Con tatto, col tempo, con procedure normali, ma il “cuore napoletano” della Procura milanese cesserà presto di battere, il cosiddetto pool ex Mani Pulite. Dagli avvocati peraltro definito la “cellula”, la “cosca”, la “cupola”, variamente ma sempre in termini non lusinghieri. La decisione sarebbe stata materia di conversazione di Antonio Mancino, il vicepresidente del Csm, con parlamentari ex Dc a lui vicini, nella convinzione che il presidente della Repubblica, che formalmente presiede il Csm, non si opporrà.
L’orientamento viene giustificato con tre motivi. Il processo penale a carico del sindaco di Milano per le nomine è opinabile e poteva essere risparmiato. Le dichiarazioni già rese da Clementina Forleo, il gip milanese rimosso dal Csm, e quelle che sicuramente renderà, gettano ombre non dissolte sulla Procura, sia sul cosiddetto pool che sulla dirigenza. Le frequentazioni dell’ex magistrato D’Ambrosio, ora parlamentare diessino, delineano un pool di partito.
Le ultime due motivazioni si collegano indirettamente anche al disagio di molti ex Dc nel Partito democratico, ritenuto troppo centralista, o ex comunista. La convinzione di Mancino che il capo dello Stato non si opporrà nascerebbe invece dal disagio di Milano. Il flirt della città con la Procura, da qualche tempo indebolito, dopo la kermesse anti-Berlusconi, si è interrotto col procedimento a carico del sindaco per le nomine al Comune. Borrelli, il capo storico dei grandi magistrati napoletani a Milano, ha cercato di rimediare dando ragione a Letizia Moratti. Ma la procedura è ormai avviata, anche se non decisa. La severa critica che D’Ambrosio, altro capo storico dei napoletani, ha rivolto a Borrelli va letta alla luce di questi orientamenti. Con l’effetto più probabile di confermarli invece che, come D’Ambrosio può aver sperato, di bloccarli.
sabato 8 dicembre 2007
Luttazzi licenziato sul caso Milano
Non sono state le offese a Ferrara a determinare l’allontanamento di Luttazzi da La 7. Il motivo vero è stato il contenuto della trasmissione che doveva andare in onda oggi, e che secondo chi ha collaborato con il comico doveva riguardare anche il caso Milano (le nomine e le consulenze del sindaco Letizia Moratti) e il papa "tedesco". La decisione sarebbe stata presa dopo la comunicazione della scaletta della puntata.
Daniele Luttazzi non parla, tace anche il suo blog, indeciso se non gli convenga uscire ancora una volta da sinistra, sacrificato cioè per pressioni di destra. La 7 ha sospeso”Decameron”, la trasmissione di Luttazzi, e ha rotto il contratto col comico ieri, adducendo le “gravi offese” arrecate nella precedente puntata a Giuliano Ferrara. La precedente puntata era andata in onda una settimana fa, ed era stata replicata sulla stessa rete alle 24 di giovedì, poche ore prima del “licenziamento” di Luttazzi. Con una promozione notevole: la puntata dell'1 dicembre veniva accreditata da La 7 di 2,7 milioni di spettatori, un record storico, per l'ora e per una trasmissione di satira.
Daniele Luttazzi non parla, tace anche il suo blog, indeciso se non gli convenga uscire ancora una volta da sinistra, sacrificato cioè per pressioni di destra. La 7 ha sospeso”Decameron”, la trasmissione di Luttazzi, e ha rotto il contratto col comico ieri, adducendo le “gravi offese” arrecate nella precedente puntata a Giuliano Ferrara. La precedente puntata era andata in onda una settimana fa, ed era stata replicata sulla stessa rete alle 24 di giovedì, poche ore prima del “licenziamento” di Luttazzi. Con una promozione notevole: la puntata dell'1 dicembre veniva accreditata da La 7 di 2,7 milioni di spettatori, un record storico, per l'ora e per una trasmissione di satira.
giovedì 6 dicembre 2007
Pausa a Trieste, fino a primavera
A una settimana dall’appuntamento, si rinvia la decisione sulla governance di Assicurazioni Generali. I soci francesi di Mediobanca hanno convinto l’amico Geronzi, che a sua volta ha dato indicazioni in tal senso a Vittorio Ripa di Meana, di stemperare le critiche al Leone sulla governance. La questione verrà discussa in privato nelle prossime settimane, e portata di nuovo alla ribalta nelle assemblee di bilancio in primavera.
La questione, solevata dal piccolo fondo Algebris, da null’altro deriva, come si sa, che dal desiderio di Geronzi di finire in bellezza al vertice di Generali. Sostenuto dall’amico Bazoli, che completerebbe la sua napoleonica conquista del grande capitale italiano. Sei mesi di surplace non sono quindi un grande spreco. Lo stesso Geronzi incontra qualche problema: neo presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, dovrebbe trovare un adeguato sostituto nel momento in cui approderà a Trieste, e ancora non ce l’ha.
La questione, solevata dal piccolo fondo Algebris, da null’altro deriva, come si sa, che dal desiderio di Geronzi di finire in bellezza al vertice di Generali. Sostenuto dall’amico Bazoli, che completerebbe la sua napoleonica conquista del grande capitale italiano. Sei mesi di surplace non sono quindi un grande spreco. Lo stesso Geronzi incontra qualche problema: neo presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, dovrebbe trovare un adeguato sostituto nel momento in cui approderà a Trieste, e ancora non ce l’ha.
Secondi pensieri (5)
zeulig
Asceta - È tutto corpo, è un fissato.
Ateismo – È un religione – diabolica: è un dogma.
Barbarie – Sempre la barbarie prevale sulla civiltà.
È così ce si abbattono gli imperi – e si ricostituiscono.
È per questo che non c’è progresso lineare, è una sommatoria, per la barbarie insorgente.
La civiltà è un accumulo, ma di residui.
Borghesia - È da sempre in crisi, senza idee, senza principi, senza animo. Da quando ha vinto la Rivoluzione e comanda il mondo. O da quando si fanno i romanzi, all’incirca la stessa data.
Gli autori dei suoi ridicolissimi romanzi, “Bovary”, “Il tempo perduto”, sono però abilissimi. La sua speciale capacità – la sua forza - è il ridicolo?
Chiese – Sono per il turismo, non per la fede. Ma attraverso il turismo – la cultura – la religioe rigurgita, seppure in modo tenue, dissipatorio. Ancora una volta ha torto Freud, “diffondete la cultura e si svuoteranno le chiese”: il turismo reintroduce nella cultura laica le chiese. E cioè, sotto forma di santi, storie, tradizioni e, per quanto ne può risentire un turista affranto, emozioni, la religione.
Classico – S’intende quello che ritorna, un revenant. Anche un rêvenant.
È la più geniale, fortunata, duratura costruzione della storia. Onesta ma imperiale. Culturale ma incisiva, e anzi hard: gli ordini dell’architettura, le proporzioni, la prospettiva, le grammatiche della filosofia, le leggi della politica e dell’economia, tutto questo è stato ed è ben consistente. È l’Occidente, che il classico ha inventato quale misura di se stesso. È due millenni e mezzo – retrospettivamente: classico è anche appropriarsi del passato, seppure con qualche problema (la storia è classico indefinito) – di storia universale. Occultando il semplice incontrovertibile fatto che l’Europa viene dall’Asia, l’Occidente dall’Oriente. Il che a sua volta non vuole dire nulla, è un semplice fatto evolutivo.
Contesto - È contestabile.
Coscienza – È l’altro lato del subconscio. Altrettanto inattendibile.
Deserto - È pieno di se stesso. Mette al centro se stesso e la solitudine cioè, scarnificando le illusioni. È vivo nel senso che scolpisce di ognuno il contorno – il deserto di sabbia come quello figurato..
Dio. È in effetti cosa da teologi, se c’è e come fa. Ma è anche la storia divina di tutti, compreso chi non esprime né merita un briciolo di eternità, il quale altrimenti non sarebbe che un ammasso di gas e d’acqua. È la storia, Napoleone compreso.
Non è buono. È povero, ignorante, stupido, cattivo normalmente – è in questo che la Bibbia ha ragione. È furbo, carrierista, egoista, duro quando è al suo meglio e più ha successo. La religione è un rimedio a Dio.
È umano. È solo umano, Lui stesso lo sa, che nella Bibbia si prospetta uomo, seppure in fieri.
È l’impossibilità.
L’impossibile è qualcosa che si vorrebbe – essere, avere, sapere. Dio è questa tensione, in questo senso è umano.
Sarà fuori dal mondo, ma nessuno che ci crede fa a meno di un suo figlio, un suo profeta, un suo compagno di merende.
Si collega al bene e al male e questo è male: bene e male sono cose tutte umane, incerte, mutevoli, perfino opportunistiche. Lo stesso l'onnimani, è un male. Dio è un derivato - nel senso tecnico, finanziario, della parola – di qualche poeta o lestofante in vena di regalità. Dio è un principio attivo, direbbe un farmacologo.
Ironia – È conservatrice: non rivolta, disinnesca la rivolta.
Media – Sono sempre più parte dell’apparato repressivo e non dell’opinione pubblica.
O l’Opinione è apparato repressivo? Tanto più duro per essere subdolo – avvertito, flessibile.
Opinione pubblica – Ma è la realtà virtuale!
Altro che coscienza vigile della nazione, democrazia, libertà! È finzione. È più spesso sopraffazione, del più dritto (capace) ma anche del più potente e del più ricco.
È il fascismo contemporaneo. Non manesco, ma altrettanto violento e invadente.
Preghiera – S’indirizza in realtà a sé stessi e agli altri, non a Dio. La divinità ne è un punto di forza, m chiedere si può solo a sé e agli altri, individuati e indistinti.
È consolatoria perché è propositiva. È un proponimento.
Scoperta - È riconoscersi. Si fa per immedesimazione. Con un ambiente, una persona, un’opera d’artista.
Tempo - È la paura della morte – è un metronomo, che batte la morte.
In altri orizzonti di passaggio, nelle stelle, nei fiori, nella durata cioè e nell’effimero, lo stesso tempo e lo stesso mondo si caricano di ebrietà. Sicuramente non ci piacerebbe morire in poche ore, e nemmeno durare per un’eternità, come i fiori e le stelle, e tuttavia non ne ricaviamo un’accentuazione della paura che ci incute il tempo terribile. Al contrario, è come se l’effimero e l’eterno si sgravassero di questo sgradevole incumbent. Ci liberano dalla pura della morte, che è scadenza, a tempo.
zeulig@gmail.com
Asceta - È tutto corpo, è un fissato.
Ateismo – È un religione – diabolica: è un dogma.
Barbarie – Sempre la barbarie prevale sulla civiltà.
È così ce si abbattono gli imperi – e si ricostituiscono.
È per questo che non c’è progresso lineare, è una sommatoria, per la barbarie insorgente.
La civiltà è un accumulo, ma di residui.
Borghesia - È da sempre in crisi, senza idee, senza principi, senza animo. Da quando ha vinto la Rivoluzione e comanda il mondo. O da quando si fanno i romanzi, all’incirca la stessa data.
Gli autori dei suoi ridicolissimi romanzi, “Bovary”, “Il tempo perduto”, sono però abilissimi. La sua speciale capacità – la sua forza - è il ridicolo?
Chiese – Sono per il turismo, non per la fede. Ma attraverso il turismo – la cultura – la religioe rigurgita, seppure in modo tenue, dissipatorio. Ancora una volta ha torto Freud, “diffondete la cultura e si svuoteranno le chiese”: il turismo reintroduce nella cultura laica le chiese. E cioè, sotto forma di santi, storie, tradizioni e, per quanto ne può risentire un turista affranto, emozioni, la religione.
Classico – S’intende quello che ritorna, un revenant. Anche un rêvenant.
È la più geniale, fortunata, duratura costruzione della storia. Onesta ma imperiale. Culturale ma incisiva, e anzi hard: gli ordini dell’architettura, le proporzioni, la prospettiva, le grammatiche della filosofia, le leggi della politica e dell’economia, tutto questo è stato ed è ben consistente. È l’Occidente, che il classico ha inventato quale misura di se stesso. È due millenni e mezzo – retrospettivamente: classico è anche appropriarsi del passato, seppure con qualche problema (la storia è classico indefinito) – di storia universale. Occultando il semplice incontrovertibile fatto che l’Europa viene dall’Asia, l’Occidente dall’Oriente. Il che a sua volta non vuole dire nulla, è un semplice fatto evolutivo.
