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sabato 25 luglio 2026

Cronache dell'altro mondo - dell'Intelligenza porno (415)

Meta ha scaricato un “enorme ammontare” di materiale pornografico per “nutrire” la sua IA.
Soprattutto video. Insieme con altro materiale non propriamente decente, oltre ai film per adulti protetti da copyright: pistole stampabili in 3D, deepfake di celebrities, soprattutto di nudi, e milioni di pin sottratti da hacker. Dopo avere piratato, ma questo si sa, milioni di libri, benché coperti da diritti, sempre per addestrare i propri modelli di IA.
Della entrata di Meta nel mercato porno si è saputo per la causa intentata contro da Strike 3, società madre di Vixen Media Group, prolifica produttrice di film per adulti: 2.973 video protetti da copyright sarebbero stati piratati da Meta.
(“The Atlantic”)

La commedia plautina della remigrazione

Si avanza Vannacci-Jannacci-Fantacci ((Fantozzi?), con piglio cesareo come una macchietta. E se li tira dietro come formicole, direbbero nella sua Livorno (è spezzino, ma non poteva “nascere” che a Livorno, al “Vernacoliere”), a muso in giù, finalmente sgravati. Di che? Del niente. Vannacci è un riempitivo, anche se non si sa di che cosa. Si sa cioè, ma non è quello che dice: non solo lui ma ognuno dei suoi a vederli un po’ curvi, si può pensare che abbia bisogno almeno di un\a immigrato\a, e quindi?
Sembra di essere, potrebbe essere, siamo, in una commedia plautina, degli equivoci – le commedie vanno per agnizioni (scoperte improvvise) e equivoci. Del generale trombone, con pennacchio, e dei parà finti-fanti, che esibiscono artigli benché senza denti, naturalmente furbi, più che cattivi. Il genere “lasciateci divertire”, male non facciamo – è vero, sono stagionati: hanno pure votato Cicciolina, e Beppe Grillo (qui con qualche danno, anzi grosso, 260 miliardi, di euro). “Gli sconfitti ma non vnti” di padre Bianchi, quindi di radicale, estrema, sinistra – “Ai tanti che si credono sconfitti in questa umanità di oggi  mai d ire: «Siete fuori». Sotto la cenere la brace riprenderà ancora”, f.to Enzo Bianchi. Vannacci dunque o della sopravvivenza – “e lasciateci divertire”.
In Fancia, al tempo di Le Pen padre, quindi ancora non molti anni fa, una decina, i delitti alla persona, contro stranieri africani, erano uno, anche due al giorno, con assassinii anche mirati,
organizzati. In Italia no, sono stati contro gli immigrati quelli che ne hanno personalmente bisogno (e cura), compresi i partiti, come la Lega e ora Vannacci, che li vogliono coniugi (rispettati), addetti stampa, consiglieri comunali, onorevoli, e perfino ministri.

Le felicità non ha limiti

Comincia allegro, con “Hey Mambo italiano”,  cantato da un crooner, Antoine Toussaint, che è il cantante fracese più amato. E continua allegro, fra morti e moribondi. Antoine non ce la fa più a stare in scena, e decide di scomparire. Ma per andare in Svizzera prende l’Alta Velocità, e chi c’incontra? Una svitata cinquantenne, carcerata (proprio per avere fatto “scomparire” un precedente uomo), in licenza premio per assistere al matrimonio della figlia. E da cosa, come si dice, nasce cosa, e soprattutto un po’, anzi molta dopo tanta solitudine, felicità. La vita ha sempre una sorpresa dietro l’angolo, a volte brutta a volte anche buona. Una storia di due persone più grandi dei loro ruoli sociali, che non si lasciano sfuggire le occasioni, che creano.
Per il ciclo Rai 3 “Voilà le cinéma”, film francesi nuovi, del 2024-2025. Che il genere commedia brillante sembrano preferire – Améris comunque ne è maestro riconosciuto. Un genere molto franeese, il racconto di costumi, aggiornato ai temi d’attualità: la periferia, anche con l’orto, il quartiere, il condominio, i genitori, i figli (le figlie soprattutto – ci sono più attrici giovani che attori giovani?), il telefonino, i social (il genere tinder, l’amore a caso). In tono leggero, quello del vecchio teatro boulevardier, disimpegnato ma brillante. Evidentemente un filone d’oro del cinema francese.
Jean Pierre Améris, Amiamoci finché siamo vivi, Rai 3, Raiplay

venerdì 24 luglio 2026

Letture - 618

letterautore

Augusteo - "Quello scempio architettonici che viene chiamato pizza Augusto Imperatore", ha un momento d'ira Flaiano critico cinematografico ricordando nel 1967 il primo incontro con Totò, di cui un'acuta anamnesi ("si, lo so, ma sa...", ora nella raccolta "Chiuso per noia"), " con il vecchio Augusteo ridotto come un osso e servito tra i cipressi romanisti in un vassoio di parcheggi" - e non c'era ancora il mastodontico cubo dell'archistar Richard Meier. 

Baby-boomers – Effetto sorprendente della guerra, Houellebecq fa notare al personaggio con cui s’identifica del romanzone “Annientare”: “I baby-boomer erano un fenomeno molto sorprendente, come lo stesso baby boom Le guerre erano in generale seguite da un’ondata di denatalità, accompagnate da un crollo psichico. Mettendo in luce l‘assurdità della condizione umana, avevano un effetto potentemente demoralizzatore”. Nella guerra mondiale in maniera evidente, poiché era stata “combattuta a un livello di assurdità senza precedenti” e “di una immoralità specialmente eclatante. Così, molto logicamente, la guerra era stata seguita da una generazione mediocre, cinica e incosciente e, soprattutto, da una generazione poco numerosa : a partire dal 1935 la cifra delle nascite in Francia era caduta sotto quella dei decessi. È tutto al contrario che si era prodotto negli anni 1950, anche in realtà negli ani 1940, in piena guerra, e questo non si poteva spiegare …che per il carattere ideologico, politico e morale della seconda guerra mondiale”.

