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sabato 22 settembre 2007

Il Patriarca di Marquez sembra Castro

Strani effetti alla rilettura dell'"Autunno del patriarca" di Garcia Marquez. Si conferma la straordinaria ricchezza di linguaggio, fresco, almeno nella traduzione di Enrico Cicogna, senza traccia del lavoro lento di composizione e riscrittura - benché il joycismo non sia oggi godibile, e la tessitura sapiente sappia di ricamo, perfino di folklorismo. Il linguaggio è straordinariamente inventivo, pur se di stretto vocabolario. Sempre con quel senso del millenario estratto dalla sordidezza, dall’“assenza di storia”: il passaggio della cometa, l’eclissi, i segni, la madre… Un libello più che un racconto, ma inavvertito è lo sforzo di rappresentare in un personaggio una storia e un mondo, la fradicia società politica caraibica – i “fanti di marina” della Potenza occupante devono esercitare molta pazienza. Utile, e forse innovativa, l’estrapolazione del monologo dal flusso di coscienza psicologico, anche se grammaticalmente incerto.
Uno strano effetto è che sembra l’anticipo dell’agonia di Castro. Nell’impianto, e in tanti particolari, “fiaccato da un morbo comiziale”, “la mano di damigella”, la durata senza tempo (il Patriarca si vede ai cent'anni di potere, Castro è vicino ai cinquanta). L’“Autunno del patriarca” è modellato su Papa Doc, il “Padre Nostro” Duvalier, il tiranno allora di Haiti. Ma si applica sinistramente a Castro, l’unico dittatore immortale, ancorché non amato. Un altro effetto è che, essendo il personaggio inconsistente, è palesemente – volutamente - un’allegoria: l’allegoria dell’America Latina, a partire da Città del Messico, dove Garcia Marquez risiede. Dopo Parigi, forse la città più letterata del mondo. Classicamente, l’America Latina è vittima della sua stessa immagine. Anche quando non vorrebbe, ne rifugge. È il meccanismo del sottosviluppo: si avvita su se stesso perché se ne parla.
Un terzo effetto è che il linguaggio eccessivo (aggressivo), che sempre col tempo si riduce a bozzettismo, isterilisce lo scrittore. Joyce è ammutolito, Gadda faceva la macchietta di se stesso. Anche Céline era ammutolito dopo “Morte a credito”, i pamphlet sono piatti: è rinato con l’abominio, unico francese accusato di collaborazionismo. Dopo “L’autunno del patriarca”, 1975, Garcia Marquez ha pubblicato molto, ma niente di notevole, e forse non nuovo. “L’autunno del patriarca” è una sorta di condanna inflitta a stesso, un nodo scorsoio duro benché infiocchettato.

Veltroni lottizzato, otto regioni ai Dc

“Questo è un paese con la testa girata indietro. È un paese che non ha voglia di cambiare”. L’Italia? Butterebbe tutto all’aria. Ieri aveva detto: “Siamo un paese malato”. Non: sono malato. Veltroni, forse per doversi confrontare con i vampiri locali, oggi della Toscana, l’altra settimana della Sicilia, e prima ancora della Puglia, della Calabria, eccetera, ha perduto la bontà, e anche il giudizio. È il “comico per eccellenza”, direbbe Sgarbi, della politica italiana, ma senza più humour: anche gli attori che più si identificano con la recita hanno a volte mancamenti di spirito. Specie quelli che non si sono mai fermati a pensare: “Ho sbagliato”. La realtà locale è sordida? Lo sara la “sua” realtà locale, i ras del suo ex Pci e della sua ex Dc. La procedura contorta per la creazione del Pd, che Pirani gli contestava ieri l’altro su “Repubblica”, l’ha pure voluta lui. E non si tratta di errori, né di uno né di cinque come li elenca Pirani, ma dell’unica possibilità per “questo” Pd di costituirsi: una lottizzazione, per dare agli ex democristiani almeno otto regioni su venti, visto che gli ex comunisti avranno la segreteria, o presidenza che sia, Sicilia, Calabria, Puglia, Abruzzi, Veneto, Friuli, Trentino-Alto Adige, Molise o Campania. Col contributo, ove necessario, di sperimentati compagni, a Napoli, in Calabria, una riedizione dell'"entrismo".
Questo Pd è l’ennesima incarnazione dell’ex Pci in fuga: fino a quando ci saranno ex comunisti non ne verrà nulla di buono, non capiscono. Non hanno fatto l’esame di coscienza non per malafede, ma proprio perché non capiscono. Una realtà così semplice come quella italiana, che il Pci cominternista ha bloccato con l’indisponibilità politica, e gli ex Pci intasano con i residui indecorosi del Comintern, il sindacato del “di qui non mi muovo”, il giornalismo di batteria, i minuti privilegi dell’essere compagni, negli affari, nella cooperazione, nelle politiche delle assunzioni.

giovedì 20 settembre 2007

La cafoneria milanese sbugiardata in Turchia

Si è presentata con undici stranieri, undici campioni, no?, e i turchi l’hanno strapazzata, una squadra la cui stella è stato Appiah, figurarsi, uno scarto della Juventus. Sette turchi, con tre vecchi brasiliani e uno scandinavo muscoloso, i cui ingaggi tutti insieme probabilmente non eguagliano quello di Ibrahimovic, si sono divertiti: gol, pali, rigori negati, tiri in porta a raffica, possesso palla, corsa, tecnica, tattica.
L’Inter è molto milanese: con padroni, i Moratti, che sono “di destra e di sinistra”, si arricchiscono in Borsa, e hanno superbi Guidi Rossi a servizio, il rispetto dei Borrelli, un allenatore che dà lezioni a tutti, qualche gol facendo con gli scarti della Lazio, Mihajlovic prima, ora Stankovic e Cesar, e una stampa inginocchiata, rosa e bianca – i pali turchi vi sono ridotti oggi da due a uno, né ci sono stati rigori negati. Istanbul dunque surclassa Milano, e questo dice tutto, il bazar snobba la cafoneria.
Resta da spiegare perché questo scandalo sia proposto e venga accettato in Italia quale esempio di etica, in politica, nello sport e nella città. Con un bilancio tra l’altro da sempre opaco, nel commercio dei tantissimi atleti stranieri, estero su estero (il metodo Cragnotti), nel commercio dei passaporti, nelle ricapitalizzazioni. Che i pochi atleti italiani, poco redditizi evidentemente estero su estero, che si è trovati tra i piedi ha liquidato, Toldo, il Supereroe di Olanda-Italia, Cristiano Zanetti, Cannavaro, salvato da Moggi, Pirlo, che fa la fortuna di Berlusconi, e della Nazionale, e Materazzi, salvato da Lippi. Il campionato questa squadra ha vinto simbolicamente a fine aprile con due gol di Materazi, un difensore che di gol gliene ha fatti otto, più degli ottimi attaccanti Adriano, Cruz, Crespo, stelle internazionali, pagati molto più di lui, che deve solo ringraziare Lippi per aver retto a Moratti e Mancini, che lo avevano demolito e volevano allontanarlo. Dopo dieci anni, o undici, di orrenda gestione questa squadra è ancora adulata come beneamata. È solo piaggeria? Ci sono soldi? È Milano.

