Una delle prime telefonate di congratulazioni a Berlusconi è arrivata da Tony Blair: l’ex premier, che ambisce alla presidenza del consiglio dell’Unione Europea, è col suo amico italiano praticamente certo di ottenerla. La carica è prevista dal nuovo Trattato dell’Unione, che entrerà in vigore a gennaio, e configura una sorte di vero governo europeo.
Il governo italiano è la chiave per sbloccare la contrapposizione tra socialisti e popolari che rischiava di bloccare la nomina di Blair. Il fronte di centro destra gli aveva contrapposto una serie di nomi, i primi ministri del Lussemburgo, della Danimarca e dell’Irlanda, Juncker, Rasmussen e Ahern, e il presidente in carica della Commissione, Barroso. La contrapposizione avrebbe dovuto sbloccarsi, nei calcoli del governo tedesco, con la nomina dell’ex ministro degli Esteri di Berlino, Joschka Fischer, Verde e quindi accettabile dai due schieramenti. Ma la vittoria di Berlusconi torna a far pendere la bilancia a favore di Blair. La considerazione è stata fatta dallo stesso ambasciatore della Germania, Michael Steiner. La cancelliera Angela Merkel sta studiando come tornare a essere determinante, ma la partita sembra già giocata.
Quello di Berlusconi è ora il partito più forte tra i Popolari europei. Ai quali ha dato un impulso straordinario per la misura della sua vittoria elettorale. Dati i personali rapporti tra i due personaggi, e la disponibilità, di cui Berlusconi si fa una bandiera, di candidare anche personalità di schieramenti avversi, come Bonino e Amato, si dà per scontato che Berlusconi sosterrà Blair. E anzi, si dice, lo candiderà in proprio.
Contro Blair gioca il fatto di rappresentare un paese non fondatore dell’Ue, che resta fuori dell’euro e di Schengen. Ma anche gli altri candidati hanno dei punti deboli. La Daminarca è anch’essa fuori dell’euro. Il Lussemburgo è uno Stato minimo, e ora sotto contestazione come paradiso fiscale. Ahern è stato rinviato a giudizio per concussione quando era ministro delle Finanze quindici anni fa, e per questo lascerà la guida del governo il prossimo 6 maggio. Barroso, in carica come presidente della Commissione, non sarebbe una buona scelta in quanto il Trattato di Lisbona intende innovare. Blair d’altra parte, può far valere il solido impegno personale quale mezzo per europeizzare definitivamente la Gran Bretagna.
mercoledì 16 aprile 2008
Come si batte Berlusconi? Coi botti
Si chiedono già i conti ai vincitori. Perché non danno una Camera a Veltroni? Dove prendono i soldi per abolire l’Ici? E il bollo auto? E il bonus bebè? E la detassazione degli straordinari? L'aumento delle pensioni minime? L’aumento ai dipendenti pubblici? L'assunzione dei precari? E toglieranno l'Ici prima casa anche alla villa con piscina? E a chi venderanno l’Alitalia? Che faranno con la Lega? Che ha già fatto la secessione. Veltroni farà il temibile governo ombra, che tanti altri hanno fatto prima di lui senza traccia nella memoria, Berlusconi che fa? La “cassa infernale” si è subito messa in moto.
Si chiama cassa infernale nella pirotecnica napoletana il susseguirsi di botti sempre più rapidi e potenti che conclude lo spettacolo, ma nell’opinione italiana ormai precede qualsiasi altro spettacolo. Il modello Rai-Repubblica, “confessa i tuoi peccati”, di preti che, loro, non peccano ma sono lì per estorcere confessioni, si è subito messo in moto. Un sacerdozio allargato alle beghine e ai begardi, le maestrine d'Italia così attente alle ragioni del Cuore, del libro "Cuore", e le rosybindi e i franceschini che dicono amen all’inarrestabile sir uolter, che pure nella sconfitta continua a parlare inglese, nell’inconfondibile tono piatto dell’uomo in trance. Confortato dal mago Piepoli, da ultimo con la crescita in città", ma partito urbano. Adesso aspettiamo Abu Omar, le veline, le corna, e le barzellette, quelle dell’“Economist” comprese, e ri ricatti delle banche d’affari in gara sul “Financial Times".
Dice: è la libertà, la stampa dev'essere critica. Bene. E perché non si chiede come mai Berlusconi vince le elezioni con nove punti di distacco. Le vince anche senza la Lega. Le vince anzi con quattordici punti di distacco (quelli dell’Udc votano contro Veltroni, solo il loro capo si può illudere del contrario, impegnato com’è ad assistere alla poppata dei bambini - assistere alla poppata?). Le vince coi voti degli operai e dei pensionati, mentre sir Uolter ha i soldi e la stima dei ricchi - ne ha la stima ma non il voto, i ricchi implacabili confessano di aver votato Casini: i Fiat, i Pirelli, e Rovati, il consigliere più stretto di Prodi (in cuor loro tremando per Berlusconi, per via della detassazione e dell'Irap). E perderà ma per ora vince pure a Roma, dopo otto anni di feste bianche e strade rotte, e quattro o cinque elezioni passate trionfalmente al primo turno, facendo tremare il “modello Bettini”. È su questo che la politica si sta affannando in queste ore, la possibile crisi del modello dei buoni affari, lasciando ai media il “dovere della critica”.
Si chiama cassa infernale nella pirotecnica napoletana il susseguirsi di botti sempre più rapidi e potenti che conclude lo spettacolo, ma nell’opinione italiana ormai precede qualsiasi altro spettacolo. Il modello Rai-Repubblica, “confessa i tuoi peccati”, di preti che, loro, non peccano ma sono lì per estorcere confessioni, si è subito messo in moto. Un sacerdozio allargato alle beghine e ai begardi, le maestrine d'Italia così attente alle ragioni del Cuore, del libro "Cuore", e le rosybindi e i franceschini che dicono amen all’inarrestabile sir uolter, che pure nella sconfitta continua a parlare inglese, nell’inconfondibile tono piatto dell’uomo in trance. Confortato dal mago Piepoli, da ultimo con la crescita in città", ma partito urbano. Adesso aspettiamo Abu Omar, le veline, le corna, e le barzellette, quelle dell’“Economist” comprese, e ri ricatti delle banche d’affari in gara sul “Financial Times".
Dice: è la libertà, la stampa dev'essere critica. Bene. E perché non si chiede come mai Berlusconi vince le elezioni con nove punti di distacco. Le vince anche senza la Lega. Le vince anzi con quattordici punti di distacco (quelli dell’Udc votano contro Veltroni, solo il loro capo si può illudere del contrario, impegnato com’è ad assistere alla poppata dei bambini - assistere alla poppata?). Le vince coi voti degli operai e dei pensionati, mentre sir Uolter ha i soldi e la stima dei ricchi - ne ha la stima ma non il voto, i ricchi implacabili confessano di aver votato Casini: i Fiat, i Pirelli, e Rovati, il consigliere più stretto di Prodi (in cuor loro tremando per Berlusconi, per via della detassazione e dell'Irap). E perderà ma per ora vince pure a Roma, dopo otto anni di feste bianche e strade rotte, e quattro o cinque elezioni passate trionfalmente al primo turno, facendo tremare il “modello Bettini”. È su questo che la politica si sta affannando in queste ore, la possibile crisi del modello dei buoni affari, lasciando ai media il “dovere della critica”.
Il Partito Dolori
Molti prodiani hanno votato Casini e non lo nascondono: gli ex Dc della Margherita non sanno che faranno. Sono usciti dimezzati al Sud e al Nord rispetto alla consistenza che avevano nella Margherita, e il motivo a loro avviso è uno solo: il centralismo di Veltroni. A Nord soprattutto i beghini del Pd rosicano, avendo dovuto fare posto a due nullità come Calearo e Colaninno jr., che non hanno portato un solo voto, per le smanie di rinnovamento del Capo. Il risentimento è anche degli indipendenti, Soru, Illy, Cacciari, lo stesso Chiamparino, che pensavano di avere un ruolo e dare un contributo, per essere stati sopravanzati dai Calearo. Si aspetta il secondo turno delle amministrative e poi si vedrà, da Bologna già giungono segnali precisi. Ma se Berlusconi dovesse accedere a qualche nomina bipartisan, con esponendi cioè del Pd, il dissidio potrebbe emergere prima.
Il secondo turno è decisivo a Roma: se Rutelli non ce la facesse salterebbe il modello Roma, o modello Bettini, che regola le grandi città (gli appalti, il credito, il lavoro), e gli amici sono molto sensibili agli assetti di potere. Il modello è quello sintetizzato dall’Avvocato Agnelli in clima compromissorio: solo la sinistra garantisce gli affari. Ma se Roma lo rifiutasse, allora da Bologna il segnale è chiaro: rimescolare le carte in un congresso del Pd, e rimettere in circolo Casini per il partito del Centro. Prodi si smarca da Veltroni ma non dal Pd, ha preso gusto a sentirsi capo-partito, e non dalle questioni di potere.
Il Pd ha tenuto ma solo sulla sinistra politica. E al centro geografico - non tutto: nel Lazio solo a Roma, anche se non abbastanza. Il partito Democratico al debutto sarà, come vuole Veltroni, l’unica realtà della sinistra, ma al suo interno alcuni ex Ds e molti ex Dc hanno il magone: non sanno che faranno, ma oscillano tra l’abbandono e la rivolta. Questi ultimi in particolare: in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, hanno perduto posizioni consolidate, a favore dei veltroniani e di Casini. Al Nord e al Sud, pur annichilando la sinistra, il Pd ha raccolto meno che nelle passate elezioni. Il dato è certo e il motivo è semplice: molti ex compagni dall’Appennino in su hanno preferito la Lega, mentre da Rieti in giù molti ex amici, risentiti dalla mano dura di Veltroni, “il comunista”, hanno votato Casini o Berlusconi.
Il secondo turno è decisivo a Roma: se Rutelli non ce la facesse salterebbe il modello Roma, o modello Bettini, che regola le grandi città (gli appalti, il credito, il lavoro), e gli amici sono molto sensibili agli assetti di potere. Il modello è quello sintetizzato dall’Avvocato Agnelli in clima compromissorio: solo la sinistra garantisce gli affari. Ma se Roma lo rifiutasse, allora da Bologna il segnale è chiaro: rimescolare le carte in un congresso del Pd, e rimettere in circolo Casini per il partito del Centro. Prodi si smarca da Veltroni ma non dal Pd, ha preso gusto a sentirsi capo-partito, e non dalle questioni di potere.
Il Pd ha tenuto ma solo sulla sinistra politica. E al centro geografico - non tutto: nel Lazio solo a Roma, anche se non abbastanza. Il partito Democratico al debutto sarà, come vuole Veltroni, l’unica realtà della sinistra, ma al suo interno alcuni ex Ds e molti ex Dc hanno il magone: non sanno che faranno, ma oscillano tra l’abbandono e la rivolta. Questi ultimi in particolare: in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, hanno perduto posizioni consolidate, a favore dei veltroniani e di Casini. Al Nord e al Sud, pur annichilando la sinistra, il Pd ha raccolto meno che nelle passate elezioni. Il dato è certo e il motivo è semplice: molti ex compagni dall’Appennino in su hanno preferito la Lega, mentre da Rieti in giù molti ex amici, risentiti dalla mano dura di Veltroni, “il comunista”, hanno votato Casini o Berlusconi.
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lunedì 14 aprile 2008
L"inesauribile letizia" di Rosa Luxemburg
Il 28 giugno 1916 Rosa Luxemburg fu arrestata con Karl Liebknecht dopo uno sciopero, proibito in guerra, e condannata a due anni di carcere. In carcere scrisse articoli, compreso il famoso “La Rivoluzione Russa”, sul rischio di una dittatura boscevica in Russia, e il “Pamphlet Junius”, con l’alternativa “socialismo o barbarie”. In carcere scrisse anche alla sorella di Liebknecht, Sonja. Fra le tante una lettera sulla sofferenza degli animali, che Karl Kraus pubblicherà due anni dopo, dopo la morte di Rosa, e Marco Rispoli ripresenta in questo aureo libretto, insieme con l’articolo di Kraus, e altri pezzi sulla sofferenza animale di Kafka, Canetti e Joseph Roth.
