La crisi ha liberato un segreto e alcune verità.
Il segreto copriva l’avviso di reato a Berlusconi nel 1994, pubblicato dal “Corriere della sera” il giorno precedente l’apertura a Napoli, da parte dello stesso B. presidente del consiglio, di un vertice Onu sulla criminalità. L’avviso si dimostrò poi inconsistente, ma lo scandalo fu enorme. Ora Scalfaro, a Marzio Breda sul “Corriere” del 17 gennaio, dice che non fu lui a darne notizia allora al giornale. Fu quindi la Procura di Milano (solo la Procura emittente e il Quirinale sapevano quel giorno, una domenica, dell’avviso).
Molte moine e grande freddo fra ex Dc e ex Pci nel partito Democratico, in vista delle elezioni subito. Molti ex Dc temono un’emorragia del voto a favore dei democristiani residui e dichiarati, Mastella, Casini, e lo stesso neonato del centrosinistra partito della Rosa.
Oggi non si può dire perché vittima della crisi sembra Prodi, ma il governo è caduto per una manovra interna al partito Democratico. Una tipica manovra democristiana da parte di ex Dc. Questo è nei fatti: l’avventurosa offensiva contro Mastella è partita dai Democratici bianchi di Capua. Quanto a Prodi è ancora da vedere se, o quanto a lungo, resterà vittima della crisi. L’obiettivo suo e degli amici era di cortocircuitare il contatto di Veltroni con B. da una parte, e dall’altra di sabotare il suo programma di “vincere anche perdendo”. D’imporsi come capo dello schieramento sfidando tutti da solo col Pd.
Nella crisi Veltroni si vuole ingenuo ma rischia di risultare sciocco: l’analogia o simmetria del Pd oggi, che il voto coglierà nella fase ancora costituente, con Forza Italia nel 1994 è solo apparente e fuorviante. Il voto d’opinione non sposta dieci milioni di elettori. Forza Italia era preparata alle elezioni da una diecina di mesi, aveva accuratamente selezionato i candidati uno per uno, aveva alleanze con tutti i centri di potere locali.
giovedì 31 gennaio 2008
Zitti tutti per Thaci, Giuliano del Kossovo
Hanno imbarazzato più che altro la Rai e la grande stampa italiana le rivelazioni, la settimana scorsa, sui giornali sloveni e serbi, che il governo di Lubiana, che presiede l’Unione Europea, ha avuto dettate a Natale al dipartimento di Stato dai consiglieri di Condoleezza Rice l’agenda dell’indipendenza del Kossovo. Uno scandalo, non c’è dubbio: sull’altrimenti vigile antiamericanismo hanno pesato questa volta le indicibili ragioni del sostegno europeo allo smembramento della Serbia. Alle porte dell’Italia si creerà domenica un focolaio di tensione e forse di guerra, ma nessuno deve saperne nulla – “muti!”, direbbero i boss in Sicilia. Non che l’Italia ci possa far molto, ma che l’Italia appoggi Thaci, e questo non si possa dire, questo è sicuramente importante. Uno vorrebbe complimentarsi per l’irredentismo, che è un valore patrio, ma non può. Anche se resta il dubbio che gli Usa riescano in Kossovo quello che hanno fallito in Sicilia con l’irredentismo di Giuliano.
Il primo ministro Hashem Thaci sarà dunque domenica il padre della patria del Kossovo indipendente. E sarà fra dieci anni, o venti, il leader della Grande Albania, con l’Albania propriamente detta e mezza Macedonia. Che detta così sembra fantapolitica, e lo è. Ma nessuno avrebbe detto dieci anni fa, quando Scalfaro e D’Alema dichiararono guerra alla Serbia, che Thaci, un piccolo Giuliano del Kossovo, sarebbe divenuto capo di uno Stato indipendente. Riverito dall’Occidente tutto, l’America non soltanto che lo ha creato, ma anche l’Europa.
Il primo ministro Hashem Thaci sarà dunque domenica il padre della patria del Kossovo indipendente. E sarà fra dieci anni, o venti, il leader della Grande Albania, con l’Albania propriamente detta e mezza Macedonia. Che detta così sembra fantapolitica, e lo è. Ma nessuno avrebbe detto dieci anni fa, quando Scalfaro e D’Alema dichiararono guerra alla Serbia, che Thaci, un piccolo Giuliano del Kossovo, sarebbe divenuto capo di uno Stato indipendente. Riverito dall’Occidente tutto, l’America non soltanto che lo ha creato, ma anche l’Europa.
Editoria superstar in Borsa
Malgrado la crisi finanziaria, e malgrado gli errori di collocazione del “Sole”, l’editoria premia i cassettisti, con dividendi del 6-7 per cento: L’Espresso, Mondadori, Mediaset, Class sono le vedettes quest’anno della stagione dei dividendi. L’editoria era un settore maturo, sovradimensionato, da ristrutturare. E maturo lo è ancora, è un settore dove non si sa dove investire, se non comprando all’estero. Per questo tutti i guadagni vanno quest’anno in dividendi. In Mediaset, che è anche l’unica azienda dei media che tenta investimenti innovativi, nel digitale, nel pay-per-view, in America Latina, va in dividendo il cento per cento degli utili. I benefici vengono dalla pubblicità, trainata, checché si dica, dalla televisione, dal rinvio ormai triennale dei rinnovi contrattuali, dall’affinamento dell’outsourcing per la stampa e la distribuzione.
Perché lo sboom sarà profondo e lungo
Ci sono almeno tre fattori per cui la crisi finanziaria si aggraverà e durerà, non casuali e non assorbibili. Anche se uno solo basterebbe a spiegarne la profondità: se dieci banche sono bacate (e lo sono), mille lo saranno, tanti sono gli intrecci interbancari - e salvare tutte le banche del mondo si può solo negli incubi.
Le perdite sui mutui sub prime non sono ancora esaurite, e non hanno passato il momento peggiore. E dai mutui si sposta al credito al consumo, che è ancora meno garantito, con carte di credito e credito personale. Le indagini del Controllore di Borsa New York, su quaranta banche, e dell’Fbi, su quattorodici, si basano su ipotesi di una crisi più radicata. I problemi stanno poi investendo le società di assicurazione e riassicurazione sui mutui non garantiti, le monoline, e quindi un'altra falla si aprirà. Né l'Europa può restarne indenne, per i casi inglesi, dell'Ubs, che ha iscritto perdite per dieci miliardi, sembra impossibile, e di Société Générale, per la quale pochi credono che un operatore infedele abbia realizzato frodi per 50 miliardi di euro, cifra enorme, e perdite per cinque miliardi, cifra altrettanto enorme.
Le due precipitose riduzioni del costo del denaro in America potranno rilanciare la domanda, ma a termine. Mentre subito riducono i margini per le banche, già indebolite. Ciò si riflette nell’interbancario, dove nessuna banca si fida più dell’interlocutore.
La caduta del mercato immobiliare americano esplicherà tutti i suoi effetti nel medio-lungo termine. Condizionando negativamente l’insieme dell’economia negli Usa e nell’Ue, quali che possano essere gli incentivi al rilancio della domanda.
Le perdite sui mutui sub prime non sono ancora esaurite, e non hanno passato il momento peggiore. E dai mutui si sposta al credito al consumo, che è ancora meno garantito, con carte di credito e credito personale. Le indagini del Controllore di Borsa New York, su quaranta banche, e dell’Fbi, su quattorodici, si basano su ipotesi di una crisi più radicata. I problemi stanno poi investendo le società di assicurazione e riassicurazione sui mutui non garantiti, le monoline, e quindi un'altra falla si aprirà. Né l'Europa può restarne indenne, per i casi inglesi, dell'Ubs, che ha iscritto perdite per dieci miliardi, sembra impossibile, e di Société Générale, per la quale pochi credono che un operatore infedele abbia realizzato frodi per 50 miliardi di euro, cifra enorme, e perdite per cinque miliardi, cifra altrettanto enorme.
Le due precipitose riduzioni del costo del denaro in America potranno rilanciare la domanda, ma a termine. Mentre subito riducono i margini per le banche, già indebolite. Ciò si riflette nell’interbancario, dove nessuna banca si fida più dell’interlocutore.
La caduta del mercato immobiliare americano esplicherà tutti i suoi effetti nel medio-lungo termine. Condizionando negativamente l’insieme dell’economia negli Usa e nell’Ue, quali che possano essere gli incentivi al rilancio della domanda.
domenica 27 gennaio 2008
La sinistra vittima della sinistra
Non è vero che l’Italia vota a destra - Galli della Loggia sul "Corriere" - e la sinistra solo casualmente va al governo. L’Italia repubblicana ha sempre votato a sinistra, per il 55-60 per cento del voto, a meno di non considerare i socialisti e i repubblicani parte della destra, roba da Comintern – i successi di Berlusconi nel 1994, nel 1996 (sì) e nel 2001 sono dovuti al voto laico e dei socialisti, da Bonaiuti a Sacconi, Tremonti, Frattini, La Malfa eccetera.
Non è vero che la sinistra è vittima del suo programma. Delle due o trecento pagine del programma. Queste sono americanate - la maniera italica, cioè democristiana, di recepire l’America - di per sé innocue. È vittima del non programma. Il programma è nei fatti: la competitività, la precarietà (del lavoro, delle retribuzioni, e ancora di più della previdenza), la riduzione o compressione del reddito reale, per effetto dell’inflazione e, soprattutto, delle tasse. Il fisco, tariffe pubbliche comprese, è insostenibile. Lo vedono tutti, eccetto la sinistra, che si rappresenta nei giovani non lavoratori, e nei lavoratori dipendenti – con la ritenuta alla fonte l'imposta sul reddito è pagata dal datore di lavoro e non dal lavoratore. Ma per il sessanta per cento degli italiani la voracità dello Stato, delle Regioni, dei Comuni è disastrosa, per i pensionati in particolare e per i nuovi lavoratori. Il programma di Prodi invece si sperdeva nello zapaterismo. Che voleva realizzare con un buon terzo della maggioranza di osservanza confessionale….