Contesto - È contestabile.
Coscienza – È l’altro lato del subconscio. Altrettanto inattendibile.
Deserto - È pieno di se stesso. Mette al centro se stesso e la solitudine cioè, scarnificando le illusioni. È vivo nel senso che scolpisce di ognuno il contorno – il deserto di sabbia come quello figurato..
Dio. È in effetti cosa da teologi, se c’è e come fa. Ma è anche la storia divina di tutti, compreso chi non esprime né merita un briciolo di eternità, il quale altrimenti non sarebbe che un ammasso di gas e d’acqua. È la storia, Napoleone compreso.
Non è buono. È povero, ignorante, stupido, cattivo normalmente – è in questo che la Bibbia ha ragione. È furbo, carrierista, egoista, duro quando è al suo meglio e più ha successo. La religione è un rimedio a Dio.
È umano. È solo umano, Lui stesso lo sa, che nella Bibbia si prospetta uomo, seppure in fieri.
È l’impossibilità.
L’impossibile è qualcosa che si vorrebbe – essere, avere, sapere. Dio è questa tensione, in questo senso è umano.
Sarà fuori dal mondo, ma nessuno che ci crede fa a meno di un suo figlio, un suo profeta, un suo compagno di merende.
Si collega al bene e al male e questo è male: bene e male sono cose tutte umane, incerte, mutevoli, perfino opportunistiche. Lo stesso l'onnimani, è un male. Dio è un derivato - nel senso tecnico, finanziario, della parola – di qualche poeta o lestofante in vena di regalità. Dio è un principio attivo, direbbe un farmacologo.
Ironia – È conservatrice: non rivolta, disinnesca la rivolta.
Media – Sono sempre più parte dell’apparato repressivo e non dell’opinione pubblica.
O l’Opinione è apparato repressivo? Tanto più duro per essere subdolo – avvertito, flessibile.
Opinione pubblica – Ma è la realtà virtuale!
Altro che coscienza vigile della nazione, democrazia, libertà! È finzione. È più spesso sopraffazione, del più dritto (capace) ma anche del più potente e del più ricco.
È il fascismo contemporaneo. Non manesco, ma altrettanto violento e invadente.
Preghiera – S’indirizza in realtà a sé stessi e agli altri, non a Dio. La divinità ne è un punto di forza, m chiedere si può solo a sé e agli altri, individuati e indistinti.
È consolatoria perché è propositiva. È un proponimento.
Scoperta - È riconoscersi. Si fa per immedesimazione. Con un ambiente, una persona, un’opera d’artista.
Tempo - È la paura della morte – è un metronomo, che batte la morte.
In altri orizzonti di passaggio, nelle stelle, nei fiori, nella durata cioè e nell’effimero, lo stesso tempo e lo stesso mondo si caricano di ebrietà. Sicuramente non ci piacerebbe morire in poche ore, e nemmeno durare per un’eternità, come i fiori e le stelle, e tuttavia non ne ricaviamo un’accentuazione della paura che ci incute il tempo terribile. Al contrario, è come se l’effimero e l’eterno si sgravassero di questo sgradevole incumbent. Ci liberano dalla pura della morte, che è scadenza, a tempo.
zeulig@gmail.com
Milano è sempre meno Napoli
C’è un magistrato napoletano, Antonio Patrono, a capo della sezione del Csm che ha allontanato Clementina Forleo da Milano, ma l’impressione è sempre più netta che Milano si vuole distinguere dai “napoletani”. Dai brillanti magistrati della Procura di Borrelli che in questi vent’anni l’hanno rivoltata come un calzino, come si è espresso uno di loro. L’ottimo napoletano D’Ambrosio, che ogni pochi giorni fa delle riunioni riservate con i suoi compagni napoletani, e conviviali con i napoletani simpatizzanti. Le inchieste sulla Moratti e su Penati. La mancata archiviazione delle inchieste su Moratti-Saras e su Telecom-Tronchetti Provera. E più in generale un atteggiamento troppo brillante. Sono tanti i fatti e gli umori che non quadrano più a una Milano solidamente confessionale. La Procura napoletana s’è incuneata nel vuoto di potere tra la Milano laica, di Cuccia, di Greppi, di Aniasi-Craxi, e quella che attorno alla Cariplo e all’Ambrosiano ha ricostruito Giovanni Bazoli. La sua stagione sarebbe quindi conclusa.
Per chi vota Forleo
La giudice Forleo esce dal Csm apparentemente sola. E l’unanimità in effetti c’è stata, contro di lei: instabile, eccetera. Ma più peserà questa unanimità, in un covo smaliziato, per così dire, qual è il Csm, sul futuro del Partito democratico, anche se più su quello di D’Alema e della tecnostruttura dei vecchi Ds che su quello di Veltroni. Perché la Forleo viene cacciata da Milano per le intercettazioni, che sono state e sono patrimonio di certa sinistra ma non si devono applicare ai Ds, e perché lascia a Brescia sei ore di dichiarazioni su cui, malgrado la parola d’ordine del silenzio, non sarà facile non pettegolare.
Il fucile non appare puntato, malgrado lo spirito polemico, dalla stessa Forleo. La quale sembra trovare difficoltà alla discesa in campo politica: molti la vedono in An, ma non è possibile, osta il giudizio positivo sul terrorismo islamico. I suoi argomenti sono però ghiotta materia per gli amici di Veltroni nello stesso Partito democratico. Sui gruppetti politici della Procura di Milano. Sulle inchieste che d’improvviso si fermano, dopo un pranzo con D’Ambrosio, certo casualmente. Sul galantuomo Guido Rossi, che denuncia Unipol per l’affare Bnl e poi difende D’Alema. Sulle pressioni politiche, cioè diessine, sui magistrati. Rivelazioni che, è scommessa facile, sono solo all’inizio. Anche se nella fattispecie non ci sono intercettazioni: i magistrati si abbaiano molto ma non si mordono realmente.
Il fucile non appare puntato, malgrado lo spirito polemico, dalla stessa Forleo. La quale sembra trovare difficoltà alla discesa in campo politica: molti la vedono in An, ma non è possibile, osta il giudizio positivo sul terrorismo islamico. I suoi argomenti sono però ghiotta materia per gli amici di Veltroni nello stesso Partito democratico. Sui gruppetti politici della Procura di Milano. Sulle inchieste che d’improvviso si fermano, dopo un pranzo con D’Ambrosio, certo casualmente. Sul galantuomo Guido Rossi, che denuncia Unipol per l’affare Bnl e poi difende D’Alema. Sulle pressioni politiche, cioè diessine, sui magistrati. Rivelazioni che, è scommessa facile, sono solo all’inizio. Anche se nella fattispecie non ci sono intercettazioni: i magistrati si abbaiano molto ma non si mordono realmente.
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Alfa-Mercedes? Napoli indifferente
Chiudere Pomigliano per due mesi per un corso d’efficienza è il segno più tangibile del degrado di Napoli, che non è tanto materia di droga e di camorra quando di cattiva ideologia e mala amministrazione – la malvivenza c’è dappertutto, diventa regola se è la regola del suo tessuto sociale. L’operaio di Napoli è sempre stato professionale, per molte aziende, pubbliche e private (Ibm), il più professionale: rapido, attivo, produttivo. Finché non è intervenuto un certo sindacalismo, con la cultura politica del “non faticare”, che ha voluttuosamente accompagnato la deindustrializzazione dell’area napoletana e il passaggio al terziario. E la Fiat vi trova oggi la sua maggiore area di sofferenza.
Il gruppo torinese, che ha molto investito su Napoli, spostandovi tutta l’Alfa Romeo, la sua area di produzione medio-alta, raddoppiando l’occupazione in un quindicennio di dimezzamento complessivo del personale, dai poco meno di 4.000 ereditati dall’Alfasud a 7.500, non rinuncia e anzi rilancia. Tenere ferma la produzione per due mesi, per mandare i lavoratori a scuola di efficienza, è un grosso investimento. Da cui evidentemente si attende dei risultati. Che non sono però da considerare scontati. L’obiettivo della ristrutturazione è il raddoppio della produzione e – secondo l’ottima informativa di Salvatore Tropea su “Repubblica” – la produzione di componenti per conto della Mercedes. Dal punto di vista industriale è un forte rilancio, ma non dal punto di vista sindacale. Non necessariamente, non a Napoli: qualsiasi altro territorio farebbe faville per assicurarsi una produzione industriale, in Europa, in un settore maturo, con così forti prospettive di sviluppo, Napoli s’interroga. Cioè non s’interroga, non le interessa, non ci sono capitoli speciali da spendere, appalti, affarucci. Meglio il "Vulcano Buono" di Nola: in un centro commerciale, sotto la bandiera di Renzo piano, ci sono soldi per tutti, quello è un impegno per tutti.
Il gruppo torinese, che ha molto investito su Napoli, spostandovi tutta l’Alfa Romeo, la sua area di produzione medio-alta, raddoppiando l’occupazione in un quindicennio di dimezzamento complessivo del personale, dai poco meno di 4.000 ereditati dall’Alfasud a 7.500, non rinuncia e anzi rilancia. Tenere ferma la produzione per due mesi, per mandare i lavoratori a scuola di efficienza, è un grosso investimento. Da cui evidentemente si attende dei risultati. Che non sono però da considerare scontati. L’obiettivo della ristrutturazione è il raddoppio della produzione e – secondo l’ottima informativa di Salvatore Tropea su “Repubblica” – la produzione di componenti per conto della Mercedes. Dal punto di vista industriale è un forte rilancio, ma non dal punto di vista sindacale. Non necessariamente, non a Napoli: qualsiasi altro territorio farebbe faville per assicurarsi una produzione industriale, in Europa, in un settore maturo, con così forti prospettive di sviluppo, Napoli s’interroga. Cioè non s’interroga, non le interessa, non ci sono capitoli speciali da spendere, appalti, affarucci. Meglio il "Vulcano Buono" di Nola: in un centro commerciale, sotto la bandiera di Renzo piano, ci sono soldi per tutti, quello è un impegno per tutti.
Geronzi apre il salotto a Berlusconi
Direttamente tramite Fininvest, e indirettamente, tramite Mediolanum, Berlusconi diventa socio di Mediobanca. Cesare Geronzi ha già il gradimento degli azionisti storici del gruppo. Fininvest-Mediolanum avrà una quota del 9 per cento messo in vendita da Alessandro Profumo, la partecipazione ereditata da Capitalia. Non una quota di primo piano, attorno al 2,5 per cento complessivo, ma alla pari dei Benetton, altri nuovi entranti.
La decisione di Profumo di ridurre la quota Unicredit all’8 per cento storico ha consentito a Mediobanca di ritornare il salotto della finanza buona che era sempre stata ai tempi di Cuccia. Accanto alle famiglie storiche del capitalismo italiano, e alla miriade di piccoli di cui aveva voluto circondarsi Cuccia per dimostrare che Mediobanca è un’istituzione aperta, entrano finalmente i nuovi entranti del grande capitale – si fa per dire, stanno su piazza da trent’anni buoni.
La decisione di Profumo di ridurre la quota Unicredit all’8 per cento storico ha consentito a Mediobanca di ritornare il salotto della finanza buona che era sempre stata ai tempi di Cuccia. Accanto alle famiglie storiche del capitalismo italiano, e alla miriade di piccoli di cui aveva voluto circondarsi Cuccia per dimostrare che Mediobanca è un’istituzione aperta, entrano finalmente i nuovi entranti del grande capitale – si fa per dire, stanno su piazza da trent’anni buoni.
I tre colpi in uno di Bertinotti
Che l’Unione, il centro-sinistra confuso di Prodi, sia esperienza esaurita Bertinotti non ha fatto che constatarlo. Si sciolgono e si ricostituiscono i vecchi partiti in forma di movimenti, quello di Veltroni, quello di Berlusconi, e Bertinotti ne prende atto. Poteva non farlo, lasciar vivere il governo. Ma questo non è detto, il governo può ancora durare quell’anno-due che comunque sarebbe stato il suo orizzonte. Mentre Bertinotti coglie tre frutti forse insperati: il ritorno al proporzionale, la costituzione di una vera area di sinistra, invece dei trucioli sparsi del Pci e del Psi, la sua personale elezione a statista, il politico che riconosce i dati di fatto e i rapporti di forza. Un vero politico costituzionale, quasi presidenziale. Per questo fa ombra a Lor Signori, anche giornalisticamente, e non è diventato materia di talk-show, fondi, curiosità, pettegolezzi. Ma in politica i fatti pesano, lo scongiuro non può molto.
lunedì 3 dicembre 2007
Primo, non apparire deboli
Prodi e il decalogo andreottiano: come e perché il Proferssore, sempre isolato e sul punto di soccombere, è il più forte di tutti.
