Il centralismo democratico, la marginalizzazione dei cattolici, il fondamento laicista: il Vaticano diffida del Pd di Veltroni, che domani potrebbe nascere mezzo zoppo. Sulla fiscalità e la famiglia il Vaticano è scopertamente all’attacco: il cardinale Bertone ha attaccato “Repubblica” per dare l’allarme ai cattolici. È in questo contesto che Prodi, il cattolico più veltroniano, è improvvisamente indebolito, mentre Mastella, malgrado la sovraesposizione giudiziaria, e Dini puntano a elezioni a marzo. Sicuri che il voto della Margherita è in libera uscita, sopratutto al Sud.
La platea di tremila nani e ballerine che domani incoronerà Veltroni, dopo la sfilate, i pranzi e le cene con le belle di Hollywood nella sua Festa del cinema, non è fatta per intenerire Bertone, che ci vede il coronamento di un progetto ancora togliattiano e perfino cominformista: il Candidato che la base sanziona, con entusiasmo. Il freddo del Vaticano non era ignoto a Veltroni, quale che sia il grado di centralismo democratico del suo progetto: il candidato voleva un bilanciamento 2 a 1 fra Ds e Margherita nelle regioni. Non è stato possibile, le primarie hanno visto l'afflusso soprattutto dei diessini, organizzato peraltro alla vecchia maniera. E ora sarà difficile bilanciare i due gruppi nell'esecutivo del Pd.
venerdì 26 ottobre 2007
Salotto Santoro dei belli-e-buoni
De Magistris è figlio, nipote e bisnipote di magistrati. Ingroia e Forleo non hanno pedigree, e quindi l’ascendenza si tace. Il cattivo Saladino è invece figlio, nipote e fratello di macellai, e questo si dice. La nuova audience di Santoro, così come la base elettorale del Pd, sono i Parioli e la Balduina, quartieri molto borghesi, e questo si vede nella sua trasmissione. Con una Borromeo Agnelli-proxy improbabile giornalista d’assalto. Lusinghiere anche le inquadrature dei belli-e-buoni, a differenza del grasso e feroce Saldino, che rimane indistinto. Speciali la resa di Caterina Merante e il profilo di Tursi Prato, già in affari con Saladino e ora suoi accusatori.
Il perbenismo è la chiave del giornalismo di denuncia Rai. Per il resto impreciso - chi è Tursi Prato? e la Merante, che è comare di Saladino? - e scandalistico: Forleo, che ha denunciato la Polizia e alcuni magistrati per intimidazioni, doveva dire a proposito di che, se non chi. Debole pure la costruzione della finta sorpresa, come se Santoro reputasse i suoi ascoltatori incapaci di “leggere” la sua sceneggiatura. Per non dire dell'arcinemico di De Magistris, il suo superiore Mariano Lombardi. Su Lombardi il salottino manca perfino la sorpresa: De Magistris vuole ora Prodi massone, a San Marino, quindici anni fa Lombardi, Pm, voleva Sgarbi, la Maiolo e Giacomo Mancini mafiosi - i primi due perché, non calabresi, si erano fatti eleggere in Calabria.
Ruotolo e Santoro s’impappinano su Tursi Prato, solo ripetono qua e là che è un socialista, ma la sua storia è nota. Eccola qua. Tursi Prato è l’unico condannato di un processo partito con 160 imputati. Nel 1980 era un trentenne di grandi idee nel partito Socialista, legato a Giacomo Mancini. Divenne segretario provinciale del Psi a Cosenza, e quindi presidente dell’Usl 9 della stessa città. Accusato di concussione in un appalto della Usl, lascia il Psi e passa al Psdi. Col quale diventa consigliere regionale, e per il quale promuove nel 1993 con l’ex Pci la candidatura di Giacomo Mancini a sindaco. È il suo ultimo successo. Con Mancini sindaco Cosenza cambia pelle, e Tursi Prato riprende potere. Poi verrà il processo, e nel 2006 una candidatura senza successo sotto l’emblema del Psdi. Interviene la condanna a otto anni, e l’arresto latitante in una clinica. L’11 ottobre si dichiara pentito, invia a De Magistris un memoriale in cui fa i nomi di Saladino, Mastella e Prodi, e lo rende pubblico. Santoro ha anche le trascrizioni dell’interrogatorio di Tursi Prato.
Il perbenismo è la chiave del giornalismo di denuncia Rai. Per il resto impreciso - chi è Tursi Prato? e la Merante, che è comare di Saladino? - e scandalistico: Forleo, che ha denunciato la Polizia e alcuni magistrati per intimidazioni, doveva dire a proposito di che, se non chi. Debole pure la costruzione della finta sorpresa, come se Santoro reputasse i suoi ascoltatori incapaci di “leggere” la sua sceneggiatura. Per non dire dell'arcinemico di De Magistris, il suo superiore Mariano Lombardi. Su Lombardi il salottino manca perfino la sorpresa: De Magistris vuole ora Prodi massone, a San Marino, quindici anni fa Lombardi, Pm, voleva Sgarbi, la Maiolo e Giacomo Mancini mafiosi - i primi due perché, non calabresi, si erano fatti eleggere in Calabria.
Ruotolo e Santoro s’impappinano su Tursi Prato, solo ripetono qua e là che è un socialista, ma la sua storia è nota. Eccola qua. Tursi Prato è l’unico condannato di un processo partito con 160 imputati. Nel 1980 era un trentenne di grandi idee nel partito Socialista, legato a Giacomo Mancini. Divenne segretario provinciale del Psi a Cosenza, e quindi presidente dell’Usl 9 della stessa città. Accusato di concussione in un appalto della Usl, lascia il Psi e passa al Psdi. Col quale diventa consigliere regionale, e per il quale promuove nel 1993 con l’ex Pci la candidatura di Giacomo Mancini a sindaco. È il suo ultimo successo. Con Mancini sindaco Cosenza cambia pelle, e Tursi Prato riprende potere. Poi verrà il processo, e nel 2006 una candidatura senza successo sotto l’emblema del Psdi. Interviene la condanna a otto anni, e l’arresto latitante in una clinica. L’11 ottobre si dichiara pentito, invia a De Magistris un memoriale in cui fa i nomi di Saladino, Mastella e Prodi, e lo rende pubblico. Santoro ha anche le trascrizioni dell’interrogatorio di Tursi Prato.
giovedì 25 ottobre 2007
Secondi pensieri
zeulig
Anima – Si penserebbe un bene universale, visto che non costa ed è prezioso. Perché tanti ne fanno a meno?
Comunismo – Nessun comunista ha mai perso una guerra: Leinin, Stalin, Mao, Kim Il Sung, Ho Chi Min, Castro. Eccetto quella contro il comunismo.
Confessione - È una mania. Il parlare di sé a se stessi c’è da epoca antica. Con sollievo, evidentemente, come una buona seduta al gabinetto di decenza. Ma parlarne in pubblico, con voluttà, magari fustigandosi, è una novità. È l’essere borghese, l’autoaffermazione. Anche se in forme all’apparenza derisorie. San t’Ignazio cominciò parlandone con Dio, è nel suo stile – sant’Agostino, che l’ha anticipato, scriveva in lode di Dio, seppure in forma di lavacro, blando, a fini edificanti. Ma questa sega interminabile è ora invadente, a scopo terapeutico per rendersi inoppugnabile, specie tra le donne, che al solito eccedono.
L’autobiografia è autorappresentazione, un teatrino, autofinzione. Con tanti trucchi: l’invenzione della mamma, l’invenzione del bambino, l’amore a due – “il bambino è il padre dell’uomo” è Woodsworth, 1850, piena epoca borghese. La letteratura è trucco, ma quella della verità è trucco da baro, non da poeta.
L’io dev’essere una conquista, se i bambini ci arrivano dopo la terza persona. Ma è una disgrazia. È il Concilio Lateranense, 1252, la confessione obbligatoria. Da cui fuggiremmo se Freud non ce l’avesse imposta, terapeuta taumaturgo – i santi un solo vero miracolo fanno, soggiogare le coscienze, anche a fin di bene.
Prendere per buono il flusso di coscienza, come se non fosse una tecnica espressiva, e anche molto atteggiata, ma la verità, il modo di emergere della verità. Quando si sa, lo sa un bambino, chiunque ha scritto due righe lo sa, che l’associazione libera va in mille direzioni, comprese quelle in cui non va. Ogni memoria e ogni espressione essendo un sistema di equazioni a più variabili, nessuna delle quali è risolutiva, nemmeno per caso – per caso nella migliore delle ipotesi, perché più spesso la libertà d’associazione è determinata dalle situazioni, dagli interlocutori, dagli umori, dalle stesse regole del gioco. Le coscienze, per quanto libere, automatiche,m fluenti, sono c asuali e solo per se stesse significative. Come una barzelletta, un’ottava rima, un coro allo stadio. In quanto sintomo sono parziali e più volentieri fuorvianti. Ma si vede che una buona evacuazione è gratificazione grande, se Freud è santo popolare, amto.