La sinistra è vittima della sinistra, l’Italia è vittima di questa sinistra. Consegnata a Prodi. Che è un figlioccio di Andreotti, quando è al meglio. Quando Veltroni neo segretario degli ex comunisti dieci anni fa andò nel suo torneo cimiteriale alla tomba di Dossetti ma non di Nenni, il presunto nuovismo disse subito la sua confusione. L’Italia è vittima del non detto di questa sinistra. I prodiani non hanno mai fatto ammenda di tutti gli abusi della Dc. Basti citare la cessione della Sme a De Benedetti, caso oltraggioso di strapotere e malgoverno, poi rigirato da giudici compiacenti a carico di Berlusconi. I nipotini di Togliatti si limitano a non citare il nonno, nel mentre ne perpetuano la lezione.
Questa sinistra è compiaciuta, questa la sua tara. Non critica, ma trionfante. Per la superiorità morale che si attribuisce, anche quando ruba. La superiorità di cui la incensano gli imbonitori tv e i giornali dei padroni. E' rumorosa, occupa la piazza, in città e in televisione, sempre vincente e strafottente. Dalla Sapienza ai cannoli di Palermo fa male vedere tanti giovani già pronti in divisa, irreggimentati, all’ora giusta, al posto giusto, con gli slogan calibrati, tutti uguali, implacabili. È una sinistra conformista, per quanto sia assurdo. Ed è resistenziale. Questa sinistra è da oltre trent’anni al governo, con brevi interruzioni. Ma si vuole resistenziale, in senso negativo, della rivalsa. È cioè vittimista: rancorosa, anche contro l’elettorato, revanscista, sarcastica.
È anche, paradosso dei paradossi, una sinistra bancaria, e un po’ speculatrice. In altri tempi si sarebbe detta sinistra dei padroni, con la scusa della modernizzazione. Campioni della sinistra sono i grandi banchieri, Draghi, Profumo, Bazoli e lo stesso Geronzi, che dopo le liberalizzazioni fanno la banca più cara al mondo, più lenta, più vessatrice. O i grandi speculatori, quelli degli affari dubbi, a danno sempre dei risparmiatori e delle regole: Soru, De Benedetti, Colaninno – nella tradizione dei Soros, Maxwell, Stavisky, Parvus, i grandi signori del denaro? È di questa sinistra perfino Montezemolo, il presidente della Confindustria.
È così che Berlusconi, un avversario ridicolo, stravince. Tronfio, baüscia, noioso, superficiale, il suo voto non è, non può essere, una scelta, ma una protesta. Continua, perseverante. Se questa sproporzione, di arroganza e scioccheria, non gli giova. Può essere, visto che si circonda di consulenti e sondaggi. Nei suoi quindici anni di politica almeno un centinaio di feroci best-seller sono stati pubblicati contro di lui. Alcuni diffamatori, che lo dicono mafioso, e trafficante di cocaina. Ma non si querela: l’arroganza degli altri gli fa gioco. È tuttavia, al tirare delle somme, meno dannoso, molto meno di chi occupa le poltrone per amici e parenti, degli orridi magistrati sbirri, della giustizia politica, e delle vestali a cachet, della politichicchia isterica.
Non è vero che la sinistra è vittima del suo programma. Delle due o trecento pagine del programma. Queste sono americanate - la maniera italica, cioè democristiana, di recepire l’America - di per sé innocue. È vittima del non programma. Il programma è nei fatti: la competitività, la precarietà (del lavoro, delle retribuzioni, e ancora di più della previdenza), la riduzione o compressione del reddito reale, per effetto dell’inflazione e, soprattutto, delle tasse. Il fisco, tariffe pubbliche comprese, è insostenibile. Lo vedono tutti, eccetto la sinistra, che si rappresenta nei giovani non lavoratori, e nei lavoratori dipendenti – con la ritenuta alla fonte l'imposta sul reddito è pagata dal datore di lavoro e non dal lavoratore. Ma per il sessanta per cento degli italiani la voracità dello Stato, delle Regioni, dei Comuni è disastrosa, per i pensionati in particolare e per i nuovi lavoratori. Il programma di Prodi invece si sperdeva nello zapaterismo. Che voleva realizzare con un buon terzo della maggioranza di osservanza confessionale….
La sinistra è vittima della sinistra, l’Italia è vittima di questa sinistra. Consegnata a Prodi. Che è un figlioccio di Andreotti, quando è al meglio. Quando Veltroni neo segretario degli ex comunisti dieci anni fa andò nel suo torneo cimiteriale alla tomba di Dossetti ma non di Nenni, il presunto nuovismo disse subito la sua confusione. L’Italia è vittima del non detto di questa sinistra. I prodiani non hanno mai fatto ammenda di tutti gli abusi della Dc. Basti citare la cessione della Sme a De Benedetti, caso oltraggioso di strapotere e malgoverno, poi rigirato da giudici compiacenti a carico di Berlusconi. I nipotini di Togliatti si limitano a non citare il nonno, nel mentre ne perpetuano la lezione.
Questa sinistra è compiaciuta, questa la sua tara. Non critica, ma trionfante. Per la superiorità morale che si attribuisce, anche quando ruba. La superiorità di cui la incensano gli imbonitori tv e i giornali dei padroni. E' rumorosa, occupa la piazza, in città e in televisione, sempre vincente e strafottente. Dalla Sapienza ai cannoli di Palermo fa male vedere tanti giovani già pronti in divisa, irreggimentati, all’ora giusta, al posto giusto, con gli slogan calibrati, tutti uguali, implacabili. È una sinistra conformista, per quanto sia assurdo. Ed è resistenziale. Questa sinistra è da oltre trent’anni al governo, con brevi interruzioni. Ma si vuole resistenziale, in senso negativo, della rivalsa. È cioè vittimista: rancorosa, anche contro l’elettorato, revanscista, sarcastica.
È anche, paradosso dei paradossi, una sinistra bancaria, e un po’ speculatrice. In altri tempi si sarebbe detta sinistra dei padroni, con la scusa della modernizzazione. Campioni della sinistra sono i grandi banchieri, Draghi, Profumo, Bazoli e lo stesso Geronzi, che dopo le liberalizzazioni fanno la banca più cara al mondo, più lenta, più vessatrice. O i grandi speculatori, quelli degli affari dubbi, a danno sempre dei risparmiatori e delle regole: Soru, De Benedetti, Colaninno – nella tradizione dei Soros, Maxwell, Stavisky, Parvus, i grandi signori del denaro? È di questa sinistra perfino Montezemolo, il presidente della Confindustria.
È così che Berlusconi, un avversario ridicolo, stravince. Tronfio, baüscia, noioso, superficiale, il suo voto non è, non può essere, una scelta, ma una protesta. Continua, perseverante. Se questa sproporzione, di arroganza e scioccheria, non gli giova. Può essere, visto che si circonda di consulenti e sondaggi. Nei suoi quindici anni di politica almeno un centinaio di feroci best-seller sono stati pubblicati contro di lui. Alcuni diffamatori, che lo dicono mafioso, e trafficante di cocaina. Ma non si querela: l’arroganza degli altri gli fa gioco. È tuttavia, al tirare delle somme, meno dannoso, molto meno di chi occupa le poltrone per amici e parenti, degli orridi magistrati sbirri, della giustizia politica, e delle vestali a cachet, della politichicchia isterica.
giovedì 24 gennaio 2008
Non è Mani Pulite e può essere peggio
La reazione scomposta di Mastella e il mercato dei senatori monopolizzano l’attenzione, ma col fallimento di Prodi troppe cose vanno indietro. A Mani Pulite, si dice. Ma è peggio: il golpe giudiziario non portato a termine a Milano si completa in questa crisi col definitivo sbriciolamento della politica, che è la sola arma della giustizia. Restano i valori di destra, anche se sotto la forma dei Chavez e degli Ahmadinejad cari a certa mugwump, gli avvoltoi della sinistra: un calcio ai politici sarebbe plebiscitato in Italia, e in quella che conta, al Nord e al Centro, più che nell’Italia stracciona.
La sinistra, già minoritaria, si frantuma e si restringe. La sinistra, già minoritaria, si frantuma e si restringe. L’unico motivo che trova alla crisi è la legge elettorale, e questo dice tutto: è l’unica accusa che ancora sa formulare contro Berlusconi, Berlusconi è l’unica “cosa” di questa sinistra. Stanno a sinistra i capi dei partiti personali, Mastella, Di Pietro, Dini, e i senatori in crisi di coscienza, Fisichella, Turigliatto, Rame. Mentre l’ex Pci, Ds-Pd compresi, non ha ancora elaborato il lutto, localmente Togliatti è ben vivo. Il partito Democratico, sola alternativa a Berlusconi, va così a un naufragio peggiore delle attese. Che Prodi sfidi Veltroni con una lista propria interpartitica è da commedia di Pulcinella. Che Prodi tenti d’impedire a Napolitano, con la sfiducia al Senato, un ministero delle riforme, per andare invece subito al voto col suo governo dimissionario, questo è un suicidio da disperazione. Che questi mesi gli servano per rinnovare le grandi cariche di nomina pubblica è il segno evidente della degenerazione di questa politica, di una generazione e uno schieramento.
Tutto crolla in una settimana, perché era già marcio – tutto quello che non è Berlusconi e Fini. Il 16 gennaio imperavano ancora la spazzatura di Napoli e il papa alla Sapienza. Il 15, o il 14, i giudici di Milano che si protestavano “socialmente inutili”, l’humour dei balordi. Ma un mese prima, o due, Di Pietro e l’Associazione magistrati ultimavano: “Via Mastella dal governo”, a sostegno di De Magistris. Il dottor De Magistris, cui poi il Csm oserà togliere la giurisdizione, voleva condannati Prodi e Mastella, per un affare di massoneria sanmarinese….