La base della politica è non apparire deboli – della politica del mentore Andreotti e non solo (Andreotti che era debole, debolissimo, fu sempre solo, ma fu sempre temutissimo, tuttora lo è). Avviato alla politica da Andreotti, come giovane ministro quasi tecnico per un’estate trent’anni fa, Prodi si attiene alla linea del maestro in almeno dieci punti. Resisterà Prodi, non resisterà, gli scienziati della politica stanno facendo calcoli che non tengono conto dell’essenziale, Prodi non si pone insostenibili traguardi. Dorme bene la notte, sapendo che l’indomani la provvidenza avrà provveduto. L’importante è tenere i malintenzionati al guinzaglio.
Ecco i dieci punti:
profilo basso, sempre la stessa casa, sempre la stessa moglie, qualche passeggiatina (Andreotti andava pure in vacanza dalle suore);
fare partito da solo;
collaboratori di poco conto;
di fedeltà reciproca;
ministri di poco conto;
progetti vaghi: non confidarli, non elaborali;
fare e non dire;
aspettare e non prevenire;
ma reagire fulineamente;
negare l’evidenza: le cose s’aggiustano.
Resta fuori dal decalogo l’abbraccio, quasi adesione, al nemico: i fascisti prima, i comunisti dopo. Tutto questo ora non c’è più, ma resta che il fulcro di questa politica è farsi alleati i nemici, per sconfiggerli nell’abbraccio. Andreotti, che nel 1972 divise i neo fascisti portandone alcuni al governo, fu il primo nel 1974 a legarsi a Berlinguer nel compromesso storico, denunciando alcuni golpe di destra, per poi umiliarlo in ogni modo: governicchi poco rappresentativi, inefficienti, inutili, liberazione di Kappler, l’uomo delle Fosse Ardeatine, sterilizzazione della scala mobile, il ticket sui medicinali… Alla fine Il Pci perse per la prima volta in venticinque anni le elezioni, quattro punti in meno nel 1979.
Oggi l’agguato sarebbe secondo questa scuola, più che a Berlusconi, di cui il Professore non fa che sorridere, all’amico e alleato Veltroni – in termini proverbiali si direbbe: a chi ha più benzina, più fieno in cascina, più tenuta, più…
La base della politica è non apparire deboli – della politica del mentore Andreotti e non solo (Andreotti che era debole, debolissimo, fu sempre solo, ma fu sempre temutissimo, tuttora lo è). Avviato alla politica da Andreotti, come giovane ministro quasi tecnico per un’estate trent’anni fa, Prodi si attiene alla linea del maestro in almeno dieci punti. Resisterà Prodi, non resisterà, gli scienziati della politica stanno facendo calcoli che non tengono conto dell’essenziale, Prodi non si pone insostenibili traguardi. Dorme bene la notte, sapendo che l’indomani la provvidenza avrà provveduto. L’importante è tenere i malintenzionati al guinzaglio.
Ecco i dieci punti:
profilo basso, sempre la stessa casa, sempre la stessa moglie, qualche passeggiatina (Andreotti andava pure in vacanza dalle suore);
fare partito da solo;
collaboratori di poco conto;
di fedeltà reciproca;
ministri di poco conto;
progetti vaghi: non confidarli, non elaborali;
fare e non dire;
aspettare e non prevenire;
ma reagire fulineamente;
negare l’evidenza: le cose s’aggiustano.
Resta fuori dal decalogo l’abbraccio, quasi adesione, al nemico: i fascisti prima, i comunisti dopo. Tutto questo ora non c’è più, ma resta che il fulcro di questa politica è farsi alleati i nemici, per sconfiggerli nell’abbraccio. Andreotti, che nel 1972 divise i neo fascisti portandone alcuni al governo, fu il primo nel 1974 a legarsi a Berlinguer nel compromesso storico, denunciando alcuni golpe di destra, per poi umiliarlo in ogni modo: governicchi poco rappresentativi, inefficienti, inutili, liberazione di Kappler, l’uomo delle Fosse Ardeatine, sterilizzazione della scala mobile, il ticket sui medicinali… Alla fine Il Pci perse per la prima volta in venticinque anni le elezioni, quattro punti in meno nel 1979.
Oggi l’agguato sarebbe secondo questa scuola, più che a Berlusconi, di cui il Professore non fa che sorridere, all’amico e alleato Veltroni – in termini proverbiali si direbbe: a chi ha più benzina, più fieno in cascina, più tenuta, più…
Pirelli & C. contendibile
Prima il dividendo straordinario esentasse, poi il buy back, e terzo, se necessario, l’apertura del gruppo alla contendibilità. Dissolta nella zavorra Telecom la sua aureola di mago dei soldi, e anzi umiliato da Prodi e De Benedetti che Telecom gli hanno sottratto a vile prezzo, così lui la pensa, Tronchetti Provera tenta di rifare la macchina dei soldi con Pirelli & C. Il business va bene, e il riacquisto di tutte le quote di Pirelli Tyre non è da escludere. Ma non è col business che si fanno scintille. Mtp vuole rinverdire la giovanile baldanza di dieci anni fa, del superaffare Corning, e poi di Telecom, dal suo piccolo scranno a capo del gruppo di famiglia. Dove ha soci di tutta fiducia. Ma è con un altro occhio che ora guarda al gruppo, non più quello del padrone geloso: le banche sono avvertite e i fondi. È attraverso la sua Camfin che Mtp potrebbe allargare le maglie sul gruppo Pirelli. Camfin ne ha il controllo solido: ha il 44 per cento del patto di sindacato, che controlla il gruppo col 46,2 per cento, più un altro 6 per cento in appoggio a questa quota. Una terza quota del 3 per cento sarebbe alienata da Camfin su questa partecipazione extra-patto, in aggiunta a quelle già detenute da Amber Capital e Centaurus Capital, in modo da portare, seppure solo simbolicamente, il controllo Mtp su Pirelli & C. sotto il 50 per cento.
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (9)
Giuseppe Leuzzi
Antimafia. Un gentiluomo di Seminara recita in casa e in macchina, a beneficio delle microspie, la sceneggiata di come, spendendo il nome riverito di suo padre, sia riuscito a mettere pace tra i due clan mafiosi di San Luca in asperrima guerra. Non rischia nulla, solo di essere definito mafioso, ma la collocazione è da tempo acquisita e semmai si tratta di uscirne – ottenerne i benefici - con la collaborazione.
La sceneggiata ha parecchi buchi. Identifica San Luca con Polsi, mentre sono due località distinte e distanti. Propone una mediazione senza capo né coda. A clan ben più potenti, lontani ed estranei. Dei cui convitati, al pranzo della riconciliazione, dà i comunissimi cognomi. Beneficia della meraviglia del figlio, che il tragediatore s’è portato dietro, a tanti “nomi eccellenti”, ma l’ingenuità dell’adolescente non cancella il senso di falso dell’intercettazione. Il summit si celebra con un pranzo, almeno così pare, in cui ognuno paga per sé. Tutti sono contenti, ballano e saltano - "gli Strangio, i Pelle, i Giorgi e i Nirta" - e cantano "la canzone inno della Madonna della Montagna di Polsi". Per il gusto della sociologia, che affascina i pentiti, il superuomo di onore ha sbriciolato dall'inizio ogni sua autorità di mediatore: a San Luca è gente di polso, Seminara invece è "piena di porcherosi che rubano casa per casa”.
Un summit di mafia dove si paga il conto è da ridere. Mentre si sa che la 'ndrangheta purtroppo non è ridicola. L’intercettazione è però servita a mettere fuori causa il parroco di San Luca e il vescovo di Locri, e questo basta: non sentiremo più parlare di don Strangio e monsignor Bregantini. Opportunamente l’intercettato cita i due reverendi come testimoni del summit e della pace mafiosa, benedicenti – dicono pure “shalom!”. I due preti, che pure sono del fronte antimafia, evidentemente stanno sulle scatole a qualcuno dell’apparato repressivo.
È questa la lotta alla mafia in Calabria. È questo che vi fa più forte la mafia, la lotta alla mafia.
Spiegava un anno e mezzo fa al giornalista Peppe Racco del periodico calabrese “La Riviera” il magistrato Roberto Di Palma, Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria: “Sono stato a Palmi nove anni e, per mio puro diletto, ho annotato i nomi dei magistrati che in quei nove anni sono arrivati e poi sono andati via. Circa 103 o 104”. A proposito di certezza della pena il dottor Di Palma portava l’esempio di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti: “Prima udienza a Palmi febbraio ’94. Oggi stiamo ancora celebrando il processo. I fatti sono accaduti nel 1990”.
Il giudice incute timore. Istintivamente, per il rispetto della giustizia. Che è il fondamento dell’umanità, l’ambizione della filosofia, l’oggetto del socialismo. Ma in realtà i giudici sono un’altra cosa: sono funzionari litigiosi. L’orizzonte hanno limitato, alla giurisprudenza e al leguleismo, l’argomentazione per se.
La vera questione morale è la stessa questione morale: per come viene posta cioè, per le sue finalità, peraltro non celate, e per come viene gestita. Sempre selettiva, quasi sempre intimidatoria, e mai risolutiva, tant’è vero che si aggrava.
La militanza non giustifica la discriminazione e la sopraffazione. La questione morale non peggiora per colpa del popolo bue, che non ne è coinvolto e poco ne sa, ma perché è perversa.
“Basta vivere qualche tempo in Sicilia per constatare che i legami di clan possono assorbire completamente i legami statali”. È un inciso in un’opera lutulenta, poco registrata, di Ernst Jünger, “Der Arbeiter”, § 77. Ma lo scrittore, che in Sicilia c’era stato, ha ragione. Lo Stato in Sicilia, fino al Sistema sanitario nazionale, era i carabinieri, scuola compresa. Poi, insieme con l’SSN poco meno di quarant’anni fa, lo Stato è diventato una cosa dovuta: il posto, l’assegno, l’appalto.
Dal Dominio all’Anarchia, direbbe Jünger: non c’è il passaggio intermedio, della Legge. Ma clan è la parola più appropriata della sintesi di Jünger, non si tratta solo di cosche e di mafie: il passaggio intermedio della Legge non c’è nemmeno a palazzo di Giustizia.
Osserva Nazzareno, a torto soprannominato lo Stolto: “C’era onestà, serietà, dignità. Ora anche il tempo è insofferente, le bestie, le piante: non sanno come rigirarsi”.
Sudismi\sadismi. 30 gennaio 2006. Si condannano a pene lievi, con tante scuse, o si assolvono, gli Ali Misbah, combattenti dichiarati di Al Qaeda, con tanto di arsenale in cantina, superconti in banca, batterie telefoniche. Quando non li si dichiarano resistenti. Non c’è verso che il terrorismo entri nel codice dei giudici italiani, perché essi sono “impegnati”, lavorano cioè per la giustizia contro lo sfruttamento. Ma se uno è meridionale basta niente, una semplice lettera anonima, per mandare in carcere, condannare, e comunque distruggere, per concorso esterno in associazione mafiosa in mancanza di meglio: gli stessi giudici giustizieri in questo caso sono inflessibili. Per la ragioni equivoche dell’antimperialismo, certo. Per il misoneismo della giustizia anche – nulla di più incartapecorito di un giudice in Italia: fra cent’anni condanneranno anch’essi i terroristi. Ma anche per un razzismo diffuso. Tra gli stessi giudici di estrazione meridionale: si fa carriera solo con i pregiudizi. La giustizia?
Si sarà processato Andreotti per “dimostrare” che non era colluso con la mafia, via Salvo Lima. Non vedeva e non sentiva. Anzi, non ha mai incontrato un mafioso, nemmeno accidentalmente.
La storia recente si può anche sintetizzare così. Partendo dalla stupida guerra di Palermo a Andreotti, per esempio. Con 120 mila carte. Che, ammettiamo che siano pagine, sono comunque più della Treccani, che nessuno ha mai letto né può leggere. A meno che non volessero erigergli un monumento.
