Europa è abbastanza grande da poter essere una grande potenza, ma deve ancora affermarsi come attore sovrano”: sembra il solito parere scontato, questo dell’imprenditrice italo-svizzera di molte iniziative economiche in Europa, e docente di Economia a Ginevra, all’Institute of International and Development Studies, ma ha molte pointes che più aderiscono alla realtà.
Fin dal discorso del Primo Ministro canadese Mark Carney a Davos, l’Europa viene comunemente descritta come una “potenza di medio livello”. Questo è alquanto strano. L’economia europea,  dieci volte più grande di quella canadese, è paragonabile per dimensioni a quelle degli Stati Uniti e della Cina. Collettivamente, le nazioni europee sono il secondo paese al mondo per spese militari, dopo gli Stati Uniti. Persino alcuni europei accettano l’appellativo di “potenza di medio livello”. Perché?
“Innanzitutto, l'Europa evita di affrontare la verità. Washington ha segnalato la fine dell’era delle garanzie di sicurezza statunitensi. Eppure gran parte dell'Europa si comporta come se si trattasse di una fase passeggera. I piani di difesa vengono elaborati partendo dal presupposto che la vecchia normalità tornerà, che l’America sarà sempre presente. Questa non è strategia, è un’illusione. E rimanda la scomoda verità, che l’autosufficienza non può essere esternalizzata.
Definire l’Europa una potenza di medio livello significa minimizzare il problema. Abbassa le aspettative e limita le responsabilità. Suggerisce che l’Europa possa rimanere in disparte mentre la vera competizione si svolge tra gli altri. La fantasia di essere una "Grande Svizzera” – geopoliticamente periferica ma economicamente prospera – è allettante. Ma l’Europa non è periferica : è il  luogo in cui si consuma la rivalità tra le grandi potenze.
La seconda possibilità è ancora più inquietante: L’Europa nonesiste . L’Europa non si è mai affermata come attore politico sovrano. La maggior parte dei leader politici si rivolge agli elettori nazionali, non al pubblico europeo. I dibattiti sulla sicurezza sono filtrati attraverso la politica interna. I riflessi nazionali dominano e sono rafforzati dall'ascesa di movimenti apertamente nazionalisti.
“Singolarmente, Francia, Germania e Regno Unito potrebbero rientrare nella definizione di potenze di medio livello. Collettivamente, no. Usare questa etichetta a livello europeo significa frammentare il potere. Anticipa e forse facilita la divisione dell'Europa in sfere d’influenza. Il rischio non è che l'’Europa diventi una potenza modesta, ma che diventi oggetto di giochi di potere – il palcoscenico di una rinnovata corsa all’influenza da parte di potenze esterne, anziché un attore a pieno titolo”. L’Europa sembra per certi aspetti averlo capito. Ne discute. E si riarma. Ma come? La Germania,  “fondamentale per la capacità dell’Europa di agire in modo proporzionato alle sue dimensioni”, sembra averlo capito prima di ogni altro e ha deciso un “cambiamento epocale”, Zeitenwende, con il riarmo massiccio. Che però fa svogliatamente, scoordinatamente, senza piani strategici, e con lentezza – nei quattro anni della Zeitenwende nulla.
Una lettura, se si vuole, che tutti si fanno, ma nessuno fa.              
Beatrice Weder Di Mauro, Europe’s Power Paradox, Imf “F&D” Finance&Development, free online, leggibile anche in italiano, Il paradosso del potere in Europa)

martedì 9 giugno 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (635)

Giuseppe Leuzzi
 
“Magna Grecia” è in Ovidio, certo –“Itala nam tellus Graecia maior erat”, (“Fasti”, IV), la terra Italica era un tempo una Grecia più grande”. Che si può anche dire Magna, ma senza la maiuscola – va bene per le esercitazioni retoriche.
 