L'esame di coscienza che la sinistra non si fa – da laici bisognerebbe dire autocoscienza? - è surrogata sempre con la sostituzione della questione morale alla politica. Cioè con la delega della politica ai giudici, i quali non hanno cultura democratica, e quando sono bravi sono sbirri: calcolatori, prepotenti, ingiusti. La colpa è persistente, ed è quindi evidente che la sinistra è sotto ricatto: lo vedono tutti che la corruzione si persegue solo in alcuni casi - e in altri è proprio della giustizia, quanta sporcizia nella Mani Pulite. I giudici sono il distillato del potere, l’Ersatz di democrazia che occupa la “seconda” Repubblica, dalla Rai al Csm e alla sanità (sindacati). Che non fa le cause, non condanna e non assolve, ma è il cuore dell’antipolitica. Una giustizia che definire politica sarebbe un complimento: è solo golpista, spesso non innocente. Ci sono colpe naturalmente, ma non è la politica che genera l’antipolitica. È ormai evidente che l’antipolitica – i giudici e i giornali, con i loro padroni – vuole distruggere la politica.
La sinistra, già minoritaria, si frantuma e si restringe. La sinistra, già minoritaria, si frantuma e si restringe. L’unico motivo che trova alla crisi è la legge elettorale, e questo dice tutto: è l’unica accusa che ancora sa formulare contro Berlusconi, Berlusconi è l’unica “cosa” di questa sinistra. Stanno a sinistra i capi dei partiti personali, Mastella, Di Pietro, Dini, e i senatori in crisi di coscienza, Fisichella, Turigliatto, Rame. Mentre l’ex Pci, Ds-Pd compresi, non ha ancora elaborato il lutto, localmente Togliatti è ben vivo. Il partito Democratico, sola alternativa a Berlusconi, va così a un naufragio peggiore delle attese. Che Prodi sfidi Veltroni con una lista propria interpartitica è da commedia di Pulcinella. Che Prodi tenti d’impedire a Napolitano, con la sfiducia al Senato, un ministero delle riforme, per andare invece subito al voto col suo governo dimissionario, questo è un suicidio da disperazione. Che questi mesi gli servano per rinnovare le grandi cariche di nomina pubblica è il segno evidente della degenerazione di questa politica, di una generazione e uno schieramento.
Tutto crolla in una settimana, perché era già marcio – tutto quello che non è Berlusconi e Fini. Il 16 gennaio imperavano ancora la spazzatura di Napoli e il papa alla Sapienza. Il 15, o il 14, i giudici di Milano che si protestavano “socialmente inutili”, l’humour dei balordi. Ma un mese prima, o due, Di Pietro e l’Associazione magistrati ultimavano: “Via Mastella dal governo”, a sostegno di De Magistris. Il dottor De Magistris, cui poi il Csm oserà togliere la giurisdizione, voleva condannati Prodi e Mastella, per un affare di massoneria sanmarinese….
L'esame di coscienza che la sinistra non si fa – da laici bisognerebbe dire autocoscienza? - è surrogata sempre con la sostituzione della questione morale alla politica. Cioè con la delega della politica ai giudici, i quali non hanno cultura democratica, e quando sono bravi sono sbirri: calcolatori, prepotenti, ingiusti. La colpa è persistente, ed è quindi evidente che la sinistra è sotto ricatto: lo vedono tutti che la corruzione si persegue solo in alcuni casi - e in altri è proprio della giustizia, quanta sporcizia nella Mani Pulite. I giudici sono il distillato del potere, l’Ersatz di democrazia che occupa la “seconda” Repubblica, dalla Rai al Csm e alla sanità (sindacati). Che non fa le cause, non condanna e non assolve, ma è il cuore dell’antipolitica. Una giustizia che definire politica sarebbe un complimento: è solo golpista, spesso non innocente. Ci sono colpe naturalmente, ma non è la politica che genera l’antipolitica. È ormai evidente che l’antipolitica – i giudici e i giornali, con i loro padroni – vuole distruggere la politica.
martedì 22 gennaio 2008
Prima della rivoluzione viene Mastella
Il 7 novembre del 1917, quando i bolscevichi s’impadronirono del potere a Mosca, la cosa passò inosservata in Italia. Giusto poche righe sul “Corriere” e l’“Avanti!” tre giorni dopo per darne notizia - il 24, poi, il ventiseienne Gramsci condannerà il fatto come una “rivoluzione contro “il Capitale”, “Il Capitale” di Marx, nell’edizione milanese dell’“Avanti!”. Così oggi, su tutti i giornali campeggia Mastella. Mentre il mondo va a rotoli.
Il 1917 si può capire: c’era stata da pochi giorni Caporetto, e l’Italia aveva quindi altro cui pensare. Ma tra Caporetto e la Rivoluzione d’ottobre c’era anche spazio per il signor Bonaventura, che debuttò sul “Corriere dei piccoli” il 28 ottobre. Oggi c’è spazio per Sarkozy, se la superbella Carla Bruni potrà o no accompagnarlo in India. E ancora per il papa, se poteva o non poteva andare alla Sapienza. Si può pensare che l’Italia abbia l’occhio anamorfico, e le cose le veda di sbieco. Oppure che sempre l’Italia, anche quella gloriosamente laica del Risorgimento, sia parrocchiale.
Il 1917 si può capire: c’era stata da pochi giorni Caporetto, e l’Italia aveva quindi altro cui pensare. Ma tra Caporetto e la Rivoluzione d’ottobre c’era anche spazio per il signor Bonaventura, che debuttò sul “Corriere dei piccoli” il 28 ottobre. Oggi c’è spazio per Sarkozy, se la superbella Carla Bruni potrà o no accompagnarlo in India. E ancora per il papa, se poteva o non poteva andare alla Sapienza. Si può pensare che l’Italia abbia l’occhio anamorfico, e le cose le veda di sbieco. Oppure che sempre l’Italia, anche quella gloriosamente laica del Risorgimento, sia parrocchiale.
E' caduta senza reti
C’è la crisi della banche, e l’impossibilità di tenere le posizioni speculative a termine sui derivati, dietro l’uscita precipitosa dei capitali dalle Borse. Più che l’insufficienza del pacchetto fiscale di Bush, che impegna nel rilancio della domanda in America l’1 per cento del pil e non il 2-2,5 per cento come atteso, la fuga dalle Borse viene dalla maturata certezza di fallimenti bancari a catena, il salvataggio della Northern Rock a Londra non ha fatto testo. E dall’impossibilità di tenere le posizioni speculative al rialzo sulle materie prime, specie sul petrolio, a fronte della recessione e del crollo della domanda. Che colpirà fondamentalmente anch’essa le banche. Da qui la fuga precipitosa, nella convinzione che nessuno può a questo punto farci nulla, né le banche centrali né il G 8 o altra autorità di coordinamento.
Quella del 21 gennaio sarà stata la prima crisi, dopo il 1929, senza possibilità di governo, malgrado le tante reti di salvataggio apprestate. Le politiche monetarie, con cui la Fed e la Bce hanno governato brillantemente l’11 settembre e altre crisi, si ritengono oggi del tutto inadeguate alla profondità della voragine aperta dai mutui senza garanzia, che si aggrava ora con a mano a mano che le ricoperture con i derivati si manifestano in perdita – le operazioni sui derivati maturano progressivamente, e solo dopo un certo periodo si sa se si è guadagnato o perso.
La recessione, che il governo americano ha tentato di disinnescare col suo pacchetto di sgravi fiscali, e che nel quadro del crollo del 21 gennaio è l’aspetto minore della crisi, ha però innescato il crollo in arrivo dei derivati. Le operazioni sui prodotti finanziari derivati, swap, opzioni, future, tecnicamente servono a coprire un rischio oppure a diluire un debito. Sono swap gli accordi per la conversione di titoli, se ne classificano centinaia di tipi, una forma di riassicurazione. Future è un contratto con consegna differita, e in genere mai effettuata, di merci o valute, un gioco puramente speculativo. Che può funzionare anche al ribasso, ma allora con conveniente anticipo.
Quella del 21 gennaio sarà stata la prima crisi, dopo il 1929, senza possibilità di governo, malgrado le tante reti di salvataggio apprestate. Le politiche monetarie, con cui la Fed e la Bce hanno governato brillantemente l’11 settembre e altre crisi, si ritengono oggi del tutto inadeguate alla profondità della voragine aperta dai mutui senza garanzia, che si aggrava ora con a mano a mano che le ricoperture con i derivati si manifestano in perdita – le operazioni sui derivati maturano progressivamente, e solo dopo un certo periodo si sa se si è guadagnato o perso.
La recessione, che il governo americano ha tentato di disinnescare col suo pacchetto di sgravi fiscali, e che nel quadro del crollo del 21 gennaio è l’aspetto minore della crisi, ha però innescato il crollo in arrivo dei derivati. Le operazioni sui prodotti finanziari derivati, swap, opzioni, future, tecnicamente servono a coprire un rischio oppure a diluire un debito. Sono swap gli accordi per la conversione di titoli, se ne classificano centinaia di tipi, una forma di riassicurazione. Future è un contratto con consegna differita, e in genere mai effettuata, di merci o valute, un gioco puramente speculativo. Che può funzionare anche al ribasso, ma allora con conveniente anticipo.
Crisi da copione, della commedia dell'arte
Rivista in sezione e nella tempistica, la crisi è da copione. Il partito Democratico vuole elezioni subito, per schiacciare la contestazione diessina, e prima di un congresso che ridia peso agli ex Dc rispetto agli ex Pci. Il processo all'Udeur, provocato da un esponente Pd, e la contemporanea convocazione dei referendum, fa scattare il grilletto Mastella, già dichiaratamente caricato comntro i rederendum stessi. Due mesi ora si perderanno per l'inutile constatazione che non si può rifare la legge elettorale - o anche per farla, ma su base fortemente bipolare e maggioritaria, seppure col proporzionale. Quanto è necessario per aprire i comizi elettorale e votare a maggio o a giugno.
Nei fatti si va per improvvisazione. Il Procuratore Capo di Capua è bene un signore capace di arrestare tutto l'Udeur. Mastella ha tutto da guadagnare e niente da perdere dalla elezioni. Veltroni invece potrebbe perdere tutto subito: l'inveitabole sconfitta dle centrosinistra sarà anche la sconfitta del Pd, anche se dal 25 per cento del voto salisse al 30 invece di scendere al 20. Ma è bene questo un copione, quello della commedia dell'arte, con personaggi eterni che "improvvisano", cioè si ripetono.