Dialetto
– Funziona a teatro, nota Fliano recensendo “Napoli milionaria” (“Napoli e ditorni”, in “Chiuso per noia”) per una ragione, acustica: “Verosimilmente, le commedie dialettali interessano non per le conclusioni ma per la «musica», perché la usualità dei loro concetti mette lo spettatore a suo agio, lo invita a un giudizio dimesso. La loro forza sta nel dispensare gli autori da quel doveroso controllo che ogni lingua, cioè ogni educazione, pone subito ala coscienza artistica. In nessuna sala, come in quella dove si rappresenta una commedia in dialetto, succederà di sentire nell’aria profondi legami tra platea e palcoscenico. Il pubblico non giudicherà mai l’Azione, ma la rivivrà palesemente. Il silenzio tra battuta e battuta sarà anch'esso espresso in dialetto, i gesti degli attori saranno solecismi indispensabili. Niente verrà accolto con più gioia di un qualsiasi accenno alle minuzie dell’intimità domestica, della vita quotidiana: tutto il teatro dialettale è fatto diiminuzie sottolineate”.
 
Faulkner
– Ora premio Nobel, “ultracinquantenne”, scrive Mario Andreose sulla “Domenica” del “Sole 24 Ore” in una nota biografica che si vuole propedeutica alla riproposta di Faulkner presso la sua Nave di Teseo, “dispone della scorta, a turno, di  giovani donne, perfino coetanee della figlia Jill”, con le quali anche si scrive, per modo che la moglie Estelle a casa ne abbia “aggiornamento in tempo reale, senza che questo potesse provocare sconquassi di sorta, perché in terra sudista ci vuole ben altro per minare un matrimonio”.
“Estelle”, prosegue Andreose, “anoressica solo d’aspetto, è stata il più grande amore di Faulkner, che, ritenuto non all’altezza dalla famiglia di lei in un primo approccio, seppe aspettare  il divorzio dal suo precedente matrimonio con la nascita di due figlie, per poterla finalmente impalmare”. Un “sodalizio familiare” che Andreose presume “non intaccato dallo svanire della passione amorosa”, poiché “saldo rimaneva il legame alcolico… Capitava alla figlia Jill ditornare a casa e di trovarli stesi per terra o nel loro letto apparentemente privi di sensi e insozzati dai loro escrementi…”  
Di “Requienm per una monaca”, 1951, Abdreose ricorda cheCamus fece la traduzione e l’adattamento in forma teatrale, coli titolo che in francese suona "Requiem pour une nonne”, un'assonanza strana per un orecchio italiano, nonne-nonna – l’adattamento fu anche messo in scena, nella stagione 1956\57 al teatro parigino des Mathurins (altre rappredentazioni non risultano).
 
Francia-Germania – Un rapporto “sessuale” lo vuole (malizioso?) Houellebecq in “Annientare”: “Era sessuale”, riflette il suo personaggio, superconsulente ministeriale, a proposito del presidente francese che deve “tendere le labbra a tutte le guance di cancelliere tedesche che il destino gli darebbe da baciare”: “Comunque, tra la Francia e la Germania, era bizzarramente sessuale, e da parecchio tempo”.
 
Mussolini
 – “Dopo la Conciliazione pensai che Mussolini non se ne sarebbe andato mai più. Se
non faceva la guerra, forse c’era ancora” – Mario Soldati, “Quando l’America era una sposa”,
intervista con Enzo Biagi, sul “Corriere della sera” il 30 novembre 1977.
 
Odissea
 – Flaiano dà molto credito, recensendo “2001. Odissea nello spazio”, il film di Kubrick, ad Arthur G. Clark, lo scrittore di fantascienza che ne è sceneggiatore, a cui si deve il “misterioso e ubiquo parallelepipedo … che turba gli spettatori”. Perché, spiega, “nella evoluzione del pensiero scientifico un fatto è chiaro, che non c’è mistero del mondo fisico il quale non conduca a un mistero che è al di là di noi stessi. Tutte le strade dell’intelligenza, tutte le scorciatoie delle teorie e delle ipotesi portano fatalmente ad un abisso, o ad un ostacolo (il parallelepipedo di Clark&Kubrick) che la natura umana non può superare” (“2001, Odissea al parallelepipedo”, ora in “Chiuso per noia”).
Se l’“Iliade” è il poema della forza (Simone Weil), l’“Odissea è quello della metafisica?


Ottava
 – “Musicista in origine”, Savinio dice di sé in una parentesi dell’introduzione (”La verità sull’ultimo viaggio”) al suo dramma “Capitano Ulisse”, “la musica mi è venuta a fastidio. Ho sperimentato tutte le possibilità dell’ottava. Restava l’illusione di un’ottava più vasta, più sottile. Ma i quarti di tono sono fuori della musica, fuori del mondo. Una tremenda sete mi ardeva di nuove porte aperte. Ma il quarto di tono non è una porta: è un buco onde si casca nel vuoto. La musica perde il suo sguardo di musica, si squaglia in una sonorità opaca che dà la nausea e il capogiro, in un gioco da sordomuti, in jun passatempo di marziani che vivono nel gelo di un pianeta vecchissimo”.

Premi letterari – “Premio Sandomenichino, il verdetto”, annuncia “la Nazione-Massa” su una pagina: “Svelate le cinquine di ogni sezione”, sette. È la 67ma edizione del premio, “uno dei più longevi su scala nazionale”. Hanno concorso “oltre 900 autori”. I premi sono simbolici, 100 o 200 euro. La premiazione si tiene in grande, al teatro di Massa, il “Guglielmi”. Il premio prende il nome dalla parrocchia della frazione Ronchi-Poveromo di Massa. Lo istituì nel 1958 il parroco padre Gesualdo Grassi, un frate molto attivo nell’immediato dopoguerra, che salvò, letteralmente intere famiglie della Versilia esposte per essere state fasciste e quindi a rischio della vita.