Un po’ di compassione per gli animali, dunque. Ma è anche una maniera per Rosa Luxemburg, una figura sommersa anch’essa dalla caduta del Muro, di tornare all’attenzione. La bizzarria è che, nella traduzione di Rispoli, la lettera della Luxemburg sembra un capolavoro, al confronto degli altri contributi, Kafka compreso. In grazia, direbbe lei, della “mia inesauribile letizia interna”. Riesce ad amare anche la notte: “La profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare”. In più della riconosciuta sensibilità politica: una cosa giusta la rivoluzione in Russia l’ha fatta, “ha ripulito l’aria dai miasmi” e dai pogrom. In Germania invece: “Riesco piuttosto a immaginarmi dei pogrom… in Germania”. Sembra una cosa fuori del mondo, ma: “Di certo vi è l’atmosfera giusta, fatta di bassezza, vigliaccheria, reazione e ottusità”.
Di Rosa Luxemburg si parla ancora per la vicenda umana. Uscita di prigione, Rosa si oppose nel 1918 alla sollevazione Spartachista, che riteneva avventata, e alla formazione del Partito Comunista perché prematura. All’alba della Rivolta di Gennaio, il 15 gennaio 1919, venne rapita e assassinata, a colpi di canna da fucile, dice Kraus, insieme con Liebknecht, dai soldati dei Freikorps, agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert. L’operazione ha un risvolto romanzesco che non va taciuto. Il rapimento fu reso possibile grazie al pedinamento di Wilhelm Pieck, il futuro presidente della Germania Est. Ma Pieck, preso assieme agli altri, fu rilasciato. Da qui l’ipotesi che Rosa Luxemburg e Liebknecht siano stati “venduti” ai Freikorps da Karl Radek, il capo del comunismo tedesco, in sintonia con Lenin.
Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi, pp.65, €5,50
Un po’ di compassione per gli animali, dunque. Ma è anche una maniera per Rosa Luxemburg, una figura sommersa anch’essa dalla caduta del Muro, di tornare all’attenzione. La bizzarria è che, nella traduzione di Rispoli, la lettera della Luxemburg sembra un capolavoro, al confronto degli altri contributi, Kafka compreso. In grazia, direbbe lei, della “mia inesauribile letizia interna”. Riesce ad amare anche la notte: “La profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare”. In più della riconosciuta sensibilità politica: una cosa giusta la rivoluzione in Russia l’ha fatta, “ha ripulito l’aria dai miasmi” e dai pogrom. In Germania invece: “Riesco piuttosto a immaginarmi dei pogrom… in Germania”. Sembra una cosa fuori del mondo, ma: “Di certo vi è l’atmosfera giusta, fatta di bassezza, vigliaccheria, reazione e ottusità”.
Di Rosa Luxemburg si parla ancora per la vicenda umana. Uscita di prigione, Rosa si oppose nel 1918 alla sollevazione Spartachista, che riteneva avventata, e alla formazione del Partito Comunista perché prematura. All’alba della Rivolta di Gennaio, il 15 gennaio 1919, venne rapita e assassinata, a colpi di canna da fucile, dice Kraus, insieme con Liebknecht, dai soldati dei Freikorps, agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert. L’operazione ha un risvolto romanzesco che non va taciuto. Il rapimento fu reso possibile grazie al pedinamento di Wilhelm Pieck, il futuro presidente della Germania Est. Ma Pieck, preso assieme agli altri, fu rilasciato. Da qui l’ipotesi che Rosa Luxemburg e Liebknecht siano stati “venduti” ai Freikorps da Karl Radek, il capo del comunismo tedesco, in sintonia con Lenin.
Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi, pp.65, €5,50
Venezia e l'amore che non si dice(va)
Lontano cugino di Pasolini, più giovane di lui di sette anni, Naldini è stato compagno di scorribande del poeta, e poi appassionato suo curatore e biografo. Insieme, dirà, avevano in comune “la risata completamente muta”. Escluso dall’eredità, anche letteraria, Naldini ha riacquistato con lentezza una sua autonomia di scrittura, allontanandosi anche fisicamente dagli ambienti che la presenza massiccia di Pasolini ingombra. La sua cifra è ora quella della sessualità libera del più giovane Tony Duvert, che l’ha preceduto anche fisicamente in Nord Africa, dove l’amore dei ragazzi è (si suppone) libero. Nella prima narrativa, “Come non ci si difende dai ricordi”, di due anni fa, Pasolini è sempre presente, ma già con un certo distacco. La fuga a Roma di Pier Paolo e della madre Susanna, per abbandonare il padre Carlo Alberto, vi è già un racconto. O Parise che fa la pennichella in albergo a Milano sporcaccione tra le lenzuola. Di altri veneti ci sono ottimi ritratti, Bartolo Cattafi, Biagio Marin, e di Vittorio Sereni. E di Guido Pasolini, il fratello minore di Pier Paolo, coraggioso, pugnace, anche in difesa del fratello, e figlio mal amato. Liberamente di Pier Paolo Naldini vi tratteggia la sessualità brutale, rozza (un primo moto di distacco l’aveva avuto col contributo a “Desiderio di Pasolini”, la collettanea pubblicata nel 1990 da Stefano Casi sull’omosessualità “non accettata” del poeta).
Sulla stessa vena Naldini tratteggia in questa brochure, sotto forma di “lettere non spedite”, una serie di personaggi visto o incontrati a Venezia all’epoca dei suoi studi negli anni 1950. Ancora con timidezza, ma sapendo già narrare di se stesso. Direttamente e sotto le specie di De Pisis, dell’inevitabile De Pisis, e a sorpresa di Frederick Rolfe, il Baron Corvo ultimamente scomparso dagli scaffali ma gran protagonista di quella Venezia.
Nico Naldini, Il nobile Von., Manni, pp.47
Sulla stessa vena Naldini tratteggia in questa brochure, sotto forma di “lettere non spedite”, una serie di personaggi visto o incontrati a Venezia all’epoca dei suoi studi negli anni 1950. Ancora con timidezza, ma sapendo già narrare di se stesso. Direttamente e sotto le specie di De Pisis, dell’inevitabile De Pisis, e a sorpresa di Frederick Rolfe, il Baron Corvo ultimamente scomparso dagli scaffali ma gran protagonista di quella Venezia.
Nico Naldini, Il nobile Von., Manni, pp.47
"Nessuno è mai morto per il capitalismo"
L’eugenetica (bisogna non nascere? bisogna morire?), l’evoluzione, lo statuto dei lavoratori, negli anni 1920. E la prevedibile serie di battute. “Indossava gli occhiali scientifici più avanzati e più potenti chiudendo gli occhi”. “Il tiranno non governa con la sola forza, anzi governa soprattutto con la parola”. “Una vera rivoluzione ha tutti i colori dell’aurora, o della fine del mondo”. Con Chesterston non ci si annoia, anche in questa "Utopia degli usurai" rimasta così a lungo inedita in Italia.
Chesterston è in Italia vittima di se stesso, un anticonfomista ridotto a pedagogo e a moralista per essere cattolico. Bompiani ripubblica tal quali le vecchie Edizioni Paoline di Gian Dàuli, di cinquant'anni fa. Che ripetevano quelle Alpes, dello stesso Gian Dàuli, di ottant'anni fa. Ciò malgrado "L'osteria volante", con la sua alleanza segreta tra i potentati economici occidentali e i cattivi dell'islam, resta godibile. Anzi è forse di lettura più brllante in questa epoca complottarda.
Chesterston è una lettura sempre speciale: richiede che si entri in un linguaggio diverso, un modo di rappresentare il mondo diverso, benché rispettoso della grammatica e della sintassi. Enrico Ghezzi, che riedita il romanzo, evoca la "concretezza fantastica dell'astratto". E' il principio anarchico applicato alla stessa scrittura, e per questo imprevedibile. E' la cifra anche di Conan Doyle, depurata delle melensaggini e le lungaggini, e la fortuna di Sherlock Holmes, l'approccio irrispettoso, verbalmente violento: lo scherzo è lo scarto.
"L'utopia degli usurai" rende fruibili alcuni degli sketch giornalistici sui quali la fama di Chesterston si è costituita, ma la cui conoscenza è limitata in Italia alla raccolta "Ortodossia". Quelli scritti per il “Daily Herald”, il quotidiano socialista, dopo una lunga militanza col "Daily Mail”, abbandonato per il rifiuto di condannare la corruzione del partito liberale al governo. Il creatore di Padre Brown vi scrive da destra le cose di sinistra. Gli articoli, riveduti dall’autore e postillati riccamente, sono confluiti in un libro per il pubblico americano. Con effetti sorprendenti: la Società degli usurai è il socialismo burocratico... Ma soprattutto con un senso vivo della realtà, per tanti aspetti ritornante, come si vede dall’indice, senza il gossip, l’acquario, il velinaggio: una boccata di realtà col denaro, l’avidità e lo sfruttamento, e con le verità che non si dicono: “Nessuno è mai morto per il capitalismo”. C’è un fondo di anarchia in ogni conservatore.
G.K.Chesterston, L’utopia degli usurai, excelsior 1881, pp.260, € 15,50
L'osteria volante, Bompiani, pp. 322, € 8,40
Chesterston è in Italia vittima di se stesso, un anticonfomista ridotto a pedagogo e a moralista per essere cattolico. Bompiani ripubblica tal quali le vecchie Edizioni Paoline di Gian Dàuli, di cinquant'anni fa. Che ripetevano quelle Alpes, dello stesso Gian Dàuli, di ottant'anni fa. Ciò malgrado "L'osteria volante", con la sua alleanza segreta tra i potentati economici occidentali e i cattivi dell'islam, resta godibile. Anzi è forse di lettura più brllante in questa epoca complottarda.
Chesterston è una lettura sempre speciale: richiede che si entri in un linguaggio diverso, un modo di rappresentare il mondo diverso, benché rispettoso della grammatica e della sintassi. Enrico Ghezzi, che riedita il romanzo, evoca la "concretezza fantastica dell'astratto". E' il principio anarchico applicato alla stessa scrittura, e per questo imprevedibile. E' la cifra anche di Conan Doyle, depurata delle melensaggini e le lungaggini, e la fortuna di Sherlock Holmes, l'approccio irrispettoso, verbalmente violento: lo scherzo è lo scarto.
"L'utopia degli usurai" rende fruibili alcuni degli sketch giornalistici sui quali la fama di Chesterston si è costituita, ma la cui conoscenza è limitata in Italia alla raccolta "Ortodossia". Quelli scritti per il “Daily Herald”, il quotidiano socialista, dopo una lunga militanza col "Daily Mail”, abbandonato per il rifiuto di condannare la corruzione del partito liberale al governo. Il creatore di Padre Brown vi scrive da destra le cose di sinistra. Gli articoli, riveduti dall’autore e postillati riccamente, sono confluiti in un libro per il pubblico americano. Con effetti sorprendenti: la Società degli usurai è il socialismo burocratico... Ma soprattutto con un senso vivo della realtà, per tanti aspetti ritornante, come si vede dall’indice, senza il gossip, l’acquario, il velinaggio: una boccata di realtà col denaro, l’avidità e lo sfruttamento, e con le verità che non si dicono: “Nessuno è mai morto per il capitalismo”. C’è un fondo di anarchia in ogni conservatore.
G.K.Chesterston, L’utopia degli usurai, excelsior 1881, pp.260, € 15,50
L'osteria volante, Bompiani, pp. 322, € 8,40
Montalbano s'impegna ma non ne ha voglia
L’aneddoto del “Campo del vasaio”, l’ultimo Montalbano, è magro (è evangelico). Benché sublimi la vendetta, passione perdurante nell’età dell'acquario. E l’autore si sorpassa, a grande velocità – è a un libro al mese. Non ha più “gana” di Montalbano, e neppure dei romanzi storici. Perfino Caravaggio gli resta al di sotto del ricchissimo personaggio quale fu Caravaggio, anche in un ottimo libro del suo editore, quello che lo ha lanciato, Sellerio, su Caravaggio in Sicilia (non c’è neppure Caravaggio a Messina, dove ha lavorato a lungo tra molte ombre, c’è Caravaggio a Palermo, che non c’era). Ma tutto quello che non può più ingurgitare, di whisky e pesce di giornata, lo divora come scrittore civile, di se stesso, e del profumo di donna, nei romanzi "francesi" e nella favola della sirena Maruzza bene in carne.
Montalbano stesso è stanco. Non ha sorprese, non incontra più straordinari personaggi, non apre insomma la Sicilia trascendentale come soleva. Lui dichiaratamente non ha “gana”, neanche di menù succulenti. È sempre sostenuto con brio da Salvatore Silvano Nigro, ma niente. Per inventarsi qualcosa il suo scrittore preferito Camilleri deve traviargli l’impalpabile vice Augello, figurarsi. Mentre lui, l’eroe del “vaffa” ante litteram, se stesso fantasmizza quale cavaliere della Resistenza, a Mussolini, agli americani, alla mafia e a Berlusconi, che chiama lo stronzo e contro il quale si voleva pure dimettere, in un precedente romanzo.
