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giovedì 7 febbraio 2008

L'imbroglio dev'essere verde

Veltroni gioca alle elezioni la partita della sua vita, ma ieri, oggi e tutta la settimana li dedica ad approvare, e farsi approvare dal Consiglio comunale, il piano regolatore generale. Cioè i piani di fabbricazione di Roma, detti piani delle certezze, piani di recupero, piani del decentramento. Ne ha anticipato anzi la scadenza. Per preservare naturalmente il territorio. Protagonista Roberto Morassut, ora assessore all’Urbanistica, e a lungo federale romano, all’insegna “il Partito mantiene le promesse”.
Sembra di sognare, tanta novità e anzi rivoluzione, con tante signorine dabbene al seguito, solo per fare gli affarucci incontrollati. Ma si può costruire a Roma solo passando per l’(ex) Pci, secondo il modulo cinquantenario che regge Firenze o Bologna, è questo che Veltroni col suo atto d’imperio ha voluto riaffermare: le adesioni si prendono in via Sebino, alla sede dei Ds, non al Palazzo Senatorio, o a Palazzo Vecchio, o a Palazzo Comunale. "Il Partito che fa", "il Partito che mantiene le promesse", grandi attestati di stima e riconoscimenti vanno al sindaco e alla giunta dalle associazioni dei costruttori e dagli immobiliaristi. Mentre Roma viene agli ultimi posti per la raccolta differenziata della spazzatura. E il Lazio addirittura viene dietro la Campania…
In compenso, dopo la rapida approvazione del Prg, la seduta notturna di giunta in Campidoglio ha provveduto lungamente ad esaminare le accuse contro un capo dei vigili urbani, decidendo infine di aprire un’inchiesta. Il capo è accusato dagli onesti vigili urbani di Roma di aver portato sua moglie nell’auto aziendale in ufficio. Insomma una sagra dell’onestà. La lettura delle cronache romane del “Messaggero” e di “Repubblica”, come sempre trionfalistiche, oggi toglie il respiro: evidentemente i lettori sono considerati stupidi.

lunedì 4 febbraio 2008

Il mondo com'è (6)

astolfo

Antiamericanismo – “Qui e in nessun luogo è l’Europa”, dice G.A.Borgese, echeggiando il Lotario del “Meister” di Goethe, nel suo “Atlante americano”. Non è vero: l’Europa è oggi ricca, popolosa, antica, malgovernata. È cioè asiatica. Ma era vero: era stata inventata l’Atlantide per mascherare l’ovvio fatto che l’Europa è una coda dell’Asia, il continente sprofondato tra l’Europa e l’America, diecimila o dieci milioni di anni fa.

Giornalismo – Il mondo vuole strano: esotico, matto, eccessivo, ladro, assassino, e sempre simpatico\antipatico. Il giornalista è un addetto agli effetti speciali.

È schierato e di parte, anche nel gossip. Perché questo è “il sale della vita”. Il giornalista è assiduo e dichiarato cacciatore della verità.

Liberazione - Sono morti più algerini dopo la guerra di liberazione di quanti ne sono morti in guerra. Molti di più sono gli iracheni morti nella guerra civile dopo la caduta di Saddam Hussein che sotto le bombe americane. Anche in Italia il dopo Liberazione ha visto cinquantamila morti, morto più morto meno. Mentre in Iraq gli stessi americani che nel 1945 in italia e in Germania sembravano avere azzeccato ogni mossa in vista della ricostruzione, si sono dimostrati sessant’anni dopo straordinariamente inetti. Che cos’è una guerra di liberazione?
“Yasmina Khadra”, l’ex colonnello dell’esercito Moulessehoul, lo fa spiegare a un sopravvissuto in “La parte del morto”, forte romanzo contro la vendetta alla fine della guerra di liberazione in Algeria: “Una volta si viveva bene qui”, in campagna: “Eravamo miserabili, certo, ma non come adesso. Poi c’è stata la guerra, non ha risparmiato nessuno. Quando venne proclamato il cessate il fuoco, si sentirono sollevati. Ma, ahimé, la festa fu molto breve. Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, all’indomani del cessate il fuoco, molti algerini furono mutilati e trascinati per i paesi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come.

Occidente - È entrato in crisi (Usa-Ue, cristianesimo, etica, bioetica, immigrazione) quando ha vinto? È la crisi della solitudine? Ma l’Occidente aveva vinto da tempo, l’irrealtà sovietica da decenni si teneva in piedi con la forza. L’Occidente si può dire in crisi perché lo è sempre stato, è la sua natura, questionarsi. Che ne fa la sua “grandezza” (durevolezza). Diverso è il fondamento del potere, che è forma di governo, forza militare, capacità economica, idealità, che l’Occidnete ha esercitato incontestato e potrebbe ora – l’Europa – non più esercitare.

Olocausto – C’è stato ma non è unico, potrebbe riprodursi. L’Olocausto fu l’annientamento deliberato degli ebrei ma in due forme: come sterminio e come schiavitù, come forza lavoro asservita. Sotto questo aspetto era esteso alle comunità nazionali dei paesi ostili, la Polonia, la Russia, la Francia, l'Olanda, il Belgio, l’Italia dopo l’8 settembre. E si è già riprodotto, nei gulag, nei laogai, i campi di lavoro comunisti, che hanno sfruttato diecine di milioni di oppositori, o non comunisti, fino alla morte. Mentre lo sfruttamento etnico si riproduce nelle politiche europee dell’immigrazione, che sono non politiche, per il mantenimento dei lavoratori immigrati fuori della protezione contrattuale e sindacale.
I forni crematori sono una soluzione tecnica, un’alternativa all’impossibile sepoltura, e alla cremazione individuale. L’Olocausto mantiene l’unicità per lo sterminio degli Einsatzkommandos e, nei lager, per le camere a gas, per chi era giudicato inetto al lavoro, o non aveva posto nelle baracche. Ma è una soluzione impossibile nel quadro di una soluzione possibile – immaginabile, ripetuta, costante.

Secolarizzazione – Si è imposta in tutte le culture, ma non ha un bell’aspetto. Si può rinominare anche depressione. E si può mettere all’origine del fondamentalismo religioso, del ritorno alla mentalità totalitaria che in teoria essa è nata per distruggere.
Ci sono arrivate prima le culture riformate di stampo luterano e calvinista. Il Concilio di Trento ha coperto le culture latine e centro-europee per oltre tre secoli, ma queste si sono adeguate in fretta, con la pax americana, agli effetti della secolarizzazione deleteri.
Si può anche dire che la secolarizzazione si è svuotata proprio per essersi estesa, sulle cose da fare oltre che nella mentalità. Non più contrastata il vuoto le si è spalancato: ha valore in quanto critica, non ha – non ha ancora – un suo sein.
È – è percepita – come il capitalismo, non altro, il mercato. La felicità dello shopping.

astolfo@gmail.com

Secondi pensieri (9)

zeulig

Ambiguità – Urta. L’ambiguità è nelle cose. Ma quando è giustificazione è un miscuglio di ragioni pervertite.

Antisemitismo - È anticristiano. La prima bestemmia è dire: in croce è morto un ebreo.

Dio – Essendo il creatore è il colpevole, con tutto il libero arbitrio
Come si sa, è senza cuore, e senza testa.

È come la ragione: c’è ma sfugge.
La radice quadrata di meno 1 non è più razionale della creazione. Dell’azione di Dio sull’animo umano.