letterautore@antiit.eu

Fascino del fascismo

Il titolo centrale della raccolta di saggi che Susan Sontag venne pubblicando negli anni 1970 sulla “New ork Review of Books”, “Fascino fascista” , è un polemico corpo a corpo con la società newyorchese liberal che celebrava la regista tedesca Leni Riefenstahl alla pubblicazione del suo reportage fotografico “I Nuba”. E con l’occasione al rispolvero dei film documentari per cui Riefenstahl era stata celebre trent’anni prima, in Germania e anche fuori, “Olympia”, sull’Olimpiade di Berlino, 1936, e “Il trionfo della volontà”, 1934, sul congresso a Norimberga del partito Nazista. Film fino ad allora, bisogna anche dire, praticamente invisibili, non proiettabili, per ragioni di opportunità politica.
Sontag è molto polemica, con editori, commentatori, critici, femministe – al punto da meritarsi un rimprovero pubblico da Adrienne Rich, l’ultima sospettabile di fascismo. Sontag vuole Riefenstahl colpevole comunque, benché assolta dalla commissione di denazificazione, senza particolari problemi. Con argomentazione  anche conclusiva: Riefenstahl è stata nazista, comunque hitleriana, anche se senza colpe specifche che potevano e dovevano interdirla. Fuori dal processo, però, quanto alle colpe naziste e postnaziste, meglio sorvolare - anche da parte della Resistenza: le colpe meglio che siano oggettive, fattuali, riscontrabili. E con la polemica insistita Sontag finisce per porre il problema, piuttosto che risolverlo: il fascino del fascismo. 
Il fascino del fascismo, se c’è (ma c’è), è sempre minoritario, e resta inspiegato. Della divisa, delle adunate, del finto bellicismo, del corpo. Di più tra i minorati per qualche aspetto, psicologico o fisico. O se si vuole – ma perché sarebbero fascismo – della bellezza, la simmetria, la competizine e, eh sì, l’ordine. È un’attrattiva come un’altra finché non è nociva.

Il saggio del titolo è una sorta di appendice alla bibbia del saturnismo, del temperamento malinconico, il trattato di Robert Burton,”Anatomia della malinconia”, con una nuova casistica. Sul tema sarà poi prodiga la Scadinavia – Lars von Trier, Jon Fosse. Sontag ne tratta a proposito di Walter Benjamin. In un ritratto che è la cosa migliore del volume – e probabilmente il migliore dei tanti ritratti che di Benjamin si leggono, di Scholem, Adorno, Arendt, et al.  
L’apertura è un po’ terrificante, dello scrittore – lei scrittrice, a Parigi, per un anno – alla maniera di san Gerolamo, in solitudine nella caverna: Susan Sontag vuole “diventare 
scrittrice”, e si isola in una stanza piccola, con un letto, una sedia, un tavolino piccolo e una macchina da scrivere. Poi, col Benjamin resuscitato, resuscita anche, con un testo breve ma a tutto tondo, originale ma vero, Roland Barthes in morte.

Un testo importante, ma molto datato, “Accostarsi ad Artaud”, prende un terzo del volume – è l’introduzione, di cui si è voluta incaricare, della presentazione di Artaud in America nel 1975, con l’antologia “Selected Writings” da lei stessa curata. “L’Hitler di Sylberberg”, a proposito  lunghissimo film documentario a più dispense sulla Germania di Hitler, e un ritratto di Canetti, “La mente come passione”, completano la raccolta.   
Susan Sontag,
Sotto il segno di Saturno, nottetempo, pp. 207 €17

giovedì 23 luglio 2026

Problemi di base comunicativi - 925

spock


Che fine ha fatto Icardi – ma abbiamo ancora Wanda Nara?
 
Invecchia (scompare) prima l’uomo o la donna – o la donna fa scomparire l’uomo?
 
Perché è prosperosa, aggressiva, promettente?
 
Ma un uomo re del gossip, un influencer – uno solo?
 
Scommessa vincente è quella sulla follia degli uomini – anche prima dei social?
 
“La volpe sa molte cose, ma il riccio sa qualcosa d’importante”, Archiloco? 


spock@antiit.eu

Come rapire un generale, tedesco, a Creta

Il racconto del rapimento a Creta di un generale tedesco nel 1944, un atto dimostrativo dei servizi britannici, il SOE. Portato a segno da un commando agli ordini dello stesso scrittore, allora ventottenne, militarizzato col grado di maggiore, composto da un paio di giovani agenti inglesi e da due cretesi (in realtà poi molti) della Resistenza. Avviato dal SOE il 4 febbario, per vendicare Skorzeny. Ma “non alla Skorzeny” dice Leigh Fermor subito, la “liberazione” di Mussolini quattro giorni dopo l’armistizio di Cassibile, con dispiegamento di paracadutisti, alianti e truppe di terra, attorno e sopra il Gran Sasso. Una rapimento alla Anonima Sequestri si sarebbe detto poi.  Non difficile in sé, tanto più che il geneale alloggiava a villa Aryadne, un’abitazione in campagna, fuori Heraklion,  isolata e poco sorvegliata, che Sir Arthur Evans, l’archeologo inventore della “ricostruzione” di Cnosso, si era fatto fare per sorvegliare da vicino i lavori.
Il racconto è soprattutto delle peripezie successive, per portare il generale fino al Sud di Creta, a una caletta dove un motoscafo britannico , una notte non di luna
, lo avrebbe prelevato per portarlo in salvo - in prigione - a Brindisi (per molte operazioni britanniche Brindisi diventò dopo l’armistizio il punto d’appoggio alleato sul continente). Ventidue posti di blocco attorno a Heraklion superati di volata – una scommessa: come se l’automobile del generale portasse il generale, notoriamente disturbato dai controlli. E poi, abbandonata l’auto quando l’allarme si fu generalizzato, un percorso rocambesco, per il monte Ida, culla di Zeus, e altre montagne, e gole, e anfratti, fino alla caletta di Rodakino. Il 14 maggio, dopo venti giorni. Vissuti vantaggiosamente grazie alla guida e ala compiacenza di tanti cretesi, della Resistenza e non.