Un "Caimano" molto berlusconiano

(Il 27 marzo 2006 Anti.it recava la recensione del “Caimano”, che riproponiamo per l’uscita del film in edicola. Nello stesso anno si celebrava in Francia, in forma teatrale, con lo stesso titolo, l’assassinio della moglie di Althusser, a opera dello stesso filosofo, il 16 novembre 1980, per strangolamento – un assassinio lento, di cui il filosofo non si pentirà, avvalendosi della temporanea infermità mentale, nemmeno nella successiva autobiografia, le cui ragioni la pièce sposa).
La storia di un disamore, irrimediabile dunque, sullo sfondo di un film da fare, assolutamente, del cinema che è vita – è il lavoro del cineasta, come i conti sono il lavoro del manager, i clienti del medico, eccetera, quelli che non hanno altri orizzonti. È presentato come un film politico, contro Berlusconi, ma questo è l’interesse del produttore, di vendere il film subito ai dieci o venti milioni di italiani che odiano e invidiano Berlusconi, sfruttando la “par condicio” che nella campagna elettorale zittisce gli altri mezzi di comunicazione.
Moretti naturalmente usa Berlusconi in tutte le salse, perché dovrebbe risparmiarsi di criticarlo? Tanto più che “rende” spettacolarmente, l’unico politico su cui si possano fare film, gag e libri, in quantità perfino spropositata - almeno una cinquantina di libri ingombrano le pur spaziose librerie Feltrinelli. Ma, non innocentemente, lo fa in modo ambiguo - anzi celebratorio nei newsreel europei, e nell’allocuzione finale che a se stesso ha riservato. In modo anzi berlusconiano. Uscire in 950 copie, per aggredire il pubblico, a una settimana del voto, per eludere la par condicio, non è il massimo dell’onestà e anzi, depurato di un inesistente “dovere” politico, un atto di furbizia, che il film non dissolve(un cinepanettone esce in 250 copie, un blockbuster Usa in 300 copie...): debole come storia e debole come pamphlet. Insomma, non ce ne liberiamo, Berlusconi cerca ancora il suo assassino. Moretti, che in “Aprile” aveva mostrato un Berlusconi da sogno, quale a lui stesso piace rappresentarsi, sempre dicendo “qualcosa di sinistra”, ovvio, qui gli fa un monumento, nel mentre che, “da sinistra”, ovvio, lo attacca.
La verità è che Moretti non ne può più della politica. Non da ora. È questo che lo fa un fratello: la critica affettuosa – lo sberleffo, il contropelo – ai tic culturali e sociali della sinistra intelligente, che in questi vent’anni di post-comunismo si ritiene soprattutto politicizzata. Ha fama di antipatico, ma sembra stanco, i tic lo stufano e non lo fanno ridere: culinaria, enologia, gaytudine, lo straniero che ha sempre ragione, e non Montaigne o Benjamin ma un polacco grasso, produttore di film porno, le gag sono più feroci che divertite. Compresa l’isteria del “fare il film” – se non è l’incredibile Orlando che ne ribalta la lettura. Alla Fellini ultima maniera, quando non riusciva a esprimersi tanto era arrabbiato, che Moretti inopinatamente cita, con la barca per la città, il set sul mare. Malinconia su tutta la linea: politica, affetti, creatività.
Tutto molto “morettiano” – l’ambiguità è la sua cifra – non fosse per due flaps. Uno negativo: la furbata del film il 24 marzo in campagna elettorale in mille copie non è leale, con gli spettatori e gli altri autori, ed è immorale, sfruttare la legge del politicamente corretto che ha dimenticato il cinema per fare soldi. Del berlusconismo Moretti sa e mostra che è una creazione non tanto di Berlusconi quanto della società di questi quindici anni, della “rivoluzione” di Mani Pulite, che ha liberato gli affari: questa non è una debolezza, semmai va a credito di Moretti, che si dimostra più capace di tanta scienza politica, ma fa paura. Moretti, o dell’ambiguità, ogni tanto fa paura. Non lui, il pubblico: che un pubblico sterminato ne prenda per buona la verità cosmetica, di superficie.
Volendone fare una tragedia, è il “Salo Sade” del perbenismo, o politicamente corretto. Senza la bellezza dei corpi, purtroppo, e anzi spesso sudaticcio, per il personaggio Orlando e non solo. La hantise di Pasolini era il potere che si impradoniva del sesso, quella di Moretti è sempre il potere, padrone della comunicazione. Moretti non ha mai preteso di fare tragedie, solo commediole. Ma è oberato da una vis tragica. Con un problema: chi ha più potere sui media, Berlusconi o lui (e chi non mente a se stesso)? Novecentocinquanta copie sono un record mondiale, e quindi un grosso investimento politico. Ma questo va dichiarato, barare non è di sinistra, non dovrebbe.

mercoledì 19 settembre 2007

Il dossieraggio disloca la sinistra

Giuseppe Leuzzi
Lamentando il sensazionalismo, quando si applica alle istituzioni, il Capo dello Stato si è schermito sull’ovvia o implicita natura politica della sua denuncia. Lo ha fatto per semplicità, la cifra che vuole dare alla sua comunicazione, ma non avrebbe dovuto. Essendo egli esponente della sinistra, è implicito che denunci un sensazionalismo di destra, mentre è da tempo – sembra da sempre – un’arma di sinistra, e anzi l’arma principe se non esclusiva, questa sinistra non sembra averne altre.
Negli anni della contestazione e della controinformazione era scontato: il dossier è di destra, di sbirri, mouchards, prefetti gastronomi, e politici cinici. Andreotti ne era considerato il maestro, dai tempi del Piano Solo contro Moro, poi per i biglietti aerei dei socialisti pagati dal Sifar, e sempre contro Fanfani per lo scandalo Montesi. Il dossier è arma di destra per definizione. È opaco: ha necessariamente delle fonti, che però non si dichiarano, non dichiarano le loro intenzioni. Segrete sono anche molte fonti processuali, che in teoria sono a conoscenza degli aventi diritto ma in pratica sono note solo agli inquirenti, note cioè fino alla disclosure, allo scandalo. Il dossier è violento, e non consente difesa all’avversario se non con altro dossier. È cioè degradante. Serve contro chi non si riesce ad attaccare pubblicamente, quindi contro i giusti, o peccatori veniali (sul segreto come arma è utile la ricerca storica a più mani “Voci, notizie, istituzioni”, fascicolo n.121, 1/2006, di “Quaderni Storici”, esteso dalla stessa rivista all'informazione nelle scelte economiche nel fascicolo n.124, 1/2007). È il sovvertimento della giustizia, la quale è il primo fondamento del socialismo e della democrazia.
Col terrorismo il dossier ha soverchiato la controinformazione, e si è sostituita a essa come arma della sinistra. O dell’establishment. Il passaggio non è avvenuto infatti attraverso fogli volanti o libri introvabili, ma attraverso i maggiori giornali e i maggiori editori, che per questo fatto risultano passati a sinistra. Storicamente la controinformazione veniva sommersa dal dossier nel suo momento di maggiore successo, con “La strage di Stato”, 1974, ispirata e in parte scritta dai servizi segreti, veniva battuta cioè dalla disinformazione . Ma non è della lotta al terrorismo che si tratta, è della gestione occulta oggi dell’informazione. Si potrebbe dire: la destra è diventata sinistra, e con essa il dossier, con tutto quello che esso comporta di torbido e equivoco. E così è. Le fonti migliori di questa informazione, alla Rai, a “Repubblica”, alla stessa “Unità” e nell’editoria sono giornalisti di destra, dichiarata, robusta, persistente.
L’effetto è paradossale, ma non del tutto: la sinistra perde posizioni. A lungo il dossier è stato l’arma del Pci e anche dopo, contro Sofri, contro Craxi, e poi contro Berlusconi – prima che i giornalisti fidati di destra, gli autori dei dossier utilizzavano i vecchi cronisti giudiziari di sinistra. Il risultato è che il Pci deve ancora correre a nascondersi, in “Cosa”, Pds, Ds, e ora Pd. Mentre Berlusconi, contro il quale alla vigilia delle elezioni del 2006 si potevano contare sui banchi della libreria Feltrinelli all’Argentina 57 libri, aumenta i voti e il credito politico – ha perfino vinto, personalmente, quelle elezioni, avendo rimontato da solo in quelle settimane uno svantaggio di 6 a 4 fino alla quasi parità. I libri, i pochi sfogliati, sono a loro modo bene informati, con dotte trascrizioni d’intercettazioni, da periti semiologhi, testimonianze, verbali. Ma tutti documentavano come Berlusconi fosse il braccio destro della mafia, e un paio anche dei trafficanti di droga, di cocaina per l’esattezza. Si capisce che il genere sia di larga lettura, si situa tra un giallo impegnato, di cui bisogna ricordare personaggi e eventi, e “Novella 2000”, che si può riprendere in mano con profitto a ogni momento, non si è perso nulla. Ma fa perdere le elezioni. Per la metà degli italiani che conosce la mafia sulla propria pelle, ma anche per chi conosce solo un poco la mafia, quei libri si buttano dopo la lettura, hanno solo servito a ingrassare Berlusconi.
La forza del dossier è di denunciare, fingendo di documentarle, gagliofferie, complotti, cupole, mafie. Ma ha la debolezza dell’incontinenza: denuncia così tante malefatte e con così tanti particolari che, anche quando sono vere, sembrano irreali. E infatti, passato il piccolo orgasmo per disappetenti, sono inefficaci. Sembrano le vecchie note di servizio del maresciallo dei carabinieri, così piene di dettagli, che non hanno mai prevenuto o fermato un delitto, perché esse stesse parte del disegno criminoso, a opera dei confidenti, all’insaputa del sottufficiale è ovvio, ma non inodori o insapori. Questo il capo dello Stato voleva dire: non c’è sensazionalismo innocente. Ma, e non si capisce il perché, in Italia è della sinistra. O meglio, nella stampa italiana. È una stampa di sinistra che è di destra? È vero che Andreotti è ora di sinistra, da quando fu l’estremo difensore dell’Unione Sovietica.