Si nasconde bene nel roveto ardente: “Io sarà quello che sarò”. Non essendo evoluzionista

Guerra – Ultimamente la fanno le tribù, in Africa, Medio Oriente, Balcani, America Latina. La facevano le repubbliche, i principati, gli imperi, le classi sociali, le idee.

Immaginazione - È esercizio onanistico. Anche quando si effettua su vicende a materie d’altri, nella storia, nell’amore. Si moltiplica con la solitudine, ne è superfetazione, si dilata, si gonfia. È il mondo dei desideri, senza l’argine in realtà dell’Altro, se non a fini strumentali.
Si esercita senza limiti, anche in presenza di contrasto. È potere dis-soluto. Non storicizzabile, benché intervenga pesantemente nella storia.
Ma bisogna allora dire lo scrittore, l’innamorato, il demiurgo dei masturbatori, seppure in grande stile?

Levi – Primo e Carlo sono l’Italia repubblicana che non ha potuto essere, laica: curiosi, intelligenti, sempre intellettualmente onesti.
Sono morti presto perché non era il loro posto.

Libertà - È il vero potere degli uomini, e forse anche di Dio. Ma a quelli che non ci arrivano, e sono i molti, la cosa dà fastidio: non si è liberi impunemente.
La libertà intesa come liberazione dalla violenza, dal bisogno, e in un certo senso anche dalla malattia – dalla morte. Dalla violenza con l’etica, la legge, dal bisogno con l’industriosità, l’economia. Dalla morte con la religione, la filosofia.

Può essere una condanna. Soprattutto se non vi si è coinvolti personalmente, nel qual caso scattala difesa. Quando si soffre per un’aporia della giustizia, un sopruso, un’aggressione che non ci tocca personalmente.

La libertà conferma Kant, è un apriori della ragione. Ma non c’è se non viene esercitata. L’uomo se la rappresenta bene quando gli viene spiegata, e altrettanto rapidamente se la dimentica – in molte società è sconosciuta, temuta, avversata, nella prefazione allo “Spirito delle leggi” e in grandi società moderne. Perfino la schiavitù può essere preferita ala libertà, per la forza dell’abitudine.

Libri – Sono un mondo a parte. Anche quelli di storia e di sociologia. Anche quelli di cucina: la presentazione e la scrittura sovrastano le porzioni e i tempi di cottura.

Linguaggio – È uno specchio. Se uno ci tiene, lo specchio per eccellenza.
Non porta in nessun luogo se non alla retorica, che è un artificio. Wittgenstein, Derrida, Barthes possono essere solo questo: sapere che il linguaggio incide sulla verità in quanto la nasconde. La approssima ma non la esprime – l’essere delle cose e del linguaggio stesso. Come sapeva la vecchia retorica, da Gorgia a Sklovskij e Jakobson.

Male – È la cartina di tornasole, e lo scoglio sommerso, della ragione. In cui è forzatamente insito il senso del bene, della morale, ma cose e perché non si sa. Del male, al contrario, si può dire che è istintuale, cioè “naturale”.
L’impossibile misura giuridica della capacità d’intendere e di volere (per durata e intensità, per l’incidenza dell’ereditarietà e della caratterialità, per l’insorgenza di patologie, allergie, raptus) ne è il “brodo di cottura”.

Morte – È l’effetto del tempo – del tempo dell’orologio, che trascorre.
È solo l’effetto del tempo. Altrimenti è un atto della vita, tra esistenza e ricordo.

È in realtà ricorrente. Fisicamente arriva solo una volta nella vita, una volta almeno è certa, per malattia, incidente, vecchiaia. Ma ognuno di noi muore più volte, anche in forma di suicidio, per cattiveria, follia, fallimento, incomprensione.

Natura – È coltivata. È un modo d’essere – di minerali, vegetali, animali, fenomeni – durevole, ma mutevole: adattabile, flessibile, conservativo.

Nichilismo – Il nulla e l’assurdo c’erano prima della storia. La storia – la cosmologia, la filosofia – è nata per cercare un rimedio. La prima religione è stata filosofia. La prima filosofia è stata cosmogonia e politica – questionatrice, consolatrice. Il pensiero è un attributo di Dio accessibile all’uomo.

Proust - È l’ultimo lirico. È realista ma lirico: il ricordo è materia lirica – onirica, fantasmagorica, ma con impianto lirico.
Apprezzabile in quanto evita le fumisterie esoteriche del Fine Secolo e del suo mondo, Montesquiou, Laure de Chevigné, Anna de Noailles, la contessa di Greffhule, l’imperatrice Eugenia…

Rivoluzione – Nel momento in cui si dichiara c’è già stata.
C’è stata in Francia malgrado Robespierre. Malgrado Danton, Marat e ogni altro congiurato – ma questo lo sapeva già Büchner. C’è stata in Russia malgrado Stalin, certo, e Lenin.

zeulig@gmail.com

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (14)

Giuseppe Leuzzi 
Oinopas, colore del vino, è in Omero lo Ionio. E detto dello Ionio si capisce, quel mare, prendendo il nome dalla ragazza Io, è altrettanto capriccioso. 

 Il “don” è uso lombardo – don Lisander. Lo attesta Isella dei Dossi, Carlo e il figlio, e da qualche parte Dionisotti. 

 Anche nella questione spazzatura, come già per i mega yacht, alfiere della coscienza civile in Sardegna è Soru. L’imprenditore che la sinistra ama, questa sinistra di Mani Pulite, speculatore e un po’ bancarottiere. Dopo Carlo De Benedetti e con George Soros. Dall’attaco feroce alla lira che ha messo in gnocchio l’Italia, avviando quindici anni di stagnazione se non di crisi, alle molteplici attività irregolari e perfino illegali di De Benedetti (Fiat, Ambrosiano, Sme, Société Générale, Olivetti, Infostrada), alla famosa rapina del collocamento Tiscali, quando il titolo fu portato a cento euro – sembra incredibile – mediante il gioco dei compari con le banche d’affari. La tradizione è lunga delle simpatie della sinistra per gli avventurieri, Parvus, Stavisky, Maxwell, Soros, il più incredibile di tutti, se è vero che è sopravvissuto al lager. Ma con Soru sono, sono stati, di sinistra perfino Colaninno e Gnutti, sotto l’occhio compiacente dell’inflessibile ministro delle Finanze Visco. Nella spazzatura Napoli si riflette non più magnificente e lazzarona ma piccolo borghese, nella durezza della vita quotidiana, di chi, tornando a casa, vuole stare in pantofole. Si vede anche dall’opposta reazione dei napoletani che vivono fuori, Martone, La Capria, legati al clichè, e di chi la città la vive in città, “Elena Ferrante”. La politica vi è politicanteria, senza nessuna grandezza, nemmeno criminale: piccoli clan familiari (i Pecoraro, i Mastella, i Bassolino, i Jervolino), posti, favori, prebende, anche miliardarie, mini appalti truffaldini. I giudici soprattutto vi sono piccolo borghesi: paurosi, tromboni, nepotisti, opportunisti, scoperti e feroci nei raggiri. 