Il generale kidnapped, rapito, si chiamava Heinrich Kreipe, eroe di guerra tedesco sia sul fronte occidentale che su quello russo, plurimedagliato, inviato a Creta, al comando di una divisione  di paracadutisti della fanteria. Obiettivo dell’operazione era il predecessore di Kreipe, il generale dei paracadutisti Müller, notorio criminale di guerra per i tanti eccessi riconosciuti, ma l’avvicendamento tedesco, due mesi dopo lo sbarco di Leigh Fermor, non cambiò i piani britannici.
Della vicenda un altro racconto inglese è disponibile, pubblicato qualche settimana prima di questo di Leigh Fermor, 2014,  e subito tradotto da Adelphi: W. Stanley Moss, “Brutti incontri al chiaro di luna”. Un racconto pubblicato, benché molto tardivamente, dallo stesso autore - Moss morirà quasi centenario, nel 2024. E presentato come diario di guerra. Come potrebbe essere stato: ai primi del 1945, appena il commando cretese fu  rientrato a Londra, Leigh Fermor si adoperava presso vari editori per far pubblicare il diario del ragazzo Moss - finché il SOE non lo decretò roba riservata, a guerra ancora in corso.
Moss, secondo di Leigh Fermor nell’operazione, “capitano”, 22 anni, un ragazzone di famiglia ebraica, vocazione poetica e modi spicci. Leigh Fermor, 28 anni, “maggiore”, conoscitore dei luoghi, dei modi, dei costumi, della lingua, anche nelle forme dialettali cretesi, e della orografia dell’isola - già narratore squisito di viaggi. Il racconto di Moss è uscito con una postfazione postuma di Leigh Fermor, “Paddy”, deceduto tre anni prima. Questo di Leigh Fermor è stato publicato postumo, tardivamente - sulla scia del successo di Moss?
Ci può essere una ragione nella renitenza di Leigh Fermor a vantare l’operazione Creta. E una ragione per farne il suo resoconto. Il suo racconto è qui doppiato – stesso numero di pagine, perfino – dal rapporto ufficiale SOE. Che praticamente non dà spazio alla Resistenza greca, dei cretesi. Forse nell’ottica dell’epoca, la Resistenza greca, soprattutto quella continentale, essendo di suo molto forte, e molto filosovietica, comunista. Il SOE si limita per questo a magnificare l’operazione del suo commando. Mentre Leigh Fermor scrive per dare il maggior merito ai suoi compagni, amici fraterni, cretesi. E lo fa, con dovizia di particolari. Anche personali – l’aneddotica è infinita sui tipi, le amicizie, le guasconate come la riservatezza, o i “comparaggi” con le famiglie, padrino di battesimo “Paddy” molto richiesto di bambini e bambine – il modo privilegiato di consacrare un legame.
Poi c’è anche, in apertura del volume, una saggio dello storico di Oxford Roderick Bailey, che mette l’avventura in prospettiva, nella guerra del 1944. Per fare risaltare l’evidenza: una “bravata” del SOE, di nessuna utilità militare (si lasciò intendere che Kreipe fosse diventato una fonte d’informazione, ma non è vero), che è costata ai cretesi molte sofferenze e morti, per le scontate rappresaglie. In un certo senso questo dice anche Leigh, fermo ripetendo a ogni pagina quanto deve ai comapgni cretesi.
L’addestrameto del commando, Leigh Fermor, Moss, e due membri della Resistenza cretese, Georgios Tyrakis e Emmanouel Paterakis, era stato fatto in un campo SOE nell’allora Palestina, a Ramat Davi, a 20 km a sud di Haifa. I Quattro furono poi paracadutati la notte del l4 febbraio 1945 sull’altopiano Katharo, a Creta, da un bombardiere inglese partito da Brindisi. Ma solo Leigh Fermor poté paracadutarsi, un improvviso annuvolamento costrinse il bombardiere a virare e gli altri tre membri del commando furono sbarcati al Cairo. Altri dubbi sull’operazione insorsero il 30 marzo, per la sostituzione di Müller: il SOE voleva interrompere l’operazione, ma quesata volta fu Leigh a prederne la difesa, come necessaria a risollevare il morale della Resistenza cretese. E anche questo spiega forse perché poi ne ha scritto il racconto, ma non lo ha pubblicato.
Patrick Leigh Fermor, Abducting a General, John Murray, pp. XXIX + 206, ill. € 15

mercoledì 22 luglio 2026

Ritorno al nucleare

Sessantatre reattori nucleari sono in costruzione, che incrementaranno la potenza elettrica di 66,2 Gigawatt (GW). In aggiunta a una dozzina di nuove centrali entrate in funzione nel 2024-.205.
Il nucleare è la fonte di energia che più cresce. Secondo calcoli dell’Agenzia Internazionale  per l’Energia Atomica (Aiea) la capacità nucleare globale dovrebbe raddoppiare entro il 2050.
Attestandosi sicuramente a 560 GW, ma con la concreta possibilità di quasi raddoppiare la potenza, a 992 GW – in base a una serie di progetti nazionali in discussione.
Gli Stati Uniti sono sempre il Paese con più capacità elettronucleare installata: 94 reattori per 96.4 GW. Segue la Francia, con 57 reattori, per 63 GW di potenza. Ma è l’Asia che - insieme, in parte,  con l’Est Europa - più è impegnata nel nucleare. La Cina ha in attività 57 reattori, per 55,3 GW, e 29 in costruzione, per 29.6 MW. L’India, che ha in attività sei reattori, per 4,2 MW, ha avviato la costruzione di altri sei, per 4,8 MW. Il Bangla Desh entra nel settore con due centrali, per 22 MW. Il Giappone ci ripensa, dopo il blocco seguito al disastro di Fukushima.
Poco in Africa. Il Sudafrica è il solol Paese nucleare, con due cebtrali, per 2 MW. Ma l’Egitto ha avviato la costruzione di quattro impianti, per 4,2 MW. In forte riprese è il nucleare all’Est Europa, malgrado Chernobiò quarany’anni fa: l’Ucraina costruisce due impianti nuovi per 2,2 MW complessivi, la Russia cinque, per 5 MW nuovi.
Negli Stati Uniti l’industria nucleare, da tempo ferma sui livelli del 1980, dopo l’incidente di Three Mile Island, riparte con gli SMR, small modular reactor, piccoli reattori monomodulari (anche micro, MR), che si dovrebbero commercializzare attorno al 2030 – una sessantina sono in progetto.
 

Il fascino di Ingeborg

Due ricordi di Ingeborg Bachmann, affettuosi. E una più lunga evocazione dei suoi ultimi giorni, da grande ustionata, sofferente. Tanto più al confronto delle memorie di spigliatezza arguzia, avvenenza, due vacanze passare insieme. A Vienna e a Klagenfurt. E, con più avventure, un mese al Poveromo-Ronchi. Dove viene, tra gli altri, a trovarle Italo Calvino, che non parla - dopo una quindicina di minuti mormora qualcosa come ehm (è venuto per invitarle a cena,  nella pensione che lo ospita, dove se non altro parla Chichita). Più ingombrante l'editore Fischer, al cui invito non possono sottrarsi (ha creato al Forte una biblioteca con tutti i tascabili da lui editi): Jaeggy solo ne dice che si chiamava Bermann e ha preso il nome della moglie, Tutti Fischer - "la moglie si chiamava Tutti perché pare che conoscesse tutti. Ai tempi di Hemingway e Thomas Mann".

