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venerdì 3 aprile 2009

La storia in Italia come complotto

Con questa “Storia falsa” sono tre i lunghi saggi di Canfora su un falso degli sbirri di Mussolini, per incastrare Gramsci in carcere, e metterlo in urto col suo partito. Si tratta di un falso e di personaggi che si presterebbero a un’animazione densa di figure e di motivi, una farsa, una commedia dell’arte rediviva: i capi deficienti del partito Comunista negli anni 1930, roba da non crederci, gli sbirri cav. comm. (comm. Nuti, comm. Bellone, comm. Lucani, comm. Chiaravalloti, cav. De Santis, cav. Pastore), uno Sraffa opportunista, una Alma Lex di cui basta solo il nome (ma chi era Alma Lex? certo, era moglie di Terracini, era lettone, e poi?), Gramsci, il fondatore e ispiratore del grande partito Comunista d’Italia, lasciato solo con le sue donne russe. Nonché i tanti comunisti di primo piano informatori di polizia, Viacava, Silone, Ostéria, il marittimo genovese al quale il Partito aveva affidato l’espatrio dei suoi dirigenti nel 1926, che sarà attivo ancora a fianco di Parri vent’anni dopo.
Ma Canfora, pure uno dei migliori scrittori contemporanei, autore di memorabili narrative a base filologica, “La biblioteca di Alessandria”, “La sentenza” (l’assassinio di Gentile), “Il comunista senza partito” (Arthur Rosenberg), ci rinuncia. “La storia falsa” è puntigliosa, con subordinate che perdono il lettore più impegnato, e astiosa. Per dimostrare non tanto l’evidenza dei fatti (la falsificazione da parte dell’Ovra di una lettera di Ruggero Grieco, il futuro segretario del partito Comunista, a Gramsci, Terracini e Scoccimarro in carcere), quanto perché la verità, accertata da Canfora già nel 1989, non gli è stata e non gli viene pacificamente riconosciuta. Da maestro di scuola vecchio comunista. Che tuttora, dopo venti anni, invettiva aspro ogni altro studioso e testimone della vicenda: Sciascia, i socialisti (craxiani: “la pubblicistica craxiana (da Sciascia a un certo Landolfi)”, questo è lo stile), nonché i postcomunisti e, non volendolo, pure l’amato Togliatti – oggetto di numerosi libri di Canfora, tra essi “Un ribelle in cerca di libertà”.
Il tutto preceduto da cento pagine sulla manomissione del “testamento” di Lenin. Anche qui l’animazione s’intravvede vivace ma nell’ombra: la solitudine di Lenin tra le donne, la moglie, la sorella e cinque o sei segretarie spie di Stalin, la stolidità politica di Trockij, inimmaginabile, la mediocrità di tutta la dirigenza sovietica, che Stalin giustamente irride. Il “testamento” è l’archetipo comunista del complotto, almeno a partire dal 1956, dalla destalinizzazione, e solo questo interessa a Canfora, come ci si è arrivati. Anche se il contesto sarebbe molto ricco e denso, e comunque per uno storico doveroso.
Orfani del Muro
Il complotto è semplice. Si può liquidarlo con Popper, con la “teoria sociale della cospirazione”, o più esattamente con la “teoria cospirativa della società”: è un difetto dello storicismo e delle scienze sociali, spiega il paziente sbrogliatore di ghiommeri inutili, contrario peraltro al loro vero fine, di credere che “la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev'essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo”, mentre invece si sa che ad “azioni umane intenzionali” seguono spesso “ripercussioni in intenzionali”, e che solo una parte dei progetti si realizzano, e ciò tanto più nella cospirazione – “cospirazioni avvengono…. ma poche alla fin fine hanno successo”. Si può anche farne la storia: un mondo abbiamo creato che sfugge alla nostra comprensione – a quella del popolo – e oscuramente temiamo, come un tempo temevamo l’oscura natura, proprio quando la natura abbiamo imparato a spiegarcela. Un mondo che ci porta a una paranoia doppia, poiché per governarlo ci affardelliamo di ideologia, che è già paranoia, in buona misura lo è. Ma la verità è un’altra, non si tratta di protocolli scientifici o sociali o storici sbagliati: il complotto viene comodo quando non si sa che dire o fare, o non si vuole.
Statisticamente, in Italia perlomeno, i complottardi sono vedovi e orfani del Muro. Che però, a differenza di quell’epoca, non parlano più della Cia. Non saranno l’ultimo trucco della Cia? Un anno fa era stato Giulietto Chiesa che con un libro e un film, “Zero”, aveva molto seriosamente, filologicamente?, ricostruito il complotto americano dietro l’11 settembre.
Infaticabile europarlamentare e blogger, ex funzionario Pci e sovietologo, sempre ben accreditato a Mosca, Chiesa il complotto americano lo voleva esibito, non genere per voyeurs segreti. Raccogliendo su di esso molti saggi di grandi firme, Franco Cardini, Lidia Ravera, Claudio Fracassi, Enzo Modugno, Gianni Vattimo. Chiesa si basa su una cosa che chiama “la prova di Gödel”: che “la quantità di proposizioni non dimostrabili è infinita”. E su questa “prova” costruisce il fastello dell’11 Settembre incognito, prova ulteriore, se ce ne fosse bisogno, dello strapotere e della strafottenza Usa. Che arriva, questo non si sarebbe mai immaginato, a perdere una guerra in casa in un’ora o poco più con Osama Bin Laden.
Recensendo “Zero” (Piemme, pp. 417, € 17,50), a suo modo il libro di un’epoca, questo sito rimproverò a Chiesa di aver trascurato un paio di fattori chiave. Uno era il petrolio: ”Col petrolio a cento dollari (poi 150, n.d.R.) i guadagni sono immensi per l’Arabia Saudita, patria di Osama, per la famiglia Bush, e per il Texas, feudo dei Bush”. Ma, soprattutto, la “prova di Gödel” che “Zero” mancava era che il complotto dell’11 settembre è iraniano. Elaborato a Teheran, è stato diffuso da Teheran dopo la guerra di Bush all’Iraq per dimostrare che i sunniti non possono essere gli autori dell'11 settembre, ne sono incapaci, e sono anzi traditori, al soldo degli americani, con tutte le “prove” che si sono lette e viste in Internet, e che Osama e al Zawahiri sono al soldo degli Usa. Con le code note, del complotto come delle comete e degli aquiloni: “Al Jazira”, che ha periodicamente da sette anni e in esclusiva i video di Bin Laden, e li trasmette a due passi dalla base americana più grande del Mediterraneo e del Medio Oriente, per aprire la quale l'emiro del Qatar ha fatto un golpe contro suo padre, è creatura e proprietà del medesimo. O non sarà della Cia? Bisogna insomma osare, il complotto non è mai abbastanza.