La disoccupazione? È settentrionale nell’ultimo romanzo di Houellebecq, “Annientare”. A  proposito di un suo personaggio secondario, Hervé, notaio, disoccupato, deve fare precisare al personaggio principale: “Hervé poteva ben fare il notaio ma non era di ambiente agiato, al contrario. Veniva da Valenzìciennes o da Denain, insomma una di quelle città del Nord dove  le persone sono disoccupaty da tre generazioni” – e quando si erano incontrati la prima volta dei suoi genitori aveva detto “disoccupati” come fosse una  professione, sul tono dell’evidenza”.
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“Sud! Libri, incontri e mostre sul Mezzogiorno italiano”: sembra promettente quest’anno il programma del Festival della Letteratura di Viaggio, dentro e fuori del Palazzetto Mattei a Roma, sede della Società Geografica Italiana, nel cuore della villa Celimontana, sopra il Colosseo. E invece, sfogliando il programma, si trova: le conseguenze sociali dell’emergenza ambientale; l’Antartide  i suoi ecosistemi fragili: il punto di vista dei bambini sulla Palestina; le eredità del colonialismo. Dire Sud è dire disgrazia – mai che si rida in questo mondo.
 
Si sfoglia con sorpresa la ristampa del “Corriere della sera” il giorno dopo l’agguato “in pieno centro” a Palermo contrio il generale Dalla Chiesa. Che si possa uccidere teatralmente, con facilità, e senza coseguenze. Poi le cose sono cambiate e l’invincibile mafia è stata sbaragliata in un anno, o due. Ma ci sono voluti altri dieci dall’agguato a Dalla Chiesa. E altri agguati eccellenti, dall’onorevole Pio La Torre, segretario regionale del Pci, qualche mese prima del generale, al giudice Chinnici qualche anno dopo. Fino allo “scandalo” dei veri e propri attentati bellici contro Falcone e Borsellno. Finché i “generalissimi”  non sono stati presi, ed erano Riina e Provenzano, ometti, per non dire dei Brusca e altri macelai. La mafia è uno spettro, che viene agitato. Perché, a che fine? È stupida, e non è imprendibile.
 
Sudismi\sadismi – se non è ‘ndrangheta non c’è trippa
Si leggono con raccapriccio le cronache dei quattro braccianti bruciati con la benzina in una stazione di servizio di Amendolara, borgo civilissimo, pulitissimo, ordinatissimo, dell’Alto Jonio cosentino. Per il fatto in sé, quattro persone arse vive per pochi soldi. E per le cronache, dei tanti inviati dei grandi giornali, che si fanno un dovere – gli inviatini o i loro sopracciò - di dire, trovare il modo di dire, che il delitto è di ‘ndrangheta. Non basta l’efferatezza del delitto, ci vuole la ‘ndrangheta, ci vuole la Calabria. Che da quello che raccontano, non è e non può essere. Se non altro perché vittime e carnefici dormivano in Calabria ma lavoravano in Basilicata, nel distretto delle fragole, leader del mercato, e comunque non soggetto a infiltrazioni o prevaricazioni mafiose. Con occupati “a regola”.
Le cronache ammaestrate sono un problema di giornalismo – anche di intelligenza delle cose. Ma non c’è caso, disgrazia, disastro, violenza al Sud se e non c’è mafia. Il Sud “non esiste”, come si dice a Roma, se non mafioso. E questa non è una deriva del leghismo. Per violenza, sopraffazione, rubare qualcosa, ma per stupidità.
Essere vittime della stupidità è terribile.
 
Storie di mafia, delle istituzioni: colpirne cento – per farsi senatore
“Processo Gotha a Reggio: pioggia di assoluzioni in Appello per Caridi, Romeo e altri big. Questo il fatto, nella sintesi di Francesco Tiziano: “Cade l’accusa principale e la Corte d’appello di Reggio Calabria ha assolto l’ex senatore Antonio Caridi e l’avvocato ed ex parlamentare Paolo Romeo. Tra gli assolti don Pino Strangio, ex rettore del Santuario di Polsi. Assolto anche Alberto Sarra, ex sottosegretario alla Regione Calabria”. Sembra un trionfo, della giustizia, ma è una mesta conclusione. 
Il Processo Gotha era il culmine del mandato di Procuratore della Repubblica nella cajenna di Reggio Calabria del giudice napoletano Cafiero de Raho. Quatro anni terribili, durante i quali il nobile barone non era mai uscito di casa, “neanche per giocare a tennis”, tanto la città era “contigua”. Premiato poi, per questa sua (in)attività, col posto ambito, in un bel palazzo romano, il più bello della nobile via Giulia, di Procuratore  Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. E al termine del quinquennio col seggio di deputato, 5 Stelle, dell’Emilia-Romagna.
Caridi e Romeo si sono fatti invece anche un anno di prigione, Sarra è morto nel frattempo, relativamente giovane. Tre politici di destra? Dichiaratamente sì. Del resto erano un Forza Italia, un ex Psdi, e un An. Ma  tutt’e tre moderati, dell’indistinto centrismo calabrese, tendenzialmente democristiani. E se non erano colpevoli, neanche politicamente, erano falsi scopi, per prendere meglio la mira – il barone de Raho non usciva di casa, ma non era un inetto, ovviamente? Sì.
Ma prima una parentesi, informativa.
 