Una memoria di tristezza - il racconto è soprattutto della lunga agonia, i momenti lieti sono stati transeunti. Ma organizzata per una immagine di vita, vivacità, attrattiva.

Fleur Jaeggy, Gli ultimi giorni di Ingeborg, Adelphi, pp. 44 € 6 

martedì 21 luglio 2026

Ombre - 831

Nella quotidiana “apertura” anti-Trump sul sito di “The Atlantic” il pastonista Graham – o Nichols, altro scrivano (se non è pseudonimo) addetto anti-Trump - enumera dozzine di reati dei quali Trump è stato accusato nella prima presidenza, malgrado i quali è ancora in sella. Se ne meraviglia, cioè, non si chiede se le accuse erano sballate. E non dà buona impressione, anche a essere anti-Trump. Il giornalismo di denuncia, in effetti, politico cioè ma non dichiarato, è insopportabile giornalismo, perché, curiosamente, giornalismo vuole dire informazione – il cui sottinteso è “corretta”.
 
Pagelle mediocri per la Spagna calcio campione del mondo. Leggermente migliori per gli argentini, gli avversari della Spagna nella finale – che non hanno mai giocato, hanno solo contenuto la Spagna per 107 minuti, 124 coi recuperi. Il portiere dell’Argentina è l’unico che ha l’8.
Come si fa a giocare per due ore senza mai tirare in porta, almeno una volta? Sarà anche questo calcio, ma come ha fatto l’Argentina ad arrivare in finale?

Paginate sul siluramente in Ucraina del ministro della Difesa Fedorov e sulla piazza che protesta contro il comandante militare Syrsky, senza dare, mai, neppure in piccolo, la ragione. Che Fedorov ha privilegiato la guerra tecnologica degli ultimi mesi, rubando la scena a Zelensky, e riducendo il reclutamento forzato. Mentre Syrsky ne è il sostenitore. Al punto di rifiutarsi di incontrare il ministro della Difesa. Avendo creato resistenze diffuse e tafferugli in piazza contro i reclutatori, p. es. a Leopoli.

“Nel dicembre 2024”, scrive su “L’Economia” Guido Santevecchi, corrispondente (ex?) da Pechino, “l’autorevole Gao” (Shanwen, capo economista di una banca d’investimenti statale), “parlando a una conferenza negli Stati Uniti aveva sostenuto che la crescita del pil cinese negli ultimi due o tre anni era stata probabilmente meno della metà delle cifre ufficiali”. Immediata “scomunica del Partito”.  A gennaio 2025 un linfoma, e ora la morte: la Lunga Marcia è inarrestabile.
 
“Al momento circa 600 milioni di cinesi vivono con circa 1.000 yuan al mese (meno di 130 euro)”, Santevechi riesce a infilare nel “pezzo”. E già che c’è, in chiave di obituary, si fa forte ancora di Gao Shanwen: “Le imprese di proprietà dello Stato cinese sono le gambe del partito Comunista”.
C’è ancora la censura – al “Corriere”, s’intende, in Cina si sa che non c’è? Avere un Santevecchi, così pieno di cose da dire, e non utilizzarlo, il dissidio dev’essere troppo.
 
“Dal Botswana al fronte”,  molti giovani africani sono stati arruolati da Putin per combattere Zelensky, naturalmente con l’inganno. Il governo del Botswana protesta. Questa sembra inventata, dal controspionaggio russo: questa volta i servizi britannici, della Russia da sempre specialisti, potrebbero avere esagerato: quelli del Botswana, e gli altri africani assoldati da Putin, non possono essere camuffati. Il “servizio” giornalistico infatti conclude, facendo aggio sull’ìgnoranza dei giornalisti, che “il Botswana, ricco di materie prime”, e anche ben governato, democratico. Mentre non è ricco – dell’ex Sud Africa è il bantustan più povero, ed è un regno tribale.
 
Leonardo Del Vecchio si compra i giornali di Riffeser, “Nazione, “Carlino, “Giorno”, nomina Orfeo direttore, e subito i giornali, moderati, diventano una piccola “Repubblica”: non c’è interstizio anche locale che non abbia le stimmate del democristianesimo di sinistra – sistema di potere che si presume democratico, aperto, liberale, e invece è arcigno e duro. Tutto cambia subito: celebrazione del G 8 di Genova, Trump bestia, il trucco delle preferenze (elettorali), il gioielliere assassino…. Con gli stessi giornalisti – solo qualche collaboratore è cambiato, p.es. Bruno Vespa, ma perché non se la sentiva o perché lo hanno allontanato?
 
Perché Trump se la prende con la Cina, che gli truccherebbe il voto di novembre? Tutti ridono, e invece un perché c’è: il cinese Xi si rifiuta di aiutare Trump a uscire dal pantano Iran. La Cina si riforniva di petrolio in Iran. È, era, la cliente quasi totalitaria, e quindi la vittima maggiore della chiusura di Hormuz. Però non fa nulla. E, si può aggiungere, è destino che l’America debba sempre sbattere contro i “musi gialli”, in Corea, in Vietnam, e ora a Hormuz? Certo, ne sanno una più delle praterie.
 
Sulla “Nazione”, unico giornale che se ne ricorda, prima della “svolta” Del Vecchio, lo storico Andrea Spiri ricostruisce e in fondo celebra “Craxi-Psi, 50 anni di svolta” – “Il 16 luglio 1976 Craxi fu eletto segretario, e il socialismo divenne riformista”. Con altri buoni momenti di buon governo, dopo quelli del primo (vero) centro-sinistra, anni 1960.
Che differenza con Stefania Craxi, che al Senato fa la manutengola dei figli di Berlusconi, A  che fine non si sa.
Craxi-crisi, nomen omen? Di Craxi la memoria non deve restare buona: prima affossatore del Psi, ora di Meloni?
 