Può essere l’età. Ma, conoscendola, è la Sicilia che s’è ripresa Montalbano-Camilleri, la Sicilia del cliché. Da sfottente, scorbutico, geniale, come un vero siciliano, il personaggio è diventato col suo autore il siciliano obbligato, e il bozzettismo dilaga, come già ne “Il re di Girgenti”, nella “Biografia del figlio cambiato”, e ora in "Maruzza Musumeci". Che va avanti per due terzi come un promettente racconto gotico (riesce perfino la scena di sesso, che la ricetta del libro che si vende vuole a un terzo della narrazione, e altrove in Camilleri è sempre impacciata), ma poi inciampa nei fascisti e la guerra, contro cui tutti siamo. Entrambi sembra che vogliano dare ragione a Calvino, quando rimproverava a Sciascia una Sicilia risaputa: “Questa Sicilia è la società meno misteriosa del mondo: ormai in Sicilia tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologie, pettegolezzi, delitti, non hanno più segreti”.
Montalbano è, era, il tipico fascistone, con la fidanzata, gli amici, i subordinati, i superiori, duro e anarchico. Simpatico, e anche giusto, ma non comunista come si professa, non nel senso degli appelli e la mobilitazione permanente. Nei suoi romanzi tutto finora si è svolto nel segno di questa figura, molto meridionale, di una parte del meridione. Sono del fascistone i cliché che fanno Montalbano consolatorio. I luoghi comuni: tutto è bello in Sicilia, gli sbirri sono un po’ scemi (in basso e in alto, i piantoni e i questori), la politica è bugiarda e ladra, la mafia strana, le donne infide, e c’è pure la svedese, facile. Il lieto fine. I ruoli notabilari. L’immutabilità soddisfatta. Tutto peraltro realistico. Molto. Sicuramente più del tutto mafioso, e più produttivo. Ma in un quadro di compiaciuta stabilità. Che questo Montalbano abbia stufato il suo scrittore preferito, Camilleri, è possibile: lo scrittore ora si diverte con la vena civile. Aveva smentito Calvino, che sempre a Sciascia, a proposito di “A ciascuno il suo”, aveva stabilito “l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. Ora non più – Calvino ha sempre ragione, per un autore della vena civile.
La vena civile è l’improbabile Resistenza. Da tempo Montalbano ha virato al politicamente corretto, tratta gli incidenti sul lavoro, la tratta degli immigrati e dei bambini, la Lega, l’omosessualità latente di Catarella, oltre alla gamma rituale degli antiberlusconismi. Anche Camilleri autobiografizza l’impegno, è quasi convinto di aver fatto la Resistenza, e ne è alfiere, contro la mafia e contro naturalmente Berlusconi. In compagnia di altri personaggi implausibili, Paolo Flores, Di Pietro, Travaglio, etc. Come in un quasiasi articolo di giornale.
L’impegno contro la mafia Camilleri sente stranamente alla Biagi. Stranamente per un siciliano, poiché magnifica Provenzano nei suoi pizzini. “Voi non sapete” è un libro contro la mafia, ma Provenzano sarà lusingato da un libro sui suoi pizzini. Non è il primo o il solo, bisogna darne atto a Camilleri. Ma Provenzano sarà lusingato in questa antologia mondadoriana del suo ruolo di prim’attore, in un libro di successo, orchestrato dal più grande siciliano sulla terra – Camilleri, che è uomo di teatro, lo sa. Una furbata editoriale ma non solo, poiché la firma l’autore più amato dagli italiani.
È un libro fastidioso. Volgare e indisponente. Provenzano è, col suo capo Riina, uno dei delinquenti più sanguinosi della storia mondiale. Ma qui è come La Fontaine, come lord Brummel. C’è perfino la mafia buona, quella “vecchia”. E il Capo della procura antimafia che vi certifica l’“assoluta sofferenza” di Provenzano ogni volta che ha dovuto ordinare un crimine, cioè ogni giorno – “dovuto”? Questa pubblicistica, che non è storia, non è antimafia, non è giustizia, ma fa tesoro della curiosità morbosa, non è niente di diverso dalla biografia di un pedofilo, uno stupratore, ogni altro delinquente abietto. Il mafioso ha un cervello semplificato: è rozzo. E nessun altro “significato” di cui valga la pena fare l’analisi. Provenzano è più notevole degli altri solo perché ha al suo attivo una quarantina di killeraggi. E quarantatré anni di finta latitanza, di cui non viene chiamato a rendere conto. Camilleri fa la semiotica dei suoi pizzini, gli appunti sgangherati con cui comunicava coi suoi affiliati. Come di un linguaggio superiore, analizzato con la stessa cura che si dedicherebbe a un’opera letteraria. Finendo per magnificare la mafia anche nel suo aspetto meno magnificabile, l’inarticolazione verbale, per analfabetismo o incapacità di argomentare - di uno che pure ha un figlio professore all'università di italiano, si vede che il crimine è incorreggibile. Una grande tristezza.
Si può aggiungere che Berlusconi, che Camilleri ultimamente chiama Berluscazzoni, è con Mondadori il suo editore principale. Che molto investe sullo scrittore e coraggiosamente ne valorizza ogni parola, compresi gli scarti, per tutti i lettori, dai Miti ai Meridiani che lo consacrano, ai Cd, ai Dvd, e al nuovo filone dei romanzi francesi, o dell’odor di femmina. E porrebbe un problema, a ogni resistente: come mai questo cazzone prende due voti su tre in Sicilia, da tempo ormai immemorabile. Ma non si può pretendere da Montalbano la soluzione di ogni rebus.
“Il tailleur grigio” è, come “La pensione Eva”, e la stessa favola di "Maruzza Musumeci", il sesso riportato al quotidiano. Di nuovo, nella formula del romanzo francese o di moeurs, c’è il colore: il rosa dell’adulterio è virato al nero – da qui il grigio del romanzo mondadoriano? Il romanzo francese in Italia è invenzione ormai secolare, tra Marco Praga, "La biondina", Ada Negri e Umberto Notari, o Guido da Verona, o Pitigrilli - se misurato sul Verga fiorentino anzi più che secolare, sono passati quasi centocinquant’anni. Anche se nobilitata quale letteratura Fine Secolo, di orizzontali, leonesse, allumeuses e altrettali finezze, e i Fine Secolo ormai sono due. Mentre la donna fatale resta nel novero di Hoffmann, o della letteratura delle androidi, che parte un po' prima, dalle "Misantrofile" di Révéroni de Saint-Cyr. E la sirena nel repertorio mediterraneo, fino all'Idrusa di Otranto che essa molto ricorda. Di diverso c’è, anche qui, l’italiano siculizzato di Montalbano, con cui Camilleri si racconta ora di preferenze le storie che va scrivendo - anche lei è diversa, benché l'aneddoto non sia nuovo, le corna in Sicilia: una moglie “Barbie”, che si anima in prossimità della morte di lui.
Questo italiano dialettizzato, con cui Camilleri raccoglie miriadi di lettori, sarà un fenomeno importante. Con tutto Bossi la Padania non ha avuto un ritorno di letteratura “nazionale”, né la Lombardia, né il Veneto. La Sicilia invece sì. Perché la Sicilia è una nazione, anche senza un Bossi. Anche di numero: tra siciliani dell’isola e siciliani del continente, per non contare quelli dei cinque continenti, fanno bene un popolo. I lombardi probabilmente sono di più, ma non esistono – si dice per dire: non esistono in letteratura. A parte quelli che sono siciliani. O pugliesi, o napoletani. La vera carica leghista – identitaria – è siciliana. Nel bene e nel male.
Nel bene la guida è Camilleri scrittore, che del dialetto ha elaborato una forma intermedia. Portando agli altri lettori, che sono pur sempre la maggioranza, un lessico comprensibile o, dove non lo è, subito tradotto, con la naturalezza teatrale, della scrittura parlata, introducendo cadenze nuove e sorprendenti. “Maruzza” è dialettale nel senso che Montalbano ha da tempo dimenticato, della specialità del tempo e del luogo, della caratterizzazione dei personaggi e delle cose. Con i profumi della terra, la terribilità del mare, per i terragni e non solo, le fantasie di un mondo senza parole. Perfino il “lavoro dei campi” Camilleri riesce a vivificare, la rimonda degli alberi, la bonifica del terreno, l’architettura del necessario. Si diverte anche, e fa divertire, colloquiando per proverbi (quanti proverbi sulle donne!), o magicamente in greco, con versi dell’“Odissea”, senza forzature.
Ma è una lingua d'autore e non un linguaggio - a meno che non sia quello borghese, della borghesia professionale, agrigentina, palermitana: contemporanea del leghismo ma ante Lega, è la lingua, questo italiano farcito di dialetto, delle borghesie meridionali dei medici, i farmacisti, e i baroni, per definizione nostalgici (le baronie siciliane, e più quelle imaginarie, desiderate, sono all'origine del più gran numero di memorie familiari, il genere dominante del tardo Novecento, che si prolunga in questo millennio, in italiano, francese, inglese e frange tedesche). Ma nemmeno questo si può dire del camillerismo.
La speciale lingua di Camilleri non è realistica, di personaggi e ceti che dicono l’italiano ma pensano in dialetto. Né è storica come avrebbe potuto, se Camilleri ha conquistato Milano meglio di Bossi. Prima di diventare insignificante, per incontinenza, è stata il siculo italianizzato alla D'Arrigo. Sì, ed è degno di nota: il siculo di Montalbano è quello del dimenticato autore di "Horcynus Horca", di cui ripete strutture sintattiche, fonemi e idiotismi, più che di Verga, e per niente di Pirandello, che pure è conterraneo di Camilleri, con analogo contrappunto umoristico di idioletti. Una lingua di fantasia, evcativa, sapiente anche, tra persone e vicende che alla lettura (e nei film del geniale Sironi) si presentano archetipiche, stagliate nel mito. Ma artificiosa.
Con un tocco giocoso che può giocare per antifrasi. Sorprendente cioè, lieve com'è e riderella, se i dialetti meridionali sono quelli di Corrado Alvaro, “piagati e grondanti sangue”. Un calco giocoso del terribilismo di Verga, di Pirandello, dei poeti dialettali, e delle cronache - che è anch’esso un calco, di maniera, la maniera della scrittura sociale. Ma liberatorio, meglio ancora che gli ambienti e le storie, per una volta non di mafia (Alvaro dice la lingua del Sud, “la parola magra e disadorna, acuta e dsperata, vestita di pelli e nutrita di locuste”, legata alla Passione, di Cristo).
Montalbano sarà stato l’altra Sicilia che a Calvino sfuggiva, questa quintessenza della nostra civiltà che sopravvive al genere mafioso, al genere editoriale, forse per caso.
Andrea Camilleri, Il campo del vasaio, Sellerio, pp. 285 €12
Voi non sapete, Mondadori, pp.216, € 17
Il colore del sole, Mondadori, pp.111, con 12 foto a colori, €6
Il tailleur grigio, Mondadori, pp.144, €16,50
Maruzza Musumeci, Sellerio, pp. 155, €10
Montalbano stesso è stanco. Non ha sorprese, non incontra più straordinari personaggi, non apre insomma la Sicilia trascendentale come soleva. Lui dichiaratamente non ha “gana”, neanche di menù succulenti. È sempre sostenuto con brio da Salvatore Silvano Nigro, ma niente. Per inventarsi qualcosa il suo scrittore preferito Camilleri deve traviargli l’impalpabile vice Augello, figurarsi. Mentre lui, l’eroe del “vaffa” ante litteram, se stesso fantasmizza quale cavaliere della Resistenza, a Mussolini, agli americani, alla mafia e a Berlusconi, che chiama lo stronzo e contro il quale si voleva pure dimettere, in un precedente romanzo.
