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venerdì 16 maggio 2008

Il mondo com'è (9)

Borghesia – Quella italiana tipicamente si nega. Per il peccato originale, la manomorta. Che se non è peccato è fonte tuttavia di cattiva coscienza, per l’arricchimento facile e un tantino illecito. Cattiva coscienza non nei confronti della chiesa – anche: non è lecito escludere dallo Stato i due terzi, o siano pure solo i due quarti, della popolazione – ma del Risorgimento, che si affermava con i profittatori. Non per questo tuttavia si ritrae, è anzi battagliera. Si afferma pretendo di negarsi. E' un tratto costante, negarsi per essere. I borghesi di Marcel Proust sono ridicoli, ma lo scrittore se ne fa il cantore malinconico in quanto snob, borghese che si nega. C’è però qualcosa di più nella borghesia nazionale, la vantaggiosa deprecazione. Oppure il grande silenzio, l’afasia sociale. In ciascuna delle sue eminenti caratterizzazioni: borghesia del denaro, manageriale, intellettuale, istituzionale. Si suole anzi dire, lo dicono i borghesi buoni, che in Italia non c'è borghesia. Un senso di mancanza che, bisogna riconoscerlo, viene da un’idea escatologica della borghesia, sempre idealizzata in Italia, classe etica se mai ce ne sono. Anche dagli scrittori e dai politici che, da destra o da sinistra, fanno professione di fede antiborghese. Etica nel senso di interprete del buono e del giusto. La classe dotata dell’etica della responsabilità, si dice occhieggiando a Max Weber. Il che è molto borghese. Si dice perfino che la borghesia non ci può essere perché l’Italia non è protestante, tirando sempre in ballo l’incolpevole Weber. Per protestante s’intende, chissà perché, socialmente responsabile. Il male è antico. Già nel Mille, ricorda Gioacchino Volpe, “schiere di funzionari vescovili, vicedomini, viceconti, avvocati”, nonché lo stesso clero, carico di mogli, amanti, figli, passavano “come una bufera sul patrimonio ecclesiastico, patrimonio di tutti”, a ogni vacanza, del canonico, del vescovo, del cardinale – ne nacquero le repubbliche cittadine, di chi viveva del proprio lavoro, i briganti, poi principi, e le eresie. Oggi naturalmente è diverso, e nell'epoca della comunicazione, dovendo dichiararsi, la borghesia si nega accusando. Nel dopoguerra si è servita della reazione antifascista laica, cristallizzatasi con l’azionismo sul deficit morale della società italiana - italiana e quindi cattolica: il Mille rovesciato. Ma poi i deprecatori sono generalmente proustiani, sedotti da quella borghesia cattolicheggiante - snob e compiacente, per nulla rigorosa - che Proust ha tratteggiato. Quanto all’etica, si vogliono “sottilmente coscienti e riccamente responsabili” come Henry James voleva i suoi personaggi - per un'innocua ambizione estetica. “Borghesi”, insomma. Ma vengono da lontano. La borghesia è una di quelle cose che tipicamente non c'è, essendo una categoria sociologica, ma agisce. In Italia ha anche il vezzo di negarsi, e non solo perché le sub-culture dominanti, la cattolica e la totalitaria, gliene fanno una colpa. Borghese è chi si applica a moltiplicare il reddito, mettendo a frutto le rendite e le conoscenze, che anch'esse fanno patrimonio. In questo senso l'Italia è perfino il paese più borghese d'Europa, poiché ha più padroncini, piccoli e grandi, con il demone del rischio, e uno spirito d’impresa più radicato. Ma in Italia si nega politicamente. Da sinistra com’è giusto, com’è da aspettarsi. E da destra. Per una tradizione reazionaria corposa, da ultimo con Papini e Prezzolini, Mussolini, Longanesi, Montanelli, tutti molto borghesi, per la quale la borghesia è informe, inerte, incapace di governarsi e di governare. Questo negarsi è molto borghese nell'autocertificazione di integrità che esso implica, e nelle conseguenti esclusioni: i ricchi sono ladri, gli industriali non leggono, neppure il giornale, gli intellettuali sono servi. La deprecazione è strumento retorico notabilare, da borghesia magisteriale. È un vezzo, forse un difetto, ma non fa male. La borghesia è “clase discutidora”, diceva Donoso Cortès, il teorico liberale dell’altro secolo di un paese, la Spagna, che ha inventato la parola ma non ha conosciuto il liberalismo. La definizione è velenosa: la borghesia trasferisce la politica nel discorso - nella stampa cioè e nel Parlamento, nell’opinione pubblica – perché è mediocre e insicura. Ma in quanto discutidora la borghesia non è dannosa. Sotto questo aspetto è anzi “la classe della libertà di parola e di stampa”, come riconosce un filosofo della politica dichiaratamente antipatizzante, Carl Schmitt. Diverso è l’effetto dell’autoreferenzialità. Delle fazioni, che intorbidano gli eventi e le conoscenze. Sia all’interno dei gruppi, fra protagonisti che si eleggono e si difendono vicendevolmente, sia all'esterno: da una parte nell'area di rispetto che essa genera fra i poteri costituiti, dall’altra nel disprezzo signoriale rovesciato su clienti, lettori, sindacati, dipendenti, risparmiatori. Queste borghesia che si presenta virtuosamente come una diminutio, una negazione, è in realtà una mascherata, anche violenta. Non è così dove, in Gran Bretagna e negli Usa, la borghesia si sa, e si riconosce, da sempre legata agli affari. Lì governa senza camuffarsi. I primi saggi sulla proprietà, che sono del Locke, ne fanno un diritto naturale senza speciali connotazioni etiche. Di negazione in negazione si arriva al punto: la borghesia non sa farsi classe di governo. Da una parte il ceto medio informe, dall’altra i poteri forti, così viene semplificato l’assetto di comando della società. Contro il senso comune e ogni evidenza. Poteri forti è formula giornalistica, mediata dalle mani forti del gergo di Borsa, che sono gli operatori in grado d’influenzare surrettiziamente le quotazioni. Ma questi poteri, che ci sono e talvolta sono organizzati in piccoli gruppi, sono naturalmente essi stessi borghesia. Operano coi meccanismi della concorrenza monopolistica, spesso elidendosi tra di loro. Si integrano in una struttura oligarchica ma non permanente e nemmeno stabile. I poteri sono forti nella disinformazione, e ovviamente nella finanza, dove gli affari si fanno a spese di qualcun altro. Sono nelle professioni e nelle istituzioni, attraverso il nepotismo e il baronato. Si sono moltiplicati con il ritorno della funzione notabilare in politica, dopo il fallimento dei partiti di massa e delle istituzioni democratiche costituzionali, il Parlamento in primo luogo. L'ideologia dell’“esperto” e del “tecnico” ha sfondato nel mercato politico come in quello economico. Spiega la facile identificazione del potere giudiziario con la giustizia. Si ritrova nel ritorno del manager a scapito dell'imprenditore. Tecnocrazia e tecnostruttura, che avrebbero dovuto essere protagoniste della “Rivoluzione dei tecnici” (“The Managerial Revolution”) di James Burnham negli anni 1940, ritornano sotto la specie ancora più antica, hegeliana, della “classe universale”, buona a tutti gli usi perché è buona in sé, - buona perché non politica, cioè non democratica. Crisi - Luca di Montezemolo, quando era ancora presidente della Confindustria, e trattava Berlusconi da furbetto del quartierino, ha scritto una lettera-manifesto a “Repubblica”, per deprecare d’acchito: “Credo anch’io che la crisi del nostro spirito repubblicano chiami in causa tutto il cosiddetto establishment del paese”. Lui escluso naturalmente. E questa la caratteristica principale dell’establishment italiano, o classe dirigente, o società civile, o borghesia. Dunque, lo “spirito repubblicano” è in crisi. L’Italia è monarchica? O è in crisi lo spirito democratico? L’Italia è per l’uomo forte? O non sono in crisi le istituzioni repubblicane, il governo, il Parlamento, la giustizia, i tre ordini monesquieviani del famoso Stato? Ma non sono in crisi da ora, purtroppo. Erano in crisi già poco dopo l’adozione, negli anni Cinquanta. “L’autunno della Repubblica” è un titolo di Scalfari degli anni 1960. Scalfari che dello spirito repubblicano si può dire per più aspetti vestale: questione morale, borghesia illuminata o società civile, e il sapere prima del potere, o governo dei tecnici. Leggendo Salvemini, vestale numero uno, era in crisi anche prima, prima del fascismo e dell’ultima guerra d’indipendenza. La crisi è della borghesia italiana, che si nega. La crisi è di una certa cultura, il laicismo, che a lungo si è voluta prevalente, in Italia e nelle condizioni del progresso, salvo scoprirsi poi succube, una subcultura, tra le due culture dominanti, la confessionale e la rivoluzionaria o totalitaria, non indegna di esserne schiacciata, tanto era sparuta e ancillare - vestale, se non pontefice, lo stesso Scalfari, in ossequio al Compromesso Storico. Ma la crisi c’era già prima, naturalmente. Tutti corrotti, il re di Napoli, che aveva un secolo d'illuminismo, il duca di Modena e Reggio, e perfino quelli di Parma e Piacenza, Massa e Carrara, benché fossero tedeschi, madre e figlio, o il granduca di Toscana. Tutti reazionari, incapaci, arretrati. Di Fronte ai Savoia, figurarsi. E si può andare anche più indietro: la crisi è la deprecazione savonaroliana. Ma a tratti anche machiavelliana. Insomma, toscana. Che però divenne nazionale quando i lombardi s’impadronirono del toscano. E insomma è manzoniana. La crisi è dei “Promessi sposi”. Il senso della crisi è ritornante ai cambi di secolo – poi la curva, verso il centro del secolo, risale, anche a grandi altezze, per poi ridiscendere - e più ancora quindi di millennio. C’è insomma una ciclicità della crisi. Mensile col lunario, annuale con le stagioni, quinque-decennale con l’economia, periodica con le stelle, siamo ora nell’età dell’acquario?, millenaria col clima, la grande umidità con la grande siccità della Bibbia e del romanzo “Orlando”, geologica, astrale. Sapendo che, se non si muore, sempre si risale, la curva è sinusoidale. Anche l’Italia quindi è periodicamente malata. Oggi lo è un po’ di più perché è vittima indifesa della depressione europea. 

Indipendenza – L’esperienza mostra ricorrente nel Terzo mondo un pattern molto distinto: le società e gli Stati deperiscono, talvolta mortalmente, man mano che si allontanano dalle ex madrepatrie, dai modelli culturali coloniali, e si nazionalizzano. I casi dell’Uganda civilissimo di Milton Obote, dissolto da Idi Amin, o del Kenya di Kenyatta e Tom ‘Mboya rispetto ai tribali successori, o di Mugabe nelle sue due incarnazioni, di leader antirazzista anglofilo, e poi di despota indigenista che ha immiserito e disintegrato la Svizzera dell’Africa. Il Ghana superbo di ‘Nkrumah quarant’anni fa, senza paragone con la miseria economica e morale di oggi. L’ex Dahomey, che era la Sorbona dell’Africa, Il Senegal di Senghor, poeta e accademico francese, al confronto degli affaristi che poi l’hanno impoverito. La Costa d’Avorio di Houphouët-Boigny, deputato socialista francese, e quella dei suoi incapaci, tribali, suicidi successori. Talvolta il cambio è stato imposto dall’ex madrepatria, per motivi politici contingenti. Idi Amin, il fuciliere che sarà “cugino della regina”, fu espediente contro la sponda pericolosa di Obote all’Urss in Africa. Paesi sulla via dello sviluppo, comunque al ritmo dei tempi, sono stati disintegrati, talvolta anche territorialmente. Solo per essere passati dall’apparato del colonialismo e dell’imperialismo, con un’amministrazione, una costituzione e un sistema giudiziario all’indigenismo sregolato. Ciò è reazionario ma è vero. È reazionario da ogni punto di vista: è razzista, anche se non è solo africano, è antidemocratico, per quante connotazioni si possano imporre alla democrazia, è pessimista e regressivo. Ma è storico. Il pattern non emerge nelle società complesse, stratificate, a loro modo strutturate, quali l’Egitto o l’Algeria. Regge il Marocco, l’unico paese del Nord Africa con uno standard di vita quasi europeo, per l’integrazione, seppure ridotta, nel sistema globale della produzione, al passo coi tempi, perché la monarchia impone un sentiero europeo: detribalizzato, parlamentare, sindacale, con un forte controllo da parte dello Stato. Nel lungo periodo lo scehma invece si applica da tempo anche nelle repubbliche sudamericane. Non in Argentina o Brasile. Sì in quella, Messico in testa, Perù, Ecuador, e ora Venezuela e Bolivia, dove le élites criolle progressivamente lasciano il governo alle masse indigene. Il Perù ha il record mondiale della crescita continua da una dozzina d’anni, ma gli effetti nel paese non si vedono, la ricchezza vi si dissolve. 