Dio – È uno che si pone dei limiti. In quanto regolatore – il Dio dela Legge – e uomo di mondo.
Divinità – Esiste. Sia o no impersonata in un soggetto.
Filosofare - È trovare la parola giusta, una dopo l’altra. È una realtà, la realtà delle parole, si sa, che sono complicate pur facendo il pensiero. Nulla a che vedere con la verità, anche questo si sa, se non delle parole. Ma le cose sono più vere del pensiero.
Giustizia - È di gruppo: clan, tribù, nazione. E all’interno della nazione di gruppo sociale. Roma ha avuto fino a tardi giustizia separate, leggi, magistrature, tribunali, per i nobili e per la plebe.
La giustizia che libera dal peccato è petizione religiosa, soprannaturale quindi. È applicata alla politica nell’ambito dell’etica, dell’agire umano regolato. Ed è certo lo scopo della politica, che ne cura le istituzioni o presupposti (leggi, magistrati, tribunali, procedure, pene). Il giudice è un tecnico della giustizia.
Guareschi – Era detto fascista, e lo sarà stato, se ne compiaceva. Ma nessuno più di lui ha fatto per il Pci, nemmeno Togliatti. Per i comunisti violenti, quelli della Bassa. La serie dei “Don Camillo”, che si ripete immarcescibile in tv, così campanilistica, arguta, gozzaniana, piena di buoni sentimenti, è quelle che ha indelebilmente reso popolare, buon italiano, buon compagno, ogni comunista trinariciuto. Dunque, ci vuole un fascista per fare un buon comnista.
Loyola - È il santo delle superbia, violenta. Il male può fare il bene.
Manzoni – Uno che non ha amato le mogli, e neppure le figlie, e forse odiava la madre – la disprezzava. Come Tolstòj, che però era appassionato, non contava le virgole.
Nulla – Il vuoto è molto più che il vuoto: un universo senza significato è pieno di significati.
Si può irridere, ma non si sfugge al senso delle cose, Dio è grande. Si può anche credere al nulla, lo psicopatico fermamente ci crede, è nichilista felice, il nulla è la sua realtà – senza la fatica di raziocinare: questa filosofia ultimativa e risolutiva è sempre e solo Epimenide cretese.
Morte – È l’ultima a morire.
Religione - È più vera, malgrado le chiese e i dogmi, di qualsiasi altra scienza umana o passione.
Stupidità - È imbattibile.
Uguaglianza - È l’ansia della complessa varietà del mondo ad alimentare l’utopia dell’uguaglianza. A immaginarsi – Engels – che lo Stato, la politica, il potere nelle sue varie forme siano superflui ed eliminabili. Ma la varietà è il bello del mondo. Si governa e non si sradica: il livellamento è una forma durissima di disuguaglianza.
zeulig@gmail.com
Anima – Si penserebbe un bene universale, visto che non costa ed è prezioso. Perché tanti ne fanno a meno?
Comunismo – Nessun comunista ha mai perso una guerra: Leinin, Stalin, Mao, Kim Il Sung, Ho Chi Min, Castro. Eccetto quella contro il comunismo.
Confessione - È una mania. Il parlare di sé a se stessi c’è da epoca antica. Con sollievo, evidentemente, come una buona seduta al gabinetto di decenza. Ma parlarne in pubblico, con voluttà, magari fustigandosi, è una novità. È l’essere borghese, l’autoaffermazione. Anche se in forme all’apparenza derisorie. San t’Ignazio cominciò parlandone con Dio, è nel suo stile – sant’Agostino, che l’ha anticipato, scriveva in lode di Dio, seppure in forma di lavacro, blando, a fini edificanti. Ma questa sega interminabile è ora invadente, a scopo terapeutico per rendersi inoppugnabile, specie tra le donne, che al solito eccedono.
L’autobiografia è autorappresentazione, un teatrino, autofinzione. Con tanti trucchi: l’invenzione della mamma, l’invenzione del bambino, l’amore a due – “il bambino è il padre dell’uomo” è Woodsworth, 1850, piena epoca borghese. La letteratura è trucco, ma quella della verità è trucco da baro, non da poeta.
L’io dev’essere una conquista, se i bambini ci arrivano dopo la terza persona. Ma è una disgrazia. È il Concilio Lateranense, 1252, la confessione obbligatoria. Da cui fuggiremmo se Freud non ce l’avesse imposta, terapeuta taumaturgo – i santi un solo vero miracolo fanno, soggiogare le coscienze, anche a fin di bene.
Prendere per buono il flusso di coscienza, come se non fosse una tecnica espressiva, e anche molto atteggiata, ma la verità, il modo di emergere della verità. Quando si sa, lo sa un bambino, chiunque ha scritto due righe lo sa, che l’associazione libera va in mille direzioni, comprese quelle in cui non va. Ogni memoria e ogni espressione essendo un sistema di equazioni a più variabili, nessuna delle quali è risolutiva, nemmeno per caso – per caso nella migliore delle ipotesi, perché più spesso la libertà d’associazione è determinata dalle situazioni, dagli interlocutori, dagli umori, dalle stesse regole del gioco. Le coscienze, per quanto libere, automatiche,m fluenti, sono c asuali e solo per se stesse significative. Come una barzelletta, un’ottava rima, un coro allo stadio. In quanto sintomo sono parziali e più volentieri fuorvianti. Ma si vede che una buona evacuazione è gratificazione grande, se Freud è santo popolare, amto.
Dio – È uno che si pone dei limiti. In quanto regolatore – il Dio dela Legge – e uomo di mondo.
Divinità – Esiste. Sia o no impersonata in un soggetto.
Filosofare - È trovare la parola giusta, una dopo l’altra. È una realtà, la realtà delle parole, si sa, che sono complicate pur facendo il pensiero. Nulla a che vedere con la verità, anche questo si sa, se non delle parole. Ma le cose sono più vere del pensiero.
Giustizia - È di gruppo: clan, tribù, nazione. E all’interno della nazione di gruppo sociale. Roma ha avuto fino a tardi giustizia separate, leggi, magistrature, tribunali, per i nobili e per la plebe.
La giustizia che libera dal peccato è petizione religiosa, soprannaturale quindi. È applicata alla politica nell’ambito dell’etica, dell’agire umano regolato. Ed è certo lo scopo della politica, che ne cura le istituzioni o presupposti (leggi, magistrati, tribunali, procedure, pene). Il giudice è un tecnico della giustizia.
Guareschi – Era detto fascista, e lo sarà stato, se ne compiaceva. Ma nessuno più di lui ha fatto per il Pci, nemmeno Togliatti. Per i comunisti violenti, quelli della Bassa. La serie dei “Don Camillo”, che si ripete immarcescibile in tv, così campanilistica, arguta, gozzaniana, piena di buoni sentimenti, è quelle che ha indelebilmente reso popolare, buon italiano, buon compagno, ogni comunista trinariciuto. Dunque, ci vuole un fascista per fare un buon comnista.
Loyola - È il santo delle superbia, violenta. Il male può fare il bene.
Manzoni – Uno che non ha amato le mogli, e neppure le figlie, e forse odiava la madre – la disprezzava. Come Tolstòj, che però era appassionato, non contava le virgole.
Nulla – Il vuoto è molto più che il vuoto: un universo senza significato è pieno di significati.
Si può irridere, ma non si sfugge al senso delle cose, Dio è grande. Si può anche credere al nulla, lo psicopatico fermamente ci crede, è nichilista felice, il nulla è la sua realtà – senza la fatica di raziocinare: questa filosofia ultimativa e risolutiva è sempre e solo Epimenide cretese.
Morte – È l’ultima a morire.
Religione - È più vera, malgrado le chiese e i dogmi, di qualsiasi altra scienza umana o passione.
Stupidità - È imbattibile.
Uguaglianza - È l’ansia della complessa varietà del mondo ad alimentare l’utopia dell’uguaglianza. A immaginarsi – Engels – che lo Stato, la politica, il potere nelle sue varie forme siano superflui ed eliminabili. Ma la varietà è il bello del mondo. Si governa e non si sradica: il livellamento è una forma durissima di disuguaglianza.
zeulig@gmail.com
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (4)
Giuseppe Leuzzi
Milano.
La capitale morale d’Italia ha espresso e imposto Bossi, Di Pietro e Berlusconi. Con la questione morale.
Mentre si prendeva tutte le banche e tutte le industrie pubbliche, a prezzo vile.
Milano sa vendere ma non creare. Anche la moda: è milanese per il marketing.
