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sabato 20 ottobre 2007

"Genius Loci", il punto di vista dal di dentro

Vernon Lee anticipa Chatwin – per caso? - per molti aspetti: l’erraticità apparente e la costanza dei temi, gli scarti di scrittura (troncature, accensioni), lo sguardo della meraviglia, la lievità quale chiave ottima del viaggio. Questo libro di viaggi, in Italia, Francia, Germania, lo manifesta palese. Il legame è probabilmente diretto per il punto di vista dal di dentro, della storia, dei personaggi, dei luoghi, siano essi i più eccentrici (raramente nel caso della Lee) o distanti. Qui c’è anche Utz.
Suscitatrice al solito di sorprese nell’ordinario - in questa raccolta anche peggio, nel turismo - e sempre avanti, col suo Settecento, di qualche generazione (qui viaggia sempre con un’amica), Vernon Lee dà il senso, con la scrittura, di una vita aggraziata. Che forse invece è stata solitaria e sordida, isolata.
Vernon Lee, Genius Loci, Sellerio, pp.213, euro 9

Il no di Draghi proietta Geronzi verso Trieste

Generali deve restare territorio nullius, questo il senso del no di Draghi a Geronzi nel gruppo triestino. Per ora.
Il governatore è stato sollecitato in questo senso dal patron di Intesa, Bazoli, in colloqui nemmeno tanto riservati nel corso della settimana. Geronzi ambiva alla vice-presidenza di Generali in qualità di uomo Mediobanca, che quella posizione detiene col suo ex presidente Galateri, in quanto primo socio del gruppo assicurativo. Ma Geronzi non è Galateri: sta in Mediobanca come depositario della maggioranza relativa, di Unicredit-Capitalia, e in tale veste è stato visto anche da Trieste, oltre che da Bazoli. Il patron di Unicredit Profumo non ha aiutato l’impresa, dichiarando che le altre posizioni di potere di Unicredit-Capitalia saranno smobilitate, eccetto quelle necessarie a “garantire l’indipendenza di Generali”.
Visto in questi termini, il no preventivo di Draghi sarebbe per Geronzi un grosso smacco, insolito per uno navigato come l’ex patron di Capitalia, sempre estremamente prudente. Che tra l'altro ha aperto a Draghi la strada, altrimenti preclusa a doppia mandata, al vertice della Banca d'Italia. E con Bazoli, se non ha un rapporto di amicizia, ne ha però stretti sul piano della politica. Guardando la vicenda nell'insieme, la candidatura intempestiva di Geronzi e lo stesso no di Draghi servono in realtà a far nascere una candidatura Geronzi alla presidenza di Generali, non a una onorifica vice-presidenza. Nella logica del "se ne parli". Bernheim è avvisato.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (3)

Giuseppe Leuzzi

“Il paese primogenito” è per Ingeborg Bachmann la Calabria alle Castella: “Nel mio paese primogenito, nel Sud,\mi portai e trovai, impoverite e nude,\e sino alla cintola in mare,\città e castello… ”.

“Il mondo moderno è essenzialmente settentrionale. Meridionale invece era il mondo antico. Attività, potenza, idee in marcia, progresso: tutto nel mondo moderno si polarizza attorno alla parola “Settentrione”. Alberto Savinio, che nel 1948 era stato in viaggio elettorale in Calabria, ricavandone il non edificante “Partita rimandata. Diario calabrese”, pubblicò sul “Corriere della sera” il 2 gennaio 1951, dopo aver viaggiato negli Stati Uniti, l’elzeviro “La luce viene dal Sud”, che constata la prevalenza del Nord: a Nord tutto il buono, al Sud tutto il peggio. Ma poi nota che molti scappano al Sud: “località dell’Arkansas, della Louisiana, del Nuovo Messico, del Texas, povere e desolate fino a ieri, si vanno popolando rapidamente, acquistando ricchezza e splendore”. È un movimento accennato, di cui Savinio profetizza il boom. Perché ne intravede le ragioni: si fugge dalla fuga in avanti, dallo sconfinato, dall’illimitato, “ritornare al mondo antico, o euclideo, o meridionale, significa ritornare a un mondo le cui porte tutt’intorno sono chiuse, significa non più vivere nell’ossessione”. Analoga ripresa Savinio notava del cattolicesimo sul protestantesimo, “presso popolazioni prevalentemente protestanti”, come gli Stati Uniti e l’Olanda. Ma altrettanto certo si diceva del ritorno al Sud in Italia (“sempre gli italiani hanno preferito il pane di grano alla chimica, specie alla chimica mentale”), e qui si sbagliava.

Si va al Nord - si emigra - per lavoro, al Sud si scappa per piacere e scelta di vita.
E la mafia?

Il Sud è speciale per gli inviati. È l’esotico in lingua italiana. Anche per i giornali del Sud. Il lavoro nero è uguale dappertutto, nel Veneto come in Puglia: sfruttamento e cartoni. Ma in Puglia è scandaloso. Assassini efferati si commettono dappertutto, ma il sindaco di Brescia sospetta dei calabresi – ora si fanno pagare come i bresciani.

Il pizzo è eminentemente mafioso. È il segno della mafia, della protervia. Ma è il principio della concussione, così diffusa.
La concussione è una manifestazione del potere, non della società. È il termometro della degradazione del potere, sovrimposto alla società, in tutte le sue forme, non ne è espressione. È anche una concezione di vita, ma limitatamente: risponde a una delle forme dello Stato secondo Weber, lo Stato patrimoniale. Ma è in nuce il segnale della morbilità di un sistema di potere, da quello religioso a quello del lager. Prospera ancora perché l’ambiente è morbile – in questo senso vale l’espressione “agonia del Sud”.

La storia del Sud finisce con l’unità: è da allora che subentra la barbarie. Il deserto. L’ignoranza. La fuga. Anzi dai moti carbonari, che avrebbero dovuto essere di libertà, ma finirono nella finta indignazione gladstoniana. Prima il Sud ha una storia, tutto il Sud, poi è il deserto. Giusto rimane un po’ di storia normanna, e angioina, Francia docet.

Napoli non è mai stata una capitale, e il Regno un regno. Si vede nell’ostilità di alcune popolazioni, i calabresi, i salentini, i molisani, i baresi. Perfino le nazionalità ebraiche, quelle ponentine almeno, così attaccate alle radici, per quanto provvisorie, e alla memoria delle radici, la spagnola, la catalana, la portoghese, la provenzale, non hanno memoria di Napoli, che bene o male li ha ospitati per alcuni secoli – né della Sicilia.