Islam – È religione maschile, alla moschea, nella preghiera. I suoi pellegrinaggi sono avventurosi (mentre il cristianesimo è da un paio di secoli femminile: solo donne in chiesa, e pellegrinaggi all’insegna del beghinaggio, Fatima, Lourdes, Medjugorie, e perfino padre Pio). Per questo resta assertivo, militante.

giovedì 15 maggio 2008

Ma è una fiducia piena di sorprese

Non è vero che è andata liscia, anche questa fiducia ha le sue sorprese.
Che fine ha fatto Rosy Bindi?
Non c’è nell’organigramma del partito, non c’è nel governo ombra, non la invitano più in televisione. Nemmeno fugacemente, nemmeno alle dirette per il voto di fiducia. Era la concorrente di Veltroni alle primarie del partito Democratico, e ora non è più. È Rosy Bindi. Con lei è scomparso, proprio fisicamente, il vecchio ceto ex democristiano ex popolare, Marini, De Mita, Castagnetti, per la San Ginesio non dichiarata dei “giovani” Franceschini e Letta.
Vecchie e nuove trinità
La Trinità dell’antipolitica era costituita nel 2004, tra le dame dei girotondi, da Di Pietro con Nanni Moretti e Ochetto. Ora il santino è Di Pietro con Grillo e Travaglio. Tre facce in primo piano, gialline, un po’ torve. È affascinante pensare Moretti alla destra di Di Pietro. Sarà stato il suo ultimo film scherzoso.
Dall’emiciclo alla rotonda
Solo applausi per Berlusconi alle Camere. Con la giustificazione: “È un altro”. La bontà sarà la nuova virtù degli italiani, tra l’impoverimento, la xenofobia e la violenza montanti. Il libello contro i partiti di Simone Weil parla di passaggio “dall’emiciclo alla rotonda” per dire le collusioni parlamentari tra i diversi partiti per la comune sopravvivenza – la filosofa dice comune “totalitarismo”. Ma nel caso con un singolare contorno: fuori dell’abbraccio restano solo profittatori accalorati, un rancore che si può scambiare per ricatto.

"Repubblica" tra D'Avanzo e Travaglio

È lite dunque a “Repubblica” fra D’Avanzo e Travaglio su chi è più mafioso, se Schifani o lo stesso Travaglio. È il giornalismo di oggi, in cui si può dire tutto di tutti, anche mafioso, e se non si dice anzi non è buon giornalismo. E magari i due tra un anno si complimenteranno per essersi fatta pubblicità a vicenda. Non bisogna dunque preoccuparsi.
C'è però un problema per il lettore, che paga per questo. Non per essere informato ma per avere di questo sapido pettegolezzo. Perché è un problema? Per due motivi. Perché di saporito questi pettegolezzi non hanno nulla, si capisce che sempre meno gente compri i giornali. E perché “Repubblica” era nato per essere il miglior giornale italiano, e ancora se ne giova. Mentre il fondatore Scalfari continua la ricerca dell’Io, che chiama Dio. E la sua questione morale viene lasciata a giornalisti e collaboratori del “Borghese”. Che sono ottimi cronisti giudiziari, sono anzi quelli che sanno tutto. Ma per essere vicini, anche in vacanza, agli organi d’informazione che una volta si chiamavano sbirri.

"Rozzo!" "No, rozzo tu!", l'Europa Bovary

L'italianista polemista Seibt, nemico dello Spass, la società dell'effimero, dice sulla "Suedddeutsche Zeitung" che, signora mia, non c'è più religione. "Che ci arriva dall'Italia?", si chiede, e si risponde: "Grossolanità" ("Per Lessing gli italiani erano mosconi, che si nutrivano dei cadaveri degli antichi romani...", questo è solo l'inizio ). Sì, ma dalla Germania cosa arriva all'Italia? Giusto Schumacher, in una quindicina d'anni, uno che parla inglese, sta in Svizzera, e quando vince è come quando perde, un baccalà. E dalla Francia, cosa arriva più da Parigi all'Italia, e alla stessa Germania? "L'Italia non ha più un ruolo in Europa", dice lo storico Seibt. Perché, la Germania ce l'ha? L'Europa ce l'ha?
Gli scambi di complimenti non sono una novità. "Rozzi nell'animo", il titolo della "Sueddeutsche", si deve, pare, a Rudolf Borchardt. Uno cioè che visse tra Pisa e Lucca, tradusse la "Commedia" in antico tedesco, e fu ucciso dai tedeschi nell'occupazione. Ma ora sono arma politica, e culturale. Neppure il papa tedesco ha riportato l'Italia nel cuore della Germania. Anche se l'altra autorità antitaliana citata da Seibt, lo scrittore Mosebach, si distingue nell'elogio della messa tridentina restaurata da Benedetto XVI, esaltandola anzi in un libro promettente, che la religione vuole ancorata alla liturgia più che alla rivelazione. E a questo punto va detta l'evidenza: un certo laicismo non ama l'Italia e tenta d'isolarla. Invece si chiedersi perché si è ridotto praticamente e rapidamente a roba da giardino zoologico, specie che presto andrà protetta.
Dalla Spagna, dove questo laicismo è invece trionfante, così gli piace pensarsi, le bordate sono peraltro feroci da ridere. La vice presidente del consiglio spagnola si fa fare una domanda da un giornalista compagno e si risponde: “Noi non siamo razzisti come gli italiani”. Basta guardarla e uno capisce. La Spagna che importa in Europa compiacente tutti i sudamericani che vogliono, soprattutto i borsaioli e i pusher, e ne deporta ogni anno trenta-quarantamila, contro i trenta-quaranta dell’Italia. Dopo avere eretto un muro attorno al Marocco spagnolo (c’è ancora un Marocco spagnolo… ), sparando su chi lo salta, come si faceva a Berlino.
Se l'Italia è il bersaglio di questo laicismo sbandato, un ruolo evidentemente ce l'ha. Ma è vero che l’europeismo, quando è vuoto, è un vizio - si capisce che ne siano patrone tante cortigiane oneste. E che oggi non c’è l’Italia in Europa. Non se si riflette alla demenza ormai imperversante a Bruxelles. Sotto tutti gli aspetti: una potenza che coltiva il suo orto come usava nelle fortezze assediate, anche se è aperta a tutti i venti, pensandosi migliore, come il professor Seibt e la vice presidente spagnola, personalmente e razionalmente, e meritevole di miglior compagnia. Andiamo a Antalya, o a Gerba, e guardiamola, non è un bello spettacolo questa Europa.
Suicida nella politica agricola
L’Europa limita le colture, anzi finanzia la non coltivazione (il maggese), e riduce la produzione di latte e di carne, in tempi di prezzi triplicati di cereali, legumi, latte, carne, e quasi di carestia. Per far guadagnare cifre astronomiche ai coltivatori francesi di granaglie, ai vaccai bavaresi e olandesi, ai porcilai bretoni. Un’agricoltura in cui, a fine 2007, dei 42 centesimi al litro incassati dal produttore di latte 25 andavano al cartone. Per produttore intendendosi Parmalat o Granarolo, non il bovaro (al supermercato lo stesso latte si pagava 1,60 euro!).
Succube degli Usa
Accucciata dietro la Germania, che dopo la sconfitta la politica estera considera una noia, l’Europa si professa pacifista e per il resto si affida agli Stati Uniti. Alla potenza cioè che odia. Non senza ragione, dacché tutte le direttrici di politica estera americana contro l’Europa: la globalizzazione con l’area del dollaro, l’Arco della Crisi o Medio Oriente (Palestina, Iraq, Afghanistan), il terrorismo islamico, acora di marca Usa in molti posti, il Pakistan, il Kossovo, il petrolio, la Russia, la World Trade Organization.Specie di fronte alla Russia e al Mediterraneo, alle minacce e alle enormi opportunità che i vicini le offrono, l’Europa chiude gli occhi. In cinquant’anni L'Unione europea non è riuscita a costruire un rapporto con Israele – e nemmeno con i Palestinesi. Non per la difesa, non per la pace, non per l’integrazione di questi mondi. Che sono i più occidentali e molto europei, per cultura e ambizioni, malgrado il radicamento ben orientale. O con il Libano, abbandonato a quindici anni di Siria e di guerra civile.Gli Usa hanno costruito la globalizzazione - l’apertura dei mercati, l’apertura delle Rete - per assicurarsi un’era di crescita costante a prezzi decrescenti. La Fortezza Europa, arcigna e piena di sé, aderisce a malincuore, anche se è sola al mondo nel rifiuto della globalizzazione, e s’impone l’impoverimento per poter continuare a vendere fuori dei suoi mercati protetti. S’impone disoccupazione, retribuzioni irrisorie e prezzi altri: il business europeo deve capitalizzare all’interno della Fortezza, per poter continuare a esistere nel mondo. I mercati protetti, che usualmente si limitano ai servizi, banca, gas, elettricità, acqua, posta, in Europa si estendono a tutto l’agroalimentare e alla cultura, cioè al 60-70 per cento della spesa. Da qui l’inflazione, che Eurostat non rileva accomodando gli indici, ma che è un fatto: chiunque viaggia, o anche solo compra su Amazon o e-Bay sa che c’è un abisso fra il costo della vita in Europa e nel resto del mondo.Difesa, mercati commerciali, mercati finanziari, moneta, energia, musica, cinema, abbigliamento, stili di vita, droghe, e ora perfino i vini e la cucina: l’Europa mummificata sopravvive all’ombra degli Usa, ne è anche protetta, e lo risente. Nelle questioni piccole e grandi il punto di vista europeo si precisa per divaricazione da quello americano, quale che sia. Non per un gioco di squadra, com’è stato in molti frangenti nella guerra fredda, in Medio Oriente per esempio per i palestinesi, con l’Urss per l’energia. Ma per una rivalsa, generica, generale, totale. Con una riserva ideologica – ma forse solo propagandistica: quella, per intendersi, per cui un presidente ridicolo e antieuropeo come Clinton è un’icona europea. Ma per il resto senza tregua: è un risentimento che non trascura nulla.Il bovarismo europeo è, senza saperlo, americano anch’esso. Tutta la voglia di vivere europea è quella di Whitman e Kerouac, il loro nichilismo epidermico: il culto del corpo, del sole, del sesso, dell’igiene, dell’atletismo. Dell’etica sterile del lasciarsi fare – con la differenza, certo, che Whitman e Kerouac sono letterati appassionati, iperprofessionali. L’America lo sa, e non ne tiene conto: dai tempi di Nixon e Kissinger l’Europa conta poco o nulla a Washington.
L’euro di ferro
Sarà, ammesso che duri, o sarà stata, la moneta più sterile che si ricordi, in questo senso una vera moneta di ferro. Asfittica, regressiva. Quante sciocchezze non si dicono e non si fanno a Bruxelles all’insegna del vangelo dell’economia, l’elenco sarebbe sterminato. L’euro è stato per l’Italia sedici anni di sacrifici di cui non si vede il vantaggio. Nemmeno in termini di costo della vita: i paesi che vivono col dollaro deprezzato hanno meno inflazione dell’Europa.
Più uguale degli altri
La politica industriale è la Fattoria degli animali di Orwell: alcuni sono più uguali degli altri. La Francia e la Germania. Germania e Francia fanno quello che vogliono (privatizzazioni? liberalizzazioni?), gli altri si beccano calci sui denti per episodi minimi come l’Alitalia. In Europa i formaggiai d’Inghilterra possono vendere un Parmeggix a metà prezzo, ma quelli di Lodi non possono fare il Cedarmed a un terzo.
Schiavista a pagamento
Al meglio, l’Europa è cieca nelle politiche dell’immigrazione. Limitate a Schengen, i controlli di polizia ai porti e agli aeroporti. Senza indirizzi di accoglienza e naturalizzazione per il suo cinque per cento di popolazione immigrata (6 per cento in Francia, per metà concentrata nella regione parigina, 9 per cento in Germania), e anzi con una crescente xenofobia. Con l’effetto, sotto gli occhi di tutti, della più grande tratta di esseri umani al mondo, nel Terzo millennio, la più cruenta, la più cinica. Nello schiavismo si veniva razziati, e poi mantenuti, gratis, per l’Europa il viaggio della morte si paga, da mille a cinquemila dollari, il reddito dell’aspettativa di vita in Africa o Asia, di un’intera famiglia. E dopo tutto questo se ne dice anche minacciata, minacciata dagli immigranti impoveriti, sradicati, annientati.
Tutto sarebbe semplice, in questa questione.
C’è bisogno del lavoro immigrato per la produzione, questo è certo: nell’edilizia, nei servizi al consumo, in fabbrica, e nell’agricoltura.Ce n’è meno bisogno nel commercio, dove l’immigrazione è più visibile, ma non del tutto: il turismo ne ha bisogno, e la stessa economia nazionale in una fase di crisi come questa, che non passa mai.C’è bisogno del lavoro immigrato nelle famiglie, anche questo è certo: di badanti per gli anziani e più ancora di collaboratrici domestiche, dove ci sono figli. Se si vuole accrescere come si dice la partecipazione delle donne al mercato del lavoro – l’alternativa è sacrificarle al lavoro casalingo.Un triplice bisogno cui risponde un’opinione xenofoba, anche questo è certo – seppure sia l’opinione dei media più che della popolazione. Per un fine forse recondito. Ma sicuramente a nessun effetto.C’è bisogno di più immigrati e non di meno. Immigrati riconosciuti, con una residenza e una posizione contributiva e fiscale. Il fine forse recondito della coartata xenofobia è di tenerli in clandestinità, e pagarli poco? E di consentire agli affittacamere introiti da capogiro? Ma questo non è l’interesse alla fine dei conti di nessuno, a parte i delinquenti che profittano della clandestinità, necessariamente pochi. Tanto più che, seppure clandestini, gli immigrati hanno diritto ai consumi primari e alla sanità.Non si vogliono delinquenti d’immigrazione, ma questo vale per gli immigrati come per ogni europeo: non si vogliono delinquenti.In uno scenario così chiaro, il problema è in realtà l’Europa, la sua indigenza. Non ha nessuna politica di accoglienza, a parte i Cpt. Non fa alfabetizzatone né alcun’altra forma di integrazione. Non ha trovato il tempo, in quindici anni ormai di forte immigrazione, nemmeno di attrezzare la Polizia, si vede nei commissariati e nei Centri appositi. Né, con tutta la dichiarata xenofobia, ha emanato una sola norma che combini le due esigenze, al lavoro immigrato e al controllo del lavoro immigrato. I flussi annui italiani, per regione di arrivo e per paese di provenienza, col primo clic che arriva via Internet, fanno ridere se non creassero tragedie - il clic è servito come autodenuncia (ora sappiamo quanto sono gli stranieri irregolari, almeno 600 mila). L’Europa poteva introdurre l’atto di richiamo, per cui il regolarizzato diventa garante del nuovo arrivato. Poteva aprire degli uffici del lavoro all’estero. Poteva attrezzare i consolati a vagliare le domande d’ingresso. Soluzioni nemmeno costose. Poteva e può farlo – oppure non può, congenitamente?
L'integrazione è difficile, l'esperienza lo mostra, a New York-Harlem da oltre un secolo, a Marsiglia e in molti quartieri di Londra da alcuni decenni. Ma non è un ragione valida per non fare almeno un primo passo, regolamentare.
Senza identità
L’Europa vive nell’irrealtà. Ricca come non mai, è sempre la più ricca del mondo, ma di un’intelligenza fanée. Ormai da un secolo, irrimediabile. Non ha passioni, se non dissolutrici. Né idee. Se non un laicismo che non è nemmeno buona massoneria, solo diavoleria. Che fa votare mozioni a favore dell’immigrazione islamica, fatalmente sradicata, a preferenza delle repubbliche ex sovietiche, dove sono cristiani. A fine aprile il gruppo Liberaldemocratico, cui il Pd si apparenta, ha tentato di assimilare le chiese alle lobbies… L’ultima volta che l’Europa fu qualcosa fu comunista.