Nei fatti si va per improvvisazione. Il Procuratore Capo di Capua è bene un signore capace di arrestare tutto l'Udeur. Mastella ha tutto da guadagnare e niente da perdere dalla elezioni. Veltroni invece potrebbe perdere tutto subito: l'inveitabole sconfitta dle centrosinistra sarà anche la sconfitta del Pd, anche se dal 25 per cento del voto salisse al 30 invece di scendere al 20. Ma è bene questo un copione, quello della commedia dell'arte, con personaggi eterni che "improvvisano", cioè si ripetono.
Berlusconi non vuole il governo della crisi
Meglio un governo delle riforme, ma che duri qualche mese. Possibilmente non con Prodi, per evitare che si riqualifichi uomo di centro, e non più arcigno alfiere di tasse e balzelli. Ma comunque evitare le elezioni subito. Che lo spingerebbero a prendere il governo del paese in un altro periodo di profonda crisi economica internazionale. Sarebbe ora Berlusconi a volere assolutamente evitare le elezioni nel 2008.
Berlusconi, che non esterna volentieri i suoi pensieri ai collaboratori, questa volta s’è lasciato andare. È una malasorte, avrebbe detto sorridendo, vincere le elezioni ogni volta al peggio di una crisi economica mondiale, nel 2001 con la Germania in ginocchio, ora con gli Stati Uniti all’orlo del fallimento. “Se la sbrighino loro”, dice in sostanza, e si appresterebbe a confermare al presidente della Repubblica nelle consultazioni. Chiedendo elezioni anticipate solo per l’apparenza.
Berlusconi segue insomma la regola della vecchia Dc. Nei governi di coalizione proporzionali la Dc volentieri si ritirava in secondo piano, mettendo avanti i socialisti e i repubblicani, quando le cose non andavano bene.
Berlusconi, che non esterna volentieri i suoi pensieri ai collaboratori, questa volta s’è lasciato andare. È una malasorte, avrebbe detto sorridendo, vincere le elezioni ogni volta al peggio di una crisi economica mondiale, nel 2001 con la Germania in ginocchio, ora con gli Stati Uniti all’orlo del fallimento. “Se la sbrighino loro”, dice in sostanza, e si appresterebbe a confermare al presidente della Repubblica nelle consultazioni. Chiedendo elezioni anticipate solo per l’apparenza.
Berlusconi segue insomma la regola della vecchia Dc. Nei governi di coalizione proporzionali la Dc volentieri si ritirava in secondo piano, mettendo avanti i socialisti e i repubblicani, quando le cose non andavano bene.
sabato 19 gennaio 2008
L'ultimo paradiso sovietico
I dentisti ungheresi offrono dalla pulizia alla protesi a metà prezzo, compresa una settimana di vacanza, magari in un costoso centro benessere. E non c’è solo l’avidità, sull’Italia pesa il sovietismo sindacale, un letto in un ospedale pubblico costa sempre il doppio di un letto negli eccellenti ospedali romani della chiesa, a vent’anni dalla caduta del Muro. C’è un paese in cui il comunismo non muore, il comunismo sovietico, del "tutto è regolato e nulla funziona". Della politica vecchia, della burocrazia, della disorganizzazione, delle mance, senza giustizia. Dei lavori pubblici interminabili. Della libertà di rubare allo Stato, il gas, l’elettricità, l’acqua, le tasse. Delle medicine buttate nella spazzatura ancora sigillate. Della Nomenklatura eterna, di politici ridotti a figurine di biscuit, laccate, impomatate, imbustate – perfino la Cina li ha abbandonati ma non l’Italia, Andreotti non è il solo: nessun leader del Sessantotto, nessuno del Settantasette, solo i vecchi arnesi e le loro controfigure, Prodi di Andreotti, Berlusconi di Craxi.
È immobile il sindacato, una delle forze più vivaci dell’Italia repubblicana, si direbbe incartapecorito. È immobile l’economia, malgrado le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Che hanno finito per irrobustire il lato sovietico dell'economia con Autorità occhiute e privilegiate, costosissime, senza beneficio per i cittadini: dopo le privatizzazioni e le liberalizzazioni, l'italiano paga l'elettricità, il gas, il telefono, il conto corrente e i mutui più cari in Europa.
Le privatizzazioni hanno, dove sono intervenute, un distinto flair post-sovietico: grandi banche e industrie prese per quattro soldi, cattivi servizi, tariffe monopolistiche. Due grandi banche e quattro gruppi industriali, tutti ex pubblici, dominano la Borsa. Uno in negativo, Telecom, tre in positivo, Eni, Enel, Finmeccanica. Uno svenduto dodici anni fa per niente, e gestito dai nomi più prestigiosi del capitale italiano, a partire da Guido Rossi, l’avvocato dei ricchi: un gruppo pubblico all’avanguardia in Europa e nel mondo alla privatizzazione, per la banda larga e altri servizi, che ora non sa nemmeno farci telefonare, benché favorito nel monopolismo da autorità compiacenti, l’Antitrust, l’Agcom.
È immobile l’opinione pubblica, i media, che dovrebbero fare l’analisi e la critica di questa realtà: privati oggi come ieri, cioè ossequienti. È sempre la continuità dello Stato, se si vuole, che fa la storia italiana, dell’Unità: dei socialisti che diventano fascisti, dei fascisti che si trasformano in comunisti, e dei comunisti convertiti al mercato e liberali. Ma la classe dirigente è sempre quella, e anche i poliziotti, fascisti e democratici, forse anche cristiani, sono sempre lì a combattere insieme a noi. Si discute ora, come già dieci anni fa, sull’identità italiana, se c’è, se non c’è, o se è perversa. E può darsi che il sovietismo sia nel Dna. Certo è in una serie impressionante di fenomeni.
La nomenklatura, di padre in figlio – nelle professioni, giornalismo compreso, come in politica
I nuovi capitalisti, predoni
I dipendenti pubblici neghittosi e prepotenti
L’inefficienza: un’analisi medica in una struttura pubblica costa tre e quattro volte che in una privata
La corruzione diffusa, “normale”
La Giustizia politica
Il Grande Orecchio Selettivo
L’immunità del potere: giudici, giornalisti, carabinieri, e certi politici
Uffici giudiziari che fanno a gare a truffare lo Stato, dichiarando più udienze, più processi, più scartoffie
L’apparenza ipocrita, la durezza dei fatti
L’antiamericanismo
L’autocensura
Il comparaggio politico
La libera speculazione a sinistra. Sono campioni della sinistra i maggiori speculatori, nella tradizione di Parvus, Stavinsky, Maxwell, Soros, a danno dei risparmiatori e della legge: Soru, De Benedetti, Colaninno, Consorte, e perfino Chicco Gnutti
I privilegi: delle Camere, delle grandi Corti, del Quirinale
I circenses: notti bianche, orchestre provinciali, corsi per modelle
Comuni che si affannano a truffare i cittadini. Roma, per dirne una, il Comune meglio amministrato d’Italia, di cui è sindaco Veltroni, il politico più amato d’Italia, che manda un milione di cartelle esattoriali di tasse che sa pagate o prescritte. E un altro milione sta per mandare. A opera di un esattore pubblico, Equitalia, di proprietà dell’Agenzia delle entrate e dell’Inps. Chi paga le raccomandate? Chi paga Equitalia? Chi paga l’encomiabile call center 06 che deve tenere dietro a tutte le proteste e incanalarle verso i muti uffici Ici, dell’annona, dell’unità contravvenzioni, etc.? Chi paga gli uffici muti?
Il sovietismo qui c’entra poco, è più il gioco delle tre carte. Il Comune di Roma, che spende tantissimo ed ha quindi un bisogno insaziabile di soldi, ha tenuto banco per un paio d’anni vendendo all’esattore, allora il Monte dei Paschi, gli addebiti già pagati o prescritti. Quando i compagni del Monte si sono sottratti, avendo anticipato un sacco di soldi per niente, il buon Veltroni ha rifatto il gioco delle tre carte, rifilando il milione di cartelle ineseguibili a Equitalia, cioè a tutti gli italiani. Per i costi diretti, di ricerche, consulenze, pareri legali, raccomandate. E indiretti, per le centinaia di migliaia di nuovi casi a carico del giudice di pace e del tribunali. Il sindaco buono incassa nuovi aggi, che gli hanno consentito di respirare nel 2007, e gli consentiranno anche di tirare fino a tutto il 2008, poi si vedrà.
Questo gioco delle tre carte non è innocente, e anzi sarebbe materia penale, ma non bisogna disturbare la Procura della Repubblica, che a Roma deve fare la guerra ai rumeni. Per i destinatari del milione di cartelle sono un sacco di disagi, ma Veltroni è pur sempre il sindaco più amato d’Italia, quando gli va male ha con sé il 60 per cento dei romani. Evidentemente hanno altro di cui essergli grati, si sa che Roma è città fascista anche se vota a sinistra, volentieri affrontano il disagio della tassa pagata. In Italia è come nell’ex paradiso sovietico: la borghesia c’è ma si nega.
È immobile il sindacato, una delle forze più vivaci dell’Italia repubblicana, si direbbe incartapecorito. È immobile l’economia, malgrado le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Che hanno finito per irrobustire il lato sovietico dell'economia con Autorità occhiute e privilegiate, costosissime, senza beneficio per i cittadini: dopo le privatizzazioni e le liberalizzazioni, l'italiano paga l'elettricità, il gas, il telefono, il conto corrente e i mutui più cari in Europa.
Le privatizzazioni hanno, dove sono intervenute, un distinto flair post-sovietico: grandi banche e industrie prese per quattro soldi, cattivi servizi, tariffe monopolistiche. Due grandi banche e quattro gruppi industriali, tutti ex pubblici, dominano la Borsa. Uno in negativo, Telecom, tre in positivo, Eni, Enel, Finmeccanica. Uno svenduto dodici anni fa per niente, e gestito dai nomi più prestigiosi del capitale italiano, a partire da Guido Rossi, l’avvocato dei ricchi: un gruppo pubblico all’avanguardia in Europa e nel mondo alla privatizzazione, per la banda larga e altri servizi, che ora non sa nemmeno farci telefonare, benché favorito nel monopolismo da autorità compiacenti, l’Antitrust, l’Agcom.