Può essere l’età. Ma, conoscendola, è la Sicilia che s’è ripresa Montalbano-Camilleri, la Sicilia del cliché. Da sfottente, scorbutico, geniale, come un vero siciliano, il personaggio è diventato col suo autore il siciliano obbligato, e il bozzettismo dilaga, come già ne “Il re di Girgenti”, nella “Biografia del figlio cambiato”, e ora in "Maruzza Musumeci". Che va avanti per due terzi come un promettente racconto gotico (riesce perfino la scena di sesso, che la ricetta del libro che si vende vuole a un terzo della narrazione, e altrove in Camilleri è sempre impacciata), ma poi inciampa nei fascisti e la guerra, contro cui tutti siamo. Entrambi sembra che vogliano dare ragione a Calvino, quando rimproverava a Sciascia una Sicilia risaputa: “Questa Sicilia è la società meno misteriosa del mondo: ormai in Sicilia tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologie, pettegolezzi, delitti, non hanno più segreti”.
Montalbano è, era, il tipico fascistone, con la fidanzata, gli amici, i subordinati, i superiori, duro e anarchico. Simpatico, e anche giusto, ma non comunista come si professa, non nel senso degli appelli e la mobilitazione permanente. Nei suoi romanzi tutto finora si è svolto nel segno di questa figura, molto meridionale, di una parte del meridione. Sono del fascistone i cliché che fanno Montalbano consolatorio. I luoghi comuni: tutto è bello in Sicilia, gli sbirri sono un po’ scemi (in basso e in alto, i piantoni e i questori), la politica è bugiarda e ladra, la mafia strana, le donne infide, e c’è pure la svedese, facile. Il lieto fine. I ruoli notabilari. L’immutabilità soddisfatta. Tutto peraltro realistico. Molto. Sicuramente più del tutto mafioso, e più produttivo. Ma in un quadro di compiaciuta stabilità. Che questo Montalbano abbia stufato il suo scrittore preferito, Camilleri, è possibile: lo scrittore ora si diverte con la vena civile. Aveva smentito Calvino, che sempre a Sciascia, a proposito di “A ciascuno il suo”, aveva stabilito “l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. Ora non più – Calvino ha sempre ragione, per un autore della vena civile.
La vena civile è l’improbabile Resistenza. Da tempo Montalbano ha virato al politicamente corretto, tratta gli incidenti sul lavoro, la tratta degli immigrati e dei bambini, la Lega, l’omosessualità latente di Catarella, oltre alla gamma rituale degli antiberlusconismi. Anche Camilleri autobiografizza l’impegno, è quasi convinto di aver fatto la Resistenza, e ne è alfiere, contro la mafia e contro naturalmente Berlusconi. In compagnia di altri personaggi implausibili, Paolo Flores, Di Pietro, Travaglio, etc. Come in un quasiasi articolo di giornale.
L’impegno contro la mafia Camilleri sente stranamente alla Biagi. Stranamente per un siciliano, poiché magnifica Provenzano nei suoi pizzini. “Voi non sapete” è un libro contro la mafia, ma Provenzano sarà lusingato da un libro sui suoi pizzini. Non è il primo o il solo, bisogna darne atto a Camilleri. Ma Provenzano sarà lusingato in questa antologia mondadoriana del suo ruolo di prim’attore, in un libro di successo, orchestrato dal più grande siciliano sulla terra – Camilleri, che è uomo di teatro, lo sa. Una furbata editoriale ma non solo, poiché la firma l’autore più amato dagli italiani.
È un libro fastidioso. Volgare e indisponente. Provenzano è, col suo capo Riina, uno dei delinquenti più sanguinosi della storia mondiale. Ma qui è come La Fontaine, come lord Brummel. C’è perfino la mafia buona, quella “vecchia”. E il Capo della procura antimafia che vi certifica l’“assoluta sofferenza” di Provenzano ogni volta che ha dovuto ordinare un crimine, cioè ogni giorno – “dovuto”? Questa pubblicistica, che non è storia, non è antimafia, non è giustizia, ma fa tesoro della curiosità morbosa, non è niente di diverso dalla biografia di un pedofilo, uno stupratore, ogni altro delinquente abietto. Il mafioso ha un cervello semplificato: è rozzo. E nessun altro “significato” di cui valga la pena fare l’analisi. Provenzano è più notevole degli altri solo perché ha al suo attivo una quarantina di killeraggi. E quarantatré anni di finta latitanza, di cui non viene chiamato a rendere conto. Camilleri fa la semiotica dei suoi pizzini, gli appunti sgangherati con cui comunicava coi suoi affiliati. Come di un linguaggio superiore, analizzato con la stessa cura che si dedicherebbe a un’opera letteraria. Finendo per magnificare la mafia anche nel suo aspetto meno magnificabile, l’inarticolazione verbale, per analfabetismo o incapacità di argomentare - di uno che pure ha un figlio professore all'università di italiano, si vede che il crimine è incorreggibile. Una grande tristezza.
Si può aggiungere che Berlusconi, che Camilleri ultimamente chiama Berluscazzoni, è con Mondadori il suo editore principale. Che molto investe sullo scrittore e coraggiosamente ne valorizza ogni parola, compresi gli scarti, per tutti i lettori, dai Miti ai Meridiani che lo consacrano, ai Cd, ai Dvd, e al nuovo filone dei romanzi francesi, o dell’odor di femmina. E porrebbe un problema, a ogni resistente: come mai questo cazzone prende due voti su tre in Sicilia, da tempo ormai immemorabile. Ma non si può pretendere da Montalbano la soluzione di ogni rebus.
“Il tailleur grigio” è, come “La pensione Eva”, e la stessa favola di "Maruzza Musumeci", il sesso riportato al quotidiano. Di nuovo, nella formula del romanzo francese o di moeurs, c’è il colore: il rosa dell’adulterio è virato al nero – da qui il grigio del romanzo mondadoriano? Il romanzo francese in Italia è invenzione ormai secolare, tra Marco Praga, "La biondina", Ada Negri e Umberto Notari, o Guido da Verona, o Pitigrilli - se misurato sul Verga fiorentino anzi più che secolare, sono passati quasi centocinquant’anni. Anche se nobilitata quale letteratura Fine Secolo, di orizzontali, leonesse, allumeuses e altrettali finezze, e i Fine Secolo ormai sono due. Mentre la donna fatale resta nel novero di Hoffmann, o della letteratura delle androidi, che parte un po' prima, dalle "Misantrofile" di Révéroni de Saint-Cyr. E la sirena nel repertorio mediterraneo, fino all'Idrusa di Otranto che essa molto ricorda. Di diverso c’è, anche qui, l’italiano siculizzato di Montalbano, con cui Camilleri si racconta ora di preferenze le storie che va scrivendo - anche lei è diversa, benché l'aneddoto non sia nuovo, le corna in Sicilia: una moglie “Barbie”, che si anima in prossimità della morte di lui.
Questo italiano dialettizzato, con cui Camilleri raccoglie miriadi di lettori, sarà un fenomeno importante. Con tutto Bossi la Padania non ha avuto un ritorno di letteratura “nazionale”, né la Lombardia, né il Veneto. La Sicilia invece sì. Perché la Sicilia è una nazione, anche senza un Bossi. Anche di numero: tra siciliani dell’isola e siciliani del continente, per non contare quelli dei cinque continenti, fanno bene un popolo. I lombardi probabilmente sono di più, ma non esistono – si dice per dire: non esistono in letteratura. A parte quelli che sono siciliani. O pugliesi, o napoletani. La vera carica leghista – identitaria – è siciliana. Nel bene e nel male.
Nel bene la guida è Camilleri scrittore, che del dialetto ha elaborato una forma intermedia. Portando agli altri lettori, che sono pur sempre la maggioranza, un lessico comprensibile o, dove non lo è, subito tradotto, con la naturalezza teatrale, della scrittura parlata, introducendo cadenze nuove e sorprendenti. “Maruzza” è dialettale nel senso che Montalbano ha da tempo dimenticato, della specialità del tempo e del luogo, della caratterizzazione dei personaggi e delle cose. Con i profumi della terra, la terribilità del mare, per i terragni e non solo, le fantasie di un mondo senza parole. Perfino il “lavoro dei campi” Camilleri riesce a vivificare, la rimonda degli alberi, la bonifica del terreno, l’architettura del necessario. Si diverte anche, e fa divertire, colloquiando per proverbi (quanti proverbi sulle donne!), o magicamente in greco, con versi dell’“Odissea”, senza forzature.
Ma è una lingua d'autore e non un linguaggio - a meno che non sia quello borghese, della borghesia professionale, agrigentina, palermitana: contemporanea del leghismo ma ante Lega, è la lingua, questo italiano farcito di dialetto, delle borghesie meridionali dei medici, i farmacisti, e i baroni, per definizione nostalgici (le baronie siciliane, e più quelle imaginarie, desiderate, sono all'origine del più gran numero di memorie familiari, il genere dominante del tardo Novecento, che si prolunga in questo millennio, in italiano, francese, inglese e frange tedesche). Ma nemmeno questo si può dire del camillerismo.
La speciale lingua di Camilleri non è realistica, di personaggi e ceti che dicono l’italiano ma pensano in dialetto. Né è storica come avrebbe potuto, se Camilleri ha conquistato Milano meglio di Bossi. Prima di diventare insignificante, per incontinenza, è stata il siculo italianizzato alla D'Arrigo. Sì, ed è degno di nota: il siculo di Montalbano è quello del dimenticato autore di "Horcynus Horca", di cui ripete strutture sintattiche, fonemi e idiotismi, più che di Verga, e per niente di Pirandello, che pure è conterraneo di Camilleri, con analogo contrappunto umoristico di idioletti. Una lingua di fantasia, evcativa, sapiente anche, tra persone e vicende che alla lettura (e nei film del geniale Sironi) si presentano archetipiche, stagliate nel mito. Ma artificiosa.
Con un tocco giocoso che può giocare per antifrasi. Sorprendente cioè, lieve com'è e riderella, se i dialetti meridionali sono quelli di Corrado Alvaro, “piagati e grondanti sangue”. Un calco giocoso del terribilismo di Verga, di Pirandello, dei poeti dialettali, e delle cronache - che è anch’esso un calco, di maniera, la maniera della scrittura sociale. Ma liberatorio, meglio ancora che gli ambienti e le storie, per una volta non di mafia (Alvaro dice la lingua del Sud, “la parola magra e disadorna, acuta e dsperata, vestita di pelli e nutrita di locuste”, legata alla Passione, di Cristo).
Montalbano sarà stato l’altra Sicilia che a Calvino sfuggiva, questa quintessenza della nostra civiltà che sopravvive al genere mafioso, al genere editoriale, forse per caso.
Andrea Camilleri, Il campo del vasaio, Sellerio, pp. 285 €12
Voi non sapete, Mondadori, pp.216, € 17
Il colore del sole, Mondadori, pp.111, con 12 foto a colori, €6
Il tailleur grigio, Mondadori, pp.144, €16,50
Maruzza Musumeci, Sellerio, pp. 155, €10
La giustizia è potere
Il giudice Boccassini rifiuta la Procura di Verona perché non è assortita della Dda, la procura distrettuale antimafia. Forse che non potrebbe per questo perseguire la mafia? No, il Procuratore uscente Papalia ha ben meritato, oltre che per avere liberato il generale Dozier e bloccato la deriva terroristica della Lega, senza lasciare alcun delitto impunito (ai Ris), per aver estirpato ogni traffico di droga e altre appendici mafiose dalla città. Che forse non è tanto mafiosa da meritarsi una Dda. Ilde Boccassini non vuole Verona perché non le dà abbastanza lustro, questo è tutto.
La vicenda caratterizza soprattutto l’antimafia, che si è ridotta a essere esattamente quello che Sciascia paventava venti anni fa. Ma conferma anche che non c’è alcuno spirito di servizio, né quindi di verità, nella giustizia, solo un fatto di potere. Il Csm non punirà Ilde Boccassini per il rifiuto, ma le troverà una Procura con l’antimafia. L’antimafia serve al magistrato inquirente perché ha più mezzi e meno vincoli. Non per prendere i ladri, gli estortori, gli incendiari, gli spacciatori, che sono delinquenti contro la proprietà, materia familiare e privata. Per quello comunque basterebbero i carabinieri, non c’è bisogno della Dda. Questa serve per controllare il resto della società, alcuni politici, alcuni imprenditori, alcuni giornalisti, alcune società di calcio.
La vicenda caratterizza soprattutto l’antimafia, che si è ridotta a essere esattamente quello che Sciascia paventava venti anni fa. Ma conferma anche che non c’è alcuno spirito di servizio, né quindi di verità, nella giustizia, solo un fatto di potere. Il Csm non punirà Ilde Boccassini per il rifiuto, ma le troverà una Procura con l’antimafia. L’antimafia serve al magistrato inquirente perché ha più mezzi e meno vincoli. Non per prendere i ladri, gli estortori, gli incendiari, gli spacciatori, che sono delinquenti contro la proprietà, materia familiare e privata. Per quello comunque basterebbero i carabinieri, non c’è bisogno della Dda. Questa serve per controllare il resto della società, alcuni politici, alcuni imprenditori, alcuni giornalisti, alcune società di calcio.