I quindici anni perduti dell'Italia

Crescono le esportazioni malgrado il caro euro, c’è insomma competitività, ma a scapito del reddito disponibile. I profitti sono alti, anche in questi anni di crisi. Per le banche perfino nella loro crisi più grave dai primi anni1930. Ma le retribuzioni stagnano o latitano: l’Italia nel complesso s’impoverisce mentre il resto del mondo va avanti, con grandi balzi.
L’opinione corrente, Tremonti compreso, imputa l’impoverimento collettivo dell’Italia alla globalizzazione, all’arrivo del Terzo mondo alla sviluppo. Che col lavoro a un dollaro l’ora sarebbe imbattibile. Ma con un dollaro l’ora altri sanno competere gagliardi, dagli Usa alla Germania. La verità è che in Italia da tempo non s’investe. “Il cavallo non beve”, si diceva una volta. E non s’investe per un motivo noto, seppure trascurato: l’eccessivo costo del lavoro – il costo complessivo, non la retribuzione.
Una parte non a caso trascurata dalla stampa lo spiega nell’ultima Trimestrale di Padoa Schioppa, l’ex ministro dell’Economia: “Dal 2000 al 2007 la crescita dei salari reali in Italia è stata molto modesta: 0,7 per cento la media annua… Nel 2007 essa è risultata ancora più contenuta (0,2 per cento)”. Le retribuzioni sono ora troppo basse, benché l’Italia figuri nel G 7, i paesi più ricchi del mondo: “Secondo una recente pubblicazione dell’Ocse (“Taxing wages”, ottobre 2007), i livelli dei salari reali italiani sono inferiori a quelli degli altri paesi industrializzati. In una famiglia con un singolo percettore di reddito e due figli, nel 2007 il salario netto è inferiore del 15,9 per cento circa alla media Ocse, del 34 per cento circa rispetto alla Germania e del 17 per cento circa rispetto alla Francia”.
I lavoratori italiani sono gli ultimi. Perché la loro produttività è ferma: “La bassa crescita dei salari italiani è essenzialmente conseguenza della scarsa dinamica della produttività”, scesa dal 2,4 per cento annuo medio degli anni 1980 all’1,1 nella seconda metà degli anni 1990, e a zero negli anni Duemila, 2007 incluso. Mentre in parallelo è aumentato il costo del lavoro. Con retribuzioni in relativo calo il costo del lavoro è aumentato di più che in ogni altro paese dell’area euro, del 33,8 per cento contro una media del 21,6 negli anni 1999-2006, ed è stato pari alla media euro nel settore privato. L’esito è: “In presenza di una crescita molto modesta della produttività, l’aumento del costo del lavoro… va a incidere direttamente sulla competitività, e quindi sulle prospettive di crescita dell’economia, e in particolare su quelle dei redditi delle famiglie”. Un circolo vizioso di cui è noto l’innesco.
Il radicale smobilizzo del mercato del lavoro quindici anni fa, pur lasciando inalterato il famoso articolo 18 sull'impossibilità di licenziare, è la prima causa del lag tra costo del lavoro e retribuzioni. Gli ammortizzatori sociali con si sono coperti i quasi tre milioni di licenziamenti, tutti finiti in pre-pensionamenti, vanno spesati. Bisognerebbe prenderne atto, eliminando questa escrescenza, con un atto di finanza straordinaria. Ma non si può farlo per il vincolo europeo. Un secondo circolo vizioso si sovrappone al primo, costituendo a questo punto una rete soffocante.

martedì 13 maggio 2008

Eni nel mirino per l'oro perduto di Kashagan

Dietro l’annuncio dell’ennesimo rinvio per Kashagan c’è una morsa, che questa volta si potrebbe stringere, tra la Exxon e il governo kazaco per estromettere l’Eni dalla conduzione del consorzio. Il governo vuole raddoppiata, senza spesa, la propria quota nel consorzio di produzione, il gruppo americano vuole sostiturisi all'Eni per accelerare la messa in produzione. Ci sono problemi per mettere il giacimento in produzione, idrogeologici e logistici. Ma Kashagan è pur sempre il maggiore giacimento di petrolio esistente, che da solo può dare 55 milioni di tonnellate l’anno, poco meno del consumo dell’Italia. E la sua mancata produzione in questa stagione di prezzi altissimi del petrolio viene risentita dal governo kazaco e da alcuni partecipanti al consorzio come un semi-fallimento.
L’entrata in produzione, prevista per quest’anno, è stata rinviata un anno fa al 2001, facendo infuriare il governo kazaco e la altre compagnie della cordata Eni. Ora la scadenza è rinviata di altri due anni, al 2013. Il governo kazaco, isolato internazionalmente, non ha molta capacità di pressione. Ma nel corso del negoziato per il primo rinvio la Exxon aveva tentato di sopravanzare l’Eni. E ora si è riproposta.

L'Asia salva gli Usa dalla recessione

Dov’è finita la recessione americana? Era stata registrata quasi con giubilo, argomento perfino di talk show e rotocalchi. Una recessione non fa comodo a nessuno, ma a leggere i giornali italiani sembrava una vittoria e una vendetta: il governo americano diceva no, ma la sua economia, l’economia americana, era in recessione. Si trovano esperti per ogni verità, e comunque i presupposti non mancavano: la profondissima crisi bancaria dei mutui, il taglio del reddito spendibile, la debolezza degli investimenti. Ma per avere tecnicamente una recessione bisogna che per due trimestri di seguito il pil dminuisca. E questo non è avvenuto. Nemmeno per un trimestre.
Una corretta informazione economica avrebbe dovuto registrare anche questo fatto. Ma in Italia l’ideologia fa premio pure sulla cronaca nera, figurarsi quando è in gioco l’economia Usa. Che invece da qualche mese vede aumentare l’occupazione, la produzione, la produttività, e perfino i consumi, malgrado la crisi finanziaria. È la forza profonda della globalizzazione, o dell’area del dollaro. Con cui da un ventennio, dalle quattro modernizzazioni di Deng, l’America si tiene agganciata agli enormi tassi di sviluppo asiatici.

Alemanno virtuista e la voglia d'autorità

C'è una domanda di autorità, non c’è dubbio, nel voto alla Lega e, di più, ad Alemanno a Roma, l’ex duro del Fronte della Gioventù. Roma e l’Italia sono evidentemente preoccupati, e la materia non manca: il degrado, urbano, sociale, economico, l'insicurezza, l’avvenire assente. E il disordine amministrativo e politico da cui tutto ciò discende, unicamente. Sullo sfondo c’è la mitica e l’epica del fascismo, che i ponti, le strade e le scuole li fece, in poco tempo, e puliva i treni che faceva viaggiare. Insomma, tutti i discorsi che una volta si sentivano in treno, prima dei vagoni senza scompartimenti e i cellulari onnivori. Roma in particolare il fascismo aveva urbanizzato, con una visione pratica e d’avvenire, mentre la Repubblica non ci ha piantato un albero. E quella di sinistra, con le quattro sindacature di Rutelli e Veltroni, ha consegnato agli immobiliaristi, per valorizzarne le aree – con quale tornaconto? Alemanno invece fa i salti mortali per scrollarsi di dosso questa identità. Il “Sunday Times”, per tenere fede al giornalismo britannico, lo chiama ogni settimana Duce, e lui niente, si occupa solo d’inseguire il politicamente corretto - minaccia perfino di sfilare coi gay.
Lo vuole la politica dell’immagine, certo, bisogna fare i pulcinella. Ma l’immagine non è innocua. Alemanno è in pieno “ci sono e non ci sono” delle peggiori stagioni del peggiore malgoverno. E così i netturbini, che nelle settimane successive al voto popolavano le strade per spazzarle, la terza settimana non si sono visti più. Non ha fatto la giunta, benché Roma abbia problemi urgenti: le cartelle pazze, la vigilanza nelle periferie, la sanità, il bilancio. E si occupa del festival delle letterature, del festival del cinema, dell’Estate romana. Non di pulizia. Non di strade senza buche, non così tante. Né di trasporti pubblici. O di progettazione della città. Magari seguendo gli interessi dei costruttori, ma con juicio, come il Buonanima rinnegato.

Simone contro i partiti (comunisti)

Non è il libretto – bianco, nell’occasione – ante litteram del “vaffa”. La verità del saggio, pubblicato postumo nel 1950 e poi accantonato nelle riedizioni di Simone Weil, la dice André Breton nella nota introduttiva di questa edizione, un articolo pubblicato allora da “Combat”, il giornale di Camus. “Combat” fu una delle poche voci che il sovietismo, imperante in Francia per un ventennio dopo la guerra, non sovrastò. O con più durezza il filosofo Alain, maestro di S.Weil, nella nota che la conclude: “Di cosa si tratta (nell’articolo di S.Weil)? Di questo: che il partito comunista si è incaricato di portare alla perfezione la decadenza e la nullità di un partito”. Un’eresia evidentemente, se tuttora nelle presentazioni del libretto che si leggono sui giornali non se ne fa menzione – di cosa si tratta? Ma di abolire i partiti… Le filosofe che in vario modo nel Novecento hanno occupato la politica, Rosa Luxemburg, Simone Weil, Lou Salomé, Elizabeth Anscombe, la stessa Arendt, e Ayn Rand naturalmente, sono ancora nocive.
La passione è totalitaria
Simone sa che il terreno è insidioso e la reazione è in agguato, ma svolge un assunto semplice. La democrazia, “il nostro ideale repubblicano”, deriva dal “Contratto sociale” di Rousseau, dalla nozione di “volontà generale”. Individuarla non è facile, si sa, poiché è lo spirito di verità e giustizia. “Rousseau pensava che nella maggioranza dei casi un volere comune a tutto un popolo è conforme nei fatti alla giustizia, per via della mutua neutralizzazione e compensazione delle passioni particolari”. Questo non basta naturalmente, nessuno giurerebbe sui plebisciti. Rousseau stesso pone condizioni alla volontà generale. “La prima è che nel momento in cui il popolo prende coscienza di una delle sue volontà e la esprime non sia presente alcuna specie di passione collettiva”. Perché “la passione collettiva è un impulso al crimine e alla menzogna”.
Indistintamente. La filosofa non fa distinzioni tra liberali, repubblicani, socialisti e comunisti. Introducendo la figura parlamentare “dall’emiciclo alla rotonda”. La passione politica è totalitaria e confonde i termini, “il totalitarismo è menzogna”: “Quante volte, in Germania, nel 1932, un comunista e un nazista, parlando per la strada, devono essere stati colti da vertigini mentali constatando che erano d’accordo su ogni punto!” Se non si considera che comunisti e nazisti evitano di fare strada insieme (ma si può dire che per questo si evitano, per non dover concordare). Il più totalitario di tutti è il partito Comunista, che ha portato a perfezione le punizioni per l’indocilità: “Il sistema dei partiti comporta le penalità più severe per l’indocilità. Penalità che toccano quasi tutto: carriere, sentimenti, amicizie, reputazione, onore, talvolta addirittura la vita di famiglia. Il partito comunista ha portato questo sistema alla perfezione”. Un controllo che non lascia scampo, o la sottomissione o la fuga: “Un uomo che esegue calcoli numerici molto complessi sapendo che riceverà una frustata ogni volta che otterrà come risultato un numero pari si trova in una situazione molto difficile”, cercherà di trovare i numeri dispari richiesti.
La modernità del berlusconismo
Il ragionamento va avanti sillogisticamente, e si chiude perentorio in apertura: “Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva”. È costruito per determinare le passioni dei suoi membri. Ha come fine primo e ultimo “la sua propria crescita”. Il sillogismo, in cui la conclusione corrobora (invera) le premesse, è inconsueto per S.Weil. Segno che nel 1943, l’anno in cui scrisse il saggio, a Londra, dov’era con la Resistenza, aveva già motivo di preoccuparsi. Esso in parte non è vero (è vero per i partiti Comunisti postbellici). Ma può essere utile per capire la crisi della politica, suicidata dai partiti di questo tipo, centralisti più che ideologici, gli unici che restano in vita. Simone Weil è la negazione dei Grillo e dei “vaffa”, ma quello che voleva è l’Italia dell’ultimo quindicennio, malgrado l’antiberlusconismo, della politica liquida direbbe il sociologo. O questo è il segno della modernità del berlusconismo, invano relegato alle categorie diminutive del partito di plastica e del populismo.
Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, pp. 69, €7

Giallo stinto di Scerbanenco, postmoderno '40

Giallo d’esordio a coda di pesce per il massimo giallista italiano. Il finale sciapo è anche sbagliato, non tenendo conto di nessuna delle premesse. Tutte peraltro senza spessore né suspense. Fra personaggi improbabili in ambienti senza carattere – come d’altra parte è ora l’uso per la narrativa postmoderna, che si vuole in presa diretta (in inglese).
È un Omnibus del 1940, quando, spiega in nota Roberto Pirani, non c’erano delitti in Italia. Ciò non è vero, ma è vero che il giallo non va nei regimi dittatoriali, o del pensiero unico. Se non in queste forme senza sapore – è il postmoderno allora indice di pensiero unico, se non di potere, di vacuità in qualche modo obbligata?
Giorgio Scerbanenco, Sei giorni di preavviso, Sellerio, pp.279, €12

domenica 11 maggio 2008

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (17)

Giuseppe Leuzzi

Milano ha un sindaco di grande intelligenza politica, ma genovese, giudici napoletani, direttori di giornali romani, un cardinale fino a ieri illustre ma torinese, e un capo politico varesino. Di milanese ha i banchieri, Berlusconi e l’Inter, di cui tutti farebbero volentieri a meno.