In certo senso ammirabili “la Repubblica” e il “Corriere della sera” che a giorni alterni s’inventano una pagina su e per Matteo Renzi, che ormai rappresenta solo se stesso – forse. Un election manager non saprebbe fare meglio. “la Repubblica” fa perfino tenerezza, che venerdì s’inventa,  ultimo exploit di Orfeo direttore, una pagina in cui Renzi discetta in inglese, lose-lose,win-win, all-in, climate change, pro-pil, pro-pal. Già famoso per il pidgin english – in realtà suoni “smozzicati”, direbbero a Firenze (appresi in Arabia, quando fu ricco testimonial del Rinascimento saudita).
 
Però, inventarsi un candidato, da parte del giornale ex di Scalfari e del “Corriere della sera”, un apartito, giusto il vangelo di Scalfari, a ogni elezione, Montezemolo, Della Valle (sic!), Cottareli, ora Renzi, o Calenda, è un esercizio futile, ma tanto più dev’essere una prova di giornalismo, per i redattori e i direttori dei due quotidiani, inventarsi il niente.
 
“Il pil rallenta ancora”, Cottarelli lo calcola. Ma non rallenta da trent’anni, dagli anni 1990? Non per altro, per burocrazia, fisco, alto costo dell’energia (la più cara d’Europa). E per la democrazia debole – la manomissione della politica. Cose note, notissime. Rimedi? Nessuno – o altrimenti con l’apertura di altre falle. L’Italia è un paese ricco, ma di patrimonio: il reddito non basta più, intacca il capitale – un Paese di ricchi improduttivi.
 
“Non  stiamo impedendo questa fusione o acquisizione”, di Unicredit con Commerzbank, “né abbiamo mai tentato di farlo”, fa sapere il cancelliere tedesco Merz – “quello che abbiamo sempre sostenuto è che le modalità con cui Commerzbank è stata presa di mira non incontrano la nostra approvazione”. È vero: il governo tedesco aveva tutto il diritto di esercitare il golden power, e non lo ha fatto. A differenza dell’Italia di Giorgetti, che non vi aveva alcun diritto e lo ha fatto, a protezione della “sua” banca. La Repubblica, benché ottantenne, è sempre di “sottogoverno”.
 
Il reprint del  “Corriere della sera” del Mondiale di calcio 1938 vinto dall’Italia sull’Ungheria, è un tripudio di “osanna”, una mostra di stupidità sbalorditiva. Negli  “anni del consenso” (De Felice). Incontestabile, ma non spiegato. Questo reprint a distanza, in anastatica, invece lo spiega, come nessuno storico- sociologo ha finora fatto: la stupidità esiste.
 
Nel medesimo reprint si danno le notizie dai fronti spagnoli, vittoriose ma non lusinghiere per le truppe italiane, ridotte a 5 e 17 righe, camuffate da“eroica resistenza”. Ma di questo la colpa non è solo italiana. È proprio delle “notizie di guerra” : la guerra non è mai persa, alle brutte si resiste, eroicamente.
 
Malinconica più che marziale la sfilata di Macron col suo capo di Stato Maggiore sulla camionetta “post-bellica” per gli Champs-Elysées, per appropriarsi della difesa europea. Sparando parole con Zelensky e altri prim’attori della famosa difesa. L’Europa è così, tutta chiacchiere. Ma la Francia semper ci aggiunge di suo, la gloriola. Profanando pure il 14 luglio.
 
La vera battaglia della Francia si combatteva, lo stesso 14 luglio, la sera con la Spagna al Mondiale di calcio nord-americano. Una Francia svogliata oltre che, forse, incapace. Di atleti – nessuno nato in Francia, giusto la perfidia dell’ex premier spagnolo Rajoy – solo ricchi di soli, grazie agli sceicchi di Parigi.
 
Il giorno stesso si scopre che la Francia è la maggiore acquirente di gas russo. Malgrado le sanzioni che invece promuove – armiamoci e partite? Di gas di cui non ha bisogno, che poi rivende ai tedeschi.
S i sa che le sanzioni sono inefficaci, solo un espediente per affari poco puliti – la crescita di un ricco girone di mediatori, pagato dai consumatori con il caro-prezzi. Ma con Putin si va oltre: la Francia si fa merito di avere fermato, una volta in sei mesi, un anno, un carretta russa che funge da nave petroliera, in ossequio alle sanzioni. Nel mentre che commercia il gas russo, a spese dei tedeschi (e, sui prezzi, anche dell’Italia).
 
Ci s’infogna nella tragicomica vicenda Ranucci-Lavitola come  in uno scoop di “Report”. Corteggiamenti, travisamenti, trabocchetti (in genere a spese degli addetti stampa di onorate società, messi in mezzo e poi traditi da cinici reporter – cinici, insomma, gente di rispetto, dell’informazione).
Infognarsi è il verbo giusto, perché “Report” è maleodorante? E vuole farlo sapere –è fatto per odorare male?
 

Il giornalismo delle mani lavate

Delle grandi interviste nelle quali Biagi si specializzò, sul “Corriere della sera” e in televisione, si dice che all’Avvocato Agnelli, che gli confessava di avere appena sgozzato sua moglie e di esserne sconvolto, Biagi chiedesse: “E che ne dice dell’accoppiata Platini-Boniek?” Interviste in un certo senso pietrificate, le sue, non maneggevoli o improvvisate come si vuole di ogno conversazione.
Biagi era amabile e leggibile, ma seguiva la “scaletta”, immutabile – Tonino Tatò, il segretario tuttofare dell’impacciato Berlinguer, si vantava di prevederne anche la scansione dei tempi: l’origine (Sardegna), la famiglia (radicalismo, massoneria, comunismo, cugini), la Figc, l’innamoramento, etc.
Qui Berlinguer non c’è, né nessun altro politico - Severgnini ha scelto un po’ di artisti (Natalia Ginzburg, Fellini, Mastroianni, Soldati, Fo), un paio di personaggi “tutte noi”, Rada Kruscev e Maria Falcone), e il solo politico un po’ artista, Andreotti. Interviste godibili, ma rigide – “dirette differite”, come venivano proponendosi e poi saranno la tecnica dei talk show, finte dirette, registrare prima perché non si sa mai. Con una sorpresa, in questa raccolta: Rada Kruscev, la figlia di Nikita, spiega la vita tranquilla sotto il terrore sovietico, ancora dopo la guerra, per una introiezione del regime che nessun trattato sociopolitico, allora e dopo, ha spiegato, anche se sparivano i vicini, gli amici e perfino congiunti stretti. 
Queste interviste sono peraltro l’unico gemere che si rimette in circolazione di Biagi, che fu un grande bestsellerista e oggi nessuno ricorda. Biagi è, come Scalfari, un egomaniaco socialista anti-socialista, terribili contro il Psi quando governava e poi padrini del finto “Mani Pulite”. Nel nome della purezza, delle mani lavate.
Enzo Biagi, Le grandi interviste, “Corriere della sera”, pp. 62, gratuito col quotidiano

lunedì 20 luglio 2026

Cronache dell'altro mondo - mondiali (414)