Andreotti, essendo un politico, è andato a caccia di voti. Che sono buoni di chiunque, anche del diavolo. E i voti si trovano soprattutto in Sicilia e a Milano, dove ci sono più elettori. In Sicilia Andreotti ha trovato Lima, il voto già fatto. A Milano si è imbattuto in un fronte compatto, di no. E sì che ci ha tentato: con la chimica dei pareri di conformità, migliaia di miliardi regalati, con Sindona, con Stammati alla Commerciale al posto di Mattioli, con Ciarrapico mediatore. Finché non vi si è sciolta misteriosamente la Dc, con gli ometti di Mani Pulite, quando tutto si è saputo della tangente Enimont. Gestita da Bonifazi, imprenditore andreottiano. Ma pagata dal solito socialista, nella fattispecie uno specialissimo, Craxi, capro espiatorio della cattolicissima tragedia. Da cui il solo Andreotti è andato misteriosamente indenne. Dopo essere stato battuto, dalla Dc e da Craxi, nelle legittime aspirazioni presidenziali.
Pasolini è a Pescasseroli con Ninetto Davoli sedicenne, che per la prima volta vede la neve (“Empirismo eretico”, § “Appunti en poète per una linguistica marxista”). E il divertimento del ragazzo, “il Ninetto di adesso a Pescasseroli”, gli viene da collegare “al Ninetto della Calabria area-marginale e conservatrice della civiltà greca, al Ninetto pre-greco, puramente barbarico, che batte il tallone a terra come adesso i preistorici, nudi Denka del Sudan” - per Pasolini sempre la Calabria è Africa.
Si sa che Pasolini ha la tradizione in grande stima. Ma per gli sfigati, che vedeva primitivi. Pasolini aveva un senso molto vivo dell’altro, e molto riduttivo.
Croce e Giustino Fortunato Gramsci disse “i reazionari più operosi della penisola”. Voleva essere un’ingiuria ed è un complimento. Al confronto col Pci cioè, che al Sud ha portato solo propaganda, per una sorta di “voto di scambio” nazionale, non ha cresciuto nulla.
Antimafia. Un gentiluomo di Seminara recita in casa e in macchina, a beneficio delle microspie, la sceneggiata di come, spendendo il nome riverito di suo padre, sia riuscito a mettere pace tra i due clan mafiosi di San Luca in asperrima guerra. Non rischia nulla, solo di essere definito mafioso, ma la collocazione è da tempo acquisita e semmai si tratta di uscirne – ottenerne i benefici - con la collaborazione.
La sceneggiata ha parecchi buchi. Identifica San Luca con Polsi, mentre sono due località distinte e distanti. Propone una mediazione senza capo né coda. A clan ben più potenti, lontani ed estranei. Dei cui convitati, al pranzo della riconciliazione, dà i comunissimi cognomi. Beneficia della meraviglia del figlio, che il tragediatore s’è portato dietro, a tanti “nomi eccellenti”, ma l’ingenuità dell’adolescente non cancella il senso di falso dell’intercettazione. Il summit si celebra con un pranzo, almeno così pare, in cui ognuno paga per sé. Tutti sono contenti, ballano e saltano - "gli Strangio, i Pelle, i Giorgi e i Nirta" - e cantano "la canzone inno della Madonna della Montagna di Polsi". Per il gusto della sociologia, che affascina i pentiti, il superuomo di onore ha sbriciolato dall'inizio ogni sua autorità di mediatore: a San Luca è gente di polso, Seminara invece è "piena di porcherosi che rubano casa per casa”.
Un summit di mafia dove si paga il conto è da ridere. Mentre si sa che la 'ndrangheta purtroppo non è ridicola. L’intercettazione è però servita a mettere fuori causa il parroco di San Luca e il vescovo di Locri, e questo basta: non sentiremo più parlare di don Strangio e monsignor Bregantini. Opportunamente l’intercettato cita i due reverendi come testimoni del summit e della pace mafiosa, benedicenti – dicono pure “shalom!”. I due preti, che pure sono del fronte antimafia, evidentemente stanno sulle scatole a qualcuno dell’apparato repressivo.
È questa la lotta alla mafia in Calabria. È questo che vi fa più forte la mafia, la lotta alla mafia.
Spiegava un anno e mezzo fa al giornalista Peppe Racco del periodico calabrese “La Riviera” il magistrato Roberto Di Palma, Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria: “Sono stato a Palmi nove anni e, per mio puro diletto, ho annotato i nomi dei magistrati che in quei nove anni sono arrivati e poi sono andati via. Circa 103 o 104”. A proposito di certezza della pena il dottor Di Palma portava l’esempio di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti: “Prima udienza a Palmi febbraio ’94. Oggi stiamo ancora celebrando il processo. I fatti sono accaduti nel 1990”.
Il giudice incute timore. Istintivamente, per il rispetto della giustizia. Che è il fondamento dell’umanità, l’ambizione della filosofia, l’oggetto del socialismo. Ma in realtà i giudici sono un’altra cosa: sono funzionari litigiosi. L’orizzonte hanno limitato, alla giurisprudenza e al leguleismo, l’argomentazione per se.
La vera questione morale è la stessa questione morale: per come viene posta cioè, per le sue finalità, peraltro non celate, e per come viene gestita. Sempre selettiva, quasi sempre intimidatoria, e mai risolutiva, tant’è vero che si aggrava.
La militanza non giustifica la discriminazione e la sopraffazione. La questione morale non peggiora per colpa del popolo bue, che non ne è coinvolto e poco ne sa, ma perché è perversa.
“Basta vivere qualche tempo in Sicilia per constatare che i legami di clan possono assorbire completamente i legami statali”. È un inciso in un’opera lutulenta, poco registrata, di Ernst Jünger, “Der Arbeiter”, § 77. Ma lo scrittore, che in Sicilia c’era stato, ha ragione. Lo Stato in Sicilia, fino al Sistema sanitario nazionale, era i carabinieri, scuola compresa. Poi, insieme con l’SSN poco meno di quarant’anni fa, lo Stato è diventato una cosa dovuta: il posto, l’assegno, l’appalto.
Dal Dominio all’Anarchia, direbbe Jünger: non c’è il passaggio intermedio, della Legge. Ma clan è la parola più appropriata della sintesi di Jünger, non si tratta solo di cosche e di mafie: il passaggio intermedio della Legge non c’è nemmeno a palazzo di Giustizia.
Osserva Nazzareno, a torto soprannominato lo Stolto: “C’era onestà, serietà, dignità. Ora anche il tempo è insofferente, le bestie, le piante: non sanno come rigirarsi”.
Sudismi\sadismi. 30 gennaio 2006. Si condannano a pene lievi, con tante scuse, o si assolvono, gli Ali Misbah, combattenti dichiarati di Al Qaeda, con tanto di arsenale in cantina, superconti in banca, batterie telefoniche. Quando non li si dichiarano resistenti. Non c’è verso che il terrorismo entri nel codice dei giudici italiani, perché essi sono “impegnati”, lavorano cioè per la giustizia contro lo sfruttamento. Ma se uno è meridionale basta niente, una semplice lettera anonima, per mandare in carcere, condannare, e comunque distruggere, per concorso esterno in associazione mafiosa in mancanza di meglio: gli stessi giudici giustizieri in questo caso sono inflessibili. Per la ragioni equivoche dell’antimperialismo, certo. Per il misoneismo della giustizia anche – nulla di più incartapecorito di un giudice in Italia: fra cent’anni condanneranno anch’essi i terroristi. Ma anche per un razzismo diffuso. Tra gli stessi giudici di estrazione meridionale: si fa carriera solo con i pregiudizi. La giustizia?
Si sarà processato Andreotti per “dimostrare” che non era colluso con la mafia, via Salvo Lima. Non vedeva e non sentiva. Anzi, non ha mai incontrato un mafioso, nemmeno accidentalmente.
La storia recente si può anche sintetizzare così. Partendo dalla stupida guerra di Palermo a Andreotti, per esempio. Con 120 mila carte. Che, ammettiamo che siano pagine, sono comunque più della Treccani, che nessuno ha mai letto né può leggere. A meno che non volessero erigergli un monumento.
Andreotti, essendo un politico, è andato a caccia di voti. Che sono buoni di chiunque, anche del diavolo. E i voti si trovano soprattutto in Sicilia e a Milano, dove ci sono più elettori. In Sicilia Andreotti ha trovato Lima, il voto già fatto. A Milano si è imbattuto in un fronte compatto, di no. E sì che ci ha tentato: con la chimica dei pareri di conformità, migliaia di miliardi regalati, con Sindona, con Stammati alla Commerciale al posto di Mattioli, con Ciarrapico mediatore. Finché non vi si è sciolta misteriosamente la Dc, con gli ometti di Mani Pulite, quando tutto si è saputo della tangente Enimont. Gestita da Bonifazi, imprenditore andreottiano. Ma pagata dal solito socialista, nella fattispecie uno specialissimo, Craxi, capro espiatorio della cattolicissima tragedia. Da cui il solo Andreotti è andato misteriosamente indenne. Dopo essere stato battuto, dalla Dc e da Craxi, nelle legittime aspirazioni presidenziali.
Pasolini è a Pescasseroli con Ninetto Davoli sedicenne, che per la prima volta vede la neve (“Empirismo eretico”, § “Appunti en poète per una linguistica marxista”). E il divertimento del ragazzo, “il Ninetto di adesso a Pescasseroli”, gli viene da collegare “al Ninetto della Calabria area-marginale e conservatrice della civiltà greca, al Ninetto pre-greco, puramente barbarico, che batte il tallone a terra come adesso i preistorici, nudi Denka del Sudan” - per Pasolini sempre la Calabria è Africa.
Si sa che Pasolini ha la tradizione in grande stima. Ma per gli sfigati, che vedeva primitivi. Pasolini aveva un senso molto vivo dell’altro, e molto riduttivo.
Croce e Giustino Fortunato Gramsci disse “i reazionari più operosi della penisola”. Voleva essere un’ingiuria ed è un complimento. Al confronto col Pci cioè, che al Sud ha portato solo propaganda, per una sorta di “voto di scambio” nazionale, non ha cresciuto nulla.
sabato 1 dicembre 2007
Milano rompe coi prosecutor napoletani
Letizia Moratti dopo Tronchetti Provera: i procuratori napoletani hanno rotto il tacito accordo con la Milano che conta, e la città comincia a guardarli con sospetto. Non solo le grandi famiglie e la Lega, anche le banche e l’arcivescovado si uniscono ai berlusconiani nell’insofferenza verso i procuratori della Repubblica partenopei che da un quindicennio la governano.
La decisione di Alfredo Robledo di incriminare il sindaco sembra aver rotto il feeling che ha unito finora la città alla Procura, sul filo della questione morale. La Rcs, che aveva sponsorizzato l’attacco un anno fa al sindaco Letizia Moratti sulle nomine in Comune, ha preso le distanze dopo che l’iniziativa è passata alla Procura della Repubblica. In curia si sono fatti subito sentire ambienti di base legati in vario modo ai Moratti, dal volontariato alla scuola e alla sanità. Le banche premono da qualche tempo perché la Procura torni all’ordinaria amministrazione, e in particolare persegua le frodi e i reati societari: per il malafare si è costituita in Tribunale una sorta di “franchigia giurisdizionale” fino ai 200 mila euro.
La decisione di Alfredo Robledo di incriminare il sindaco sembra aver rotto il feeling che ha unito finora la città alla Procura, sul filo della questione morale. La Rcs, che aveva sponsorizzato l’attacco un anno fa al sindaco Letizia Moratti sulle nomine in Comune, ha preso le distanze dopo che l’iniziativa è passata alla Procura della Repubblica. In curia si sono fatti subito sentire ambienti di base legati in vario modo ai Moratti, dal volontariato alla scuola e alla sanità. Le banche premono da qualche tempo perché la Procura torni all’ordinaria amministrazione, e in particolare persegua le frodi e i reati societari: per il malafare si è costituita in Tribunale una sorta di “franchigia giurisdizionale” fino ai 200 mila euro.