Si vede in Africa, dove i contrasti sono accentuati, non mediati dal telaio statale: dove c’è mitezza, fino alla sfinimento, la violenza è selvaggia.

A lungo la Puglia fu Langobardia. Si sa ma non si dice.
Tutti arabi, in Sicilia, in Calabria, e fino a Bari, per almeno un secolo, ma non si deve sapere.
Il tarì arabo arriva fino a Pirandello.

Chi non conosce la Sicilia conosce poco dell’Italia, e non può apprezzare l’Europa.

Sudismi\sadismi. “La densità criminale in Calabria (rapporto tra popolazione e affiliati ai clan) è del 27 per cento”, Curzio Maltese, “La Repubblica, 25 aprile 2007. Giorno della liberazione. Un calabrese su quattro è affiliato ai clan. Tolti i bambini un calabrese su due. Io che frequento molti calabresi, tolto me stesso, frequento affiliati e affiliate. E c’è chi fornisce queste cifre. Sotto forma di studi. Magari pagati da noi, all’università, in caserma, nei tribunali, nelle onlus. “A Reggio Calabria siamo (la densità criminale è, n.d.r.) al 50 per cento, significa che una persona su due è coinvolta, a vario titolo, in attività criminali”. Cioè, tolti i bambini, tutti. Reggio è il posto dove ho più conoscenze.

venerdì 19 ottobre 2007

Calci a Putin 2: l'Europa aggredita da Est

Bush continua la politica dei calci in bocca a Putin. Che reagisce sgraziato – quelle nude conferenze stampa con se stesso che mette in scena alla tv, non ha neanche una claque di giornalisti. Fa il compare di Ahmadinejad, che solo aspetta di ridicolizzarlo, anche lui, magari sul Caspio. E minaccia armi risolutive, anche lui.
La situazione è di una semplicità disarmante. Si prenda la Russia, il più grande paese europeo, un ottimo mercato quindi, con risorse enormi di gas, e anche di petrolio. Prescindendo un momento da Putin, che ha reso decente una Russia scaduta a mafia, ma è sospettato di usare metodi da Kgb, compreso l’assassinio degli avversari. Conviene avere la Russia mafiosa oppure rispettabile? E allo sbando oppure governata, anche se con metodi da Kgb? Agli Stati Uniti possono convenire entrambe le prime opzioni – è contestabile, ma va’ a sapere. All’Europa sicuramente convengono solo le seconde opzioni. Ma, riottosa a Bush in tutto, l’Europa è su Putin e la Russia abulica, se non allineata e prona.
Si prenda poi Bush. Il presidente americano sarà folle, come vogliono i volubili (anti)americanisti italiani. Ma la politica americana degli ultimi quindici anni è lineare e scoperta: tenere aperti o creare zone delle tempeste sul fianco destro dell’Europa, nei territori palestinesi, in Irak, nell’ex Jugoslavia, e ora in Iran, in Russia e in Turchia. Sono gli anni di Clinton e Bush, del dopo-comunismo, e della globalizzazione, che si governata dal Pacifico, tra Stati Uniti e Cina.

Nani e ballerine, Veltroni sovraesposto

Uno legge e non sa se sogna. Una lunga lista di scrittori, registi, attori, artisti si scopre aver brigato un posto nel carrozzone di Veltroni. Come già i nani e le ballerine del craxismo, ma alle dimensioni faraoniche di Veltroni, non duecento ma duemila. Con Giuliano Ferrara che partecipa al minuetto consigliando, senza ironia, un partito di massa “senza tessere”, naturalmente “all’americana”. A un partito che si litiga ovunque perfino le schede votate, e in Campania vorrebbe rifare le primarie. Mentre a Roma briga per cacciare Veltroni dal Campidoglio. A Lisbona è iscritto da Prodi d’autorità nel Pse, i socialisti europei – che c’entra Prodi col Partito democratico? E a Roma Spinaceto, con Patrizia Prestipino che presiede la circoscrizione, barrica col filo spinato le scuole contro i rom. Per non dire del contorno.
Sul “Messaggero” le multe inesigibili che il buon Veltroni ha affidato all’esattore, vecchie di dieci e quindici anni, pagate, annullate su ricorso etc., sarebbero “almeno un milione”. Ad “almeno” cento euro di media l’una, sono cento milioni che l’esattore ha anticipato al Comune. Un tesoretto sostanzioso, che il Comune s'inventa non si capisce se per farsi male, o per dare addosso al Monte di Paschi, il vecchio esattore - o per chiudere indenne il bilancio 2007, anno di grandi spese. Sul “Corriere” Maria Latella vuole i bamboccioni all’estero. Una presa in giro, uno pensa, di Padoa Schioppa, i cui figli hanno fatto carriera all’estero, e invece no, la giornalista consiglia: “Tenerselo a casa, “così studia”, non mi convince. Si può provare a studiare all’estero, per esempio”. Sullo stesso “Corriere Roma” tornano a via Veneto gli sciuscià, africani. Tornano “per far risplendere il futuro”. Sono di contorno alla Festa del cinema, glamour romano. Per la quale il sindaco in persona si spende, a ogni passerella.
Tutto questo in un giorno. Non che cambi nulla, nemmeno una virgola, ma tanta supponente superficialità sconcerta. Il fiuto di Veltroni per la comunicazione, e i suoi consulenti, che hanno fatto meraviglie sul nulla, sembrano smarriti nella sovraesposizione: sembra proprio che sotto il vestito non ci sia nulla. A meno che non siano i giornali, in una sorta di gara maligna a disorientare e svuotare l’opinione pubblica.