Dovendo, come Canfora giustamente vuole, riconoscere le paternità, bisogna riconoscerlo: il complotto è tema privilegiato degli ex comunisti: antimarxisti, se non mussoliniani senza saperlo, come i borghesi di Molière, hanno vissuto la loro storia da complottardi, e a maggior ragione ora la loro poststoria – non riescono a capire perché il loro dio è fallito. Il postcomunismo non è onorevole in questo, che si pensa vittima di un complotto. Della Cia naturalmente. E della Cia tramite i trucidi polacchi: Brzezinski, Woytiła, Glemp, e forse lo stesso Jaruzelski. Non staremo a dire come - non ce n'è bisogno. Ma Yakovlev, è accertato, il collaboratore di Gorbaciov, era una spia della Cia. E perché Andropov non lo era, capo del Kgb e dell’Urss, era l’uomo ideale della Cia. O già Dzerzinski, il fondatore sei servizi segreti sovietici, infiltrato polacco – all’epoca la Cia non esisteva. Se non è stato Gorbaciov il vero Reagan, il ruolo grande che il mediocre attore Usa non riusciva a impersonare. Essere comunisti, e pensare che il comunismo l’ha abbattuto la Cia…
Governare attraverso la crisi, coi poteri forti
Ma non si può tacere che il complotto – per invidia verso i “comunisti”? ancora quindi ci dominano ? - è una psicosi molto politica. È parte del famoso “governo a mezzo della crisi”, con le compatibilità, le priorità, le coperture, i vincoli costituzionali, una sorta di anima di ferro del potere che si camuffa dietro l’impossibilità di governare, l’acefalia governativa. La costituzione italiana non vuole un esecutivo, anche se dei suoi frammenti uno lo fa durare addirittura sette anni, una monarchia. E con la pratica parlamentare ha ulteriormente frammentato le briciole di esecutivo che la costituzione consente, disperdendolo in procedure lentissime, contorte e sempre sterili. Non è un segreto, anzi Andreotti l’ha proclamato e teorizzato, che una scienza del governo – del potere - si è formata basata proprio sull’impossibilità di governare. Di governare attraverso il Parlamento e l’esecutivo eletto. Non è l’Italia la patria inafferrabile dei poteri forti? Cioè segreti.
Non è la sola specialità dell’italico complotto. Mario Segni ha scritto al “Corriere della sera”, 14 giugno 2008, per difendere Mani Pulite. Ma aggiungendo: “È vero che, a partire dal processo Andreotti, si verificarono deviazioni a volte gravi”. Un lapsus, perché Andreotti è l’unico leader Dc, e quella andreottiana l’unica corrente, che Borrelli e Di Pietro abbiano risparmiato. Anzi, in una scena avulsa del golpe giudiziario, il procuratore fu a Roma in incognito, protetto da un cappellaccio, sotto il quale però si sa che c’era, per una missione segreta, nel corso della quale però si sa che incontrò Andreotti. Ma è chiaro ciò che Segni intende dire: c’è complotto solo per gli amici. Andreotti non sarebbe un amico dei Segni, se sono sue (sono sue) la carte con cui fu denunciato il piano Solo, che troncò la carriera di Antonio Segni, padre di Mario, capo della destra Dc prima di Andreotti. Ma in certi ambienti, specie al Sud, un certo tipo di amicizie si ricompongono.
Il complotto però non è una delle tante tare meridionali. È tipicamente romano, poiché è politico. È anzi andreottiano, benché Berlinguer lo abbia adottato, se è la politica del “governo attraverso la crisi”. È anche intellettuale, se non letterario, poiché copre larga parte dell’immaginario. Un vero fenomeno editoriale, con centinaia di titoli, molti di successo. Sul terrorismo e chi (non) ha messo le bombe – chi le ha messe si sa. E su Berlusconi: Berlusconi e la mafia, Berlusconi e la droga, Berlusconi e la massoneria, e le sue televisioni, le sue finanziarie, le sue case, gli affari con Putin, Gheddafi, Erdogan, Aznar e i suoi congiunti, le vacanze di Blair, le mogli di Sarkozy – mancano le donne: Berlusconi e le donne ogni tanto si tenta d’imbastire, ma ancora non c’è. È solo ultimamente esercizio privilegiato degli ex Pci, Ersatz di una storia in qualche modo approfondita, e perfino di un’autocritica, di un minimo impegno morale.
È però a Sud il luogo per eccellenza del complotto, se tale si considera il Medio Oriente. Nei romanzi ma non soltanto: avendolo praticato per alcuni decenni, il complotto vi è solo evidente. E non per sé, per i tanti intrighi, putsch, colpi di mano, assassini politici, ma per la sua natura, come Ersatz di ogni politica.
Non senza implicazioni in Italia: non sarà il complottismo un caso di levantinismo? più che di marxismo volgare? Molte suggestioni l’ipotesi fa emergere, anche se, essendo il complottismo in Italia settentrionale e non meridionale, romagnolo, milanese, bisognerebbe legare il Nord al Levante…
La Terza Repubblica (francese)
L’Italia, arguisce Canfora senza saperlo con la storia di Pierre Cot, il ministro radicale che era spia di Mosca, e per questo, forse, filomussoliniano, è una copia della Terza Repubblica francese, Mussolini compreso, e malgrado la Liberazione. Dello Stato degli intrighi: delle raccomandazioni, della corruzione, degli arricchimenti illeciti, dalla manomorta agli appalti, e del sottogoverno, non solo alla Rai. Anche questa è traccia solida da esplorare, più del Levante.