I segreti dell'economia
A differenza degli altri settori dell’informazione, la politica, la cronaca, lo sport, lo spettacolo, dove un’opinione personale si può formare a prescindere dall’informazione dei giornali, per l’economia dipendiamo dall’informazione. È un settore tecnico. Anche per la pace e la guerra possiamo farci comunque un’opinione, per l’economia no. La verità del giornale dura un giorno, ma non in economia, dove la verità è nelle cose, nelle cifre, e più spesso è conclamata. Ma proprio sull’economia i giornali raccontano da qualche tempo scemenze. In parte per sudditanza al governo, in parte per partito preso, anti-Usa, anti-Putin, anti-arabi, anti-Israele e chissà che altro, in parte per trascuratezza, le bufale si trascinano sui giornali per settimane e per mesi. Eccone alcune.
Che il fondo Algebris, all’attacco di Generali, è indipendente. No, appartiene ai soci Generali.
Che gli Usa rallentano. No, crescono del 5 per cento, ritmo record.
Che gli Usa crescono del 4,9 per cento, con incrementi di produttività e competitività, ma rallentano.
Che l’inflazione è sempre al 2 per cento. Quanto tutti in Europa boccheggiano, non arrivano a fine mese.
Che l’inflazione è al 2,4 per cento. Ma no…
Che la Bce alzerà i tassi. Non può.
Che l’euro a 1,50 dollari protegge l’Europa. Forse, ma non da se stessa: da quando c’è l’euro l’Europa è stremata, nell’occupazione, le retribuzioni, i prezzi reali.
Che nel petrolio a 100 dollari c’entra forse la speculazione. No, c’è solo la speculazione: il mercato è speculativo – è l’oggetto principale dei derivati - da almeno cinque anni, è l’effetto capitalizzazione più macroscopico di Al Qaeda e il terrorismo islamico.
Che la Rai è in crisi perché Berlusconi la controlla. No, perché spende troppo.
Che il fondo Algebris, all’attacco di Generali, è indipendente. No, appartiene ai soci Generali.
Che gli Usa rallentano. No, crescono del 5 per cento, ritmo record.
Che gli Usa crescono del 4,9 per cento, con incrementi di produttività e competitività, ma rallentano.
Che l’inflazione è sempre al 2 per cento. Quanto tutti in Europa boccheggiano, non arrivano a fine mese.
Che l’inflazione è al 2,4 per cento. Ma no…
Che la Bce alzerà i tassi. Non può.
Che l’euro a 1,50 dollari protegge l’Europa. Forse, ma non da se stessa: da quando c’è l’euro l’Europa è stremata, nell’occupazione, le retribuzioni, i prezzi reali.
Che nel petrolio a 100 dollari c’entra forse la speculazione. No, c’è solo la speculazione: il mercato è speculativo – è l’oggetto principale dei derivati - da almeno cinque anni, è l’effetto capitalizzazione più macroscopico di Al Qaeda e il terrorismo islamico.
Che la Rai è in crisi perché Berlusconi la controlla. No, perché spende troppo.
Si apre il 13 lo show-off Geronzi-Bernheim
Vittorio Ripa di Meana muoverà al consiglio del 13 dicembre il primo attacco alla presidenza Bernheim. In qualità di relatore del Comitato per il governo societario, Ripa di Meana, insieme al correlatore Paolo Scaroni, altro consigliere di nomina Mediobanca-Geronzi, muoverà all’attacco di Antoine Bernheim, l’attuale presidente, senza criticarlo, in modo da consentirgli un’onorevole ritirata. Ridurrà però l’operatività della presidenza e riscadenzerà le nomine in maniere da anticipare alla primavere il rinnovo. Geronzi dice che la presidenza sarà resa ancora più operativa, ma il contrario si prepara. Proprio col fine di dare a Geronzi l’ebbrezza di accedere alla presidenza di Generali. Bernheim stesso non si arroccherebbe più, accontentandosi di una uscita onorifica.
Alla successione di Bernheim il candidato unico resta Cesare Geronzi: sia in Mediobanca che in Generali, azionisti e manager sono convinti che i due gruppi vanno avanti da soli, e che la maniera migliore per dissolvere l’attuale perturbazione è di consentire a Geronzi l’agognata presidenza. Viene anche dismessa come irrilevante l’ipotesi che Bazoli e Geronzi tengano alla presidenza di Generali per confessionalizzare il gruppo: sia a Mediobanca che a Generali la laicità sarebbe parte dell’imprinting aziendale.
La candidatura di Scaroni è solo un cache-sex: l’ad di Eni ha preso gusto all’avventura internazionale del gruppo petrolifero, in Europa e in Asia, e fa campagna per la riconferma. Geronzi può invece contare, oltre che sui consiglieri di Mediobanca, sui suoi consiglieri: Ripa di Meana, Scaroni, Caltagirone e Pellicioli.
Alla successione di Bernheim il candidato unico resta Cesare Geronzi: sia in Mediobanca che in Generali, azionisti e manager sono convinti che i due gruppi vanno avanti da soli, e che la maniera migliore per dissolvere l’attuale perturbazione è di consentire a Geronzi l’agognata presidenza. Viene anche dismessa come irrilevante l’ipotesi che Bazoli e Geronzi tengano alla presidenza di Generali per confessionalizzare il gruppo: sia a Mediobanca che a Generali la laicità sarebbe parte dell’imprinting aziendale.
La candidatura di Scaroni è solo un cache-sex: l’ad di Eni ha preso gusto all’avventura internazionale del gruppo petrolifero, in Europa e in Asia, e fa campagna per la riconferma. Geronzi può invece contare, oltre che sui consiglieri di Mediobanca, sui suoi consiglieri: Ripa di Meana, Scaroni, Caltagirone e Pellicioli.
Mtp alla casella base: fare soldi
Ritiene di aver capito dove ha sbagliato, e si ripropone una seconda giovinezza tornando alla casella base, il gruppo Pirelli. De Benedetti che lo lascia dopo la vittoria di Prodi. Prodi che lo caccia a muso duro da Telecom. Col favore dei giornali dello stesso De Benedetti, che lo attaccano in ogni numero, su un largo fronte. Marco Tronchetti Provera si è rapidamente convinto che è inutile stare lì a menarla col mercato, le liberalizzazioni, le leggi, eccetera, che l’unica opportunità per chi ha mezzi e idee è di fare soldi. Che non c’è alcun vuoto di potere, e anzi il potere è saldamente nelle mani dell’asse Prodi-De Benedetti. Che non perdona i peccati veniali, come ostentare una terza moglie araba. Figurarsi la pretesa d’interferire in un gruppo come Telecom ex feudo delle Poste, cioè feudo Dc.
Il ritorno alla origini è per Tronchetti Provera il decennio fino al 2001: il salvataggio di Pirelli dai falliti acquisti di Continental e Silverstone, l’abbattimento del debito, le cessioni a Cisco e Corning con i bonus supermiliardari, l’acquisto di Telecom. Il delfino di Leopoldo Pirelli si propone un debutto col botto in questa seconda incarnazione alle assemblee speciali di metà mese: col dividendo straordinario esentasse e col riacquisto di tutta Pirelli Tyre, come già si sa, ma anche con qualche sorpresa. Novità sarebbero da attendersi sul patto di sindacato, sottoscritto nel 2004.
Il ritorno alla origini è per Tronchetti Provera il decennio fino al 2001: il salvataggio di Pirelli dai falliti acquisti di Continental e Silverstone, l’abbattimento del debito, le cessioni a Cisco e Corning con i bonus supermiliardari, l’acquisto di Telecom. Il delfino di Leopoldo Pirelli si propone un debutto col botto in questa seconda incarnazione alle assemblee speciali di metà mese: col dividendo straordinario esentasse e col riacquisto di tutta Pirelli Tyre, come già si sa, ma anche con qualche sorpresa. Novità sarebbero da attendersi sul patto di sindacato, sottoscritto nel 2004.
venerdì 30 novembre 2007
Sì a Enel, no a Az nei colloqui Sarkozy-Prodi
Romano Prodi ha voluto mettere il cappello, con la sua visita al presidente francese Sarkozy, al rientro dell’Enel nel settore nucleare, rilevando un ramo d’attività del colosso francese Edf. L’energia è il settore chiave della vecchia anima democristiana, e Prodi, che pure non rinuncia a immischiarsi in nessuna delle grandi aziende italiane, ha voluto presiedere personalmente la grande rentrée. Compito reso più facile dal fatto che la Francia non ha al momento dossier aperti in Italia. L’interesse di Air France per Alitalia è in questa fase puramente di facciata, e anzi quasi un favore reso al governo italiano: il vettore transalpino è in fase di assestamento, dopo aver assorbito Klm, e teme con Alitalia di aprire una fase di turbolenza che potrebbe avere ripercussioni negative sull’intero gruppo. Alitalia, come si sa, è nei desideri di Prodi da dividersi tra Lufthansa e Air One. A questo fine la gara finisce per la seconda volta a coda di pesce, con scadenze mobili e paletti amovibili. Anche se a rischio azzeramento del valore per gli azionisti: Prodi nopn se n'è mai fatto scrupolo.
I banchieri non vogliono la 7
I banchieri non vogliono fare gli editori televisivi. La Telecom Italia Media, l’editore di La 7 e Apbiscom, che per il socio spagnolo è un peso, lascia perplessi anche i banchieri. Non Geronzi, che è sempre stato il finanziatore buono dei media italiani, da Scalfari a Berlusconi e a Ferrara, ma tutti gli altri. Lo stesso Geronzi non vedrebbe male una sistemazione di La 7 fuori del gruppo. Indicazioni in tal senso sono state date ai nuovi gestori del gruppo, Galateri e Barnabé, compatibilmente con le priorità di Telecom, che vedono in primo luogo un revamping commerciale.
Ma si dà per scontato che Telecom non abbia in realtà molte opportunità di rilancio, così come del resto gli altri, e maggiori, gruppi telefonici europei, Deutsche T., France T. e Telefonica, il socio spagnolo, per non dire di British Telecom, il gigante si è ridotto a una piccola-media compagnia. Il gruppo dovrà fare cassa riducendo i costi e soprattutto le aree di perdita. Da qui l’indicazione di “valorizzare” Telecom Italia Media. Cioè di trovare un compratore.
Ma si dà per scontato che Telecom non abbia in realtà molte opportunità di rilancio, così come del resto gli altri, e maggiori, gruppi telefonici europei, Deutsche T., France T. e Telefonica, il socio spagnolo, per non dire di British Telecom, il gigante si è ridotto a una piccola-media compagnia. Il gruppo dovrà fare cassa riducendo i costi e soprattutto le aree di perdita. Da qui l’indicazione di “valorizzare” Telecom Italia Media. Cioè di trovare un compratore.
Telecom si rilancia con la cura dimagrante
Franco Bernabé è stato scelto al vertice di Telecom per una cura dimagrante, di cui è ritenuto maestro insuperato dopo il capovolgimento della situazione all’Eni a metà degli anni 1990. Lo screening preliminare dei nuovi padroni non ha trovato opportunità di crescita aperte: Telecom è un gruppo maturo in un settore maturo, che potrà ricavare valore aggiunto solo dimagrendo.
Una prima opportunità è la cessione-quotazione della rete, che consentirà sia d’irrobustire notevolmente la struttura patrimoniale del gruppo, sia di portare eventualmente a un rimborso di capitale – un dividendo straordinario – esentasse per i soci. Altre cessioni potranno riguardare Telecom Italia Media, ma è piccola cosa. La chiave dell’atteso capovolgimento a Telecom è il raddoppio-triplicamento del valore aggiunto per addetto. Che vuol dire in pratica dimezzamento dei dipendenti, con tagli progressivamente più radicali nella fascia medio-alta, degli incarichi direttivi-dirigenziali. Il gruppo si può dire l’ultimo residuo delle gestioni democristiane vecchia Repubblica, delle ex Partecipazioni statali, con molti posti e poco lavoro.