Marconi, "Per la verità" - e un po' di realismo

“Le conoscenze sono per forza vere” (p.24). A meno che uno non bari con se stesso.
E, Wittgenstein, “si dubita per ragioni ben precise” (p.26).
“C’è un modo in cui le cose stanno, e quindi ci sono proposizioni vere (quelle che dicono che le cose stanno in quel modo” (p.29).
“Ci sono valori che non riconosciamo come tali”, anche se li praticano altre persone o comunità (p.128).
“La tesi della tolleranza universale è assolutistica” (pp.129-130).
“Il relativismo morale non è soltanto una posizione teorica difficilmente difendibile, ma è moralmente riprovevole”.
“La verità è cosa banale e quotidiana” (p.152).
È un libro di logica, sorprendente per un tascabile, ma anche, per la concisione, sorprendente in filosofia, per il taglio polemico, ancorché sottile, per la scansione, “Verità”, “Relativismi”, “La paura della verità”, un richiamo all’ordine. Argomentato, impegnato, compassionevole, ma antidoto dichiarato al disarmo mentale. Reagente delle debolezza che è al fondo della crisi perdurante, tra estetismi e sansebastianismi. La verità però confina tra parentesi (p.151): “(la verità non appartiene a un regno più sublime dell’umile dominio dei fatti)”. Nel ritorno al common sense: “Tutti i giorni abbiamo bisogno della verità, ed è un bisogno spesso soddisfatto. Perché non riconoscerlo?” (p.157).
Diego Marconi, Per la verità, Einaudi Tascabile, pp.172, euro 10,00

mercoledì 17 ottobre 2007

Tinti, "Toghe rotte" - da Berlusconi

Il giudice Tinti dice tutto sul disordine della giustizia. Lo annuncia in anteprima e lo spiega in tv, sereno, soddisfatto di se stesso: la colpa, anche qui, è di Berlusconi. Si potrebbe dunque non leggere il suo libro, è chiaro che la colpa è di Berlusconi. Ma Tinti dice una cosa di più: che anche il Csm non funziona, e che il sindacato dei giudici è diviso in correnti “armate”. Il giudice lo dice non volendo. Lo dice anche in maniera stucchevole, sceneggiando i suoi assunti in dialoghi platonici o da sitcom, tra l'avvocato Debonis, il Defarabuttis etc., ma è importante che si cominci a parlarne: il Csm, organo costituzionale, presieduto dal presidente della Repubblica, è diviso in correnti e paralizzato dal sottogoverno. Che si tratti di un trasferimento, di una nomina, di una misera competenza. Questo è quello che tutti sanno da decenni, anche per la divulgazione dell’osservatorio bolognese di Giuseppe Di Federico, ma è importante che finalmente anche un giudice lo riconosca.
Per il resto il procuratore Tinti si trincera anche lui dietro le colpe dei politici: “Oggi in prigione finiscono i poveracci”, che purtroppo è sempre stato vero. E: “Da Mani Pulite in poi la preoccupazione (dei governi) è stata una sola: rendere non punibile la classe dirigente di questo paese”. Mentre il contrario è vero, che i politici sono più o meno tutti intercettati, roba da Sifar, e i giudici intoccabili. Anche quelli del tribunale fallimentare di Firenze che niente differenzia da una cosca. Anche il Pm che istruisce cause col penalista suo figlio. Anche il giudice che deposita la sentenza dopo quattro anni. O quello che lascia passare tre anni per un rinvio a giudizio. O quello – è lo stesso – che si rifiuta di giudicare dei terroristi perché li considera guerriglieri. Termine nuovo, recepito forse dal diritto latinoamericano, per dire combattente della libertà.
Il procuratore Tinti, così distinto, ritiene meritevoli del carcere solo i parlamentari. C'è una logica in tutto questo? Sì. La stessa per cui un giudice può argomentare, in Italia, impunemente, che un signore che prepara un eccidio è un combattente della Resistenza e non un terrorista, e anzi per questo diventare vedette della tv di Stato, con sarto, parrucchiere e truccatore al seguito. Il libro “Toghe rotte” serve ad aprire questa strada, si capisce che l’autore è contento: la televisione ancora più che i giornali è il traguardo di ogni giudice, la vanità. Più che rotte le toghe sono una casta, l’unica vera della Repubblica, si chiamano eccellenza, hanno anche gli ermellini, e si vendono i segreti ai giornali, impuniti e impunibili. Incorrotti e incorruttibili, come le ossa secche – se ne potrebbe fare un napoletano cimitero delle “anime pezzentelle”, un museo mobile.

martedì 16 ottobre 2007

"Una transizione incompiuta", di giudici impuniti

Giorgio Napolitano, anche da presidente della Repubblica, continua a credere all’“esplosione della questione morale”. Allora e non prima, o dopo. A Milano, dove i reati della questione morale ogni giorno si moltiplicavano e si moltiplicano. A opera della Procura milanese, anche se questa non indaga i crimini a Milano (Eni, Rcs, il conte Fossati, immobiliarista della Curia). Per portare al governo, e al centro della vita politica del quindicennio, Berlusconi – abbiamo avuto, abbiamo l’era Berlusconi. Sembra anche credere – è pesante l’eredità di Berlinguer – che la questione morale sia di sinistra, mentre è sempre stata, e non è altro, che un regolamento di conti, in gergo di mafia si direbbe una guerra di clan. A cui le forze politiche che rappresentano gli onesti lavoratori devono stare attente ma di cui non sono protagoniste – devono anzi stare attente soprattutto a non lasciarsi manipolare.
Tangentopoli ha introdotto la libertà di licenziare, malgrado lo Statuto dei Lavoratori, questa è la vera storia – Napolitano tocca questo aspetto marginalmente, per i 650 mila licenziati nel 1993-94, mentre è l’aspetto centrale. Si vendono le industrie e le banche pubbliche con due Parlamenti di cui si minaccia, e si effettua, lo scioglimento. Al mercato si può arrivare in tanti modi: quello scelto dai padroni italiani è al solito l’eversione. La politica è in Italia succube dei grandi interessi finanziari, seppure attraverso il circuito fraudolento dell’opinione pubblica. L’effetto di Tangentopoli, duraturo, è stato di ridurre dal 45 al 35 per cento lo zoccolo elettorale della sinistra – al 32 se, come è giusto, la Lega viene posta stabilmente a destra.
Il presidente sembra credere inevitabile lo scioglimento del “suo” Parlamento” - quello che, seppure in soli diciotto mesi, ha lavorato più e meglio di tutti i Parlamenti repubblicani, compresi quelli della ricostruzione. A opera di un presidente della Repubblica, Scalfaro, che, complice o pusillanime, ne aveva tutta la voglia. Scalfaro è un presidente che ha sciolto ben due Parlamenti: in un’altra storia, per esempio in quella dell’Inghilterra moderna, del Long Parliament su cui si è modellata tutta la democrazia in Europa, si direbbe un golpista. La sinistra italiana lo ritiene invece suo baluardo. Col supporto di una magistratura che nella guerra alla politica ha ingigantito i suoi privilegi.
Perché questo è, non dispiaccia a Napolitano, il senso della “transizione”, nient’affatto incompiuta: una magistratura inattaccabile, per qualsiasi reato, calunnia, concussione, corruzione, abusi sessuali. Mentre i parlamentari venivano spogliati e si spogliavano, nel “suo” Parlamento, di ogni salvaguardia, in omaggio alla trasparenza, i magistrati si sono fatti invulnerabili. La magistratura, che Napolitano ora presiede, è l’ordine più privilegiato della Repubblica, con ermellini, eccellenze, auto blu, scorte, le retribuzioni più alte, e carriere automatiche senza lavorare. Con un autogoverno che puzza peggio di un pesce morto – avendo lavorato per un quindicennio in piazza dell’Indipendenza possiamo assicurarlo personalmente.