C’è, c’è stata, un’era leghista, e questa è la sua Italia.

Ebbe una pessima impressione di Napoli, Walter Benjamin, e ne scrisse male. Di una città “porosa”, concetto che altrove avrebbe apprezzato (a Mosca, a Marsiglia), ma a Napoli come tutto lo disgustò. Dice “porosa” anche la vita privata, come quella degli ottentotti: “Ciò che la distingue da tutte le altre città Napoli lo ha in comune con il kraal degli ottentotti”.
Non sappiamo cos’è il kraal degli ottentotti. Né Benjamin ci ha fatto caso, non lo spiega, non ne parla altrove. La cosa ha due letture. O il visitatore ha un pregiudizio, e la città visitata ne è vittima. Ma questo non è Benjamin, persona di enorme curiosità. O una città può dare ai nervi, e allora si perde anche il gusto della letteratura.

In altra immagine di “Immagini di città”, Walter Benjamin evoca “la solitudine solitaria dei tetti delle città del Sud”. Che ora invece ne hanno dimenticato l’arte, le case lasciano incompiute, irte di fasci di tondini, in attesa di fare un altro piano, con o senza condono, l’abusivismo è una necessità. E magari ne hanno dimenticato l’arte.

Nel Sud al tempo del delitto d’onore i ragazzi crescevano nell’incubo di dover compiere un assassinio e andare in prigione se le loro sorelle, statisticamente sempre più numerose, avessero fatto l’amore con qualcuno.

Sul “Sole 24 Ore”, in un vecchio ritaglio del 19 giugno 2005, il giorno del compleanno, Riccardo Chiaberge suggerisce ai milanesi “di fare quattro passi nello sfacelo di piazza Mercanti, o di ficcare il naso nell’ex garage di piazza San Babila ridotto a discarica, o in uno dei tanti caseggiati fantasma, transennati dai tempi dei bombardamenti alleati”. Dodici anni dopo “Fuori l’Italia del Sud” i Mercanti, San Babila e il Palazzo Senatorio erano dunque sempre sporchi e inchiodati. Milano è piena di se stessa.

Un giornalista di Milano va a Palermo o Reggio Calabria, e viene sommerso dai dichiaratori di ogni segreto. Di ogni prevaricazione. Di ogni malaffare. Di ogni ingiustizia. Un giornalista di Palermo va a Milano o Firenze e non trova nulla. Nessuno che denunci la speculazione palese, di Borsa, sugli immobili, negli appalti. Gli ospedali dove si muore. Le polizie provinciali in Suv. Le incredibili clientele dei sindaci e governatori, scelte, carissime, magari di coscia lunga, o sotto forma di consulenti specializzati.

In tempi di lotta senza quartiere alla mafia, la s’incontra in piazza come un qualsiasi pensionato o perditempo. Non si può uscire in paese, ad Afragola o a Locri, senza il timore di essere abbordati da un giovinastro ben conosciuto che vi chiede duecento euro in prestito per un’urgenza, che poi vi restituirà, o duemila euro, per l’anticipo della macchina, o quello che gli passa per la testa. La lotta alla mafia si fa segandone la gioventù. Va colpito il fascino del guadagno senza lavoro, le centinaia, migliaia, diecine di migliaia di ragazzi che terrorizzano ogni lavoratore con le loro sevizie, ed è inevitabile che diventino killer.

La mafia allegra dell’antimafia
Il nodo della mafia è che per voi è un problema di vita o di morte, della vostra attività, della vostra persona, dei vostri familiari. Ma per chi è addetto a contrastarla è solo un fatto di criminalità tra i tanti, e un problema di priorità, procedure, tempo, e prove che voi non avete. Senza pressione, senza passione, salvo quella che mettono su di voi, se per caso ci inciampate. Mentre la lotta alla mafia solo i carabinieri possono farla: repressione, e poi repressione, e ancora repressione. Con tribunali rapidi e carcere sicuro.
La politica c’entra, certo. La mafia da qualche tempo si preferisce politica, non senza verità. Ma bisogna essere precisi. La politica è vittima della mafia. Vittima di uno stato di fatto, nei paesi e anche nelle città in Campania, Calabria, Sicilia. Mentre la politica che si specchia nella mafia è solo l’antimafia. È indigesto, ma è così: nell’antimafia nazionale, in quelle regionali, nei tanti comitati cosiddetti di base, e nei partiti che questo fenomeno governano. È l’antimafia che stabilisce le regole. Che segnala cosa si può fare e cosa no, e chi va punito – chi le “forze dell’antimafia” non gradiscono. Certo non volendo. Anche se delle tante antimafie fanno parte uomini e donne legati alla mafia - e sono anche noti\e. Lima e Falcone sono due casi, ripetutamente denunziati da Orlando e Santoro in tv – i mafiosi danno molto credito alla tv. Andreotti disse all’epoca che l’assassinio di Lima, suo proconsole, gli veniva “buttato tra i piedi”. Per condizionarlo: il delitto può non essere stato ininfluente sul cambio di casacca dell’onorevole. Falcone era inviso al Pci. I casi sono tanti, da Mattarella a Fortugno.
Che la mafia sia interessata alla politica è un fatto. È manageriale e capitalistica in quanto legata alla politica. Fra le tante prove la più evidente è statistica: se si fa il conto dei morti di mafia non mafiosi, non vittime cioè di regolamenti di conti, si vede che in maggioranza sono politici, più i magistrati e i giornalisti. Gli imprenditori (industriali, negozianti, professionisti) sono pochi. La mafia intimidisce, per supportare i suoi ricatti, ma non uccide le vittime del pizzo. Le sua vittime sono sempre traditori, oppure nemici degli amici. A lungo la Sicilia, Sciascia compreso, ha voluto la mafia indipendente, ma è evidente che uccide anche per conto.
C’è un clima di svagata furfanteria attorno all’antimafia. Suoi esponenti anche illustri, democristiani, radicali, socialisti, comunisti, hanno preso localmente i voti dei mafiosi e ne sono stati, ne sono, i referenti. Dei magistrati non si può dire, nel senso che non è opportuno. Ma la loro selettività è impressionante, e non è un fatto di errori. Con effetti perfino controproducenti. L’accusa a Dell’Utri di mafiosità, il giorno prima delle elezioni, a propaganda chiusa, per avere ricevuto due telefonate da un ex Dc trapiantato in Venezuela, l’imprenditore petrolifero Micciché, non è certo antimafia, e forse è un servizio politico reso allo stesso Dell’Utri: si scredita l’antimafia, si screditano i collaboratori di giustizia, si screditano le intercettazioni, che devono essere ossessive, minute, a carico di Dell’Utri non solo, si scredita l’anti-berlusconismo.
L’ipotesi non è implausibile. Venendo da Reggio Calabria, l’accusa a Dell’Utri potrebbe essere uno sberleffo: per il linguaggio calabrese la beffa è irresistibile, anche a danno di se stessi. Anche perché Dell’Utri non è indagato di niente, il suo nome è solo accidentalmente apparso, sui giornali di sinistra. La beffa è insomma doppia. Ma l’inquirente, Di Palma, non è calabrese. Ed è improbabile che Dell’Utri sia emerso casualmente nelle intercettazioni sui rapporti tra Micciché e la cosca Piromalli, i Piromalli non parlano al telefono. È probabile che le intercettazioni fossero sulle telefonate di Dell’Utri. A meno che i Piromalli non siano informatori, anch’essi, collaboratori di giustizia.

Secondi pensieri (12)

zeulig

Ateismo – L’unica forma di ateismo è il materialismo, l’indifferenza.
La fantascienza è atea, il mondo senza tempo, senza attese, senza memoria, a parte l’elettronica.

Dio – Non si sa dunque se esiste, la prova non c’è. Ma la stupidità esiste.

È morto per i credenti, s’intende.

È morto se è morta l’ultima sua creatura. Non ci sono più uomini?

Non c’è mai stato tanto quanto dacché si pretende morto. La morte di Dio è ancora un’astuzia di Dio.

La vita c’è. E ci sono ottime leggi fisiche e biologiche per consentire, se non l’eternità, l’iterazione della vita in una logica di miglioramento. E tutto questo è Dio: Dio è “la verità e la vita”.

Economia – È metafora reale (pratica, effettuale) del mutamento, e quindi della condizione umana. Causa ed effetto della tecnica, delle priorità intellettuali e affettive – le scelte generazionali. Della politica.
Razionalizza – per adattamento – gli eventi. L’ostilità sanguinaria degli arabi contro l’Occidente che ha aperto il millennio, se portasse all’abbandono forzoso del petrolio, porterebbe all’abbattimento degli incidenti stradali e dell’inquinamento, che sono le cause maggiori di mortalità. Le cosiddette astuzie della storia sono prevalentemente le logiche dell’economia.

Filosofia politica – L’eccentricità di Plessner e la destituzione di Arnold Gehlen sono le condizioni non dell’antropologia ma della filosofia: il filosofo, che vaglia le profondità della sfera interiore, è per questo stesso motivo inadatto a quella esterna. Da Platone (e Aristotele: Alessandro Magno, il suo miglior allievo, non è un buon risultato) a Heidegger.
Dunque, la filosofia politica non esiste. Da Cicerone e sant’Agostino a san Tommaso, il Rinascimento, l’illuminismo e Hegel, con le questioni degli antichi e dei moderni, sembra che sia possibile, ma è politica, non filosofia.

Giallo - È il ritorno della narrazione come gioco - dopo cinquant’anni di correzione politica, più o meno neorealista. Inventiva, sorpresa. Anche le passioni vi sono gioco da (de)costruzione.

Il detective è un archetipo. Ogni grande detective di gialli è un meccanismo semplice, sotto l’apparente mistero, e ripetitivo. Incarnando (astraendo) nella fattispecie una procedura logica – che è insieme complessa e semplice (intuitiva), come ogni fatto logico.

Dev’essere accusatorio. Anche Perry Mason difende accusando.
È la rivincita dell’invidia? Da qui la sua dilagante diffusione. Anche quando si presenta compassionevole, alla Chandler.
È la letteratura all’epoca del giustizialismo, col quale s’identificano le democrazie contemporanee. Gli Stati Uniti in primo luogo naturalmente, e tra gli altri l’Italia, da Clinton a Andreotti – vittime? protagonisti?

Giustizia – Per un cristiano non è affare di legge ma di coscienza: siamo legge a noi stessi. Per questo è sempre insoddisfacente. È il problema centrale dell’etica, ma dell’etica cristiana – ancorché anticipata da Platone.

Heidegger – La sua speciale lingua è un prato peloso. Che potrebbe non nascondere neanche serpenti.

Idealismo – Viene con la letteratura prima che con la filosofia, il suo errore è per questo pervicace. È difficile spiegare che è un errore, poiché si tratta di un sentimento e una passione.

Io – Si è dissolto perché non c’è. Si lascia dissociare perché sa che l’identità è complessa, e dissociata.
La sua scoperta, e la scoperta della sua dissociazione, è stata avventurosa, e tuttora lo è, oltre che redditizia, per gli analisti. Ma è un’avventura inconcludente e fine a se stessa.

Libertà – Vuol’essere selettiva.
La liberazione è democratica: è ugualitaria. Ma la libertà c’è solo nella differenza.

Memoria – Salta il tempo – lo annulla - più di quanto lo ricostituisca, il presente in soggettiva sovrapponendo allo stesso vissuto.
Il ricordo è ricostituzione, del presente. Si capisce che ricostituisca l’inconscio.

Paternità – È acquisita – è pedagogica, both ways.
La maternità invece è naturale: c’è o non c’è. In molte donne non c’è mai, anche con molti figli.

Politica - È la mobilitazione dell’indicibile e l’ingovernabile – dei bassi istinti, dalla sopraffazione all’avidità. Dei potenti, secondo la storia (la storia dei potenti) e l’ideologia. Ma di più – sempre più – delle masse.

Popolo - È concetto salvifico, delle Scritture. L’equivalente di fedeli, comunità dei credenti. In che cosa: Dio, la tribù, la lingua?

Progresso - È il proprio dell’uomo, il mutamento incessante. Positivo o negativo (accrescitivo o distruttivo, migliorativo o peggiorativo) ma voluto, cercato, architettato.

Realtà – Ha bisogno di vanità. L’uomo discreto è nulla, invisibile: l’autore inedito, l’innamorato non dichiarato, il diavolo delle buone intenzioni.

Storia – Parla al futuro, ancorché ristretto dalle “prove” (documenti, testimonianze, statistiche). È progettazione, ancorché ideologica.
Il futuro può essere generazionale, culturale, mitico, e ideologico – che è stato il futuro regressivo, e fallito, del Novecento.