La Terza Repubblica francese si era data il compito, più volte rinnovato, arguisce Simone Weil nel lungo saggio “Radici” che meglio legge la contemporaneità, di “affossare la libertà, l’uguaglianza e la fraternità”, ossia la giustizia. Inducendo il disprezzo della funzione politica che ancora ci affligge, dello Stato, la polizia, le leggi, e della politica: “La nostra epoca è talmente avvelenata di menzogna che muta in menzogna tutto ciò che tocca”. Del resto, veniamo da un’epoca, notava la filosofa, “ in cui molte brave persone, che pensano di essere lontanissime da ciò che Lévy Bruhl chiamava la mentalità pre-logica, hanno creduto alla magia delle parole molto più di qualsiasi selvaggio”, non c’è oltraggio impossibile, dei letterati compresi.
È però vero, tornando all’incontestato, che nel Medio Oriente le storie di complotti vi sono infinite. Si prenda il Libano, gli Hezbollah del Libano. Come Al Qaeda, l’organizzazione ha un vertice irreperibile ma loquace. Parla spesso da un rifugio segreto il leader Hassan Nasrallah, un giovanottone. Nel Libano è quasi impossibile, perché il paese è piccolo, non ha i famosi passi inaccessibili di frontiera dei racconti afghani di Kipling, e tutto vi si sa. E tuttavia Nasrallah è inafferrabile. Finanziato da Teheran e armato dalla Siria. Ma alleato, tra i cristiani, con Michel Aoun, della Siria arcinemico perché gli ha ucciso un figlio. Giovanottone inconcludente, che i libanesi semplicemente considerano la longa manus di Israele, ogni volta che Israele ha bisogno di un diversivo alla frontiera col Libano.
In Africa peraltro, come in Sud America, i complotti sono perfino annunziati. In Nigeria, nel Ghana, per un certo periodo, in Liberia, nell’Africa francofona ovunque, viaggiando si sente sempre dire che questo o quel generale, colonnello o caporale si appresta a prendere il potere, spesso con la data prevista per il golpe.
La complottistica è insomma universale. E non solo terzomondistica. Gli americani, ricorda Barbara Tuchman, “La marcia della follia”, al capitolo sull’indipendenza americana, erano convinti di un complotto inglese contro di loro. Gli agenti inglesi erano convinti di un complotto rivoluzionario, che gli indipendentisti americani fossero manovrati – solo non sapevano da chi.
I complotti nella storia ci sono. Ma quasi tutti sono immaginari. Fanno la storia proprio per essere immaginari: minacciati, tentati, temuti, augurati. Per non saper pensare meglio. Per avere un nemico. Per spirito d’avventura, ma raramente.
L’argomento del progettoSecondo il giovane Engels “i complotti sono non solo inutili ma dannosi”. Ma l’idea del complotto non è senza dignità. Richiama l’“argomento del progetto” di William Paley e della sua “Teologia naturale”, che influenzò la formazione di Darwin e lo indirizzò all’“Origine della specie”. Se c’è un orologio, argomentava il teologo Paley, ci dev’essere un orologiaio. È l’argomento della creazione individuale, per cui c’è un progetto di Dio dietro ogni singola specie, era una “prova” dell’esistenza di Dio.
Ci sono specie e eventi senza progetto, non immediato, non specifico, non dichiarato. Geometrie complesse che anch’esse giustificano un complotto, proprio per essere inspiegate, inspiegabili. Il primo è forse quello della democrazia. Con la storia dei Quattrocento, tra essi Tucidide, che Antifonte mise insieme nella primavera del 411 contro la democrazia a Atene: “C’erano persone che mai si sarebbero credute”, rivela lo storico, e stabilisce un legame tra la congiura e una serie di delitti misteriosi. Oppure si può pensare che la storia vada per congiure. I Quattrocento di Antifonte, sostituendosi ai Cinquecento del consiglio eletto, calcolarono al millesimo le indennità loro dovute fino alla fine del mandato, e “le pagarono via via che quelli uscivano dalla sala”. La pratica dunque è perfezionata, se c’è da tempo anche un galateo del golpe. E si può pensarla fine a se stessa, come la argomenta Josef K., personaggio eponimo dei complotti, che Kafka nel”Processo” fa accusare di un delitto ignoto: “E ora il senso, signori, di questa grande organizzazione? È di far intentare dei processi senza ragione, e in gran parte pure, è il mio caso, senza risultato”. È che così c’è più suspense: la democrazia è altrimenti come i “Promessi sposi”, non vi succede mai nulla.
E se le cose occulte poi avvengono? Si veda negli Usa, dove se ne fa teatro giornaliero, a Washington, a Wall Street, e anche a Hollywood e a Broadway. C’è sempre un complotto della storia. Non si può dismettere il complotto, anche i bolscevichi presero il Palazzo d’Inverno entrando alla spicciolata da una porta secondaria dimenticata aperta. Ma il golpe annunciato sa di classico, della disinformazione: “Ti butto un golpe tra i piedi”, si potrebbe dire.
Anche gli ateniesi dormivano “fuori la notte in armi”, narra Tucidide, quando uno spione s’inventò il golpe di Alcibiade - liquidato il quale fallirono la conquista della Sicilia, che li avrebbe resi padroni del Mediterraneo, e duemila anni di storia, e persero la stessa Atene. E sempre c’è il sospetto dell’ignoranza consapevole, il metodo socratico della verità simulata, far credere che si sa pure ciò che s’ignora. Che è il vizio della sinistra, la quale sapendo tutto quello che non sa pensa di doverlo denunciare come complotto. Per questo Bacone spregia la Fama, l’opinione pubblica: la natura del popolo essendo “malvagia e triste, e propensa alle novità”, i turbolenti se ne approfittano con “pettegolezzi, malignità, denigrazioni, ricatti”, per muovere alla “femminea invidia verso coloro che governano” – il complotto è femmina per il barone di Verulamio, la ribellione maschio. Il popolo sospetta di tutto, la democrazia ateniese è una serie di complotti, democratica solo perché spesso sovvertita – anche se sempre ci vuole un giudice per un complotto.
Congiura avrebbe più senso che complotto, filologico e storico, più onorevole. È anzi per alcuni la storia, Francesco Patrizi, o la rivoluzione. “Fra tutte le imprese degli uomini nessuna è grande come la Congiura”, scrive l’abate di Saint-Réa, lo stesso della “Congiura degli Spagnoli contro Venezia”, allievo dei gesuiti: “(Sono) questi i luoghi della storia più morali e istruttivi”. La retorica è politica - così com’è storia e giustizia, là dove modella la storia e la giustizia. E molta politica è retorica, un bel dire - Marx lo scoprì di Machiavelli, che riscriveva Sallustio, “La congiura di Catilina”, o Tacito, che rifece Sallustio. E dunque il complotto è progetto politico, non rivoluzionario.