È immobile l’opinione pubblica, i media, che dovrebbero fare l’analisi e la critica di questa realtà: privati oggi come ieri, cioè ossequienti. È sempre la continuità dello Stato, se si vuole, che fa la storia italiana, dell’Unità: dei socialisti che diventano fascisti, dei fascisti che si trasformano in comunisti, e dei comunisti convertiti al mercato e liberali. Ma la classe dirigente è sempre quella, e anche i poliziotti, fascisti e democratici, forse anche cristiani, sono sempre lì a combattere insieme a noi. Si discute ora, come già dieci anni fa, sull’identità italiana, se c’è, se non c’è, o se è perversa. E può darsi che il sovietismo sia nel Dna. Certo è in una serie impressionante di fenomeni.
La nomenklatura, di padre in figlio – nelle professioni, giornalismo compreso, come in politica
I nuovi capitalisti, predoni
I dipendenti pubblici neghittosi e prepotenti
L’inefficienza: un’analisi medica in una struttura pubblica costa tre e quattro volte che in una privata
La corruzione diffusa, “normale”
La Giustizia politica
Il Grande Orecchio Selettivo
L’immunità del potere: giudici, giornalisti, carabinieri, e certi politici
Uffici giudiziari che fanno a gare a truffare lo Stato, dichiarando più udienze, più processi, più scartoffie
L’apparenza ipocrita, la durezza dei fatti
L’antiamericanismo
L’autocensura
Il comparaggio politico
La libera speculazione a sinistra. Sono campioni della sinistra i maggiori speculatori, nella tradizione di Parvus, Stavinsky, Maxwell, Soros, a danno dei risparmiatori e della legge: Soru, De Benedetti, Colaninno, Consorte, e perfino Chicco Gnutti
I privilegi: delle Camere, delle grandi Corti, del Quirinale
I circenses: notti bianche, orchestre provinciali, corsi per modelle
Comuni che si affannano a truffare i cittadini. Roma, per dirne una, il Comune meglio amministrato d’Italia, di cui è sindaco Veltroni, il politico più amato d’Italia, che manda un milione di cartelle esattoriali di tasse che sa pagate o prescritte. E un altro milione sta per mandare. A opera di un esattore pubblico, Equitalia, di proprietà dell’Agenzia delle entrate e dell’Inps. Chi paga le raccomandate? Chi paga Equitalia? Chi paga l’encomiabile call center 06 che deve tenere dietro a tutte le proteste e incanalarle verso i muti uffici Ici, dell’annona, dell’unità contravvenzioni, etc.? Chi paga gli uffici muti?
Il sovietismo qui c’entra poco, è più il gioco delle tre carte. Il Comune di Roma, che spende tantissimo ed ha quindi un bisogno insaziabile di soldi, ha tenuto banco per un paio d’anni vendendo all’esattore, allora il Monte dei Paschi, gli addebiti già pagati o prescritti. Quando i compagni del Monte si sono sottratti, avendo anticipato un sacco di soldi per niente, il buon Veltroni ha rifatto il gioco delle tre carte, rifilando il milione di cartelle ineseguibili a Equitalia, cioè a tutti gli italiani. Per i costi diretti, di ricerche, consulenze, pareri legali, raccomandate. E indiretti, per le centinaia di migliaia di nuovi casi a carico del giudice di pace e del tribunali. Il sindaco buono incassa nuovi aggi, che gli hanno consentito di respirare nel 2007, e gli consentiranno anche di tirare fino a tutto il 2008, poi si vedrà.
Questo gioco delle tre carte non è innocente, e anzi sarebbe materia penale, ma non bisogna disturbare la Procura della Repubblica, che a Roma deve fare la guerra ai rumeni. Per i destinatari del milione di cartelle sono un sacco di disagi, ma Veltroni è pur sempre il sindaco più amato d’Italia, quando gli va male ha con sé il 60 per cento dei romani. Evidentemente hanno altro di cui essergli grati, si sa che Roma è città fascista anche se vota a sinistra, volentieri affrontano il disagio della tassa pagata. In Italia è come nell’ex paradiso sovietico: la borghesia c’è ma si nega.
Le notizie sono provocazioni
Dice Mastella a Geremicca sulla “Stampa”: “Di Pietro ha fatto avere al giudice di Brescia che lo prosciolse un incarico da tre milioni di euro in faccende di autostrade”.
Non sollecitato, dice il direttore del Tg 1 al professor Sartori e agli altri ospiti di Tv 7: “Si dice che anche qui (al Tg 1? alla Rai?) c’è la lottizzazione, cosa non vera. Anche se alcuni si sollazzano con queste cazzate”.
Scrive Marco Imarisio da Capua sul “Corriere della sera”: “Il giorno degli arresti, due distinti signori si aggiravano nei corridoi della Procura colloquiando amabilmente con i giornalisti, chiedendo loro notizie sull’inchiesta, e soprattutto da quali fonti le avessero apprese. Erano due carabinieri in incognito”.
Sempre sul “Corriere” dice Dario Fo: “I miei amici della sinistra mi dicono che questa è solo la punta dell’iceberg…. Tentano di rallentare l’esplosione del bubbone. Ma quando accadrà si capirà tutto: perché la giudice Forleo è stata isolata e si è cercato di spaventarla; perché a De Magistris è stata tolta l’inchiesta”.
Che alla Rai, e al Tg 1, non ci sia la lottizzazione, è notizia talmente eversiva che uno s’immaginerebbe sfracelli. Ma tutte queste cose venivano dette e scritte ieri, e oggi sono scomparse, nemmeno un’eco flebile. “Non accettare le provocazioni”, si diceva ai cortei di quarant’anni fa. L’aria è ora avversa a quei cortei, ma la parola d’ordine sembra la stessa: le notizie sono provocazioni. Ieri non è un’eccezione: è stata una giornata come tante, e oggi, come tutte le altre giornate, le notizie vere, emerse per caso, imperizia, vendetta, sono accuratamente sepolte. L'altro ieri Scalfaro ha detto al "Corriere" una cosa sorprendente: "L'avviso di garanzia che gli fu recapitato a Napoli durante un vertice dell'Onu arrivò con un tempismo singolare", arrivò a Berlusconi, nel 1994. Ma non ha detto, e nessuno glielo chiede, se fu lui o fu Borrelli ad anticiparne la notizia al "Corriere della sera", he la pubblicasse in grande rilievo.
Oggi del resto si leggono altre cose succulente – sepolte domani?
Dice D’Alema a Macaluso sul “Corriere”: “La magistratura giudicante ha sempre dimostrato notevole autonomia e senso dell’equilibrio”. Sola eccezione la Forleo?
E Cossiga, sempre al “Corriere”: “I primi mafiosi stanno al Csm… Sono loro che hanno ammazzato Giovani Falcone, negandogli la Dna e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo”.
Chiamparino scrive alla “Stampa”: “Il Pd non è niente di più di un contenitore in cui gruppi e sottogruppi tenuti insieme più da logiche di potere che da visioni politiche cercano spazi, ruoli e visibilità”.
“La Stampa” divide il Pd in sette correnti, quattro (ex) cattoliche e tre (ex) diessine.
Sempre su “La Stampa” il superlaico Marcello Pera scrive: “Il laicista non è solo sordo e cieco. Negando diritto alla fede o deridendola come residuo mitologico, il laicista è supponente e tracotante: vuole imporre il suo punto di vista, vuole avere il monopolio della verità. Dice di seguire Galileo, ma di Galileo non conosce neppure la distinzione (e talvolta contrapposizione) tra verità di fede e verità di scienza”. La parola a Odifreddi: almeno su questo ci sarà un seguito?
Non sollecitato, dice il direttore del Tg 1 al professor Sartori e agli altri ospiti di Tv 7: “Si dice che anche qui (al Tg 1? alla Rai?) c’è la lottizzazione, cosa non vera. Anche se alcuni si sollazzano con queste cazzate”.
Scrive Marco Imarisio da Capua sul “Corriere della sera”: “Il giorno degli arresti, due distinti signori si aggiravano nei corridoi della Procura colloquiando amabilmente con i giornalisti, chiedendo loro notizie sull’inchiesta, e soprattutto da quali fonti le avessero apprese. Erano due carabinieri in incognito”.
Sempre sul “Corriere” dice Dario Fo: “I miei amici della sinistra mi dicono che questa è solo la punta dell’iceberg…. Tentano di rallentare l’esplosione del bubbone. Ma quando accadrà si capirà tutto: perché la giudice Forleo è stata isolata e si è cercato di spaventarla; perché a De Magistris è stata tolta l’inchiesta”.
Che alla Rai, e al Tg 1, non ci sia la lottizzazione, è notizia talmente eversiva che uno s’immaginerebbe sfracelli. Ma tutte queste cose venivano dette e scritte ieri, e oggi sono scomparse, nemmeno un’eco flebile. “Non accettare le provocazioni”, si diceva ai cortei di quarant’anni fa. L’aria è ora avversa a quei cortei, ma la parola d’ordine sembra la stessa: le notizie sono provocazioni. Ieri non è un’eccezione: è stata una giornata come tante, e oggi, come tutte le altre giornate, le notizie vere, emerse per caso, imperizia, vendetta, sono accuratamente sepolte. L'altro ieri Scalfaro ha detto al "Corriere" una cosa sorprendente: "L'avviso di garanzia che gli fu recapitato a Napoli durante un vertice dell'Onu arrivò con un tempismo singolare", arrivò a Berlusconi, nel 1994. Ma non ha detto, e nessuno glielo chiede, se fu lui o fu Borrelli ad anticiparne la notizia al "Corriere della sera", he la pubblicasse in grande rilievo.
Oggi del resto si leggono altre cose succulente – sepolte domani?
