Niente paura, le elezioni le perde solo Veltroni: non c’è rassegnazione in Prodi, c’è una malcelata soddisfazione. Di vedere Veltroni andare incontro alla disfatta, e con lui l’ex Pci, che stava monopolizzando il Partito democratico, di cui il Professore è l’ideatore e si ritiene l’interprete. Le elezioni improvvise ribaltano la prospettiva del Pd, da iniziativa vincente a sicuro sconfitto, e a chi vive di solo potere la cosa non piace più - non c'è compassione tra le persone pie. Il silenzio dei Dc in questa pazzesca campagna elettorale - suicida - è fragoroso. Non c’è amore tra le due componenti del Pd, e anzi c’è rancore. I residui Dc sono coscienti di dovere alla disciplina ex Pci , al senso di gruppo e di appartenenza del residuo centralismo democratico, il posto in Parlamento in gran numero, molti di più di quando c'era la Dc. Ma sospettano sempre.
“Strane elezioni, senza battaglia” titola il professor Sartori. È stata una campagna elettorale assurda, come la caduta del governo che l’ha generata, una vera commedia degli equivoci. Una campagna debole, se si vuole, da età dell’acquario o del gossip, dello shopping, della happy hour. C’è stato di peggio, se Cicciolina è stata deputato della Repubblica, primo eletto dei radicali a Roma. Ma era un caso. Ora la commedia dilaga. A quattro giorni dalle elezioni non si saprebbe dire per chi si vota: la politica non si trova, nemmeno a cercarla nelle pieghe, è un deserto, seppure popolate di belle ragazze. È dunque una campagna irripetibile, e va ricordata. Ma per il Pd.
Uno dei due schieramenti corre per perdere, il partito di Veltroni. Che si immolaa una causa persa, come già Rutelli nel 2001, ma ora con tutta la sua neonata creatura. Non senza hIumour, seppure involontario. La capolista a Roma Marianna Madia, presentata personalmente da Veltroni, dichiara: “Ho una straordinaria inesperienza politica”. Mentre il suo capo rifiuta i socialisti, che bene o male valgono uno e forse due milioni di voti. Con l’effetto che, se i socialisti non ce la fanno da soli, martedì l’Italia sarà il solo paese europeo a non avere rappresentanza nell’Internazionale. Non contento,Veltroni li diffama da Vespa affabile, e il soviet della Rai impedisce loro di difendersi, Annunziata, Santoro, Riotta.
Veltroni solo si è alleati i diepietristi, che ormai sono un partito di antipatizzanti. E non si libera del Pd campano: si proclama nuovo e radicale e si tiene gli assurdi, se non corrotti, amministratori di Napoli e dintorni. Capolista a Napoli è le seconda bellezza Pina Picierno, una demitiana scelta per non candidare De Mita. Picierno si è laureata con una tesi sullo stile oratorio del politico irpino. Il quale, escluso dalle liste, si è offeso e minaccia di rifondare la Dc. Non si accontenta del risarcimento, la candidatura, nel Pd, del figlio Giuseppe, ex addetto stampa della Lazio, la squadra di calcio, nonché proprietario di una Ferrari.
Perché Prodi lo vuole dannato, ognuno lo può capire, seppure a malincuore. Ma Veltroni, perché vuole perdere? Per dimostrare di essere la sola sinistra di governo? Ma dopo la sconfitta il Pd si sfascerà. Con la generosa Madia, e la dottoressa Picierno, e altre pupille analoghe, il Pd non può fare nemmeno l’opposizione. Forse Veltroni, pur antipatizzante socialista, non conosce i democristiani, la metà del suo partito. Il modello Bettini, o modello Roma, non è esportabile: nella capitale i Dc marciano perché è la sola maniera per loro di partecipare comunque agli affari, non così in Sicilia, Veneto, Lombardia, Impania, Toscana, Calabria.
Avremo avuto un candidato progressista che si atteggia a baronetto inglese in America, la testa nel Connecticut i piedi nel Tennessee. E il programma intitola “Yes, we can”, che non dice nulla a nessuno. Credendosi ancora nel Pci di Togliatti: nomina le puledre senatrici, e i vecchi politicanti mette in berlina - senza sapere che sono democristiani e non picisti, e gliela faranno pagare, senz’altro.
Non è la sola stranezza della campagna elettorale. Che sarà ricordata come la campagna Longanesi. “Italia, in piedi!”, suona Veltroni, “Rialzati Italia!”, risponde Berlusconi. Mentre Firenze lancia lo slogan “Mendicanti in piedi!” Il titolo di Longanesi cui tutto si ispira fa “In piedi e seduti”, è più comodo. Baccini e Tabacci formano un partito. Che ha subito adesioni montezemoliane, di quelli che non hanno mai lavorato, della Rai e dei giornali di Lor Signori. Sembrano la novità della stagione, l’ennesimo partito anti Berlusconi nella vasta area di centro. Per un paio di giorni, poi scompaiono. Senza spiegazioni, senza curiosità. Pare siano tornati con Casini. Casini non vuole la concorrenza di Pizza, Amato lo accontenta.
Mauro Ceruti, buon cattolico, preside di Scienza della formazione a Bergamo, responsabile dell’Area Sapere del Pd, sarà un cascame di linguaggio sovietico?, si proclama grande scienziato, e sostiene la propria candidatura con un manifesto scritto da lui stesso a cui noti intellettuali europei avrebbero apposto la firma. È la sindrome Verdiglione? Anche lui si faceva sponsorizzare da intellettuali d'oltralpe. Calearo, il paraindustriale padovano punta di diamante dell’imprendoria democratica, nonché sicuro deputato, si augura che l’Alitalia fallisca. Caldarola, che non ha fatto i tre mandati, ma presiede l’associazione parlamentare Amici d’Israele, non è candidato per essere amico d’Israele. Anche Umberto Ranieri. A favore del Pd solo l’“Economist” e il temibile Scalfari. L’“Economist” preannuncia che darà le pagelle ai candidati italiani. Fa un convegno per preannunciare la sua classifica – pagato dal Pd? Scalfari predice alla Annunziata che Veltroni vincerà: “Ho acquisito la sensazione che c’è un trend secondo cui gli indecisi in maggioranza, attorno al 40-45 per cento, si stanno orientando verso il Pd”.
Non ci sono argomenti, in questa improvvisata campagna elettorale, se non ridire le scemenze che Berlusconi mette in circolo per occupare gli spazi: Ciarrapico dà scandalo, che prenderà, forse, i voti di Fiuggi, Bossi che imbraccia il fucile, le donne che è meglio che siano belle, i presidenti della Repubblica che sono tutti di sinistra – questo è vero. Dopo quindici anni Veltroni scopre la delegificazione di Urbani e Tremonti, e promette di cancellare il primo giorno di governo cinquemila leggi inutili. È un passo indietro rispetto al vecchio Pci, che arrivava alle cose con dieci anni di ritardo. Ma soprattutto è intempestivo: negli stessi giorni di marzo mezza Italia, quella governata dal Pd, è stata angosciata dalle bollette. Acqua, gas, luce, telefono, tutti vogliono avere certificazioni catastali accuratissime, minacciando pene di duemila euro e oltre (bruscolini evidentemente, per Visco che le ha imposte…). Non una certificazione per tutte, ma ognuna una sua certificazione specifica, l’acqua per esempio può chiedere il foglio e la particella, l’elettricità invece, o il gas, vuole il foglio e il mappale – saranno la stessa cosa?
Dal 27 marzo bisogna inoltre disporre, all’improvviso, di una certificazione di sicurezza di tutto, la luce, il gas, il televisore, l’acqua, il water, il condizionatore, le chiusure automatiche, il parafulmine. In proprio e come condominio. A opera di un apposito ordine di tecnici che ancora dev’essere istituito. A un costo di qualche migliaio di euro, oltre a molte giornate di patemi. Una trovata del buon Bersani, fiore all’occhiello, liberalizzatore e delegificatore, di Veltroni. Fino ad ora uno pensava: saranno comunisti, come li vuole Berlusconi, ma non sono scemi. Ora si capisce perché lavorano per Berlusconi.
Alle passate elezioni, appena due anni fa, c’erano sui banchi delle Feltrinelli più di cinquanta, forse sessanta, libri anti Berlusconi. Sono scomparsi. Il genere è in disuso? È il riflesso togliattiano del Pd, gli ex diessini, che si apprestano alla Grande Coalizione? Ci sono invece, non nella stessa proporzione, una diecina, i libri sulle caste, che sono i pilastri della sinistra: la casta politica capostipite, e quella dei giudici, dei sindacati, dei giornalisti, degli speculatori - non dei banchieri, quella stranamente manca, anche se molti scrittori di denuncia devono loro lo stipendio.
mercoledì 9 aprile 2008
Il dollaro è sempre re
Le banche online offrono conti correnti in dollari, ai residenti italiani. Conti non remunerati, in una valuta sempre più debole, che tuttavia proliferano. Per fare trading su Wall Street, beninteso, ma non solo: si comprano dollari perché presto si apprezzeranno. Nel complesso gli investitori privati diffidano: all’ultima asta, il 12 marzo, le Treasury Notes Usa non hanno trovato acquirenti privati.
Un anno prima l’afflusso netto degli investitori privati era stato di 466 miliardi di dollari. E nel quarto trimestre del 2007 ancora di 195 miliardi. La decisa flessione dei tassi imposta dalla Fed per sostenere l’economia e allentare la crisi di Borsa e dei mutui ha reso gli investimenti non più convenienti. La Fed ha portato il tasso base in otto mesi, da aluglio 2007, dal 5,25 al 2,25 nominale attuale. Ma i rendimenti di bond e notes sono una cosa, il dollaro un’altra. Malgrado tutto. Malgrado la recessione in atto, e la politica dei bassi tassi, il dollaro rimane re. Nella facile aspettativa che conviene rimpinzarsene perché il guadagno è sicuro, già a breve termine.
I fondamentali dell’economia internazionale non sono stati scalfiti dalla crisi. La recessione americana sarà di breve durata e di lieve entità grazie alla tenuta del sistema globale. Che va sempre avanti a tassi sostenuti. E coincide col dollaro. Mario Margiocco ha documentato sul “Sole” di domenica la tenuta della globalizzazione, o del sistema dollaro: i fondi sovrani comprano dollari, le banche centrali asiatiche e latinoamericane pure. Le banche centrali e i fondi sovrani acquistano dollari al ritmo di 70-80 miliardi di dollari ogni mese, quindi 900 nel corso di questo 2008 pure infelice. Le banche centrali avevano a fine 2007 riserve per l’equivalente di 6,4 biliardi di dollari, quattro volte le riserve di dieci prima. Di cui 4 biliardi, il 64 per cento, in dollari, e in euro solo l’equivalente di 1,66 biliardi di dollari. Ancora nel 2007, a crisi finanziaria aperta, le nuove riserve delle banche centrali, pari a 1,33 biliardi di dollari, erano denominate in dollari per circa un biliardo.
Il resto del mondo non condivide la rigida politica malthusiana dell’Europa. Che peraltro non contrasta l’inflazione e anzi la aggrava. L’inflazione da Stato. Della burocrazia invadente e …… Della rigidità monetaria che da Maastricht regola l’Europa. Una camicia di forza che non protegge l’Europa dall’inflazione, che è molto superiore a quella registrata compiacentemente da Eurostat, e anzi è una della sue cause, col petrolio e il caro lavoro.
Un anno prima l’afflusso netto degli investitori privati era stato di 466 miliardi di dollari. E nel quarto trimestre del 2007 ancora di 195 miliardi. La decisa flessione dei tassi imposta dalla Fed per sostenere l’economia e allentare la crisi di Borsa e dei mutui ha reso gli investimenti non più convenienti. La Fed ha portato il tasso base in otto mesi, da aluglio 2007, dal 5,25 al 2,25 nominale attuale. Ma i rendimenti di bond e notes sono una cosa, il dollaro un’altra. Malgrado tutto. Malgrado la recessione in atto, e la politica dei bassi tassi, il dollaro rimane re. Nella facile aspettativa che conviene rimpinzarsene perché il guadagno è sicuro, già a breve termine.