Nel 1975, o 1975, “L’Espresso” e “Panorama” pubblicarono ogni quindici giorni, o a turno ogni settimana, la storia di almeno un complotto, in cui si distingueva un certo ingegner Francia, nome d’arte. Il complotto suo più insidioso era infatti l’avvelenamento dell’acqua. Facile, chiunque può avvelenare l’acquedotto, classico, solitamente, nella preparazione dei pogrom, agli ebrei si dava il ruolo di avvelenatori dei pozzi, e francese, per la prima volta fu divisato nella Francia del dodicesimo secolo.
Erano facili anche perché erano complotti terroristici, quindi doppiamente segreti, non c’è chiave che dia accesso. Il terrore è il pesce nell’acqua, chiunque può mettere una bomba in una galleria della metropolitana, New York avrà quattro o cinquecento stazioni, ognuna con quattro e cinque uscite.
Ci saranno successivamente, anche se avvenuti prima, in base alle denunce del benemerito onorevole Andreotti, altri golpe. Uno nel 1970 vide protagonisti i Forestali di Gualdo Tadino, un commando di 23 elementi che doveva prendere d’assalto il ministero dell’Interno, ma s’intrappolò nell’ascensore che non funzionava. Era nell’ambito del golpe Borghese.
Il golpe del 1974, a opera di un commando di cinquanta uomini, doveva attaccare il Quirinale, sciogliere il Parlamento, e nominare Delle Chiaie comandante delle Forze Armate, nella calura di Ferragosto, lo capeggiava un odontotecnico della Spezia, che aveva segnalato alla mafia migliaia di oppositori da assassinare. La mafia è d’obbligo anch’essa, più della massoneria. Un piano alternativo della massoneria comunque non mancò, alternativo all’eliminazione fisica: prevedeva l’arresto del presidente della Repubblica in costume da bagno nella tenuta di Castelporziano, vicino Torvajanica, luogo dei complotti nella storia breve della Repubblica cominciata col caso Montesi. La Repubblica che cade in costume da bagno non è male, anche se nelle fattezze del presidente Leone.
Il golpe Borghese nel 1970 fu invece organizzato da Nixon, con due agenti della Cia, due soli. Lo hanno rivelato Remo Orlandini, un ragioniere che sognava per sé la gloria di Danton, e un notaio, Giordano Gamberini, che voleva lavorare per la Cia e non lo presero. Uno della Cia era invece un ingegnere della Selenia, il quale più volte aveva telefonato a Nixon in presenza del ragioniere – che però non sapeva l’inglese. Claudio Vitalone, il magistrato che condusse l’inchiesta, amico stretto dell’onorevole Andreotti, passò una notte insonne, racconterà all’“Espresso”, nel dubbio se mettere sotto accusa l’ex presidente americano. Feltrinelli invece voleva rapire Borghese. Anche lui preparava un complotto, sempre nel 1970, sotto forma di controcomplotto.
E tuttavia i morti ci sono stati, da Piazza Fontana in poi, in gran numero. Anche se senza golpe.

La Grande Congiura
Combattere le ombre dev’essere più dura che contro i mulini a vento. Anche la vigilanza non è mai bastante. Per esempio sulla storia: perché è oppure non è. E qui, bisogna dire, la massoneria ha più spazio che la mafia.
A proposito per esempio del Risorgimento: perché Garibaldi ha dato mezza Italia a quei citrulli dei Savoia? Obbedienza massonica, agli inglesi e a Luigi Napoleone, imperatore per burla, dei generali borbonici compresi, che alzavano le mani non richiesti. Fino al XX Settembre: si attese l’equinozio d’autunno per sparare una diecina di palle ad alzo zero contro il muro di Porta Pia – attenti a non beccare gli svizzeri – ed elevarle a epinicio sulla teocrazia. Ma non si può sapere, il riserbo si addice alla cultura laica, inespressa. Per questo anche Rabelais era massone, o Montaigne, o l’uno e l’altro. E Dante, sempre ante litteram - ma su Dante la fratellanza è divisa: molti gli appioppano la credenza che la terra fosse piatta, a lui e al Vaticano, e a Tolomeo. Sono un ramo, questi discorsi, della scienza del complotto, piace sapersi in mano a forze segrete – la negazione, in realtà, della politica.
La fratellanza viene da un’epoca in cui la filosofia la pensavano i ciabattini, i sarti, i mugnai, i muratori celti delle brughiere scozzesi, e i fabbri. Felice epoca democratica, il Cinque-Seicento, il mattino dei maghi. In cui la massoneria veniva fondata da un cattolico: l’architetto di Giacomo VI Stuart, infatti, William Shaw, cattolico in paese calvinista, si protesse dietro gli statuti dell’arte dei muratori. Perché il laicismo è solo cristiano. Era un’idea latina, il vangelo l’ha fatta propria, e così la chiesa, alla congiunzione tra Roma e il cristianesimo. Talvolta l’ha repressa, talaltra l’ha difesa. Non si saprebbe in materia andare oltre Croce, quando da patriota scriveva: “Io me la prendo con la Massoneria non già, come si fa d’ordinario, perché la giudichi perniciosa accolta d’intriganti e affaristi, ma appunto perché quell’istituto, originato sul cadere del Seicento, al primo fissarsi dell’indirizzo intellettualistico, plasmato nel Settecento, messo ora al servizio della democrazia radicale, popolato dalla piccola borghesia, rischiarato dalla cultura dei maestri elementari, rafforzato dal semplicismo razionalistico del giudaismo, è il più gran serbatoio della “‘mentalità settecentesca”, uno dei maggiori impedimenti che i paesi latini incontrino ad innalzarsi a una vera comprensione filosofica e storica della realtà”. Della complessità – la “mentalità settecentesca”, dunque, quella della ragione, sarebbe il complotto.
La grande congiura è l’idea, che Carl Schmitt sfiora voluttuosamente, di un cambiamento orchestrato in segreto tra Medio Evo e Rinascimento, sostenuta con decisione da René Guenon nella “Crisi del mondo moderno”: il più grande golpe della storia, la secolarizzazione del mondo. O il demonio all’opera, sotto forma di sovvertimento, che proietta l’individuo cristiano nel mondo opaco senza Dio.