Dice D’Alema a Macaluso sul “Corriere”: “La magistratura giudicante ha sempre dimostrato notevole autonomia e senso dell’equilibrio”. Sola eccezione la Forleo?
E Cossiga, sempre al “Corriere”: “I primi mafiosi stanno al Csm… Sono loro che hanno ammazzato Giovani Falcone, negandogli la Dna e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo”.
Chiamparino scrive alla “Stampa”: “Il Pd non è niente di più di un contenitore in cui gruppi e sottogruppi tenuti insieme più da logiche di potere che da visioni politiche cercano spazi, ruoli e visibilità”.
“La Stampa” divide il Pd in sette correnti, quattro (ex) cattoliche e tre (ex) diessine.
Sempre su “La Stampa” il superlaico Marcello Pera scrive: “Il laicista non è solo sordo e cieco. Negando diritto alla fede o deridendola come residuo mitologico, il laicista è supponente e tracotante: vuole imporre il suo punto di vista, vuole avere il monopolio della verità. Dice di seguire Galileo, ma di Galileo non conosce neppure la distinzione (e talvolta contrapposizione) tra verità di fede e verità di scienza”. La parola a Odifreddi: almeno su questo ci sarà un seguito?
Politici di razza
S’intendevano un tempo per politici di razza i più capaci, ora sono i parenti. La moglie di Mastella, il cognato di Mastella, il consuocero di Mastella, la compagna di Bassolino, senatrice, il fratello di Pecoraro Scanio, calciatore di serie A e senatore, il primo della categoria dopo Rivera, e gli innumerevoli parenti napoletani che si danno una mano in politica, di cui fa l’elenco “Il Sole” giovedì. Nessuno scandalo, si fa in America e in Asia, e quindi va bene anche in Italia: dinastie si creano come i Clinton, i Bush, i Kennedy, i Roosevelt, i Bhutto, i Gandhi. Anche se non si fa in nessun altro posto in Europa, Polonia esclusa, e in Occidente.
In Italia, questo si può dire, si fa però di più: le genealogie sono numerose, coinvolgendo fratelli e sorelle, e in qualche caso perfino i genitori. Alla politica scopertamente assimilando le alte cariche dello Stato. Non ci sono solo i figli di Segni, La Malfa, D’Alema, Cossiga, Craxi. O le vedove, di Tarantelli, D’Antona, Calipari, delle vittime di mafia, terrorismo e americani. Ci sono anche i fratelli e la sorella del giudice Borsellino, antimafiosi severi perfino con lo Stato, anche se il giudice era di destra e loro si sono messi a sinistra. La sorella di Falcone. I genitori di Giuliani. Il senso della famiglia rimane forte, il cardinale Ruini non dovrebbe impensierirsi, nella medicina, tra i giudici, nel calcio, questo sopratutto a Milano. Fino al giornalismo, che pure fa politica, e fa dell’Italia un caso unico al mondo: c’è il Tg 5 delle figlie, la Iena figlio dell’Alto Funzionario dei media, e il figlio direttore del padre direttore, magari uno di destra e uno di sinistra.
In Italia, questo si può dire, si fa però di più: le genealogie sono numerose, coinvolgendo fratelli e sorelle, e in qualche caso perfino i genitori. Alla politica scopertamente assimilando le alte cariche dello Stato. Non ci sono solo i figli di Segni, La Malfa, D’Alema, Cossiga, Craxi. O le vedove, di Tarantelli, D’Antona, Calipari, delle vittime di mafia, terrorismo e americani. Ci sono anche i fratelli e la sorella del giudice Borsellino, antimafiosi severi perfino con lo Stato, anche se il giudice era di destra e loro si sono messi a sinistra. La sorella di Falcone. I genitori di Giuliani. Il senso della famiglia rimane forte, il cardinale Ruini non dovrebbe impensierirsi, nella medicina, tra i giudici, nel calcio, questo sopratutto a Milano. Fino al giornalismo, che pure fa politica, e fa dell’Italia un caso unico al mondo: c’è il Tg 5 delle figlie, la Iena figlio dell’Alto Funzionario dei media, e il figlio direttore del padre direttore, magari uno di destra e uno di sinistra.
venerdì 18 gennaio 2008
La Repubblica è una storia da raccontare
C'è perfino la storia di Padre Pio, e tuttavia la Repubblica resta sostanzialmente intonsa: malgrado un largo lavoro di recupero, anche se non di approfondimento, alcuni punti nodali della storia repubblicana sono vergini.
Il primo è il Pci. Non tanto il 1921 quanto Togliatti, il partito dell’Unione Sovietica. Di prima della guerra fredda, e di dopo. È molto importante per liberare mezza Italia, soprattutto la cultura – dell’amministrazione, della giustizia, della politica estera, dei rapporti umani, e perfino del cinema e della letteratura.
Il secondo è la Ricostruzione conflittuale. Gravemente conflittuale. O il ruolo di Scelba nei governi De Gasperi.
Il terzo è la continuità dello Stato dopo il fascismo. Con la conseguente estromissione di Parri il 23 novembre 1945. Oltre la solita solfa che il partito d’Azione era inconsistente: partendo dall’elezione reciproca fra De Gasperi e Togliatti (Parri lo disse “un colpo di stato”).
La primissima storia da fare sarebbe quella delle bombe, da piazza Fontana a Brescia, circa duemila attentati che hanno preceduto il terrorismo. Piazza Fontana è ormai vecchia, e alcuni testimoni importanti sono ancora in vita, i senatori Cossiga e Andreotti per primi. Ma forse per questo ancora la storia non si può fare.
Degli altri argomenti non diamo la priorità, citiamo in ordine sparso:
Le riforme di Fanfani, che sono venti – ventuno se si contano i decreti delegati del fanfaniano Malfatti.
Il centro-sinistra, l’ultimo tentativo organico di rinnovare l’Italia.
La donna imprigionata nella libertà.
Il governo del non governo. O il governo attraverso la crisi di Andreotti.
Il sindacalismo sterile o pernicioso: sanità, ferrovie, burocrazia.
La Rai, o la lottizzazione. La Rai, o la cultura del vittimismo.
Una storia della magistratura: composizione sociale, ideologie, sentenziario.
Il fascismo persistente dell’ordine giudiziario: ermellini, eccellenze, insindacabilità, litigiosità.
Una storia del Csm - contro Tobagi, contro Falcone, contro Cordova.
Una storia dei carabinieri sarebbe importante.
Una storia aggiornata del giornalismo: cos’è successo dopo Gelli, chi comanda?
In attesa di fare la storia di Mani Pulite, del trojajo che la sottende.
Il primo è il Pci. Non tanto il 1921 quanto Togliatti, il partito dell’Unione Sovietica. Di prima della guerra fredda, e di dopo. È molto importante per liberare mezza Italia, soprattutto la cultura – dell’amministrazione, della giustizia, della politica estera, dei rapporti umani, e perfino del cinema e della letteratura.
Il secondo è la Ricostruzione conflittuale. Gravemente conflittuale. O il ruolo di Scelba nei governi De Gasperi.
Il terzo è la continuità dello Stato dopo il fascismo. Con la conseguente estromissione di Parri il 23 novembre 1945. Oltre la solita solfa che il partito d’Azione era inconsistente: partendo dall’elezione reciproca fra De Gasperi e Togliatti (Parri lo disse “un colpo di stato”).
La primissima storia da fare sarebbe quella delle bombe, da piazza Fontana a Brescia, circa duemila attentati che hanno preceduto il terrorismo. Piazza Fontana è ormai vecchia, e alcuni testimoni importanti sono ancora in vita, i senatori Cossiga e Andreotti per primi. Ma forse per questo ancora la storia non si può fare.
Degli altri argomenti non diamo la priorità, citiamo in ordine sparso:
Le riforme di Fanfani, che sono venti – ventuno se si contano i decreti delegati del fanfaniano Malfatti.
Il centro-sinistra, l’ultimo tentativo organico di rinnovare l’Italia.
La donna imprigionata nella libertà.
Il governo del non governo. O il governo attraverso la crisi di Andreotti.
Il sindacalismo sterile o pernicioso: sanità, ferrovie, burocrazia.
La Rai, o la lottizzazione. La Rai, o la cultura del vittimismo.
Una storia della magistratura: composizione sociale, ideologie, sentenziario.
Il fascismo persistente dell’ordine giudiziario: ermellini, eccellenze, insindacabilità, litigiosità.
Una storia del Csm - contro Tobagi, contro Falcone, contro Cordova.
Una storia dei carabinieri sarebbe importante.
Una storia aggiornata del giornalismo: cos’è successo dopo Gelli, chi comanda?
In attesa di fare la storia di Mani Pulite, del trojajo che la sottende.
Mozione di sfiducia Pd via Mastella
Nei fatti dev’essere avvenuto come Marco Imarisio racconta oggi sul “Corriere”: arresti e denunce contro Mastella nascono in un sistema corrotto di potere e parentele locali. Non è da oggi che la giustizia convive con simili degenerazioni. E poi Capua è Napoli: tricche, ballacche e putipù sono la realtà anche nelle aule dei tribunali, con le pagliette, i principi del foro e le claques. Secondo Imarisio c’è anche di peggio: eleganti carabinieri in borghese sono stati disseminati a Capua tra i giornalisti per capire chi sapeva che cosa, e che opinione s’era formato. Roba da non crederci, in questo Napoli è sempre Napoli, che le ansie delle mamme per l’immondizia stagnante e il familismo minacciano di ridurre a dimensione piccolo borghese e quasi normale.
Ma è come se Veltroni avesse posto attraverso Mastella una mozione di sfiducia al governo. Che mantiene sempre l’obiettivo unico di evitare le elezioni quest’anno, e in qualche modo, con o senza Prodi, ci riuscirà. Ma ora rischia. Veltroni pone paradossalmente la sfiducia attraverso la componente ex Dc del suo partito. Nella persona del signore del voto di Capua, che prima era nell’Udeur di Mastella e adesso è contro di lui nel partito Democratico. La pone a tempo – quanto basta perché si arrivi ai referendum, e quindi all’estate, e a evitare le elezioni nel 2008: ma è inevitabile che Mastella si difenda attaccando.