Storie di mafia, delle istituzioni: l’informazione al carro
I tre sono stati assolti definitivamente in Appello, dopo dieci anni. Dopo una prima sentenza assolutoria cinque anni fa, appellata in Cassazione. Ma il fatto non è solo giudiziario – si sa che la giustizia è la causa del malanni e non il rimedio.
Poca cronaca e nessun commento, su questo falso processo. Nessuno ha spiegato il flop. Se non radio.it con Alessio De Paolis. E Piero Sansonetti su “l’Unità”. Che giova riprendere – gli imputati politici erano di destra e il Pd si affrettò a mandarli ar gabbio: “L’idea che Caridi fosse mafioso non stava in piedi, ma piacque ai senatori. Al Senato arrivò una documentazione di alcune migliaia di pagine il 1° agosto. Il 3 agosto la giunta delle autorizzazioni a procedere votò il parere favorevole all’arresto. Il Presidente del Senato, che era Pietro Grasso, ottenne dalla conferenza dei capigruppo che fosse invertito l’ordine dei lavori e che l’autorizzazione all’arresto di Caridi fosse anticipata, in modo da rendere possibile la votazione prima della chiusura estiva del Parlamento. I senatori in 24 ore lessero le 6.000 pagine fornitegli dalla magistratura e votarono con 154 voti contro 110 l’arresto. Il senatore Caridi era in aula. Prese la parola. Si ifese. Protestò la sua innocenza e giurò che l’avrebbe dimostrata, e spiegò come contro di lei non c’era alcun indizio serio. Fra l’altro fu accusato di avere fatto accordi elettorali con la mafia in zone della Calabria dove aveva raccolto poche decine di voti”.
Il flop del megaprocesso “Gotha”è doppio. Per la persecuzione, senza fondamento, di molti innocenti. E la cattura e la condanna ritardata, di almeno tre decenni, dei De Stefano di Reggio Caabria, una ditta familiare di mafia, sempre chiacchierata e mai, evidentemente, perseguita, se i suoi condannati sono tutti in età.
 
Storie di mafia, delle istituzioni: quel vescovo antimafia facciamolo mafioso
L’assoluzione di don Strangio riporta alla memoria la “liquidazione” del vescovo antimafia di Locri, mons.Bregantini – di cui don Strangio era collaboratore, apprezzato perché operava sull’asse più difficile per il vescovo, tra Polsi, di cui era guardiano, e San Luca, di cui era parroco.
Mons. Bregantini, un trentino energico, aveva allentato la nube mafiosa sul,circondario, parliamo di una trentina d’anni fa, avviando cooperative economiche e mobilitando le energie giovanili in una serie di progetti di lavoro. Per questo lo si é sentito accusare, in una giornata della Legalità in Aspromonte, da un vice-prefetto di Reggio che presiedava il panel dei disscussant, di “interessi economici”, come se fosse un ladro di elemosine. Un anno dopo questa Giornata della Legalità, o due, i Carabinieri usarono le registrazioni di un colloquio di mafiosi in macchina reduci dai funerali a San Luca delle vittime della strage di Duisburg per fare allontanare Bregantini da Locri – fa l’arcivescovo di Boiano (Campobasso). Bregantini e Strangio si erano prodigati a bloccare la faida che doveva seguire all’eccidio, e i mafiosi, conversando in macchina al ritorno, ne apprezzavano l’acume. Lidea di don Strangio, fatta propria da Bregantini, fu di coinvolgere le donne delle opposte famiglie, e la cosa aveva finito per disarmare i capifamiglia. Non era una novità, il coinvolgimento delle donne di casa, da parte dei parroci, per evitare violenza sconsiderate, e funzionò anche a San Luca. Ma Locri fu sgomberata dall’influenza dell’operoso mons. Bregantini.
P.S. - Sul ruolo possibile delle donne vale riprendere quanto il giovanissimo Casella, reduce da due anni sottoterra, prigioniero della cosiddetta Anonima Sequestri (che tutti ben conoscevano - eccetto giudici e carabinieri?), ricorda dopo trent’anni di avere capito, con Alessandra Coppola sul “Corriere della sera”, quando sua madre scese in Calabria per sollecitare la liberazione: “Mia mamma scendendo in Calabria, parlando, indirizzando le proprie richieste dava fastidio non tanto a loro ma alle mogli, alle madri. Anche questi delinquenti avevano una moglie, avevano delle figlie, avevano delle fidanzate…..È come se mia madre avesse aperto il tappo di una bottiglia”, e da lì “fosse uscito tutto quello che prima non poteva uscire”.
 