 "Quelli di Roma” si diceva già nel 1941. Carlo Levi sceneggia ne “L’Orologio” l’incontro simbolico, davanti alla sua porta di direttore del giornale “Italia Libera“ a Roma (dopo esserlo stato di “La nazione del Popolo” a Firenze) di quattro esponenti della Resistenza del Nord, un avvocato di Cuneo, un operaio di Bergamo, un giudice di Novara e un ingegnere di Udine, i cui umori così sintetizza: “Quell’odio di Roma era l’espressione sentimentale, più o meno rozza, la manifestazione simbolica di uno dei motivi permanenti della nostra storia”. E commenta: erano uomini che, “almeno per un periodo, avevano mosso le cose e gli uomini”, e ora “tornavano a ridursi, al solito, a parole. Worte, worte, keine Taten, keine Knödel in der Suppe” – il primo e il quarto verso di una poesiola postuma di Heine: parole, parole, niente fatti,\niente carne nella zuppa. 

8 “Nel 1993 la moglie di Provenzano portò i figli a Corleone e si scoprì che parlavano meglio il tedesco dell’italiano”, racconta Danilo Taino sul “Corriere” del 14 gennaio. C’era la mafia allora, ma anche prima, negli anni Ottanta, per le strade in Germania, a raccogliere il pizzo nelle pizzerie e gli ortofrutta. Spesso sotto forma di tasso usurario per conto del direttore o vice-direttore della banca all’angolo. Che si pagava così il riciclaggio di mezzo milione, un milione di marchi. O raccolta in tavolate appartate a ora tarda a dividersi la coca, e a contabilizzarne i proventi. Bastava essere turisti in Germania per vederlo. Un po’ come a Mazara, a Brindisi e a Crotone nel tempo si vedevano al bar i trafficanti di carne umana organizzare, aspettare, dividersi i carichi. Ma solo ora la polizia tedesca se ne accorge, dopo quindici anni, dopo la mattanza di Duisburg. C’è una inefficienza di base nei sistemi della polizia che batte sempre ogni teoria complottistica – basti pensare all’11 settembre. Ma la mafia sempre prospera nell’assenza di contrasto. Ogni altro delitto, sia pure un furto in villa o uno scippo, viene perseguito all’istante. La mafia può tessere la sua tela, non incognita, per anni e per decenni, deve solo non fare stragi per restare impunita. Ma – complotto a parte – il quesito è: per inefficienza della polizia o per compiacenza? Alla definizione classica che Sciascia ne ha dato, della mafia bisogna dire anche questo: che ne ha per tutti. Pentitismo. È un regalo alla mafia: la legge imposta nelle forme inquisitoriali. Segrete, inquinabili. E un veleno inoculato nell’antimafia: un artificio, all’origine, di polizia ecclesiastica, che ne è diventato la legge e l’anima.

 La mafia, quando l’etimologia era in voga, e anche gli arabi, si diceva di origine araba. Ma c’è la mafia al Cairo, città informe di dieci milioni di abitanti? C’è nella casbah di Algeri? No, non c’è. È che al Cairo e nella casbah algerina, per motivi politici, tutto si sa. C’è il controllo. A New York ci sono state una mafia irlandese, prima di quella siculo-napoletana, e una polacca. Si potrebbe allora dire la mafia un fenomeno cattolico. Ma c’era anche una mafia ebraica. C’è sempre stata una supermafia cinese, e una giapponese. E c’è ora una russa. La mafia è l’impunità.

 Sudismi\sadismi. Francesco Erbani, “la Repubblica”, 31 gennaio, in apertura della sezione Cultura: “Uno studio sugli errori commessi da docenti universitari di Salerno. Quanti svarioni chiarissimo professore”. A proposito di uno studio che “prende in esame una quarantina fra testi e dispense”. Promosso dal titolare di Italianistica, o di Storia della lingua italiana alla stessa università, Federico Sanguineti. Su testi della facoltà di Lettere e della contigua scienza della Formazione, ex Magistero. Dove si rilevano quantità di “un’altro” e “qual è” e di solecismi napoletani. La verità non conosce limiti. La correzione delle dispense, o la supervisione delle stesse da parte del titolare sarebbe auspicabile. Allo stesso modo come, di nuovo, la correzione in bozze dei giornali: ci sono troppi “un’altro” in ogni numero di “Repubblica”. Mentre di “qual” si contesta la natura di troncamento e non elisione. Colpita a morte è una delle migliori università del Sud, meglio organizzata, meglio dotata, per studenti e professori, meglio governata. Una delle prime, se non la prima, ad aver adottato corsi di alfabetizzazione primaria per le matricole – lo studio degli errori delle dispense è per questo specialmente perfido. Federico Sanguineti, protagonista un anno fa di un incidente con l’“Espresso”, che l’aveva messo nella categoria dei baroni per essere figlio del poeta-professore Edoardo, è autore di un’edizione critica della “Divina Commedia”: “Un lavoro improbo”, testimonia lo studioso di se stesso in un suo blog a tempo perso, “che ha portato lo studioso a fare le acrobazie per far combaciare gli impegni di lavoro universitario con la necessità di raggiungere di persona, pagando di tasca propria treni, vitto e alloggio, i molti fondi e biblioteche (una trentina solo in Italia) dove sono sparsi i codici danteschi”. L’ultime entry del blog è del 17 gennaio, un epigramma contro il papa: “Il Papa è papa e re\Dèssi abborrir per tre”. Dove però non si capisce: il papa non sarebbe da aborrir, con una b, per due? Ma forse il papa è anche il diavolo, anche lui, questa terza incarnazione deve’essere rimasta nella penna allo studioso. Babà, cassate, bacetti, non una linea di colore è mancata alla condanna del governatore della Sicilia per mafia, la condanna a metà – la condanna cioè è grave, cinque anni sono tanti, ma non è circostanziata, e insomma, si sa come andrà a finire. Il molle Cuffaro è ora un personaggio,di cui sappiamo tutto. Ma la cosa essenziale del processo non viene detta, e la più interessante: tra i condannati figura il maresciallo di Finanza Giuseppe Ciuro, che da anni fa le indagini di mafia per conto dei giudici Ingoia e Borsellino. Essenziale anche perché acclarata: i contatti tra l’investigatore e i boss ci sono stati. Omertà? Quanti giornalisti sono intimi del maresciallo? Noto per la giovialità, e la disponibilità per i giornalisti giudiziari di ogni bordo, molto ospitale anche.