Ma è come se Veltroni avesse posto attraverso Mastella una mozione di sfiducia al governo. Che mantiene sempre l’obiettivo unico di evitare le elezioni quest’anno, e in qualche modo, con o senza Prodi, ci riuscirà. Ma ora rischia. Veltroni pone paradossalmente la sfiducia attraverso la componente ex Dc del suo partito. Nella persona del signore del voto di Capua, che prima era nell’Udeur di Mastella e adesso è contro di lui nel partito Democratico. La pone a tempo – quanto basta perché si arrivi ai referendum, e quindi all’estate, e a evitare le elezioni nel 2008: ma è inevitabile che Mastella si difenda attaccando.
Il governo nella trappola verde
Mercoledì cade il governo. Oppure no? L’opposizione, infatti, che ha presentato una mozione contro il ministro Verde Pecoraro Scanio, ha molte pezze d’appoggio, e anche una situazione parlamentare favorevole, ma non la voglia di far cadere il governo.
I motivi d’insoddisfazione, all’interno della stessa maggioranza, nei confronti del ministro sono numerosi e densi. C’è l’emergenza: la spazzatura in Campania e le inconcludenti politiche di smaltimento dei rifiuti. C’è il nepotismo, a favore di fratelli, sorelle e conviventi. Ma soprattutto è motivo di risentimento il fatto che i Verdi, pochi, siedono sopra il più cospicuo settore di aiuti pubblici, gli unici su cui Bruxelles non può esercitare divieti e controlli: i depuratori (comunali, no consorziali, no comunali), gli acquedotti (il più famoso, l’Acquedotto Pugliese, si perde per strada la metà dell’acqua), il trattamento dei rifiuti, le energie alternative, i parchi, i restauri. Tra i settori fuori mercato, l’ambiente è la stella polare del sottogoverno, più dell’indebiata sanità, il partito degli Ingegneri e Architetti è invidiatissimo. Piantare alberi, o spiantarli, grattare i muri, disegnare una piazza, un chiosco, una panchina, la tipologia di interventi di cui Rutelli sindaco di Roma è stato l’inventore e il condottiero, con gli appalti a pioggia da uno-due milioni, tutti ora vorrebbero poterlo fare. L’unica incognita è appunto l’opposizione, che ha presentato la mozione contro il ministro, ma per l’ora della votazione sta prenotando i gabinetti.
I motivi d’insoddisfazione, all’interno della stessa maggioranza, nei confronti del ministro sono numerosi e densi. C’è l’emergenza: la spazzatura in Campania e le inconcludenti politiche di smaltimento dei rifiuti. C’è il nepotismo, a favore di fratelli, sorelle e conviventi. Ma soprattutto è motivo di risentimento il fatto che i Verdi, pochi, siedono sopra il più cospicuo settore di aiuti pubblici, gli unici su cui Bruxelles non può esercitare divieti e controlli: i depuratori (comunali, no consorziali, no comunali), gli acquedotti (il più famoso, l’Acquedotto Pugliese, si perde per strada la metà dell’acqua), il trattamento dei rifiuti, le energie alternative, i parchi, i restauri. Tra i settori fuori mercato, l’ambiente è la stella polare del sottogoverno, più dell’indebiata sanità, il partito degli Ingegneri e Architetti è invidiatissimo. Piantare alberi, o spiantarli, grattare i muri, disegnare una piazza, un chiosco, una panchina, la tipologia di interventi di cui Rutelli sindaco di Roma è stato l’inventore e il condottiero, con gli appalti a pioggia da uno-due milioni, tutti ora vorrebbero poterlo fare. L’unica incognita è appunto l’opposizione, che ha presentato la mozione contro il ministro, ma per l’ora della votazione sta prenotando i gabinetti.
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giovedì 17 gennaio 2008
Petrolio giù dopo Bush - il Texas si riassesta
Non c’è tregua sul caro-petrolio. Che ondeggia sui cento dollari a barile, e sembra destinato a salire ancora. È possibile, ma la speculazione comincia già a tirare i remi in barca, e i texani si riassestano, nella certezza che il caro-petrolio non reggerà al dopo Bush. È una follia economica da tutti i punti di vista, eccettuato quello dei petrolieri, e concorre alla recessione incombente, solo la forza della presidenza americana la puntella. La crisi di Wall Street può sostenere i corsi delle materie prime, come dei beni rifugio, ma ancora per poco.
Il Texas è il maggior beneficiario dell’inarrestabile boom. Più dell’Opec e della Russia. Il Texas ha le maggiori riserve americane di petrolio e gas, anche se in diminuzione e a costo elevato, e ha le tecnostrutture e i gruppi d’interesse che gestiscono il mercato interno di tutta l’America e buona parte di quello internazionale. C’è questo fattore accanto ai tre che vengono portati a spiegazione del fenomeno: la crescita della domanda in Asia, i limiti delle riserve Opec, la speculazione in derivati sulle materie prime. L’interesse di Bush al caro-petrolio viene insinuato alla George Moore, come un complotto di famiglia per arricchirsi. Mentre i Bush sono una famiglia di politici e fanno politica. Ma, con George W., a lungo governatore del Texas, a favore appunto della Lone Star.
Il Texas è il maggior beneficiario dell’inarrestabile boom. Più dell’Opec e della Russia. Il Texas ha le maggiori riserve americane di petrolio e gas, anche se in diminuzione e a costo elevato, e ha le tecnostrutture e i gruppi d’interesse che gestiscono il mercato interno di tutta l’America e buona parte di quello internazionale. C’è questo fattore accanto ai tre che vengono portati a spiegazione del fenomeno: la crescita della domanda in Asia, i limiti delle riserve Opec, la speculazione in derivati sulle materie prime. L’interesse di Bush al caro-petrolio viene insinuato alla George Moore, come un complotto di famiglia per arricchirsi. Mentre i Bush sono una famiglia di politici e fanno politica. Ma, con George W., a lungo governatore del Texas, a favore appunto della Lone Star.
Le Civilizzazioni di Zapatero senza fondi
Organizzato in pompa col leader turco di destra Erdogan, sulla comune radice massonica, il foro madrileno Alleanza delle Civilizzazioni sarà stato il primo flop politico del socialista Zapatero. Perfino i giornali amici, “El Paìs” e “El Mundo” lo hanno snobbato, malgrado l’imponenza della manifestazione. Che si è chiusa, dopo due giorni di buoni propositi, con una serie di iniziative per 135 milioni di dollari, ma senza fondi. Zapatero si è perfino dovuto difendere sul costo della manifestazione, 11 milioni di dollari, asserendo che a essa hanno contribuito le case reali di Giordania – notoriamente incapiente – e Qatar.
L’iniziativa è partita monca: con ben cinquanta organizzazioni internazionali, quelle del turismo impegnato, e soli 32 Stati, in gran parte sceiccati. Zapatero l’ha presentata come un’iniziativa per la convivenza culturale e religiosa. Ma all’insegna anche lui del “perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici)”: ha invitato ulema e mullah, il gran rabbino di Israele e, per i cristiani, il metropolita di Smolensk e Kaliningrad, Kirill.
L’iniziativa è partita monca: con ben cinquanta organizzazioni internazionali, quelle del turismo impegnato, e soli 32 Stati, in gran parte sceiccati. Zapatero l’ha presentata come un’iniziativa per la convivenza culturale e religiosa. Ma all’insegna anche lui del “perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici)”: ha invitato ulema e mullah, il gran rabbino di Israele e, per i cristiani, il metropolita di Smolensk e Kaliningrad, Kirill.
Quante divisioni ha Odifreddi?
Il matematico Piergiorgio Odifreddi, nomen omen, a leggerlo e guardarlo fa un po’ paura. Più per l’atteggiamento che per la filosofia che espone – il matematico è anche filosofo, vedette televisiva della divulgazione scientifica, e autore di best-seller, ultimo “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)”. Per la strafottenza. Che forse gli viene da uno speciale peso scientifico: è titolare di Matematica a Torino, dice sempre che è appena tornato dall’America. O dal successo: col “Perché” è in vetta al nuovo laicismo televisivo alla Augias-Brown. Certo, è forte di una folta capigliatura.
Ma Odifreddi è anche esponente di riguardo della nuova sinistra, del partito Democratico. Sul quale è inflessibile come sul papa. Gliele canta pure a Veltroni, che dal papa è voluto andare. E alla vigilia dell’abortita visita del papa alla Sapienza, che Mussi non osteggiava, gliele ha cantate anche al ministro: “Proprio lui che ha abbandonato il Pd perché non sopportava il compromesso tra tra Ds e Margherita”. Questo Pd dev’essere un altro da quello che Odifreddi rappresenta, che appunto è un compromesso tra Ds e Margherita. Ma, se la sinistra deve morire per lui, non sarebbe giusto si chiedesse: quante divisioni ha Odifreddi?
Ma Odifreddi è anche esponente di riguardo della nuova sinistra, del partito Democratico. Sul quale è inflessibile come sul papa. Gliele canta pure a Veltroni, che dal papa è voluto andare. E alla vigilia dell’abortita visita del papa alla Sapienza, che Mussi non osteggiava, gliele ha cantate anche al ministro: “Proprio lui che ha abbandonato il Pd perché non sopportava il compromesso tra tra Ds e Margherita”. Questo Pd dev’essere un altro da quello che Odifreddi rappresenta, che appunto è un compromesso tra Ds e Margherita. Ma, se la sinistra deve morire per lui, non sarebbe giusto si chiedesse: quante divisioni ha Odifreddi?
La scienza laica di Cini
Marcello Cini, epistemologo caro a molti, ha acceso la miccia antipapale con la sua lettera al “Manifesto” il 14 novembre. Poiché quello che dice il “Manifesto” è vangelo, la lettera si cita ma non si legge. Eccola. L’argomento di Cini è che “la linea politica del papato di Benedetto XIV si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenze tra fede e conoscenza non vale più”. Col disegno di espropriare “la sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano”. In particolare con “l’appoggio esplicito dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente”. Che Cini non esplicita, ma dice “tentativo – condotto tra l’altro attraverso una maldestra negazione dell’evidenza storica, un volgare stravolgimento delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell’avversario – di ricondurre la scienza sotto la pseudorazionalità dei dogmi della religione”. Una lettere polemica, dunque, e non espistemica.
