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Calvino politico – o il Pci partito d’ordine
Nel 1976, in vista
delle elezioni del 20-21 giugno, che nelle previsioni dovevano sancire il
“sorpasso” del Pci sulla Dc, Calvino fu richiesto dalla “New York Review of
Books” di un articolo panoramico sulla novità italiana. Calvino scrisse un
saggio, “ben 36 cartelle dattiloscritte”, nota Umberto Campagnolo, che ne cura
la pubblicazione. Che però la rivista non pubblicò. Pur avendo letto
evidentemente il saggio riga per riga, poiché l’8 luglio il direttore della
rivista, Robert B. Silbers, che aveva commissionato entusiasta l’articolo a
Calvino, gli scrisse una lunga serie di obiezioni e richieste di chiarimenti.
Con tatto ma con fermezza. La lettera, indirizzata a Roma, raggiuse Calvino
nella residenza a mare in ritardo sugli eventi. Risponderà con altrettanto
lunghe spiegazioni a fine luglio , il 26. E la sua lettera finì semidispersa,
seguendo le peregrinazioni in vacanza di Silvers. Che il 3 settembre prendeva
atto che la pubblicazione era ormai fuori tempo.
Una testimonianza di
un certo tipo di giornalismo, impensabile in Italia. Ma che si legge
naturalmente per il Calvino pensiero. Non specialmente acuto, dice lui, in
materia di politica. E tuttavia, invece, “in palla”: coinvolto e volenteroso. E
sempre dettaglista, anche in politica – che in effetti non aveva mai
maneggiato, se non per il racconto della “bonaccia”. Ma allora à point. Berlinguer
è “pessimista per metodologia e per temperamento”. Fanfani “l’uomo che si era
sempre sbagliato”. Aldo Moro “da lungo tempo pare affetto dalla malattia del
sonno”. “Il Pc è un partito dei tempi lughi” – tanto lunghi che qualche anno
dopo non c’era già più. Il “comunismo” non c’è più, non in Italia, non in
Francia: “Quello che i sovietici intendono per «socialismo» s’identifica solo
con l’area dove arrivano i loro carri armati”. Con l’apprezzamento del ruolo
del Psi, malgrado il movimentismo suicida del suo segretario De Martino (“due
impopolari crisi di governo”, e il rifiuto del centro-sinistra che era l’idea e
la forza del suo partito). Un peccato e un delitto, “perché la presenza del Ps
è più che mai necessaria in un sistema politico come quello italiano che ha
bisogno di mediazioni e articolazioni…, e anche perché tra i socialisti ci sono
alcuni uomini tra i più seri e capaci”.
Apprezzatissimo il
ruolo, “fortemente innovativo”, di Gianni Agnelli presidente di Confindustria –
dopo l’accordo, non detto ma alluso, con Luciano Lama (Cgil) sul punto unico di
contingenza, sull’indicizzazione dei salari (quello che poi sarebbe stato imputato, non a torto, del carovita al 15 e al 20 per cento). Al centro della disamina: “Il
paradosso della situazione italiana”, del “sorpasso”, “ vuole … che i comunisti
vengano chiamati come elemento moderatore e stabilizzatore”. Un apprezzamento
tanto più elogiativo in quanto seguito dalle “cronache da Basso Impero”, della
corruzione “di regime”. Doppiata dalla “inefficienza dei servizi di ordine
pubblico e dei tribunali”. Dell’apparato repressivo, dei troppi spazi alla destra
eversiva, delle bombe: “Si sente la presenza di una rete di ricatti in cui le
bombe vengono usate come segnali di avvertimento. A chi?” E non solo le bombe.
C’è “l’anarchico Pinelli caduto da una finestra durante un interrogatorio di polizia”.
C’è “l’incriminazione del ballerino Valpreda probabilmente scelto in precedenza
come capro espiatorio ideale”. E c’è l’“assassinio del commissario Calabresi alla
vigilia deporre sulla morte di Pinelli”.
Poi Calvino s’intorcina
nell’andreottiana “politica dei due forni” (ma di Andreotti non c’è cenno, né
dei “forni”), nel rapporto tra lo Stato, Dc, e le regioni, dove una politica
diversa è possibile e si realizza. Insomma, da sinistra, un’anticipazione del
leghismo, e del “compromesso storico”. Ma, novità, in una prospettiva europea –
Calvino anticipa anche questo sviluppo, allora, alo stato delle cose, più
un’idea che un fatto: “L’Unione Europea sarà articolata sulle regioni più
ancora che sulle nazioni, perché le regioni, o meglio i gruppi di regioni, hanno
un’omogeneità economica e sociale che le nazioni non hanno”. È su questa
questione che Silvers ha cominciato a non capirci più bene.
Col testo
integrale delle osservazioni di Silvers, in originale e in traduzione, e delle
spiegazioni di Calvino. In appendice la riproduzione fotografica delle due
ampie lettere, di quattro e cinque cartelle dattiloscritte, con correzioni a
mano). E la lettera conclusiva di Silvers. Tra i materiali
anche un articolo di Calvino insolitamente polemico, per il “Corriere della sera”,
“Del mantenere la calma”, scritto di getto dopo l’assassinio del Procuratore di
Genova Coco e di due agenti della scorta l’11 giugno 1976, “per” la campagna elettorale,
contro “le due facce contrapposte e complementari del partito democristiano”,
di Moro e di Fanfani, il capo del governo e il capo del partito – non nominati
ma seppelliti dagli aggettivi: “Indugiante, e smorzante e sfumato” l’uno, “energico,
scattante e virulento” l’altro, entrambi “col solo proposito di mantenere una
immobilità assoluta”.
Italo Calvino, Il
sorpasso, “Corriere della sera”, pp. 136 € 9,90
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