Il Mondiale nord-americano di calcio 2026 è naturalmente record, ma inquesto caso per cifre e aspetti veramente rilevanti. Stadi sempre pieni, da 65 mila spettatori, con prezzi alti e altissimi, da 560 a 2.200 dollari.
Un Mondiale dalla forte immagine. E dall’enorme impatto economico: ha movimentato 11,5 miliardi invece dei 10 previsti. E prettamente Usa, Messico e Canada entrano nella denominazione a fini decorativi.
Un calendario studiato per le emittenti di tutto il mondo. Con entrate pubblicitarie quindi record – anche con la furbata del cool breaking, dieci minuti di pubblicità in più. 
La Rai ha monopolizzato nel prime time, il più caro per la pubblicità, ascolti da due terzi e anche tre quarti della audience totale, benché in assenza della Nazionale italiana. Effetto di una programmazione Fifa oculata. Con accessi e ambienti di lavoro agevoli per giornalisti e operatori.

Con probabile effetto traino per il football europeo negli Stati Uniti. Dove la pratica è stata finora ristretta ai college  - e, in quanto sport non violento, non di contatto, soprattutto n quelli femminili (gli Stati Uniti hanno già vinto almeno due Mondiali di calcio donne).

Cronache dell'altro mondo - social (413)

I social sono il principale veicolo pubblicitario negli Stati Uniti. Più della metà degli americani si informa da fonti in rete. Tre su quattro di questi in forma prevalentemente di video – un mezzo in crescita rapidissima, il suo utlizzo cresce a grande velocità.
I contenuti che trasmettono ansia e paura sono i più visti. La viralità dei messaggi si lega alle paure, la rabbia, l'odio che riescono ad accendere.

Cronache dell'altro mondo - monopolistiche (412)

Il mercato dei media è in America fortemente concentrato. Quello online, come si sa, da pochi soggetti, Meta, Google (You Tube), Microsoft – con Amazon per quanto concerne la pubblicità. Ma sono concentrati anche i media tradizionali.

Il 40 per cento di tutte le emittenti tv locali è controllato da tre gruppi.
Nel 1996, presidente Clinton, un regolamento separò, per le nuove imprese in rete, il piano giuridico (la testata) e i contenuti (messaggi) scambiati sule relative piattaforme. Avviando un
processo di concentrazione. Nel 1980 cinquanta imprese controllavano il 90 per vento del mercato dei media, nel 2020 ne bastavano solo sei.  
 


Quando Napoli beatificava Firenze

Rispetto alla memoria è meno scoppiettante, anche insistito. E chiaramente comicità da vecchio cabaret, oggi stand-up comedy, di monologhi che Troisi aveva maturato e rodato con i compagni della Smorfia a Napoli – qualcuno qui sceneggiato anche con Lello Arena, altro reduce della Smorfia. Mentre viene fuori un film su Firenze quale Firenze non ne ha più avuti, di località, soggetti, modi.
A  conclusione la famosa gag del nome troppo lungo per il bambino atteso, Mas-si-mi-li-a-no, “la madre finisce di chiamarlo e il bambino è già sparito”. Meglio Ugo - al più Ciro. Mentre Massimiliano è oggi il nome più in voga a Napoli, dell’allenatore Allegri naturalmente adorato del Napoli calcio.
Massimo Troisi,
Ricomincio da tre, Rai 3, RaiPlay

domenica 19 luglio 2026

Trump e la "Pravda" all'ora del mercato

Si esuma Caligola, l’imperatore che disprezzava il Senato (quello che voleva fare senatore il cavallo), a proposito delle intemperanze di Trump. Se non che Caligola era un imperatore, il terzo dopo Augusto e Tiberio, di una serie cioè non rodata, era della famiglia giusta, pronipote di Augusto, via la nonna materna Livia, ma aveva problemi fisici, ed è anche vittima dello “storico” Svetonio, a un secolo o due dopo la morte. Mentre Trump è uno che ha vinto due elezioni,   presidenziali, praticamente da solo. La seconda volta facile, avendo gareggiato in pratica contro un presidente incapacitato. Ma la prima con un capolavoro politico: contro l'eredità di Obama presidente amato, e l’ingombrante carriera politica di Hillary Clinton, che infatti lo sopravanzò di due milioni abbondanti nel voto, seppe orchestare il bilanciamento con i voti statali, che nell’architettura costituzionale molto elaborata degli Stati Uniti “difendono" gli Stati poco popolati. L’ultimo arrivato ma non l’ultimo della classe, insomma.

Se si vuole avvicinarlo a qualcosa è piuttosto al regime sovietico. Che era democratico,”molto democratico”, con comitati e direttivi a ogni livello, ma decideva uno solo. Ha chiamato Truth, verità, il suo gionalino online, come la verità, Pravda, sovietica. Da dove manda e comanda ogni mattina le sue decisioni.

In linea anche l’uso dei “Truth-Pravda”: questa decretava successi e insuccessi, fino all'eliminazione fisica, quella decreta chi vince a Wall Street – se paga: chi paga bene può avere anticipazione di quelle che saranno le decisioni di Trump in giornata, e regolarsi anticipando acquisti e vendite. Due “verità” entambe di mercato, uno politico e uno finanziario. Trump non è di buona famiglia, come lo era Caligola, ma non è scemo.
L’opinione pubblica (giornalismo) al tempo della “Pravda” non esisteva. Al tempo di “Truth” è solo opinione pubblica – Trump parla incessantemente con i gi
ornalisti, anche mentre entra al bagno – e cioè niente, rigaggio.