È cieca. Non ha un progetto, e non prepara rivoluzioni, le subisce.
Ma le rivoluzioni possono impossessarsene, le passatiste e le futuriste, farsene una ragione. Tutto se l’ingroppa.

Uguaglianza - È sfacciata. Vi si perde il pudore e ogni limite.

Vita – Passa attraverso molteplici morti: dei genitori, di un’attività, un matrimonio, una malattia, un’idea.

zeulig@gmail.com

venerdì 9 maggio 2008

I dieci vizi che distruggono la sinistra

Non si perde per otto o nove punti di distacco, significa che non si esiste, si sa: la sinistra non è uscita battuta dal voto, è uscita disintegrata. Non senza motivo. Si sa che il partito Democratico unico soggetto della sinistra ha rotto ogni assetto elettorale e politico, di futuro. Ma non si sa, non si dice, che la sinistra non aveva e non ha alcuna soluzione ai problemi del momento (reddito insufficiente, carovita, sicurezza, ambiente), mentre la destra ce l'ha. Per una serie di vizi vecchi e nuovi, che la sinistra non sembra voler rimuovere. E' bene considerarli.
Trionfalismo
C’è trionfalismo anche nella sconfitta per nove punti. Si discute – si” per modo di dire, ne discute solo “Il Riformista” - di assetti di partito e di correnti, per concludere che meglio di Veltroni non c’è nessuno, e di nient’altro. E di raddoppiare le medagliette di partito con i ministeri ombra. Mentre i Grandi Giornali Sostenitori già danno la colpa a Berlusconi, del malgoverno oltre che di tutti i suoi peccati (la lettura di oggi è un delirio).
Superficialità
Poteva andare peggio, poteva andare meglio. Se Bertinotti, se Veltroni, se i vescovi… Il solito cicaleccio, senza mai andare a fondo – al fondo.
La sinistra ha ancora la tassa sui conti correnti dell’infausto 1992, opera di una speculazione che la sinistra onora. Non è niente, uno-due euro al mese, un’elemosina al lavavetri, ma è un reminder costante della vergogna della sinistra. E la casa aperta alla voracità dei locali amministratori nel quadro del federalismo fiscale, gli eletti del popolo, i sindaci e i governatori, gli addicts dell’immagine. Esentandone le banche.
Ha il fisco perverso di Visco, che tassa i singoli, su ogni loro gesto, di cinque, dieci, cento euro, una tantum o al mese, e non tassa le banche, le speculazioni, gli immobiliaristi, e anzi facilita e elogia gli arricchimenti facili, di Soru, Colaninno e le altre razze.
E ha fatto campagna elettorale con milioni di cartelle pazze che giravano per Roma, nel linguaggio minaccioso degli esattori, e l’obbligo per mezza città, sempre del buon sindaco Veltroni, ma anche degli altri buoni sindaci di Toscana e d’Emilia, di rifarsi il catasto, pagando studi accreditati, con valore retroattivo di cinque anni per l’Ici, l’Irpef e ogni altra tassa! Con candidati imprenditori non imprenditori e il patrocinio degli speculatori. Con belle ragazze che, nel caso di quella di Roma, la Madia, sono già a 27 anni esemplari di sottogoverno. A differenza della Nierenstein, della Roccella, della Ermini, di Barbara Contini, gente che ha lavorato e non occupato posti. Con una campagna da piccolo partito d’opinione, sollecito della buona contabilità. Per cui si tassano i pensionati, il 40 per cento del reddito fisso, e non si consente ai lavoratori, il 60 per cento del reddito fisso, di arrivare comodi a fine mese.
Ideologismo
Al centralismo democratico a ai sistemi (ideologie) è subentrato il sistema del non sistema, non di parte, non pregiudizievole. Questo è il perno del pensiero veltroniano, e non si può dargli torto, è quanto di più moderno. Ma è troppo: è vacuo, e centralista. Ed è un’altra parola d’ordine, altrettanto massimalista e unica che quella precedente.
Nel giornalismo, nel settore pubblico (specie nell’insegnamento e nella sanità), e perfino nel settore privato, a lungo la parola d’ordine è stata il bisogno e non il merito. Con effetti devastanti: l’appiattimento delle retribuzioni e della qualità delle prestazioni, e il sindacalismo del non fare, fino all’assenteismo e al boicottaggio. Ora vale il merito, ma sempre senza saggezza. Bisogna incontrare i ras della destra per sentire parlare di salari insufficienti, di redditi insostenibili, di mutui da cofinanziare. Non si può andare per parole d’ordine, ma questo è sempre vero, e da avverare.
Centralismo
Per “partito del Capo” s’intende spregiativamente quello di Berlusconi. Mentre Berlusconi ha una struttura articolata e democratica. Politica: con la Lega, An e la Lega del Sud o Mpa. Territoriale: fa emergere esigenze e personaggi locali. Generazionale: basta confrontare le sue giovani ministre, ottime conoscitrici delle procedure, dei tempi, degli equilibri parlamentari con le capoliste inventate dal Pd, pallide figlie di famiglia, nient’affatto convinte del ruolo, e del tutto inesperte, anche di saggezza umana.
È il Pd che ha calato strutture di partito e candidature secondo gli equilibri del Capo o nazionali. L’esperienza diretta in Calabria, in Sicilia, e tra Versilia e Apuane ne ha mostrata chiara la natura e l’inavvertenza, già subito dopo le primarie del Capo. A Viareggio le liti suscitate da Roma hanno dato il comune alla destra, a Massa un candidato del Pd ribelle è andato al ballottaggio, e l’ha vinto contro il sindaco uscente candidato ufficiale del Partito.
Paternalismo
C’è un’ondata di revanscismo a favore dei cattolici nel Partito. Berlusconi, si dice, li ha maltrattati, ha fatto un governo di massoni e mangiapreti. Ha una politica antifamiliare. Ha un’antropologia distruttiva (antropofaga? eugenetista?). I leghisti Padre Pio dicono santo terrone....
Ma i cattolici non sono scemi. Basterebbe la sola riforma liberale dell’insegnamento che si prepara a soddisfarli per tutta la legislatura. Per non dire delle femministe di obbedienza cattolica che Berlusconi s’è portato in Parlamento. E comunque il cardinale Bagnasco si premunisce, invitando alla vigilanza e alla contro-informazione. I preti da tempo non fanno più affidamento sui vecchi Dc per tutelare i loro interessi. Perché di questo si tratta: i cattolici di cui il Pd si preoccupa sono i vecchi Dc. Che non stanno più a cuore a nessuno. Anche come signori delle tessere, i voti hanno residuali.
Narcisismo
C’è insofferenza a sinistra per i media (D’Alema, Prodi), e c’è connivenza. Da fuori l’abbraccio dei media è talmente palese da sembrare irreale. Può darsi che l’abbraccio dei signori del denaro al Pd sia disinteressato e convinto, che essi schierino i loro giornali per l’ideale. Ma il sostegno dell’opinione cosiddetta qualificata, dei grandi giornali, dei notiziari Rai, e dell’intrattenimento Rai che sempre più fa perno sulla informazione, è parte del problema. Per il compiacimento, che è un male e un rischio, l’autocelebrazione.
Sui primi sei mesi del Pd il trionfalismo è stato devastante, quando chiunque ne vivesse la realtà territoriale e sociale sapeva benissimo che il messaggio era diverso. Sui patrocini disinteressati bisogna comunque intendersi. I padroni dei giornali sono comunque affaristi. All’estremo opposto può persino darsi che i Grandi Giornali Fiancheggiatori facciano una politica di ricatto su Berlusconi per motivi che alla sinistra non interessano. Certo, non fanno un servizio al Pd, a parte l’adulazione. Quanto al "raiume", quando se ne farà la storia, della propaganda battente, ripetitiva, ossessionante dell'emittente pubblica, non se ne potrà non rilevarne il danno continuo: l'elettore di sinistra è costituzionalmente critico.
Virtuismo
Piace ai democratici ritenersi superiori, anzi i belli-e-buoni della società. Perpetuando l’equivoco della società civile inventata negli anni 1970 da Scalfari col partito Visentini, per delegittimare la politica a favore degli esperti. Ma pochi lo sono, esperti e civili, con idee comunque non buone – non c’è superiorità in politica. Spesso sono anzi i peggiori, chiunque frequenti i comizi di Grillo e Di Pietro ne torna costernato, quelli della Lega sono un areopago al confronto. O chi abbia anche fugace un contatto coi templi della lottizzazione, quale la Rai. Dove di trova normale e anzi giusto che il servizio politico del tg sia di diciassette veltroniani e otto casiniani.
L’antipolitica è una politica politicante, una politichicchia, dei furbi. E la politica delle buone intenzioni purtroppo è sterile. Se non sa cosa succede in Italia e nel mondo. Sono sterili le vestali dei girotondi. Quelle delle notti bianche. E quelle che non sanno cos’è il governo ombra ma gli piace lo stesso. Hanno sempre votato e comunque sempre voteranno democratico, ma non fanno opinione.
Aggressività
Chi è di sinistra è sempre, malgrado il buonismo di Veltroni, all’attacco. I giudici, i giornali,la società civile. In nome di che? Per fare la rivoluzione (cambiare l’Italia, prendere il potere, abbattere i corrotti e i prepotenti)? La prepotenza non paga in politica, non c’è bisogno di aver studi classici per saperlo.
Il caso del fisco online è esemplare di questa aggressività mal posta. La pubblicità dei dati del fisco non fa male a nessuno, e comunque è lecita, e anche doverosa. Reviglio li pubblicò venticinque anni fa per tre anni di seguito, anche se in forma cartacea. Ma Visco, e per lui Romano, li hanno buttati in rete all’ultimo giorno del governo, senza preavviso, a dispetto, brandendoli come un’arma.
Noismo
Il paese governato dai magistrati di prima pagina, dalle intercettazioni pubbliche e dagli avvisi di garanzia è immobilizzato. Senza che un passo avanti sia stato fatto nella legalità: le mafie, il malaffare e la corruzione imperversano anzi, secondo tutti gli indicatori, più di prima. Quando l’Italia era la sesta, o quinta, potenza economica mondiale. Ora l'Italia arranca, il peggio messo di tutti i paesi industriali, che sono una trentina. L'ultima Trimestrale di Padoa Schioppa non può fare a meno di registrarlo: "I salari reali sono fermi da alcuni anni a causa dello stallo della produttività". Cioè dell'innovazione, che vuole dire investimenti, e nel lungo periodo della formazione professionale e dell'istruzione. "I livelli dei salari reali sono inferiori a quelli degli altri paesi industrializzati", non può fare a meno di notare il ministro uscente dell'Economia: nel 2007 il salario netto risulta "inferiore del 15,9 per cento rispetto alla media" dei paesi industriali, del 34 per cento rispetto alla Germania. Ciò a causa del crollo della produttività, da una crescita media del 2,4 per cento negli ani 1885-1990 all'1,1 degli anni 1995-2000, a zero nel periodo 2001-2006. Nessuno più investe, non in Italia.
In vent’anni l’Italia è diventata il fanalino di coda dell’Europa. Per la cultura del no, della sinistra di sistema, dei magistrati, delle anime candide. Tutti hanno pro capite più autostrade, più ferrovie, più potenza elettrica in Europa dell’Italia. La Spagna, che trent’anni fa partiva da zero, alla morte di Franco, e ha una popolazione inferiore, ha più autostrade dell’Italia, più ferrovie moderne, e più metropolitane – tutte quelle italiane sono due terzi della sola Madrid, 230 km. contro 310 - e ha quest'anno un reddito pro capite superiore a quello italiano. La durata degli appalti è in Italia due volte e mezza la media europea, per i grandi e i piccoli lavori. Si fa scempio liberamente della grandi città, costruendo massicciamente e senza criterio, delle città medie e piccole, e dei patrimoni dell’umanità.
Conformismo
La buona coscienza copre, con la corruzione, l’inettitudine. L’appartenenza basta e avanza, per una militanza che per il resto è ignavia e conformismo. Si ride a imitazioni di Berlusconi che farebbero solo piangere. Si combattono battaglie contro remote condanne a morte, e per l’espulsione in massa dei “rumeni”. Si pratica ferocissima la difesa dei diritti, compresa la lottizzazione esclusiva. Sdraiati sulla soglia di Bruxelles, senza nemmeno il coraggio di dirsi socialisti. In un’Europa senza identità, suicida nelle politiche agricole, all’estero succube degli Usa, monopolista e discriminatrice nelle politiche industriali, maltusiana nella politica monetaria, cieca all’immigrazione. L’europeismo, quando è vuoto, è come sgravarsi al casino.