La debolezza dell'euro forte
Almunia ha finalmente scoperto che l’euro a due volte il dollaro “non rispetta più i fondamentali dell’economia”. E anzi teme la “combinazione” tra il deficit Usa e i surplus asiatici. Non si finisce di stupirsi dell’Europa di Bruxelles. Sarà il commissario un compagno no global travestito? Ma non ha più l’età per negare la realtà. No, Almunia ha perfino scoperto che lo yuan cinese si nasconde troppo dietro il dollaro – una questione che per altri è vecchia di sei-sette anni. No, è che Bruxelles è proprio un altro mondo: chiuso, cupo, borioso, inerte.
Il dollaro che passa da 0,83 a 1,60 nella presidenza Bush. Il prezzo del petrolio che, nella stessa presidenza, non ha politicamente alcuna logica, se non quella monetaria: sfiancare l’euro, elevandolo a valori stratosferici. I tre quarti dell’economia mondiale che prosperano col dollaro, mentre incensano farisaicamente la fortezza euro. Il peggio di tutto è Almunia o l’Europa, che pretendono dall’America e dalla Cina una rivalutazione. Pretendono cioè che gli Usa e la Cina se le taglino. Altrimenti… Altrimenti che?
Il dollaro che passa da 0,83 a 1,60 nella presidenza Bush. Il prezzo del petrolio che, nella stessa presidenza, non ha politicamente alcuna logica, se non quella monetaria: sfiancare l’euro, elevandolo a valori stratosferici. I tre quarti dell’economia mondiale che prosperano col dollaro, mentre incensano farisaicamente la fortezza euro. Il peggio di tutto è Almunia o l’Europa, che pretendono dall’America e dalla Cina una rivalutazione. Pretendono cioè che gli Usa e la Cina se le taglino. Altrimenti… Altrimenti che?
La corruzione del calcio
Si piangono le Domeniche sportive, nel mentre che se ne celebra la storia: nessuno più le vede. E la colpa si dà alla tv a pagamento, che invece langue. Mentre è della cialtroneria, del calcio consegnato ai legulei – compresi, anche qui, i magistrati: dove non s’infileranno? Quelli delle mosse, o delle moviole: il difensore è in linea? c'è luce tra le gambre? e il pestone è davanti o di dietro? o ha toccato prima la palla? Nell’apparentemente rinverginita Calciopoli, dopo la riconquista del potere sportivo da parte della vecchia Dc, Petrucci, Abete, Matarrese, con i moralisti del tipo Borrelli e Guidirossi – ricordate la vergogna della celebrazione romana del Mondiale di Germania? Quella della squadra in essa intrappolata si toccava con mano in televisione.
Il calcio del resto è quello che è, che la Roma ben simboleggia opposta al Manchester United. Le uniche due squadre che avevano una gestione legale, Juventus e Fiorentina, sono state colpite nell’onore, e si rifanno strada a fatica in questo mondo supercorrotto. Dove l’Inter stravince con bilanci talmente aggrovigliati da lasciare a bocca aperta più dei gol di Ibrahimovic, dopo aver distrutto una diecina di grandi atleti italiani, Cannavaro, Pirlo, Toldo, Materazzi eccetera, con un presidente che liberamente dà dello “stronzo!” all’arbitro, per alcuni secondi di recupero in più, o in meno. Molti soldi del resto non ci sono e bisogna arrabbattarsi. La Roma e la Lazio non possono spendere un euro, il nuovo padrone Profumo non lo consente. Gli altri vivacchiano, sperando di fare il colpo nei vivai sudamericani e africani. Visto da fuori, fa paura. Ma i giornalisti sportivi, che dovrebbero essere le vittime delle Domeniche senza pubblico, se la godono allegri: per loro il calcio è un optional?
Il calcio del resto è quello che è, che la Roma ben simboleggia opposta al Manchester United. Le uniche due squadre che avevano una gestione legale, Juventus e Fiorentina, sono state colpite nell’onore, e si rifanno strada a fatica in questo mondo supercorrotto. Dove l’Inter stravince con bilanci talmente aggrovigliati da lasciare a bocca aperta più dei gol di Ibrahimovic, dopo aver distrutto una diecina di grandi atleti italiani, Cannavaro, Pirlo, Toldo, Materazzi eccetera, con un presidente che liberamente dà dello “stronzo!” all’arbitro, per alcuni secondi di recupero in più, o in meno. Molti soldi del resto non ci sono e bisogna arrabbattarsi. La Roma e la Lazio non possono spendere un euro, il nuovo padrone Profumo non lo consente. Gli altri vivacchiano, sperando di fare il colpo nei vivai sudamericani e africani. Visto da fuori, fa paura. Ma i giornalisti sportivi, che dovrebbero essere le vittime delle Domeniche senza pubblico, se la godono allegri: per loro il calcio è un optional?
L'anti-politica è politica furba
L’anti-politica di Grillo è politica. Promuove la raccolta di voti, le candidature, le liste. È politica furba, come quella di Di Pietro, furbo dichiarato. È politichicchia, che tutti gli altri vuole maneggioni e corrotti mentre Grillo – e Di Pietro – vuole equo, intelligente, sempre, uno che ha tutte le soluzioni, che per definizione sono le migliori e anzi definitive. È una furbizia che si rivolge peraltro ai furbi, a tutti quelli che non sanno di che parlano ma si vogliono più onesti, intelligenti, capaci, e anzi risolutivi.
L’anti-politica è - dovrebbe essere - la via del distacco. Una superiore serenità di fronte agli affari e alla storia. Una sorte di zen socratico, la saggezza di chi sa di non sapere. Perciò senza albagia, e senza disprezzo della politica, come di ogni altra azione umana. Questa naturalmente è filosofia. Ma l’anti-politica di Grillo è disgustosa anche senza filosofia. O no, è malinconica. È il segno di dove una cultura – un’epoca, una storia – debole può condurre, una democrazia malintesa, un’informazione ridotta al gossip, gestita dalle veline, pagata dalla audience. E una politica dell’immagine.
L’anti-politica è - dovrebbe essere - la via del distacco. Una superiore serenità di fronte agli affari e alla storia. Una sorte di zen socratico, la saggezza di chi sa di non sapere. Perciò senza albagia, e senza disprezzo della politica, come di ogni altra azione umana. Questa naturalmente è filosofia. Ma l’anti-politica di Grillo è disgustosa anche senza filosofia. O no, è malinconica. È il segno di dove una cultura – un’epoca, una storia – debole può condurre, una democrazia malintesa, un’informazione ridotta al gossip, gestita dalle veline, pagata dalla audience. E una politica dell’immagine.
mercoledì 9 aprile 2008
Niente paura, le elezioni le perde Veltroni
Niente paura, le elezioni le perde solo Veltroni: non c’è rassegnazione in Prodi, c’è una malcelata soddisfazione. Di vedere Veltroni andare incontro alla disfatta, e con lui l’ex Pci, che stava monopolizzando il Partito democratico, di cui il Professore è l’ideatore e si ritiene l’interprete. Le elezioni improvvise ribaltano la prospettiva del Pd, da iniziativa vincente a sicuro sconfitto, e a chi vive di solo potere la cosa non piace più - non c'è compassione tra le persone pie. Il silenzio dei Dc in questa pazzesca campagna elettorale - suicida - è fragoroso. Non c’è amore tra le due componenti del Pd, e anzi c’è rancore. I residui Dc sono coscienti di dovere alla disciplina ex Pci , al senso di gruppo e di appartenenza del residuo centralismo democratico, il posto in Parlamento in gran numero, molti di più di quando c'era la Dc. Ma sospettano sempre.
“Strane elezioni, senza battaglia” titola il professor Sartori. È stata una campagna elettorale assurda, come la caduta del governo che l’ha generata, una vera commedia degli equivoci. Una campagna debole, se si vuole, da età dell’acquario o del gossip, dello shopping, della happy hour. C’è stato di peggio, se Cicciolina è stata deputato della Repubblica, primo eletto dei radicali a Roma. Ma era un caso. Ora la commedia dilaga. A quattro giorni dalle elezioni non si saprebbe dire per chi si vota: la politica non si trova, nemmeno a cercarla nelle pieghe, è un deserto, seppure popolate di belle ragazze. È dunque una campagna irripetibile, e va ricordata. Ma per il Pd.
Uno dei due schieramenti corre per perdere, il partito di Veltroni. Che si immolaa una causa persa, come già Rutelli nel 2001, ma ora con tutta la sua neonata creatura. Non senza hIumour, seppure involontario. La capolista a Roma Marianna Madia, presentata personalmente da Veltroni, dichiara: “Ho una straordinaria inesperienza politica”. Mentre il suo capo rifiuta i socialisti, che bene o male valgono uno e forse due milioni di voti. Con l’effetto che, se i socialisti non ce la fanno da soli, martedì l’Italia sarà il solo paese europeo a non avere rappresentanza nell’Internazionale. Non contento,Veltroni li diffama da Vespa affabile, e il soviet della Rai impedisce loro di difendersi, Annunziata, Santoro, Riotta.
Veltroni solo si è alleati i diepietristi, che ormai sono un partito di antipatizzanti. E non si libera del Pd campano: si proclama nuovo e radicale e si tiene gli assurdi, se non corrotti, amministratori di Napoli e dintorni. Capolista a Napoli è le seconda bellezza Pina Picierno, una demitiana scelta per non candidare De Mita. Picierno si è laureata con una tesi sullo stile oratorio del politico irpino. Il quale, escluso dalle liste, si è offeso e minaccia di rifondare la Dc. Non si accontenta del risarcimento, la candidatura, nel Pd, del figlio Giuseppe, ex addetto stampa della Lazio, la squadra di calcio, nonché proprietario di una Ferrari.
Perché Prodi lo vuole dannato, ognuno lo può capire, seppure a malincuore. Ma Veltroni, perché vuole perdere? Per dimostrare di essere la sola sinistra di governo? Ma dopo la sconfitta il Pd si sfascerà. Con la generosa Madia, e la dottoressa Picierno, e altre pupille analoghe, il Pd non può fare nemmeno l’opposizione. Forse Veltroni, pur antipatizzante socialista, non conosce i democristiani, la metà del suo partito. Il modello Bettini, o modello Roma, non è esportabile: nella capitale i Dc marciano perché è la sola maniera per loro di partecipare comunque agli affari, non così in Sicilia, Veneto, Lombardia, Impania, Toscana, Calabria.
Avremo avuto un candidato progressista che si atteggia a baronetto inglese in America, la testa nel Connecticut i piedi nel Tennessee. E il programma intitola “Yes, we can”, che non dice nulla a nessuno. Credendosi ancora nel Pci di Togliatti: nomina le puledre senatrici, e i vecchi politicanti mette in berlina - senza sapere che sono democristiani e non picisti, e gliela faranno pagare, senz’altro.
Non è la sola stranezza della campagna elettorale. Che sarà ricordata come la campagna Longanesi. “Italia, in piedi!”, suona Veltroni, “Rialzati Italia!”, risponde Berlusconi. Mentre Firenze lancia lo slogan “Mendicanti in piedi!” Il titolo di Longanesi cui tutto si ispira fa “In piedi e seduti”, è più comodo. Baccini e Tabacci formano un partito. Che ha subito adesioni montezemoliane, di quelli che non hanno mai lavorato, della Rai e dei giornali di Lor Signori. Sembrano la novità della stagione, l’ennesimo partito anti Berlusconi nella vasta area di centro. Per un paio di giorni, poi scompaiono. Senza spiegazioni, senza curiosità. Pare siano tornati con Casini. Casini non vuole la concorrenza di Pizza, Amato lo accontenta.
Mauro Ceruti, buon cattolico, preside di Scienza della formazione a Bergamo, responsabile dell’Area Sapere del Pd, sarà un cascame di linguaggio sovietico?, si proclama grande scienziato, e sostiene la propria candidatura con un manifesto scritto da lui stesso a cui noti intellettuali europei avrebbero apposto la firma. È la sindrome Verdiglione? Anche lui si faceva sponsorizzare da intellettuali d'oltralpe. Calearo, il paraindustriale padovano punta di diamante dell’imprendoria democratica, nonché sicuro deputato, si augura che l’Alitalia fallisca. Caldarola, che non ha fatto i tre mandati, ma presiede l’associazione parlamentare Amici d’Israele, non è candidato per essere amico d’Israele. Anche Umberto Ranieri. A favore del Pd solo l’“Economist” e il temibile Scalfari. L’“Economist” preannuncia che darà le pagelle ai candidati italiani. Fa un convegno per preannunciare la sua classifica – pagato dal Pd? Scalfari predice alla Annunziata che Veltroni vincerà: “Ho acquisito la sensazione che c’è un trend secondo cui gli indecisi in maggioranza, attorno al 40-45 per cento, si stanno orientando verso il Pd”.