“Truth”, la verità, è la “Pravda” di Trump. Quella sovietica imponeva la verità del dittatore, “Truth” quella di Trump, che è pur sempre uomo importante. La “Pravda” sanzionava, anche brutalmente, “Truth” può dare dritte importanti in Borsa. Trump semplicemente si vende le dritte in anteprima, basta pagare.
 

Sarà un altro calcio

“E stato un Mondiale epocale”, può titolare ”Il Sole 24 Ore”, “il calcio non sarà più lo stesso”: poco meno di 12 miliardi di ricavi, un nuovo mercato sportivo negli Stati Uniti, un diverso business dei Grandi Eventi, e pubblicitario, fisico e mediatico.
Solo in Italia, e senza la Nazionale, le partite trasmesse, non sempre in orario comod prime time, hanno raccolto una media di 4,6 milkioni di spettatori, una audience da gande spettacolo. Con un investimento ad ampio orizzonte, già solo per costruire stadi a grande capienza, e comodità, con aria condizionata e riscaldamento, e l’adozione, o “invenzione” del calcio come (ennesimo) sport nazionale..
Che era un’idea di Kissinger, anche questa - per questo si fece amico già negli ani 1970 dell’Avvocato Agnelli. Gli Stati Uniti sono un’altra dimensione. Al confronto con l’Europa poi specialissima. Investienti solidi e intelligenti, invece dello stitico calciomercatino che ci afflihgge – Firenze, che ha auvot un assaggio di questa mentalità dostrtutiva, col Viola Park voluto e pagato da Rocco Commisso, ancora non se ne rende conto (non sa che farsene).

Roggero è un processo politico

Giovedì Mattarella, con la volgarissima (non se n’è accorto? grave) reprimenda a Nordio, un ministro di cultura giuridica (e temperamento) ineccepibile. Domenica il cauto Minniti, da garantista divenuto furbescamente cerchiobottista: “La sicurezza resta un cardine, ma non è stata legittima difesa – si può discutere, dissentire, sulla pena, e sul risarcimento”. E su che altro allora?
È imbizzarrito il “dibbattito” sul gioielliere Mario Roggero. Condannato a 15 anni (ne ha 72), e a un risarcimento di 2 milioni ai parenti delle vittime.
Il risarcimento è da comici, se ce  ne fossero ancora liberi, non vincolati al politicamente corretto: un’assicurazione sulla vita, gratuita e sostanziosa, ai ladri. Ma il processo è stato, è questa la percezione, un processo “politico”: Oggero è uno di destra, dichiarato, e andava punito. E è così che è andata, in Tribunale e in Appello, e probabilmente in Cassazione. Con decisioni certamente “fondate”, “motivate”, eccetera, come dicono i legulei, ma in fotocopia. Cioè politiche, da parte di giudici fresche di parrucchiete, cui amabili cancelliere aprono le porte, che la solenne cerimonia onorano come da attese – e sicura ascesa, sociale tra i buoni-e-belli della Repubblica, e in carriera. Che non hanno giustamente mai subito un’aggressione a mano armata. Che non vuol dire  che non possano stabilire fino a che punto una difesa è legittima – per quanto, lo choc conta pure, essere stati un’ora, mezz’ora, sotto armi puntate, anche dopo che l’assalto è finito.
Il problema è che il processo è stato, ed è, politico – Mattarella (ignaro?) compreso. Fomentato dai media con l’aggressività di Oggero, che ha minacciato – senza fargli male… - un tipo che aveva insultato e schiaffeggiato sua figlia. Mentre è solo odioso perché si professa di destra. E questo non fa bene alle carriere dei giornalisti, oltre che dei giudici.
Come si fa a stabilre che il processo è politico? Frequentando i tribunali - le “sufficienze” dei giudici, l’aloofness delle motivazioni. E con l’esperienza: il giudice politico “si vede”, a pelle, come si vedeva nei ribunali di Khomeiny – quando si fregiavano di essere aperti e liberi. Lì bastava un caporale che desse avvio, alla picola truppa che simulava il pubblico – tutti in borghese ma con le teste rasate - il segnale di sostenere rumorosamente il giudice mentre spolpava il giudicando già condannato, qui ci vogliono giornali e giornalisti, sempre allineati e coperti, e Grandi Giurisperiti, candidati alla Consulta.

Bartali, così vicino così lontano

Un ricordo di Bartali, breve ma con tutte le sue “cose”, la sua biogarfia. Le impree nelle tappe più impervie, da sano e da malandato. Nelle tante Milano-Sanremo, ai Tour, ai Giro. Il caratteraccio, detto alla fiorentina. E la (quasi) santità – vera, di chiesa, qualcuno voleva beatificarlo. Un uomo, insomma, a tutto campo, oltre che l’atleta che s’immagina, dal numero, e dalla qualità, delle vittorie.Andrea Schhianchi riesce con poche aprole a sbozzarlo per intero. Oltre che un campione eccelso – si dice non elegante come Coppi, e invece aveva l’eleganza del rocciatore, non felino ma di volontà e resistenza (la resilienza odierna).
I tentativi reiterati del regime, che lui teneva in punta di bastone, per alimentare il nazionalismo con le sue vittorie. Specie quando, con le imprese al Tour, era diventato un beniamino francese. L’incoscienza, o se si vuole il patriottismo, di girare per mezza Italia, fino a Roma, con i messaggi della Resistenza nelle canne della bicicletta – tedecshi e repubblichini non lo fermavano, era un campione, doveva allenarsi. Uno che  ha saavato anche, di suo, innumerevoli ebrei. E sempre, da giovane e da vecchio, il carattere schietto, umorale più che popolareggiante.
Con molta documentazione – numeri, carte, percorsi, Uno di noi: “Quando Gino parte per il Tour de Ftance”, il suo primo, 1938, “ fa un caldo pazzesco” , basta già questo per avvicinarcelo oggi. Se non fosse per il seguito: “Nel corso dell’ottava tappa, da Pau a Luchon, transita per primo sull’Aubisque, sul Tourmalet e sull’Aspin…”. Un altro mondo.
Andrea Schianchi,
Bartali, “La Gazzetta dello sport”, pp. 139, ill. € 1,50 col quotidiano