Una prima opportunità è la cessione-quotazione della rete, che consentirà sia d’irrobustire notevolmente la struttura patrimoniale del gruppo, sia di portare eventualmente a un rimborso di capitale – un dividendo straordinario – esentasse per i soci. Altre cessioni potranno riguardare Telecom Italia Media, ma è piccola cosa. La chiave dell’atteso capovolgimento a Telecom è il raddoppio-triplicamento del valore aggiunto per addetto. Che vuol dire in pratica dimezzamento dei dipendenti, con tagli progressivamente più radicali nella fascia medio-alta, degli incarichi direttivi-dirigenziali. Il gruppo si può dire l’ultimo residuo delle gestioni democristiane vecchia Repubblica, delle ex Partecipazioni statali, con molti posti e poco lavoro.
mercoledì 28 novembre 2007
Il mondo com'è (2)
astolfo
Berlusconi - Per uno della sinistra non c'è dubbio, uno che legga Repubblica, il Corriere, La Stampa, Il Sole, anche Il Sole è di sinistra, ed è pure semplice: Berlusconi è un affarista, un grossolano parvenu, un monopolista di televisioni e un piazzista che racconta le barzellette. Nonché il complice di Craxi, che non si sa cosa voglia dire ma è ingiuria massima. E se uno legge anche Travaglio è un mafioso, un venditore di coca, eccetera. Sarà “vivace e carismatico”, come lo vede il suo confessore novantenne, don Zuliani, ma è uno che fa le corna ai summit, si mette la bandana come fosse in discoteca, a settant'anni, quando riceve ospiti illustri, e ama cantare, canzoni da posteggiatore che egli stesso scrive. Lui è in tutto Melvyn Douglas in “Ninotchka” di Lubitsch, perfino nel doppiopetto e nel riportino, anni Trenta quindi. Ma non può essere solo quello.
La scienza indigente
Si fa prima a dire che cosa Berlusconi non è, nell'immaginario del malvagio dei belli-e-buoni che in Italia hanno occupato la sinistra critica: non è un puttaniere. Ma forse perché non ce la fa più. Questo è certo: mai uomo politico fu tanto popolare e tanto odiato - uomo politico per modo di dire, certo: un venditore di pubblicità che si atteggia a statista. La scienza politica avrà da lavorare, se la popolarità viene con l'odio.
Volendo conversare con gli amici impegnati non c'è nemmeno da aprire il capitolo. Berlusconi prospera su una ex sinistra che, in ritirata, solo ama raccontarsele, e più ama chi più le spara grosse. Finendo per assomigliarlo, Lui, alla caricatura benevola che ne fa il suo Canale 5, il Satrapo di Arcore, che solo si occupa di toupet e riportini - che è poi quello di Rete 4 e Emilio Fede, con i toupet, i riportini e la faccia velata contro le rughe. L’asorrosariana, per esempio, spararle grosse per sentirsi vivi, épater le bourgeois, che altro, vecchio vezzo alla Pasolini, si fa forte di un Berlusconi che è peggio di Mussolini. Col supporto di Bobbio: è il padre della scienza politica italiana che equipara Berlusconi a Mussolini, nel “Dialogo intorno alla Repubblica” del 2001 con Maurizio Viroli. Uno che presenta se stesso in un precedente libro Laterza come “geniale storico delle idee”, a Princeton, luogo come si sa dei geni.
Per il governo debole
Volendo prendere questa scienza politica sul serio, se ne può ricordare la paura ricorrente dell’“uomo forte”. Di un esecutivo cioè in grado di governare. Che si è abbattuta su De Gasperi, Fanfani, Craxi, e ora ha nel mirino Berlusconi. Il quale, se ne ha la tentazione, non la manifesta. I suoi governi si sono caratterizzati anzi per un eccesso di prudenza, e formidabili dietro-front. La paura del governo “forte”, che viene nobilitata nell'antifascismo, e nelle ascendenze anarchiche, è peraltro da sempre alimentata dai giornali, che in Italia vogliono dire padronato - la Confindustria, gli Agnelli, De Benedetti, le banche. Tutti centri di potere che chiedono, invocano, un esecutivo attivo, salvo assediarlo implacabili quando uno se ne presenta. Per la solita filologia dei criminali furbi: colpire negando.
Se non che, lui lo pretende, ma effettivamente un po' l'ha fatto, ha spostato l’ottica dalla deriva “sovietica” dell’Italia, illiberale, questurina, brezneviana. Saremmo altrimenti qui a parlare di questione morale e campioni nazionali. E di addizionali, magari di circoscrizione e di quartiere dopo quelle regionali e comunali dell’incredibile Visco. Ed è pure vero che - ma è un titolo di merito? - ha fatto il minimo. Tralasciando l’efficienza (la liberalizzazione) dei servizi. Tra essi in primo luogo la giustizia – se non quando personalmente minacciato dai giudici, i giudici disinvolti e protetti di questo sovietismo cafone.
Il vero storico delle idee tra qualche anno, e lo storico tout court, anzitutto dovranno classificare Berlusconi alla stregua di Giolitti e Aldo Moro, quindi come un vero statista se gli altri lo furono. Non giganti ma impegnati ad allargare, come la migliore scienza politica nazionale si accanisce a dire da più di un secolo, la democrazia e il parlamentarismo alle forze eversive, i socialisti quello, il Pci Moro, i neofascisti e i leghisti Berlusconi. Uno vede Fini in gessato, con i suoi ex giovani untuosi come se uscissero dalla sacrestia, e non pensa che prima di Berlusconi stavano a mezzo in Parlamento e a mezzo fuori, con i coetanei Alemanno e Storace, mica coi nostalgici Buontempo e Ciarrapico. E che Bossi preparava guardie armate e parlamenti del Nord, folkloristici quanto si vuole ma anche peggio.
Berlusconi entra nella storia col programma di recuperare il voto disperso del Centro, che nel 1992 era confluito nella Lega, movimento allora dirompente e quasi eversivo, con l’8,7 per cento del voto, il 23 in Lombardia, il 18,1 a Milano illuminista, il primo partito, tanto che ne esprimerà anche il sindaco - Milano ha avuto un anno dopo un sindaco leghista, Formentini. Berlusconi s’imporrà addomesticando questa rivolta, ben più efficace del tintinnar di manette di Scalfaro - grazie alle politiche golpiste del quale la Lega salì alle elezioni del 1996 al 10,1 per cento (al 25,5 in Lombardia, al 29,3 nel Veneto, al 23,2 in Friuli Venezia Giulia). Nel 2001 la Lega era scesa al 3,9, e poco di più, 4,2, ha ottenuto alle elezioni del 2006 (con percentuali di poco superiori al 10 per cento in Lombardia e Veneto).
Per la governabilità
Il capitale politico di Berlusconi non è indifferente, è la governabilità. Un’idea semplice, perfino più del mobiliere Aiazzone, o la pubblicità per tutti (un mercato che Berlusconi ha fatto decuplicare in dieci anni - v. i numeri in G.Leuzzi, “«Il Mondo» non abita più qui”, Liguori). Per la quale peraltro gli italiani avevano dato propensione quasi unanime in più referendum,. Nel 1991 e nel 1992. Non ci vuole una grande saggezza politica per impadronirsi della novità. Che poi questa sua promessa sia sempre stata disattesa è un altro discorso: Berlusconi ha sempre fatto governi che, per un qualche motivo di cui comunque lui non è venuto a capo, sono falliti. Cioè, l’altro discorso è come mai Berlusconi continua a capitalizzare con una promessa che non sa o non vuole mantenere. E la risposta è altrettanto semplice: che la domanda di governabilità è enorme, è irrinunciabile. Da una parte il "governo debole", dei furbi, dei forti, dall'altra il governo: la scelta degli elettori è nelle cose.
Si può pure dire Berlusconi un venditore di pubblicità. Ma questo non lo diminuisce: la pubblicità è un linguaggio. Complesso. E un'arte. E, come vendere, richiede abilità. Anzi, è tutta qui l'abilità del politico: il buon politico è il buon venditore, di buona pubblicità. La storia italiana è piena di ottime personalità che non sono state buoni politici perché non hanno saputo “vendersi”, da Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari al bellissimo partito d'Azione. Il politico vende idee, e dunque è sulle idee che Berlusconi andrebbe criticato e battuto. Ma questo terreno è insidioso. Tutti i venditori spacciano per buono il loro prodotto, anche se adulterato, perfino se tossico, ma possono farlo una volta sola. Ora, questo Berlusconi domina la piazza da quindici anni.
E del resto, nessuno lo contesta, la pubblicità è spettacolo. E dunque Berlusconi è uomo di spettacolo. Innovatore a suo modo – in Italia si direbbe rivoluzionario. Oppure controrivoluzionario, giacché è impegnato a decomunistizzare, dice, l'Italia. Ma è anche vero che l'Italia è l'unico paese (post)sovietico, dei figli e nipoti, delle correnti e le tribù, dei diritti senza mai un dovere, della Rai, la lottizzazione, la disinformacija, la nomenklatura, non solo a Capalbio, e quindi se ne scalfisse la corazza magari farebbe farebbe opera buona. Gli stessi (post)sovietici lo sperano – in queste cose ci vuole uno che vada contropelo. Tanti evidentemente gliene fanno un merito: da un paese preoccupato, dove i ricchi si nascondono, e forse obbligato a piangersi addosso, dal pauperismo parrocchiale, dall'invidia sociale, dallo scongiuro, ha ricavato uno un po' più responsabile. In un paese anti-femmine ha imposto le donne – non le zie e le nonne, donne vive, e meglio se giovani. In un paese di difensori a oltranza sa scegliere e imporre allenatori e squadre d'attacco. A un'umanità di arcigni legulei tenta di dare il gusto del sorriso, l'impresa più ardua. Reagente ancora sano della peste europea, la tigna piena di sé di politicanti residuati prebellici, giornalisti avvinazzati, e signore in carriera rotte a tutto - la rottura a cui si pensa essendo la minore.
Common people
Quanto al populismo, allo sfruttamento inconsiderato del favore popolare, il fenomeno non sarebbe da sottovalutare. La gente, i common people, l’uomo comune, in Italia squalificato dalla scienza politica togliattiana e da Guglielmo Giannini, è entità rispettabile in America, dove il regime plebiscitario, del partito del Capo, da almeno un trentennio ha prevalso sui partiti, e allo stato delle cose li ha obliterati. Il New Deal ne ha creato la figura, Frank Capra l’ha celebrato nei film, il filosofo John Dewey gli dà dignità. Mentre lo sdegno contro l’uomo comune, oggi berlusconiano, ieri democristiano, politicamente detto il Centro, è, quando è sincero, il residuo del notabilato politico più che degli ex partiti di massa, lo stesso che si proclama società civile, una cosa quindi poco onorevole.
Berlusconi è ben un determinato storico, bisogna riconoscerlo, la necessaria antitesi se la storia procede hegeliana. Volendo esagerare, si può anche dire che ha disinnescato infine il Lungo Golpe degli anni 1992-96, gli anni di Scalfaro, con gli arresti dei politici a migliaia e la dissoluzione dei Parlamenti appena eletti. È stato ed è l’unico antidoto ai masanielli e paglietta che ci avevano messi in trappola, tra i palazzi della Milano furbamente onesta, aggressivi, moralisti, facinorosi, corrotti nell’animo, e per fortuna inefficienti. Cavaliere in senso specifico, che ci ha liberati. Senza eserciti, col semplice puntare il dito contro il “comunismo”, che c’è e impera, tutti lo sanno, anche se nessuno ne parla, nemmeno i fascisti: il linguaggio critico è sempre quello della Terza Internazionale, la menzogna, la faziosità, la prevaricazione, e l'abominio, la disintegrazione di ognuno che non sia noi, all’insegna dell’intelligenza, del bello-e-buono, della “diversità”. Contro il feroce abominio esercitando strategica la stupidità de “il re è nudo”, la finta ingenuità. Il suo successo è certamente anche un segno di giustizia, l’abbattimento dell’arroganza intelligente: il suo preteso populismo è una sorta di egualitarismo. L'uomo politico tanto popolare e tanto odiato non c'è in nessuna categoria di Max Weber o di Veblen, ma perché gli studiosi venivano prima della Terza Internazionale e del Cominform, il fatto è storicamente datato e politicamente connotato.
Oppure, modestamente, vederlo per quello che è, per come si presenta cioè ed è percepito: un pragmatico, chiacchierone ma di buonsenso. Ha governato una prima volta con i liberali, Urbani, Martino, Biondi, Costa, Marzano, la seconda con i democristiani, Scajola, Pisanu, l’onnipresente Gianni Letta, Casini, Follini, e l’incubo ancora continua, ora sembra puntare sui socialisti un po’ laici, i soliti Bonaiuti, Tremonti, Frattini, Boniver, con Sacconi, Brunetta, Cicchitto, Stefania Craxi. Volgare, ma quale milanese non lo è? Ha perfino indotto una certa onestà. A palazzo Chigi (non sgancia una lira) e negli appalti: malgrado l’allerta dei giudici, i suoi assessori hanno molto meno processi di quelli della sinistra.
Ma non è giusto parlare di Berlusconi come lui fa, in chiave storica. Doveroso è cercare di vedere quello che è, e più divertente.