I fondamentali dell’economia internazionale non sono stati scalfiti dalla crisi. La recessione americana sarà di breve durata e di lieve entità grazie alla tenuta del sistema globale. Che va sempre avanti a tassi sostenuti. E coincide col dollaro. Mario Margiocco ha documentato sul “Sole” di domenica la tenuta della globalizzazione, o del sistema dollaro: i fondi sovrani comprano dollari, le banche centrali asiatiche e latinoamericane pure. Le banche centrali e i fondi sovrani acquistano dollari al ritmo di 70-80 miliardi di dollari ogni mese, quindi 900 nel corso di questo 2008 pure infelice. Le banche centrali avevano a fine 2007 riserve per l’equivalente di 6,4 biliardi di dollari, quattro volte le riserve di dieci prima. Di cui 4 biliardi, il 64 per cento, in dollari, e in euro solo l’equivalente di 1,66 biliardi di dollari. Ancora nel 2007, a crisi finanziaria aperta, le nuove riserve delle banche centrali, pari a 1,33 biliardi di dollari, erano denominate in dollari per circa un biliardo.
Il resto del mondo non condivide la rigida politica malthusiana dell’Europa. Che peraltro non contrasta l’inflazione e anzi la aggrava. L’inflazione da Stato. Della burocrazia invadente e …… Della rigidità monetaria che da Maastricht regola l’Europa. Una camicia di forza che non protegge l’Europa dall’inflazione, che è molto superiore a quella registrata compiacentemente da Eurostat, e anzi è una della sue cause, col petrolio e il caro lavoro.
Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush
Dopo le presidenziali e l’uscita di Bush il barile di petrolio dimezzerà di prezzo, attorno ai 60 dollari. Mentre il dollaro dimezzerà la penalizzazione sull’euro, salendo verso quota 130. Cominciano a corroborarsi di cifre e analisi fra i centri studi Usa le ipotesi politiche sull’andamento dei mercati energetico e monetario dopo l’uscita di scena di George W.Bush, o del partito dei texani, dei petrolieri. La triplice confluenza sul caro-petrolio che ha caratterizzato la seconda presidenza Bush, una produzione limitata di greggio Opec, la speculazione a termine, e la rincorsa dei paesi Opec sul dollaro debole, dovrebbe cessare col 2008. Questa politica, a beneficio dell’industria americana dell’energia (e di Putin, il nemico\amico di Bush, che vende il petrolio e gas con contratti a medio-lungo termine, a prezzi denominati in dollari, ma con indici in euro), colpirà nel prosieguo dell’anno l’economia americana diventando infine insostenibile.
Questo lo schema che sottende le diverse analisi. Il sistema globale creato dagli Usa continuerà a finanziare l’economia americana, ma il caro energia provoca inflazione, la recessione in corso indebolirà ulteriormente il dollaro, e l’afflusso degli investimenti privati dall’estero scenderà verso lo zero. Dando per scontato il superamento della crisi finanziaria dei mutui, la Fed tornerà nel secondo semestre ai tassi alti, il dollaro si rafforzerà, i capitali privati riaffluiranno, insomma una spirale al consolidamento si avvierà. Compresa la stabilizzazione dei prezzi folli dell’energia.
Questo lo schema che sottende le diverse analisi. Il sistema globale creato dagli Usa continuerà a finanziare l’economia americana, ma il caro energia provoca inflazione, la recessione in corso indebolirà ulteriormente il dollaro, e l’afflusso degli investimenti privati dall’estero scenderà verso lo zero. Dando per scontato il superamento della crisi finanziaria dei mutui, la Fed tornerà nel secondo semestre ai tassi alti, il dollaro si rafforzerà, i capitali privati riaffluiranno, insomma una spirale al consolidamento si avvierà. Compresa la stabilizzazione dei prezzi folli dell’energia.
domenica 6 aprile 2008
Riotta verso "la Repubblica"
Nel prevedibile rimescolamento degli incarichi alla Rai dopo le elezioni, la via d’uscita di Riotta è verso “Repubblica” e non più verso il “Corriere”. Il “Corriere” è stato il giornale in cui Riotta è cresciuto e alla cui direzione sembrava predestinato, anche per la dichiarata stanchezza dell’attuale direttore Mieli. Ma anche la Rcs si sta preparando al dopo-elezioni, e la versatilità di Mieli, che comunque si garantisce con un ottimo giornalismo, è ritenuto un asset di cui non privarsi. Nella sua gestione del Tg 1 Riotta invece ha stabilito ottimi rapporti con Carlo De Benedetti, il proprietario di “Repubblica”. Che ama in vecchiaia il suo mestiere di editore più che di padrone. Intende esercitarne il ruolo, come ha già dimostrato portando un personaggio della qualità di Scalfari fuori dal giornale. E sta cercando un rinnovamento della formula, che faccia uscire il quotidiano romano fuori dalla fossilizzazione veltroniana.
In questo quadrio De Benedetti ha avuto con i suoi collaboratori parole di elogio per il direttore del Tg1. Riotta è stato portato alla Rai da Prodi, e De Benedetti anche politicamente vuole ristabilire il suo asse privilegiato col presidente uscente del consiglio. E' un momento di stanca per i grandi quotidiani della sinistra, in calo di vendite e perfino di diffusione. Di cui gli editori hanno il sospetto che la colpa sia della loro eccessiva politicizzazione, e del politicamente corretto che condiziona anche lealtre parti del giornale. Da qui la ricerca di una "nuova generazione" di direttori.
In questo quadrio De Benedetti ha avuto con i suoi collaboratori parole di elogio per il direttore del Tg1. Riotta è stato portato alla Rai da Prodi, e De Benedetti anche politicamente vuole ristabilire il suo asse privilegiato col presidente uscente del consiglio. E' un momento di stanca per i grandi quotidiani della sinistra, in calo di vendite e perfino di diffusione. Di cui gli editori hanno il sospetto che la colpa sia della loro eccessiva politicizzazione, e del politicamente corretto che condiziona anche lealtre parti del giornale. Da qui la ricerca di una "nuova generazione" di direttori.
Profumo di uscita
Le Fondazioni del Nord padrone di Unicredit non sono contente di Profumo. Non è una novità: sempre le Fondazioni si sono lamentate del loro amministratore delegato. Delle cui capacità però non hanno mai potuto privarsi. Dopo la fusione con la tedesca Hvb la posizione di Profumo sembra perfino inattaccabile, poiché è il referente unico dell’intera operazione. E tuttavia sono in molti a ritenere la sua più che decennale esperienza a Unicredit conclusa. Le sue posizioni politiche, tra Bertinotti e D’Alema, contrastano con quelle dei suoi soci, e questo è il motivo principale di contrasto. Anche perché sono esibite, quasi che il manager pensasse a un futuro politico. Ma tornano pure le vecchie contestazioni. Profuno non sa valorizzare le partecipazioni importanti nell’establishment finanziario, da Mediobanca a Generali e al “Corriere”. La sua continua espansione non produce le ricche cedole che sarebbero possibili. Uncredit starebbe perdendo il radicamento nel territorio delle diverse banche acquisite, nel retail no, ma nel segmento affari sì, che è il più redditizio, ed è praticamente assente dal credto al consumo, altro lucroso segmento. A Profumo viene addebitata anche l’unica operazione intra moenia dal punto di vista politico, dell’ortodossia confessionale: l’acquisto di Capitalia-Banca di Roma, di difficile digestione. Dopo le elezioni il problema Banco di Sicilia si riaprirà, con Lombardo alla presidenza dell’isola, e Profumo ha già mostrato di non saper capire o circuire le esigenze territoaili del Banco stesso. Ci sono perfino i nomi dei manager che potrebbero prenderne il posto: Pietro Modiano, che è stato a lungo direttore generale di Unicredit, e Matteo Arpe, l’ex ad di Capitalia.
Il socialismo degli speculatori
Quali che siano le perdite finali delle banche Usa, di Ubs e delle banche inglesi alla fine dei conti, 50 o 500 miliardi, sono già il settore più assistito dalla finanza pubblica, sia in Inghilterra che negli Usa. Il finanziamento pubblico alla speculazione era ancora da vedere nella storia, ma questo è ora successo, e di più, secondo tutti i pareri, succederà. Cambiata è sicuramente l’ottica: in altra epoca si sarebbe detto “senza vergogna”, ora si dice “proteggere il mercato”. Da se stesso. Coi soldi dei contribuenti: la finanza è l’onore del mondo e bisogna pagare.
Socializzare le perdite si diceva un tempo – i finanzieri dicevano – con orrore, oggi lo slogan è “socializzare la speculazione”. In Inghilterra si è arrivati a socializzare le perdite della Northern Rock, lasciando agli azionisti la polpa buona della stessa banca. La crisi del 2007-2008 non sarà stata un altro ’29 perché i consumi malgrado tutto non sono crollati e non c’è disoccupazione. E questo grazie alla globalizzazione, che peraltro certa sinistra erige a suo nemico. Allo sviluppo dell’Asia, immenso continente dalla Turchia all’Indonesia, con i suoi fondi sovrani che ritengono loro dovere salvare la stessa globalizzazione. Mentre va sotto silenzio la doppia catastrofe, del liberalismo fiducioso nella mano provvidenziale di Adam Smith, e del socialismo che il mito assistenziale e redistributivo argomentava nel nome dell’uguaglianza. A meno che la Provvidenza di Smith con sia l’uguaglianza dei profittatori. Ma è un’epoca senza argomenti, non c’è neppure da ridere.
Socializzare le perdite si diceva un tempo – i finanzieri dicevano – con orrore, oggi lo slogan è “socializzare la speculazione”. In Inghilterra si è arrivati a socializzare le perdite della Northern Rock, lasciando agli azionisti la polpa buona della stessa banca. La crisi del 2007-2008 non sarà stata un altro ’29 perché i consumi malgrado tutto non sono crollati e non c’è disoccupazione. E questo grazie alla globalizzazione, che peraltro certa sinistra erige a suo nemico. Allo sviluppo dell’Asia, immenso continente dalla Turchia all’Indonesia, con i suoi fondi sovrani che ritengono loro dovere salvare la stessa globalizzazione. Mentre va sotto silenzio la doppia catastrofe, del liberalismo fiducioso nella mano provvidenziale di Adam Smith, e del socialismo che il mito assistenziale e redistributivo argomentava nel nome dell’uguaglianza. A meno che la Provvidenza di Smith con sia l’uguaglianza dei profittatori. Ma è un’epoca senza argomenti, non c’è neppure da ridere.
venerdì 4 aprile 2008
Az, il sindacato suicida per Uolter
Ha messo il sindacato a nudo, e ha aperto una falla che potrebbe travolgerlo per molti anni: il soggetto è il sindacato stesso. La sciocca mossa di Epifani, il leader della Cgil, e della Cisl dell’anti-Prodi Bonanni, a favore di sir Uolter ha scatenato la giusta ira di un’azienda che dal sindacato è stata ridotta in macerie. L’Alitalia è potenzialmente ricchissima, ma se deve mantenere la sede a Roma mentre opera da Milano, o se deve avere tre steward in volo invece di uno, non può che perdere un milione di euro al giorno. Questo Air France lo sa, e ora Spinetta scenderà a prendersene le macerie, invocato come un santo. Ma non finirà con l’ovvia cessione di Az a Af, compratore unico, e per molti aspetti anche benemerito.