Non ci sono argomenti, in questa improvvisata campagna elettorale, se non ridire le scemenze che Berlusconi mette in circolo per occupare gli spazi: Ciarrapico dà scandalo, che prenderà, forse, i voti di Fiuggi, Bossi che imbraccia il fucile, le donne che è meglio che siano belle, i presidenti della Repubblica che sono tutti di sinistra – questo è vero. Dopo quindici anni Veltroni scopre la delegificazione di Urbani e Tremonti, e promette di cancellare il primo giorno di governo cinquemila leggi inutili. È un passo indietro rispetto al vecchio Pci, che arrivava alle cose con dieci anni di ritardo. Ma soprattutto è intempestivo: negli stessi giorni di marzo mezza Italia, quella governata dal Pd, è stata angosciata dalle bollette. Acqua, gas, luce, telefono, tutti vogliono avere certificazioni catastali accuratissime, minacciando pene di duemila euro e oltre (bruscolini evidentemente, per Visco che le ha imposte…). Non una certificazione per tutte, ma ognuna una sua certificazione specifica, l’acqua per esempio può chiedere il foglio e la particella, l’elettricità invece, o il gas, vuole il foglio e il mappale – saranno la stessa cosa?
Dal 27 marzo bisogna inoltre disporre, all’improvviso, di una certificazione di sicurezza di tutto, la luce, il gas, il televisore, l’acqua, il water, il condizionatore, le chiusure automatiche, il parafulmine. In proprio e come condominio. A opera di un apposito ordine di tecnici che ancora dev’essere istituito. A un costo di qualche migliaio di euro, oltre a molte giornate di patemi. Una trovata del buon Bersani, fiore all’occhiello, liberalizzatore e delegificatore, di Veltroni. Fino ad ora uno pensava: saranno comunisti, come li vuole Berlusconi, ma non sono scemi. Ora si capisce perché lavorano per Berlusconi.
Alle passate elezioni, appena due anni fa, c’erano sui banchi delle Feltrinelli più di cinquanta, forse sessanta, libri anti Berlusconi. Sono scomparsi. Il genere è in disuso? È il riflesso togliattiano del Pd, gli ex diessini, che si apprestano alla Grande Coalizione? Ci sono invece, non nella stessa proporzione, una diecina, i libri sulle caste, che sono i pilastri della sinistra: la casta politica capostipite, e quella dei giudici, dei sindacati, dei giornalisti, degli speculatori - non dei banchieri, quella stranamente manca, anche se molti scrittori di denuncia devono loro lo stipendio.
“Strane elezioni, senza battaglia” titola il professor Sartori. È stata una campagna elettorale assurda, come la caduta del governo che l’ha generata, una vera commedia degli equivoci. Una campagna debole, se si vuole, da età dell’acquario o del gossip, dello shopping, della happy hour. C’è stato di peggio, se Cicciolina è stata deputato della Repubblica, primo eletto dei radicali a Roma. Ma era un caso. Ora la commedia dilaga. A quattro giorni dalle elezioni non si saprebbe dire per chi si vota: la politica non si trova, nemmeno a cercarla nelle pieghe, è un deserto, seppure popolate di belle ragazze. È dunque una campagna irripetibile, e va ricordata. Ma per il Pd.
Uno dei due schieramenti corre per perdere, il partito di Veltroni. Che si immolaa una causa persa, come già Rutelli nel 2001, ma ora con tutta la sua neonata creatura. Non senza hIumour, seppure involontario. La capolista a Roma Marianna Madia, presentata personalmente da Veltroni, dichiara: “Ho una straordinaria inesperienza politica”. Mentre il suo capo rifiuta i socialisti, che bene o male valgono uno e forse due milioni di voti. Con l’effetto che, se i socialisti non ce la fanno da soli, martedì l’Italia sarà il solo paese europeo a non avere rappresentanza nell’Internazionale. Non contento,Veltroni li diffama da Vespa affabile, e il soviet della Rai impedisce loro di difendersi, Annunziata, Santoro, Riotta.
Veltroni solo si è alleati i diepietristi, che ormai sono un partito di antipatizzanti. E non si libera del Pd campano: si proclama nuovo e radicale e si tiene gli assurdi, se non corrotti, amministratori di Napoli e dintorni. Capolista a Napoli è le seconda bellezza Pina Picierno, una demitiana scelta per non candidare De Mita. Picierno si è laureata con una tesi sullo stile oratorio del politico irpino. Il quale, escluso dalle liste, si è offeso e minaccia di rifondare la Dc. Non si accontenta del risarcimento, la candidatura, nel Pd, del figlio Giuseppe, ex addetto stampa della Lazio, la squadra di calcio, nonché proprietario di una Ferrari.
Perché Prodi lo vuole dannato, ognuno lo può capire, seppure a malincuore. Ma Veltroni, perché vuole perdere? Per dimostrare di essere la sola sinistra di governo? Ma dopo la sconfitta il Pd si sfascerà. Con la generosa Madia, e la dottoressa Picierno, e altre pupille analoghe, il Pd non può fare nemmeno l’opposizione. Forse Veltroni, pur antipatizzante socialista, non conosce i democristiani, la metà del suo partito. Il modello Bettini, o modello Roma, non è esportabile: nella capitale i Dc marciano perché è la sola maniera per loro di partecipare comunque agli affari, non così in Sicilia, Veneto, Lombardia, Impania, Toscana, Calabria.
Avremo avuto un candidato progressista che si atteggia a baronetto inglese in America, la testa nel Connecticut i piedi nel Tennessee. E il programma intitola “Yes, we can”, che non dice nulla a nessuno. Credendosi ancora nel Pci di Togliatti: nomina le puledre senatrici, e i vecchi politicanti mette in berlina - senza sapere che sono democristiani e non picisti, e gliela faranno pagare, senz’altro.
Non è la sola stranezza della campagna elettorale. Che sarà ricordata come la campagna Longanesi. “Italia, in piedi!”, suona Veltroni, “Rialzati Italia!”, risponde Berlusconi. Mentre Firenze lancia lo slogan “Mendicanti in piedi!” Il titolo di Longanesi cui tutto si ispira fa “In piedi e seduti”, è più comodo. Baccini e Tabacci formano un partito. Che ha subito adesioni montezemoliane, di quelli che non hanno mai lavorato, della Rai e dei giornali di Lor Signori. Sembrano la novità della stagione, l’ennesimo partito anti Berlusconi nella vasta area di centro. Per un paio di giorni, poi scompaiono. Senza spiegazioni, senza curiosità. Pare siano tornati con Casini. Casini non vuole la concorrenza di Pizza, Amato lo accontenta.
Mauro Ceruti, buon cattolico, preside di Scienza della formazione a Bergamo, responsabile dell’Area Sapere del Pd, sarà un cascame di linguaggio sovietico?, si proclama grande scienziato, e sostiene la propria candidatura con un manifesto scritto da lui stesso a cui noti intellettuali europei avrebbero apposto la firma. È la sindrome Verdiglione? Anche lui si faceva sponsorizzare da intellettuali d'oltralpe. Calearo, il paraindustriale padovano punta di diamante dell’imprendoria democratica, nonché sicuro deputato, si augura che l’Alitalia fallisca. Caldarola, che non ha fatto i tre mandati, ma presiede l’associazione parlamentare Amici d’Israele, non è candidato per essere amico d’Israele. Anche Umberto Ranieri. A favore del Pd solo l’“Economist” e il temibile Scalfari. L’“Economist” preannuncia che darà le pagelle ai candidati italiani. Fa un convegno per preannunciare la sua classifica – pagato dal Pd? Scalfari predice alla Annunziata che Veltroni vincerà: “Ho acquisito la sensazione che c’è un trend secondo cui gli indecisi in maggioranza, attorno al 40-45 per cento, si stanno orientando verso il Pd”.
Non ci sono argomenti, in questa improvvisata campagna elettorale, se non ridire le scemenze che Berlusconi mette in circolo per occupare gli spazi: Ciarrapico dà scandalo, che prenderà, forse, i voti di Fiuggi, Bossi che imbraccia il fucile, le donne che è meglio che siano belle, i presidenti della Repubblica che sono tutti di sinistra – questo è vero. Dopo quindici anni Veltroni scopre la delegificazione di Urbani e Tremonti, e promette di cancellare il primo giorno di governo cinquemila leggi inutili. È un passo indietro rispetto al vecchio Pci, che arrivava alle cose con dieci anni di ritardo. Ma soprattutto è intempestivo: negli stessi giorni di marzo mezza Italia, quella governata dal Pd, è stata angosciata dalle bollette. Acqua, gas, luce, telefono, tutti vogliono avere certificazioni catastali accuratissime, minacciando pene di duemila euro e oltre (bruscolini evidentemente, per Visco che le ha imposte…). Non una certificazione per tutte, ma ognuna una sua certificazione specifica, l’acqua per esempio può chiedere il foglio e la particella, l’elettricità invece, o il gas, vuole il foglio e il mappale – saranno la stessa cosa?
Dal 27 marzo bisogna inoltre disporre, all’improvviso, di una certificazione di sicurezza di tutto, la luce, il gas, il televisore, l’acqua, il water, il condizionatore, le chiusure automatiche, il parafulmine. In proprio e come condominio. A opera di un apposito ordine di tecnici che ancora dev’essere istituito. A un costo di qualche migliaio di euro, oltre a molte giornate di patemi. Una trovata del buon Bersani, fiore all’occhiello, liberalizzatore e delegificatore, di Veltroni. Fino ad ora uno pensava: saranno comunisti, come li vuole Berlusconi, ma non sono scemi. Ora si capisce perché lavorano per Berlusconi.
Alle passate elezioni, appena due anni fa, c’erano sui banchi delle Feltrinelli più di cinquanta, forse sessanta, libri anti Berlusconi. Sono scomparsi. Il genere è in disuso? È il riflesso togliattiano del Pd, gli ex diessini, che si apprestano alla Grande Coalizione? Ci sono invece, non nella stessa proporzione, una diecina, i libri sulle caste, che sono i pilastri della sinistra: la casta politica capostipite, e quella dei giudici, dei sindacati, dei giornalisti, degli speculatori - non dei banchieri, quella stranamente manca, anche se molti scrittori di denuncia devono loro lo stipendio.
Il dollaro è sempre re
Le banche online offrono conti correnti in dollari, ai residenti italiani. Conti non remunerati, in una valuta sempre più debole, che tuttavia proliferano. Per fare trading su Wall Street, beninteso, ma non solo: si comprano dollari perché presto si apprezzeranno. Nel complesso gli investitori privati diffidano: all’ultima asta, il 12 marzo, le Treasury Notes Usa non hanno trovato acquirenti privati.
Un anno prima l’afflusso netto degli investitori privati era stato di 466 miliardi di dollari. E nel quarto trimestre del 2007 ancora di 195 miliardi. La decisa flessione dei tassi imposta dalla Fed per sostenere l’economia e allentare la crisi di Borsa e dei mutui ha reso gli investimenti non più convenienti. La Fed ha portato il tasso base in otto mesi, da aluglio 2007, dal 5,25 al 2,25 nominale attuale. Ma i rendimenti di bond e notes sono una cosa, il dollaro un’altra. Malgrado tutto. Malgrado la recessione in atto, e la politica dei bassi tassi, il dollaro rimane re. Nella facile aspettativa che conviene rimpinzarsene perché il guadagno è sicuro, già a breve termine.
I fondamentali dell’economia internazionale non sono stati scalfiti dalla crisi. La recessione americana sarà di breve durata e di lieve entità grazie alla tenuta del sistema globale. Che va sempre avanti a tassi sostenuti. E coincide col dollaro. Mario Margiocco ha documentato sul “Sole” di domenica la tenuta della globalizzazione, o del sistema dollaro: i fondi sovrani comprano dollari, le banche centrali asiatiche e latinoamericane pure. Le banche centrali e i fondi sovrani acquistano dollari al ritmo di 70-80 miliardi di dollari ogni mese, quindi 900 nel corso di questo 2008 pure infelice. Le banche centrali avevano a fine 2007 riserve per l’equivalente di 6,4 biliardi di dollari, quattro volte le riserve di dieci prima. Di cui 4 biliardi, il 64 per cento, in dollari, e in euro solo l’equivalente di 1,66 biliardi di dollari. Ancora nel 2007, a crisi finanziaria aperta, le nuove riserve delle banche centrali, pari a 1,33 biliardi di dollari, erano denominate in dollari per circa un biliardo.