Milano capitale dell’editoria non crea gli autori, Calvino, Gadda, Sciascia, Pasolini, nemmeno quelli che più vendono come Camilleri o Carofiglio. Camilleri ha dovuto farsi Camilleri, con un trentennio di fatica, e poi Milano se l’è preso, per venderlo meglio.
Fino al Manzoni, altri tempi, erano violenti anche i milanesi, rozzi, arretrati. Dopo, all’incirca nel 1860, un solo cattivo subentra nelle letteratura italiana, quella meridionale compresa: il Sud. Solo il Sud è da allora rozzo, violento, avido, corrotto.
Bisogna pagare a Roma, e anche in Toscana, per avere l’allaccio di tutto, l’acqua, la luce, il gas, il telefono, se se ne ha bisogno, ora, non fra un anno. Come a Reggio Calabria. Ma a Roma non si dice, figurarsi in Toscana.
Le murene e le anguille migliori venivano dal mare tra Reggio e Messina. Così si legge nel “Logistoricon” e “lo dice con assoluta certezza Orchestrato di Gela”: Lia Del Corno, “A tavola con Omero”, p.48.
La Sicilia è uno dei posti più gradevoli dove abitare, in Italia e quindi al mondo. Per la natura, la storia, le arti, i sapori, i colori. Per la capacità artigiana, il gusto urbanistico, lo spirito rapido. Tutta la Sicilia. Ma con qualsiasi siciliano si parli, in Sicilia e fuori, da Sciascia in giù, la Sicilia è sporca, è corrotta, è mafiosa, è ladra. Tutta la Sicilia. Magari con le assurde distinzioni che qualche bello spirito s’è inventato – sembra roba di caserma – tra mafiosi buoni vent’anni fa e cattivi oggi. Tra i grandi nobili, magari depravati, del Sei-Setecento, e anche dell’Ottocento, e quelli debosciati di oggi. Tra i democristiani onesti di dieci, venti e trent’anni fa e quelli corrotti di oggi. Il giudizio è più aspro delle persone più condannabili. Tomasi, che ha stabilito il criterio della demolizione universale, è uno che non ha saputo governare una casa, innamorare una donna, coltivare un amico, solo a suo agio coi tre cugini Piccolo, altrettanto misantropi – lo snobismo è misantropia, feroce anche. Anche Sciascia ha vissuto la Sicilia come un incubo, lui che pure aveva la grande passione della ragione. Chi ha vissuto fuori – chi ha saputo cioè costruirsi – è invece sereno: Verga, Pirandello, Brancati, Cuccia, i musicisti.
Ippolito Nievo, che sarebbe stato il nostro Stendhal, scomparso anche lui come Majorana giovane sul malefico vapore per Napoli, dice tutto ben prima di Bossi, in un modesto diario che infine si pubblica come “Impressioni di Sicilia”, e nelle lettere alla cugina amata. I Mille, che erano ottocento, sarebbero stati “la seconda edizione aumentata e ingrandita di Pisacane e di Capri”, se i napoletani non se la fossero squagliata, che poi erano austriaci e bavaresi. C’erano i soliti figuranti: “un barone di Marsala a cavallo di un asino”, “un frate guerriero da Castelvetrano a cavallo, col Cristo in una mano e la spada nell’altra”, e due compagnie di picciotti, sì, ma agli ordini dei parrini, due frati di Partitico. Nessuna ribellione, in nessun posto. “I palermitani sono occupatissimi a ripararsi dalle bombe”, e i picciotti “amano la guerra, ma senza pregiudizio dell’integrità personale”. E tutti chiedono posti e pensioni, benché misere: “Principi e principesse, duchi e duchesse a palate agognano venti ducati al mese di salario”.
Tomasi è massimo illusionista che fa credere al mondo, siciliani compresi, che l’isola ha fatto l’unità d’Italia, seppure al contrario. L’isola era stremata, e ancora scappa, piegandosi col cappello in mano: “I siciliani sono tutti femmine, hanno la passione del tumulto e della comparsa”, la rivoluzione è opera di “briganti emeriti che fanno la guerra al governo per poterla fare ai proprietari”. Il profittatore Depretis dava ogni sera da mangiare ai nobili a Palazzo Reale: “Il voltafaccia di tutta questa gentaglia mi stomaca, ne pronostico del male, la servilità non dà speranza di eroismo e neppure di costanza”. Al plebiscito i no all’Italia furono venti su 32 mila votanti.
Sudismi\sadismi. 18 gennaio 2007.
Si fa una conferenza stampa a Rossano, con gli inquirenti al completo, magistrati, poliziotti, carabinieri, per denunciare il testimone che ha fatto arrestare due assassini. Non per denunciarlo, bisogna essere precisi, ma per proteggerlo. Anzi per farne un eroe. Dandone nome, cognome e coordinate – è parroco a Longobucco, don Antonio Oliverio. Forse per farne un martire. Dell’antimafia. Don Antonio, saputo dalla sorella, testimone oculare, l’identità dei killer di un imprenditore, lo ha fatto sapere agli inquirenti. Che prontamente lo hanno portato alla ribalta. Ma perché Amato denuncia i testimoni?
Don Antonio, che sa come vanno le cose, si era cautelato, la confidenza l’ha fatta anonimamente per telefono. Ma gli inquirenti hanno prontamente indagato e l’hanno scoperto. In questo non si può non fare un plauso alle forze dell’ordine: degli assassini non si sono occupati ma del prete subito e con ottimi esiti, non si può dire che non siano bravi inquirenti. Maria Rosaria Oliverio invece, la sorella, sta zitta. È incolpata di reati gravi ma ancora adesso preferisce non collaborare con gli inquirenti. Forse per dare ragione alla sociologia da caserma dell’omertà, della solidarietà del Sud con i violenti e i mafiosi. Oppure avrà pensato: meglio vittima dello Stato che della mafia. Ma in questo sicuramente sbaglia.
lunedì 22 ottobre 2007
La Roma Calcio, un affare da liquidare
Tra gli affari dubbi che ha ereditato con Capitalia-Banca di Roma e da dismettere, Profumo ha già segnalato la Roma As, la squadra di calcio della famiglia Sensi, e la stessa Italpetroli, la società dei depositi costieri con cui Franco Sensi aveva costruito la sua fortuna. Tutte le attività insomma dei Sensi, che l’ex patron di Capitalia aveva salvato quattro anni prendendone in pratica la guida. Ora le partecipazioni di Capitalia, che formalmente si fermano al 49 per cento ma nella sostanza danno alla banca la gestione, devono essere dismesse. Manifestazioni d’interesse sono state sollecitate a (e da) banche d’affari sia per la Roma calcio che per Italpetroli.
domenica 21 ottobre 2007
"Le mosche d'autunno": tutto, tardi, per Irène
Una memoria familiare, l'ennesima, mette in scena (secondo i biografi Philipponnat e Lienhardt, seppure pudicamente, l'inspiegato suicidio della governante francese, la vice mamma di Irène, nella Nevà, qui la Senna, l'evento più duro della vita della scrittrice. Sullo sfondo, ancora una volta, della superficialità e il feroce egoismo della madre Anna. Ma da eventi noti, e perfino triti, piccoli eventi familiari, Irène Némirovsky riesce a estrarre racconti densi, magnetici. Fin dall'esordio: "Come le mosche d’autunno" è la sua prima novella pubblicata, nel 1924, a ventun anni, molto abbreviata, sul “Matin”, di cui Colette dirigeva la sezione letteraria - poi ripresa, nella sua attuale redazione, prima dell’edizione commerciale, in un’edizione di lusso per i sottoscrittori dell’editore Simon Kra, le signore di Neuilly e Passy, emigrate malate di nostalgia.
Non manca la grande storia, di cui ogni fase della vita della scrittrice, compreso il suo "ripescaggio" oggi, è del resto emblematico. Vittima dell'antisemitismo russo, e del cosmpolitismo ebraico, poi di Lenin, infine di Hitler, e successivamente della guerra fredda, il destino incredibile d’Irène Némirovsky in nemmeno quarant’anni di vita resta il paradigma più calzante, nella sua assurdità, del Novecento. Il risarcimento si prolunga fino a questo “Come le mosche d’autunno”, che non racconta nulla se non se ne compartisce l’incomunicabile nostalgia, e anche questo, il “dovere della memoria”, è forse un ultimo guizzo di Novecento.
Ma è da dire che i suoi libri finiscono nel 1947 e riprendono sessant’anni dopo: il disgelo è molto più lento in Francia, e in Italia, che all’Est. Con questo racconto Feltrinelli aveva tentato il ripescaggio d’Irène subito, nel 1989, ma non era aria.