Un sindacato che si è sempre disinteressato delle condizioni del lavoro, perfino della sicurezza. Che non sa fare i contratti del pubblico impiego quando al governo c’è il vecchio compromesso storico. Che si muove su Az solo quando Berlusconi interviene, per tamponarlo in qualche modo a favore di Veltroni. E non sa fare altro che immettere Fintecna, cioè il carrozzone politico vecchio stampo, nella proprietà di Az. È un sindacato che il vetero giornalismo che ci governa difende già con affanno, i padroni non hanno più argomenti in suo favore. È profezia doverosa che, dopo Az, non rappresenterà più nessuno. Nemmeno più i pensionati, che da un quindicennio erano diventati il suo pilastro, ma ai quali non riesce a dare più nemmeno il carovita. Gli restano i pensionabili, coloro che vogliono andare in pensione a 57 o 58 anni, ma sono sempre meno. Sotto i trent’anni non ci sono più iscritti al sindacato, solo pochi operai, alcune diecine di migliaia in tutto.
Un sindacato che si è sempre disinteressato delle condizioni del lavoro, perfino della sicurezza. Che non sa fare i contratti del pubblico impiego quando al governo c’è il vecchio compromesso storico. Che si muove su Az solo quando Berlusconi interviene, per tamponarlo in qualche modo a favore di Veltroni. E non sa fare altro che immettere Fintecna, cioè il carrozzone politico vecchio stampo, nella proprietà di Az. È un sindacato che il vetero giornalismo che ci governa difende già con affanno, i padroni non hanno più argomenti in suo favore. È profezia doverosa che, dopo Az, non rappresenterà più nessuno. Nemmeno più i pensionati, che da un quindicennio erano diventati il suo pilastro, ma ai quali non riesce a dare più nemmeno il carovita. Gli restano i pensionabili, coloro che vogliono andare in pensione a 57 o 58 anni, ma sono sempre meno. Sotto i trent’anni non ci sono più iscritti al sindacato, solo pochi operai, alcune diecine di migliaia in tutto.
mercoledì 2 aprile 2008
Radio Tirana risorge a "Report"
Ottimo giornalismo televisivo, d’immagini, personaggi, ambienti, a “Report” di domenica su Rai Tre. Anche l’argomento era appassionante: dove sono finiti i soldi della 488, la legge che per un quindicennio ha favorito gli investimenti al Sud. Parlavano corrotti e moralisti, a riprova che al Sud non c’è omertà, ma semmai il contrario, troppe parole al vento. Si vedevano fabbriche mai entrate in funzione. Fisionomie marcate segnavano le immagini come in una commedia dell’arte, tanto più per essere reali e non inventate. Sembrava il giornalismo di “Samarcanda”, così raro nelle nostre tv. Perfino una semplice manifestazione elettorale in Sicilia, con Cuffaro e Mannino protagonisti, di quelle che si fanno ogni giorno a diecine, sembrava cinema del miglior Kusturica. Il tutto imbalsamato nell’ortodossia picista, che si dice togliattiana ma è puro sovietismo. Declamato nel tono stentoreo di radio Tirana, di cui la produttrice e speakerina del programma è figurazione attendibile. Puro cinema di Ejzenštejn. Non fosse stato per la povera piaggeria che caratterizza la rete.
Tutto è stato messo in conto alla Calabria, e al trapanese: l’incapacità, lo spreco, la cottuttela. Senza specificare che sono due aree limitate rispetto alla proiezione della 488. Senza specificare che gli sprechi sono una quota di nemmeno il 5 per cento delle risorse della 488. Senza mai riconoscere il coraggio civico degli interlocutori. Accuratamente tenendo fuori amministratori e imprenditori compagni. L’eccellente informatore di Trapani è nettissimo sulle responsabilità politiche, ma “Report” solo indaga su Cuffaro, che non c’entra. Con pistolotto finale della fiera conduttrice, e voce finalmente cantante, in omaggio all’eccellente ministro Bersani, che tanta ignominia ha cancellato – ha cancellato la 488, niente sussidi al Sud. Settanta, ottanta, anni dopo Stalin tutto ciò è sembrato povero, anzi indigente. Ma a distanza di qualche giorno anche il quadro si riscatta: questa Rai Tre, giù mummificata, sarà un’eccellente riserva di fonti per la storia.
Tutto è stato messo in conto alla Calabria, e al trapanese: l’incapacità, lo spreco, la cottuttela. Senza specificare che sono due aree limitate rispetto alla proiezione della 488. Senza specificare che gli sprechi sono una quota di nemmeno il 5 per cento delle risorse della 488. Senza mai riconoscere il coraggio civico degli interlocutori. Accuratamente tenendo fuori amministratori e imprenditori compagni. L’eccellente informatore di Trapani è nettissimo sulle responsabilità politiche, ma “Report” solo indaga su Cuffaro, che non c’entra. Con pistolotto finale della fiera conduttrice, e voce finalmente cantante, in omaggio all’eccellente ministro Bersani, che tanta ignominia ha cancellato – ha cancellato la 488, niente sussidi al Sud. Settanta, ottanta, anni dopo Stalin tutto ciò è sembrato povero, anzi indigente. Ma a distanza di qualche giorno anche il quadro si riscatta: questa Rai Tre, giù mummificata, sarà un’eccellente riserva di fonti per la storia.
Az tra corruzione e speculazione
Quando bisognerà spiegare l’Italia di fine millennio, lo storico del futuro avrà in Alitalia l’exemplum e la prova. Il candidato dell’opposizione in queste elezioni aveva nella gestione di Alitalia un siluro perfetto contro il governo, il cui capo è all’origine di tutte le disavventure della compagnia: l’aumento di capitale irrisorio del 1996, il siluramento del buon manager Cempella per sostituirlo con l’incompetente Mengozzi, e poi, attraverso l’opposizione, col suo altro poulain Cimoli, la vendita con una finta asta che ha allontanato ogni compratore, eccetto quello predestinato, Air France. E invece il capo dell’opposizione che fa? Propone una cordata d’acquisto che non c’è. Una cordata che, coi soldi che dovrebbe mettere, si sarebbe potuta comprare tutta Air France, spiega Giovanni Colonna sul “Manifesto” (“con 1,6 miliardi di euro di capitale di rischio si può ottenere un prestito da qualsiasi banca nel mondo e, oggi, una somma del genere, 2,6 miliardi, è sufficiente a comprare sul mercato la maggioranza delle azioni Air France…”). Nelle more, il capo dell’opposizione scatena una piccola speculazione al rialzo – piccola per modo di dire, sono stati messi da parte in due giorni un centinaio di milioni.
Bene, si dirà: quell’uomo è un affarista, e non poteva fare che questo. Ma la Consob e la magistratura, che sono pagate per vigilare contro la speculazione, che è un reato, non si sono mosse. E il capo dell’opposizione, che è anche un furbo, non avrà pensato di poter meglio vincere le elezioni non attaccando il capo del governo? Per assurdo che sia, spera di vincere le elezioni col sostegno, certo surrettizio, di quet’uomo, che pure sostiene il partito avverso, e anzi in certo modo ne è il capo. Perché anche il capo del governo dimissionario vuole avere un futuro, quale capo dello Stato.
Meno contorta, anzi ordinaria amministrazione, ma non meno singolare, la vicenda della cordata "nazionale" messa su da Intesa. Dall'amministratore delegato della prima banca, Passera. Mentreil presidente Salza non solo si tira fuori: "Inutile tirarci per la giacchetta, peggio, contare sl nostro slenzio-assenso". Ma è del netto parere che non si può fare una cordata per salvare Malpensa: "Sono convinto che l'Italia possa avere un solo hub, e questo è Fiumicino".
La corruzione non manca. Ma, in tanta incompetenza, è marginale. C’è il Mengozzi che diventa consulente del compratore unico Air France, lo stesso che è amico del capo del governo ed era amministratore di Alitalia. C’è il ministro delegato alla vendita che s’intrattiene in colloqui riservati col compratore unico Air France. C’è il capo della Cisl Bonanni, amico del capo del governo, che lo accusa nientemeno che di interesse privato nella vendita.
Poi c’è Milano. Malpensa è l’opera pubblica più costosa e inutile dell’Italia, trent’anni di denaro pubblico versato nel pozzo, ma Milano vuole che sia un grande aeroporto, uno dei più grandi d’Europa. Non per il conforto dei milanesi, che scappano a prendere l’aereo ovunque eccetto che a Malpensa, ma perché Milano è Milano. Con corteo di banchieri, opinionisti, grandi giornali, e con un supporto elettorale sempre consistente dei milanesi stessi – il leghismo è uno stato d’animo, come il razzismo. Inutile rimproverare ai condottieri di Malpensa, alla Regione, alle provincie di Milano e di Varese, ai sindaci delle due città, che in dodici ani non hanno saputo nemmeno fare un'autostrada e una linea ferroviaria diretta con Malpensa. Farci arrivare il gas è stata opera titanica: i comuni attraversati hanno imposto ogni sorta di taglia.
E poi c'è il sindacato. Che scopre Alitalia dopo che l'ha scoperta Berlusconi. Se ne occupa solo per bilanciare Berlusconi, facendo qualcosa per il partito Democratico. E propone la proprietà di Fintecna, l'ultimo carrozzone politico rimasto. Non sembra vero, ma lo è.
Bene, si dirà: quell’uomo è un affarista, e non poteva fare che questo. Ma la Consob e la magistratura, che sono pagate per vigilare contro la speculazione, che è un reato, non si sono mosse. E il capo dell’opposizione, che è anche un furbo, non avrà pensato di poter meglio vincere le elezioni non attaccando il capo del governo? Per assurdo che sia, spera di vincere le elezioni col sostegno, certo surrettizio, di quet’uomo, che pure sostiene il partito avverso, e anzi in certo modo ne è il capo. Perché anche il capo del governo dimissionario vuole avere un futuro, quale capo dello Stato.
Meno contorta, anzi ordinaria amministrazione, ma non meno singolare, la vicenda della cordata "nazionale" messa su da Intesa. Dall'amministratore delegato della prima banca, Passera. Mentreil presidente Salza non solo si tira fuori: "Inutile tirarci per la giacchetta, peggio, contare sl nostro slenzio-assenso". Ma è del netto parere che non si può fare una cordata per salvare Malpensa: "Sono convinto che l'Italia possa avere un solo hub, e questo è Fiumicino".
La corruzione non manca. Ma, in tanta incompetenza, è marginale. C’è il Mengozzi che diventa consulente del compratore unico Air France, lo stesso che è amico del capo del governo ed era amministratore di Alitalia. C’è il ministro delegato alla vendita che s’intrattiene in colloqui riservati col compratore unico Air France. C’è il capo della Cisl Bonanni, amico del capo del governo, che lo accusa nientemeno che di interesse privato nella vendita.
Poi c’è Milano. Malpensa è l’opera pubblica più costosa e inutile dell’Italia, trent’anni di denaro pubblico versato nel pozzo, ma Milano vuole che sia un grande aeroporto, uno dei più grandi d’Europa. Non per il conforto dei milanesi, che scappano a prendere l’aereo ovunque eccetto che a Malpensa, ma perché Milano è Milano. Con corteo di banchieri, opinionisti, grandi giornali, e con un supporto elettorale sempre consistente dei milanesi stessi – il leghismo è uno stato d’animo, come il razzismo. Inutile rimproverare ai condottieri di Malpensa, alla Regione, alle provincie di Milano e di Varese, ai sindaci delle due città, che in dodici ani non hanno saputo nemmeno fare un'autostrada e una linea ferroviaria diretta con Malpensa. Farci arrivare il gas è stata opera titanica: i comuni attraversati hanno imposto ogni sorta di taglia.
E poi c'è il sindacato. Che scopre Alitalia dopo che l'ha scoperta Berlusconi. Se ne occupa solo per bilanciare Berlusconi, facendo qualcosa per il partito Democratico. E propone la proprietà di Fintecna, l'ultimo carrozzone politico rimasto. Non sembra vero, ma lo è.
mercoledì 19 marzo 2008
"Corriere" razzista tra Gioia e Malpensa
Non ci ha mandato Antonio Stella ma con Erika Dellacasa il “Corriere della sera” oggi non è da meno. Il porto di Gioia è mafioso. Cioè, non è mafioso ma vorrebbe esserlo. Cioè, non vorrebbe esserlo ma potrebbe. L’interlocutrice Cecilia Eckelmann Battistello è spalla più che volenterosa: come ogni sei mesi da tre anni a questa parte, denuncia che imbarcherà le sue gru e se ne andrà. Anche se ha preso tanto traffico per fine 2007 e tutto il 2008, malgrado l’apertura del terminale concorrente di Porto Said, che non riesce a gestirlo, neanche su tre turni, da qualche mese si fa la fila davanti al porto, e stallie e controstallie fioccano. Questo non lo dice, ma, manager accorta, la signora Battistello non nasconde al “Corriere” che intende raddoppiare Gioia Tauro entro il 2012. Malgrado la mafia ovviamente.