Le personalità multipleIl complotto per la scienza è della stupidità. Ma bisogna credere all’inesausta capacità di male. Anche se, col diavolo, si torna a credere all’eterno.
Si sa com’è andata: la creazione venne male. Con la donna andò meglio, ma è peccatrice. Ci fu allora il gran pianto del diluvio, un pentimento generale, ma Noè ne profittò per ubriacarsi. Noè di cui tutti siamo in realtà figli.
È vero che “nessuno sale più in alto di chi non sa dov’è diretto”, avrebbe detto Cromwell. E Lord Cromwell adamantino scopriva un complotto ogni due mesi. Mentre un famoso complotto ebreo e socialista, come si sa, tenne la Germania alla fame per quasi quindici anni dopo la sconfitta del 1918.
Il gusto di nascondersi rientra peraltro nel fenomeno delle personalità multiple, attualmente collocato al capitolo dei disturbi associativi, che ricomprende la vecchia categoria dei fenomeni isterici. È un capitolo vago, toccando la dissociazione, nozione tra le più indefinite della psicopatologia. Forse perché etichetta malattie diverse, per causa e natura se non per manifestazione. Può rientrare fra i disturbi della personalità, l’inverso dell’istrionismo, ed è più spesso l’effetto di una patologia sociale o storica. Il sospetto, strumento di verità, si trasforma in un’ontologia conchiusa, la psicosi del complotto. Per cui un Hitler, per fare un esempio, fenomeno dichiarato e manifesto, viene avvolto di segreto, e ogni evento della vita quotidiana diventa assimilabile a Hitler. La vita, che si manifesta essendo, diventa non luogo e non ente.
È il caso a volte della verità, quando è netta, seppure non dichiarata,. Le bombe per esempio, degli anni a partire dal 1969, dalla fiera di Milano e poi da piazza Fontana, sempre a Milano, e le migliaia che sono venute dopo. Non c’è dubbio su chi da esperto le ha confezionate, chi le ha distribuite, chi le ha collocate, chi le ha innescate. E su chi ha deciso di farle confezionare, di che potenza, e quando e dove farle esplodere. Nonché su chi e come ha deviato le indagini, sempre, su piste che non portano in nessun posto – le forme del contenuto, direbbe Umberto Eco. Ma è una verità che bisogna tacere.
Kant perplesso
Il complesso del complotto è come la superstizione, pronuba la paura: si temono mali sconosciuti, e se mancano motivi certi di temere se ne creano d’immaginari - la paura, l’“ansiosa preoccupazione” di Hume, è il principio delle religioni.
Il complotto è il buio, dov’è impossibile distinguere i gatti, luogo d’insidie. È il Novecento. Che è il secolo del processo, costante, indistinto, interminabile: Kafka. Della demoralizzazione dell’Occidente: Spengler. Se per Occidente s’intende l’Europa. E del complotto. Per via della scoperta della libertà, o della guerra permanente, calda e fredda. Le due cose, legate, hanno effetto suicida. “La menzogna nuoce sempre agli altri, anche se non reca pregiudizio a qualcuno nuoce all’umanità”, è il famoso assioma di Kant nel corollario “Contro Hobbes” al quesito “Sul luogo comune: può essere giusto in teoria, ma in pratica non vale niente”. Sì, ma quando Constant gli obietta: “Un filosofo tedesco arriva a pretendere che verso degli assassini che vi domandassero se il vostro amico che essi inseguono non si sia rifugiato in casa vostra, la bugia sarebbe un crimine”, Kant è perplesso: “Riconosco di aver effettivamente detto questo, ma non mi ricordo dove”. E quando Constant insiste: “Nessun uomo ha diritto alla verità che nuoccia ad altri”, se la cava opponendo: bisogna “essere veridico (onesto) in tutte le proprie dichiarazioni”. Dalla verità alla veridicità. E all’onestà?
Ma il complotto spiega ogni cosa. Non cambia le cose, nemmeno l’ordine delle cose. E non è nemmeno inutile: è perdente, è il segno della sconfitta, che aggrava. Ma imbatticile è la sua logica, poiché incita alla difesa, che sempre è nobile. E poi la leggenda non mente.
Di complotti ce ne sarebbe uno, sostanziale, che sembra smentire questo assunto, dichiarato e dichiaratamente fascista, benché non denunciato dall’onorevole Andreotti. Fece nel 1974 molte vittime minando l’Italicus, un treno a lunga percorrenza in latino maccheronico. Un quattro agosto. Che è come dire quattro quattro quattro - agosto è l’ottavo mese, due volte quattro - o tre per quattro, numeri simbolici, i fascisti sono numerologi, i dinamitardi sempre sono spiritualisti. Ripetuto cinque anni dopo alla stazione di Bologna, ma sbagliando di un giorno la fatidica combinazione tre per quattro.
Ma non c’è contraddizione: sempre volano stracci. Il complotto è vero che è inutile, già Rousseau ne trovava l’idea superata: “L’eloquenza è oggi superflua, quando la forza pubblica fornisce tutta la persuasione necessaria”. È sempre vero quanto dice Kant, che “l’obbedienza senza spirito di libertà è la causa e l’occasione delle società segrete”. E la storia italiana, e la cronaca, si fa col segreto, la prova generale risale alla venerata carboneria, la radice da cui l’Italia è germogliata. Ma il segreto vale solo per chi non conta.
Che c’è di segreto a Washington o a Pechino, nella vecchia Dc come nel vecchio Pci, nella finanza laica e in quella cattolica? Sono dichiarati pure i ladri. È la democrazia che genera le società segrete, sono i suoi tiranti. Il complotto è la politica, organizzata nei dettagli, governata con le redini, i paraocchi, la frusta, annunciata, prevista, perfino spiegata. Il segreto, ma meglio sarebbe dire la ricetta, è quello della lettera invisibile benché in mostra, il vero complotto naviga in superficie, ma i segni vogliono essere letti. Come i “segreti palesi” di Goethe, che per essere ordinari non piacciono alle menti fini.