martedì 18 settembre 2007

L'antimafia non è popolare

Saviano è tornato al suo paese per una grande cerimonia anticamorra, cui hanno partecipato un migliaio di autorità, compresi i ragazzi di Locri, ma non un compaesano. A Casale, se non altro, l’organizzazione ha occupato la piazza. A Catania, orrendo spettacolo, nel 1998, o nel 1999, tutta l’antimafia isolana si riuniva per premiare Caponnetto nel Palazzo Municipale, da cui fuoriuscivano applausi, mentre la piazza era occupata da un centinaio di torve macchine delle autorità e delle scorte, coi loro impassibili autisti. Anche a Locri i ragazzi di Locri sono soli, un minuscola organizzazione politica, con la vedova Fortugno e la sua scorta nelle manifestazioni antimafia. Come questa estate, e già l’estate scorsa, in Aspromonte, nelle giornale della Legalità promosse dal Parco: uno o due giudici, uno o due parlamentari, e alcuni funzionari della Prefettura e della Questura, non più di trenta-quaranta persone a ogni manifestazione.
Bisogna pensare dietro questo deserto le mafie locali totalmente in controllo, o le popolazioni imbarbarite? A Locri e nell’Aspromonte di questa disaffezione però si parla liberamente. Anche a Catania all’epoca. La gente non partecipa, lo dice, perché “non c’è giustizia, solo chiacchiere”. Per giustizia intendendo la sicurezza. L’antimafia è solo un rito – quando non serve alla carriere, come Sciascia aveva visto vent’anni fa. La stessa cronista di “Repubblica” ironicamente - inconsciamente? - se ne fa interprete. Viaggiando al Sud questo si vede, ogni giorno, l’estremo legalismo accanto all’estrema illegalità. Tra gli antimafiosi di parata ci sono del resto in Calabria politici legati ai mafiosi, a conoscenza di tutti.