L'amico Google è un avvocaticchio

Geniale e gratuito: se c’è un Nobel dei motori di ricerca, Google è il primissimo della lista, non si saprebbe individuare azienda più generosa. E amichevole: tutto in dettaglio, il navigatore conduce per mano, dove e come alzare il piede, come articolare la caviglia, la pianta, l'alluce, come poggiarlo, e se sulla punta dove, sul tallone dove, o sulla pianta. Ma per andare dove?
Il motore di ricerca e il provider più amato, infinitamente utile e tutto gratuito, corrisponde alla sua immagine sorridente. Un amico, come si vuole, solidale: ogni dubbio o accidente, ancorché triviali, cataloga e si preoccupa di risolvere. E sempre ti fa un pensierino, un nonnulla, con molta grazia. Ma poi troppo amichevole, a volte asfissiante, con le sue novità e le sue prevenienze. Una volta dentro la sua graziosità è un gioco dell’oca che può sfiancare - la sola cosa che si può dire è che se Windows è arcigno, gioca scoperto, Google ti vuole anche amico.
Google non risolve il problema, indica tutti i modi in cui lo si può risolvere. Una serie minuziosa di passi, che conducono alla soluzione una volta su dieci, o su cento: se l’avete seguita nel dettaglio e senza distrazioni, se non avete sbagliato una virgola, se avete memorizzato, o stampato, o comunque ricordate, le seriali avvertenze. Soave, a ogni passo Google domanda se ha funzionato e come può migliorarsi, ma inevitabilmente porta in nessun posto, in nove casi su dieci, o novantanove su cento. Creando una sindrome del labirinto, che si ripercuote traumaticamente su tutto il resto della navigazione, anche per più giorni.
Bisogna in qualche modo memorizzare un’infinità di procedure, per recuperare o mutare la password, recuperare il nickname se ve l’hanno sottratto (impossibile), ottenere la pubblicità, incassarne i proventi. Al termine dell’itinerario, consiglio supremo, c’è la chat. Un gruppo di lavoro che, per quanto Google si sforzi di snellire e flessibilizzare, è sempre un’assemblea delle incompetenze. Ognuno ha la soluzione definitiva, naturalmente, che è un po’ come l’arma di Hitler, e mai risolve un problema concreto, il vostro. Mentre invece una risposta diretta di Google lo fa, è sempre precisa e adeguata.
E' il problema della rete, la democrazia. L'arte meccanica più complessa, e arte anche estetica, arte cinetica, informale, comportamentale, concettuale, e pure concreta, l'informatica, si vuole autogestita e quindi autodidatta. Col rischio concreto cioè d'imbarbarirsi, l'autodidatta non fa progredire la scienza, e neppure la democrazia, è reperto alluvionale. E' così che il fai da te impera, il circuito delle faq sterminato, le frequently asked questions, dei forum, delle chat. Per un mondo che inevitabilmente resta destinato al dilettantismo e all'inconcludenza, buono per i perditempo, chi sa ha altro con cui occupare il tempo.
È un mondo nascente, questo dell’informatica, in evoluzione rapida, nel quale Google sarà ricordato quale azienda molto grande, e pure molto innovatrice, redditizia, e insieme generosa. Ma anche confusionaria, nel nome della democrazia. Uno di quegli esempi di democrazia falsata dalla generosità, dalla offerta eccedentaria, mentre si vorrebbe regolata. Google ha molti meriti in questo senso, di regolazione della democrazia nelle rete, dosando il gratuito e l'oneroso, dosando l'onerosità, regolando e controllando gli accessi, per contenuti, responsabilità, finalità, è abile a scoprire anche quelle malevoli surrettizie. I controlli sono sempre necessari, una democrazia non regge all'anarchia. E a volte pagare è anch’esso uno strumento di saggia democrazia, di risparmio e miglior uso delle risorse invece che del loro spreco, di tempo e di energie nervose. Ma un'arte strumentale che diventa finale, fine a se stessa, non è di nessun uso, e quindi per niente democratica.
Irenica ferocia
È anche la procedura americana, che i servizi sovraccarica di preclusioni legali. Da avvocaticchi, un tempo si diceva azzeccagarbugli: per risolvere eventuali contenziosi e insomma darvi sempre torto, non per far funzionare le cose. Se siete correntisti di Google sottostate a centinaia, se non sono migliaia, di lunghi, ripetitivi, incomprensibili regolamenti diversi - come se la "Gazzetta Ufficiale" che fonda lo Stato italiano, così illeggibile, avesse fatto proseliti. E riceverete spesso lettere o istruzioni di pagine cui non potrete obbiettare, o altrimenti con una riga e mezza, ma giusto per vostra consolazione.
Bello fuori, oscuro dentro direbbe la pubblicità di Del Piero. Lo stesso che con Google avviene con e-Bay o Amazon, dove capita che al termine di dieci steps e venti cartelle di lettura attenta ricorra in breve l’avvertenza che il servizio è limitato ai residenti americani. La procedura è il sacre della democrazia americana, contro anche la common rule e il common sense. Non è inglese, è proprio americana. Ed è leguleia, più che pratica e commerciale. Non è mirata a semplificare l’uso dell’oggetto o del sotfware. Non è mirata a ridurre il costo complessivo del bene, comprensivo della consegna, dell’installazione, dell’uso. È mirata unicamente a costruire una trincea di parole attorno al venditore, una barricata contro il temuto avvocato a percentuale, il contingency lawyer che promuove azioni a tutto spiano, senza spese per il cliente, fidando nei danni e nelle assicurazioni – è chiaro che la democrazia americana è al di sopra della società
In macchina uno si siede, fa le cinque o dieci cose che deve fare, sempre le stesse, e va. Su Internet è diverso: la macchina qui sembra capricciosa, e a ogni istante vi pone un problema. Il che non è vero, una macchina è una macchina, fatta per essere duttile e servizievole. Ma Internet è un processo e un mondo. Magari simpatico, ma remoto, di qualche posto della West Coast che si vuole a parte: chiuso e segreto. Ed è un mondo americano. Sono americani i server, il linguaggio, e le procedure informative, dove il fattore cautela prevale sulla comunicazione semplice. Non si dice: fai questo o quello. Sarebbe un caso perdente in tribunale in caso di malfunzionamento. La realtà è fatta in America dai tribunali, che ovviamente l’accertano in base alle procedure, e dunque l’informazione è anch’essa materia non di comunicazione ma di procedure. Google è in questo caso esemplare dell’imbambolamento dell’opinione americana, corretta, irenica, democratica, e feroce.
La ferocia irenica sarà un connotato della nuova civiltà, elettronica. Così aperta, così buona, e così privata, privatissima - non a caso Google è il soggetto di Borsa meglio performante, in due anni ha prodotto più plusvalenza che la General Motors in cento. Monopolistica con Windows, e ora pure con Google. E con le loro guerricciole reciproche.
Google, infinitamente buono, fa anche campagna contro la disonestà. Offre ai suoi publisher, agli infiniti blogger che fanno uso dei suoi spazi e modelli gratuiti, dopo averli inodati di annunci pubblicitari (ogni messaggio ricevuto alla posta è corrdato degli annunci di mezzo giornale), un programma di redditizie inserzioni pubblicitarie. Con questa riserva: "I clic sugli annunci Google devono essere originati da un effettivo interesse degli utenti e qualsiasi metodo che li generi artificialmente è severamente proibito". Argomento inoppugnabile, che bisognerebbe estendere ai magazine che compriamo dal giornalaio gonfi di pubblicità: siccome li sfogliamo senza interesse, gli inserzionisti non paghino i settimanali che se ne adornano. Con questo argomento, Google dichiara non validi tre quarti dei clic. Il quarto quarto non lo paga, a vario titolo ma sempre per colpa vostra, gli infiniti regolamenti sono chiari, e così ci ha costruito sopra dal primo momento un business ricchissimo, miracolo della rete - duecento dollari (il primo pagamento, che vi verrà rifiutato, è di $ 100 + 99) per un milione di blogger-publisher fa duecento milioni di dollari, per dieci milioni di blogger fa due miliardi.
I pescecani si dividono in due tipi: queli che azzannano, e quelli dell'acquario, che ai bambini sembra che sorridano. Il primo tipo vi strappa subito di mano duecento dollari per consentirvi di scrivere. Il secondo vi attira col sorriso della pubblicità. Google ha realizzato il miraggio delle agenzie di media, occupare tutti gli spazi possibili senza sborsare un euro, incamerandosi tutto l'investimento. Sempre con infinita cortesia e bontà. Duecento dollari (il primo pagamento che vi verrà rifiutato è $ 100 + 99) per un milione di blogger-publisher fanno duecento milioni di dollari, per dieci milioni di blogger fanno due miliardi, non tutti in un colpo naturalmente. Senza contare che, per quanto poco vi consideriate, il pesce amicevole resta in possesso del vostro profilo finanziario, codice fiscale, iban, carte di credito, conto corrente, transazioni commmerciali in rete.
Il tutto converge alla sensazione, ormai confermata ufficialmente, di essere osservato, nei clic sulla pubblicità come sul sito, allo stesso modo che nella posta e nelle ricerche. La bontà si estende alla vigilanza, sempre di Google, che non se ne vanta ma ha un occhio onnipresente. In grado di recepire ogni palpito, una volta che uno è entrato nella sua macchina, con chi parlate, che siti consultate, di cosa prevalentemete vi dilettate. Il miracolo di Google è questo. La drittata è ormai stata ben spiegata, di fornire graziosamente caselle di posta versatili e capacissime, costituendosi un indirizzario mondiale delle classi affluenti. Di cui Google seleziona al contempo con precisione i gusti e le abitudini con indagini di mercato aggiornate al minuto, sempre a costo zero. Una manna per gli investitori pubblicitari, e per Google, che gli investimenti incassa a costo zero. Sempre spiegata da regolamentoni della privacy, firmati, cotrofirmati, inappuntabili, inattaccabili.
Google non vi mette sotto giudizio ma sa tutto di voi. E anche quando ne siete fuori, la sensibilità di Google è tale che ogni respiro della vostra macchina, del computer, non gli sfugge. Proprio un amico stretto, quello che in certi momenti è asfissiante. E potrebbe un giorno rivoltarsi contro? Con gli amici succede, con Google certo è materia di fantascienza, che è un cervello algoritmico.

giovedì 8 maggio 2008

Non si perde per nove punti, non si vince con Casini

Perdere Roma ci sta, Roma è una città di destra che solo per l’intelligenza di Goffredo Bettini ha votato a sinistra: la prima volta col “modello Roma” o della Banca di Roma, la seconda con la lista di Alessandra Borghese, la terza col ciclone Veltroni. Ma perdere anche Roma per otto o nove punti di differenza, questa è una catastrofe. Non c’è altra democrazia dove un’elezione abbia mai avuto uno scarto di nove punti tra vincitori e vinti. Forse solo in America dopo la guerra civile, quando i Whigs si squagliarono lasciando il campo ai Democratici. Le leggi elettorali possono ampliare i risultati del voto, in Inghilterra con l’uninominale, in Francia col maggioritario, ma in regime proporzionale no.
Ci s’interroga perché Roma ha votato Alemanno. E perché avrebbe dovuto votare Rutelli? Si vota anche alla cieca, per la discontinuità, per la disperazione. Dice: ma Rutelli era stato un buon sindaco. Forse. Ma oggi è frusto. Era Bettini il candidato giusto, non più l’eterno ragazzo - ex - bello e magro. O un borgataro intelligente, magari, Roma centro ha pochi abitanti.
Ci sono però alcuni fatti, tecnici, alla base della sconfitta. Uno è che si perde,è matematico, senza la “nuova” sinistra, i vari comunisti, i verdi, i socialisti, i radicali. Si vince solo dove dei due candidati della sinistra, il democratico e l’alternativo, va al ballottaggio l’alternativo: i democratici lo voteranno (il caso tipico è Nichi Vendola, che così ha strappato una regione di destra alla destra, ma succede anche nelle zone compagne, ad Arezzo, a Massa, a Carrara, al Forte dei Mammi), mentre gi alternativi non voteranno il democratico (Roma. Non si vince con Casini, perché non conta nulla: per tutti i partiti il decentramento porta alla ribalta i capi voto locali, per l'Udc però in modo speciale. Quando i suoi elettori non si fanno ognuno il suo partito: si rafforza con Raffaele Lombardo il bouquet degli anti-Casini fuori dall’Udc, suoi coetanei che gareggiano con lui con i propri fedelissimi, da Mastella a Formigoni.
Si perde peraltro con la(sola) politica dell’immagine – Berlusconi non vince per l’immagine, che ha pessima. Queste sono in realtà le elezioni perdute di Veltroni. Che non si poteva legalmente candidare, ma è come se: la sconfitta della politica della sua immagine, di una politica unicamente intesa al suo personale build-up. Della carica usata per costruire l’immagine del politico, nel disinteresse totale per l’amministrazione. Nell’assentesismo degli impiegati, record in Italia, quasi il 40 per cento, nelle buche per la strada, nelle cartelle pazze, un milione, due milioni, Mentre il sindaco solo si occupava ogni giorno di uscire sul giornale – un giorno è arrivato a dotare un’orfanella… Come un qualsiasi cacicco del Terzo mondo.