domenica 14 ottobre 2007

Per Veltroni un partito del 4 per cento

Successo annunciato per Veltroni e, purtroppo, successo annunciato di votanti, che nelle ultime tre ore si sono più che raddoppiati - erano solo un milione e mezzo alle 17, a nove ore dall'apertura dei seggi. Ma anche tre milioni di italiani impegnati nel Partito democratico sono niente, checché si dica – con 35 mila candidati e 70 mila volontari: è un altro partito del 4 per cento o poco più. Magari migliorerà, ma il nuovo partito è alla nascita un’occasione perduta, per un motivo scoraggiante. Gli (ex) democristiani e gli (ex) comunisti non se la sono sentita di schierarsi dietro Veltroni per il motivo sbagliato: perché non si sono sentiti garantiti dalla nuova leadership nei loro maneggi e piccoli privilegi (il nipote di Giacomo Mancini, parlamentare socialista, è arrivato a denunciare, in Parlamento, pressioni fisiche e minacce da parte di ex Pci al suo paese, senza meraviglia). Può darsi che Veltroni trovi, con la sua insuperata abilità di comunicatore, la via per sciogliere queste riserve, ma non senza piegarsi alle mafie politiche. Le fondamenta attuali del partito sono peraltro labili: a Roma i Parioli e il Centro Storico, via Giulia, cioè, il rione Monti e gli immigrati.
Non riesce a sinistra quello che è riuscito a destra con Berlusconi e Forza Italia, che dopo quindici anni di divagazioni (il partito tv, il partito del capo, il partito di plastica, eccetera), gli scienziati della politica scoprono primo partito in Italia. È la sinistra meno flessibile politicamente, più incistata nei pregiudizi? È più avida? Ha più affarucci da proteggere?

Grazie a Prodi i Benetton si tengono Autostrade

I Benetton si tengono Autostrade. Confortati dai consiglieri di Prodi sul futuro roseo della società. Che potrebbe avere incrementi tariffari garantiti. Ufficialmente il presidente del consiglio è ancora impegnato nella soluzione spagnola, d'accordo col suo amico Zapatero. In realtà ha fatto opera di convinzione su Gilberto Benetton per riconsiderare la cessione di Autostrade. I Benetton non sono più in deficit di liquidità, e Prodi ha promesso l'attenzione del governo. Il silenzio ormai prolungato di Di Pietro, che aveva preannunciato guerra ai Benetton, è parte del gentelen's agreement a Palazzo Chigi. Queusta è l'ultima "sistemazione", in ordine di tempo, delle grandi aziende italiane che Prodi sta attuando a tempo di record dal maggio 2006, ma non è l'ultima: resta da sistemare Alitalia, dopo il flop delle aste e dell'ideologia del mercato di Padoa Schioppa.

venerdì 12 ottobre 2007

Governa il partito che non c'è

Si rinverdiscono tra i grandi del giornalismo i fastosi anni 1980, con i partiti trasversali e le campagne tra “Repubblica” e “Corriere”: “Sei il centro mascherato!”, “Tu sei l'estremista!”, il solito ping-pong per allocchi, con aggraziati dibattiti, sul dopo Prodi, che invece – grazie anche a questi manierati duelli – ne ride a Palazzo Chigi. Se ne potrebbe arguire l’indigenza della politica - com'è nell’auspicio dei grandi giornali, che suppliscono a tutto, anche alla politica. Se non fosse che la guerra figurata, con tutti questi bum! e minuetti, serve sempre a coprire il governo reale, del partito che non c’è, della borghesia che si nega. Detto anche partito della crisi, o dell’Italia di merda. Il governo dei supplenti: i belli-e-buoni, un po’ di banca e un po’ di giornali, un po’ di affari e un po’ di moralismo, un po’ di maneggioni e un po’ di sbirri, i mejo.

Il nucleare si chiama Battista

Il “Corriere” affida a Pierluigi Battista, illustre letterato, il rilancio del nucleare in Italia. Con gli argomenti noti: ne ha bisogno la tecnologia e la scienza, ne ha bisogno il costo del kWh, e ne ha bisogno l’ambiente, anche questo, l’effetto serra. È sempre lo stesso procedimento di contornare il problema per non affrontarne gli sgradevoli fattori. Chi, quale azienda può puntare a fare una centrale nucleare in Italia, se non qualche avventuriero per spendersi i soldi di Bersani, magari a titolo di ricerca scientifica? In Italia non si costruisce niente, nemmeno un benefico acquedotto, o un depuratore di acque, se non si passa in mezzo a innumerevoli sbarramenti, politici, amministrativi, giurisdizionali: tutti vogliono qualcosa (hanno qualcosa da dire) e niente si fa. Si fanno solo centrali eoliche inutili, o centrali solari di pronta obsolescenza, perché lì sono i soldi da grattare - con l'Enel non si può.

La ripresa c'è già stata, ora c'è il ristagno

Almunia-Prodi, sembra uno scontro fra titani, ed è una partita truccata: uno 0,2 per cento, nell’aumento del pil o nell’aumento del debito, “non esiste”. La ripresa c’è già stata, pochi mesi dopo l’11 settembre e per gli scorsi cinque anni. Nei quattro quinti del mondo, solo l’Europa ne è rimasta fuori. Questo tutto il mondo lo sa, eccetto l’Italia – c’era da vituperare Bush – e forse la stessa Europa. Ora che la ripresa non c’è più ed è subentrato il ristagno non si può dire nemmeno questo – la colpa è sì di Bush, ma al governo c’è Prodi e quindi le cose vanno bene. Ma ristagna il credito (gli investimenti, i consumi), le banche centrali hanno le armi spuntate, in America e in Europa, e anche l’Asia non tira più molto. Né s’intravede via d’uscita, l’Europa restando arroccata sul suo perbenismo monetario. Si dice che la Germania è in grande spolvero è invece ha quattro milioni di disoccupati, veri, e un governo di coalizione destra-sinistra. Mentre le banche si guardano per vedere quale sarà il prossimo botto, dopo i due fallimenti di settembre.