Iréne Némirovsky, Come le mosche d’autunno, Adelphi, pp.99, euro 9
Non manca la grande storia, di cui ogni fase della vita della scrittrice, compreso il suo "ripescaggio" oggi, è del resto emblematico. Vittima dell'antisemitismo russo, e del cosmpolitismo ebraico, poi di Lenin, infine di Hitler, e successivamente della guerra fredda, il destino incredibile d’Irène Némirovsky in nemmeno quarant’anni di vita resta il paradigma più calzante, nella sua assurdità, del Novecento. Il risarcimento si prolunga fino a questo “Come le mosche d’autunno”, che non racconta nulla se non se ne compartisce l’incomunicabile nostalgia, e anche questo, il “dovere della memoria”, è forse un ultimo guizzo di Novecento.
Ma è da dire che i suoi libri finiscono nel 1947 e riprendono sessant’anni dopo: il disgelo è molto più lento in Francia, e in Italia, che all’Est. Con questo racconto Feltrinelli aveva tentato il ripescaggio d’Irène subito, nel 1989, ma non era aria.
Iréne Némirovsky, Come le mosche d’autunno, Adelphi, pp.99, euro 9
Giudici pieni di sé, Mastella più furbo
Mille commenti alla sentenza di Cogne e nessuno che dica l’evidenza: che il giudice ha condannato nel dubbio: “Non è impossibile”, dice la sentenza. Tutto è possibile in effetti, ma ci sono leggi.
L’irresponsabilità e la fascistizzazione della magistratura, sempre autorevole e autoritaria, la cosiddetta autoreferenzialità, è ordinamento perché è mentalità. È il leguleismo, si dice. No, la legge assolve nel dubbio, in questo è chiara. È il protagonismo, le toghe sono e si vogliono eccellenti.
Si finisce così per congratularsi che De Magistris, così superbo, sia stato fregato da Mastella sul suo proprio terreno, dell’indiscrezione giornalistica (l’anticipazione di un avviso di reato che diventa impedimento alla prosecuzione dell’inchiesta). Si dice smart in inglese, è solo furbo in italiano, e si è qui a tifare per chi è più furbo.
L’irresponsabilità e la fascistizzazione della magistratura, sempre autorevole e autoritaria, la cosiddetta autoreferenzialità, è ordinamento perché è mentalità. È il leguleismo, si dice. No, la legge assolve nel dubbio, in questo è chiara. È il protagonismo, le toghe sono e si vogliono eccellenti.
Si finisce così per congratularsi che De Magistris, così superbo, sia stato fregato da Mastella sul suo proprio terreno, dell’indiscrezione giornalistica (l’anticipazione di un avviso di reato che diventa impedimento alla prosecuzione dell’inchiesta). Si dice smart in inglese, è solo furbo in italiano, e si è qui a tifare per chi è più furbo.
sabato 20 ottobre 2007
"Genius Loci", il punto di vista dal di dentro
Vernon Lee anticipa Chatwin – per caso? - per molti aspetti: l’erraticità apparente e la costanza dei temi, gli scarti di scrittura (troncature, accensioni), lo sguardo della meraviglia, la lievità quale chiave ottima del viaggio. Questo libro di viaggi, in Italia, Francia, Germania, lo manifesta palese. Il legame è probabilmente diretto per il punto di vista dal di dentro, della storia, dei personaggi, dei luoghi, siano essi i più eccentrici (raramente nel caso della Lee) o distanti. Qui c’è anche Utz.
Suscitatrice al solito di sorprese nell’ordinario - in questa raccolta anche peggio, nel turismo - e sempre avanti, col suo Settecento, di qualche generazione (qui viaggia sempre con un’amica), Vernon Lee dà il senso, con la scrittura, di una vita aggraziata. Che forse invece è stata solitaria e sordida, isolata.
Vernon Lee, Genius Loci, Sellerio, pp.213, euro 9
Suscitatrice al solito di sorprese nell’ordinario - in questa raccolta anche peggio, nel turismo - e sempre avanti, col suo Settecento, di qualche generazione (qui viaggia sempre con un’amica), Vernon Lee dà il senso, con la scrittura, di una vita aggraziata. Che forse invece è stata solitaria e sordida, isolata.
Vernon Lee, Genius Loci, Sellerio, pp.213, euro 9
Il no di Draghi proietta Geronzi verso Trieste
Generali deve restare territorio nullius, questo il senso del no di Draghi a Geronzi nel gruppo triestino. Per ora.
Il governatore è stato sollecitato in questo senso dal patron di Intesa, Bazoli, in colloqui nemmeno tanto riservati nel corso della settimana. Geronzi ambiva alla vice-presidenza di Generali in qualità di uomo Mediobanca, che quella posizione detiene col suo ex presidente Galateri, in quanto primo socio del gruppo assicurativo. Ma Geronzi non è Galateri: sta in Mediobanca come depositario della maggioranza relativa, di Unicredit-Capitalia, e in tale veste è stato visto anche da Trieste, oltre che da Bazoli. Il patron di Unicredit Profumo non ha aiutato l’impresa, dichiarando che le altre posizioni di potere di Unicredit-Capitalia saranno smobilitate, eccetto quelle necessarie a “garantire l’indipendenza di Generali”.
Visto in questi termini, il no preventivo di Draghi sarebbe per Geronzi un grosso smacco, insolito per uno navigato come l’ex patron di Capitalia, sempre estremamente prudente. Che tra l'altro ha aperto a Draghi la strada, altrimenti preclusa a doppia mandata, al vertice della Banca d'Italia. E con Bazoli, se non ha un rapporto di amicizia, ne ha però stretti sul piano della politica. Guardando la vicenda nell'insieme, la candidatura intempestiva di Geronzi e lo stesso no di Draghi servono in realtà a far nascere una candidatura Geronzi alla presidenza di Generali, non a una onorifica vice-presidenza. Nella logica del "se ne parli". Bernheim è avvisato.
Il governatore è stato sollecitato in questo senso dal patron di Intesa, Bazoli, in colloqui nemmeno tanto riservati nel corso della settimana. Geronzi ambiva alla vice-presidenza di Generali in qualità di uomo Mediobanca, che quella posizione detiene col suo ex presidente Galateri, in quanto primo socio del gruppo assicurativo. Ma Geronzi non è Galateri: sta in Mediobanca come depositario della maggioranza relativa, di Unicredit-Capitalia, e in tale veste è stato visto anche da Trieste, oltre che da Bazoli. Il patron di Unicredit Profumo non ha aiutato l’impresa, dichiarando che le altre posizioni di potere di Unicredit-Capitalia saranno smobilitate, eccetto quelle necessarie a “garantire l’indipendenza di Generali”.
Visto in questi termini, il no preventivo di Draghi sarebbe per Geronzi un grosso smacco, insolito per uno navigato come l’ex patron di Capitalia, sempre estremamente prudente. Che tra l'altro ha aperto a Draghi la strada, altrimenti preclusa a doppia mandata, al vertice della Banca d'Italia. E con Bazoli, se non ha un rapporto di amicizia, ne ha però stretti sul piano della politica. Guardando la vicenda nell'insieme, la candidatura intempestiva di Geronzi e lo stesso no di Draghi servono in realtà a far nascere una candidatura Geronzi alla presidenza di Generali, non a una onorifica vice-presidenza. Nella logica del "se ne parli". Bernheim è avvisato.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (3)
Giuseppe Leuzzi
“Il paese primogenito” è per Ingeborg Bachmann la Calabria alle Castella: “Nel mio paese primogenito, nel Sud,\mi portai e trovai, impoverite e nude,\e sino alla cintola in mare,\città e castello… ”.
“Il mondo moderno è essenzialmente settentrionale. Meridionale invece era il mondo antico. Attività, potenza, idee in marcia, progresso: tutto nel mondo moderno si polarizza attorno alla parola “Settentrione”. Alberto Savinio, che nel 1948 era stato in viaggio elettorale in Calabria, ricavandone il non edificante “Partita rimandata. Diario calabrese”, pubblicò sul “Corriere della sera” il 2 gennaio 1951, dopo aver viaggiato negli Stati Uniti, l’elzeviro “La luce viene dal Sud”, che constata la prevalenza del Nord: a Nord tutto il buono, al Sud tutto il peggio. Ma poi nota che molti scappano al Sud: “località dell’Arkansas, della Louisiana, del Nuovo Messico, del Texas, povere e desolate fino a ieri, si vanno popolando rapidamente, acquistando ricchezza e splendore”. È un movimento accennato, di cui Savinio profetizza il boom. Perché ne intravede le ragioni: si fugge dalla fuga in avanti, dallo sconfinato, dall’illimitato, “ritornare al mondo antico, o euclideo, o meridionale, significa ritornare a un mondo le cui porte tutt’intorno sono chiuse, significa non più vivere nell’ossessione”. Analoga ripresa Savinio notava del cattolicesimo sul protestantesimo, “presso popolazioni prevalentemente protestanti”, come gli Stati Uniti e l’Olanda. Ma altrettanto certo si diceva del ritorno al Sud in Italia (“sempre gli italiani hanno preferito il pane di grano alla chimica, specie alla chimica mentale”), e qui si sbagliava.