Cronache della differenza:Napoli
“Napoli ha bisogno di gente seria”, spiega Antonio Cnte, l’allenatore di calcio che lascia il Napoli, “non di persone che vivono per un like, o per attaccare un allenatore e poi farsene un vanto”. Lo dice accanto a De Larentiis, il presidentde del Napoli, che fra tutti è fore il più oculato nei conti e serio nei commenti.  Il quale però gli dà ragione. Una città sempre in bilico, tra la metropoli e il lazaronismo.
 
Cade una “Vela” a Napoli, in attesa di demolizione da alcuni anni ma tuttora abitata, e in tv non si vedono che assessor, comunali e municipali indignati. Contro la burocrazia, Contro “la “sorveglianza carente”. Di chi? Ma dove li prendono?
Però, sono anche eletti.
 
Fa il cuore tenero il papa Leone XIV a Napoli, accarezza e riaccarezza il sangue di san Gennaro. Che però non si commuove, non fa il miracolo. È un santo napoletano, umorale.
 
Scendendo da Roma verso Sud si prende il caffè, nella stazione di servizio Casilina Ovest, ed è un altro. Caldo il giusto, robusto il giusto e rinvigorente, saporito il giusto. Perché, come si dice, il caffè come lo fanno a Napoli… . Casilina Ovest non è Napoli, è Aquino, Cassino. Ma la parlata, i modi, e il caffè lo sono.E non si riesce a capire, in effetti. È l’acqua, la miscela, la macchina? Che c’entrano tutte queste cose – anche le macchine, sono i soliti marchi. È un miracolo?

Ma, poin non è detto. Lo si riprende, il caffé, sulla Salerno-Reggio Calabria, a Sala Consilina, dove pure il fatto amministrativo è “napoletano”-campano, e niente. Il miracolo è nell’arte?
 
Goffredo Fofi fa molto spazio a Napoi, nella sua enciclopedia postuma sui personaggi di qualche qualità da lui incontrati (“Arcipelago Sud”): Eduardo eccetera. Ma ha anche visibili lacune: De Simone, p.es., Pino Daniele, Annibale Ruccello, i Bennato, la benemerita Nuova Compagnia di Canto Popolare, che tanto Sud ha resuscitato.
 
Si fa un’antologia della poesia napoletana, “Napoli mille colori”. La fa l’editore Mondadori, la collezione “Lo Specchio”. Dopo “Milanlo porto do mare”. E si scopre che c’è Salvatore Di Giacomo, altrimenti dimenticato . Che, pure, Ginafranco Contini teneva in grande ptregio, “un napoletano Belli, un Porta”.
 
Ci sono molti nomi in questa antologia, c’è anche Primo Levi poeta, ma non molti napoletani. E non si capisce perché. Le canzonette, p, es., in lingua e in napoletano. Che tutti sanno ma non fanno poesia – non secondo le regole. Anche la poesia è a Napoli fuori norma.
 