domenica 16 settembre 2007

"Gomorra"- a più mani

Per questo libro, uno dei più venduti nell’ultimo anno e mezzo, Saviano è stato per un anno e mezzo sotto scorta, e solo ora può tornare al suo paese, in compagnia del presidente della Camera Fausto Bertinotti. Quando i libri disturbano la criminalità, se non altro per questo non si possono non apprezzare. Ma purtroppo sono anche libri che la criminalità la magnificano. E in questo caso disturbano il lettore, per incongruenze che in un Premio Viareggio non si possono non tacere. Anche perché, a una seconda e terza lettura, la pretesa della fascetta editoriale dettata da Fofi, “il capitolo sulla guerra di Secondigliano è destinato alle antologie”, appare perfino ridicola.
Saviano è un nome collettivo? “Gomorra” è un volume collettaneo redazionale (Gomorra camorra, eccetera)? A quattro mani, con lo scrittore-agente Roberto Santamaria? Con i redattori Mondadori, p. es. Massimo Turchetta, il direttore, o Antonio Franchini, il capo della redazione, napoletano anche lui? Un “ventre di Napoli” sociopolitico, da Procura della Repubblica, da rapporto dei Carabinieri, poca cosa, al confronto con Matilde Serao. È un’accozzaglia di generi. Singolarmente scritto male. Tanto più per essere pubblicato dal maggior editore italiano, che ha vaste redazioni. Con un curioso, ripetuto, uso della terminologia economicistica, marketing, stakeholder, multilevel. Ma è nato best-seller – i best-seller sono tali alla nascita: un’opera prima non è mai un best-seller, “Gomorra” è il tipico prodotto che nasce best-seller. Collazionato in fretta, e non controllato, troppe le ripetizioni e le frasi zoppicanti (a p.90: “I colpi poi sfondano la porta e lo finiscono sparandogli alla testa”, a p.103: “I Marino erano stati obiettivi primi della faida. Avevano bruciato le sue proprietà”), per poterlo pubblicare ad aprile, con dati di febbraio, e fargli vincere dopo sei settimane il premio Viareggio. Non solo Fofi, anche il premio si sbugiarda.
È il tipico materiale dei dossier dei carabinieri. Il pm Beatrice che viene citato un paio di volte per le sue inchieste è uno dei procuratori che accettano di mettere il cappello su questi dossier civetta. Con le tipiche approssimazioni – il genere è quello dei primi verbali Usa di pentitismo. Anche se i personaggi e le vicende sono stati oggetto di dibattimento, il processo "Spartacus", dopo un'indagine di dieci anni (sic!), e tutti condannati all’ergastolo e in carcere, eccetto i due o tre necessari ad alimentare il mito dell’imprendibiltà. Di questi dossier è spesso la trascrizione, specie negli elenchi delle efferatezze, senza farne risaltare i paralogismi, sotto la vernice saputa, né le insufficienze della repressione, “Gomorra” direbbe del "contrasto" come da verbale, polizia e carabinieri ritenendosi ormai specializzati in questi trattatelli parasociologici, e nelle indagini-vetrina, del calcio e delle veline come della camorra e della ‘ndrangheta. Un negozio su due a Napoli è della camorra (p.61). La Repubblica ceca fu completamente egemonizzata dai secondiglianesi (p.59). Paolo Di Lauro, capo camorrista, che ha avuto dieci figli maschi tutti camorristi, è stato “a lungo sconosciuto perfino alle forze di polizia”. Quanto a lungo, un mese? un anno? dieci anni? È poi stato latitante per oltre dieci anni (p.72): tipica approssimazione da verbale militare, che uno scrittore non usa – è stato latitante per dieci anni e pochi mesi? per quindici anni? per venti? Il profitto è pari “al 500 per cento dell’investimento iniziale”. E quant’è l’investimento iniziale? In soldi, in sangue? Gennaro Marino “McKay”, che a p.71 architetta l’uccisione di Paolo di Lauro (a p.90 sapremo che ciò avveniva nel 2004), a p. 80 e qualche tempo dopo ne è ancora il referente e il franchiser. A p.89 i Di Lauro ordinano un assassinio mandando un fax agli affiliati. Alle pp.100-101, Anna, una ragazza che fa il concorso per maresciallo dei carabinieri, ha un ragazzo di diciotto anni, che le dice: “Tenevo trenta donne nel rione”. A p.120, “interi comparti dello spaccio vengono gestiti da quindicenni a Napoli”. In questa guerra atroce, i morti ammazzati, che a Napoli sono sempre molti, a p.135 si dimezzano. A p. 203 l’Italia spende in armi 27 miliardi di dollari, più della Russia, il doppio d’Israele. Più 3,3 miliardi per le armi della malavita. A p.205 le guerre, dal Sud America ai Balcani, si fanno con gli artigli (le armi?) della camorra. I casalesi fatturano trenta miliardi di euro l’anno (p. 214). L’alta velocità Roma-Napoli ha fruttato diecimila miliardi di lire (p.228) – più di tutta l’opera. Poi c’è l’occupazione della Scozia: per chi non lo sapesse, la Scozia puritana è ora napoletana. A p. 311 i rifiuti sono un mercato in quattro anni di 44 miliardi di euro. Solo a Napoli. “Un mercato che ha avuto negli ultimi tempi un incremento complessivo del 29,8 per cento” – non uno zero virgola di più e non di meno - “negli ultimi tempi”. A p. 327 l’Istituto superiore di Sanità ha segnalato che “la mortalità per cancro in Campania, nelle città dei grandi smaltimenti dei rifiuti tossici, è aumentata negli ultimi anni del 21 per cento”. Sempre nei fatidici “ultimi” tempi. Ma ci sono città di smaltimento dei rifiuti tossici? Le storie originarie, come quella di Pasquale, “Chi ha firmato il vestito di Angelina Jolie”, vi restano smarrite. Le scene “scritte” sono peraltro da film.
Come impegno sociale è la solita buona azione che produce effetti malefici: più che combattere la camorra, che si combatte con i carabinieri, la illustra e la magnifica, le esagerazioni mirate ad accalappiare i lettori non sono senza effetti. È il tipico libro di cui non si può dire che bene per l’impegno civile. Che sarebbe civico, nel senso di patriottico, un po’ meno forte, ma si preferisce dire civile, con una connotazione di superiorità: c’è la poesia civile di Pasolini, di Partito, la società civile di Scalfari, che vuole tutto, e l’editoria civile, delle cause buone. Se non che, non ingenuamente, questa punta a magnificare gli oggetti delle sue accuse.
La materia a Saviano non manca, nel casertano pure le pietre trasudano violenza, gli sguardi in strada, la parlata. Ma i libri di denuncia antimafia, che puntano per vendersi all’esagerazione, costruiscono attorno a una realtà decomposta, puteolente, ripugnante, un alone di magia, e “Gomorra” più degli altri. Successe già coi briganti. Invece di dire i camorristi rozzi e ignoranti quali sono, e la loro forza un difetto della repressione, che col suo benign neglect li incoraggia, se ne celebrano le strategie, l’organizzazione, l’influenza (il controllo del territorio, della produzione, del commercio, della politica, l’imprenditorialità, la flessibilità, perfino il cosmopolitismo), l’intelligenza, la modernità, e naturalmente il peso politico onnipotente – in un’area che ormai da un trentennio vota a sinistra. Il mito della mafia è il solo contributo, non proprio civile, della letteratura di mafia fiorita sulla scia del “Padrino” negli ultimi venti anni, da Biagi a questo “Gomorra”, best-seller di tutti i best-seller. Un film di cui i mafiosi sono volentieri attori e anzi protagonisti.
Saviano lamenta di essere nato nel “luogo con più morti ammazzati d’Europa”. Purtroppo non è vero, anche se la nota dolente è comprensibile, compresa la stessa foto che illustra la copertina. Ma perché si è speso per questo malaffare di più? Napoli è certo ottima location per storie di gangster, per la crudeltà dei napoletani. Ma non è l’unica, Napoli ormai è una scelta: “Gomorra” è l’ennesima cattiva azione dell’editoria milanese contro il Sud e Napoli, poiché il genere “banditi al Sud” è tornato lucroso. In uno dei pezzi meglio costruiti ridicolizza la lavorazione a façon, dei terzisti della moda, che della Napoli industriosa è uno dei pochi spicchi sopravvissuti all'onerosa unità - c'è qualcuno a Milano che ha interesse a delocalizzarla in Turchia, in Brasile, in Cina (a Napoli gli appalti si prendono con aste al ribasso...)? Ma forse è solo il tipico libro di partito, Viareggio incluso - o di corrente, se a p.109 “erano tutti cresciuti nella Napoli del rinascimento, nel percorso nuovo che avrebbe dovuto mutare il destino degli individui”, del Bassolino sindaco da abbattere per chi se ne intende.

Americanisti in campagna, Greenspan giustiziere

Sui maggiori giornali i maggiori americanisti si affanno a spiegare che il famoso sindaco di New York Giuliani non ha fatto un bel nulla contro i criminali. Se la criminalità si è ridotta Giuliani non c’entra. Non dicono però chi c’entra – perché la criminalità si è ridotta: la metropolitana di New York non solo è la più grande del mondo e va ventiquattro ore, è anche la più sicura, che fino a quindici anni fa era sconsigliata. Un americanista dice che la criminalità è scesa grazie al computer. Lo stesso saggista si fa spiegare da un altro esperto: “In criminologia vale una sorta di legge di gravità di Newton, quello che sale scende”. Anche in astrofisica, dopo la notte il giorno, in meteorologia, dopo la pioggia il sole, e in genere nella storia, a volte le cose cambiano.
Gli americanisti si devono essere stancati di spiegare gli eventi, confinati nelle pagine interne. Vorranno avere anch’essi, come i colleghi degli interni e della giudiziaria, l’onore della prima. Forse per questo ne adottano l’arma letale, il “tormentone”. Abbiamo dunque un “Giuliani no pasarà”. Ma è così che si fanno le rivoluzioni: Giuliani non potrà che soccombere al tiro al bersaglio, l’Italia deciderà la presidenza americana.
A fare giustizia nelle presidenziali ci penserà poi Alan Greenspan, con un capitolo anti Bush e per la liberazione dell'Iraq, un capitolo delle sue memorie, che lo stesso giornale del saliscendi pubblica. Senza specificare che Greenspan, presidente della Federal Reserve per quindici anni, è l'autore - materiale, documentario - delle ipoteche multiple e della crisi incombente. Che ha governato per quindici anni la moneta senza governarla, con messagi criptici che non dicevano nulla. Che per dire male di Bush ha preso otto milioni di dollari, solo di anticipo, potenza della letteratura - nel genere del tormentone rientra anche questo, di arruolare tra i giustizieri personaggi sgangherati.