Il referendum dell'ipocrisia

Non c’è dubbio che l’accordo di luglio su pensioni e lavoro peggiora, e non di poco, la condizione dei lavoratori. Che il sindacato ci abbia voluto su un referendum può significare che lo accetta come il male minore. Che è, come si dice, un sindacato moderno. Ma anche in questo caso è ipocrita – il sindacato e il referendum. Gli “scalini” alla pensione peggiorano lo “scalone” di Maroni: s’innalza di altri due anni, a 62, l’età minima per le pensioni d’anzianità, con sole due finestre anticipate in cinque anni. Si introduce surrettiziamente la diminuzione del coefficiente pensionabile per la previdenza attuale, contributiva. Si introduce lo straordinario senza contributi. Si reintroduce il contratto breve anche oltre i 36 mesi, a tempo indeterminato. Peggio di così non si poteva fare, evidentemente. Basta tuttavia a riportare il mercato del lavoro in Italia alle condizioni da Terzo mondo nelle quali sempre Prodi l’aveva abbandonato dieci anni fa. È la globalizzazione, si dice.
Ma se è necessario che l’Europa e l’Italia tornino a condizioni di lavoro da Terzo mondo, i piccoli passi non sono risolutivi. Non sono il passo indietro per fare il balzo in avanti. Sono un passo indietro nel circolo vizioso: minore competitività, peggiori condizioni di lavoro, minore reddito, minori consumi, minore competitività. Questo si sa, l’Europa avrebbe bisogno di liberarsi una volta per tutte del giogo della spesa pubblica, attraverso un consolidamento del debito, o la liberalizzazione della spesa. Ne avrebbe anche i mezzi se si accettasse per quello che è, l’area più ricca del mondo. Non può invece sopravvivere, dacché ha scelto il rigore monetario, con la contabilizzazione dei decimi di percento, ogni anno, ogni semestre, ogni trimestre, ogni mese, ogni settimana: dieci anni sono stati perduti con questa ginnastica, che ha solo svilito il malato.
Ma poi sono tutte chiacchiere. Il referendum dei sindacati è stato la prova di quello con cui Veltroni s’intronizzerà candidato.

"L'accusa del sangue" all'asta da Christie's

Una riedizione, a breve distanza della precedente (1993), con copertina nera e una fascetta bianca che dice: “Libertà di stampa significa rispondere ai libri con i libri”. David Bidussa, che nell’edizione 1993 della Morcelliana aveva analizzato il rifiuto dello storicismo di Jesi e l’innesto delle mitologie negli eventi e nella loro ricostruzione, fecondo per gli storici, fa per Bollati Boringhieri la “Retorica e grammatica dell’antisemitismo”. La pronta riedizione di Jesi va collegata alla polemica su Toaff e “Pasque di sangue”. Ma a questo quadro meglio soccorre la sintesi che Bidussa faceva allora delle argomentazioni di Jesi sulla recrudescenza dell’antisemitismo nel Novecento: la filosofia emancipazionista, il pregiudizio cristiano (Jesi lo dice cattolico, anche lui, ma è cristiano), il razzismo, la “non civilizzazione” dell’ebreo, il vampirismo tedesco, la catena vampiri\streghe\ebrei.
L’ultimo processo di sangue contro ebrei in Russia fu quello contro Mendel Beiliss nel 1912, al tempo dei pogrom in Ucraina e altrove, il Jakov Bok de “l’uomo di Kiev” di Malamud ("The Fixer"), impersonato al cinema da Alan Bates – che però il processo lo vinse. Mentre il “caso Damasco”, che Jesi rievoca, non solo fu vinto dagli accusati ma portò alla follia, benché non dichiarata, Robert Francis Burton, viaggiatore e letterato a tutti gli altri effetti rimarchevole e molto benemerito, l’esploratore e scrittore che poteva vantare la conoscenza di ventinove lingue, restauratore di molte letterature, dall’Anatolia all’Etiopia. Console a Damasco dal 1868 fu richiamato dopo appena tre anni dal Foreign Office per le sue intemperanze antisemitiche, e nel 1873 mandato a languire al consolato di Trieste. Morendo nel 1890 Burton lasciò manoscritto un “Human Sacrifice among the Sephardine or Eastern Jews” che la vedova Isabel, benché devota cattolica, giudicò impubblicabile, e avrebbe distrutto - ma un capitolo fu pubblicato nel 1896, alla morte di Isabel, col titolo “The Jew, the Gipsy and el Islam”, mentre il manoscritto figura venduto all’asta da Christie’s il 5 giugno 2001.
Cosa spinge un uomo curioso, sicuro cosmopolita, a questa forma folle di odio? Non nichilista, delirante. La stessa di cui soffrirà un secolo dopo Garaudy, filosofo forse non apprezzabile ma apprezzato e importante. La stessa di cui ha sofferto Céline: lo scrittore più “impegnato”, letterariamente e personalmente, di tutto il Novecento, e che sotto l’occupazione tedesca mantenne un contegno irreprensibile, mentre i suoi compatrioti meravigliavano gli stessi tedeschi per lo zelo antiebraico, scrive prima della guerra, e non rinnega dopo la guerra, dei libelli antisemiti folli – disordinati, scomposti, senza un barlume di scrittura, malgrado la parvenza ragionativa di cui si paluda l’antisemitismo. È il risentimento, l’area grigia in cui “Pasque di sangue” di Toaff voleva cominciare a penetrare, ma che evidentemente è campo impraticabile.

giovedì 11 ottobre 2007

Amanda Davis, "Faith": aveva già le visioni

Fa le prove di “Quando mi amerai”. È impressionante, una preparazione quasi scolastica, anche alle "visioni". O una ispirazione simile a un destino. C’è peprfino il racconto dell’aereo che cade, “Schianto”, come cadrà dopo un paio d’anni quello in cui Amanda morirà, con l’amato padre e la madre.
Rinnova – sottile e resistente come già in Carson McCullers, in filigrana scoperta, quasi dichiarata – quella che si diceva scrittura al femminile. Che ruota attorno all’impossibilità di amare, fisica (il genere), metafisica (l’impossibilità di essere), tragica (il dover morire). A partire da madame di Lafayette (le “Lettere portoghesi” si capisce che sono opera di uomo). Sulla quale Stendhal ha modellato il “nuovo romanzo” dell’Ottocento, il romanzo romantico.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (2)

Giuseppe Leuzzi

C’è, nella superficialità, l’assolutizzazione del male. Il telegiornale parla dell’energia solare, che, in qualche paese, ha attirato l’interesse di alcuni criminali. “Se la mafia ci ha messo gli occhi sopra”, conclude il giornalista verde, “significa che il solare rende, è un buon business”. La mafia come entità metafisica. Non un imprenditore, magari balordo. Certamente non un teppista – come sono tutti i mafiosi quando cominciano.