Mentir vrai
La menzogna però, se è un’arma, è di difesa – è in fondo sempre il “mentir vrai” di Aragon, dire la verità mentendo. Anche quando è usata per attaccare e distruggere: non porta a una conquista, nessuno ha mai vinto nulla con la bugia costante. La società segreta è un ossimoro. E un’allitterazione. Certo, il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno arcano. Ma il segreto, se non si fa temere, che segreto è? “Che bella occupazione prepararsi un segreto”, dice Kierkegaard brillo, “che tentazione goderselo”.
Il complotto si lega non al sospetto ma all’ermeneutica. La teoria del complotto deve trovare i significati delle espressioni letterali, o delle forme o eventi apparenti. Ma l’ermeneutica è stata a lungo scienza di giurisperiti, oltre che dei teologi amanti della Bibbia, e poi dei materialisti storici. Si fonda sulla lettura dei significati impliciti. Non necessariamente sospettosa, alla Freud: è esercizio d’intelligenza.
La polizia invece è torpida. Il nemico non è la polizia, deviare l’ostilità su di essa sarebbe in artiglieria tirare direttamente sul falso scopo, invece di utilizzarlo per prendere la mira col goniometro. La polizia è neutra, la polizia non è lo Stato, noi siamo la polizia. Ma poi lo Stato siamo noi: la politica vuole cose, e per ottenerle deve individuare il nemico giusto. Il segreto fa parte della storia. Della storia di tutti, la polizia arriva in questa corsa seconda, e anche terza.
I Garibaldi dell’unità hanno dalla loro Simmel, e la religione. Il segreto, insomma la menzogna, eticamente cattiva, è sociologicamente utile. L’occultamento ricercato, argomenta il sociologo, è u-na delle massime conquista dell’umanità: “Tramite il segreto si ottiene un infinito ampliamento della vita”. La protezione del segreto non dura a lungo. Ma esso “offre, per così dire, l’opportunità di un secondo mondo accanto a quello rivelato, che ne viene influenzato nel modo più intenso”. Il segreto è utile per proteggere un movimento allo stato nascente: “Le società segrete costituiscono un’educazione altamente efficace del nesso morale tra essere umani”. E comunque, “non è il segreto a stare in connessione diretta con il male, ma il male con il segreto. L’immoralità si nasconde”.
“Forse sarò stato l’ultimo viaggiatore in Italia”, scrisse Stendhal in “Dell’amore”, legando il segreto e la reazione. L’ultimo viaggiatore felice: “Dopo la carboneria e l’invasione austriaca mai più uno straniero sarà ricevuto da amico nelle case in cui regnava un’allegria sfrenata”. La carboneria è assetto stabile dell’Italia, dove nessuno ha tenuto mai un segreto. Dice Garin che il principio base dell’ermetismo nel Rinascimento, e cioè dell’Italia, è che “ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per realizzare i miracoli dell’unità”. È tutto nella carboneria, il ribellismo italiano è carbonaro: repubblicano e monarchico, socialista e sanfedista, diabolico e beghino, il ribellismo della bassa forza dell’esercito napoleonico, che in Calabria trovò fertile humus, con i sanfedisti e i massisti, da destra cioè e da sinistra – oltre che, equanime, come Calabrian Free Corps, per le guerre di libertà inglesi nel continente. E da lì risalì a Napoli e negli altri Stati italiani. Uccise Murat a Pizzo per conto del Borbone, e poi si rivoltò contro il Borbone – finanziata dal principe di Canosa, che del Borbone era ministro di Polizia.
Il segreto dichiarato è bello-e-buono. È il potere. È il contropotere che è pericoloso, segreto vero, all’ennesima potenza: il figlio che tradisce il padre, che tradisce la moglie, con un’amante, la quale ha un marito, che la tradisce con un agente segreto, che è l’uomo di qualcuno. Le vicende del terrorismo nella storia della Repubblica, che non ebbe più di auattrocento effettivi – il numero fatidico di ogni congiura dopo Antifonte? – tra uomini al fronte e salmerie, lo certifica. Col conforto del “Deuteronomio”, Le cose occulte appartengono al Signore”. Tanto più se è valida la legge di Richelieu, secondo la quale la forza dei ribelli è sempre dimezzata rispetto a quella dei tutori dell’ordine – per ogni ribelle, insomma, basta mezzo sbirro.
La penetrazione del misteroIl complotto è sempre materia di racconto fantastico, ci si sente trasportati in un romanzo di av-venture. Ma non innocuo. Si sa perché i romanzi d’avventure piacciono ai ragazzi: si sentono adulti tra i personaggi. Ma gli adulti dei romanzi di avventure sono modellati sui ragazzi. È difficile che un uomo di vent’anni vi si identifichi, o uno di trenta. Il complotto è magico. La magia ha il senso dei rapporti tra le cose, il complotto il senso degli eventi, accomunati dalla penetrazione del mistero. Il senso degli eventi normalmente viene post hoc ergo propter hoc, il prima spiega il dopo, logica a bassa intensità, ma anche con lo hysteron proteron: si gioca d’anticipo. Per prevenire la catastrofe, per provocarla? Il complotto è, era, della psicologia fascista. E dunque? È l’eredita assurda della Rivoluzione francese, che se fu qualcosa è un ritorno al Medio Evo, alla Magna Charta e altri statuti del Duecento, sotto la crosta spessa dei mediocri, che sempre sono sanguinari. Se Diderot e Rousseau fossero vissuti fino alla Rivoluzione gli avrebbero tagliato la testa. E c’è ch pratica il cogito interruptus, direbbe Eco, ferma la storia per farsi una sveltina. Montesquieu dice dell’occhio dell’uomo che, se fosse d’aquila, l’architettura sarebbe più complessa. Ma non bisogna farsene un complesso.
Je ne suis pas tout à fait un être réel”, diceva Benjamin Constant. Quando non ne poteva più di madame de Stäel. Ci sono situazioni che annientano, per evitarle ci si cancella preventivamente. È un vecchio gioco, quello di essere un altro: Garcia Marquez che è Balzac, “Cent’anni di solitudine” è tal e quale “La ricerca dell’assoluto”, come no, Proust Montesquiou, Eliot sua moglie, Brecht le tre mogli.