L'irrilevanza dei giornali

Più che di Rutelli, e di chi lo ha candidato, il successo di Alemanno è la sconfitta dei media, l’irrilevanza dei media. Si dice, si diceva, che Berlusconi vince perché ha le televisioni. In realtà è un comunicatore mediocre. E le sue televisioni non gli danno più spazio che a Prodi o Veltroni. Soprattutto, le sue televisioni non insidiano i suoi avversari come la Rai e la 7 fanno, anche in par condicio, checché ne dica l’Osservatorio di Pavia, con gli spettacoli, il cabaret, i momenti comici ai talk show, i vignettisti, eccetera, i quali un solo soggetto hanno, Berlusconi. E con la Rai i cinque maggiori quotidiani. Esemplare è il build-up che i grandi giornali stanno facendo di Alemanno, che al meglio sembra essere un giovanotto cresciuto, nel frenetico tentativo di smantellarlo prima del tempo: il nuovo sindaco ne esce come uno statista – se non è Dio, dato che lo danno in ogni luogo.
In meno di dieci giorni il neo sindaco ha spostato l’Ara Pacis, e l’ha rimessa al suo posto, ha spostato i campi rom, avviato la costruzione di due stadi, uno per la Roma e uno per la Lazio, bloccato l’accesso a Roma di George Clooney, e forse pure di Di Caprio, ha nominato assessori dei parlamentari, e li ha disnominati, ha invitato a Roma il nuovo sindaco di Londra, mussoliniano, ha chiuso il Festival del cinema, l’ha riaperto, e l’ha affidato a Pasquale Squitieri, che ha invitato molti registi italiani, i quali si sono rifiutati, è andato dal papa e dal rabbino, e dall’imam (o ci andrà dopo?), ha celebrato i templari a Ocre, che solo tra andata e ritorno gli prende quattro ore, ha celebrato la Liberazione e i martiri delle Fosse Ardeatine, e ha inalberato la bandiera d’Israele. Ma stamattina sta ancora, prudentemente, cercando gli assessori.
In altra epoca si sarebbero detti dei provocatori, più che dei giornali.