Si va al Nord - si emigra - per lavoro, al Sud si scappa per piacere e scelta di vita.
E la mafia?
Il Sud è speciale per gli inviati. È l’esotico in lingua italiana. Anche per i giornali del Sud. Il lavoro nero è uguale dappertutto, nel Veneto come in Puglia: sfruttamento e cartoni. Ma in Puglia è scandaloso. Assassini efferati si commettono dappertutto, ma il sindaco di Brescia sospetta dei calabresi – ora si fanno pagare come i bresciani.
Il pizzo è eminentemente mafioso. È il segno della mafia, della protervia. Ma è il principio della concussione, così diffusa.
La concussione è una manifestazione del potere, non della società. È il termometro della degradazione del potere, sovrimposto alla società, in tutte le sue forme, non ne è espressione. È anche una concezione di vita, ma limitatamente: risponde a una delle forme dello Stato secondo Weber, lo Stato patrimoniale. Ma è in nuce il segnale della morbilità di un sistema di potere, da quello religioso a quello del lager. Prospera ancora perché l’ambiente è morbile – in questo senso vale l’espressione “agonia del Sud”.
La storia del Sud finisce con l’unità: è da allora che subentra la barbarie. Il deserto. L’ignoranza. La fuga. Anzi dai moti carbonari, che avrebbero dovuto essere di libertà, ma finirono nella finta indignazione gladstoniana. Prima il Sud ha una storia, tutto il Sud, poi è il deserto. Giusto rimane un po’ di storia normanna, e angioina, Francia docet.
Napoli non è mai stata una capitale, e il Regno un regno. Si vede nell’ostilità di alcune popolazioni, i calabresi, i salentini, i molisani, i baresi. Perfino le nazionalità ebraiche, quelle ponentine almeno, così attaccate alle radici, per quanto provvisorie, e alla memoria delle radici, la spagnola, la catalana, la portoghese, la provenzale, non hanno memoria di Napoli, che bene o male li ha ospitati per alcuni secoli – né della Sicilia.
Si vede in Africa, dove i contrasti sono accentuati, non mediati dal telaio statale: dove c’è mitezza, fino alla sfinimento, la violenza è selvaggia.
A lungo la Puglia fu Langobardia. Si sa ma non si dice.
Tutti arabi, in Sicilia, in Calabria, e fino a Bari, per almeno un secolo, ma non si deve sapere.
Il tarì arabo arriva fino a Pirandello.
Chi non conosce la Sicilia conosce poco dell’Italia, e non può apprezzare l’Europa.
Sudismi\sadismi. “La densità criminale in Calabria (rapporto tra popolazione e affiliati ai clan) è del 27 per cento”, Curzio Maltese, “La Repubblica, 25 aprile 2007. Giorno della liberazione. Un calabrese su quattro è affiliato ai clan. Tolti i bambini un calabrese su due. Io che frequento molti calabresi, tolto me stesso, frequento affiliati e affiliate. E c’è chi fornisce queste cifre. Sotto forma di studi. Magari pagati da noi, all’università, in caserma, nei tribunali, nelle onlus. “A Reggio Calabria siamo (la densità criminale è, n.d.r.) al 50 per cento, significa che una persona su due è coinvolta, a vario titolo, in attività criminali”. Cioè, tolti i bambini, tutti. Reggio è il posto dove ho più conoscenze.
“Il paese primogenito” è per Ingeborg Bachmann la Calabria alle Castella: “Nel mio paese primogenito, nel Sud,\mi portai e trovai, impoverite e nude,\e sino alla cintola in mare,\città e castello… ”.
“Il mondo moderno è essenzialmente settentrionale. Meridionale invece era il mondo antico. Attività, potenza, idee in marcia, progresso: tutto nel mondo moderno si polarizza attorno alla parola “Settentrione”. Alberto Savinio, che nel 1948 era stato in viaggio elettorale in Calabria, ricavandone il non edificante “Partita rimandata. Diario calabrese”, pubblicò sul “Corriere della sera” il 2 gennaio 1951, dopo aver viaggiato negli Stati Uniti, l’elzeviro “La luce viene dal Sud”, che constata la prevalenza del Nord: a Nord tutto il buono, al Sud tutto il peggio. Ma poi nota che molti scappano al Sud: “località dell’Arkansas, della Louisiana, del Nuovo Messico, del Texas, povere e desolate fino a ieri, si vanno popolando rapidamente, acquistando ricchezza e splendore”. È un movimento accennato, di cui Savinio profetizza il boom. Perché ne intravede le ragioni: si fugge dalla fuga in avanti, dallo sconfinato, dall’illimitato, “ritornare al mondo antico, o euclideo, o meridionale, significa ritornare a un mondo le cui porte tutt’intorno sono chiuse, significa non più vivere nell’ossessione”. Analoga ripresa Savinio notava del cattolicesimo sul protestantesimo, “presso popolazioni prevalentemente protestanti”, come gli Stati Uniti e l’Olanda. Ma altrettanto certo si diceva del ritorno al Sud in Italia (“sempre gli italiani hanno preferito il pane di grano alla chimica, specie alla chimica mentale”), e qui si sbagliava.
Si va al Nord - si emigra - per lavoro, al Sud si scappa per piacere e scelta di vita.
E la mafia?
Il Sud è speciale per gli inviati. È l’esotico in lingua italiana. Anche per i giornali del Sud. Il lavoro nero è uguale dappertutto, nel Veneto come in Puglia: sfruttamento e cartoni. Ma in Puglia è scandaloso. Assassini efferati si commettono dappertutto, ma il sindaco di Brescia sospetta dei calabresi – ora si fanno pagare come i bresciani.
Il pizzo è eminentemente mafioso. È il segno della mafia, della protervia. Ma è il principio della concussione, così diffusa.
La concussione è una manifestazione del potere, non della società. È il termometro della degradazione del potere, sovrimposto alla società, in tutte le sue forme, non ne è espressione. È anche una concezione di vita, ma limitatamente: risponde a una delle forme dello Stato secondo Weber, lo Stato patrimoniale. Ma è in nuce il segnale della morbilità di un sistema di potere, da quello religioso a quello del lager. Prospera ancora perché l’ambiente è morbile – in questo senso vale l’espressione “agonia del Sud”.
La storia del Sud finisce con l’unità: è da allora che subentra la barbarie. Il deserto. L’ignoranza. La fuga. Anzi dai moti carbonari, che avrebbero dovuto essere di libertà, ma finirono nella finta indignazione gladstoniana. Prima il Sud ha una storia, tutto il Sud, poi è il deserto. Giusto rimane un po’ di storia normanna, e angioina, Francia docet.
Napoli non è mai stata una capitale, e il Regno un regno. Si vede nell’ostilità di alcune popolazioni, i calabresi, i salentini, i molisani, i baresi. Perfino le nazionalità ebraiche, quelle ponentine almeno, così attaccate alle radici, per quanto provvisorie, e alla memoria delle radici, la spagnola, la catalana, la portoghese, la provenzale, non hanno memoria di Napoli, che bene o male li ha ospitati per alcuni secoli – né della Sicilia.
Si vede in Africa, dove i contrasti sono accentuati, non mediati dal telaio statale: dove c’è mitezza, fino alla sfinimento, la violenza è selvaggia.
A lungo la Puglia fu Langobardia. Si sa ma non si dice.
Tutti arabi, in Sicilia, in Calabria, e fino a Bari, per almeno un secolo, ma non si deve sapere.
Il tarì arabo arriva fino a Pirandello.
Chi non conosce la Sicilia conosce poco dell’Italia, e non può apprezzare l’Europa.
Sudismi\sadismi. “La densità criminale in Calabria (rapporto tra popolazione e affiliati ai clan) è del 27 per cento”, Curzio Maltese, “La Repubblica, 25 aprile 2007. Giorno della liberazione. Un calabrese su quattro è affiliato ai clan. Tolti i bambini un calabrese su due. Io che frequento molti calabresi, tolto me stesso, frequento affiliati e affiliate. E c’è chi fornisce queste cifre. Sotto forma di studi. Magari pagati da noi, all’università, in caserma, nei tribunali, nelle onlus. “A Reggio Calabria siamo (la densità criminale è, n.d.r.) al 50 per cento, significa che una persona su due è coinvolta, a vario titolo, in attività criminali”. Cioè, tolti i bambini, tutti. Reggio è il posto dove ho più conoscenze.
venerdì 19 ottobre 2007
Calci a Putin 2: l'Europa aggredita da Est
Bush continua la politica dei calci in bocca a Putin. Che reagisce sgraziato – quelle nude conferenze stampa con se stesso che mette in scena alla tv, non ha neanche una claque di giornalisti. Fa il compare di Ahmadinejad, che solo aspetta di ridicolizzarlo, anche lui, magari sul Caspio. E minaccia armi risolutive, anche lui.