Questo è il problema: alla Contship-Eurogate della signora Battistello il porto terminale più grande del Mediterraneo non basta, vuole una nuova banchina subito, e la vuole tutta per sé. Ma questo non interessa al giornale di Milano. Milano, giustamente severa, vuole sapere della mafia. E la Battistello fa i fuochi d’artificio d’ordinanza: “Quando negli anni Novanta hanno tentato di estorcerci un dollaro e mezzo a container abbiamo fatto denuncia”. Negli anni cioè in cui il porto apriva. E un dollaro e mezzo era il margine per il trasporto e il trans-shipment messi assieme. Senza contare che a Gioia e in Calabria non c’è un’organizzazione in grado di pretendere un pizzo di un dollaro e mezzo, e neanche di mezzo dollaro. Si può raccontare di tutto, evidentemente, ai giornalisti. Ma bisogna che siano compiacenti. E il “Corriere della sera” assolutamente non può accettare che il porto di Gioia funzioni, abbia sempre funzionato, con gran guadagno della Contiship, di Eurogate, e di ogni altro operatore. Se non c’era la signora Battistello. Che in Africa, dice con giubilo a Dellacasa, si troverebbe meglio.
“Cebi”, Cecilia Battistello, detta “Sibi”, all’inglese, non è antipatica. Bella ragazza veneta, con residenza a Cipro prima di sposare il signor Eckelmann proprietario di Eurokai-Eurogate-Contship, primo gruppo di shipping europeo, con nove mlioni di container movimentati l’anno (la metà a Gioia Tauro… ), è l’erede del furbissimo Ravano, l’imprenditore genovese dei container che quindici anni fa si prese l’esclusiva di Gioia Tauro. Del porto di Gioia, che è costato un terzo, in soldi pubblici, del trentennale ludibrio di Malpensa. Del “Corriere” invece non si sa che dire, se non denunciarme il razzismo.
Si veda anche la vicenda Malpensa. Per la quale lo stesso “Corriere” chiede in paginate il rilancio, cioè più soldi pubblici. Malpensa che, nomen omen, dopo avere inghiottito senza profitto una diecina di migliaia vecchi miliardi, per di più ha portato al fallimento una primaria azienda quale l’Alitalia. Come se, abbandonato da Alitalia, ci fosse la coda al terminale milanese di altre linee aeree… S’immagini una Malpensa, ancorché piccola, attorno a Reggio Calabria. Che, abbandonata da Alitalia, nessuna compagnia volesse usare come scalo, neppure alle tariffe da saldo di Malpensa. Sulla prima del “Corriere della sera” Gian Antonio Stella ne avrebbe fatto ripetuto ludibrio. Dellacasa non ne ha la statura, ma è ben avviata. Si vede dal piccolo capolavoro che imbastisce con la signora Battistello a proposito delle dogane, da cui sempre vengono i problemi agli operatori, anche a Gioia. Si accenna a “traffici” di cui sarebbero responsabili, ma di passata, senza infierire, perché la dogane possono venire sempre utili. E poi non sono calabresi come la mafia.
Si fatica a vedere il mite Paolo Mieli a capo di una banda di razzisti. Ma forse, per il solo fatto di stare a Milano, il “Corriere della sera” non può sottrarsi: i razzisti producono razzismo.
Questo è il problema: alla Contship-Eurogate della signora Battistello il porto terminale più grande del Mediterraneo non basta, vuole una nuova banchina subito, e la vuole tutta per sé. Ma questo non interessa al giornale di Milano. Milano, giustamente severa, vuole sapere della mafia. E la Battistello fa i fuochi d’artificio d’ordinanza: “Quando negli anni Novanta hanno tentato di estorcerci un dollaro e mezzo a container abbiamo fatto denuncia”. Negli anni cioè in cui il porto apriva. E un dollaro e mezzo era il margine per il trasporto e il trans-shipment messi assieme. Senza contare che a Gioia e in Calabria non c’è un’organizzazione in grado di pretendere un pizzo di un dollaro e mezzo, e neanche di mezzo dollaro. Si può raccontare di tutto, evidentemente, ai giornalisti. Ma bisogna che siano compiacenti. E il “Corriere della sera” assolutamente non può accettare che il porto di Gioia funzioni, abbia sempre funzionato, con gran guadagno della Contiship, di Eurogate, e di ogni altro operatore. Se non c’era la signora Battistello. Che in Africa, dice con giubilo a Dellacasa, si troverebbe meglio.
“Cebi”, Cecilia Battistello, detta “Sibi”, all’inglese, non è antipatica. Bella ragazza veneta, con residenza a Cipro prima di sposare il signor Eckelmann proprietario di Eurokai-Eurogate-Contship, primo gruppo di shipping europeo, con nove mlioni di container movimentati l’anno (la metà a Gioia Tauro… ), è l’erede del furbissimo Ravano, l’imprenditore genovese dei container che quindici anni fa si prese l’esclusiva di Gioia Tauro. Del porto di Gioia, che è costato un terzo, in soldi pubblici, del trentennale ludibrio di Malpensa. Del “Corriere” invece non si sa che dire, se non denunciarme il razzismo.
Si veda anche la vicenda Malpensa. Per la quale lo stesso “Corriere” chiede in paginate il rilancio, cioè più soldi pubblici. Malpensa che, nomen omen, dopo avere inghiottito senza profitto una diecina di migliaia vecchi miliardi, per di più ha portato al fallimento una primaria azienda quale l’Alitalia. Come se, abbandonato da Alitalia, ci fosse la coda al terminale milanese di altre linee aeree… S’immagini una Malpensa, ancorché piccola, attorno a Reggio Calabria. Che, abbandonata da Alitalia, nessuna compagnia volesse usare come scalo, neppure alle tariffe da saldo di Malpensa. Sulla prima del “Corriere della sera” Gian Antonio Stella ne avrebbe fatto ripetuto ludibrio. Dellacasa non ne ha la statura, ma è ben avviata. Si vede dal piccolo capolavoro che imbastisce con la signora Battistello a proposito delle dogane, da cui sempre vengono i problemi agli operatori, anche a Gioia. Si accenna a “traffici” di cui sarebbero responsabili, ma di passata, senza infierire, perché la dogane possono venire sempre utili. E poi non sono calabresi come la mafia.
Si fatica a vedere il mite Paolo Mieli a capo di una banda di razzisti. Ma forse, per il solo fatto di stare a Milano, il “Corriere della sera” non può sottrarsi: i razzisti producono razzismo.
martedì 18 marzo 2008
L'euromuro della stolida Europa
S’immagini l’euro a 0,80 sul dollaro, o alla pari, come sembrava destinato, invece che a 1,60 qual è oggi, staremo peggio o staremmo meglio? Non potremmo stare peggio: l’euro caro è il pilastro principale della tendenza al rialzo delle materie prime, agricole e minerali, in atto ormai da quasi un lustro. Nonché dell’inflazione, che il paniere Eurostat non riesce più a nascondere. La Fortezza Europa si vuole protetta, ma il Muro sarà stata l’ultima sua devastante ideologia. Quello di Berlino, quello di Gerusalemme, per il teutonismo ebraico indefettibile, quello di Zanonato e altri strateghi nordici, e quello dell’euro. Che ora vale due volte il dollaro, ma senza alcun buon motivo. Il Muro è certo meno peggio del lager, quello dell’euro poi è autolesionista, ma quanti danni.
L’euro che vale il doppio del dollaro (aveva debuttato a 0,80 pochi anni fa, ricordate?) dovrebbe proteggere l’Europa dall’inflazione, questo vuole la stolida ideologia tedesca, e invece non fa che moltiplicarla. Quella domestica per ovvi motivi: agricoltori, allevatori, mediatori agroindustriali, per quanto potenti, industriali della meccanica, dell’abbigliamento, dell’elettrotecnica, di tutti i comparti di consumo, per rincorrere condizioni di produzione sempre più onerose, in un mercato sempre più ristretto, per la contrazione dei consumi e delle esportazioni. Ritorna lo schema anni Settanta, quando prezzi e salari si rincorrevano lungo la scala mobile. Oggi prezzi e produzione si rincorrono a causa dell’inafferrabile e caro euro.
Ma il caro euro è anche all’origine di buona parte dell’inflazione da importazione da cui dovrebbe proteggere l’Europa: petrolio, granaglie, metalli, preziosi. A motivo del caro-denaro che esso ingenera e protegge. E per agire da comodo piedistallo alla speculazione al rialzo sulle materie prime, tante sono le ricchezze che essa ha accumulato in cinque anni contro le stolide certezze di Trichet & co.. E quando, dopo i quattro anni di magra seguiti all’infausto decollo dell’euro, un minimo di ripresa del lavoro e della produzione, e quindi del reddito e dei consumi, si è manifestato, l’ha spento come se fosse un focolaio infetto. Il masochismo dell’euromuro è evidente se si guarda alle condizioni della produzione: quale area economica si sega da sé dal “mondo”? Dal mercato nordamericano cioè, che è sempre un buon terzo del mercato mondiale, e da quelli asiatici, del petrolio compreso, che sono legati a quello americano?
Gli speculatori che l’euromuro arricchisce lasciano volentieri la loro liquidità in euro, ma giusto per lucrare il cinque per cento e più, i tanti fondi sovrani che i produttori esportatori di materie prime hanno dovuto mettere su per gestire una così enorme liquidità. Si tengono liquidi in euro, pronti a scappare, capitalizzando una forza che ritengono pretestuosa, improduttiva, e probabilmente intenibile. Non comprano, non investono, dove c’erano – in Borsa – scappano via, cedole e capitali, tenendosi sempre ben stretti malgrado tuoni e tempeste all’area del dollaro, dove si fa la vera ricchezza, si investe, si produce, si consuma. Si denominano in dollari, ne fanno incetta per le loro banche centrali, investono in dollari, almeno per il 90 per cento del totale, gli investimenti eurovestiti si contano.
La politica della Bce è una non inconscia politica di tagliarseli. Per orgoglio, certo. Per stupidità: la spesa per interessi sul debito pubblico, oggi la peggiore aggravante del debito italiano, è passata dal 4 per cento del pil del 2005 al 5 per cento nel 2007, con un aumento in un solo anno di 17 miliardi in più sacrificati all’euromuro, che sono andati per oltre la metà nelle tasche dei fondi esteri e dei fondi sovrani. Per impotenza anche, malgrado la superbia, se il raddoppio di valore nominale rispetto al dollaro impoverisce e non arricchisce l’Europa. Una politica di vecchi dispettosi, che quando hanno detto male degli Usa, svolto il compitino dei loro nonni, e creato dei cordoni sanitari, si dicono grandi statisti e soddisfatti. Che l’Asia, un terzo dell’umanità, si stia portando d’un colpo al livello dell’Occidente non possono capirlo, la globalizzazione basta deprecarla, e tutto finisce – non siamo europei per niente.
L’euro che vale il doppio del dollaro (aveva debuttato a 0,80 pochi anni fa, ricordate?) dovrebbe proteggere l’Europa dall’inflazione, questo vuole la stolida ideologia tedesca, e invece non fa che moltiplicarla. Quella domestica per ovvi motivi: agricoltori, allevatori, mediatori agroindustriali, per quanto potenti, industriali della meccanica, dell’abbigliamento, dell’elettrotecnica, di tutti i comparti di consumo, per rincorrere condizioni di produzione sempre più onerose, in un mercato sempre più ristretto, per la contrazione dei consumi e delle esportazioni. Ritorna lo schema anni Settanta, quando prezzi e salari si rincorrevano lungo la scala mobile. Oggi prezzi e produzione si rincorrono a causa dell’inafferrabile e caro euro.