La stupidità al potere
Berlusconi non è imbattibile. Un uomo solo, Prodi, lo ha battuto un paio di volte. Berlusconi è anzi il nemico più limitato che si possa avere, impolitico, chiacchierone, un comunicatore da latte alle ginocchia - giusto per Fede. Si è fatto battere nel 1994 dai mediocri Scalfaro, Bossi e Dini, nella sua prima incarnazione spensieratamente liberista - in Italia? Poi più volte da un certo Follini. Nonché da se stesso, con la straordinaria maggioranza del 2001 dissipata in un governicchio (post)democristiano di cui ancora si fatica a misura la radicale inefficienza. Ma incontestabile è anche che quest'uomo vince sempre le elezioni, anche quando le perde - ha sempre ottenuto più voti. Uno che guarda gli spettatori quando parla come se si guardasse allo specchio, senza vederli se non nella sua fattispecie, di cui si compiace. Ma questo specchiarsi dà affidamento perché è onesto, benché limitato. A fronte della superbia del nulla, di burocrati, dinosauri e figli d’arte litigiosi. È così che si porta dietro un buon sessanta per cento degli italiani, compresi molti che proprio non ci riescono a votarlo, e si avvia a immortalarsi statista nei manuali di storia, per quindici anni cesare della derelitta Italia. Dal 1994, dal golpe di Scalfaro e Borrelli che viene etichettato come la rivoluzione italiana. E allora non si capisce: che rivoluzione è stata quella? e chi è questo? Ma è semplice, e di sinistra: Berlusconi è l’enigma della stupidità. In politica. Secondo Jean Paul.
È, vincente, la negazione della politica: malaccorto, goffo, gaffeur, uno che parla molto e non si ascolta, affarista, per ciò comunque inadempiente sulla questione morale, e in politica sempre vittorioso. È lo rivelatore della politica, il reagente, il solvente, dell’opinione falsa, ipocrita, golpista, che ha decimato la politica e opprime l’Italia - quando se ne potrà fare la storia si dirà di questo quindicennio che è grigio e spento, e non altro, senza una idea, un progetto, un fatto, se non stare al carro dei potenti, grandi e piccoli. Il bambino, per quanto cresciuto, che dice al re che è nudo, e del solo svelamento, quasi una beffa, si esalta. È l’enigma della politica, che può essere impolitica, come la stupidità è intelligente – e l’intelligenza stupida.
A specchio della distinta vocazione alla mediocrità del personaggio, come dei suoi governi. Contro la qualità, nelle scelte politiche, e nella presentazione delle stesse. È il modello delle sue televisioni: Berlusconi non lo progetterà, ma sa, sente, che il consenso si allarga alla base, se “si abbassa il livello”. Insomma, tutto sembra da lui stesso preordinato alla pensosità dei mugwump televisivi, gli ultimi guru della sinistra, quelli che predicano dalla sinistra per andare a destra, o vengono dalla destra per pontificare a sinistra, e alla confusione degli scienziati della politica. Ma alle somme la popolarità di Berlusconi solo in parte, e non la maggiore, nasce dai suoi media, i voti socialisti, democristiani, e dei giovani che raccoglie esprimono odio e sberleffo contro l'odio della sinistra democristiana e dell'ex Pci.
Populismo a Milano
Sul populismo una rivelatoria premessa va peraltro fatta: è Milano 1 che ne ha sancito la vittoria, nel 1992 e poi nel 1994, votando la Lega, è Berlusconi che in qualche modo lo ha contenuto, dandogli dignità di governo. Il trionfo del populismo è stato decretato dalla circoscrizione elettorale dei più ricchi e intelligenti del Paese, gli stessi che in precedenza avevano decretato il successo di Spadolini, e poi quello di Craxi. Volubili più che impegnati, ma questa è Milano, ed è quella che, col supporto della grande editoria e del grande capitale, allora riunito nel salotto buono di Mediobanca, ha determinato la svolta e la storia contemporanea in Italia. Berlusconi è Milano. Che prima ha creato l’antipolitica, con Bossi, Borrelli e lo stesso Berlusconi, e con quest’ultimo la doma, ai suoi fini, ai fini degli affari. Ci sarà insomma da lavorare per lo storico.
Ma va pure detto che, benché ne prenda tanti, Berlusconi è uno che sposta a ogni elezione non più di due milioni di voti: prende meno voti di quanti potrebbe. Ecco la radice del fenomeno: l’opinione è largamente profondamente moderata. Si spiega così il lungo soviet di Balduina-Parioli: i fascisti ricchi di Roma gli hanno votato contro per quattro o cinque elezioni perché era moderato. Berlusconi tuttavia prende tanti voti, malgrado la modesta figura ingessata e le cadute di stile, perché ce ne sono quantità strabocchevoli a disposizione. Il segreto del successo dell’incredibile Berlusconi sarà di aver vissuto all’epoca dell’Ulivo.
Un’appendice curiosa è invece che sono sempre le donne a far vincere Berlusconi. Nel 1994 la Principato, con l’improvvida perquisizione di Forza Italia. Nel 2001 la Boccassini, con la vergine superteste Ariosto, e i memoriali sconclusionati dell’Ufficio I della Guardia di finanza-L’Espresso: ingressi a forma di fallo, miliardi in bigliettoni sui tavoli… “Mi guardo allo specchio e vedo un onest’uomo” è una delle sue poche parole famose. Tanto più per essere perseguito da un migliaio di giudici. Ma dopo due elezioni vinte, o tre, e con due governi all’attivo. Non trova altro motivo al suo successo che il proprio successo, per generosità onestà, intelligenza eccetera. Non un’idea, non una strategia. Ma questo dà più che altro la misura della sinistra, che gli italiani le votino contro nelle forme vuote di un manichino in vetrina. Non si può dirlo nemmeno culto del capo, e addebitarlo con decenza al fascismo eterno degli italiani – degli “altri” italiani, ovvio, fascisti sono sempre gli altri: Berlusconi non ha carisma, non avendo sostanza.
Di suo, Berlusconi esprime confusamente il bisogno confuso di armonia. Di vita operosa e pensiero positivo, contro tutti i tragediatori, che di solito sono reduci della Dc e del Pci. Di reazione alla perfidia dei santori e marcotravagli, della Rai, dei cattolici e dei comunisti, orfani della fede e della rivoluzione. Di pensare in positivo, che è Craxi, il suo craxismo. Craxi, nel suo immenso egotismo, non monetizzò l’intelligenza delle cose, Berlusconi, buon venditore, ne ha fatto una rendita. E senza la superbia del suo mentore, che solo rispettò i più potenti, che erano uno, Andreotti, il quale poi lo perderà, insieme con Forlani e mezza Dc, il Psi, e i partiti laici.
Si può dire l’uomo reazionario. Ma allora per essere democratico. La storia ormai è questa: due forze violente monopolizzavano e dividevano l'Italia dopo il lungo golpe giudiziario del 1992, che Berlusconi ha canalizzato nella Costituzione, di cui anzi ora si ritengono gli interpreti migliori. Ma è vero che, da ex imbonitore pubblicitario, non resiste alle masse e all’uguaglianza, una sorta d’istinto lo attrae irresistibile verso il basso. Sulle quali appiattisce anche i sentimenti – è un uomo che non s’innamora, per quanto si attorni di belle donne.
Le quattro dissoluzioni
Il libro di novembre sulla distribuzione della ricchezza fa dell’Italia uno dei paesi democratici a più alta sperequazione sociale, pochi ricchi e molti poveri. Ma questo è l’esito di un ventennio scarso di divaricazione crescente. Ed è l’eredità di Mani Pulite e della sopravvalutazione della lira.
Berlusconi semmai vince quale antidoto alla confluenza di un quadruplice cupio dissolvi che da un ventennio ormai insidia l’Italia. La speculazione finanziaria, interna e internazionale, che in Italia (Milano) non trova argini. La Schuldfrage, che i postcomunisti vogliono assolutamente evitare: da qui l’antimafia (tutto è mafia), l’antipolitica (tutto è corruzione), l’antigiustizia (controllo delle Procure), l’antinformazione (controllo delle redazioni). L’indigenza culturale del rettangolo più ricco d’Italia e d’Europa, il Lombardo-Veneto. La secolarizzazione aggressiva, che un anticlericalismo vecchia maniera concentra su Roma. Berlusconi vince sempre perché la spinta dissolutiva è fortissima. La domanda d’identità, di sicurezza, resta anch’essa forte. Ha premiato non solo l’ottimismo di Berlusconi, ma anche il modesto Ciampi dell’inno nazionale, e perfino il vecchio Dante – è commovente, altrimenti inspiegabile, il successo di massa ripetuto della “Divina commedia” di Sermonti e di Benigni, e quale gadget per far vendere “Repubblica” e “Panorama”, giornali peraltro tra i più diffusi.
Non per caso Berlusconi è un uomo fortunato, a cui non ne va male una. Un riccastro trimalcionesco che riesce simpatico ai più. Un venditore di pubblicità che diventa uno statista. Un comunicatore così povero, e anzi indigesto, che diventa il re e anzi l’imperatore della comunicazione. Alla quale detta temi, tempi, modi. Forse per questo dal grasso Camilleri alla grassa Bologna il sogno di ucciderlo ha proliferato in questi anni, non essendoci altro mezzo per liberarsene. La capitale del culatello – o è dei tortellini? – ha studiato a lungo e promosso un film “Uccidere Berlusconi”, con apposito sito in Internet. I romanzi con Berlusconi finito, assassinato, devono essere cinque o sei. Più il film di Moretti, dove però non si capisce se salta lui, o è lui, Berlusconi, a far saltare l’Italia. Più la pubblicistica di Gomez e Travaglio, che proficuamente investono sulle inchieste costose e finora fallimentari della giustizia italiana, cioè sui soldi degli italiani. Il destino di quest’uomo sarà stato di arricchire chi lo avvicina, anche se malintenzionato.
L'anti-golpe
A lungo è stato un “cinghialone” di riserva dopo Craxi per i milanesi. Il capro espiatorio della loro immensa corruzione. Una soluzione semplice. E poi lui si presta. Ha funzionato però male da parafulmine, perché lui è Milano, più abile, e non meno, degli altri. Berlusconi è il “miglior milanese”, per quanti nasi arricciati possa incontrare nella sua città. Avido cioè, abile, costante, profittatore, e buono. Molto buono.
L’Italia è governata da quindici anni da Milano, di cui quest’uomo astuto e capace è l’esito migliore. Eccezionale se confrontato agli altri milanesi illustri: gli interisti Moratti e Tronchetti Provera, i Guidirossi moralisti fallimentari, i becchini di Mediobanca, i banchieri pelosi della Curia. È Milano comprese le barzellette. È il cappello di Milano sull’Italia. Con la Lega e Cl, la nuova dc pluralista. È il modo come Milano governa l’Italia. Se non è la parte più nobile, è quella di gran lunga condizionante dell’Italia. Un capro espiatorio difficile da sbranare e digerire perché è fatto della stessa pasta: faccia tosta e impunità. E al gioco degli specchi non è, dopo tanti anni, diverso dalla società che si pretende civile, con le barzellette e tutto.
Berlusconi non è il fascismo, è perfino assurdo che la sinistra acculi la destra, la maggioranza dell’elettorato, al fascismo. È Berlusconi: un uomo d’affari, che la destra, anticapitalista, si tiene a malincuore, gli ex fascisti, gli ex Dc, i leghisti, e molti della stessa Forza Italia, i liberali, i socialisti, e perfino della sua famiglia, la famiglia in senso proprio, la moglie e i figli. Facendone una colpa alla sinistra: Berlusconi è stato ed è imposto dalla sinistra. Questo è il risentimento maggiore e il motivo dell’Italia sbracata dei Di Pietro, Borrelli, Scalfaro. Che in qualsiasi democrazia europea non starebbero a sinistra, e sono anzi la vera destra, demagogica, cinica, violenta, ma in Italia sì. È la sinistra in Italia demagogica, cinica, violenta? È ipocrita. Peggio, non c’è altra sinistra che quella che fa votare Berlusconi.