Il resto del mondo non condivide la rigida politica malthusiana dell’Europa. Che peraltro non contrasta l’inflazione e anzi la aggrava. L’inflazione da Stato. Della burocrazia invadente e …… Della rigidità monetaria che da Maastricht regola l’Europa. Una camicia di forza che non protegge l’Europa dall’inflazione, che è molto superiore a quella registrata compiacentemente da Eurostat, e anzi è una della sue cause, col petrolio e il caro lavoro.
Un anno prima l’afflusso netto degli investitori privati era stato di 466 miliardi di dollari. E nel quarto trimestre del 2007 ancora di 195 miliardi. La decisa flessione dei tassi imposta dalla Fed per sostenere l’economia e allentare la crisi di Borsa e dei mutui ha reso gli investimenti non più convenienti. La Fed ha portato il tasso base in otto mesi, da aluglio 2007, dal 5,25 al 2,25 nominale attuale. Ma i rendimenti di bond e notes sono una cosa, il dollaro un’altra. Malgrado tutto. Malgrado la recessione in atto, e la politica dei bassi tassi, il dollaro rimane re. Nella facile aspettativa che conviene rimpinzarsene perché il guadagno è sicuro, già a breve termine.
I fondamentali dell’economia internazionale non sono stati scalfiti dalla crisi. La recessione americana sarà di breve durata e di lieve entità grazie alla tenuta del sistema globale. Che va sempre avanti a tassi sostenuti. E coincide col dollaro. Mario Margiocco ha documentato sul “Sole” di domenica la tenuta della globalizzazione, o del sistema dollaro: i fondi sovrani comprano dollari, le banche centrali asiatiche e latinoamericane pure. Le banche centrali e i fondi sovrani acquistano dollari al ritmo di 70-80 miliardi di dollari ogni mese, quindi 900 nel corso di questo 2008 pure infelice. Le banche centrali avevano a fine 2007 riserve per l’equivalente di 6,4 biliardi di dollari, quattro volte le riserve di dieci prima. Di cui 4 biliardi, il 64 per cento, in dollari, e in euro solo l’equivalente di 1,66 biliardi di dollari. Ancora nel 2007, a crisi finanziaria aperta, le nuove riserve delle banche centrali, pari a 1,33 biliardi di dollari, erano denominate in dollari per circa un biliardo.
Il resto del mondo non condivide la rigida politica malthusiana dell’Europa. Che peraltro non contrasta l’inflazione e anzi la aggrava. L’inflazione da Stato. Della burocrazia invadente e …… Della rigidità monetaria che da Maastricht regola l’Europa. Una camicia di forza che non protegge l’Europa dall’inflazione, che è molto superiore a quella registrata compiacentemente da Eurostat, e anzi è una della sue cause, col petrolio e il caro lavoro.
Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush
Dopo le presidenziali e l’uscita di Bush il barile di petrolio dimezzerà di prezzo, attorno ai 60 dollari. Mentre il dollaro dimezzerà la penalizzazione sull’euro, salendo verso quota 130. Cominciano a corroborarsi di cifre e analisi fra i centri studi Usa le ipotesi politiche sull’andamento dei mercati energetico e monetario dopo l’uscita di scena di George W.Bush, o del partito dei texani, dei petrolieri. La triplice confluenza sul caro-petrolio che ha caratterizzato la seconda presidenza Bush, una produzione limitata di greggio Opec, la speculazione a termine, e la rincorsa dei paesi Opec sul dollaro debole, dovrebbe cessare col 2008. Questa politica, a beneficio dell’industria americana dell’energia (e di Putin, il nemico\amico di Bush, che vende il petrolio e gas con contratti a medio-lungo termine, a prezzi denominati in dollari, ma con indici in euro), colpirà nel prosieguo dell’anno l’economia americana diventando infine insostenibile.
Questo lo schema che sottende le diverse analisi. Il sistema globale creato dagli Usa continuerà a finanziare l’economia americana, ma il caro energia provoca inflazione, la recessione in corso indebolirà ulteriormente il dollaro, e l’afflusso degli investimenti privati dall’estero scenderà verso lo zero. Dando per scontato il superamento della crisi finanziaria dei mutui, la Fed tornerà nel secondo semestre ai tassi alti, il dollaro si rafforzerà, i capitali privati riaffluiranno, insomma una spirale al consolidamento si avvierà. Compresa la stabilizzazione dei prezzi folli dell’energia.
Questo lo schema che sottende le diverse analisi. Il sistema globale creato dagli Usa continuerà a finanziare l’economia americana, ma il caro energia provoca inflazione, la recessione in corso indebolirà ulteriormente il dollaro, e l’afflusso degli investimenti privati dall’estero scenderà verso lo zero. Dando per scontato il superamento della crisi finanziaria dei mutui, la Fed tornerà nel secondo semestre ai tassi alti, il dollaro si rafforzerà, i capitali privati riaffluiranno, insomma una spirale al consolidamento si avvierà. Compresa la stabilizzazione dei prezzi folli dell’energia.
domenica 6 aprile 2008
Riotta verso "la Repubblica"
Nel prevedibile rimescolamento degli incarichi alla Rai dopo le elezioni, la via d’uscita di Riotta è verso “Repubblica” e non più verso il “Corriere”. Il “Corriere” è stato il giornale in cui Riotta è cresciuto e alla cui direzione sembrava predestinato, anche per la dichiarata stanchezza dell’attuale direttore Mieli. Ma anche la Rcs si sta preparando al dopo-elezioni, e la versatilità di Mieli, che comunque si garantisce con un ottimo giornalismo, è ritenuto un asset di cui non privarsi. Nella sua gestione del Tg 1 Riotta invece ha stabilito ottimi rapporti con Carlo De Benedetti, il proprietario di “Repubblica”. Che ama in vecchiaia il suo mestiere di editore più che di padrone. Intende esercitarne il ruolo, come ha già dimostrato portando un personaggio della qualità di Scalfari fuori dal giornale. E sta cercando un rinnovamento della formula, che faccia uscire il quotidiano romano fuori dalla fossilizzazione veltroniana.
In questo quadrio De Benedetti ha avuto con i suoi collaboratori parole di elogio per il direttore del Tg1. Riotta è stato portato alla Rai da Prodi, e De Benedetti anche politicamente vuole ristabilire il suo asse privilegiato col presidente uscente del consiglio. E' un momento di stanca per i grandi quotidiani della sinistra, in calo di vendite e perfino di diffusione. Di cui gli editori hanno il sospetto che la colpa sia della loro eccessiva politicizzazione, e del politicamente corretto che condiziona anche lealtre parti del giornale. Da qui la ricerca di una "nuova generazione" di direttori.
In questo quadrio De Benedetti ha avuto con i suoi collaboratori parole di elogio per il direttore del Tg1. Riotta è stato portato alla Rai da Prodi, e De Benedetti anche politicamente vuole ristabilire il suo asse privilegiato col presidente uscente del consiglio. E' un momento di stanca per i grandi quotidiani della sinistra, in calo di vendite e perfino di diffusione. Di cui gli editori hanno il sospetto che la colpa sia della loro eccessiva politicizzazione, e del politicamente corretto che condiziona anche lealtre parti del giornale. Da qui la ricerca di una "nuova generazione" di direttori.
Profumo di uscita
Le Fondazioni del Nord padrone di Unicredit non sono contente di Profumo. Non è una novità: sempre le Fondazioni si sono lamentate del loro amministratore delegato. Delle cui capacità però non hanno mai potuto privarsi. Dopo la fusione con la tedesca Hvb la posizione di Profumo sembra perfino inattaccabile, poiché è il referente unico dell’intera operazione. E tuttavia sono in molti a ritenere la sua più che decennale esperienza a Unicredit conclusa. Le sue posizioni politiche, tra Bertinotti e D’Alema, contrastano con quelle dei suoi soci, e questo è il motivo principale di contrasto. Anche perché sono esibite, quasi che il manager pensasse a un futuro politico. Ma tornano pure le vecchie contestazioni. Profuno non sa valorizzare le partecipazioni importanti nell’establishment finanziario, da Mediobanca a Generali e al “Corriere”. La sua continua espansione non produce le ricche cedole che sarebbero possibili. Uncredit starebbe perdendo il radicamento nel territorio delle diverse banche acquisite, nel retail no, ma nel segmento affari sì, che è il più redditizio, ed è praticamente assente dal credto al consumo, altro lucroso segmento. A Profumo viene addebitata anche l’unica operazione intra moenia dal punto di vista politico, dell’ortodossia confessionale: l’acquisto di Capitalia-Banca di Roma, di difficile digestione. Dopo le elezioni il problema Banco di Sicilia si riaprirà, con Lombardo alla presidenza dell’isola, e Profumo ha già mostrato di non saper capire o circuire le esigenze territoaili del Banco stesso. Ci sono perfino i nomi dei manager che potrebbero prenderne il posto: Pietro Modiano, che è stato a lungo direttore generale di Unicredit, e Matteo Arpe, l’ex ad di Capitalia.
Il socialismo degli speculatori
Quali che siano le perdite finali delle banche Usa, di Ubs e delle banche inglesi alla fine dei conti, 50 o 500 miliardi, sono già il settore più assistito dalla finanza pubblica, sia in Inghilterra che negli Usa. Il finanziamento pubblico alla speculazione era ancora da vedere nella storia, ma questo è ora successo, e di più, secondo tutti i pareri, succederà. Cambiata è sicuramente l’ottica: in altra epoca si sarebbe detto “senza vergogna”, ora si dice “proteggere il mercato”. Da se stesso. Coi soldi dei contribuenti: la finanza è l’onore del mondo e bisogna pagare.
Socializzare le perdite si diceva un tempo – i finanzieri dicevano – con orrore, oggi lo slogan è “socializzare la speculazione”. In Inghilterra si è arrivati a socializzare le perdite della Northern Rock, lasciando agli azionisti la polpa buona della stessa banca. La crisi del 2007-2008 non sarà stata un altro ’29 perché i consumi malgrado tutto non sono crollati e non c’è disoccupazione. E questo grazie alla globalizzazione, che peraltro certa sinistra erige a suo nemico. Allo sviluppo dell’Asia, immenso continente dalla Turchia all’Indonesia, con i suoi fondi sovrani che ritengono loro dovere salvare la stessa globalizzazione. Mentre va sotto silenzio la doppia catastrofe, del liberalismo fiducioso nella mano provvidenziale di Adam Smith, e del socialismo che il mito assistenziale e redistributivo argomentava nel nome dell’uguaglianza. A meno che la Provvidenza di Smith con sia l’uguaglianza dei profittatori. Ma è un’epoca senza argomenti, non c’è neppure da ridere.
Socializzare le perdite si diceva un tempo – i finanzieri dicevano – con orrore, oggi lo slogan è “socializzare la speculazione”. In Inghilterra si è arrivati a socializzare le perdite della Northern Rock, lasciando agli azionisti la polpa buona della stessa banca. La crisi del 2007-2008 non sarà stata un altro ’29 perché i consumi malgrado tutto non sono crollati e non c’è disoccupazione. E questo grazie alla globalizzazione, che peraltro certa sinistra erige a suo nemico. Allo sviluppo dell’Asia, immenso continente dalla Turchia all’Indonesia, con i suoi fondi sovrani che ritengono loro dovere salvare la stessa globalizzazione. Mentre va sotto silenzio la doppia catastrofe, del liberalismo fiducioso nella mano provvidenziale di Adam Smith, e del socialismo che il mito assistenziale e redistributivo argomentava nel nome dell’uguaglianza. A meno che la Provvidenza di Smith con sia l’uguaglianza dei profittatori. Ma è un’epoca senza argomenti, non c’è neppure da ridere.
venerdì 4 aprile 2008
Az, il sindacato suicida per Uolter
Ha messo il sindacato a nudo, e ha aperto una falla che potrebbe travolgerlo per molti anni: il soggetto è il sindacato stesso. La sciocca mossa di Epifani, il leader della Cgil, e della Cisl dell’anti-Prodi Bonanni, a favore di sir Uolter ha scatenato la giusta ira di un’azienda che dal sindacato è stata ridotta in macerie. L’Alitalia è potenzialmente ricchissima, ma se deve mantenere la sede a Roma mentre opera da Milano, o se deve avere tre steward in volo invece di uno, non può che perdere un milione di euro al giorno. Questo Air France lo sa, e ora Spinetta scenderà a prendersene le macerie, invocato come un santo. Ma non finirà con l’ovvia cessione di Az a Af, compratore unico, e per molti aspetti anche benemerito.