domenica 3 febbraio 2008

La sporca storia politica della monnezza

Lo spettacolo quotidiano di anni di spazzatura per le strade di Napoli e dintorni sembra niente al confronto della storia di insipienza politica, abusi e illegalità che le sta dietro. Di cui la torinese Gabriella Gribaudi, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Napoli Federico II, e direttrice per molti anni del dipartimento di Sociologia della stessa università, fa la storia sulla rivista “Il Mulino”. Una storia inverosimile, se non fosse vera: “La Campania sommersa dai rifiuti paga la tassa sui rifiuti più cara d’Italia”. Non una storia di camorra: “Non è stata la camorra, si deve sottolineare, a indirizzare il piano e a farlo fallire”. No, di politica: “Commissariato e imprese costituiscono un circolo vizioso e autoreferenziale”. Un’impresa di sottopolitica da far tremare i polsi, a favore di amici e compagnucci, a spese delle amministrazioni comunali, che pagano carissimo questo disservizio, e quindi, doppiamente, dei contribuenti-utenti.
Sono stati appaltati nel 2000 due termovalorizzatori e sette impianti Cdr (Combustibile derivato dai rifiuti) al consorzio arrivato ultimo nella gara d’appalto, per tecnologia, capacità, qualità delle esmissioni e degli scarti. Che poi ha realizzato soltanto impianti (alcuni, non tutti) tritarifiuti. Oltre la tariffa più cara pagata dai campani, la mondezza ha assorbito quindi inutilmente un paio di miliardi, di euro, pagati dallo Stato. Questo Grande Piano Regionale del Governatore Bassolino ha impedito tra l’altro ad alcune province, Avellino e Salerno, di provvedere da sé, con i propri mezzi e i propri piani, allo smaltimento dei rifiuti.
Le discariche di cui periodicamente si fantastica la riapertura sono state dimesse da tempo perché al limite, e oltre, della capacità.
La raccolta differenziata fu istituita nel 1993, con la creazione di 18 Consorzi di Bacino. Nel 2000 si fecero 2.300 assunzioni, ripartite tra i 18 Consorzi. Si privilegiarono le cooperative di disoccupati, “eredità storica dei comitati di lotta dei disoccupati organizzati, sorti a Napoli negli anni Settanta sull’onda delle proteste sociali e delle crisi endemiche della città. I comitati lottavano per un posto di lavoro assicurato, chiedendo un’assunzione “di lotta”. I primi comitati sorsero in seguito all’epidemia del colera del 1974; erano composti da pescatori e cozzicari che erano rimasti senza lavoro. L’amministrazione Valenzi nel 1975 li immise, attraverso corsi di formazione, nei ruoli della pubblica amministrazione come spazzini, portantini, infermieri, bidelli…” Gli aspiranti al posto di lotta hanno pagato “fra un minimo di cinque milioni, corrispondenti alle prime quattro o cinque mensilità della prestazione lavorativa e il massimo di venti-trenta milioni di vecchie lire”, a presunti sindacalisti, mani lunghe della criminalità di quartiere. “Se di questi 2.316, duecento lavorano è un miracolo”, dirà il commissario Catenacci, “gli altri non fanno niente”.
Questi “lavoratori” costano sessanta milioni l’anno. Ognuno ha 1.600 euro netti in busta paga, per quattordici mensilità. Il disegno di trasferirli dai Consorzi alla Asìa, l’Azienda dei rifiuti di Napoli, dove dovrebbero lavorare e insieme perdere la quattordicesima, è stato bloccato sul nascere: i camion trasferiti all’Asìa dopo dieci giorni si sono rotti, centraline, fanali, coppe, una cinquantina mancano, "forse" rubati.

Il mercato boccia Malpensa, e Mi-Na

Senza vergogna Bonomi, l’ultimo manager leghista, chiede i danni ad Alitalia per Malpensa, ben duemilacinquecento miliardi, 1,25 miliardi di euro. Mentre la Brianza, che “Il Sole 24 Ore” mette in prima, lamenta otto miliardi di perdite (in euro?) se Alitalia lascia Malpensa. Il sindaco di Milano, Moratti, bacchetta Bonomi perché i danni vorrebbe chiederli lei. E il governatore Formigoni minaccia i Comuni alle Crociate, o dov’erano – alle Cinque Giornate? Milano butta la maschera, tra i Bravi e Masaniello – l’asse Mi-Na è forte non solo in Tribunale.
La verità di Malpensa è quella nota: Linate è a due passi, Malpensa è lontana e senza infrastrutture, e insomma non si parte prima delle nove, direbbe Spinetta, il presidente di Air France: solo otto passeggeri del Noprd su cento fanno capo a Malpensa per i voli intercontinentali. Anche se a tariffe, Padoa Schioppa spiega al “Sole”, “sovvenzionate”: l’Alitalia pagava per i manager brianzoli. Non sono dati contestabili. Il comitato di Malpensa per il Parco del Ticino, chiama a raccolta la popolazione a difesa dell’ambiente “contro le illegalità, i soprusi e le falsità” dei difensori dello scalo. Le “illegalità e i soprusi” denunciati da Formigoni e i suoi 87 sindaci, scrive il Comitato, sono tutte loro, quelle rotte sono in perdita: “Il mercato boccia Malpensa”.

Rotto l'asse Bazoli-Prodi

O Passera è in rotta col suo capo Bazoli, o Bazoli è in rotta con Prodi. Poiché la prima ipotesi non è possibile (Bazoli può estromettere Passera quando vuole), la seconda s’impone. Roma ha avuto una mattinata di fibrillazione, malgrado il carnevale, all’attacco che Tomaso Padoa Schioppa, dopo averci pensato su qualche giorno, ha mosso all’ad di Intesa. A Gianni Dragoni, del “Sole 24 Ore”, il ministro dell’Economia, ha dettato dichiarazioni violentemente non ministeriali sul caso Alitalia, Air One, ricorsi al Tar, interviste di Passera: “L’amministratore delegato di Intesa San Paolo ha assunto posizioni che lasciano stupefatti”. E via di questo passo. In particolare Passera è un bugiardo: “Lui sa che non ci sono impegni veri, eppure in incontri e dichiarazioni ha ingenerato la sensazione che questi impegni ci fossero. Ma nelle carte che sono state presentate non ci sono. Non so neppure se gli organi collegiali della banca hanno deliberato”. Perché tutto questo oggi? La risposta è una sola: Milano ha già sparigliato, sapendo già che domani è un altro giorno, si va cioè a votare.

Passera in politica con Malpensa forever

È la berlusconite. Ci si chiede perché Passera faccia il capo-popolo di Malpensa forever. Lui, un manager accorto, tra De Benedetti, Di Pietro, la sana Dc, e Fini, accorto navigatore? La risposta è che scende in politica. Non ora, dicono i suoi, ma si costruisce la posizione per dopo. Come sia possibile, anche questo ha una risposta: è Berlusconi. L’infezione della politica da una parte, pur con tutte le sue delusioni, e dall’altro la convinzione, diffusa a Milano e tra i ricchi, che, “se ce l’ha fatta Berlusconi”… È così che l’Italia si ritrova maestri di politica in tv personaggi come Montezemolo, Monti, Della Valle, i Colaninno, Soru, sicuri di essere capi del governo se solo lo volessero. Passera no, è più prudente. Prima che a lui la tentazione è venuta al suo capo, l’avvocato Bazoli. E quindi deve aspettare, che Bazoli decida cosa vuole fare da grande.

giovedì 31 gennaio 2008

B.avvisato sul "Corriere" da Milano

La crisi ha liberato un segreto e alcune verità.
Il segreto copriva l’avviso di reato a Berlusconi nel 1994, pubblicato dal “Corriere della sera” il giorno precedente l’apertura a Napoli, da parte dello stesso B. presidente del consiglio, di un vertice Onu sulla criminalità. L’avviso si dimostrò poi inconsistente, ma lo scandalo fu enorme. Ora Scalfaro, a Marzio Breda sul “Corriere” del 17 gennaio, dice che non fu lui a darne notizia allora al giornale. Fu quindi la Procura di Milano (solo la Procura emittente e il Quirinale sapevano quel giorno, una domenica, dell’avviso).
Molte moine e grande freddo fra ex Dc e ex Pci nel partito Democratico, in vista delle elezioni subito. Molti ex Dc temono un’emorragia del voto a favore dei democristiani residui e dichiarati, Mastella, Casini, e lo stesso neonato del centrosinistra partito della Rosa.
Oggi non si può dire perché vittima della crisi sembra Prodi, ma il governo è caduto per una manovra interna al partito Democratico. Una tipica manovra democristiana da parte di ex Dc. Questo è nei fatti: l’avventurosa offensiva contro Mastella è partita dai Democratici bianchi di Capua. Quanto a Prodi è ancora da vedere se, o quanto a lungo, resterà vittima della crisi. L’obiettivo suo e degli amici era di cortocircuitare il contatto di Veltroni con B. da una parte, e dall’altra di sabotare il suo programma di “vincere anche perdendo”. D’imporsi come capo dello schieramento sfidando tutti da solo col Pd.
Nella crisi Veltroni si vuole ingenuo ma rischia di risultare sciocco: l’analogia o simmetria del Pd oggi, che il voto coglierà nella fase ancora costituente, con Forza Italia nel 1994 è solo apparente e fuorviante. Il voto d’opinione non sposta dieci milioni di elettori. Forza Italia era preparata alle elezioni da una diecina di mesi, aveva accuratamente selezionato i candidati uno per uno, aveva alleanze con tutti i centri di potere locali.