La situazione è di una semplicità disarmante. Si prenda la Russia, il più grande paese europeo, un ottimo mercato quindi, con risorse enormi di gas, e anche di petrolio. Prescindendo un momento da Putin, che ha reso decente una Russia scaduta a mafia, ma è sospettato di usare metodi da Kgb, compreso l’assassinio degli avversari. Conviene avere la Russia mafiosa oppure rispettabile? E allo sbando oppure governata, anche se con metodi da Kgb? Agli Stati Uniti possono convenire entrambe le prime opzioni – è contestabile, ma va’ a sapere. All’Europa sicuramente convengono solo le seconde opzioni. Ma, riottosa a Bush in tutto, l’Europa è su Putin e la Russia abulica, se non allineata e prona.
Si prenda poi Bush. Il presidente americano sarà folle, come vogliono i volubili (anti)americanisti italiani. Ma la politica americana degli ultimi quindici anni è lineare e scoperta: tenere aperti o creare zone delle tempeste sul fianco destro dell’Europa, nei territori palestinesi, in Irak, nell’ex Jugoslavia, e ora in Iran, in Russia e in Turchia. Sono gli anni di Clinton e Bush, del dopo-comunismo, e della globalizzazione, che si governata dal Pacifico, tra Stati Uniti e Cina.
La situazione è di una semplicità disarmante. Si prenda la Russia, il più grande paese europeo, un ottimo mercato quindi, con risorse enormi di gas, e anche di petrolio. Prescindendo un momento da Putin, che ha reso decente una Russia scaduta a mafia, ma è sospettato di usare metodi da Kgb, compreso l’assassinio degli avversari. Conviene avere la Russia mafiosa oppure rispettabile? E allo sbando oppure governata, anche se con metodi da Kgb? Agli Stati Uniti possono convenire entrambe le prime opzioni – è contestabile, ma va’ a sapere. All’Europa sicuramente convengono solo le seconde opzioni. Ma, riottosa a Bush in tutto, l’Europa è su Putin e la Russia abulica, se non allineata e prona.
Si prenda poi Bush. Il presidente americano sarà folle, come vogliono i volubili (anti)americanisti italiani. Ma la politica americana degli ultimi quindici anni è lineare e scoperta: tenere aperti o creare zone delle tempeste sul fianco destro dell’Europa, nei territori palestinesi, in Irak, nell’ex Jugoslavia, e ora in Iran, in Russia e in Turchia. Sono gli anni di Clinton e Bush, del dopo-comunismo, e della globalizzazione, che si governata dal Pacifico, tra Stati Uniti e Cina.
Nani e ballerine, Veltroni sovraesposto
Uno legge e non sa se sogna. Una lunga lista di scrittori, registi, attori, artisti si scopre aver brigato un posto nel carrozzone di Veltroni. Come già i nani e le ballerine del craxismo, ma alle dimensioni faraoniche di Veltroni, non duecento ma duemila. Con Giuliano Ferrara che partecipa al minuetto consigliando, senza ironia, un partito di massa “senza tessere”, naturalmente “all’americana”. A un partito che si litiga ovunque perfino le schede votate, e in Campania vorrebbe rifare le primarie. Mentre a Roma briga per cacciare Veltroni dal Campidoglio. A Lisbona è iscritto da Prodi d’autorità nel Pse, i socialisti europei – che c’entra Prodi col Partito democratico? E a Roma Spinaceto, con Patrizia Prestipino che presiede la circoscrizione, barrica col filo spinato le scuole contro i rom. Per non dire del contorno.
Sul “Messaggero” le multe inesigibili che il buon Veltroni ha affidato all’esattore, vecchie di dieci e quindici anni, pagate, annullate su ricorso etc., sarebbero “almeno un milione”. Ad “almeno” cento euro di media l’una, sono cento milioni che l’esattore ha anticipato al Comune. Un tesoretto sostanzioso, che il Comune s'inventa non si capisce se per farsi male, o per dare addosso al Monte di Paschi, il vecchio esattore - o per chiudere indenne il bilancio 2007, anno di grandi spese. Sul “Corriere” Maria Latella vuole i bamboccioni all’estero. Una presa in giro, uno pensa, di Padoa Schioppa, i cui figli hanno fatto carriera all’estero, e invece no, la giornalista consiglia: “Tenerselo a casa, “così studia”, non mi convince. Si può provare a studiare all’estero, per esempio”. Sullo stesso “Corriere Roma” tornano a via Veneto gli sciuscià, africani. Tornano “per far risplendere il futuro”. Sono di contorno alla Festa del cinema, glamour romano. Per la quale il sindaco in persona si spende, a ogni passerella.
Tutto questo in un giorno. Non che cambi nulla, nemmeno una virgola, ma tanta supponente superficialità sconcerta. Il fiuto di Veltroni per la comunicazione, e i suoi consulenti, che hanno fatto meraviglie sul nulla, sembrano smarriti nella sovraesposizione: sembra proprio che sotto il vestito non ci sia nulla. A meno che non siano i giornali, in una sorta di gara maligna a disorientare e svuotare l’opinione pubblica.
Sul “Messaggero” le multe inesigibili che il buon Veltroni ha affidato all’esattore, vecchie di dieci e quindici anni, pagate, annullate su ricorso etc., sarebbero “almeno un milione”. Ad “almeno” cento euro di media l’una, sono cento milioni che l’esattore ha anticipato al Comune. Un tesoretto sostanzioso, che il Comune s'inventa non si capisce se per farsi male, o per dare addosso al Monte di Paschi, il vecchio esattore - o per chiudere indenne il bilancio 2007, anno di grandi spese. Sul “Corriere” Maria Latella vuole i bamboccioni all’estero. Una presa in giro, uno pensa, di Padoa Schioppa, i cui figli hanno fatto carriera all’estero, e invece no, la giornalista consiglia: “Tenerselo a casa, “così studia”, non mi convince. Si può provare a studiare all’estero, per esempio”. Sullo stesso “Corriere Roma” tornano a via Veneto gli sciuscià, africani. Tornano “per far risplendere il futuro”. Sono di contorno alla Festa del cinema, glamour romano. Per la quale il sindaco in persona si spende, a ogni passerella.
Tutto questo in un giorno. Non che cambi nulla, nemmeno una virgola, ma tanta supponente superficialità sconcerta. Il fiuto di Veltroni per la comunicazione, e i suoi consulenti, che hanno fatto meraviglie sul nulla, sembrano smarriti nella sovraesposizione: sembra proprio che sotto il vestito non ci sia nulla. A meno che non siano i giornali, in una sorta di gara maligna a disorientare e svuotare l’opinione pubblica.
Marconi, "Per la verità" - e un po' di realismo
“Le conoscenze sono per forza vere” (p.24). A meno che uno non bari con se stesso.
E, Wittgenstein, “si dubita per ragioni ben precise” (p.26).
“C’è un modo in cui le cose stanno, e quindi ci sono proposizioni vere (quelle che dicono che le cose stanno in quel modo” (p.29).
“Ci sono valori che non riconosciamo come tali”, anche se li praticano altre persone o comunità (p.128).
“La tesi della tolleranza universale è assolutistica” (pp.129-130).
“Il relativismo morale non è soltanto una posizione teorica difficilmente difendibile, ma è moralmente riprovevole”.
“La verità è cosa banale e quotidiana” (p.152).
È un libro di logica, sorprendente per un tascabile, ma anche, per la concisione, sorprendente in filosofia, per il taglio polemico, ancorché sottile, per la scansione, “Verità”, “Relativismi”, “La paura della verità”, un richiamo all’ordine. Argomentato, impegnato, compassionevole, ma antidoto dichiarato al disarmo mentale. Reagente delle debolezza che è al fondo della crisi perdurante, tra estetismi e sansebastianismi. La verità però confina tra parentesi (p.151): “(la verità non appartiene a un regno più sublime dell’umile dominio dei fatti)”. Nel ritorno al common sense: “Tutti i giorni abbiamo bisogno della verità, ed è un bisogno spesso soddisfatto. Perché non riconoscerlo?” (p.157).
Diego Marconi, Per la verità, Einaudi Tascabile, pp.172, euro 10,00
E, Wittgenstein, “si dubita per ragioni ben precise” (p.26).
“C’è un modo in cui le cose stanno, e quindi ci sono proposizioni vere (quelle che dicono che le cose stanno in quel modo” (p.29).
“Ci sono valori che non riconosciamo come tali”, anche se li praticano altre persone o comunità (p.128).
“La tesi della tolleranza universale è assolutistica” (pp.129-130).
“Il relativismo morale non è soltanto una posizione teorica difficilmente difendibile, ma è moralmente riprovevole”.
“La verità è cosa banale e quotidiana” (p.152).