L'ingegnere del Novecento

Fa in allegria il verso a Palazzeschi, dietro la copertina con l’alfabeto fiorito, Walter Pedullà. Dallo scrittore fiorentino facendo originare l’umorismo con cui caratterizza l’ultimo secolo. Con Palazzeschi popolano la raccolta molti affini, alcuni a sorpresa, D’Arrigo, Pasolini, Testori.
Pedullà, decano dei critici del Novecento, fa a suo modo un primo bilancio del secolo. Che pone all’insegna del “diverso”: giocoso, scherzoso, divagante, sempre lieve. A modo suo, a sua volta sorridente: è il libro-summa di un “critico militante”, ma è sua volta inventivo e narrativo. Pieno cioè delle sorprese che una buona narrazione non finisce di riservare al buon lettore. E' egli stesso il Gadda della critica, bonario più che burbero, ma sempre sorprendente, tanto più nell'ordinario, senza artificio.
Palazzeschi si celebra in breve, dopo tanto parlare, col geniale “Titoli di Aldo Palazzeschi”. Gadda vi è protagonista di “Cinquanta domande postume”, intervista immaginaria. Chiude il libro una raccolta di “Lazzi, frizzi, schizzi, girigogoli e ghiribizzi in merito alla condizione degli italiani e degli umani”, appunti politici, sociologici, di mestiere, nella vena satirica del critico scrittore. Sempre beneficiato dal cortocircuito con si arriva all’incognita, all’epifania, secondo la lezione del maestro Giacomo Debenedetti.
Walter Pedullà, E lasciatemi divertire!, Manni, pp. 278, € 18

sabato 15 settembre 2007

Ricardo: con l'euro caro la crisi è europea

La Banca centrale europea segue, con affanno, la Federal Reserve, iniettando qua e là liquidità, ma sempre con effetti irrisori rispetto alla crescita di valore della moneta. Il caro denaro è per ora compensato, più che compensato, dall’aumento generale dei prezzi. Ma la scandalosa rincorsa, in atto ormai da un quinquennio, ha prosciugato i risparmi e la quota di reddito destinata ai consumi, e sta per indebolire la disponibilità al consumo. Lo shopping è lo stile di vita prevalente, i centri commerciali si moltiplicano con le boutiques e sono le nuove cattedrali, non solo alla domenica, il credito al consumo è sempre più l’impiego principale delle banche, ma non c’è pubblicità che tenga di fronte al reddito incerto, precario, svalutato dall’“inflazione-che-non-c’è”. L’ex uomo della strada comincia a uscire dall’eurosbornia, si fa il conto per esempio di quanti euro spreca inavvertitamente ogni giorno, quattro o cinque – il salario di un africano, mensile.
La vecchia teoria della crisi prospetta la caduta dei prezzi dopo un loro aumento prolungato. La nuova teoria non c’è, è sempre quella di Ricardo, che studiò la circolazione metallica, e ne individuò le leggi: futures, derivati e ipoteche del settimo grado non sembrano avere modificato il mercato monetario – è anche vero che nella società dell’arricchimento non c’è tempo per la riflessione. La tenuta delle Borse, che più o meno sono poco sotto i massimi dell’ultimo anno – massimi storici – non è segno di salute: è una sorta di scongiuro e una partita di giro. Se la legge è sempre quella, che la caduta generale e improvvisa dei prezzi segue a un loro aumento generale prolungato, la crisi c’è, ci sarà. In Europa. Perché alcune delle maggiori banche inglesi hanno prosperato sui mutui facili, come le americane. Perché non è vero che i fondi europei non profittassero dei soldi facili dei mutui non garantiti, non sono diversi dagli americani. E per un terzo motivo specificamente europeo. La turbolenza monetaria innescata dai mutui facili americani è un sintomo e a sua volta un innesco: l’aumento del valore relativo del denaro, a paragone di tutte le merci, che finora ha sostenuto l’aumento generale prolungato dei prezzi, si è avuto e si ha per l’euro. Il mercato, che ha fiuto, non crede alla possibilità prolungare la duplice accoppiata del caro denaro e caro prezzi.

venerdì 14 settembre 2007

Fino a quando i calci alla Russia

Si sorride dello sfoggio di forza che a giorni alterni Putin esibisce, con nuove armi, nuove ricerche militari, nuovi impegni. Che forse può aiutarlo - può aiutare il suo candidato - alle presidenziali ma è di nessun effetto sul piano internazionale, si ritiene, visto lo stato pietoso della Russia post-comunista. In realtà, il rublo è solido, e la Russia di Putin ha cominciato a esserlo anch'essa. Mentre l'America, con l'Europa alla coda, non può continuare indefinitamente a prendere la Russia a calci. Fuori dalla Wto, come un qualsiasi paese del Terzo mondo, con la Nato in casa, dalla Georgia a, c'è da scommetterlo, l'Ucraina, perseguitata nella stessa Ucraina, nella Transnistria e, per estensione, in Serbia, dopo essere stata annientata, anche se era ormai una minoranza consistente, nel Baltico e nelle repubbliche caucasiche. Ci sono dubbi a Londra e in Germania sull'opportunità di questa politica anti-russa, oltre che alla Farnesina. Anche perché, per quanto ridicole siano le pretese di Putin allo status di grande potenza, la Russia è determinante nella lotta al terrorismo. Finora si è schierata con gli Usa, per i problemi interni che si è creati in Cecenia. Ma ipoteticamente ha negli stati mussulmani centro-asiatici, che controlla per ogni aspetto, santuari inattaccabili di ogni irriducibile anti-americano.
In concreto la Russia resta appetibile per gli idrocarburi. I grandi gruppi inglesi, che avevano messo le mani sui maggiori gruppi russi, soffrono la battuta d'arresto imposta da Putin contro la politica provocatoria dello spionaggio e delle residenze di comodo ai pescecani espatriati. Il governo tedesco crede, come l'Italia, alla collaborazione con Gazprom.

La Cina è miglior capitalista

È suggestiva più che attuale la lettura della crisi come del passaggio dall’era americana a quella cinese-asiatica anche in campo finanziario. Gli Stati Uniti non sono l’Inghilterra del 1929 che non voleva più gestire il sistema internazionale, vogliono gestirlo e ne hanno i mezzi, non c’è nessun altro segno di declino americano. I fondi sovrani delle economie patrimoniali e post-socialiste, in Europa (Russia, Norvegia) e in Asia (dalle monarchie arabe alla Cina), sono ben più solidi dei fondi di varia natura che si pregiano del titolo di speculazione a Londra e Wall Street, ma proprio perché sono cauti: vogliono profittare del mercato e non gestirlo – garantirlo. La Cina (anche la Russia) non mostra di risentire della contrazione del capitale che affligge gli Usa e l’Europa. Perché non ha investito nei derivati immobiliari. E, si presume, in ogni altro derivato. Dai quali però deriva buona parte della liquidità che consente alla Cina da un trentennio ormai il suo straordinario dieci per cento annuo di crescita. Da questo punto di vista si può dire investitore accorto, e anche miglior capitalista, ma nulla di più. La crisi della liquidità, se si dovesse confermare, metterebbe fine ai balzi in avanti cinesi. Con effetti paurosi, in questa fase di accelerazione degli investimenti per le Olimpiadi, il salto è sempre un momento delicato: una crisi duratura della liquidità sarebbe letale per l’Asia, altro che sogni di grandezza.
La Cina del resto non solo non gestisce la crisi ma nemmeno ha chiesto né chiede un ruolo di gestore. I suo governanti sono gente seria: non hanno mai criticato il superdeficit americano, grazie al quale hanno prosperato, e probabilmente incrociano le dita come Bush.