Zitti tutti per Thaci, Giuliano del Kossovo

Hanno imbarazzato più che altro la Rai e la grande stampa italiana le rivelazioni, la settimana scorsa, sui giornali sloveni e serbi, che il governo di Lubiana, che presiede l’Unione Europea, ha avuto dettate a Natale al dipartimento di Stato dai consiglieri di Condoleezza Rice l’agenda dell’indipendenza del Kossovo. Uno scandalo, non c’è dubbio: sull’altrimenti vigile antiamericanismo hanno pesato questa volta le indicibili ragioni del sostegno europeo allo smembramento della Serbia. Alle porte dell’Italia si creerà domenica un focolaio di tensione e forse di guerra, ma nessuno deve saperne nulla – “muti!”, direbbero i boss in Sicilia. Non che l’Italia ci possa far molto, ma che l’Italia appoggi Thaci, e questo non si possa dire, questo è sicuramente importante. Uno vorrebbe complimentarsi per l’irredentismo, che è un valore patrio, ma non può. Anche se resta il dubbio che gli Usa riescano in Kossovo quello che hanno fallito in Sicilia con l’irredentismo di Giuliano.
Il primo ministro Hashem Thaci sarà dunque domenica il padre della patria del Kossovo indipendente. E sarà fra dieci anni, o venti, il leader della Grande Albania, con l’Albania propriamente detta e mezza Macedonia. Che detta così sembra fantapolitica, e lo è. Ma nessuno avrebbe detto dieci anni fa, quando Scalfaro e D’Alema dichiararono guerra alla Serbia, che Thaci, un piccolo Giuliano del Kossovo, sarebbe divenuto capo di uno Stato indipendente. Riverito dall’Occidente tutto, l’America non soltanto che lo ha creato, ma anche l’Europa.

Editoria superstar in Borsa

Malgrado la crisi finanziaria, e malgrado gli errori di collocazione del “Sole”, l’editoria premia i cassettisti, con dividendi del 6-7 per cento: L’Espresso, Mondadori, Mediaset, Class sono le vedettes quest’anno della stagione dei dividendi. L’editoria era un settore maturo, sovradimensionato, da ristrutturare. E maturo lo è ancora, è un settore dove non si sa dove investire, se non comprando all’estero. Per questo tutti i guadagni vanno quest’anno in dividendi. In Mediaset, che è anche l’unica azienda dei media che tenta investimenti innovativi, nel digitale, nel pay-per-view, in America Latina, va in dividendo il cento per cento degli utili. I benefici vengono dalla pubblicità, trainata, checché si dica, dalla televisione, dal rinvio ormai triennale dei rinnovi contrattuali, dall’affinamento dell’outsourcing per la stampa e la distribuzione.

Perché lo sboom sarà profondo e lungo

Ci sono almeno tre fattori per cui la crisi finanziaria si aggraverà e durerà, non casuali e non assorbibili. Anche se uno solo basterebbe a spiegarne la profondità: se dieci banche sono bacate (e lo sono), mille lo saranno, tanti sono gli intrecci interbancari - e salvare tutte le banche del mondo si può solo negli incubi.
Le perdite sui mutui sub prime non sono ancora esaurite, e non hanno passato il momento peggiore. E dai mutui si sposta al credito al consumo, che è ancora meno garantito, con carte di credito e credito personale. Le indagini del Controllore di Borsa New York, su quaranta banche, e dell’Fbi, su quattorodici, si basano su ipotesi di una crisi più radicata. I problemi stanno poi investendo le società di assicurazione e riassicurazione sui mutui non garantiti, le monoline, e quindi un'altra falla si aprirà. Né l'Europa può restarne indenne, per i casi inglesi, dell'Ubs, che ha iscritto perdite per dieci miliardi, sembra impossibile, e di Société Générale, per la quale pochi credono che un operatore infedele abbia realizzato frodi per 50 miliardi di euro, cifra enorme, e perdite per cinque miliardi, cifra altrettanto enorme.
Le due precipitose riduzioni del costo del denaro in America potranno rilanciare la domanda, ma a termine. Mentre subito riducono i margini per le banche, già indebolite. Ciò si riflette nell’interbancario, dove nessuna banca si fida più dell’interlocutore.
La caduta del mercato immobiliare americano esplicherà tutti i suoi effetti nel medio-lungo termine. Condizionando negativamente l’insieme dell’economia negli Usa e nell’Ue, quali che possano essere gli incentivi al rilancio della domanda.