Ma il caro euro è anche all’origine di buona parte dell’inflazione da importazione da cui dovrebbe proteggere l’Europa: petrolio, granaglie, metalli, preziosi. A motivo del caro-denaro che esso ingenera e protegge. E per agire da comodo piedistallo alla speculazione al rialzo sulle materie prime, tante sono le ricchezze che essa ha accumulato in cinque anni contro le stolide certezze di Trichet & co.. E quando, dopo i quattro anni di magra seguiti all’infausto decollo dell’euro, un minimo di ripresa del lavoro e della produzione, e quindi del reddito e dei consumi, si è manifestato, l’ha spento come se fosse un focolaio infetto. Il masochismo dell’euromuro è evidente se si guarda alle condizioni della produzione: quale area economica si sega da sé dal “mondo”? Dal mercato nordamericano cioè, che è sempre un buon terzo del mercato mondiale, e da quelli asiatici, del petrolio compreso, che sono legati a quello americano?
Gli speculatori che l’euromuro arricchisce lasciano volentieri la loro liquidità in euro, ma giusto per lucrare il cinque per cento e più, i tanti fondi sovrani che i produttori esportatori di materie prime hanno dovuto mettere su per gestire una così enorme liquidità. Si tengono liquidi in euro, pronti a scappare, capitalizzando una forza che ritengono pretestuosa, improduttiva, e probabilmente intenibile. Non comprano, non investono, dove c’erano – in Borsa – scappano via, cedole e capitali, tenendosi sempre ben stretti malgrado tuoni e tempeste all’area del dollaro, dove si fa la vera ricchezza, si investe, si produce, si consuma. Si denominano in dollari, ne fanno incetta per le loro banche centrali, investono in dollari, almeno per il 90 per cento del totale, gli investimenti eurovestiti si contano.
La politica della Bce è una non inconscia politica di tagliarseli. Per orgoglio, certo. Per stupidità: la spesa per interessi sul debito pubblico, oggi la peggiore aggravante del debito italiano, è passata dal 4 per cento del pil del 2005 al 5 per cento nel 2007, con un aumento in un solo anno di 17 miliardi in più sacrificati all’euromuro, che sono andati per oltre la metà nelle tasche dei fondi esteri e dei fondi sovrani. Per impotenza anche, malgrado la superbia, se il raddoppio di valore nominale rispetto al dollaro impoverisce e non arricchisce l’Europa. Una politica di vecchi dispettosi, che quando hanno detto male degli Usa, svolto il compitino dei loro nonni, e creato dei cordoni sanitari, si dicono grandi statisti e soddisfatti. Che l’Asia, un terzo dell’umanità, si stia portando d’un colpo al livello dell’Occidente non possono capirlo, la globalizzazione basta deprecarla, e tutto finisce – non siamo europei per niente.
lunedì 17 marzo 2008
I troppi buchi della Trimestrale di cassa
Spulciando nella ex Trimestrale di cassa si vede netto che il governo Prodi ha meritato di cadere.
Ha incrementato di due punti del pil la pressione fiscale, di ben trenta miliardi cioè. Un drenaggio di risorse enorme. Per presentare il compitino a Bruxelles, al plauso del compiacente Almunia. E per aumentare la spesa. La spesa corrente improduttiva, o “politica”, non gli investimenti. Che anzi ha bloccato o diluito, quei pochi che erano stati avviati. Quella spesa che è il buco nero dell’Italia. Figurativamente, è stato come togliere il fieno al puledro scalpitante, se l’Italia lo è ancora, per darlo al porco, che se ne serve solo per avvoltolarcisi.
La premessa del ministro Tommaso Padoa Schioppa denuncia i limiti dell’ideologia della Banca d’Italia, puro equilibrismo senza la saggezza di Ciampi (e di Fazio). Con bugie evidenti: “Il peso (del fisco) sul contribuente leale non è aumentato”, mentre tutti abbiamo pagato fra mille e duemila euro l’anno più. O: “Le risorse finanziarie per alcune infrastrutture chiave sono state ricostituite”, mentre invece sono state ridotte o addirittura cancellate, dalla Salerno-Rc alla variante di valico Firenze-Bologna, al passante di Mestre, e naturalmente al traforo alpino della Tav e al Ponte di Messina.”Nel 2008 l’economia rallenta ma i conti tengono e migliorano”, mentre le tabelle della stessa Relazione mostrano che non ci sono margini per ulteriori incrementi fiscali, destinati anzi a essere assorbiti dalle spese già approvate. E che il deficit anzi è già sul 2,6-2,8 per cento del pil, insomma è al fatidico tre per cento del Patto di stabilità europeo: si sa già che l’avanzo a dicembre è inferiore di tre miliardi rispetto ai 15 che la Trimestrale registra, per effetto del caro euro che rende più oneroso il debito, e in questo primo trimestre è per lo stesso motivo inferiore di quattro e forse cinque miliardi.
Sul primo punto la stessa Relazione smentisce il ministro: “Il carico fiscale su chi adempie in pieno al dovere di contribuente è anormalmente alto”. Gli aumenti delle entrate fiscali sono imputati in tabella alle imposte dirette e agli oneri sociali. Dell’aumento del gettito erariale nel 2007, stimato in 27,2 miliardi, meno di un quinto, 5,3 miliardi, viene imputato alle misure antievasione\elusione. E ancora, di questa quota è da sapere quanta sarà incassata veramente: il miglioramento è “prima dell’eliminazione dell’anticipo dei concessionari della riscossione”. I casi di Roma, dove le ondate di “cartelle pazze” si susseguono, da un milione di cartelle a ondata, fanno presupporre un sicuro flop.
Eredità gravosa
Al nuovo governo Padoa Schioppa lascia allegro un compito gravosissimo: ridurre nei tre anni 2009-2011 di mezzo punto del pil all’anno la spesa ordinaria, venti miliardi nei tre anni, per appianare il bilancio. E di ben un punto di pil l’anno, 40 miliardi nei tre anni, se si vuole cominciare a sgravare il reddito fisso e le imprese degli insostenibili oneri fiscali e parafiscali. “Nel complesso, la politica di bilancio dovrà recuperare risorse nel trienni 2009-2011 per un ammontare che si situa tra i 20 e i 30 miliardi”. Al netto dell’eventuale finanziamento di sgravi fiscali. Il “risanamento” che Padoa Schioppa vanta lascia insomma un’eredità ben gravosa.
Più in generale, Prodi ha preso l’Italia in una situazione di forte espansione nel 2006, e la lascia ferma quest’anno. Il pil è cresciuto del’1,8 per cento nel 2006, ma solo dell’1,5, invece del 2 previsto, nel 2007. E quest’anno sarà a zero o meno di zero. Per effetto, dice la Relazione, della crisi finanziaria e della recessione Usa. Ma nel 2007 gli Usa sono cresciuti del 2,2 per cento, e quest’anno di altrettanto crescerà la Germania, con la quale l’economia italiana è simbiotica - mentre la recessione Usa deve ancora manifestarsi, nel 2008 la crescita vi sarà dell’1,3-1,5 per cento. Le esportazioni, che nel 2006 crebbero del 6,2 per cento, quest’anno dimezzeranno la crescita. Il costo del lavoro ha avuto nel 2009 il più basso incremento in un decennio. Gli investimenti fissi lordi, cresciuti del 2,9 per cento del pil nel 2006, nel 2007 sono aumentati di poco più di un punto e quest’anno, forse, di poco più di mezzo punto. Gli impegni di spesa e i pagamenti sono caduti del 40-45 per cento fra il 2005 e il 2006.
La spesa corrente invece è aumentata del 3,4 per cento nel biennio 2006-2007. Quasi il doppio degli aumenti salariali. Ma senza gli incrementi salariali dovuti ai dipendenti pubblici: molti contratti “sono da finalizzare nel 2008, anno in cui si prevede quindi un netto aumento” della spesa... Altri oneri in arrivo sono gli artificiosi rinvii contabili di alcune spese sociali (il bonus per gli incaponenti, le assunzioni differite di duecentomila precari, etc.).
Ha incrementato di due punti del pil la pressione fiscale, di ben trenta miliardi cioè. Un drenaggio di risorse enorme. Per presentare il compitino a Bruxelles, al plauso del compiacente Almunia. E per aumentare la spesa. La spesa corrente improduttiva, o “politica”, non gli investimenti. Che anzi ha bloccato o diluito, quei pochi che erano stati avviati. Quella spesa che è il buco nero dell’Italia. Figurativamente, è stato come togliere il fieno al puledro scalpitante, se l’Italia lo è ancora, per darlo al porco, che se ne serve solo per avvoltolarcisi.
La premessa del ministro Tommaso Padoa Schioppa denuncia i limiti dell’ideologia della Banca d’Italia, puro equilibrismo senza la saggezza di Ciampi (e di Fazio). Con bugie evidenti: “Il peso (del fisco) sul contribuente leale non è aumentato”, mentre tutti abbiamo pagato fra mille e duemila euro l’anno più. O: “Le risorse finanziarie per alcune infrastrutture chiave sono state ricostituite”, mentre invece sono state ridotte o addirittura cancellate, dalla Salerno-Rc alla variante di valico Firenze-Bologna, al passante di Mestre, e naturalmente al traforo alpino della Tav e al Ponte di Messina.”Nel 2008 l’economia rallenta ma i conti tengono e migliorano”, mentre le tabelle della stessa Relazione mostrano che non ci sono margini per ulteriori incrementi fiscali, destinati anzi a essere assorbiti dalle spese già approvate. E che il deficit anzi è già sul 2,6-2,8 per cento del pil, insomma è al fatidico tre per cento del Patto di stabilità europeo: si sa già che l’avanzo a dicembre è inferiore di tre miliardi rispetto ai 15 che la Trimestrale registra, per effetto del caro euro che rende più oneroso il debito, e in questo primo trimestre è per lo stesso motivo inferiore di quattro e forse cinque miliardi.
Sul primo punto la stessa Relazione smentisce il ministro: “Il carico fiscale su chi adempie in pieno al dovere di contribuente è anormalmente alto”. Gli aumenti delle entrate fiscali sono imputati in tabella alle imposte dirette e agli oneri sociali. Dell’aumento del gettito erariale nel 2007, stimato in 27,2 miliardi, meno di un quinto, 5,3 miliardi, viene imputato alle misure antievasione\elusione. E ancora, di questa quota è da sapere quanta sarà incassata veramente: il miglioramento è “prima dell’eliminazione dell’anticipo dei concessionari della riscossione”. I casi di Roma, dove le ondate di “cartelle pazze” si susseguono, da un milione di cartelle a ondata, fanno presupporre un sicuro flop.
Eredità gravosa
Al nuovo governo Padoa Schioppa lascia allegro un compito gravosissimo: ridurre nei tre anni 2009-2011 di mezzo punto del pil all’anno la spesa ordinaria, venti miliardi nei tre anni, per appianare il bilancio. E di ben un punto di pil l’anno, 40 miliardi nei tre anni, se si vuole cominciare a sgravare il reddito fisso e le imprese degli insostenibili oneri fiscali e parafiscali. “Nel complesso, la politica di bilancio dovrà recuperare risorse nel trienni 2009-2011 per un ammontare che si situa tra i 20 e i 30 miliardi”. Al netto dell’eventuale finanziamento di sgravi fiscali. Il “risanamento” che Padoa Schioppa vanta lascia insomma un’eredità ben gravosa.