La Congiura ha radici altolocate. Non tanto Gilson e l’irruzione del moderno, la secolarizzazione, quanto Héraut de Séchelles con le quattro innovazioni: la patria in pericolo, la legge dei sospetti, un piede nei due blocchi, e l’ateo religioso – centauro nel Novecento socialfascista, fasciocomunista, cattocomunista, e in Italia socialliberale. Più un secolo di filosofia contro la tecnica e la democrazia che organizzano e livellano, a scapito dell’individualità e della conoscenza, manovrate evidentemente dal Maligno. Non grande filosofia, compresi i nichilisti massimi, Jünger, Heidegger, Nietzsche stesso, per quanto calligrafi. In alternativa alla rinascita del tomismo si è trovato il niente, o l’ateismo enfatizzato di Sartre e Malraux, che solo si vogliono falsari e ladri, soprattutto di belle donne, quelle che aprono la bocca allo stupore. Questa in sintesi la nostra Storia: il rifiuto della tecnica, cioè del mondo, cioè di sé e dell’essere. Che andrebbe ridetto: il rifiuto di sé, che si camuffa da rifiuto del mondo, cioè dell’incolpevole tecnica, e si estrinseca nella teoria e pratica del complotto. E la vita immalinconisce. Con l’intellettuale ridotto a mosca indiscreta che pensa d’avere in mano il fulmine e scaglia punzecchiature. Facilitando il progresso della tecnica, se promuove l’Autan. La rivoluzione per esempio è stata igienica, con Semmelweiss, poi, col fordismo, dei consumi di massa e, con l’automazione, del tempo libero. Ma non si può dire.
È come dice la Medea di Seneca a Giasone: “Cui prodest scelus,\is fecit”, chi ci aveva interesse è l‘assassino. È la rivincita dell’invidia contro chi ha, più soldi o più potere, o più fantasia, anche morbosa. Tutto certo è corruttibile, anche i buoni sentimenti - la fraternità non è arrivata con la ghigliottina? Aristotele tratta della compassione insieme con la paura. Cicerone la collega all’invidia. Arendt all’entusiasmo: il razionalismo e il sentimentalismo del Settecento non sono che due aspetti della stessa cosa, un bisogno di entusiasmo. Come andare allo stadio, per intendersi. Fabre d’Eglantine compose “Il pleut, il pleut, bergère”, e diede i nomi floreali al nuovo calendario, mentre ghigliottinava - prima di finire ghigliottinato.
Dei golpe il repertorio è invece acclarato, con ripetizioni, in filologia o nella storia: con l’eccezione delle guardie forestali tutto è già avvenuto. L’uccisione durante il tentativo di fuga è il modello Liebknecht. L’avvelenamento degli acquedotti è storia repubblicana, della repubblica di Spagna. O del repertorio gesuitico: sono i gesuiti che di solito, nella massoneria, avvelenano gli acquedotti. Anche, un tempo, gli ebrei. O si può pensare a un complotto degli olandesi, che, ancora nel Seicento, segretamente importavano, sotto forma di zanne di narvalo, e commerciavano il corno del liocorno, per purificare le acque avvelenate. E dunque torneranno i liocorni? Ma anche i forestali hanno tradizioni, e proprio all’Interno: era della Forestale il generale Clerici, l’ultimo capo della Polizia di Mussolini. Tutto è possibile, Hitler non cominciò sequestrando il capo dei vigili urbani di Monaco?
La storia, democratica, dei camerieriO sia il complotto la storia vista dai camerieri. Per cui Lenin è un generale tedesco, e Hitler è, anche questo si sa per certo, il papa Pio XII È storia sempre convincente. La Stazione Finlandia è un bel plot, verrebbe un bel film, con Lenin nel vagone piombato della Wehrmacht. Il vagone piombato è un avanzamento: nel precedente della storia il principe Ferdinando, pretendente al trono di Bulgaria, era rientrato a Sofia da Vienna nel 1913 nascosto nei gabinetti del treno, anche se si trattava dell’Orient Express, allora treno di lusso. Un altro tipo di storie vede l’oro manifestarsi in piombo, il piombo tramutarsi in colomba, e la colomba uscire candida da una pozza putrida, tutto in un soggetto e anzi in una persona, spesso in unità di tempo e luogo. Alcuni schemi logici aiutano, del tipo “da una parte...dall’altra”, oppure “o...o”. Sono logiche povere, messe a punto da francescani e domenicani alle prese con l’Inquisizione, alla portata di chiunque. Alla fine non si stringe nulla, ma se piace è divertente. È come allo stadio: si canta, si urla, ci si accoltella pure, senza guardare la partita. Non è dunque la storia dei camerieri disprezzabile, come Hegel voleva, e il conte Tolstòj, che metteva le mani avanti - “non si può essere grand’uomo per il servo, perché il servo ha un altro concetto della grandezza”: si può essere camerieri e eroi.
Il complotto è, come il giallo, genere democratico: ognuno è un detective, e basta poco per creare golpe a diecine, ordinari. Ma il giallo s’impone con l’enfasi sulla giustizia, che è il fondamento dell’uguaglianza. Con la democrazia delle stesse situazioni, verbosamente realizzata da Agata Christie, che Eco tenta di nobilitare in induzione, che sarebbe poi la deduzione. Mentre si sa che non è così, e nella sherlockholmesiana e nel noir se ne vedono le tensioni, l’impossibilità pratica: la giustizia è l’ingiustizia. Il sentimento della giustizia cioè è sconfitto. Non alla Manzoni, o alla Sciascia, per l’ambiguità della storia o della provvidenza, ma per le pulsioni invincibilmente perverse degli uomini, e delle donne, e per l’incorreggibile indigenza delle istituzioni. Sciascia immagina il giudice e l’inquirente pensosi, per un’idea della giustizia astratta, da candido maestro di scuola. Ma nessuno autore vero di gialli si attende nulla dai giudici. Il che ha a che fare con la giustizia – che non è un fatto di tribunali – ma di più con l’enfasi anarchica che sta all’origine della fortuna del genere. È insomma un gioco, ha ragione Kipling. Divertente anche, se non ci fossero i morti. Senza disprezzare il fenomeno secondario: indurre la credenza pubblica, il regime politico è ancora elettorale. Ma sui segreti non bisogna indulgere.