Polizia. L’istituzione è recente, la sua filosofia appena abbozzata (Foucault, Fontana).
È lo strumento della giustizia: così è sentita, dopo la superfetazione degli apparati – polizia e carabinieri, guardia di finanza, vigili urbani, polizia municipale, polizia provinciale. Ma è l’interfaccia della criminalità, e in questo inevitabilmente uno specchio. Ma in minima parte, il resto è burocrazia, “posti”.

“The Departed” di Scorsese, “Il bene e il male”: la giustizia dei collaboratori di giustizia (chiamati anche pentiti, informatori, spie, infiltrati), un po’ dramma e un po’ farsa, tutto vero – eccetto il finale, dove il buono fa pulizia, rapido, definitivo, sintetico, anzi tacito. Vent’anni dopo “Quei bravi ragazzi”, Scorsese dice la realtà delle mafie: ora predomina la giustizia dei traditori di traditori. Il capomafia informatore dell’Fbi, cui vende i suoi nemici, la figura che per lo spettatore comune è la più inverosimile, è invece la più reale.

Lo spionaggio delle cose ha un valore, rubare un procedimento, un prodotto, fare le scarpe a un concorrente, magari per salvare un’azienda, sia pure la propria. Lo spionaggio delle persone è invece demenza: si parta pure dalla sicurezza dello Stato – dei cittadini: il bene comune – si scende inevitabilmente alla gagliofferia. Criminali che aiutano gli sbirri a tenere in scacco i buoni cittadini, questo sono le spie (gli informatori, i pentiti), non c’è romanziere inglese per quanto bravo che possa indorare questa squallida realtà: è il principio del “fare la spia” che induce alla malvagità.

A Capo Vaticano, tutt’attorno a Tropea, investimenti cospicui sono stati fatti per attirare il turismo della terza età fuori stagione, in primavera e in autunno, con pacchetti di grande convenienza – si possono fare sette giorni in mezza pensione con duecento euro, viaggio aereo compreso. La risposta c’è stata, soprattutto dalla Germania. Si trattava di consolidarla, aspettando il tempo necessario per graduali aumenti che portassero il tutto compreso a un livello redditizio. Ma è bastato poco per far saltare il promettente avvio, come in tante altre false partenze in Calabria col turismo. I frugali ospiti hanno continuato anche a Capo Vaticano, com’è loro abitudine in viaggio, a contenere il pasto di mezzogiorno in un cappuccino al bar e nella mela o l’arancia avanzata dalla cena del giorno prima. Gli esercenti di Capo Vaticano non si sono fatti i conti, si sono offesi: hanno rincarato il cappuccino, e hanno servito la frutta a mezza pensione già sbucciata e tagliata, di preferenza in macedonia. I tedeschi sono scomparsi.
Il turismo può avere la funzione di aprire delle società chiuse, di per sé non è un asset economico, e anzi come investimento è più spesso in perdita, se si sommano ai costi aziendali quelli pubblici e quelli sociali – è il caso della Calabria, se si sommano agli investimenti privati le campagne pubblicitarie di regione, province, comuni e associazioni, gli incentivi ai voli, gli incentivi all’ospitalità (alberghi, agriturismi, bed & breakfast), a fronte di entrate comunque irrisorie. Il turismo è una risorsa anzitutto sociale: è aprendo delle società chiuse che diventa un bene economico, in quanto le proietta nel mondo dell’economia. Dove si fanno i conti invece di arrabbiarsi.

“Il Capitano 2”, come tanti altre fiction poliziesche, ha sbirri e delinquenti che parlano italiano con un mix confuso di pronunce, una distintamente napoletana a Palermo, una palermitana a Reggio Calabria, eccetera. Parlano “meridionale”. Non si possono dire razziste: parlano confusamente una realtà che è essa stessa confusa. Nel “Padrino 3” (o è “Il Padrino 2”? quello in cui De Niro va a Palermo) ognuno ha, nell’edizione originale, la parlata del suo paese d’origine: il barbiere di Gioia Tauro parla come si parla a Gioia Tauro. Anche per questo l’America non è l’Italia. Sarà barbara o primitiva come vogliono i nostri (anti)americanisti, ma filogicamente è accurata, rispettosa.

Terremoti. Dieci anni per ricostruire Assisi e il resto dell’Umbria lesionato (poco) dal terremoto. Altrettanti per restaurare la cattedrale di Noto dopo il crollo. Imprese riuscite, queste due, di cui tutti si congratulano, a fronte dei terremoti che hanno lasciato strascichi ventennali, in Friuli, o trentennali, il Belice. Che pensare allora dei vituperati Borboni, che dopo i terremoti facevano ricostruzioni rapide, ben progettate, ben finanziate? Con studi geodetici-fisici, sismici, architettonici. In Sicilia Orientale, dopo il terremoto del 1683, hanno creato in vent’anni un mondo barocco di una ricchezza impressionante.