domenica 27 gennaio 2008

La sinistra vittima della sinistra

Non è vero che l’Italia vota a destra - Galli della Loggia sul "Corriere" - e la sinistra solo casualmente va al governo. L’Italia repubblicana ha sempre votato a sinistra, per il 55-60 per cento del voto, a meno di non considerare i socialisti e i repubblicani parte della destra, roba da Comintern – i successi di Berlusconi nel 1994, nel 1996 (sì) e nel 2001 sono dovuti al voto laico e dei socialisti, da Bonaiuti a Sacconi, Tremonti, Frattini, La Malfa eccetera.
Non è vero che la sinistra è vittima del suo programma. Delle due o trecento pagine del programma. Queste sono americanate - la maniera italica, cioè democristiana, di recepire l’America - di per sé innocue. È vittima del non programma. Il programma è nei fatti: la competitività, la precarietà (del lavoro, delle retribuzioni, e ancora di più della previdenza), la riduzione o compressione del reddito reale, per effetto dell’inflazione e, soprattutto, delle tasse. Il fisco, tariffe pubbliche comprese, è insostenibile. Lo vedono tutti, eccetto la sinistra, che si rappresenta nei giovani non lavoratori, e nei lavoratori dipendenti – con la ritenuta alla fonte l'imposta sul reddito è pagata dal datore di lavoro e non dal lavoratore. Ma per il sessanta per cento degli italiani la voracità dello Stato, delle Regioni, dei Comuni è disastrosa, per i pensionati in particolare e per i nuovi lavoratori. Il programma di Prodi invece si sperdeva nello zapaterismo. Che voleva realizzare con un buon terzo della maggioranza di osservanza confessionale….
La sinistra è vittima della sinistra, l’Italia è vittima di questa sinistra. Consegnata a Prodi. Che è un figlioccio di Andreotti, quando è al meglio. Quando Veltroni neo segretario degli ex comunisti dieci anni fa andò nel suo torneo cimiteriale alla tomba di Dossetti ma non di Nenni, il presunto nuovismo disse subito la sua confusione. L’Italia è vittima del non detto di questa sinistra. I prodiani non hanno mai fatto ammenda di tutti gli abusi della Dc. Basti citare la cessione della Sme a De Benedetti, caso oltraggioso di strapotere e malgoverno, poi rigirato da giudici compiacenti a carico di Berlusconi. I nipotini di Togliatti si limitano a non citare il nonno, nel mentre ne perpetuano la lezione.
Questa sinistra è compiaciuta, questa la sua tara. Non critica, ma trionfante. Per la superiorità morale che si attribuisce, anche quando ruba. La superiorità di cui la incensano gli imbonitori tv e i giornali dei padroni. E' rumorosa, occupa la piazza, in città e in televisione, sempre vincente e strafottente. Dalla Sapienza ai cannoli di Palermo fa male vedere tanti giovani già pronti in divisa, irreggimentati, all’ora giusta, al posto giusto, con gli slogan calibrati, tutti uguali, implacabili. È una sinistra conformista, per quanto sia assurdo. Ed è resistenziale. Questa sinistra è da oltre trent’anni al governo, con brevi interruzioni. Ma si vuole resistenziale, in senso negativo, della rivalsa. È cioè vittimista: rancorosa, anche contro l’elettorato, revanscista, sarcastica.
È anche, paradosso dei paradossi, una sinistra bancaria, e un po’ speculatrice. In altri tempi si sarebbe detta sinistra dei padroni, con la scusa della modernizzazione. Campioni della sinistra sono i grandi banchieri, Draghi, Profumo, Bazoli e lo stesso Geronzi, che dopo le liberalizzazioni fanno la banca più cara al mondo, più lenta, più vessatrice. O i grandi speculatori, quelli degli affari dubbi, a danno sempre dei risparmiatori e delle regole: Soru, De Benedetti, Colaninno – nella tradizione dei Soros, Maxwell, Stavisky, Parvus, i grandi signori del denaro? È di questa sinistra perfino Montezemolo, il presidente della Confindustria.
È così che Berlusconi, un avversario ridicolo, stravince. Tronfio, baüscia, noioso, superficiale, il suo voto non è, non può essere, una scelta, ma una protesta. Continua, perseverante. Se questa sproporzione, di arroganza e scioccheria, non gli giova. Può essere, visto che si circonda di consulenti e sondaggi. Nei suoi quindici anni di politica almeno un centinaio di feroci best-seller sono stati pubblicati contro di lui. Alcuni diffamatori, che lo dicono mafioso, e trafficante di cocaina. Ma non si querela: l’arroganza degli altri gli fa gioco. È tuttavia, al tirare delle somme, meno dannoso, molto meno di chi occupa le poltrone per amici e parenti, degli orridi magistrati sbirri, della giustizia politica, e delle vestali a cachet, della politichicchia isterica.

giovedì 24 gennaio 2008

Non è Mani Pulite e può essere peggio

La reazione scomposta di Mastella e il mercato dei senatori monopolizzano l’attenzione, ma col fallimento di Prodi troppe cose vanno indietro. A Mani Pulite, si dice. Ma è peggio: il golpe giudiziario non portato a termine a Milano si completa in questa crisi col definitivo sbriciolamento della politica, che è la sola arma della giustizia. Restano i valori di destra, anche se sotto la forma dei Chavez e degli Ahmadinejad cari a certa mugwump, gli avvoltoi della sinistra: un calcio ai politici sarebbe plebiscitato in Italia, e in quella che conta, al Nord e al Centro, più che nell’Italia stracciona.
La sinistra, già minoritaria, si frantuma e si restringe. La sinistra, già minoritaria, si frantuma e si restringe. L’unico motivo che trova alla crisi è la legge elettorale, e questo dice tutto: è l’unica accusa che ancora sa formulare contro Berlusconi, Berlusconi è l’unica “cosa” di questa sinistra. Stanno a sinistra i capi dei partiti personali, Mastella, Di Pietro, Dini, e i senatori in crisi di coscienza, Fisichella, Turigliatto, Rame. Mentre l’ex Pci, Ds-Pd compresi, non ha ancora elaborato il lutto, localmente Togliatti è ben vivo. Il partito Democratico, sola alternativa a Berlusconi, va così a un naufragio peggiore delle attese. Che Prodi sfidi Veltroni con una lista propria interpartitica è da commedia di Pulcinella. Che Prodi tenti d’impedire a Napolitano, con la sfiducia al Senato, un ministero delle riforme, per andare invece subito al voto col suo governo dimissionario, questo è un suicidio da disperazione. Che questi mesi gli servano per rinnovare le grandi cariche di nomina pubblica è il segno evidente della degenerazione di questa politica, di una generazione e uno schieramento.
Tutto crolla in una settimana, perché era già marcio – tutto quello che non è Berlusconi e Fini. Il 16 gennaio imperavano ancora la spazzatura di Napoli e il papa alla Sapienza. Il 15, o il 14, i giudici di Milano che si protestavano “socialmente inutili”, l’humour dei balordi. Ma un mese prima, o due, Di Pietro e l’Associazione magistrati ultimavano: “Via Mastella dal governo”, a sostegno di De Magistris. Il dottor De Magistris, cui poi il Csm oserà togliere la giurisdizione, voleva condannati Prodi e Mastella, per un affare di massoneria sanmarinese….
L'esame di coscienza che la sinistra non si fa – da laici bisognerebbe dire autocoscienza? - è surrogata sempre con la sostituzione della questione morale alla politica. Cioè con la delega della politica ai giudici, i quali non hanno cultura democratica, e quando sono bravi sono sbirri: calcolatori, prepotenti, ingiusti. La colpa è persistente, ed è quindi evidente che la sinistra è sotto ricatto: lo vedono tutti che la corruzione si persegue solo in alcuni casi - e in altri è proprio della giustizia, quanta sporcizia nella Mani Pulite. I giudici sono il distillato del potere, l’Ersatz di democrazia che occupa la “seconda” Repubblica, dalla Rai al Csm e alla sanità (sindacati). Che non fa le cause, non condanna e non assolve, ma è il cuore dell’antipolitica. Una giustizia che definire politica sarebbe un complimento: è solo golpista, spesso non innocente. Ci sono colpe naturalmente, ma non è la politica che genera l’antipolitica. È ormai evidente che l’antipolitica – i giudici e i giornali, con i loro padroni – vuole distruggere la politica.

martedì 22 gennaio 2008

Prima della rivoluzione viene Mastella

Il 7 novembre del 1917, quando i bolscevichi s’impadronirono del potere a Mosca, la cosa passò inosservata in Italia. Giusto poche righe sul “Corriere” e l’“Avanti!” tre giorni dopo per darne notizia - il 24, poi, il ventiseienne Gramsci condannerà il fatto come una “rivoluzione contro “il Capitale”, “Il Capitale” di Marx, nell’edizione milanese dell’“Avanti!”. Così oggi, su tutti i giornali campeggia Mastella. Mentre il mondo va a rotoli.
Il 1917 si può capire: c’era stata da pochi giorni Caporetto, e l’Italia aveva quindi altro cui pensare. Ma tra Caporetto e la Rivoluzione d’ottobre c’era anche spazio per il signor Bonaventura, che debuttò sul “Corriere dei piccoli” il 28 ottobre. Oggi c’è spazio per Sarkozy, se la superbella Carla Bruni potrà o no accompagnarlo in India. E ancora per il papa, se poteva o non poteva andare alla Sapienza. Si può pensare che l’Italia abbia l’occhio anamorfico, e le cose le veda di sbieco. Oppure che sempre l’Italia, anche quella gloriosamente laica del Risorgimento, sia parrocchiale.