Più in generale, Prodi ha preso l’Italia in una situazione di forte espansione nel 2006, e la lascia ferma quest’anno. Il pil è cresciuto del’1,8 per cento nel 2006, ma solo dell’1,5, invece del 2 previsto, nel 2007. E quest’anno sarà a zero o meno di zero. Per effetto, dice la Relazione, della crisi finanziaria e della recessione Usa. Ma nel 2007 gli Usa sono cresciuti del 2,2 per cento, e quest’anno di altrettanto crescerà la Germania, con la quale l’economia italiana è simbiotica - mentre la recessione Usa deve ancora manifestarsi, nel 2008 la crescita vi sarà dell’1,3-1,5 per cento. Le esportazioni, che nel 2006 crebbero del 6,2 per cento, quest’anno dimezzeranno la crescita. Il costo del lavoro ha avuto nel 2009 il più basso incremento in un decennio. Gli investimenti fissi lordi, cresciuti del 2,9 per cento del pil nel 2006, nel 2007 sono aumentati di poco più di un punto e quest’anno, forse, di poco più di mezzo punto. Gli impegni di spesa e i pagamenti sono caduti del 40-45 per cento fra il 2005 e il 2006.
La spesa corrente invece è aumentata del 3,4 per cento nel biennio 2006-2007. Quasi il doppio degli aumenti salariali. Ma senza gli incrementi salariali dovuti ai dipendenti pubblici: molti contratti “sono da finalizzare nel 2008, anno in cui si prevede quindi un netto aumento” della spesa... Altri oneri in arrivo sono gli artificiosi rinvii contabili di alcune spese sociali (il bonus per gli incaponenti, le assunzioni differite di duecentomila precari, etc.).
I borghesi del Pd sono più borghesi
Montezemolo col doppiopetto e la magrezza, Marchionne col pullover, Della Valle con gli scamosciati, Casini col sape e pepe, e perfino gli ex giovani Marzotto di un famoso saggio di Sergio Bologna, che quarant’anni fa aspettavano le operaie all’uscita per prenderle in Ferrari: è una gara tra i big della borghesia, tutti democratici, a dare lezioni di stile a Berlusconi. Quello straccione miliardario. È normale, la borghesia è normativa (totalitaria?), e quindi magisteriale: è il suo proprio dare agli altri lezioni di buona educazione, agli altri borghesi – c’è per questo qualcosa di marcio in Proust, o delle vecchie zie, ed era il bello della classe operaia, che non era tenuta a subirle. Ma fa senso che a Maestro di buone maniere si elevi Veltroni, la cui campagna elettorale è fare le pulci al Berlusconi del giorno prima: un giorno Ciarrapico, il giorno dopo la Bella Precaria, il giorno successivo il Libano, e il quarto giorno la sua Bella Sfigata, che vuole sia Sharon Stone mentre sembra casalinga. E magari ha dei consulenti pagati che non gli fanno notare che così fa campagna per Berlusconi. O pensa che gli italiani votano contro Berlusconi. Gli italiani per bene, s’intende. Perfino la Bella Precaria è più furba – non per nulla è di ottima famiglia, Veltroni ne è solo un affittuario.
La Fortuna va pilotata, come la Formula Uno
Come Moggi azzeccava i guardialinee, così l’Uefa ha azzeccato gli accoppiamenti in Champions League. In modo che la finale sia tra il Barcellona e il Chelsea, o la vincente di Arsenal-Liverpool. Non c’era altra alternativa e quindi è stato facile per gli ignoti scommettitori azzeccarli a loro volta. Si dirà: ma non è tutto sorteggiato? Certo, siamo svizzeri. Solo che, nessun antico l’avrà detto, ma è ben noto che la Fortuna e come la Formula Uno, va pilotata.
Il Barcellona e la Spagna da un paio d'anni non si divertono più, mentre Liverpool e Manchester hanno avuto tante soddisfazioni – l’Arsenal è giovane, si rifarà. La Roma non conta perché l’Italia ha già avuto troppo, anche se solo per merito del Milan. E poi la Spagna in finale è il Sud America alla tv. La Svizzera, insomma, non è Moggi: è anzi la Giustizia, avveduta, corretta, provvida, anche se non è uguale per tutti – che c’entra la giustizia uguale per tutti? è un sofisma.
Il Barcellona e la Spagna da un paio d'anni non si divertono più, mentre Liverpool e Manchester hanno avuto tante soddisfazioni – l’Arsenal è giovane, si rifarà. La Roma non conta perché l’Italia ha già avuto troppo, anche se solo per merito del Milan. E poi la Spagna in finale è il Sud America alla tv. La Svizzera, insomma, non è Moggi: è anzi la Giustizia, avveduta, corretta, provvida, anche se non è uguale per tutti – che c’entra la giustizia uguale per tutti? è un sofisma.
venerdì 14 marzo 2008
Il mondo com'è (7)
astolfo
Antiamericanismo – Era fascista all’origine, nazionalista, reazionario. È passato a sinistra con la Guerra Fredda. Finita l’Urss, resta a sinistra, e anche a destra, a coprire il vuoto.
È europeo e latinoamericano. È quindi pregno d’invidia: in nessun’altra parte del mondo si desidera così tanto “emigrare” negli Usa, identificarvisi.
Un giovane nero e una donna che si contendono la presidenza - poiché la presidenza andrà ai Democratici. Due Democratici. Ce ne sarebbe abbastanza per ogni tipo di sinistra per suscitare entusiasmo, e pure invidia. Non per le arcigne sinistre in Italia, che fanno il tifo per i kamikaze e, sotto sotto, per Osama. E più tra i cattolici e i fascisti. Si dovrebbe dedurne a contrariis che quella americana è una vera democrazia.
Non si dà altro criterio in materia di antiamericanismo. In Iraq non furono criticati i bombardamenti, anzi la guerra lampo suscitò curiosità e apprezzamento. I kamikaze invece, benché fondamentalisti islamici, e perfino sunniti anti-sciiti, sono eretti a guerriglieri, partigiani di non si sa quale Resistenza, fronte di libertà. La Resistenza è un fronte di libertà, ma il paradigma della Resistenza si è attorcigliato in Italia fino a significare il contrario, un impegno assolutistico e dittatoriale.
Arabi (la guerra civile degli -) - Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Sono anzi oggi ben caratterizzati: cos’è “arabo”? Il petrolio, carissimo e sporco. La donna velata, muta, ignorante. Il terrorista, tagliagole, killer di indifesi, sugli aerei, a Fiumicino, alle Torri Gemelle, a Atocha, a Londra, prima di essere kamikaze, fanatizzato o prezzolato. L’immigrato spacciatore e stupratore, prima del “rumeno”. Il groom senza nome, “mohammed”, delle prime vacanze italiane a buon mercato, in Tunisia, Marocco, Mar Rosso, nell’esotico di cui non si sa il nome. Insomma, tutta o quasi la nostra realtà. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che l'attualità fa valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come. Almeno duecentomila morti si sono contati in Algeria nei dodici anni di guerra civile 1992-2004 contro l'islam radicale.
Cifre analoghe si registrano in Iraq a cinque anni dalla guerra imposta da Bush. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate su rilevazioni rapsodiche, e tuttavia non contestate. Ai morti degli attentati registrati dal governo legale bisogna in ogni caso aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate, per una cifra media di morti non inferiore al centinaio al giorno. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Antiamericanismo – Era fascista all’origine, nazionalista, reazionario. È passato a sinistra con la Guerra Fredda. Finita l’Urss, resta a sinistra, e anche a destra, a coprire il vuoto.
È europeo e latinoamericano. È quindi pregno d’invidia: in nessun’altra parte del mondo si desidera così tanto “emigrare” negli Usa, identificarvisi.
Un giovane nero e una donna che si contendono la presidenza - poiché la presidenza andrà ai Democratici. Due Democratici. Ce ne sarebbe abbastanza per ogni tipo di sinistra per suscitare entusiasmo, e pure invidia. Non per le arcigne sinistre in Italia, che fanno il tifo per i kamikaze e, sotto sotto, per Osama. E più tra i cattolici e i fascisti. Si dovrebbe dedurne a contrariis che quella americana è una vera democrazia.
Non si dà altro criterio in materia di antiamericanismo. In Iraq non furono criticati i bombardamenti, anzi la guerra lampo suscitò curiosità e apprezzamento. I kamikaze invece, benché fondamentalisti islamici, e perfino sunniti anti-sciiti, sono eretti a guerriglieri, partigiani di non si sa quale Resistenza, fronte di libertà. La Resistenza è un fronte di libertà, ma il paradigma della Resistenza si è attorcigliato in Italia fino a significare il contrario, un impegno assolutistico e dittatoriale.
Arabi (la guerra civile degli -) - Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Sono anzi oggi ben caratterizzati: cos’è “arabo”? Il petrolio, carissimo e sporco. La donna velata, muta, ignorante. Il terrorista, tagliagole, killer di indifesi, sugli aerei, a Fiumicino, alle Torri Gemelle, a Atocha, a Londra, prima di essere kamikaze, fanatizzato o prezzolato. L’immigrato spacciatore e stupratore, prima del “rumeno”. Il groom senza nome, “mohammed”, delle prime vacanze italiane a buon mercato, in Tunisia, Marocco, Mar Rosso, nell’esotico di cui non si sa il nome. Insomma, tutta o quasi la nostra realtà. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che l'attualità fa valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come. Almeno duecentomila morti si sono contati in Algeria nei dodici anni di guerra civile 1992-2004 contro l'islam radicale.
Cifre analoghe si registrano in Iraq a cinque anni dalla guerra imposta da Bush. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate su rilevazioni rapsodiche, e tuttavia non contestate. Ai morti degli attentati registrati dal governo legale bisogna in ogni caso aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate, per una cifra media di morti non inferiore al centinaio al giorno. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Il radicalismo islamico è una reviviscenza, all’interno di un processo di occidentalizzazione avviato negli anni Cinquanta con la decolonizzazione e il nasserismo in tutto il mondo arabo. Chi ha conosciuto Il Cairo fino agli anni Ottanta, o anche solo la Tunisia di Burghiba, confidenti, curiose, vivaci, fatica a riconoscerle nella realtà attuale. Per non dire di Beirut, per la cui rovina sono bastati gli intrighi del regime siriano. Ma chi conosce anche un poco la storia degli arabi sa che il grigiore e la tristezza attuali, se fanno tendenza, non faranno epoca.
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbolah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni e di assassinii. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbolah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni e di assassinii. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Malgrado tutto, il fondamentalismo nella sua accezione terrorista è nemico sopratutto degli arabi, così è risentito. La gente osannante che nelle piazze brucia soldati amerivani in effigie è sempre esigua, sospettata, e referente di organizzazioni palestinesi o iraniane. Il militantismo islamico attuale, compreso il khomeinismo, è stato promosso all’origine e poi aiutato dagli Stati Uniti nel quadro del contenimento anti-Urss. Ciò avveniva negli anni 1970-80, in Pakistan, in Afghanistan e nella stessa Algeria. Esso rientra tuttora, malgrado i talebani e l’11 settembre, nell’elenco dei buoni del dipartimento di Stato. E a sua volta non contesta, a una sommatoria, il ruolo sovrano degli Usa. Contesta l’integrazione del mondo arabo nel sistema occidentale. Ma in questo senso è più antieuropeo.
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
Guantanamo – La tentazione di rinchiudere i nemici di guerra in condizioni di durezza e senza salvaguardie, escludendo anche la Croce rossa, è vecchia in America, ben prima di Osama e Saddam. Il morgentavismo era questo, la dottrina di Henry Morgenthau, il ministro del tesoro Usa nella seconda guerra mondiale: internare in massa i capi nazisti e liquidare i “criminali di guerra” elencati in una lista. Ezra Pound fu uno degli internati, in una gabbia all’aperto a Pisa. È la procedura di guerra ai pellirosse.