Il Sud comincia nel 1860.

mercoledì 10 ottobre 2007

Il sacrificio dei bambini a Rignano

È possibile che le mamme di Rignano stiano distruggendo i loro bambini per comparire in tv? È possibile. E terribile – non che le mamme possano averlo fatto, ma che sia possibile. Il loro caso ripete la serie tv del maresciallo Rocca, una delle cui ultime puntate verte proprio su una scuola elementare teatro di messe sataniche.
I giudici, si sa, non gliene frega molto: bambini sballottati tra ospedali e psicovirago, interrogatori con cuffie e microfonini, interrogatori lunghi due ore, di un bambino?, insomma il teatrino per la tv - tra gli accusatori troneggia Taormina e questo dice tutto. La materia naturalmente è scottante. E poi siamo stanchi delle storie di mafia, e di chi ammazza la fidanzata, nuove frontiere ci vogliono, noi pubblico della tv siamo esigenti.
Lo scandalo è anche che si faccia scandalo su come sia stato possibile, dopo averlo reso possibile, e anzi sollecitato e stimolato, se non inventato. Non c’era bisogno della Cassazione, sono semplicemente agghiaccianti i verbali degli interrogatori dei bambini, tra "streghe, statue e castelli neri". E "i giochi pelusciati"? Linguaggio di mamme, o di psicologhe? Chi sono queste psicologhe dell’infanzia che interrogano bambini di quattro e cinque anni per conto di giudici nell’ombra con cuffie e microfonini, per due ore. Roba da stroncare un bufalo. Senza nessuna scienza di quello che tutti sanno dei ricordi infantili… Ma, certo, la psicologia è proprio scienza da tv, a uso delle masse, nella giornata una ventina di programmi “fanno psicologia”.
Le mamme erano ben curate, di parrucchiere e di estetista, il 25 aprile, giorno della Liberazione, per commentare gli arresti delle maestre. Anche le pose erano vantaggiose, bontà dell’operatore, o tigna delle intervistate. Il piccolo mondo di provincia all’epoca della televisione. La divinità alla quale, come già un tempo, si tornano a sacrificare i figli, perché senza di essa nessun orgasmo e nessun sentimento è più possibile. L’associazione dei genitori, a distanza di due anni, prima della Cassazione si moltiplicava: tutti volevano andare in tv - ora vi si precipitano, sono le ultime occasioni. Ma la trasgressione, che si vuole lieve, è feroce. Riprendere i propri bambini facendoli mimare brutte cose si può ritenere mania veniale: non c’è violenza, e forse non c’è cattiveria. Non c’è neanche memoria, è evidente, in questi genitori.

"Fahrenheit": sotto il giallo niente

Non si leggono gialli, dunque, a “Fahrenheit”: tra le migliaia che si sono dati la briga di scrivere a Sinibaldi cosa leggono c’è di tutto ma niente gialli. Nemmeno Camilleri. Può essere un caso, a fronte delle tirature. Ma non insignificante, vista l’enorme platea della trasmissione: anche il lettore di gialli non può che esserne stufo, sono mediocri e invadenti, essendo giallo tutto, gli affari evidentemente, ma pure la politica, il cinema, lo sport, e l’anima del mondo. Non c’è più storia senza suspense, da Troia alla baronessa di Carini. Si fanno domeniche sportive a imitazione del legal thriller e all’insegna del pagliettismo, due ore di chiacchiere invece delle partite - il cui giallo vero invece s’intravede negli armadi dei conduttori. Fa il giallo perfino Maria: la De Filippi crea suspense, prima dei soliti abbracci di buon gusto, magari nel truogolo. C’è giallo ad “Amici” e in camera da letto, coi delitti perfetti che il solito Ris non risolve, malgrado le carissime tecnologie. Per non dire delle intercettazioni. O di Mastella. E gli italiani forse reagiscono – che stanno sempre in attesa di sapere chi ha messo le bombe, a migliaia, ormai da quasi quarant’anni, da Piazza Fontana in poi: non avendo la risposta abbandonano il suspense.
I gialli ancora riempiono le librerie, si vendono in trenta, quaranta e cinquanta edizioni, e per ciò stesso sono benemeriti. Per i librai, gli autori, la lettura. Ma sono sempre più libri che non lasciano niente. Nemmeno il plot. Perfino Camilleri si legge in due ore di treno o d’aereo. E si dimentica. Prima del boom il giallo era lettura d’evasione: si stampava in fascicoli, si vendeva alla sazione, si leggeva nel viaggio, e via. Ora non è più così. O almeno, non ci sono altri libri. Ma la distanza è immensa tra “La donna della domenica”, che pure fu scritta per scherzo, e Faletti o Carofiglio. Sono i best-seller compagni? Camilleri, certo. Carofiglio pure, che il suo personaggio proclama comunista in corsivo, ripetuto, dopo duecento pagine di niente. Ma uno che è comunista solo per non volersi iscrivere al Rotary, per il resto è un borghesuccio, figlio di borghesi, che tradisce la moglie borghese a trent’anni con chi capita, anche a pagamento, fuma ma odia i fumatori di pipa, odia i giocatori di racchettone in spiaggia, odia e disprezza il mondo, eccetto il repertorio della vacanze intelligenti? Ci sono ancora, nella globalizzazone, le letture confessionali (il porta a porta), ma questi non sono buoni compagni.
Il “giallo ovunque” elimina il suspense per la noia. C’è nel giallo lo stesso vuoto dell’altro genere best-seller, il criminale: l’anti-Berlusconi, l’antimafia, l’anticorruzione, l’anti-Moggi, l’antipolitica, con le loro centinaia di titoli sempre ai primi posti nelle vendite. Sono letture che provano tutto e non provano niente. Che si leggono per pigrizia, o per confermarsi. Finché uno non ne può più – la chiesa cresima una sola volta. Si può dire in breve, ma è vero, che il lettore è sovrastato dai clichè subiti e imposti dalla Sicilia (con l’eccezione di Montalbano, è così che Camilleri resta buon scrittore): il male che non c’è, è solo meridionale, le cupole, le famiglie, il politico che è sempre corrotto, il giudice buono, le donne in genere pure, gli stereotipi della nazione che una politica incontinente paradossalmente ha nutrito. Ma ci può essere in questo rifiuto molto di più.