Draghi liberista senza controlli

Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi vuole rompere ogni argine residuo alla commistione fra banche e industria, o gruppi finanziari, “tanto sono affinati i controlli di vigilanza”. Pura ideologia da mercatista, se non da banchiere d’affari. Che si sostiene con la dubbia impermeabilità dell’Italia alla crisi scatenata dal mercato Usa delle ipoteche. La crisi al contrario dimostra che non ci sono controlli di vigilanza – l’Italia ne è fuori come sistema bancario per provincialismo e marginalità, e comunque ne risente in pieno gli effetti deteriori, il credit crunch, la propensione alla liquidità.
Il sistema della Federal Reserve non ha vigilato un bel niente, tra l’altro di un mercato ben noto, nient’affatto riservato. E come rimedio non ha che un’iniezione periodica di liquidità, per evitare un effetto choc dell’inevitabile depauperamento del mercato dei capitali: ogni cinque-sei giorni rimette in circolo lo stesso ammontare di denaro. La Banca centrale europea, con tutti i suoi controlli affinati, forse non ne sapeva nemmeno nulla, si limita e seguite dopo un paio di giorni la Fed. Il nocciolo della crisi è proprio questo: lo scarso fiuto, o impotenza, dei controllori, l’impossibilità in definitiva di prevenire. Il mercato si vuole libero, sia esso spudoratamente truffaldino o puttanesco. Altre crisi sono nate dal fallimento di un fondo, una banca, un settore, o dal terrorismo, o dalla grande corruzione Usa (Enron, Cisco et al.). Questa è proprio una crisi dei controlli.

Il socialismo delle terze file

Si discute periodicamente del socialismo, che non c’è, che ci dovrebbe essere, oppure non ci può essere, eccetera, con le solite sconclusioni sull’epoca dei diritti individuali che ha soppiantato quella dei diritti sociali (cosa? dove? quando?), del liberismo che solo sa vendere l’usato, eccetera. E non si dice l’essenziale, in Italia – dell’Italia si tratta, altrove il socialismo bene o male esiste: la modestia delle persone che l’incarnano. Sono le quarte file degli (ex) comunisti, le terze dei vecchi socialisti, tutti dai sessanta in su, e vorrebbero essere qualsiasi cosa pur di esistere. Soprattutto, si scopre, sceriffi.

martedì 11 settembre 2007

ll danno è della Ferrari

Giovedì la Fia non farà nulla contro McLaren – le toglierà il campionato costruttori, ma sai che pena. Forse non ne ha motivo, e comunque non può: la Formula Uno è inglese e, si sa, gli inglesi non si corrompono e non rubano. L’unico uomo nero dell’affare è Alonso, che è latino, e quindi rissoso, spione, traditore - mentre Hamilton, che viene messo in prima posizione e viene fatto vincere, è angelico, essendo inglese (finalmente gli inglesi vinceranno qualcosa, va bene che agli inglesi basta solamente concorrere, ma isomma). Tutto questo è però marginale, vittima dello scandalo è, e rimarrà, la Ferrari, che ne resta inspiegabilmente scossa, sbaglia l’idraulica, sbaglia l’alimentazione, sbaglia perfino al pit stop. Mentre McLaren sembra galvanizzarsi, e vince perfino i gran premi persi. Per la Ferrari è il terzo anno di “errori”, intervallato da una scelta inspiegabile del pilota pilota: non Alonso, indiscutibilmente migliore in pista, nei collaudi, e nell’ingegneria, e il più simpatico di tutti, ma l’impalpabile Raikkonen.
L’anno scorso sono stati “errori” di Schumacher, false precedenze, errori di organizzazione, a far vincere Renault, per il secondo anno consecutivo, e spezzare lo stucchevole predominio Ferrari-Schumacher. Si può ipotizzare che la casa modenese sia all’improvviso divenuta debole di nervi. Ma, se c’è una logica, MacLaren vincerà questo e ancora un altro anno, e poi, forse, si rivedrà Ferrari. È solo un fatto di nuove attrazioni al circo.

Il Grande Mugwump Grillo

C’era attesa e naturalmente non poteva andare delusa: Grillo che manda tutti a fare in culo – tutti eccetto i giornali e i magistrati – dev’essere roba di successo. Non poteva mancare, sennò che divertimento è. Ma si scomodano politologi e sociologi, e si chiedono mea culpa ai politici. Come se Grillo non fosse un politicante. E uno della specie deteriore, i predicatori all’americana, i Grandi Mugwump che insegnano al mondo a esistere. Arte nella quale è stato preceduto da Santoro e da Moretti – che ora egli qualifica di “debosciato” o qualcosa del genere. Gli Enti dell’Etere, artisti del nulla, l’Isola dei Famosi della politica. Si vuole qualificarla antipolitica, ma è la politica dei guitti. Duecento parlamentari hanno dato l’adesione in anticipo a occhi chiusi a Grillo, che quindi deve dirsi il più guitto di tutti, e il primo da mandare a fare in culo. L’unico fatto significativo del fancullismo è che esso tiene banco a sinistra

domenica 9 settembre 2007

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto

Giuseppe Leuzzi

Cos’è il Sud oggi? Mezzo euro per i lettori del “Sole” ogni mercoledì.

Loiero ha ottenuto da Prodi per la Calabria, sotto choc per la strage di Duisburg e gli incendi dei boschi, il pacchetto Amato per l’ordine pubblico... Si rifà facendo prospettare ai giornali il ritorno dell’esercito sull’Aspromonte – forse non sa che i militari hanno ora trasferte ben più dotate rispetto a venticinque anni fa, in Libano, Afghanistan o Mozambico.
Il problema della Calabria è la Calabria. I suoi politici e, naturalmente, i calabresi che li votano. Non è cambiato nulla dacché, con la Sir, la Liquichimica, il pacchetto Reggio e Gioia Tauro, migliaia di miliardi venivano dispersi da Roma nel nome della Calabria in tangenti e ruberie attraverso imprenditori compiacenti e politici locali corrotti. Solo che ora non ci sono i soldi, nemmeno figurativi.

Erodoto a Sibari, Pitagora a Crotone, Platone a Siracusa, la scuola di Elea, Archimede, che la Sicilia snobba, opulenza del Sud, uno spreco inimmaginabile.

Andando per l’Aspromonte, nel Parco, s’incontrano tre sorprese. Molti boschi, soprattutto le pinete, sono così fitti che sono secchi: sono verdi all’esterno, dove gli alberi respirano, sono vuoti e secchi all’interno, dove i pini sono stati piantati a grappolo, e non cresce nemmeno un filo d’erba.
Si continua a piantare, e questa volta sicuri che non crescerà nulla: gli abeti, che coi faggi crescono facendosi vicendevolmente ombra, vengono piantati a grappoli, isolati sotto il solleone, sicuri quindi che il rimboschimento è solo una spesa sprecata.
Gli alpeggi, terza assurdità, sono tutti ricoperti di fitta alberatura, quasi ovunque di pino canadese: sono radure che sono sempre servite da pascolo a ovini e bovini, che hanno sempre contrassegnato il territorio, creando aria, ospitando vedute, e che da sempre ospitavano specie erbose caratteristiche, ora sacrificate all’ombra di pini estranei al territorio, che proiettano un’impressione di soffocamento.
Cosa ci vuole, quale arte superiore, per sfoltire le pinete secche, liberare le radure, piantare faggi e abete a regola d’arte? Quale piano di sviluppo, quale Cassa per il Mezzogiorno, quale accordo con l’Unione Europea? Non hanno le aziende forestali dello stato degli agronomi, non c’è un controllo sull’uso appropriato del denaro pubblico? E, dato che tutto in Calabria viene fatto a dispetto, perché piantare a sproposito, per odio contro chi?