Il caffè “sospeso” della gentilezza napoletana ha fatto valanga. Pare si applichi al giocattolo, alla pizza, al pane, anche alla spesa. E ora alla medicina, con la “visita sospesa”: per ogni visita dallo specialista, pagata, c’è la pssobilità di una visita gratuita per chi ne ha bisogno e non può. Ma questa è un’idea di Milano, non di Napoli - dell’impresa sociale Welcomed, che ha tre ambulatori. Napoli resta baronale e teatrale, per il superfluo – sorprendente, brillante, eccentrico.
 
Il prmo studio sociologico su Napoli è sulla camorra, di uno svizzero nato a Firenze, anche se aveva vissuto qualche tempo a Napoli, Marc Monnier. Già in stanpa, a Firenze, nel 1862 – e subito, nello stesso anno, alla terza ristampa.
Il secondo è di un’americana, Jessie White Mario, “La miseria in Napoli”. Ma questa un po’ più tardi, 1877 – dopo aver letto le “Lettere meridionali” che Pasquale Villari, suo buon amico, aveva scritto due anni prima? o Villari sapeva dele ricerche di White Mario, sua buona amica?   


leuzzi@antiit.eu

Lo sport fa speciali

Una serie di personaggi, avvenimenti, aneddoti di sport, gioiosi, gloriosi, e tristi - “lo sport che salva il mondo” è il sottotitolo. Della prima cronista sportiva - già nazionale di tennis da tavolo, nonché pilota brevettata, tra le prime in Italia - ad approdare a “la Repubblica” di Scalfari, che il giornale aveva voluto senza sport, senza nemmeno l’edizione del lunedì, per non dover pubblicare i risultati e la classifica del calcio. Una disattenzione che in poco tempo è riuscita a rovesciare con le cronache e i cronisti più forti della disciplina – del giornalismo sportivo. Qui raccoglie le newsletter settimanali della serie S-Print che da ultimo, sotto la direzione di Maurizio Molinari, si è inventata, sempre per “la Repubblica”.
Storie “diverse” per qualche motivo, o apparentemente bizzarre, ma poi risolute e risolutive – giuste, innovatrici, fantasiose. Ma non di eroi, personaggi fuori dall’ordinario. Anche se tutti comunque calati in situazioni sociopolitiche o individuali eccezionali, e quindi memorabili. Ai primi due scalatori dell’Everest, l’inglese Hillary e lo sherpa Tenzing, che non vollero dire mai chi per primo aveva messo il piede in cima fa da contrappunto, ridicolo ma di fatto tragico, il business ora dell’Everest, con lunghe code di prenotazioni, per scalate servite, di champagne e caviale, in sontuosi abbigliamenti.
41 racconti della serie S-Print, “quelli che s’intrecciano più con l’oggi”, di vite, persone, eventi. Molte storie sono americane. Tutte ben trovate, e ben raccontate. Si comincia con Jackie Robinson, il primo giocatore nero di baseball nel maggiore campionato, la Major League – dopo un arresto, sotto le armi,  nel 1944, per “disubbidienza agli ordini”:  sottotenente, aveva rifiutato di sedersi “dietro” nell’autobus militare – questo undici anni prima del rifiuto di Rosa Park che poi ha fatto la storia (prosciolto dalla Corte Marziale).
Storie di impegno e simpatia, per lo più. E di sfide. Greta Andersen, la “sirenetta danese”, o “la cavallina che nuota”, emerge “sanguinante, intorpidita dal freddo”, dopo 28 ore e 28 minuti in acqua, per aver fatto 78 km a nuoto dall’isola Catalina a Long Beach e ritorno. Emanuela non lo dice, ma lo sport, anche se non competitivo, è pure una lotta con se stessi, i propri limiti, psicologici e fisici. Lysa Lion, la sollevatrice di pesi che “si issò sulle spalle Mr. Universo”, rovesciando “l’idea della femminilità”, affascinando Helmut Newton, Jack Nicholson, Robert Mapplethorpe, che se ne fece la modella, musa e girlfriend, era “alta 1,60, pesava poco più di 45 chili, vita sottile, testa piena di riccioli”.
Ritratti scolpiti, come sculture. E alcuni racconti morali. Su tutti la conquista dell’Everest. All’opposto gli insulti razzisti, specie in Spagna e in Italia, ai calciatori neri  - in Spagna si è dovuti arrivare a condanne penali, per le cattiverie peraltro assurde dei tifosi del Real Madrid contro Vinicius, che non è nemmeno africano ma brasiliano, il calciatore che ha fatto vincere il Real di Ancelotti, e lo ha tenuto a galla senza.
Una sezione Emanuela intitola “Nemici intimi”. Con storie belle e brutte. Le turbe del giocatore di scacchi. All’olimpiade di Hiler, 1936 a Berlino, Jesse Owens, americano nero, e Lutz Long, tedesco, fraternizzano aiutandosi a vincere. Gli atleti ucraini rifiutano di stringere la mano agli atleti russi che sconfiggono. A torto? La Russia è sempre la Russia: Brittney Griner, “giocatrice professionale americana di basket, due ori olimpici, è arrestata all’arrivo a Mosca, dove gioca nei mesi di fermo della Lega americana, il 17 febbraio del 2022, un settimana prima  dell’invasione dell’Ucraina, alla maniera russa, cui ci aveva abituati l’Unione Sovietica – come merce di scambio nel conflitto che va ad aprirsi con gli Stati Uniti: resterà in carcere dieci mesi, nelle condizioni più bestiali, fino allo scambio con qualche spia. Mentre all’opposto Nelson Mandela, che i bianchi del Sudafrica hanno tenuto in prigione per 27 ani, difende da presidente del nuovo Sudafrica gli Springbook¸ la nazionale di rugby tutta bianchi, odiata dai neri. E c’è comunque sempre lealtà nello sport. Emanuela non lo racconta, ma è la normalità, raro e esecrato lo sgambetto. Lo sport è anche una scuola.  
Emanuela Audisio,”la Repubblica”, Vite in gioco, pp.181 € 12,90