Il giallo è narrazione come gioco. Inventiva, sorpresa. Senza costruzione (linearità, coerenza) psicologica. Anche le passioni vi sono gioco da (de)costruzione. Giallo è anche “Thérèse Desqueyroux”, e “Nodo di vipere”. Perfino “I promessi sposi”, uno aspetta di vedere che fine fanno i cattivi. O “L’uomo e il mare”, o opere altrettanto statiche, liriche, le poesie delle ninfe, gli inni omerici. La differenza è che nel giallo non c’è altro. Il detective è un archetipo. Ogni grande detective di gialli è un “meccanismo” semplice, sotto l’apparente mistero, e esso stesso ripetitivo. Ma incarna (astrae) nella fattispecie una procedura logica – che è insieme complessa e semplice (intuitiva), come ogni fatto logico. È quindi genere democratico. Ma allora deteriore, destinato alla sconfitta – nell’arte militare si direbbe un rovesciamento di fronte, come quando i maneggioni tirano le fila degli sprovveduti, per esempio con le questioni morali.
Il giallo è genere democratico per l’ambientazione, i personaggi e le vicende, morti che non hanno nulla di eroico. Ma soprattutto per l’enfasi che pone sulla giustizia, che è il fondamento dell’uguaglianza. Esplode e s’impone con la democrazia e la domanda di uguaglianza. Più spesso ne dà l’illusione, col giallo alla Christie, con le verbose razionalizzazioni. Da cui le logiche di Eco, di induzioni, deduzioni et sim. Nella sherlockholmesiana e nel noir ne fa invece vedere le tensioni, o l’impossibilità pratica: la giustizia è l’ingiustizia. Il sentimento della giustizia cioè è sconfitto. Non alla Manzoni, o alla Sciascia, non tanto, per l’ambiguità della storia o della provvidenza, ma per le pulsioni invincibilmente perverse degli uomini, e delle donne, e per l’incorreggibile indigenza delle istituzioni. Sciascia immagina il giudice e l’inquirente pensosi, per un’idea della giustizia astratta o magisteriale, da giovane maestro di scuola. Nessuno scrittore vero di giallo-noir si attende nulla dai giudici. Il che ha a che fare con la giustizia – che non è un fatto di tribunali – ma di più con l’enfasi anarchica che sta all’origine della fortuna del genere. È insomma un gioco, aveva ragione Kipling. Divertente anche, se non ci fossero i morti.
Ma ha un effetto secondario: come ogni forma di comunicazione induce la credenza pubblica. È quindi un fenomeno politico, il regime politico essendo ancora elettorale, un’estensione del complotto. Anche il complotto è, come il giallo, genere democratico: ognuno è un detective (il “popolino”), basta poco per creare (individuare) complotti, ordinari, a diecine. I complotti piacciono. Per la natura del complotto, che si costruisce come un giallo - spiega cioè ogni cosa senza che essa debba essere vera. Una corrente di pensiero vuole del resto il giallo, e dunque il complotto, in ogni forma logica: discenderebbe dalla necessità di causa ed effetto. Heisenberg ce ne vorrebbe privare, così presto - è appena un secolo, un secolo e mezzo contando Poe, che l’umanità si gode il giallo e i piaceri della logica. Ma questo è il difetto dell’epagoge, inductio, che abbisogna di una gran quantità di cose per porre il principio logico, o universale. Quante devono essere queste cose? Quanti giudici devono voler fare le scarpe a Mastella perché Mastella li possa denunciare? E quanti affaristi, anche non massoni, Mastella deve frequentare prima che sia dichiarato complice? E la conclusione si può sempre rovesciare.
Si può immaginare un giallo fatto di deduzioni e controdeduzioni, che vadano avanti per duecento pagine, quanto il giallo dev’essere lungo. Oppure di un monte di fatti cui si contrappone un altro monte di fatti. Questo è stato fatto spesso in letteratura, il volgare “visto dall’uno visto dall’altro”. Né vale l‘inverso, l’apagoge, che non è, per quanto forbita, onorevole e anzi è fastidiosa. Ne era maestro Socrate, di cui gli ateniesi si liberarono con sollievo. L’apagoge è l’abduzione, la tecnica per cui si assume la tesi dell’interlocutore per vera, ma poi, unendola a qualche altra proposizione nota come vera, se ne trae una conclusione palesemente falsa, in quanto contraddice la natura delle cose (argomento ad rem), oppure le altre affermazioni dell’interlocutore (argomento ad hominem). Si dice che Sherlock Holmes ne sia maestro, e invece è simpatico perché le evita.
Ma sui segreti non bisognerebbe indulgere, questa è l’unica ricetta, e forse i lettori, se non il giallo, stanno tornando ai fondamentali. Costruzione e decostruzione, struttura e sovrastruttura negano la realtà e la storia, e questo non fa bene ai più, non è propriamente democratico. Mentre la proprietà pedagogica del meccano è nota, era nota a tutti i bambini, da tempo La scienza non ha il senso del ridicolo, con tutte le sue scoperte. Con le profondità della psicologia, per esempio, o della biologia, così piatte. Con il Ris di Parma e le tecniche d’intercettazione, che in un buon giallo si farebbero valere per i buchi, non innocenti. Potrebbe essere una buona tecnica, la scienza, e per tale va presa. Per esempio nell’alchimia del potere, che si vuole arcano per quanto è miserevole, si autodistrugge forse più di quanto distrugge. Rovesciare la realtà è ottimo esercizio d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre, dire bene il male e male il bene.
La giustizia è come il Ris, è sempre insoddisfacente. La giustizia per un cristiano non è affare di legge ma di coscienza: siamo legge a noi stessi. È già così nella tradizione di Socrate, cioè di Platone, ma san Giovanni ne fa un precetto nel suo Vangelo, 1, 17: “La legge fu data a Mosè, la verità e la grazia si diffondono con Gesù Cristo”. Per questo la legge è sempre insoddisfacente. Il male del resto è molto più grande dell’illegalità, assassinio compreso: il rapporto è del cinque, forse dieci, per cento rispetto a tutto il male autoinflitto, a quello della natura, malattia compresa, a quello degli affetti, del lavoro, dell’invidia, della gelosia, dell’avarizia e di ogni altri peccato, e della prepotenza quotidiana, specie di quella dei tutori dell’ordine, che in Italia vogliono essere sbirri.
Ma la logica, compresa del giallo, è semplice. Sherlock Holmes sa già la verità, non la deve dedurre, cioè dimostrare. Perché la verità è democratica, ognuno è buon filologo tedesco (ricordate il precetto che immortala l’“io so” e Pasolini? “Un sapere senza prove precede necessariamente il sapere che si trova”): non ci vuole mica molto per capire. Il complotto è la politica, organizzata nei dettagli, governata, coi tiranti, le redini, la frusta, annunciata, prevista, spiegata perfino, nei talk-show, tra belle gambe. Ma il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno divino benché indigente. La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è anche il regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi montati dalla polizia. Però sono manifesti. E si torna, dopo l’attesa del nuovo, al paese senza verità.

martedì 9 ottobre 2007

Severgnini, "L'Italiano" - ben pagato

Duecento pagine per non dire niente. Con la pretesa di essere la vera (buona) Italia. Congruo il prezzo, i best-seller vanno pagati. 
Severgnini, Beppe, L'italiano. Lezioni semiserie, Rizzoli, pp.205, € 17,50