È un libro di logica, sorprendente per un tascabile, ma anche, per la concisione, sorprendente in filosofia, per il taglio polemico, ancorché sottile, per la scansione, “Verità”, “Relativismi”, “La paura della verità”, un richiamo all’ordine. Argomentato, impegnato, compassionevole, ma antidoto dichiarato al disarmo mentale. Reagente delle debolezza che è al fondo della crisi perdurante, tra estetismi e sansebastianismi. La verità però confina tra parentesi (p.151): “(la verità non appartiene a un regno più sublime dell’umile dominio dei fatti)”. Nel ritorno al common sense: “Tutti i giorni abbiamo bisogno della verità, ed è un bisogno spesso soddisfatto. Perché non riconoscerlo?” (p.157).
Diego Marconi, Per la verità, Einaudi Tascabile, pp.172, euro 10,00
mercoledì 17 ottobre 2007
Tinti, "Toghe rotte" - da Berlusconi
Il giudice Tinti dice tutto sul disordine della giustizia. Lo annuncia in anteprima e lo spiega in tv, sereno, soddisfatto di se stesso: la colpa, anche qui, è di Berlusconi. Si potrebbe dunque non leggere il suo libro, è chiaro che la colpa è di Berlusconi. Ma Tinti dice una cosa di più: che anche il Csm non funziona, e che il sindacato dei giudici è diviso in correnti “armate”. Il giudice lo dice non volendo. Lo dice anche in maniera stucchevole, sceneggiando i suoi assunti in dialoghi platonici o da sitcom, tra l'avvocato Debonis, il Defarabuttis etc., ma è importante che si cominci a parlarne: il Csm, organo costituzionale, presieduto dal presidente della Repubblica, è diviso in correnti e paralizzato dal sottogoverno. Che si tratti di un trasferimento, di una nomina, di una misera competenza. Questo è quello che tutti sanno da decenni, anche per la divulgazione dell’osservatorio bolognese di Giuseppe Di Federico, ma è importante che finalmente anche un giudice lo riconosca.
Per il resto il procuratore Tinti si trincera anche lui dietro le colpe dei politici: “Oggi in prigione finiscono i poveracci”, che purtroppo è sempre stato vero. E: “Da Mani Pulite in poi la preoccupazione (dei governi) è stata una sola: rendere non punibile la classe dirigente di questo paese”. Mentre il contrario è vero, che i politici sono più o meno tutti intercettati, roba da Sifar, e i giudici intoccabili. Anche quelli del tribunale fallimentare di Firenze che niente differenzia da una cosca. Anche il Pm che istruisce cause col penalista suo figlio. Anche il giudice che deposita la sentenza dopo quattro anni. O quello che lascia passare tre anni per un rinvio a giudizio. O quello – è lo stesso – che si rifiuta di giudicare dei terroristi perché li considera guerriglieri. Termine nuovo, recepito forse dal diritto latinoamericano, per dire combattente della libertà.
Il procuratore Tinti, così distinto, ritiene meritevoli del carcere solo i parlamentari. C'è una logica in tutto questo? Sì. La stessa per cui un giudice può argomentare, in Italia, impunemente, che un signore che prepara un eccidio è un combattente della Resistenza e non un terrorista, e anzi per questo diventare vedette della tv di Stato, con sarto, parrucchiere e truccatore al seguito. Il libro “Toghe rotte” serve ad aprire questa strada, si capisce che l’autore è contento: la televisione ancora più che i giornali è il traguardo di ogni giudice, la vanità. Più che rotte le toghe sono una casta, l’unica vera della Repubblica, si chiamano eccellenza, hanno anche gli ermellini, e si vendono i segreti ai giornali, impuniti e impunibili. Incorrotti e incorruttibili, come le ossa secche – se ne potrebbe fare un napoletano cimitero delle “anime pezzentelle”, un museo mobile.
Per il resto il procuratore Tinti si trincera anche lui dietro le colpe dei politici: “Oggi in prigione finiscono i poveracci”, che purtroppo è sempre stato vero. E: “Da Mani Pulite in poi la preoccupazione (dei governi) è stata una sola: rendere non punibile la classe dirigente di questo paese”. Mentre il contrario è vero, che i politici sono più o meno tutti intercettati, roba da Sifar, e i giudici intoccabili. Anche quelli del tribunale fallimentare di Firenze che niente differenzia da una cosca. Anche il Pm che istruisce cause col penalista suo figlio. Anche il giudice che deposita la sentenza dopo quattro anni. O quello che lascia passare tre anni per un rinvio a giudizio. O quello – è lo stesso – che si rifiuta di giudicare dei terroristi perché li considera guerriglieri. Termine nuovo, recepito forse dal diritto latinoamericano, per dire combattente della libertà.
Il procuratore Tinti, così distinto, ritiene meritevoli del carcere solo i parlamentari. C'è una logica in tutto questo? Sì. La stessa per cui un giudice può argomentare, in Italia, impunemente, che un signore che prepara un eccidio è un combattente della Resistenza e non un terrorista, e anzi per questo diventare vedette della tv di Stato, con sarto, parrucchiere e truccatore al seguito. Il libro “Toghe rotte” serve ad aprire questa strada, si capisce che l’autore è contento: la televisione ancora più che i giornali è il traguardo di ogni giudice, la vanità. Più che rotte le toghe sono una casta, l’unica vera della Repubblica, si chiamano eccellenza, hanno anche gli ermellini, e si vendono i segreti ai giornali, impuniti e impunibili. Incorrotti e incorruttibili, come le ossa secche – se ne potrebbe fare un napoletano cimitero delle “anime pezzentelle”, un museo mobile.
martedì 16 ottobre 2007
"Una transizione incompiuta", di giudici impuniti
Giorgio Napolitano, anche da presidente della Repubblica, continua a credere all’“esplosione della questione morale”. Allora e non prima, o dopo. A Milano, dove i reati della questione morale ogni giorno si moltiplicavano e si moltiplicano. A opera della Procura milanese, anche se questa non indaga i crimini a Milano (Eni, Rcs, il conte Fossati, immobiliarista della Curia). Per portare al governo, e al centro della vita politica del quindicennio, Berlusconi – abbiamo avuto, abbiamo l’era Berlusconi. Sembra anche credere – è pesante l’eredità di Berlinguer – che la questione morale sia di sinistra, mentre è sempre stata, e non è altro, che un regolamento di conti, in gergo di mafia si direbbe una guerra di clan. A cui le forze politiche che rappresentano gli onesti lavoratori devono stare attente ma di cui non sono protagoniste – devono anzi stare attente soprattutto a non lasciarsi manipolare.
Tangentopoli ha introdotto la libertà di licenziare, malgrado lo Statuto dei Lavoratori, questa è la vera storia – Napolitano tocca questo aspetto marginalmente, per i 650 mila licenziati nel 1993-94, mentre è l’aspetto centrale. Si vendono le industrie e le banche pubbliche con due Parlamenti di cui si minaccia, e si effettua, lo scioglimento. Al mercato si può arrivare in tanti modi: quello scelto dai padroni italiani è al solito l’eversione. La politica è in Italia succube dei grandi interessi finanziari, seppure attraverso il circuito fraudolento dell’opinione pubblica. L’effetto di Tangentopoli, duraturo, è stato di ridurre dal 45 al 35 per cento lo zoccolo elettorale della sinistra – al 32 se, come è giusto, la Lega viene posta stabilmente a destra.
Il presidente sembra credere inevitabile lo scioglimento del “suo” Parlamento” - quello che, seppure in soli diciotto mesi, ha lavorato più e meglio di tutti i Parlamenti repubblicani, compresi quelli della ricostruzione. A opera di un presidente della Repubblica, Scalfaro, che, complice o pusillanime, ne aveva tutta la voglia. Scalfaro è un presidente che ha sciolto ben due Parlamenti: in un’altra storia, per esempio in quella dell’Inghilterra moderna, del Long Parliament su cui si è modellata tutta la democrazia in Europa, si direbbe un golpista. La sinistra italiana lo ritiene invece suo baluardo. Col supporto di una magistratura che nella guerra alla politica ha ingigantito i suoi privilegi.
Perché questo è, non dispiaccia a Napolitano, il senso della “transizione”, nient’affatto incompiuta: una magistratura inattaccabile, per qualsiasi reato, calunnia, concussione, corruzione, abusi sessuali. Mentre i parlamentari venivano spogliati e si spogliavano, nel “suo” Parlamento, di ogni salvaguardia, in omaggio alla trasparenza, i magistrati si sono fatti invulnerabili. La magistratura, che Napolitano ora presiede, è l’ordine più privilegiato della Repubblica, con ermellini, eccellenze, auto blu, scorte, le retribuzioni più alte, e carriere automatiche senza lavorare. Con un autogoverno che puzza peggio di un pesce morto – avendo lavorato per un quindicennio in piazza dell’Indipendenza possiamo assicurarlo personalmente.