E' caduta senza reti

C’è la crisi della banche, e l’impossibilità di tenere le posizioni speculative a termine sui derivati, dietro l’uscita precipitosa dei capitali dalle Borse. Più che l’insufficienza del pacchetto fiscale di Bush, che impegna nel rilancio della domanda in America l’1 per cento del pil e non il 2-2,5 per cento come atteso, la fuga dalle Borse viene dalla maturata certezza di fallimenti bancari a catena, il salvataggio della Northern Rock a Londra non ha fatto testo. E dall’impossibilità di tenere le posizioni speculative al rialzo sulle materie prime, specie sul petrolio, a fronte della recessione e del crollo della domanda. Che colpirà fondamentalmente anch’essa le banche. Da qui la fuga precipitosa, nella convinzione che nessuno può a questo punto farci nulla, né le banche centrali né il G 8 o altra autorità di coordinamento.
Quella del 21 gennaio sarà stata la prima crisi, dopo il 1929, senza possibilità di governo, malgrado le tante reti di salvataggio apprestate. Le politiche monetarie, con cui la Fed e la Bce hanno governato brillantemente l’11 settembre e altre crisi, si ritengono oggi del tutto inadeguate alla profondità della voragine aperta dai mutui senza garanzia, che si aggrava ora con a mano a mano che le ricoperture con i derivati si manifestano in perdita – le operazioni sui derivati maturano progressivamente, e solo dopo un certo periodo si sa se si è guadagnato o perso.
La recessione, che il governo americano ha tentato di disinnescare col suo pacchetto di sgravi fiscali, e che nel quadro del crollo del 21 gennaio è l’aspetto minore della crisi, ha però innescato il crollo in arrivo dei derivati. Le operazioni sui prodotti finanziari derivati, swap, opzioni, future, tecnicamente servono a coprire un rischio oppure a diluire un debito. Sono swap gli accordi per la conversione di titoli, se ne classificano centinaia di tipi, una forma di riassicurazione. Future è un contratto con consegna differita, e in genere mai effettuata, di merci o valute, un gioco puramente speculativo. Che può funzionare anche al ribasso, ma allora con conveniente anticipo.

Crisi da copione, della commedia dell'arte

Rivista in sezione e nella tempistica, la crisi è da copione. Il partito Democratico vuole elezioni subito, per schiacciare la contestazione diessina, e prima di un congresso che ridia peso agli ex Dc rispetto agli ex Pci. Il processo all'Udeur, provocato da un esponente Pd, e la contemporanea convocazione dei referendum, fa scattare il grilletto Mastella, già dichiaratamente caricato comntro i rederendum stessi. Due mesi ora si perderanno per l'inutile constatazione che non si può rifare la legge elettorale - o anche per farla, ma su base fortemente bipolare e maggioritaria, seppure col proporzionale. Quanto è necessario per aprire i comizi elettorale e votare a maggio o a giugno.
Nei fatti si va per improvvisazione. Il Procuratore Capo di Capua è bene un signore capace di arrestare tutto l'Udeur. Mastella ha tutto da guadagnare e niente da perdere dalla elezioni. Veltroni invece potrebbe perdere tutto subito: l'inveitabole sconfitta dle centrosinistra sarà anche la sconfitta del Pd, anche se dal 25 per cento del voto salisse al 30 invece di scendere al 20. Ma è bene questo un copione, quello della commedia dell'arte, con personaggi eterni che "improvvisano", cioè si ripetono.

Berlusconi non vuole il governo della crisi

Meglio un governo delle riforme, ma che duri qualche mese. Possibilmente non con Prodi, per evitare che si riqualifichi uomo di centro, e non più arcigno alfiere di tasse e balzelli. Ma comunque evitare le elezioni subito. Che lo spingerebbero a prendere il governo del paese in un altro periodo di profonda crisi economica internazionale. Sarebbe ora Berlusconi a volere assolutamente evitare le elezioni nel 2008.
Berlusconi, che non esterna volentieri i suoi pensieri ai collaboratori, questa volta s’è lasciato andare. È una malasorte, avrebbe detto sorridendo, vincere le elezioni ogni volta al peggio di una crisi economica mondiale, nel 2001 con la Germania in ginocchio, ora con gli Stati Uniti all’orlo del fallimento. “Se la sbrighino loro”, dice in sostanza, e si appresterebbe a confermare al presidente della Repubblica nelle consultazioni. Chiedendo elezioni anticipate solo per l’apparenza.
Berlusconi segue insomma la regola della vecchia Dc. Nei governi di coalizione proporzionali la Dc volentieri si ritirava in secondo piano, mettendo avanti i socialisti e i repubblicani, quando le cose non andavano bene.