Berlusconi ha con sé la forza della disperazione, di chi tenta di sfuggire all'Italia del compromesso storico - l'Italia degli Andreotti, Borrelli, Scalfaro, ed è tutto dire, adagiata sul cuscino elettorale degli ex comunisti. Berlusconi emerge quando il compromesso si consolida col golpe giudiziario, e raccoglie in quasi tutte le elezioni, con costanza rinnovata, quella maggioranza che è anticompromissoria, e quindi antigiudiziaria, antispeculativa, antimedia, cioè contro il conformismo, il velinismo e le caste di partito che governano i media. Il suo perdurante successo è l'interfaccia del compromesso storico soffocante, del "raiume", del politicamente corretto dei grandi giornali di Lor Signori, del controllo fazioso dello Stato, dell'informazione, della giustizia, dei carabinieri (delle intercettazioni, le indiscrezioni, i verbali segreti, le note di servizio).
La sinistra dei guitti
Si veda la satira in tv, la satira che è di sinistra. C’è un governo che rifila tasse come noccioline, c'è l'inflazione come negli anni Settanta, senza la contingenza e senza un Istat onesto che la rilevi, c’è una corruzione da levare la pelle, impunita, diffusa, bisogna “pagare” anche per avere il gas e la luce, mentre la chiamata, il contratto, le collaborazioni, le consulenze vanno solo agli amici-degli-amici e ai compagni-dei-compagni. O si veda il Berlusconi che Eco tratteggia da una diecina di anni sui giornali, ora un centinaio di pagine della raccolta "A passo di gambero": talmente mediocre e scoperto nella mediocrità, togliattiano, sessantottesco, profittatore, monopolista, corrotto, anche contro la sua volontà, che bisogna chiedersi se gli avversari non sono peggio, dato che non sanno liberarsi di tale nullità, più togliattiani cioè, spregiudicati, corrotti (i giudici?), non contro la loro volontà e anzi di programma (per non dire del torto che Eco, così smart, fa a Togliatti e al Sessantotto). Le amministrazioni di sinistra hanno impoverito e imbruttito Bologna e Firenze con le tasse e la speculazione. Si costruisce ovunque, anche nei parchi pubblici. Non per malanimo, per incrementare gli introiti: quelli delle casse pubbliche, per finanziare la macchina politica, ferocissimo cannibale. Ma non solo i semiologi, i grandi comici della realtà italiana hanno perso la parola, solo sanno fare il Pulcinella-Berlusconi: se non parla Berlusconi loro non sanno che dire.
La verità è questa: che trenta milioni di italiani, un buon ottanta per cento degli elettori, debbono tenersi sul gobbo uno che è il più ricco, e possiede dodici ville, per colpa dei comici. Che di una persona di così poco carattere fanno un gigante dei loro spettacoli, Grillo, Benigni, Moretti, eccetera. Non per guadagnare, no, a fin di bene - e si sa già come andrà a finire: fra qualche anno faranno spettacoli per dirci che Berlusconi non era poi male. Il problema è: non come ci liberiamo da Berlusconi, ma come ci liberiamo dai guitti. Non c’è del resto altra sinistra - se non quella della forza pubblica, la carcerazione preventiva, le intercettazioni abusive, le mutande in piazza, e la morte augurata.
Sinistra sinistra
Berlusconi non è furbo. La sua forza nei media, che si ritiene essere la sua forza in politica, Berlusconi ha trasformato in debolezza: non indietreggiando di un palmo, e anzi misconoscendo il conflitto d’interesse, s’è messo contro tutti gli editori, di sinistra e di destra. Per una copia, per un euro di pubblicità. Le sue polemiche sul 25 aprile sono anche segno di pochezza politica: senza il 25 aprile, che è il fondamento della costituzione liberale, Berlusconi sarebbe finito dritto in carcere invece che a Palazzo Chigi, su ordine del suo protetto Fini, con tutto il giustizialismo fascista. Ma ha di fronte di peggio. E' così che il suo stesso antagonizzare gli editori concorrenti si rivolge a suo beneficio. Per l'indigenza dell'informazione.
La sinistra, apparentemente sostenuta dai grandi editori concorrenti di Berlusconi, Rai, banche, Fiat, Caltagirone, Confindustria, De Benedetti, è in realtà annichilita da un giornalismo stantio. Che vive di frasi fatte. E il suo impegno di ricerca e di denuncia limita ai dossier di tutori felloni dell'ordine. E a togliere la parola all’avversario prima che parli. Salvo che non abbia qualcosa da dire contro un suo alleato, nel qual caso si fa un’edizione straordinaria – quante volte non abbiamo letto che Bossi critica Berlusconi, e Fini è un gentiluomo, sempre rispetto a Berlusconi? Tutto falso, non solo il giornalista lo sa, anche il lettore.
Le epiche sfide, di Cofferati, i girotondini, il professor Zaccaria, i procuratori napoletani, che pure sono miracoli di comunicazione, basandosi sul malaffare dichiarato, sul loro proprio malaffare, corroborano l’inconsistenza di questo privilegio editoriale. Il pastone del Tg1 sicuramente allontana i giovani e i non trinariciuti dalla politica, e quindi dalla sinistra, ma anche le prime pagine di “Repubblica”, del “Corriere”, della “Stampa”. Una voragine - sarà uno dei punti di più ampia analisi per gli storici: la censura costante, la faziosità, il servilismo, tolto il velo rutilante, brillante, sempre compiaciuto.
Della sinistra Berlusconi in realtà è il totem, più che lo specchio: è l'unica sua forza politica. L’unica forza di Berlusconi è la debolezza degli altri, le terze file dell’ex Dc e dell’ex Pci. In proprio è l’imprenditore che non capitalizza, benché di successo, in politica ancora meno che nell’economia. L’imprenditore che ha idee, fiuta il mercato, organizza anche, ma non abbastanza, la sua stessa irruenza creativa lo porta a trascurare le condizioni per la stabilizzazione, e perfino a scontrarvisi: le alleanze, i lip services, le lisciatine o adulazioni, e il far guadagnare i potenti.
È anche - la cosa più triste - il reagente di un’intellettualità bacata. Leggere Asor Rosa che gli preferisce il fascismo, perché il fascismo era “di massa”. O Lucio Villari che obietta: “Che c’entra, anche Hitler vinse le elezioni”. Uno si chiede: a che punto eravamo? Ci si può certo congratulare dell'impoliticità di storici e letterati. Ma fino a un certo punto. Uno non voterà Berlusconi a pelo, a fiuto, ma a sinistra il puzzo è forte, bisogna proprio turarsi il naso. Senza contare che la storia già si vede, e Berlusconi è il male minore - è la faccia migliore del milanesismo che governa l'Italia, di cui la Lega è la faccia giusta.
Politica mercato
Si può prendere Berlusconi per quello che è, ma bisogna anche prenderlo sul serio, per quello che nasconde.
Nella storia, quella che ormai a tutti gli effettui è l’era Berlusconi, dopo la famosa rivoluzione ambrosiana (in realtà ambro-partenopea), alcune cose sono già avvenute. Ha semplificato lo schieramento politico riottoso, verso un bipartitismo obbligato (la cultura politica italiana solo sa concepire soluzioni obbligate: la famosa “Europa”, l’euro, la flessibilità dopo i licenziamenti di massa). Ha ridato (un po’ di) iniziativa alla politica, seduta dietro i giornalisti-giudici. Ha riassorbito la Lega. Sta liberando la sinistra dalla questione comunista. Qualcosa è già nella storia: Berlusconi è quello che ha evitato all’Italia nel 1994 di naufragare nella palude Dc-Pci, i resti delle possenti armate, con i loro compari ex giudici, gente di mano. E questo è un fatto. L’altro è che lo ha fatto senza barricate. Senza carcere per nessuno.
Tutto questo per essere il migliore interprete della politica ridotta a teatrino, come dice lui. O a mercato: lui parla meglio di tutti il linguaggio del bazar con cui i golpisti si camuffavano. Uno che ha avuto successo da imprenditore, come dice lui, non può non essere una garanzia politica. Se la politica appunto è un mercato. Dove Berlusconi, da buon venditore, decanta la sua merce, mentre gli altri si limitano a dire che puzza. Perché non hanno merce, o hanno merce avariata – in tutte le democrazie, anche le più radicalizzate, i politici si rispettano, Zapatero rispetta Rajoy, per esempio, e viceversa, solo in Italia una parte politica non presenta argomenti, solo contumelie.
Chavez - Non si può dire che non sia quello che è, un cacicco sudamericano, irascibile, violento, familistico, amorale, ostile al mondo. Un golpista e un dittatore. Che trova comodo fare il nazionalista antimperialista. Contro gli Usa quindi e contro il cartello del petrolio. Ma a favore del cartello del petrolio vero, dell’Opec, contro il Brasile e Lula, per esempio. Nemico della Spagna socialista, dell’Inghilterra, della Colombia (è per le Farc?). Non si può fargliene una colpa: è quello che è, in questo senso è onesto.
Ma cosa c’è in Chavez che un leader politico italiano abbia da adulare e portare a esempio? Che il comunismo possa dire in qualche modo affine? Che l’onestà, se non la ragione politica, trovi degno di nota, se non da additare a esempio? Nulla. C’è che è popolare in Italia: c’è un fondo di cieco anarchismo nella democrazia italiana, di lutulento. Un fondo che è stato correttamente fascista, ma si dice comunista.
Mitrokhin - Si chiude – si chiude? – una vicenda che assomma nel ridicolo tutto il tragico dell’Italia post-comunista. Ridicola per quei suoi consulenti inattendibili e inquietanti. Lo Sgaramella è tutto Totò, anche nel nome. Qualcuno c’è morto, ma nemmeno questo si riesce a sapere se è vero.
Ridicola e inquietante, però, la vicenda non è per quello che sottintende quanto per quello che rivela. E cioè che il dossier è stato manipolato. Da mani italiane. Che lo hanno disseminato di spie improbabili. Mani di giornalista, che ha buttato giù i primi nomi che sicuramente non c'entravano, di Gozzano, Lizzadri, Viola. E Prodi, perché no. I servizi segreti italiani manipolano il dossier, col governo D’Alema, e su questo falso si fa una commissione parlamentare d’inchiesta, si nominano superperiti.
Orwell - “La fattoria degli animali” in Italia non sarebbe stato pubblicato. O si sarebbe pubblicato in conto spese, e nessuno l’avrebbe letto. Oppure, se fosse stato letto, si sarebbe detto che è esagerato e di parte, come in effetti è. Da noi solo “don camilli”, un colpo di qua e uno di là, con molte assoluzioni – i preti italiani, si sa, hanno sempre considerato Woytiła un fanatico. Di scrittori come Guareschi, che nel 1946 si mise in salvo per alcuni mesi nella tana del lupo, il giornale del Pci “Milano-sera”.
Weimar - È sempre un mistero politico: perché la prima repubblica in Germania deperisce rapidamente e si suicida. E s’intende: perché i tedeschi erano inadatti alla democrazia. Anche i tedeschi migliori, Thomas Mann, Ernst Jünger. È vero, i tedeschi si sono adattati alla democrazia dopo Hitler, per paura. Ma non è tutto, il mistero resta.
Un’altra storia si può raccontare. I tedeschi avevano scelto al repubblica, abbandonando il kaiser e l’impero millenario, per essere accettati nel concerto delle nazioni. Ne furono invece esclusi. Per Weimar hanno operato alcuni dei tedeschi migliori, Rathenau, Stresemann, lo stesso Hindenburg, in una stagione culturale così ricca di opere e di talenti in appena una dozzina d’anni da costituire probabilmente un record storico mondiale. Contro Weimar è bastato Poincaré, con pochi altri francesi ancora più mediocri, nella Slesia dapprima e poi nella Ruhr.
È un confronto asimmetrico. Non a favore della Germania, se tanta intelligenza e bellezza furono sconfitti dall’insolenza. In una scena europea che non isolava la Germania e anzi, con le opposte esigenze dell’Urss, dell’Italia, della Gran Bretagna, avrebbe consentito d’isolare e ridurre l’inimicizia preconcetta – quello che Hitler scoprì presto, con suo beneficio. È che a Parigi, e nella repubblica di Weimar, si dava per scontato un secondo, “definitivo”, colpo alla Germania. Salvo trovarsi impreparati quando la sfida fu raccolta.
Parlare di Weimar non è inutile – non è da storici. È un caso coerente di istituzioni che deperiscono gravemente e rapidamente. Altre istituzioni deperiscono, più spesso con lentezza, senza colpi di scena, non sempre gravemente, poiché lo stadio finale non s’intravvede, ma con costanza. Apparentemente anche senza motivi, ma perché sono ben celati.
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