Media – Sono la verità perché la fanno. Nel linguaggio soprattutto, e nella moda, la politica, buona parte dell’economia, la giustizia. Ma una verità che si vuole falsa: supponente, stonata, calcolatrice, scopertamente basata sul gioco delle influenze, più spesso di un semplice padrone. È la verità della pubblicità. Non devastante forse, ma demoralizzante: nulla a che vedere naturalmente con la democrazia, che vuole verità e lealtà, se questa è l'opinione pubblica, allora l'opinione pubblica non è più democratica. Lo svolgimento del compito è anche scomposto, per la ovvia cattiva coscienza: nessuno è mai morto per il capitalismo, per i soldi solo si diventa puttane, astiose.
Questi media fanno anche a gara a rendere obsoleti gli apocalittici, che al confronto della realtà sembrano angioletti, con la distruzione che giornalmente viene operata, dalla volgarità, la banalità, la violenza, di linguaggio, di gesti, dei “diritti”, la vera, vuota stupidità. Adorno e Benjamin, che temevano di averne detto troppo male, resterebbero senza parole. Altro che la Bomba e il buco dell’ozono, le moderne democrazie dell’irrilevanza sono devastanti. È così che finisce una umanità, a meno di un prossimo Medio Evo.
Occidente – È il Nord.
Eccetto che in America: il West, dice Borgese, è un po’ Mezzogiorno e un po’ Oriente.
Olocausto – Se ne legge sempre con interesse la letteratura, malgrado l’orrore, e benché sia necessariamente ripetitiva. È ricostituente. Ha l’effetto di sollevare dalla beghe e i soprusi di ogni giorno, affettivi, di lavoro, fiscali, perfino di mafia, e delle mafie politiche.
Resta sempre l’orrore, certo secondario, di vedere come venga sfruttato a fini di parte, più spesso politici o di carriera. Come l’Aids in Africa, o la “fame”. Ma quello è l’orrore della bontà, dello sfruttamento della bontà..
11 settembre - Fa epoca perché è una guerra vinta in un’ora. Contro la maggiore potenza mondiale. Senza missili né atomiche. Con perdite minime: Osama è imprendibile, gli Usa si sono imbarcati nella guerra a mezzo mondo senza effetto. Con spese da capogiro, con perdite enormi in uomini e materiali, senza effetto. Il bilancio militare americano è quest’anno di 500 miliardi di dollari, più 200 miliardi per l’Iraq e l’Afghanista, il doppio che nella Guerra Fredda.
È un esempio di guerriglia elevata a guerra per la sola potenza dell’idea: armare i kamikaze di aerei. L’arte militare la dirà la guerra perfetta.
È Davide contro Golia. È, a suo modo, un esercizio terribile di libertà.
astolfo@gmail.com
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
Guantanamo – La tentazione di rinchiudere i nemici di guerra in condizioni di durezza e senza salvaguardie, escludendo anche la Croce rossa, è vecchia in America, ben prima di Osama e Saddam. Il morgentavismo era questo, la dottrina di Henry Morgenthau, il ministro del tesoro Usa nella seconda guerra mondiale: internare in massa i capi nazisti e liquidare i “criminali di guerra” elencati in una lista. Ezra Pound fu uno degli internati, in una gabbia all’aperto a Pisa. È la procedura di guerra ai pellirosse.
Media – Sono la verità perché la fanno. Nel linguaggio soprattutto, e nella moda, la politica, buona parte dell’economia, la giustizia. Ma una verità che si vuole falsa: supponente, stonata, calcolatrice, scopertamente basata sul gioco delle influenze, più spesso di un semplice padrone. È la verità della pubblicità. Non devastante forse, ma demoralizzante: nulla a che vedere naturalmente con la democrazia, che vuole verità e lealtà, se questa è l'opinione pubblica, allora l'opinione pubblica non è più democratica. Lo svolgimento del compito è anche scomposto, per la ovvia cattiva coscienza: nessuno è mai morto per il capitalismo, per i soldi solo si diventa puttane, astiose.
Questi media fanno anche a gara a rendere obsoleti gli apocalittici, che al confronto della realtà sembrano angioletti, con la distruzione che giornalmente viene operata, dalla volgarità, la banalità, la violenza, di linguaggio, di gesti, dei “diritti”, la vera, vuota stupidità. Adorno e Benjamin, che temevano di averne detto troppo male, resterebbero senza parole. Altro che la Bomba e il buco dell’ozono, le moderne democrazie dell’irrilevanza sono devastanti. È così che finisce una umanità, a meno di un prossimo Medio Evo.
Occidente – È il Nord.
Eccetto che in America: il West, dice Borgese, è un po’ Mezzogiorno e un po’ Oriente.
Olocausto – Se ne legge sempre con interesse la letteratura, malgrado l’orrore, e benché sia necessariamente ripetitiva. È ricostituente. Ha l’effetto di sollevare dalla beghe e i soprusi di ogni giorno, affettivi, di lavoro, fiscali, perfino di mafia, e delle mafie politiche.
Resta sempre l’orrore, certo secondario, di vedere come venga sfruttato a fini di parte, più spesso politici o di carriera. Come l’Aids in Africa, o la “fame”. Ma quello è l’orrore della bontà, dello sfruttamento della bontà..
11 settembre - Fa epoca perché è una guerra vinta in un’ora. Contro la maggiore potenza mondiale. Senza missili né atomiche. Con perdite minime: Osama è imprendibile, gli Usa si sono imbarcati nella guerra a mezzo mondo senza effetto. Con spese da capogiro, con perdite enormi in uomini e materiali, senza effetto. Il bilancio militare americano è quest’anno di 500 miliardi di dollari, più 200 miliardi per l’Iraq e l’Afghanista, il doppio che nella Guerra Fredda.
È un esempio di guerriglia elevata a guerra per la sola potenza dell’idea: armare i kamikaze di aerei. L’arte militare la dirà la guerra perfetta.
È Davide contro Golia. È, a suo modo, un esercizio terribile di libertà.
astolfo@gmail.com
mercoledì 12 marzo 2008
Le mani di Milano sul foot-ball
Questo si poteva leggere su Anti.it giovedì 27 settembre 2007
Mancini è per Moratti un servo di casa
Quando l’Inter vince e quando perde sempre si discute di Mancini. Che di quella squadra, di trentasei nazionali di tutto il mondo, è in fondo solo l’allenatore. Mancini, l’uomo più pagato del calcio, più di Totti per dire, o di chi fa venti e trenta gol a campionato, viene detto sempre sul punto di essere licenziato: o perché non vince, o perché il gioco non è bello, o perché, se vince sempre, non fa giocare questo e quello. Cattiveria dei giornalisti? Può darsi. Ma una ragione c’è, ed è che il suo patron Moratti lo considera, più o meno, un servo di casa. Ora che ha vinto, dice: “Non dubitavo che Mancini avrebbe raddrizzato le cose”. Quando alternativamente gli chiedono se lo manderà via per prendere Mourinho, non rifiuta la domanda, ma risponde: “Ha un contratto con noi, intendiamo rispettarlo”. Mai un segno di stima, se non di amicizia. Né di rispetto professionale. L’Inter è il feudo del “giovane” Moratti, che ancora non ha scoperto che la storia ha girato millennio. Il suo superpagato Mancini non è il dio del calcio italiano, ma s’immagina ogni mattina come un qualsiasi vassallo, col ciuffo ribelle e le ottime camicie bianche, prono a ricevere interdetto i voleri del feudatario, in una Milano ignota e un po’ ostile.
Ciò avveniva dopo che l'Inter aveva perso una Supercoppa con la Roma, che non lpaveva neanche festeggiata. Questo si può aggiungere, copo che Mancini in tv ha lanciato il suo uppercut alla società, la squadra, la città, i tifosi:
Tutto ciò è ben Milano. Epitomizza l’Italia milanese di questi anni, molta boria e poco ingegno. Non si discute di un club che ha rovinato e scartato un’ottima nazionale: Toldo, Pasquale, Grosso, Cannavaro, Materazzi, Pirlo, Cristiano Zanetti, Morfeo, Semioli, Vieri, Corradi, allenatore Lippi. Di un bilancio ignoto, anche se benedetto dalla nobile Procura milanese, che si presume pagato di tasca propria dal patron. Del quale si sapeva in anticipo anche che sarebbe stato assolto dal collocamento bidone in Borsa della sua Saras due anni e mezzo fa - la Procura partenopea di Milano sa chi perseguire (anche questo di poteva leggere su Anti.it, il 27 settembre). Né si discute del commercio dei calciatori estero su estero, meglio se cari, le provvigioni sono più alte. In passato questa è stata una delle vie per lasciare soldi all’estero, una quota delle provvigioni ai procuratori. Si sono comprati giocatori in serie ovunque nel mondo, mai utilizzati. Ci fu chi comprò intere squadre di calcio, in Francia, Spagna, Grecia, per meglio ampliare la riserva. Questo non è naturalmente il caso dell’Inter, né di Moratti. Anche gli arbitraggi a favore e, quest’anno, quelli dichiaratamente contro, notevolissima novità nella pur variegata panoplia della corruzione italiana, non sono stati fatti, come tutti sanno, per favorire l’Inter. Che solo deve vincere in Italia, poiché fuori le perde tutte. E Mancini in fondo chi è? Uno che ha vinto le coppe e le supercoppe che nessuno vuole, e un campionato da cui i compari avevano provveduto a estromettere la Juventus, il Milan, la Fiorentina, e i banchieri la Roma.
In fondo sono solo partite di calcio. Di solido ci sono i 250 milioni di euro di finanziamenti pubblici che ingrassano, nella Sardegna del virtuoso Soru, la Saras. Che può così fare tanti profitti da pagarsi, a Milano, l’Inter. Con la quale scardinare il foot-ball, l’unica cosa che ancora non era milanese, non tutta.
Mancini è per Moratti un servo di casa
Quando l’Inter vince e quando perde sempre si discute di Mancini. Che di quella squadra, di trentasei nazionali di tutto il mondo, è in fondo solo l’allenatore. Mancini, l’uomo più pagato del calcio, più di Totti per dire, o di chi fa venti e trenta gol a campionato, viene detto sempre sul punto di essere licenziato: o perché non vince, o perché il gioco non è bello, o perché, se vince sempre, non fa giocare questo e quello. Cattiveria dei giornalisti? Può darsi. Ma una ragione c’è, ed è che il suo patron Moratti lo considera, più o meno, un servo di casa. Ora che ha vinto, dice: “Non dubitavo che Mancini avrebbe raddrizzato le cose”. Quando alternativamente gli chiedono se lo manderà via per prendere Mourinho, non rifiuta la domanda, ma risponde: “Ha un contratto con noi, intendiamo rispettarlo”. Mai un segno di stima, se non di amicizia. Né di rispetto professionale. L’Inter è il feudo del “giovane” Moratti, che ancora non ha scoperto che la storia ha girato millennio. Il suo superpagato Mancini non è il dio del calcio italiano, ma s’immagina ogni mattina come un qualsiasi vassallo, col ciuffo ribelle e le ottime camicie bianche, prono a ricevere interdetto i voleri del feudatario, in una Milano ignota e un po’ ostile.
Ciò avveniva dopo che l'Inter aveva perso una Supercoppa con la Roma, che non lpaveva neanche festeggiata. Questo si può aggiungere, copo che Mancini in tv ha lanciato il suo uppercut alla società, la squadra, la città, i tifosi:
Tutto ciò è ben Milano. Epitomizza l’Italia milanese di questi anni, molta boria e poco ingegno. Non si discute di un club che ha rovinato e scartato un’ottima nazionale: Toldo, Pasquale, Grosso, Cannavaro, Materazzi, Pirlo, Cristiano Zanetti, Morfeo, Semioli, Vieri, Corradi, allenatore Lippi. Di un bilancio ignoto, anche se benedetto dalla nobile Procura milanese, che si presume pagato di tasca propria dal patron. Del quale si sapeva in anticipo anche che sarebbe stato assolto dal collocamento bidone in Borsa della sua Saras due anni e mezzo fa - la Procura partenopea di Milano sa chi perseguire (anche questo di poteva leggere su Anti.it, il 27 settembre). Né si discute del commercio dei calciatori estero su estero, meglio se cari, le provvigioni sono più alte. In passato questa è stata una delle vie per lasciare soldi all’estero, una quota delle provvigioni ai procuratori. Si sono comprati giocatori in serie ovunque nel mondo, mai utilizzati. Ci fu chi comprò intere squadre di calcio, in Francia, Spagna, Grecia, per meglio ampliare la riserva. Questo non è naturalmente il caso dell’Inter, né di Moratti. Anche gli arbitraggi a favore e, quest’anno, quelli dichiaratamente contro, notevolissima novità nella pur variegata panoplia della corruzione italiana, non sono stati fatti, come tutti sanno, per favorire l’Inter. Che solo deve vincere in Italia, poiché fuori le perde tutte. E Mancini in fondo chi è? Uno che ha vinto le coppe e le supercoppe che nessuno vuole, e un campionato da cui i compari avevano provveduto a estromettere la Juventus, il Milan, la Fiorentina, e i banchieri la Roma.