Un sindacato che si è sempre disinteressato delle condizioni del lavoro, perfino della sicurezza. Che non sa fare i contratti del pubblico impiego quando al governo c’è il vecchio compromesso storico. Che si muove su Az solo quando Berlusconi interviene, per tamponarlo in qualche modo a favore di Veltroni. E non sa fare altro che immettere Fintecna, cioè il carrozzone politico vecchio stampo, nella proprietà di Az. È un sindacato che il vetero giornalismo che ci governa difende già con affanno, i padroni non hanno più argomenti in suo favore. È profezia doverosa che, dopo Az, non rappresenterà più nessuno. Nemmeno più i pensionati, che da un quindicennio erano diventati il suo pilastro, ma ai quali non riesce a dare più nemmeno il carovita. Gli restano i pensionabili, coloro che vogliono andare in pensione a 57 o 58 anni, ma sono sempre meno. Sotto i trent’anni non ci sono più iscritti al sindacato, solo pochi operai, alcune diecine di migliaia in tutto.
Un sindacato che si è sempre disinteressato delle condizioni del lavoro, perfino della sicurezza. Che non sa fare i contratti del pubblico impiego quando al governo c’è il vecchio compromesso storico. Che si muove su Az solo quando Berlusconi interviene, per tamponarlo in qualche modo a favore di Veltroni. E non sa fare altro che immettere Fintecna, cioè il carrozzone politico vecchio stampo, nella proprietà di Az. È un sindacato che il vetero giornalismo che ci governa difende già con affanno, i padroni non hanno più argomenti in suo favore. È profezia doverosa che, dopo Az, non rappresenterà più nessuno. Nemmeno più i pensionati, che da un quindicennio erano diventati il suo pilastro, ma ai quali non riesce a dare più nemmeno il carovita. Gli restano i pensionabili, coloro che vogliono andare in pensione a 57 o 58 anni, ma sono sempre meno. Sotto i trent’anni non ci sono più iscritti al sindacato, solo pochi operai, alcune diecine di migliaia in tutto.
mercoledì 2 aprile 2008
Radio Tirana risorge a "Report"
Ottimo giornalismo televisivo, d’immagini, personaggi, ambienti, a “Report” di domenica su Rai Tre. Anche l’argomento era appassionante: dove sono finiti i soldi della 488, la legge che per un quindicennio ha favorito gli investimenti al Sud. Parlavano corrotti e moralisti, a riprova che al Sud non c’è omertà, ma semmai il contrario, troppe parole al vento. Si vedevano fabbriche mai entrate in funzione. Fisionomie marcate segnavano le immagini come in una commedia dell’arte, tanto più per essere reali e non inventate. Sembrava il giornalismo di “Samarcanda”, così raro nelle nostre tv. Perfino una semplice manifestazione elettorale in Sicilia, con Cuffaro e Mannino protagonisti, di quelle che si fanno ogni giorno a diecine, sembrava cinema del miglior Kusturica. Il tutto imbalsamato nell’ortodossia picista, che si dice togliattiana ma è puro sovietismo. Declamato nel tono stentoreo di radio Tirana, di cui la produttrice e speakerina del programma è figurazione attendibile. Puro cinema di Ejzenštejn. Non fosse stato per la povera piaggeria che caratterizza la rete.
Tutto è stato messo in conto alla Calabria, e al trapanese: l’incapacità, lo spreco, la cottuttela. Senza specificare che sono due aree limitate rispetto alla proiezione della 488. Senza specificare che gli sprechi sono una quota di nemmeno il 5 per cento delle risorse della 488. Senza mai riconoscere il coraggio civico degli interlocutori. Accuratamente tenendo fuori amministratori e imprenditori compagni. L’eccellente informatore di Trapani è nettissimo sulle responsabilità politiche, ma “Report” solo indaga su Cuffaro, che non c’entra. Con pistolotto finale della fiera conduttrice, e voce finalmente cantante, in omaggio all’eccellente ministro Bersani, che tanta ignominia ha cancellato – ha cancellato la 488, niente sussidi al Sud. Settanta, ottanta, anni dopo Stalin tutto ciò è sembrato povero, anzi indigente. Ma a distanza di qualche giorno anche il quadro si riscatta: questa Rai Tre, giù mummificata, sarà un’eccellente riserva di fonti per la storia.
Tutto è stato messo in conto alla Calabria, e al trapanese: l’incapacità, lo spreco, la cottuttela. Senza specificare che sono due aree limitate rispetto alla proiezione della 488. Senza specificare che gli sprechi sono una quota di nemmeno il 5 per cento delle risorse della 488. Senza mai riconoscere il coraggio civico degli interlocutori. Accuratamente tenendo fuori amministratori e imprenditori compagni. L’eccellente informatore di Trapani è nettissimo sulle responsabilità politiche, ma “Report” solo indaga su Cuffaro, che non c’entra. Con pistolotto finale della fiera conduttrice, e voce finalmente cantante, in omaggio all’eccellente ministro Bersani, che tanta ignominia ha cancellato – ha cancellato la 488, niente sussidi al Sud. Settanta, ottanta, anni dopo Stalin tutto ciò è sembrato povero, anzi indigente. Ma a distanza di qualche giorno anche il quadro si riscatta: questa Rai Tre, giù mummificata, sarà un’eccellente riserva di fonti per la storia.
Az tra corruzione e speculazione
Quando bisognerà spiegare l’Italia di fine millennio, lo storico del futuro avrà in Alitalia l’exemplum e la prova. Il candidato dell’opposizione in queste elezioni aveva nella gestione di Alitalia un siluro perfetto contro il governo, il cui capo è all’origine di tutte le disavventure della compagnia: l’aumento di capitale irrisorio del 1996, il siluramento del buon manager Cempella per sostituirlo con l’incompetente Mengozzi, e poi, attraverso l’opposizione, col suo altro poulain Cimoli, la vendita con una finta asta che ha allontanato ogni compratore, eccetto quello predestinato, Air France. E invece il capo dell’opposizione che fa? Propone una cordata d’acquisto che non c’è. Una cordata che, coi soldi che dovrebbe mettere, si sarebbe potuta comprare tutta Air France, spiega Giovanni Colonna sul “Manifesto” (“con 1,6 miliardi di euro di capitale di rischio si può ottenere un prestito da qualsiasi banca nel mondo e, oggi, una somma del genere, 2,6 miliardi, è sufficiente a comprare sul mercato la maggioranza delle azioni Air France…”). Nelle more, il capo dell’opposizione scatena una piccola speculazione al rialzo – piccola per modo di dire, sono stati messi da parte in due giorni un centinaio di milioni.
Bene, si dirà: quell’uomo è un affarista, e non poteva fare che questo. Ma la Consob e la magistratura, che sono pagate per vigilare contro la speculazione, che è un reato, non si sono mosse. E il capo dell’opposizione, che è anche un furbo, non avrà pensato di poter meglio vincere le elezioni non attaccando il capo del governo? Per assurdo che sia, spera di vincere le elezioni col sostegno, certo surrettizio, di quet’uomo, che pure sostiene il partito avverso, e anzi in certo modo ne è il capo. Perché anche il capo del governo dimissionario vuole avere un futuro, quale capo dello Stato.
Meno contorta, anzi ordinaria amministrazione, ma non meno singolare, la vicenda della cordata "nazionale" messa su da Intesa. Dall'amministratore delegato della prima banca, Passera. Mentreil presidente Salza non solo si tira fuori: "Inutile tirarci per la giacchetta, peggio, contare sl nostro slenzio-assenso". Ma è del netto parere che non si può fare una cordata per salvare Malpensa: "Sono convinto che l'Italia possa avere un solo hub, e questo è Fiumicino".
La corruzione non manca. Ma, in tanta incompetenza, è marginale. C’è il Mengozzi che diventa consulente del compratore unico Air France, lo stesso che è amico del capo del governo ed era amministratore di Alitalia. C’è il ministro delegato alla vendita che s’intrattiene in colloqui riservati col compratore unico Air France. C’è il capo della Cisl Bonanni, amico del capo del governo, che lo accusa nientemeno che di interesse privato nella vendita.
Poi c’è Milano. Malpensa è l’opera pubblica più costosa e inutile dell’Italia, trent’anni di denaro pubblico versato nel pozzo, ma Milano vuole che sia un grande aeroporto, uno dei più grandi d’Europa. Non per il conforto dei milanesi, che scappano a prendere l’aereo ovunque eccetto che a Malpensa, ma perché Milano è Milano. Con corteo di banchieri, opinionisti, grandi giornali, e con un supporto elettorale sempre consistente dei milanesi stessi – il leghismo è uno stato d’animo, come il razzismo. Inutile rimproverare ai condottieri di Malpensa, alla Regione, alle provincie di Milano e di Varese, ai sindaci delle due città, che in dodici ani non hanno saputo nemmeno fare un'autostrada e una linea ferroviaria diretta con Malpensa. Farci arrivare il gas è stata opera titanica: i comuni attraversati hanno imposto ogni sorta di taglia.
E poi c'è il sindacato. Che scopre Alitalia dopo che l'ha scoperta Berlusconi. Se ne occupa solo per bilanciare Berlusconi, facendo qualcosa per il partito Democratico. E propone la proprietà di Fintecna, l'ultimo carrozzone politico rimasto. Non sembra vero, ma lo è.
Bene, si dirà: quell’uomo è un affarista, e non poteva fare che questo. Ma la Consob e la magistratura, che sono pagate per vigilare contro la speculazione, che è un reato, non si sono mosse. E il capo dell’opposizione, che è anche un furbo, non avrà pensato di poter meglio vincere le elezioni non attaccando il capo del governo? Per assurdo che sia, spera di vincere le elezioni col sostegno, certo surrettizio, di quet’uomo, che pure sostiene il partito avverso, e anzi in certo modo ne è il capo. Perché anche il capo del governo dimissionario vuole avere un futuro, quale capo dello Stato.
Meno contorta, anzi ordinaria amministrazione, ma non meno singolare, la vicenda della cordata "nazionale" messa su da Intesa. Dall'amministratore delegato della prima banca, Passera. Mentreil presidente Salza non solo si tira fuori: "Inutile tirarci per la giacchetta, peggio, contare sl nostro slenzio-assenso". Ma è del netto parere che non si può fare una cordata per salvare Malpensa: "Sono convinto che l'Italia possa avere un solo hub, e questo è Fiumicino".
La corruzione non manca. Ma, in tanta incompetenza, è marginale. C’è il Mengozzi che diventa consulente del compratore unico Air France, lo stesso che è amico del capo del governo ed era amministratore di Alitalia. C’è il ministro delegato alla vendita che s’intrattiene in colloqui riservati col compratore unico Air France. C’è il capo della Cisl Bonanni, amico del capo del governo, che lo accusa nientemeno che di interesse privato nella vendita.
Poi c’è Milano. Malpensa è l’opera pubblica più costosa e inutile dell’Italia, trent’anni di denaro pubblico versato nel pozzo, ma Milano vuole che sia un grande aeroporto, uno dei più grandi d’Europa. Non per il conforto dei milanesi, che scappano a prendere l’aereo ovunque eccetto che a Malpensa, ma perché Milano è Milano. Con corteo di banchieri, opinionisti, grandi giornali, e con un supporto elettorale sempre consistente dei milanesi stessi – il leghismo è uno stato d’animo, come il razzismo. Inutile rimproverare ai condottieri di Malpensa, alla Regione, alle provincie di Milano e di Varese, ai sindaci delle due città, che in dodici ani non hanno saputo nemmeno fare un'autostrada e una linea ferroviaria diretta con Malpensa. Farci arrivare il gas è stata opera titanica: i comuni attraversati hanno imposto ogni sorta di taglia.
E poi c'è il sindacato. Che scopre Alitalia dopo che l'ha scoperta Berlusconi. Se ne occupa solo per bilanciare Berlusconi, facendo qualcosa per il partito Democratico. E propone la proprietà di Fintecna, l'ultimo carrozzone politico rimasto. Non sembra vero, ma lo è.
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