domenica 4 maggio 2008

Irène e la tribù ebraica

Parigi ha tenuto a marzo la sua fiera del libro dedicata agli scrittori israeliani senza ricatti e senza invasioni, né di centri sociali né di palestinesi e islamici, e neppure di antisemiti, che pure in Francia sono tutti più consistenti che in Italia. Mentre in Italia il mite Vattimo può dire fascista Fiamma Nierenstein, figlia di Alberto, in absentia, nel salotto di Gad Lerner, in polemica con la fiera del libro di Torino che sarà dedicata anch’essa agli scrittori israeliani. E il presidente Napolitano dovrà inaugurare la fiera in privato, per motivi di ordine pubblico.
Ma il tema dell’antisemitismo riemerge all’interno della stessa cultura ebraica, in termini ancora interessanti. La coincidenza delle fiere del libro di Parigi e Torino con la polemica aperta dai primi biografi, dal “Guardian” e da “New Republic” sull’antisemitismo di Irène Némirovsky, la scrittrice recuperata come un classico dopo il successo di “Suite francese”, sessant’anni dopo la sua morte ad Auschwitz, propone considerazioni non scontate sul ruolo degli scrittori ebrei di fronte all’ebraismo.
La tribù
Su “Le Magazine Littéraire” Alain Finkielkraut esclude che si possa parlare di letteratura ebraica fuori di Israele, in una lingua che non sia l’ebraico. Finkielkraut nega “una scuola ebraica in letteratura”. Ma, facendo una panoramica degli scrittori ebrei d’America e di Francia, rileva delle continuità caratteristiche, pur nella diversità di origini e interessi. Gli scrittori ebrei nelle letterature francese, mitteleuropee, americane e inglese sono fortemente identitari. Nei personaggi, le tematiche, le filosofie di vita, e nel linguaggio. Prevalentemente negli storioni familiari. “Esiste tutta una scuola di scrittori ebrei americani che passano il tempo a maledire il padre, odiare la madre, torcersi le mani e chiedersi perché sono nati”, dice Leon Uris, lui stesso scrittore americano ebreo. Anche a riverire il padre, bisogna dire, e amare la madre.
Il problema dell’identità è che esso si complica con la ricerca dell’identità, della sua definizione e del reperimento di essa. Come di ogni altro concetto e, Heisenberg avrebbe detto, ogni entità, aggravato però da una speciale sensibilità: dall’esclusione che la ricerca dell’identità presuppone e rafforza, sia pure sotto la forma dell'autoesclusione. Ma un parallelo tra Styron e Bellow, tra Kerouac e Philip Roth prospetta una distinta comunità d’interessi e linguaggio all’interno della nazione. L’assimilazione – la lingua comune - non copre il vissuto, anche in assenza del fattore religioso. C’è anzi in quelle letterature una proclamata volontà di identificazione comunitaria, dopo la Shoah e la nascita di Israele. Per il bulk di questa produzione letteraria, quella originata dall’Europa centro-orientale, la lingua d’adozione, che non è l’ebraico e non è più l’yiddish, è veicolo prominente di assimilazione, ancorché essa sia in principio rifiutata. E tuttavia la diversità viene ugualmente affermata.
L’ebreo scrive dell’ebreo, come ognuno scrive di sé. Anche se c’è qualcosa di angusto ultimamente nello storione familiare ebraico, di obbligato, sotto la cappa dell’Olocausto e della Colpa, ferite sempre aperte. Almeno nell’ebraismo europeo: l’Olocausto ha appiattito la narrazione degli ebrei, il loro vissuto dunque, in modo anche drammatico, il revisionismo che in nome dell’Olocausto impongono Israele, da qualche anno, e la mancata liberazione (storicizzazione) della Colpa. Obbligo che non c'è nella narrativa ebraica in Israele, che resiste. E non c’è stato, per dire, in Italia: l’esibita diversità confessionale o tribale – oggi si dice nazionale o comunitaria - non c’è nella letteratura italiana, per fare una comparazione utile, anche nei casi in cui la forza delle cose l’avrebbe imposta, Primo Levi, Bassani, Natalia Ginzburg, Lia Levi, Saba. In cui Alessandro Piperno si segnala come eccezione (anche come ironia e parodia). C’è insomma una diversa condizione per la stessa tribù, in rapporto alla situazione esteriore nella quale si trova, e ai suoi segreti umori interni, la tribù sarà pure una condizione esistenziale ma è si determina nella storia.
Oggi queste realtà nazionali sono rovesciate. Una presenza pacifica altrove, seppure orgogliosamente diversa, viene negata in Italia. E' inevitabile, a tratti. Per il proselitismo che include, il cristianesimo in tutte le sue articolazioni, mentre la monogeneticità religiosa esclude, è il caso dell'ebraismo ritrovato. Ma l’ebraismo è tradizione più che religione. Oggi è senz’altro il sionismo israeliano. Che può essere riduttivo. A patto che non sia contrastato dal vizio passionale (ideologico, di schieramento) che ancora agita l’Italia, spacciandosi per politica.
L’odio di sé
Le accuse di antisemitismo contro Irène Némirovsky, prevenute magistralmente da Myriam Anissimov, la biografa di Primo Levi, nella nota a “Suite francese”, e tuttavia endemiche, si sono riattizzate con la riedizione di “David Golder” in inglese , e la preparazione di una mostra sulla scrittrice a settembre al Museum of Jewish Heritage di New York. Progetto che il Museo porta comunque avanti, con l'intento di celebrare “l’importante storia della vita di Irène Némirovsky, la sua lotta in quanto ebrea russa emigrata in Francia durante l’occupazione nazista, la sua esperienza come scrittrice e come madre, e la sua riconosciuta eredità letteraria”. L’accusa è insostenibile – non c'è accusa possibile di antisemitismo a carico di un ebreo. Ma presenta altri motivi d’interesse, l’antisemitismo è insidioso.
Il “Guardian” ha aperto la polemica a febbraio del 2007, con la presentazione del “Golder”. Alla recensione positiva di Carmen Callil sono seguite un paio di lettere di protesta e un lungo articolo di Stuart Jeffries, “Verità, bugie e antisemitismo”. Centrato sull’omissione, nella traduzione inglese di “Suite francese” di un paragrafo della nota di Myriam Anissimov, quello che comincia (p.404 dell’edizione italiana): “Quanto disprezzo di sé si può scoprire sotto la sua penna!”.
Un anno dopo, tra fine gennaio e fine marzo, “The New Republic” ha rilanciato con asprezza la polemica. Quando uscì “David Golder”, nel 1929, scrive Ruth Franklin, editorialista del settimanale, “il fascismo europeo era ben odioso e abbastanza minaccioso”. La giornalista accusa l’autrice di “trafficare nei più sordidi stereotipi antisemiti”, e la dice “la vera definizione dell’ebreo che si odia”, che parlava male degli ebrei per accattivarsi i direttori dei giornali di destra per i quali scriveva, e che scrisse addirittura al maresciallo Pétain per evitare la deportazione. Una che collaborava col settimanale di destra “Gringoire”, xenofobo, e a Parigi era amica di Jacques Chardonne, scrittore cattolico, autore di “L’amour du prochain”, sulla pace tra la Francia e la Germania (che Mitterrand però amerà), e Paul Morand, “la cui moglie fu in amicizia con la moglie dell’ambasciatore tedesco durante l’occupazione”. E ancora: “Gringoire” nel 1938 pagò a Irène Némirovsky 64 mila franchi, pari a 23 mila dollari. Una lunga filippica, in testa alla quale il settimanale fotografa la scrittrice non col naso adunco, poiché non ce l’aveva, ma lo stesso sgradevole. E a conclusione della quale, commentando la deportazione e la morte di Irène a Auschwitz, l’accusatrice scrive: “In un’ironia che potrebbe essere venuta direttamente dalla sua narrativa, Némirovsky sarebbe morta sola in un paese dell’Est, lontana dalla famiglia, lasciandosi dietro una fortuna in manoscritti – così adempiendo fino alla fine all’incomprensibile destino di ogni buon ebreo su questa terra”. Non è tutto, Franklin ha perso una battuta: “David Golder” diventò un film, fu il primo film parlato francese, per ciò stesso di grande successo, e per ciò steso fomentò l’antisemitismo – la colpa fu tripla.
Due mesi dopo il giornale dà la parola alla traduttrice inglese, Sandra Smith, alla sua editrice in America, Lexy Bloom, di Vintage Books, e agli autori della secondo biografia della scrittrice, pubblicata otto mesi fa in Francia, Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt. Sandra Smith, che si dice essa stessa ebrea, difende la scrittrice spiegando che la conversione fu solo opportunismo, e che la famiglia di Irène “si sentiva ebrea ed era orgogliosa della sua tradizione”. I biografi spiegano l’ovvio: Irène non ebbe un’educazione ebraica, non parlava nemmeno l’yiddisch, e non andava in sinagoga (ci andò per il matrimonio per compiacere il marito e i di lui parenti), ma era e si sentiva ebrea, nel senso di Sartre: “Qualcuno che gli altri considerano un ebreo”. Le accuse di Franklin gliele aveva già mosse Nina Gourfinkel, della “Nouvelle Revue Juive”, nel 1930, alla quale la scrittrice così rispose: “Dicono che sono antisemita? È assurdo. Sono io stessa un’ebrea e lo dico a chiunque voglia ascoltarmi!”. Le caricature di ebrei ci sono anche in Singer, Aleichem, Shalom Asch, perfino nell’ “Ultimo dei giusti” dell’uomo giusto Schwarz-Bart (e in Heine, perché no, e nei tanti ebrei austriaci, o in Albert Cohen, atrocissima).
Franklin si basa, oltre che sulla lettura del “Golder”, sulla biografia della scrittrice pubblicata nel 2006 da Jonathan Weiss, “immensamente chiarificatrice”, “importante e prodigiosamente indagata”. Che invece secondo i successivi biografi francesi ha parecchi buchi. Il professdor Weiss si è tenuto fuori dalla polemica su "New Republic". Nel 2007, sollecitato dal “Guardian”, non si era sbilanciato: “Credo sia giusto dire che si era alienata dalle sue radici ebraiche, ma dirla una che si odia è troppo”. Ruth Franklin si spiega il rinnovato interesse per Némirovsky col fatto che “Suite francese” non si occupa di personaggi ebraici. Aggiungendo un altro svarione: solo dal 1939 in poi la scrittrice evitò di dare materia all’antisemtisimo. No, “I cani e i lupi” è del 1940 ed è una storia ebraica. Piena di ebrei dal naso adunco, ossessionati dal denaro, fraudolenti. Con due eroi ebrei belli, pieni dell'idea di bello, ma incapaci di felicità.
Un Dio del futuro
Lo scandalo non è nuovo. La biografia di Philipponnat e Lienhardt è noiosa ma in proposito chiara. La questione posta da Ruth Franklin non è pretestuosa, seppure non nel senso da lei sollevato. Némirovsky divenne scrittrice riconosciuta e affermata in Francia col suo secondo romanzo, che è appunto "David Golder". In grazia esattamente dell'antisemitismo, che fece scandalo, pur nell’antibolscevismo antisemita dell’epoca. Tuttavia, ricordano i biografi, la scrittrice ancora ignota si meritò le recensioni di due critici molto autorevoli, Benjamin Crémiux e André Maurois, per “la profondità morale”. I quali, aggiungono, anch’essi erano ebrei. Lo stesso “The Nation” nel 1931 aveva dato conto del successo in Francia del “Golder” in termini lusinghieri. Con la figlia Denise, che cura la memoria della madre, Philipponnat e Lienhardt dicono la novella “una variante dell’Ecclesiaste nel campo della grande finanza”. E spesso ripetono che “la derisione era più forte di lei”, anche l’autoderisione. Avrebbero potuto concludere che l’autrice Némirovsky è “vittima” della sua resurrezione, con la dolente “Suite francese”, lei era stata tutt’altro. Era una giovane molto russa, anche se ignorante della lingua e della cultura russa, viziata in famiglia, nelle amicizie, nella vita sociale, fino al matrimonio e anche dopo, autodidatta vorace, che l’ebraismo vedeva nella forma della miseria – del ghetto, della shtètl – e se ne spaventava. Non diversamente l’atterriva la madre vogliosa di vita e di amanti, di un egoismo e un’avarizia inimmaginabili.
Il “Golder”, di cui, ricordano i biografi, “critici infastiditi accolsero freddamente le caricature”, è anzi il problema attorno al quale girano Philipponat e Lienhardt, che hanno lavorato in stretto contatto con Denise Epstein, la figlia d’Irène ancora vivente, e sulla documentazione in suo possesso. Per un paio di fatti storici che bisognerebbe riscoprire. Il primo concerne gli anni 1920 e, ora che il sovietismo è svanito, si può dire: l’acuta sindrome antibolscevica in Francia dopo la rivoluzione (ma anche in Germania, in Inghilterra, in Germania), diffusissima, persistente. Che ai bolscevichi accomunava gli ebrei, ritenuti gi artefici e gli animatori della rivoluzione: di ogni personaggio del bolscevismo, Lenin incluso, si trovavano nomi e passati ebraici. Di questa sindrome era tanto più infetti i russi emigrati. E tra essi anche gli ebrei. Una sindrome persistente anche negli anni 1930, sebbene contrastata dalla grande inventiva del Comintern, dell’apparato propagandistico di Willi Münzeberg.
“Fantasio”, il periodico satirico cui Irène si rivolse per pubblicare i racconti, i suoi primi abbozzi, di “Nonoche”, la ragazza sventata a metà tra Chéri e Zazie, era specializzato nell’antibolscevismo, con corteo di maschere antisemite. Le quali in Némirovsky sono anche calchi dei fratelli Tharaud, scrittori ora dimenticati che lei privilegiava quali esponenti dello “spirito francese”, o delle “buffonerie” allora in voga di Paul Morand, “Lewis e Irene”, e “Je brûle Moscou”. Sul tema, come lo sintetizzò Albert Londres, lo scrittore di viaggi, che pure era progressista, dell’invasione degli ebrei, o meglio degli Orientali, il Siberiano, il Mongolo, l’Armeno, l’Asiatico, e l’Ebreo, cacciati dalla rivoluzione, un po’ puzzolenti, e inassimilabili.
In subordine, un’argomentazione dei biografi più sottile, meno evidente di questa, ma non meno vera: i russi ebrei emigrati, specie quelli ricchi (ma non solo: Bove, Legrand, Ela Triolet…), come del resto molti russi poveri non ebrei, Berberova e molti altri, s’identificavano immediatamente con la Francia, e la Francia non discriminava l’“ebreo francese”. Per scrivere il “Golder”, Irène Némirovsky si è molto documentata, i biografi sono anche troppo precisi su questo, sui contratti di Borsa, il mercato del petrolio, i traffici finanziari col regime bolscevico. Ma anche, volendo delineare dei personaggi ebrei, sulle abitudini religiose e alimentari ebraiche, e sul quartiere allora ebraico del Marais a Parigi. Come una qualsiasi anatomista, cresciuta per caso in una famiglia di ebrei, sposi ed ebrei peraltro per caso.
Frequenti erano peraltro allora nelle cronache le vicende spesso molto avventuristiche di uomini d’affari ebrei. Il padrone della Shell Henry Deterding, su cui David Golder è modellato, ben più che sul proprio padre di Irène. Il banchiere belga Alfred Loewenstein, stella di Biarritz negli anni in cui la giovane Irène vi folleggiava con la non amata mamma: partito da Londra sul suo Fokker, Loewenstein non vi si trovò più all’atterraggio a Bruxelles – Golder scomparirà anche lui, ma durante un traversata in mare, come poi scomparirà, negli anni 1980, il magnate britannico Maxwell.
Il secondo fatto storico che si trascura, e i biografi invece tratteggiano, è l’antiparlamentarismo – forme variegate di fascismo – diffuso nella Francia degli anni 1930. Che anch’esso rinfocola l’antisemitismo. La Crisi americana fu seguita a Parigi dal collasso di alcune banche di uomini d’affari ebrei – il caso più famoso è Stavisky ma molti patrimoni sparirono in altre disavventure. I due pregiudizi, antibolscevico e antiparlamentare, si risolsero in antisemitismo acuto nel 1936 del Fronte Popolare socialcomunista, guidato da Léon Blum, ebreo eminente.
Dalla lettura dell’insieme dei romanzi e dei racconti, che ormai sono quasi tutti ripubblicati, non emerge in Irène Némirovsky una dominanza del tema semitismo. Esso rientra in tanti romanzi e racconti, oltre il “Golder”: questo “I cani e i lupi”, “La proie”, “Un bambino prodigio”, “Il ballo”. Ma vi è anche chiaro che la sua ossessione è al contrario l’esclusione, quando non l’odio, basato sulla razza. Che nelle sue lettere e dichiarazioni, oltre che nelle opere, lei mostra di avere personalmente sofferto a Parigi, città pure accogliente e benefica. A suo modo, in negativo, essa non nega ma riafferma l’orgoglio tribale, l’essere uguale e distinto.
Iréne pubblicava i suoi racconti e romanzi su “Candide” e “Gringoire”, riviste di destra, come Colette, ma anche su “Le Matin” socialista, su “Le Peuple”, quotidiano della Cgt, il sindacato comunista, e su "Marianne", periodico di sinistra. E teneva agli apprezzamenti di Brasillach come di Kessel. “Le Peuple” pubblicò “David Golder” a puntate. Dello stesso romanzo Duvivier fece un film di successo, con Harry Baur, senza scandalo, così come senza scandalo si fece un film da “Il ballo”. L’accusa di antisemitismo mossa da Ruth Franklin a Irène Némirovsky muove in realtà, più che dai suoi racconti e romanzi, dal fatto che ha cercato in tutti i modi l’integrazione nella società francese. Di cui era un’autrice affermata. Ma che viveva una stagione sciovinista e infine l’ha respinta, lei come tutti i suoi ebrei. Anche questo è per lei materia di narrazione: il rifiuto francese negli anni 1930 dei diversi, italiani compresi, e soprattutto degli slavi, i levantini, gli ebrei. Pesa nel capo d’accusa anche l’abiura, il battesimo - ma non dichiaratamente, per “correttezza politica”. Insomma, la colpa d’Iréne Némirovsky è stata di voler uscire dalla tribù.
C’è una speciale sensibilità negli Usa all’antisemitismo, con vittime illustri fra gi stessi ebrei, da Arendt a Mailer e Philip Roth - e Simone Weil, per questa colpa ignota negli Usa. Da parte di ebrei che magnificano la loro assimilazione con l’identità comunitaria, orgogliosa e gelosa qual è delle tribù primitive, esclusiva, feroce. Ma quello dell’odio di sé ebraico è ora il problema più generale dell’ebraismo, cioè delle vittime della storia, nella quale non hanno colpa se non di esistere. Questo odio è assurdo dopo l’Olocausto, ma non prima. Quando l’ebreo, anche prima dell’assimilazione, anche in regime di interdizioni, si poneva alla pari della maggioranze – questa è una storia che aspetta ancora di essere esaminata, come testimonia lo scandalo per uno dei suoi primi ricercatori, Ariel Toaff. C’erano ebrei insofferenti della propria condizione, per motivi religiosi, ideali, sociali, familiari, come c’erano e ci sono cristiani anticlericali, meridionali antimeridionali, neri antiafricani, oltre che faziosi di ogni genere, specie in politica.
Quanto al battesimo, lo stesso Weiss conviene che fu una scelta non opportunista, non dettata dall’invasione tedesca. La conversione di Iréne Némirovsky è tutta nella speranza della vita eterna che il Dio cristiano dà e quello ebraico no, un’umanità che si vuole vincente, oltre la morte. Gli ebrei sono rappresentati ne “I cani e i lupi”, il romanzo ora ripubblicato, “senza speranza nella vita eterna”. L’ebreo, dice, anche laico, si sente sempre minacciato “da un dio terribile”.
Scultura
Tutto tardi per Irène, anche le accuse. Vittima di Lenin, poi di Hitler, quindi della guerra fredda, il destino incredibile d’Irène Némirovsky in nemmeno quarant’anni di vita resta il paradigma più calzante, nella sua assurdità, del Novecento. Feltrinelli ne aveva tentato il recupero subito alla caduta dei muri, nel 1989, con “Come le mosche d’autunno”, ma il disgelo è stato lento – un racconto che non racconta nulla se non se ne compartisce l’incomunicabile nostalgia, e anche questo, il “dovere della memoria”, è forse un ultimo guizzo di Novecento. La sua è la disperazione comune a chi non ha più radici.
"I cani e i lupi” è un racconto denso alla lettura, specie oggi che si scrive come si girano i film in inglese d’accatto, nell’età dell’acquario e della globalizzazione, di mondi vaghi e personaggi senza spessore, giusto per il plot, che sia mirabolante. Némirovsky scrittrice di oggi è singolarmente controcorrente. Presa dai suoi personaggi, che digeriva con una tecnica speciale di lenta ruminazione, per presentarli al lettore quasi in carne. Oggi si direbbero estremizzati o eccessivi: nettamente disegnati, sottolineati, insistiti, a tutto tondo, scolpiti. Ma tutti a loro modo complessi, sotto l’apparente univocità, per una chiave di lettura plurima che ne spiega la rilettura, ne fa la durata. La protagonista di “Jezabel” è una donna innamorata dell’amore, del “piacere di essere amata”. La protagonista di “I cani e i lupi” vive un’esperienza meno tipica, più incerta, ma è forte della certezza dell’arte nel troiaio della storia. E sempre con la capacità inconsueta e caratteristica della scrittrice di drammatizzare la fredda moneta, tanto ne conosce bene i meccanismi: la banca, la speculazione, l’insolvenza - “David Golder” fu pubblicato lo stesso anno del Grande Crack, nel 1929. Di un realismo non di programma (ideologico) né ottimistico. Con la consueta capacità fabulatoria, che sul quotidiano, e il linguaggio piano, costruisce memorabilia.
Irène debuttò diciottenne, quando era ancora gestita dalla madre in ogni occorrenza, secondo i biografi, drammatizzando le cose viste. Compresa la madre. La quale viaggiava a Biarritz e a Nizza in alberghi di lusso, e la figlia confinava in una pensione con la governante. Compresi molti ebrei dal naso adunco, o comunque affilato, ossessionati dal denaro. E molti buoni borghesi cristiani meschini e razzisti, anche se ricchi. Alla madre, oggetto di derisione ne “Il ballo”, fatua e vuota, che nella figlia vede un richiamo di ciò che non sopporta, l’età, l’intelligenza, l’affettività, e perfino il sesso, sono dedicati in “Jezabel” una serie di epiteti: “Una madre fredda, severa, una vecchia bambina imbellettata e mezza matta, ora frivola, ora terrificante”, “una donnetta gelida e scarna, dagli occhi verdi”.
Il lungo racconto è un giallo, con sorpresa conclusiva, ma i capitoli centrali sono il duro conflitto tra Irène e la madre al momento della maturità della figlia. Le due donne poi si odieranno, al punto che la nonna si rifiuterà non di accudire ma anche solo d’incontrare le due figlie d’Irène orfane di Auschwitz. Il nome della protagonista è Gladys, Jezabel ricorre, non specificato, nel titolo e in un paio di passi, eco della Gezabele biblica crudele. E sarebbbe un romanzo antifemminista, altro nonconformismo di Irène, se non fosse antimmamma. Contro “le donne del crudele Fragonard”, dall’occhio fatale. Contro la donna cioè nella sua immagine, e il non invecchiare come il tema della sua vita, della vita di una donna.
Autobiografismo“I cani e i lupi” è raccontato un po’ di fretta nella seconda parte. Ma è anch’esso una storia speciale. Oltre che importante per la questione dell’odio di sé ebraico, dell’antisemitismo ebraico. “Come tutti gli ebrei, Harry”, il protagonista, “nutriva per i difetti tipici della sua razza un’avversione più profonda, più sentita, di quello che potevano suscitare in un cristiano”: Irène stessa pone il problema. In termini oggi non più veritieri, dopo il sacrificio degli ebrei, e la loro integrazione piena nelle società nazionali e nella società delle nazioni. Ma all’epoca non senza rischi. La stessa autrice si difende in anticipo, in nota alla prima edizione del 1940, affermando il suo diritto a scrivere “una storia di ebrei”, con i loro pregi e i loro difetti, perché “in letteratura non ci sono argomenti tabù”.
"I cani e i lupi" esce sei mesi prima delle leggi razziali francesi. Ma già nel romanzo ci sono le persecuzioni: un personaggio minore ne è vittima, col lavoro forzato e i campi di concentramento. L’albergo in Francia è pieno di spie. E gli ebrei non graditi sono espulsi. Non c’è odio di sé, e non c’è illusione, non c’è di che. Insomma, è una storia di ebrei. Che è la sua, dell’autrice, rappresentata nel lui e la lei del romanzo. Irène è un poco Ada, la protagonista, pittrice non bella ma di forte personalità, che solo riusciva a “scavare con ostinazione e ferocia dietro volti tristi, cieli cupi, per coglierne i segreti nascosti”. Ed è Harry, il giovane ricco e fortunato che non si vuole ebreo. Cosciente di dire cose sgradevoli in un momento delicato, anche se la Francia non aveva ancora leggi razziste
È la storia di un amore tra ebrei ricchi e ebrei poveri, tra Kiev e Parigi, tra l’abiezione e la dignità, seppure negata. Tra la felicità e la disperazione in muto concorso: l’infanzia a Kiev, la naturalizzazione rifiutata a Parigi, entrambe vissute nell’incertezza e nell’inquietudine. La materia ebraica è talvolta attenuata dall’ambiente parigino, europeo, cristiano, più spesso accentuata. Ma Dio è diverso per gli ebrei poveri e per i ricchi, e per la borghesia piccola e media, Irène ne fa un trattato in mezza pagina. E quello dei cristiani può essere bestiale, dei cristiani poveri: il capitolo VII fa rivivere il pogrom, una parola vuota di significato in italiano, ma che per quasi un secolo ha rappresentato l’abiezione europea, il non detto della democrazia, lo sciacallaggio dei poveri, soldati inclusi.
Singolare fortuna ebbe “I cani e i lupi”, pubblicato nello stesso anno 1940 in estratto dal "Journal de l'Université des Annales", influente nella prima metà del Novecento, con tirature anche di duecentomila copie, una rivista di diffusione colta. Appena pochi mesi prima delle leggi antisemite del governo francese, nell’ottobre 1940. E resta come un fermo immagine, un attimo prima della catastrofe, un monumento al mondo com’era un attimo prima. Il ritorno di Irène Némirovsky è anche un recupero ideale - freudiano - di quel minuto prima.
Iréne Némirovsky, I cani e i lupi, Adelphi, pp.234, €18,50
Jezabel, Adelphi, pp.194, €16,50
“Le Magazine Littéraire”, aprile 2008, Les juifs et la littérature, €6,40
“The New Republic”, 30 gennaio 2008, Scandale française, di Ruth Franklin