In fondo sono solo partite di calcio. Di solido ci sono i 250 milioni di euro di finanziamenti pubblici che ingrassano, nella Sardegna del virtuoso Soru, la Saras. Che può così fare tanti profitti da pagarsi, a Milano, l’Inter. Con la quale scardinare il foot-ball, l’unica cosa che ancora non era milanese, non tutta.
sabato 1 marzo 2008
Visco? Lavora per Berlusconi
Visco in tedesco si legge fisco, ma non è un lasciapassare per occultare la verità. Aspettando l’ex Trimestrale di cassa di settembre 2007, che il Tesoro sta alacremente elaborando per limitare i danni, l’ex ministro dell’Economia, che in questo governo ha preso la maschera di Padoa Schioppa, continua ad attribuire l’accresciuta pressione fiscale alla lotta all’evasione. Che è una bestemmia, se rifacesse l’esame di Scienza delle finanze non lo passerebbe: la lotta all'evsione non è ricoprire di tasse chi già le paga. Ma ancora più triste è che glielo si lasci dire: i giornali, gli economisti dei giornali, Prodi, il presunto Padoa Schioppa, il partito Democratico. Lavorano tutti per Berlusconi? In compenso si fanno paginate e comizi sulla famiglia che la quarta settimana del mese deve lasciare la macchina ferma. Perché, chi la obbliga? Il problema di questa sinistra è che non si sa chi è più in malafede.
La verità inconfessabile del tesoretto
Dopo essere aumentata del 2,1 per cento nel 2006 rispetto al pil, la pressione fiscale è cresciuta ancora dello 0,6 per cento nel 2007 (dato di fine settembre). È tutta qui la verità del “tesoretto”, un punto percentuale di pil equivale a 15 miliardi. L’Istat ha ribassato notevolmente venerdì la stima di due mesi fa sulla pressione fiscale in rapporto al pil a settembre 2007, dal 43,7 al 43,3 per cento, forse non per effetto delle elezioni. Ma anche lo 0,6 pe cento è, a questi livelli, un incremento notevole.
L’Istat misericordioso non spiega come. Ma è facile accertarlo: l’incremento è dovuto tutto a chi già pagava le tasse, non c’è alcun allargamento della base imponibile. Una buona metà deriva dallo stillicidio di aumenti di bolli, diritti, tariffe, accise. L’altra metà si può imputare ad allargamento della base imponibile solo con la malafede. Nel primo anno l’aumento delle entrate Irpef è stato infatti ottenuto minacciando i lavoratori autonomi con incrementi abnormi degli studi di settore. Nel secondo minacciando i professionisti e le partite Iva con applicazioni abnormi dei parametri, che insieme all’Irpef implicano anche molta più Iva. Il meccanismo poi si conosce: fisco e commercialisti si accordano su un qualche patteggiamento, per evitare le maggiori spese del ricorso, e il miracolo di Visco è tutto qua. Non è diversa la richiesta del pizzo nelle aree mafiose.
L’Istat misericordioso non spiega come. Ma è facile accertarlo: l’incremento è dovuto tutto a chi già pagava le tasse, non c’è alcun allargamento della base imponibile. Una buona metà deriva dallo stillicidio di aumenti di bolli, diritti, tariffe, accise. L’altra metà si può imputare ad allargamento della base imponibile solo con la malafede. Nel primo anno l’aumento delle entrate Irpef è stato infatti ottenuto minacciando i lavoratori autonomi con incrementi abnormi degli studi di settore. Nel secondo minacciando i professionisti e le partite Iva con applicazioni abnormi dei parametri, che insieme all’Irpef implicano anche molta più Iva. Il meccanismo poi si conosce: fisco e commercialisti si accordano su un qualche patteggiamento, per evitare le maggiori spese del ricorso, e il miracolo di Visco è tutto qua. Non è diversa la richiesta del pizzo nelle aree mafiose.
La guerra civile degli arabi
astolfo
Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che ultimamente si fanno valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come.
Cifre analoghe si registrano in Iraq. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra con gli Usa e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate sul calcolo largamente condiviso di 500 morti in media ogni giorno. A quelli degli attentati registrati dal governo legale bisogna aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
In realtà non si sa quanti sono i morti effettivi in Algeria, come in Iraq: non si possono contare. Ma la cifra in sé è indifferente, che in Algeria cioè siano stati seicentomila o sessantamila - sono sempre troppi. Ciò che contava, e conta, è che la cifra non si può sapere: non c’è il senso della storia, o della verità della storia, nell’islam. Non comunque a fronte degli odi tribali e confessionali: non c’è il senso della guerra da evitare per motivi tribali o confessionali.
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Il radicalismo islamico è una reviviscenza, all’interno di un processo di occidentalizzazione avviato negli anni Cinquanta con la decolonizzazione e il nasserismo in tutto il mondo arabo. Chi ha conosciuto Il Cairo fino agli anni Ottanta, o anche solo la Tunisia di Burghiba, confidenti, curiose, vivaci, fatica a riconoscerle nella realtà attuale. Per non dire di Beirut, per la cui rovina sono bastati gli intrighi del regime siriano. Ma chi conosce anche un poco la storia degli arabi sa che il grigiore e la tristezza attuali, se fanno tendenza, non faranno epoca.
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbollah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni crescenti. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. E non si pone limiti. In Algeria ci sono stati almeno duecentomila morti nei dodici anni di guerra civile 1992-2004. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Il militantismo islamico attuale, compreso il khomeinismo, è stato promosso all’origine e poi aiutato dagli Stati Uniti nel quadro del contenimento anti-Urss. Ciò avveniva negli anni 1970-80, in Pakistan, in Afghanistan e nella stessa Algeria. Esso rientra tuttora, malgrado i talebani e l’11 settembre, nell’elenco dei buoni del dipartimento di Stato. E a sua volta non contesta, a una sommatoria, il ruolo sovrano degli Usa. Contesta l’integrazione del mondo arabo nel sistema occidentale. Ma in questo senso è più antieuropeo.
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che ultimamente si fanno valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come.
Cifre analoghe si registrano in Iraq. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra con gli Usa e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate sul calcolo largamente condiviso di 500 morti in media ogni giorno. A quelli degli attentati registrati dal governo legale bisogna aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
In realtà non si sa quanti sono i morti effettivi in Algeria, come in Iraq: non si possono contare. Ma la cifra in sé è indifferente, che in Algeria cioè siano stati seicentomila o sessantamila - sono sempre troppi. Ciò che contava, e conta, è che la cifra non si può sapere: non c’è il senso della storia, o della verità della storia, nell’islam. Non comunque a fronte degli odi tribali e confessionali: non c’è il senso della guerra da evitare per motivi tribali o confessionali.
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Il radicalismo islamico è una reviviscenza, all’interno di un processo di occidentalizzazione avviato negli anni Cinquanta con la decolonizzazione e il nasserismo in tutto il mondo arabo. Chi ha conosciuto Il Cairo fino agli anni Ottanta, o anche solo la Tunisia di Burghiba, confidenti, curiose, vivaci, fatica a riconoscerle nella realtà attuale. Per non dire di Beirut, per la cui rovina sono bastati gli intrighi del regime siriano. Ma chi conosce anche un poco la storia degli arabi sa che il grigiore e la tristezza attuali, se fanno tendenza, non faranno epoca.
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbollah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni crescenti. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. E non si pone limiti. In Algeria ci sono stati almeno duecentomila morti nei dodici anni di guerra civile 1992-2004. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Il militantismo islamico attuale, compreso il khomeinismo, è stato promosso all’origine e poi aiutato dagli Stati Uniti nel quadro del contenimento anti-Urss. Ciò avveniva negli anni 1970-80, in Pakistan, in Afghanistan e nella stessa Algeria. Esso rientra tuttora, malgrado i talebani e l’11 settembre, nell’elenco dei buoni del dipartimento di Stato. E a sua volta non contesta, a una sommatoria, il ruolo sovrano degli Usa. Contesta l’integrazione del mondo arabo nel sistema occidentale. Ma in questo senso è più antieuropeo.
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
venerdì 29 febbraio 2008
Fine civiltà in Libano, tra Siria e Arabia
Il Parlamento si appresta a rinnovare le spese per i militari italiani “in missione di pace” che in Libano vuol dire terra bruciata per i cristiani. La diplomazia europea ha miseramente fallito nell’ultima enclave civile e cristiana del Medio Oriente. Anche la diplomazia italiana, che negli anni Ottanta aveva avuto un ruolo decisivo per salvare gli (ultimi) cristiani, ora è palesemente senza bussola. Mentre il paese è, altrettanto palesemente, nella morsa della Siria e dell’Arabia Saudita, che facendosi la guerra concorrono a eliminare i cristiani. L'Arabia, in veste di finanziatrice dello sviluppo, col "suo" premier Rafiq Hariri, poi asassinato dai siriani, ha scalzato molte posizioni economiche e finanziarie dei cristiani, e politiche dei siriani, ma ha tirato la Siria fuori dall’isolamento, consentendo la lunga presidenza del "cristiano di Damasco" Emile Lahoud, e aprendo a Damasco la porta degli Stati Uniti.
D’Alema ha presentato all'inizio, nell'affrettata conferenza di Roma, la missione italiana in Libano come una garanzia per i cristiani, più che per Israele – ufficialmente il contingente di pace ha funzione di cuscinetto tra gli Hezbolah libanesi e Israele. Ma in realtà la missione italiana non ha nessuna funzione – se non quella, utile chissà, di costituire una piccola rendita per chi riesce a far parte del contingente: una storia millenaria viene a finire nella violenza in Libano, e gli italiani faranno la figura dei difensori felloni.
Il Libano è un caso d’inversione delle coscienze, esemplare della confusione europea e italiana: si fa la faccia feroce agli islamici immigrati, di cui c’è un estremo bisogno, mentre si assiste in terra araba a ogni sorta di prevaricazione contro gli europei e gli occidentali, dal divieto di culto all’assassinio. L’appello è sempre più accorato alla polizia e alla faccia feroce, contro i poveri immigrati, mentre si è dimenticata la diplomazia, che caratterizza le popolazioni civili.
D’Alema ha presentato all'inizio, nell'affrettata conferenza di Roma, la missione italiana in Libano come una garanzia per i cristiani, più che per Israele – ufficialmente il contingente di pace ha funzione di cuscinetto tra gli Hezbolah libanesi e Israele. Ma in realtà la missione italiana non ha nessuna funzione – se non quella, utile chissà, di costituire una piccola rendita per chi riesce a far parte del contingente: una storia millenaria viene a finire nella violenza in Libano, e gli italiani faranno la figura dei difensori felloni.
Il Libano è un caso d’inversione delle coscienze, esemplare della confusione europea e italiana: si fa la faccia feroce agli islamici immigrati, di cui c’è un estremo bisogno, mentre si assiste in terra araba a ogni sorta di prevaricazione contro gli europei e gli occidentali, dal divieto di culto all’assassinio. L’appello è sempre più accorato alla polizia e alla faccia feroce, contro i poveri immigrati, mentre si è dimenticata la diplomazia, che caratterizza le popolazioni civili.
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