Il ricamo della storiaIl complotto è oggi realtà per apporti plurimi. Per essere il ricamo della storia, la traccia dell’antichista e del filosofo, la partita a scacchi che ricostruisce e disegna la trama. L’ipotesi è la cosa più sicura, tutto il resto è cao-s-uale. È la causa di Heisenberg - o ne è l’effetto. Il principio d’indeterminazione, Wittgenstein vi s’imbatté senza riconoscerlo: criticare è perturbare, analizzare è trasformare, riflettere trasforma il problema. È come in artiglieria, molto influisce l’osservatore. E il percorso: i venti, le ondulazioni del terreno, gli effetti ottici. Per l’impossibilità accertata di subordinare la verità di un enunciato al suo assetto formale. Ci sono tante verità quanti sono i percorsi per arrivarci. Lo sa per primo lo scrittore, la cui opera varia per le stesse condizioni materiali dello scrivere, oltre che per il suo stato di salute e l’umore. Nonché per Freud, in nome del quale, dice Auden,“viviamo ormai vite diverse” – anche se, Woody Allen l’ha scoperto, a tenerlo su è l’industria dei divani.
Un percorso è l’irriducibilità del caso o del disordine. E poi? Niente, non si esce dall‘unitas multiplex, il complotto eccolo qua. E si creano martiri, non per la causa, per il nemico. È straordinario. Con la parallela riscoperta del tradimento libertino, vicendevole, il tradimento fra traditori. Della coppia che fa l’amore pensando ognuno ad altro partner. Del doppiogiochista, il traditore che porta qualcuno a tradire, e poi lo tradisce. Che, è evidente, non è un gioco intellettuale. “Sono le idee più che gli interessi a dominare il mondo”, ha ben spiegato Lord Keynes, miglior marxista di Marx. Compresa l’idea dell’amico\nemico, un due che si fa uno, infiltrato. Karl Liebknecht, eroico socialista tedesco, oppositore lineare della guerra del kaiser, divenuto la bandiera dei servizi d’informazione francesi, cioè di disinformazione, passò in Germania per nemico del popolo.
Dei misteri non c’è un repertorio esauriente, non può esserci. La scienza è alle elementari: dell’acqua solo sa che è idrogeno e ossigeno. O dell’amore che è una reazione chimica, direbbe Ninotchka. Si continua a dire che il sole sorge e tramonta alcuni secoli dopo Copernico, il quale spiegò che a girare è la terra. L’uomo è inconciliabile con la realtà, la natura? In parte sì, per la percezione anteriore. Sarebbe diverso se potesse sapere tutto ciò che si dice a parte o si pensa, o vedere a 360 gradi, in orizzontale e in verticale: scomparirebbero forse allora alcuni tormenti non intelligibili, destra-sinistra, amico-nemico, elevato-ignobile. Non resta che Heidegger: “La curiosità per cui niente è segreto, la chiacchiera per cui niente è incompreso, danno a se stesse, cioè all’Esserci che le fa proprie, sicura malleveria di una vita veramente «vissuta»”. Ma l’idea del complotto prospera quando non c’è vera paura. Quando negli Usa si scoprì che Lee Oswald era stato a Mosca, era tra gli Amici di Cuba, ed era in odore di mafia, il presidente Johnson ordinò a Earl Warren di smontare il complotto. L’ipotesi mafia avrebbe scardinato l’assetto politico. Mentre il complotto comunista avrebbe reso la guerra necessaria, e al primo colpo quaranta milioni di americani sarebbero morti, Johnson si fece un rapido calcolo.
Il terrore si nutre dell’isolamento. Lo spiega meglio Lutero nel commento alla Bibbia, quando Dio crea la donna perché non è bene che l’uomo sia solo: “Un uomo solo deduce sempre una cosa dall’altra, e pensa tutto per il peggio”. Il complotto è esercizio logico prima che paranoico, e unisce tutti, quelli che convergono dall’isolamento. Tutto vi è ineluttabile, una volta recisi i ponti con l’esperienza, e con gli studi: come la gelosia, il sospetto si nutre di sé. Altra cosa dalla solitudine, dal dialogo con se stessi, che prepara all’incontro con gli altri e la vita. Chi sopporta se stesso sopporta meglio gli altri: nella solitudine, spiega Arendt, anche lei, “siamo sempre due-in-uno”. Nietzsche si fa in due a Sils-Maria uscendo dall’isolamento, il rischio professionale dei filosofi. L’originale di Dante, Bertram de Born, è quello che si porta la testa in mano, decapitato per aver seminato l’odio nella famiglia del re d’Inghilterra, di cui era consigliere.
L’inferno è per Platone invenzione del potere. Ma non c’era bisogno d’inventarlo, è quotidiano: il desiderio di morire caratterizza le prime figurazioni, ebraiche, dell’inferno. La politica si fa totalitaria in modo logico, perfino pulito. Col “ragionamento glaciale” che Hitler vantava e Stalin ha esercitato, introdotto in filosofia da Socrate. Arendt lo spiega in un appunto: “Se la filosofia occidentale ha sempre sostenuto che la realtà è verità, adequatio rei et intellectus, il totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi possiamo fabbricare la verità nella misura in cui fabbrichiamo la realtà”. Il dittatore totalitario non è Attila né Napoleone, non rapina, neanche per i figli. È un demiurgo, fabbrica realtà-verità, disinvolto tra il rosso e il nero. E non per farci più saggi ma per coinvolgerci “nel deserto delle proprie conclusioni e deduzioni logiche astratte”. Il difetto è antico, stando a Bacone, che però è uno che crede, anche lui, alla verità: è di Aristotele, il quale la fisica trasformò in dialettica, ma la metafisica volle realista. Gli scolastici fecero peggio, abbandonando l’esperienza.
Questo è tutto quello che c’è da sapere. Quanto al complotto, i circoncellioni, l’ala estrema dei donatisti, assetati di martirio, andavano in giro ad attaccare lite, organizzavano sontuosi banchetti d’addio, e poi si uccidevano buttandosi dalle rupi. Tutto bello e seducente - quello che spesso manca, in queste rappresentazioni, è l’ultimo atto. Si dice complotto per dire. Ma non c’è nulla da dire al complotto, se non tirarsene fuori. Il complotto non è onorevole, la vecchia sindrome della “reazione in agguato”. Popper argomenta che uno che vede complotti dappertutto o è un dogmatico o è un totalitario – ma, certo, chi è Popper?
Luciano Canfora, La storia falsa, Rizzoli, pp. 320, € 17


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