Il leghismo è amore del proprio luogo – terra, borgo, città. Buono o cattivo? È la base della democrazia americana, lo è stato dell’Italia dei Comuni. Sarebbe un ricostituente decisivo, e comunque è necessario, per il Sud, che da un paio di secoli si distrugge, e forse si amerebbe cancellato. I popoli in fuga restano condannati, alla diaspora e all’inferno, se non si ritrovano, nella terra, nella storia, nel modo d’essere. Pernicioso è il leghismo che esclude, di chi, nella sua stabilità, rifiuta il diverso che non si assoggetta, non omogeneizzato.

Non è vero che ci sono le folle a Locri alle manifestazioni antimafia. La vedova Fortugno, la dottoressa Laganà, eletta deputato nel 2006 e membro della Commissione parlamentare Antimafia, più spesso è sola ai convegni in provincia con la scorta. Locri, che l’assassinio del dottor Fortugno due anni fa imbarbarisce nell’opinione dei più, è cittadina gentile. Salvo in un punto. Trent’anni di traffici pesanti non ne hanno scalfito la tradizione civile.
Locri ha una storia lunga e ricca, è sede vescovile e di tribunale, ha un sito archeologico importante, ha tutti i licei con molte sezioni, ha un lungomare alberato e attrezzato fra i migliori d’Italia, e il mare pulito. Secondo una celebre analisi del suo ottimo vescovo Bregantini, dovrebbe avere pure la pulizia morale: la bellezza è elevatezza di spirito, presuppone pulizia e ordine morale. Secondo il senso comune anche. Locri è però anche sede di Asl con ospedale. Di cui la famiglia Laganà, padre e zio dell’onorevole, è stata per decenni il punto di riferimento - i Laganà, i Barbaro e i Sainato hanno "governato" Locri per molti decenni. Nell’ultimo decennio fino al 2006 la vice-direzione è stata assicurata dalla dottoressa Laganà. E nell’ospedale, che ha un disavanzo altissimo, 16o milioni di euro, per un servizio modestissimo, sembra concentrata tutta la barbarie di cui a Locri si fa carico: quattro o cinque primari e una dozzina d'infermieri assassinati, attentati dinamitardi, un centinaio di dipendenti schedati dai Carabinieri (tutto ciò era singolarmente antevisto dalo scrittore Antonio Delfino nel racconto "Vecchia Locri", pubblicato inel volume "Gente di Calabria" nel 1987).
Gli assassini del dottor Fortugno hanno agito di giorno, in pubblico, nel centralissimo palazzo Nieddu del Rio che serviva da ufficio elettorale per le primarie di Prodi, a viso scoperto. I traffici pesanti dell'ultimo trentennio sono stati l'importazione libera della droga, dalla Turchia, dal Libano e da ogni dove. Che hanno aperto nell'ultimo decennio le rotte della carne umana, da Capo Bruzzano a Capo Colonna.

Il leghismo è Milano. Che si cura, è sensibile, e da tempo, prima dei programmi scolastici, ha cancellato la geografia, se mai l’ha imparata, come una capitale al fondo di un paese continentale. Milano il leghismo esercita come disprezzo dell’Italia. Ma qual è il conto del dare e avere di Milano con l’Italia? Non apprezzabile: Manzoni, Bava Beccaris, Mussolini, le stragi di Stato, Mani Pulite, il falso dossier contro Berlusconi nel 1994 per invalidare il voto, la Borsa naturalmente, dove "i soldi entrano", diceva Cuccia, "e non si sa dove finiscono". E Malpensa, una storia vecchia di trent'anni, che ha portato l'Alitalia al fallimento, e non assicura alla Padania, da Torino a Udine e all'Emilia, lo sbocco di cui ha bisogno, senza una ferrovia veloce e un'autostrada di accesso diretto, per i dissidi tra provincia e provincia e tra comune e comune (la storia di Alitalia si dive in prima e dopo Malpensa: fino al 1998, bene o male, stava in piedi, dopo ha accumualto un bilancio in pedita dietro l'altro). E tuttavia solo il leghismo si può mettere all’attivo di Milano. Non nell’accezione milanese, esclusiva, ma come liberazione degli altri popoli d’Italia da Milano, dalla moda, i giornali, i consumi, i modi d’essere e di pensare dei milanesi. Milano è capitale morale d’Italia in quanto profondamente immorale.
Senza la Borsa di Milano l’Italia non potrebbe che essere più ricca. Anche due e tre volte più ricca di quanto è: fra patrimoni bruciati e patrimoni sottratti (in Svizzera, a Londra, a Hong Kong, a Monaco, alle Barbados) quante risorse Milano ogni giorno distrugge più di Roma, di Quirinale, Camere, Ministeri e Autorità messi insieme, due volte tanto? tre volte?

L’edizione siciliana di “Repubblica” si fa spiegare la mafia da Vittorio Taviani. Ottima persona, buon cineasta, ma pretende di aver “fatto fessa” la mafia. Di conoscerla così bene, cioè, da prenderla per il culo. La mafia. Una donna? Una finanziaria? Una specialista di casting? No, non importa: i siciliani hanno solo bisogno di qualcuno che gli dica quanto sono stronzi. Non per altro, per potere comodamente pensare, nella loro strafottente superbia, quanto è stronzo questo qualcuno.

sabato 8 settembre 2007

Il vero antagonista di Bin Laden è Bush

"Torna Bin Laden" e l'Occidente gli prende le misure, di quanto ha la barba più lunga, di che colore, di quanto s'è invecchiato, come se con gli anni non s'invecchiasse.... Come un sarto, scodinzolante, che è del resto quanto di più immaginario questo Occidente concepisca. Il capo di Al Qaeda si conferma ottimo stratega, con un semplice video rubando all'America e al mondo l'11 settembre, la memoria, il significato, e in parte la stessa forza di reazione. Ma resta un terrorista, non ha campo d'azione alternativo, e in questo naturalmente è ora debole.
Il terrorismo è efficace sul fattore sorpresa, dopo non fa più paura, per quanti morti possa provocare, e inevitabilmente s'insterilisce. Può prosperare, con le sole armi del terrorismo, se non viene confrontato, come avvenne in Italia coi governicchi di Andreotti e Berlinguer. Bin Laden ha trovato Bush, che, per quanto sempliciotto, o forse perché è un semplice, gli ha risposto con la stessa ferocia, da Guantanamo ai tanti Abu Omar dell'Europa (infiltrazioni, deportazioni, deportazioni a fini d'infiltrazione, l'arma contro il segreto è la confusione). Non è una questione di principi o di onore, e Bin Laden lo sa come Bush, entrambi uomini di religione, questo lo possono credere solo gli sfiancati europei, e sul campo della forza Bin Laden deve perdere, lo sa.