lunedì 8 giugno 2026

Ombre - 826

“Se la sentiva” Tamburini annunciando sabato per domenica “il rischio per le partite bancarie” esploso lunedì mattina. O “le mosse intrecciate di Mps, Bpm, Unicredit, Commerzbank e Crédit Agricole”. Mancava solo Intesa, con Bper - con Unipol. Si va da assestamento in assestamento, come se “sempre più grande” fosse sinonimo di efficienza. E magari di maggiore, e non ridotta, attività – di credito, di finanziamento, di supporto all’economa, oltre che alle “ragioni dei manager”.

Però, Bpm, cioè Credit Agricole, che così, di passata, voleva Mediobanca e Generali, senza nemmeno pagarle, questa era ancora da vedere. Castagna, il generale manager di Bpm, ci è o ci fa? Anche Unipol che diventa padrona di Generali era ancora da vedere, la irresistibile ascesa di Carlo Cimbri - dietro la faccia bonaria di Ancelotti (avremo la Rca Unica?).


“Prima di Trump, per gli immigrati latino americani il periodo peggiore è stato quello di Obama”, spiega lo scrittore messicano Yuri Herrera, autore di una “Trilogia della frontiera” a Alessandra Coppola su “La Lettura”: “Tutte le infrastrutture ora in funzione che somigliano a campi di concentramento le ha costruite Obama. Durante il cui mandato è stato fatto il maggior numero di rimpatri forzati”.

 

Curiosa la scoperta degli esperti cui i media ricorrono, specie in America, che gli iraniani sono mediatori abili - più, molto più, degli americani ( questo non si dice ma si vede). A volte, troppe, gli Stati Uniti sono terrapiattisti. Nel caso, senza nemmeno dover studiare la storia, un po', bastava ricordare lo scandalo, cosiddetto,  Irancontra, o Irangate: come gli ayatollah si fecero riarmare da Reagan - che pure restava il Grande Satana.


“Ascolti, maggio positivo per La 7 e Mediaset, in calo il servizio pubblico”. Sono trent’anni, o quaranta, che Aldo Grasso, il maggiore critico televisivo dà le pagelle delle reti tv, oltre che degli spettacoli, sul “Corriere della sera”. Che da dieci anni fa tutt’uno con La 7, stesso editore, intraprendente. A quest’ora di calo in calo il “servizio pubblico” dovrebbe essere sparito.