Tangentopoli ha introdotto la libertà di licenziare, malgrado lo Statuto dei Lavoratori, questa è la vera storia – Napolitano tocca questo aspetto marginalmente, per i 650 mila licenziati nel 1993-94, mentre è l’aspetto centrale. Si vendono le industrie e le banche pubbliche con due Parlamenti di cui si minaccia, e si effettua, lo scioglimento. Al mercato si può arrivare in tanti modi: quello scelto dai padroni italiani è al solito l’eversione. La politica è in Italia succube dei grandi interessi finanziari, seppure attraverso il circuito fraudolento dell’opinione pubblica. L’effetto di Tangentopoli, duraturo, è stato di ridurre dal 45 al 35 per cento lo zoccolo elettorale della sinistra – al 32 se, come è giusto, la Lega viene posta stabilmente a destra.
Il presidente sembra credere inevitabile lo scioglimento del “suo” Parlamento” - quello che, seppure in soli diciotto mesi, ha lavorato più e meglio di tutti i Parlamenti repubblicani, compresi quelli della ricostruzione. A opera di un presidente della Repubblica, Scalfaro, che, complice o pusillanime, ne aveva tutta la voglia. Scalfaro è un presidente che ha sciolto ben due Parlamenti: in un’altra storia, per esempio in quella dell’Inghilterra moderna, del Long Parliament su cui si è modellata tutta la democrazia in Europa, si direbbe un golpista. La sinistra italiana lo ritiene invece suo baluardo. Col supporto di una magistratura che nella guerra alla politica ha ingigantito i suoi privilegi.
Perché questo è, non dispiaccia a Napolitano, il senso della “transizione”, nient’affatto incompiuta: una magistratura inattaccabile, per qualsiasi reato, calunnia, concussione, corruzione, abusi sessuali. Mentre i parlamentari venivano spogliati e si spogliavano, nel “suo” Parlamento, di ogni salvaguardia, in omaggio alla trasparenza, i magistrati si sono fatti invulnerabili. La magistratura, che Napolitano ora presiede, è l’ordine più privilegiato della Repubblica, con ermellini, eccellenze, auto blu, scorte, le retribuzioni più alte, e carriere automatiche senza lavorare. Con un autogoverno che puzza peggio di un pesce morto – avendo lavorato per un quindicennio in piazza dell’Indipendenza possiamo assicurarlo personalmente.
domenica 14 ottobre 2007
Per Veltroni un partito del 4 per cento
Successo annunciato per Veltroni e, purtroppo, successo annunciato di votanti, che nelle ultime tre ore si sono più che raddoppiati - erano solo un milione e mezzo alle 17, a nove ore dall'apertura dei seggi. Ma anche tre milioni di italiani impegnati nel Partito democratico sono niente, checché si dica – con 35 mila candidati e 70 mila volontari: è un altro partito del 4 per cento o poco più. Magari migliorerà, ma il nuovo partito è alla nascita un’occasione perduta, per un motivo scoraggiante. Gli (ex) democristiani e gli (ex) comunisti non se la sono sentita di schierarsi dietro Veltroni per il motivo sbagliato: perché non si sono sentiti garantiti dalla nuova leadership nei loro maneggi e piccoli privilegi (il nipote di Giacomo Mancini, parlamentare socialista, è arrivato a denunciare, in Parlamento, pressioni fisiche e minacce da parte di ex Pci al suo paese, senza meraviglia). Può darsi che Veltroni trovi, con la sua insuperata abilità di comunicatore, la via per sciogliere queste riserve, ma non senza piegarsi alle mafie politiche. Le fondamenta attuali del partito sono peraltro labili: a Roma i Parioli e il Centro Storico, via Giulia, cioè, il rione Monti e gli immigrati.
Non riesce a sinistra quello che è riuscito a destra con Berlusconi e Forza Italia, che dopo quindici anni di divagazioni (il partito tv, il partito del capo, il partito di plastica, eccetera), gli scienziati della politica scoprono primo partito in Italia. È la sinistra meno flessibile politicamente, più incistata nei pregiudizi? È più avida? Ha più affarucci da proteggere?
Non riesce a sinistra quello che è riuscito a destra con Berlusconi e Forza Italia, che dopo quindici anni di divagazioni (il partito tv, il partito del capo, il partito di plastica, eccetera), gli scienziati della politica scoprono primo partito in Italia. È la sinistra meno flessibile politicamente, più incistata nei pregiudizi? È più avida? Ha più affarucci da proteggere?
Grazie a Prodi i Benetton si tengono Autostrade
I Benetton si tengono Autostrade. Confortati dai consiglieri di Prodi sul futuro roseo della società. Che potrebbe avere incrementi tariffari garantiti. Ufficialmente il presidente del consiglio è ancora impegnato nella soluzione spagnola, d'accordo col suo amico Zapatero. In realtà ha fatto opera di convinzione su Gilberto Benetton per riconsiderare la cessione di Autostrade. I Benetton non sono più in deficit di liquidità, e Prodi ha promesso l'attenzione del governo. Il silenzio ormai prolungato di Di Pietro, che aveva preannunciato guerra ai Benetton, è parte del gentelen's agreement a Palazzo Chigi. Queusta è l'ultima "sistemazione", in ordine di tempo, delle grandi aziende italiane che Prodi sta attuando a tempo di record dal maggio 2006, ma non è l'ultima: resta da sistemare Alitalia, dopo il flop delle aste e dell'ideologia del mercato di Padoa Schioppa.
venerdì 12 ottobre 2007
Governa il partito che non c'è
Si rinverdiscono tra i grandi del giornalismo i fastosi anni 1980, con i partiti trasversali e le campagne tra “Repubblica” e “Corriere”: “Sei il centro mascherato!”, “Tu sei l'estremista!”, il solito ping-pong per allocchi, con aggraziati dibattiti, sul dopo Prodi, che invece – grazie anche a questi manierati duelli – ne ride a Palazzo Chigi. Se ne potrebbe arguire l’indigenza della politica - com'è nell’auspicio dei grandi giornali, che suppliscono a tutto, anche alla politica. Se non fosse che la guerra figurata, con tutti questi bum! e minuetti, serve sempre a coprire il governo reale, del partito che non c’è, della borghesia che si nega. Detto anche partito della crisi, o dell’Italia di merda. Il governo dei supplenti: i belli-e-buoni, un po’ di banca e un po’ di giornali, un po’ di affari e un po’ di moralismo, un po’ di maneggioni e un po’ di sbirri, i mejo.
Il nucleare si chiama Battista
Il “Corriere” affida a Pierluigi Battista, illustre letterato, il rilancio del nucleare in Italia. Con gli argomenti noti: ne ha bisogno la tecnologia e la scienza, ne ha bisogno il costo del kWh, e ne ha bisogno l’ambiente, anche questo, l’effetto serra. È sempre lo stesso procedimento di contornare il problema per non affrontarne gli sgradevoli fattori. Chi, quale azienda può puntare a fare una centrale nucleare in Italia, se non qualche avventuriero per spendersi i soldi di Bersani, magari a titolo di ricerca scientifica? In Italia non si costruisce niente, nemmeno un benefico acquedotto, o un depuratore di acque, se non si passa in mezzo a innumerevoli sbarramenti, politici, amministrativi, giurisdizionali: tutti vogliono qualcosa (hanno qualcosa da dire) e niente si fa. Si fanno solo centrali eoliche inutili, o centrali solari di pronta obsolescenza, perché lì sono i soldi da grattare - con l'Enel non si può.
La ripresa c'è già stata, ora c'è il ristagno
Almunia-Prodi, sembra uno scontro fra titani, ed è una partita truccata: uno 0,2 per cento, nell’aumento del pil o nell’aumento del debito, “non esiste”. La ripresa c’è già stata, pochi mesi dopo l’11 settembre e per gli scorsi cinque anni. Nei quattro quinti del mondo, solo l’Europa ne è rimasta fuori. Questo tutto il mondo lo sa, eccetto l’Italia – c’era da vituperare Bush – e forse la stessa Europa. Ora che la ripresa non c’è più ed è subentrato il ristagno non si può dire nemmeno questo – la colpa è sì di Bush, ma al governo c’è Prodi e quindi le cose vanno bene. Ma ristagna il credito (gli investimenti, i consumi), le banche centrali hanno le armi spuntate, in America e in Europa, e anche l’Asia non tira più molto. Né s’intravede via d’uscita, l’Europa restando arroccata sul suo perbenismo monetario. Si dice che la Germania è in grande spolvero è invece ha quattro milioni di disoccupati, veri, e un governo di coalizione destra-sinistra. Mentre le banche si guardano per vedere quale sarà il prossimo botto, dopo i due fallimenti di settembre.
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