Il "tormentone" di Rinaldi

Giuseppe Leuzzi
“L’Espresso” cattura l’antipolitica reiterando la vieta notizia – ma fino a ieri era tabù – che politici, giudici, generali e prefetti, nonché i segretari di tutti costoro, beneficiano a Roma di affitti irrisori, diventando con le cartolarizzazioni proprietari di belle case a prezzi ridotti. È il genere del “tormentone” giornalistico, per cui una cosa più se ne parla più è vera, che domina la stampa da un ventennio.
E' Claudio Rinaldi, l'ex direttore dell'"Espresso" morto due mesi fa, che ha rinnovato il “tormentone” nella forma che fa testo per i maggiori giornali: cinque articoli a numero contro il personaggio sotto tiro, e uno di rammarico, svariando tra il personale, le testimonianze, le indiscrezioni, le ricostruzioni, i pentimenti, e uno-due “onnisti”, di psicologia, sociologia, scienza politica, etica, economia, diritto. Cominciò all’“Europeo” negli anni Ottanta contro i socialisti e Craxi, concludendo in un decennio felicemente la sua campagna. La riprese negli anni Novanta, con successo più limitato, contro D’Alema, il “Dalemone” mezzo berlusconiano. Ma altri obiettivi meno impegnativi ha colpito tra i due (Sofri, Previti, etc.). A opera di un giornalista che si professava demitiano, e anzi Ciriaco De Mita è andato a intervistare nella sua magione dorata - si spera placcata - a Nusco in Irpinia.
È una forma di giornalismo non nata con Rinaldi. Ma da lui gestita in modo tanto aggressivo che le vittime finiscono per identificarsi nei personaggi e le situazioni da lui montate. I socialisti non erano tanto corrotti quanto Rinaldi ogni settimana faceva scrivere, né D’Alema è tanto impolitico e malpensante come Rinaldi l’ha fatto descrivere in diecine di articoli. Ma alla fine i socialisti sono finiti tutti corrotti, e D’Alema parla e si muove come Rinaldi l’ha voluto, come l’elefante tra le cristallerie. Nel 1988, al primo arresto di Adriano Sofri, Rinaldi, che gli era stato compagno e di cui Sofri diverrà collaboratore, guidò la campagna di demonizzazione – memorabile un articolo in cui venivano trascritte le telefonate con cui gli amici di Sofri si mobilitavano per la sua difesa, una pubblicazione che in altro ambito si sarebbe detta intimidazione.
Nelle determinazione con cui Rinaldi l’ha praticato il “tormentone” si dà però il ruolo di giudicatura: una magistratura tanto di parte, sotto l’alibi del giornalismo di denuncia, quanto insindacabile. Fino ad applicare a sproposito il suo argomento principe, la “questione morale”. Il punto di forza di questi giornalismo è accusare il Nemico di turpitudine: corruzione, concussione, mobbing. Per poterlo fare naturalmente ci vuole cuore pulito. Ma non è questo il caso nel “tormentone”, che raramente è una prova documentata, più spesso si costruisce, si “monta”, con i condizionali, le parole virgolettate del dico e non dico, le insinuazioni, le forzature di titoli e sommari rispetto al testo, le carte di cui non si dà la provenienza. Che possono anche venire da rivali politici, imprenditori falliti, agenti doppi, informatori. Molto diverso dal giornalismo di denuncia, nel quale c’è soprattutto ricerca, e dei documenti esibiti si acclara la provenienza.
Questa non è a sua volta un’insinuazione, c’è una prova. Il giornalismo di denuncia è politico, ed è d’opposizione, per definizione. In Italia l’opposizione non è facile perché, a parte le parentesi berlusconiane, non ci sono mai governi di destra. Un giornalismo di denuncia in Italia dovrebbe essere di destra, e questo non è il caso: solo un 10 per cento delle copie vendute, e un 3-4 per cento dei telegiornali è di destra. È quindi un tipo di giornalismo che, a parte la quota anti-Berlusconi, si esercita a sinistra. Non è male. Ed è a sinistra che Rinaldi ha colpito, con Craxi, Sofri, D’Alema. Ma l’obiettivo del giornalismo di denuncia è la verità storica e il progresso sociale e civile. Mentre Rinaldi ha solo ottenuto di azzerare le novità politiche che potevano insidiare la struttura di potere post-bellica, attorno alla vecchia e nuova Dc – ora Prodi a sinistra e Berlusconi a destra. Non c’è verità e non c’è progresso, ma il trionfo del vecchio - della politica degli amici - a Milano, nelle banche, nelle Fondazioni ex bancarie, nelle Autorità, nei grandi gruppi, Telecom, Eni, Enel, e perfino in Alitalia e Sviluppo Italia.Quanto a Berlusconi, d’altra parte, bisogna dire che è il nemico di Carlo De Benedetti: sono troppi gli affari che gli ha soffiato, e molto più lucida e trasparente la sua patina d’imprenditore di successo (trasparente si può dire di Berlusconi solo per scherzo, ma al paragone con De Benedetti è possibile: nessuno dei suoi dipendenti e dei suoi soci ci ha rimesso, per quanto piccolo azionista). Alla fine, il problema dei “tormentoni” alla Rinaldi è solo questo, il ben noto problema se la questione morale può essere agitata da e per conto di De Benedetti. Infatti la novità del tormentone case è perché “L’Espresso” lo cavalca ora, dopo averlo a lungo rimosso. Forse per eliminare gli avversari scomodi all’asse democratico Prodi-Veltroni. Oppure… Il solito chiacchiericcio, insomma, né informazione né politica, non quelle "morali".
Con un proscritto d'obbligo, poiché il genere del tormentone è legato ai dossier, e i dossier, segreti, anonimi, sono di natura inaccettabile. Ogni numero sei pezzi contro la persona presa di mira, fino alla sua distruzione, sono lo schema del tormentone. Che a Rinaldi è riuscito con tutti, eccetto Cossiga. Contro il quale pure si è esercitato per sette anni, 350 numeri, duemila articoli. E questo pone una domanda: chi era Rinaldi? Chi erano le sue fonti. Contro Andreotti, viceversa, altro beniamino delle informazioni riservate, non ci ha tentato.

venerdì 7 settembre 2007

Il nuovo Partito nasce vecchio

L’edizione palermitana di “Repubblica” fotografa il nuovo Partito Democratico nelle persone, da sinistra, di D’Antoni, Violante, Lumia, Cardinale e un Salvino Pantuso. E uno si chiede: “È possibile?” Lo stesso giornale sembra scoraggiato, che la foto taglia e illumina non nel modo lusinghiero con cui accompagna da due mesi i leader del nuovo partito. Lo stesso avveniva dieci giorni fa in Calabria, dove il nuovo partito si beava della visita di Veltroni: lo scoramento penetrava anche la grafica.
Veltroni è stato in Calabria non per lanciare la sua candidatura, non da quella piazza, ma per sanzionarla, di fronte a una base elettorale che solo di questo si occupa, di chi andrà a comandare, e quindi è o si finge riottosa. C’è andato peraltro nel giorno della Legalità, rubandole la scena, alla Legalità, per la quale tanti soldi locali sono stati spesi, a carico dell’erario naturalmente, non foss’altro per accogliere e mantenere le scorte, se non il pubblico. Senza portare nulla in cambio, ma senza scandalo. Veltroni perpetua l’eterna parabola dei finanziamenti al Sud, che in realtà sono sfruttati dall’Italia. Ma è per questo che ha sbaragliato ogni concorrente, per questa manifestazione di potere.