sabato 19 gennaio 2008

L'ultimo paradiso sovietico

I dentisti ungheresi offrono dalla pulizia alla protesi a metà prezzo, compresa una settimana di vacanza, magari in un costoso centro benessere. E non c’è solo l’avidità, sull’Italia pesa il sovietismo sindacale, un letto in un ospedale pubblico costa sempre il doppio di un letto negli eccellenti ospedali romani della chiesa, a vent’anni dalla caduta del Muro. C’è un paese in cui il comunismo non muore, il comunismo sovietico, del "tutto è regolato e nulla funziona". Della politica vecchia, della burocrazia, della disorganizzazione, delle mance, senza giustizia. Dei lavori pubblici interminabili. Della libertà di rubare allo Stato, il gas, l’elettricità, l’acqua, le tasse. Delle medicine buttate nella spazzatura ancora sigillate. Della Nomenklatura eterna, di politici ridotti a figurine di biscuit, laccate, impomatate, imbustate – perfino la Cina li ha abbandonati ma non l’Italia, Andreotti non è il solo: nessun leader del Sessantotto, nessuno del Settantasette, solo i vecchi arnesi e le loro controfigure, Prodi di Andreotti, Berlusconi di Craxi.
È immobile il sindacato, una delle forze più vivaci dell’Italia repubblicana, si direbbe incartapecorito. È immobile l’economia, malgrado le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Che hanno finito per irrobustire il lato sovietico dell'economia con Autorità occhiute e privilegiate, costosissime, senza beneficio per i cittadini: dopo le privatizzazioni e le liberalizzazioni, l'italiano paga l'elettricità, il gas, il telefono, il conto corrente e i mutui più cari in Europa.
Le privatizzazioni hanno, dove sono intervenute, un distinto flair post-sovietico: grandi banche e industrie prese per quattro soldi, cattivi servizi, tariffe monopolistiche. Due grandi banche e quattro gruppi industriali, tutti ex pubblici, dominano la Borsa. Uno in negativo, Telecom, tre in positivo, Eni, Enel, Finmeccanica. Uno svenduto dodici anni fa per niente, e gestito dai nomi più prestigiosi del capitale italiano, a partire da Guido Rossi, l’avvocato dei ricchi: un gruppo pubblico all’avanguardia in Europa e nel mondo alla privatizzazione, per la banda larga e altri servizi, che ora non sa nemmeno farci telefonare, benché favorito nel monopolismo da autorità compiacenti, l’Antitrust, l’Agcom.
È immobile l’opinione pubblica, i media, che dovrebbero fare l’analisi e la critica di questa realtà: privati oggi come ieri, cioè ossequienti. È sempre la continuità dello Stato, se si vuole, che fa la storia italiana, dell’Unità: dei socialisti che diventano fascisti, dei fascisti che si trasformano in comunisti, e dei comunisti convertiti al mercato e liberali. Ma la classe dirigente è sempre quella, e anche i poliziotti, fascisti e democratici, forse anche cristiani, sono sempre lì a combattere insieme a noi. Si discute ora, come già dieci anni fa, sull’identità italiana, se c’è, se non c’è, o se è perversa. E può darsi che il sovietismo sia nel Dna. Certo è in una serie impressionante di fenomeni.
La nomenklatura, di padre in figlio – nelle professioni, giornalismo compreso, come in politica
I nuovi capitalisti, predoni
I dipendenti pubblici neghittosi e prepotenti
L’inefficienza: un’analisi medica in una struttura pubblica costa tre e quattro volte che in una privata
La corruzione diffusa, “normale”
La Giustizia politica
Il Grande Orecchio Selettivo
L’immunità del potere: giudici, giornalisti, carabinieri, e certi politici
Uffici giudiziari che fanno a gare a truffare lo Stato, dichiarando più udienze, più processi, più scartoffie
L’apparenza ipocrita, la durezza dei fatti
L’antiamericanismo
L’autocensura
Il comparaggio politico
La libera speculazione a sinistra. Sono campioni della sinistra i maggiori speculatori, nella tradizione di Parvus, Stavinsky, Maxwell, Soros, a danno dei risparmiatori e della legge: Soru, De Benedetti, Colaninno, Consorte, e perfino Chicco Gnutti
I privilegi: delle Camere, delle grandi Corti, del Quirinale
I circenses: notti bianche, orchestre provinciali, corsi per modelle
Comuni che si affannano a truffare i cittadini. Roma, per dirne una, il Comune meglio amministrato d’Italia, di cui è sindaco Veltroni, il politico più amato d’Italia, che manda un milione di cartelle esattoriali di tasse che sa pagate o prescritte. E un altro milione sta per mandare. A opera di un esattore pubblico, Equitalia, di proprietà dell’Agenzia delle entrate e dell’Inps. Chi paga le raccomandate? Chi paga Equitalia? Chi paga l’encomiabile call center 06 che deve tenere dietro a tutte le proteste e incanalarle verso i muti uffici Ici, dell’annona, dell’unità contravvenzioni, etc.? Chi paga gli uffici muti?
Il sovietismo qui c’entra poco, è più il gioco delle tre carte. Il Comune di Roma, che spende tantissimo ed ha quindi un bisogno insaziabile di soldi, ha tenuto banco per un paio d’anni vendendo all’esattore, allora il Monte dei Paschi, gli addebiti già pagati o prescritti. Quando i compagni del Monte si sono sottratti, avendo anticipato un sacco di soldi per niente, il buon Veltroni ha rifatto il gioco delle tre carte, rifilando il milione di cartelle ineseguibili a Equitalia, cioè a tutti gli italiani. Per i costi diretti, di ricerche, consulenze, pareri legali, raccomandate. E indiretti, per le centinaia di migliaia di nuovi casi a carico del giudice di pace e del tribunali. Il sindaco buono incassa nuovi aggi, che gli hanno consentito di respirare nel 2007, e gli consentiranno anche di tirare fino a tutto il 2008, poi si vedrà.
Questo gioco delle tre carte non è innocente, e anzi sarebbe materia penale, ma non bisogna disturbare la Procura della Repubblica, che a Roma deve fare la guerra ai rumeni. Per i destinatari del milione di cartelle sono un sacco di disagi, ma Veltroni è pur sempre il sindaco più amato d’Italia, quando gli va male ha con sé il 60 per cento dei romani. Evidentemente hanno altro di cui essergli grati, si sa che Roma è città fascista anche se vota a sinistra, volentieri affrontano il disagio della tassa pagata. In Italia è come nell’ex paradiso sovietico: la borghesia c’è ma si nega.

Le notizie sono provocazioni

Dice Mastella a Geremicca sulla “Stampa”: “Di Pietro ha fatto avere al giudice di Brescia che lo prosciolse un incarico da tre milioni di euro in faccende di autostrade”.
Non sollecitato, dice il direttore del Tg 1 al professor Sartori e agli altri ospiti di Tv 7: “Si dice che anche qui (al Tg 1? alla Rai?) c’è la lottizzazione, cosa non vera. Anche se alcuni si sollazzano con queste cazzate”.
Scrive Marco Imarisio da Capua sul “Corriere della sera”: “Il giorno degli arresti, due distinti signori si aggiravano nei corridoi della Procura colloquiando amabilmente con i giornalisti, chiedendo loro notizie sull’inchiesta, e soprattutto da quali fonti le avessero apprese. Erano due carabinieri in incognito”.
Sempre sul “Corriere” dice Dario Fo: “I miei amici della sinistra mi dicono che questa è solo la punta dell’iceberg…. Tentano di rallentare l’esplosione del bubbone. Ma quando accadrà si capirà tutto: perché la giudice Forleo è stata isolata e si è cercato di spaventarla; perché a De Magistris è stata tolta l’inchiesta”.
Che alla Rai, e al Tg 1, non ci sia la lottizzazione, è notizia talmente eversiva che uno s’immaginerebbe sfracelli. Ma tutte queste cose venivano dette e scritte ieri, e oggi sono scomparse, nemmeno un’eco flebile. “Non accettare le provocazioni”, si diceva ai cortei di quarant’anni fa. L’aria è ora avversa a quei cortei, ma la parola d’ordine sembra la stessa: le notizie sono provocazioni. Ieri non è un’eccezione: è stata una giornata come tante, e oggi, come tutte le altre giornate, le notizie vere, emerse per caso, imperizia, vendetta, sono accuratamente sepolte. L'altro ieri Scalfaro ha detto al "Corriere" una cosa sorprendente: "L'avviso di garanzia che gli fu recapitato a Napoli durante un vertice dell'Onu arrivò con un tempismo singolare", arrivò a Berlusconi, nel 1994. Ma non ha detto, e nessuno glielo chiede, se fu lui o fu Borrelli ad anticiparne la notizia al "Corriere della sera", he la pubblicasse in grande rilievo.
Oggi del resto si leggono altre cose succulente – sepolte domani?
Dice D’Alema a Macaluso sul “Corriere”: “La magistratura giudicante ha sempre dimostrato notevole autonomia e senso dell’equilibrio”. Sola eccezione la Forleo?
E Cossiga, sempre al “Corriere”: “I primi mafiosi stanno al Csm… Sono loro che hanno ammazzato Giovani Falcone, negandogli la Dna e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo”.
Chiamparino scrive alla “Stampa”: “Il Pd non è niente di più di un contenitore in cui gruppi e sottogruppi tenuti insieme più da logiche di potere che da visioni politiche cercano spazi, ruoli e visibilità”.
“La Stampa” divide il Pd in sette correnti, quattro (ex) cattoliche e tre (ex) diessine.
Sempre su “La Stampa” il superlaico Marcello Pera scrive: “Il laicista non è solo sordo e cieco. Negando diritto alla fede o deridendola come residuo mitologico, il laicista è supponente e tracotante: vuole imporre il suo punto di vista, vuole avere il monopolio della verità. Dice di seguire Galileo, ma di Galileo non conosce neppure la distinzione (e talvolta contrapposizione) tra verità di fede e verità di scienza”. La parola a Odifreddi: almeno su questo ci sarà un seguito?