Il fatto è che Galileo non si sarebbe espresso così – è tuttora un maestro della prosa italiana, leggerlo per provarlo. Che la spartizione delle sfere tra fede e conoscenza non vale più da un pezzo. E che il Disegno Intelligente non è un crimine. È la prova di Dio del reverendo Paley (se c’è l’orologio ci dev’essere un orologiaio), che si rifaceva al sillogismo di san Tommaso d’Aquino: “Ogni qualvolta un disegno intelligente esiste, deve essere esistito un disegnatore; la natura è complessa; dunque la natura deve aver avuto un disegnatore intelligente”. Un Discovery Institute in America l’ha ripreso, senza parlare di Dio, in termini di ricerca scientifica: i processi vitali si spiegano meglio con una causa intelligente piuttosto che attraverso un processo casuale come la selezione naturale - a questo probabilmente si riferisce farraginoso Cini. Ma tanto è bastato perché l’improvvido Carlo Bernardini raggruppasse tutti i docenti della gloriosa facoltà di Fisica della Sapienza per scrivere burocraticamente al rettore: “Condividiamo in pieno la lettere di critica che il collega Marcello Cini le ha indirizzato sulla stampa”. Aggiungendo: il papa ha diffamato Galileo, in un discorso a Parma, il 15 marzo 1990.
Il discorso a Parma si è rivelato essere un cenno di venti righe, abbozzato a Rieti subito dopo la caduta del Muro e ripreso a Madrid due mesi dopo, sulla caduta delle certezze, anche nella scienza e nella tecnica. Il papa vi cita Ernst Bloch e Feyerabend a proposito di Galileo: “All’epoca di Galileo la chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo”. Il papa è tedesco e cita i tedeschi, ma avrebbe potuto citare il coevo e rispettato storico Pietro Redondi, la cui summa di studi galilaiani, "Galileo eretico", ora ristampato, uscì per la rima volta nel 1983. O l'accurato romanzo di Jacob Popper, “L’uomo e l’ombra”, del 1966. Insieme con Bloch e Feyerabend il papa citava Carl Friedrich von Weizsäcker, per la nota “via direttissima” che arriva alla Bomba partendo da Galileo. Il fermo Fermi non dissentirebbe, e non molti hanno dubbi. È peraltro con la Bomba che la scienza ha ripreso a dubitare. Leggendo Cini sembra di no, ma la sua lettera è piena d’inesattezze, non solo nell’assunto principale.
Identifica la democrazia in Oscar Luigi Scalfaro, un uomo che ha dissolto due Parlamenti in due anni. Incarna nella Sapienza 705 anni di autonomia antipapalina, mentre la Sapienza fu fondata da un papa, e non dei migliori, Bonifazio VIII. Dice che della teologia “non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali”. No, la teologia c’è sempre nelle università dove c’era, in Germania, Svizzera, Inghilterra, Belgio, Olanda, etc. Mentre non si trova “la spartizione delle sfere di competenze tra Accademia e Chiesa” che ci sarebbe dai tempi di Cartesio. Troppe sfere.
Il problema, che Cini certo sa anche se sfugge ai cofirmatari, è che questo laicismo puzza di complotto. Di chi vede ovunque la mano della chiesa, della massoneria, della Cia, dei servizi deviati, delle forze in agguato della reazione. E non li vede magari dove ci sono. Diceva Pascoli già un secolo fa, scrivendo alla Gentile Ignota, nel mezzo dell'Italia anticlericale: “Bisognerebbe, per la salute dell’Italia e dell’Umanità, che i cosidetti anticlericali e i clericali si mangiassero gli uni gli altri, come i due lupi della favola, e ne restasse solamente la coda, a testimonianza che erano bestie, e bestie simili, gli uni e gli altri”.
L’antipapalino “Micromega” ha nello speciale “Per una riscossa laica” (pp.240, € 14), prodotto in funzione antipapale, un’ottima aneddotica e una felice conclusione del sociologo Alessandro Dal Lago, che opportunamente riporta laico al suo significato. Il laos greco è il popolo, come il tedesco Leute, e dunque laikos è in greco “del popolo”. Da qui il latino laicus, “il credente minuto”, non ecclesiastico. E l’inglese layman, il non esperto, il profano o dilettante. Nulla di più. Si arriva nel costituzionalismo laico, ricorda Dal Lago, a negare la costituzione materiale, col solo fine di tener fuori dalla società la chiesa. Ma la chiesa non ha partecipato, e non partecipa, alla Costituzione formale? “Se la difesa degli spazi di libertà”, conclude Dal Lago, “che io non vedo che come cittadinanza in progress, è lasciata ai limatori delle convenzioni europee, a qualsiasi sparso erede dei dossettiani, e ai nostalgici carducciani e frammassoni, la battaglia è perduta in partenza”. È la stessa battaglia dell’uguaglianza.
Il primo libro laico della storia è il Vangelo, che demitizza tutto. Ed è anche anticlericale, ma in dibattito.
Il fatto è che Galileo non si sarebbe espresso così – è tuttora un maestro della prosa italiana, leggerlo per provarlo. Che la spartizione delle sfere tra fede e conoscenza non vale più da un pezzo. E che il Disegno Intelligente non è un crimine. È la prova di Dio del reverendo Paley (se c’è l’orologio ci dev’essere un orologiaio), che si rifaceva al sillogismo di san Tommaso d’Aquino: “Ogni qualvolta un disegno intelligente esiste, deve essere esistito un disegnatore; la natura è complessa; dunque la natura deve aver avuto un disegnatore intelligente”. Un Discovery Institute in America l’ha ripreso, senza parlare di Dio, in termini di ricerca scientifica: i processi vitali si spiegano meglio con una causa intelligente piuttosto che attraverso un processo casuale come la selezione naturale - a questo probabilmente si riferisce farraginoso Cini. Ma tanto è bastato perché l’improvvido Carlo Bernardini raggruppasse tutti i docenti della gloriosa facoltà di Fisica della Sapienza per scrivere burocraticamente al rettore: “Condividiamo in pieno la lettere di critica che il collega Marcello Cini le ha indirizzato sulla stampa”. Aggiungendo: il papa ha diffamato Galileo, in un discorso a Parma, il 15 marzo 1990.
Il discorso a Parma si è rivelato essere un cenno di venti righe, abbozzato a Rieti subito dopo la caduta del Muro e ripreso a Madrid due mesi dopo, sulla caduta delle certezze, anche nella scienza e nella tecnica. Il papa vi cita Ernst Bloch e Feyerabend a proposito di Galileo: “All’epoca di Galileo la chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo”. Il papa è tedesco e cita i tedeschi, ma avrebbe potuto citare il coevo e rispettato storico Pietro Redondi, la cui summa di studi galilaiani, "Galileo eretico", ora ristampato, uscì per la rima volta nel 1983. O l'accurato romanzo di Jacob Popper, “L’uomo e l’ombra”, del 1966. Insieme con Bloch e Feyerabend il papa citava Carl Friedrich von Weizsäcker, per la nota “via direttissima” che arriva alla Bomba partendo da Galileo. Il fermo Fermi non dissentirebbe, e non molti hanno dubbi. È peraltro con la Bomba che la scienza ha ripreso a dubitare. Leggendo Cini sembra di no, ma la sua lettera è piena d’inesattezze, non solo nell’assunto principale.
Identifica la democrazia in Oscar Luigi Scalfaro, un uomo che ha dissolto due Parlamenti in due anni. Incarna nella Sapienza 705 anni di autonomia antipapalina, mentre la Sapienza fu fondata da un papa, e non dei migliori, Bonifazio VIII. Dice che della teologia “non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali”. No, la teologia c’è sempre nelle università dove c’era, in Germania, Svizzera, Inghilterra, Belgio, Olanda, etc. Mentre non si trova “la spartizione delle sfere di competenze tra Accademia e Chiesa” che ci sarebbe dai tempi di Cartesio. Troppe sfere.
Il problema, che Cini certo sa anche se sfugge ai cofirmatari, è che questo laicismo puzza di complotto. Di chi vede ovunque la mano della chiesa, della massoneria, della Cia, dei servizi deviati, delle forze in agguato della reazione. E non li vede magari dove ci sono. Diceva Pascoli già un secolo fa, scrivendo alla Gentile Ignota, nel mezzo dell'Italia anticlericale: “Bisognerebbe, per la salute dell’Italia e dell’Umanità, che i cosidetti anticlericali e i clericali si mangiassero gli uni gli altri, come i due lupi della favola, e ne restasse solamente la coda, a testimonianza che erano bestie, e bestie simili, gli uni e gli altri”.
L’antipapalino “Micromega” ha nello speciale “Per una riscossa laica” (pp.240, € 14), prodotto in funzione antipapale, un’ottima aneddotica e una felice conclusione del sociologo Alessandro Dal Lago, che opportunamente riporta laico al suo significato. Il laos greco è il popolo, come il tedesco Leute, e dunque laikos è in greco “del popolo”. Da qui il latino laicus, “il credente minuto”, non ecclesiastico. E l’inglese layman, il non esperto, il profano o dilettante. Nulla di più. Si arriva nel costituzionalismo laico, ricorda Dal Lago, a negare la costituzione materiale, col solo fine di tener fuori dalla società la chiesa. Ma la chiesa non ha partecipato, e non partecipa, alla Costituzione formale? “Se la difesa degli spazi di libertà”, conclude Dal Lago, “che io non vedo che come cittadinanza in progress, è lasciata ai limatori delle convenzioni europee, a qualsiasi sparso erede dei dossettiani, e ai nostalgici carducciani e frammassoni, la battaglia è perduta in partenza”. È la stessa battaglia dell’uguaglianza.
Il primo libro laico della storia è il Vangelo, che demitizza tutto. Ed è anche anticlericale, ma in dibattito.
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