 

Mirra Andreeva si laurea campionessa di tennis al Roland Garros “a 19 ani e 38 giorni”. Un miracolo, è da supporre. Ma perché gareggia “senza inno né bandiera”? Non lo sappiamo – perché è russa, ma non lo diciamo. Ce ne vergogniamo? Che lei sia russa, o che non possa avere bandiera?

  

Si possono distruggere arredi e macchine (computer, video, fotocopiatrici, etc.) nelle rituali occupazioni scolastiche senza dover pagare il danno. Anche rilevante – nella fattispecie di 10 mila euro: si può essere delinquenti, a scuola. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato. Il supremo aeropago della giustizia amministrativa. Che fa il paio con la Corte dei Conti. L’uno al chiuso del palazzo Spada, regale, sontuosa residenza. L’altro prepotente a via Baiamonti, di cui si è fatto un garage privato. Che non difendono lo Stato ma i loro privilegi – gli amministrativi sono i soloni: fanno (disfano) lo Stato.

 

“Beatrice, l’orrore della morte a due anni: picchiata e costretta a fumare. Nei video le sevizie". A Imperia. In Abruzzo una lieta famiglia è perseguitata dai servizi sociali e dai tribunali dei minori perché vive nel bosco e i figli sanno leggere e scrivere ma non vanno a scuola. A Imperia tre bambine sono abusate, una anche uccisa, da due scemi drogati, in un quartiere come tanti, e non c’è un’assistente sociale in giro. In Abruzzo sì che ce’è la “cura”, il filosofo Heidegger se ne farebbe una medaglia.


Zelensky scrive una lettera sfottente a Putin, una lettera aperta, divulgata prima che fosse partita, intitolandola proposta di pace. O così la dicono i giornali, che evidentemente non sanno più leggere, avendo smesso di studiare da tempo. Ma il problema non è questo. È che Italia e Europa si stanno accollando una macina da mulino al collo di cui non capiscono la pesantezza. Con o senza Zelensky attore comico al comando.


Cairo si fa candidare dal suo “Corriere della sera” alla “discesa in campo” – “non mi dispiacerebbe”. Ma sotto forma di indiscrezione. Da uomo del giusto centro. Che il Giro d’Italia festeggia a Roma col sindaco Dem e col ministro a capo di Forza Italia. Ineccepibile. Ma lo fa sotto forma di “indiscrezione”.

Cairo è un bravo editore – non fa fallire i giornali, l’unico. Ma senza giornalismo?

Tradimento sororale

Quando una forte amicizia è tradita. Tra due coppie, apparentemente molto bene assortite, all’interno delle coppie e tra le coppie. Con un po’ di sliding doors quando erano ragazzi, di coppie che si sarebbero potute assortire diversamente, ma nulla di improprio. Fino a che il marito dell’una non va a sbattere in macchina con la moglie dell’altro, dopo una notte passata in albergo.
L’elaborazione del lutto sarà difficile – “Tutto ciò che non ti ho detto” è il sottotitolo. Anche perché l’adultera è la sorella della tradita. Ma il futuro è sempre più benigno.
Una trama esile, il tradimento –benché corroborata, anche qui, dal motivo “fratelli coltelli”, al femminile. Ma ben raccontata.  
Josh Boone, Regretting you, Sky Cinema, Now

domenica 7 giugno 2026

Problemi di base memoriali - 918

spock
 
Ogni diario è un racconto?
 
Di sé a se stessi?
 
Il diario è storia  - nel senso della memoria?
 
La storia è memoria?
 
Ai vecchi tempi era migliore?
 
“È bello doppo il morire vivere ancora”, Bernardino Corio?

spock@antiit.eu

Giallo sororale

Un titolo anonimo per una vicenda semplice e complessa – in cui una sorpresa copre l’altra, sommando nuovi indizi e sottraendone altri, per un esito impossibile da indovinare. Un giallo britannico ma senza il whodunit, impossibile scommettere sul colpevole. Niente indizi indiziari-risolutivi. Anzi, con una patina di inquietante di fatti realmente accaduti.
Del genere “fratelli coltelli”, in questo caso sorelle. Con furto d’identità, e altri biechi delitti. Anche una resipiscenza, seppure dopo morte. Ryan Deware, Omicidio nelle Highlands, Rai 2, Raiplay