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mercoledì 28 maggio 2008

L'arresto era per Bertolaso

C’era Bertolaso, il capo della Protezione civile in qualità di ex commissario ai rifiuti di Napoli, nella richiesta originaria di arresti che il giudice Rosanna Saraceno ha trasformato nella retata di ieri. Lo assicura un fonte giudiziaria che la Procura di Napoli ha conosciuto molto bene dal di dentro in un recente passato e che vi mantiene ancora collegamenti informati. Marta Di Gennaro, direttore generale della Protezione civile, subcommissaria all’epoca di Bertolaso a Napoli, tra gli arrestati di ieri, entrava originariamente nell’inchiesta in posizione defilata.
L’informazione conferma in sostanza che la decisone degli arresti è stata presa con criteri di opportunità politica. La ponderata decisione del gip Saraceno, dopo quattro mesi di esame delle richieste della Procura, e all’indomani dall’assemblea dei giudici napoletani contro i provvedimenti del governo sulla spazzatura a Napoli, lascia fuori direttamente il governo, ora che Bertolaso è sottosegretario, ma lo mette sotto accusa attraverso l’arresto della sua vice e l’incriminazione del prefetto Pansa. La fonte è degna della massima fede.
Si punta la Superprocura, si salva la camorra
La fonte non si spiega la ratio politica degli arresti, il perché dell'attacco frontale della magistratura napoletana contro il governo. Forse perché di questa magistratura è parte. O forse è impossibile: la Procura a Napoli e la giudicatura di prima istanza a essa legata danno da tempo, da prima della controversa gestione Codova e dopo, segni molteplici e costanti di esercizio discrezionale e ribellistico dell’azione penale. Ma un effetto è chiaro. Con la pronuncia dei procuratori alla quasi unanimità contro la Superprocura, e ora con gli arresti, la giudicatura di Napoli difende nei fatti l'asse Chiaiano-Marano delle lottizzazioni al posto della discarica.
La Superprocura sarebbe stata voluta dal governo su suggerimento del capo della Procura che è succeduto a Cordova, Giandomenico Lepore, che non riesce altrimenti a esercitare l'azione penale. In particolare nella cosiddetta zona grigia del malaffare, dove imprenditori apparentemente puliti mettono a frutto gli investimenti della camorra procurando le necessarie autorizzazioni politiche. In questa zona grigia ci sono Chiaiano (Marano) e alcune zone di Casal di Principe, il paese di "Gomorra". Sono aree a gestione diessina, e Berlusconi tenta con la Superprocura quello che tentò con Cordova, di andare a fondo del malaffare contiguo alla sinistra.
Provvedimenti ponderati
Nell’equa divisione degli arresti, ponderati si dice all'unità, sette alla Protezione civile e sette alla Fibe, questi sono specialmente insidiosi. I sette sono i gestori dei sette centri cdr (combustibile derivato dai rifiuti), che, pur funzionando da semplice discarica, hanno consentito finora al napoletano di sopravvivere. Nel piano di Berlusconi e Bertolaso i sette cdr avrebbero dovuto essere trasformati in veri e propri centri di compostaggio. Ma ora, è presumibile, non funzioneranno più neanche come discariche.
La stessa fonte afferma che Marta Di Gennaro, benché medico di formazione e professione, è un’esperta di diritto. Il che renderebbe poco credibili le grossolanità che le indiscrezioni che hanno accompagnato l’arresto le attribuiscono. Marta Di Gennaro si sarebbe fatta una notevole cultura di diritto amministrativo – oltre a essere cresciuta con un padre magistrato, il Di Gennaro che fu rapito nel 1975 drammaticamente dai napoletanissimi Nuclei armati proletari, e fu poi a capo dell’Antimafia.

Ceffoni laici di Bertone ai giudici liguri

C’era forse fretta a Genova di coinvolgere il Vaticano nello scandalo delle mense scolastiche. Non per distogliere l’attenzione dall’establishment diessino, questo no. Ma non si spiega altrimenti la scarcerazione, senza motivazione, del manager cattolico Giuseppe Profiti, collaboratore a Genova del cardinale Tarcisio Bertone, ora segretario di Stato in Vaticano, dallo stesso portato a Roma, alla direzione dell’ospedale Bambin Gesù.
Bertone, salesiano, quindi sportivo e laico, non ha avuto difficoltà a rispondere coi guantoni ai giudici genovesi. Che non solo avevano arrestato Profiti, ma avevano anche diffuso la voce, senza giustificativo, di un suo personale coinvolgimento nello scandalo. Ha impedito l’accesso degli inquirenti al Bambin Gesù, che è struttura extraterritoriale. Offrendo ai laici genovesi una facile palla, che però nello smash si è rivolta contro di loro: l’uscita di Profiti dallo scandalo senza nessun elemento di novità apre la via a una rivalsa. Ora a Genova dovranno trovare altri moti per tirarcelo dentro, ma Bertone già ghigna. Freddo, da salesiano.

domenica 25 maggio 2008

Ci vuole la destra per le cose di sinistra

“Ci vuole la sinistra per fare le cose di destra”, disse l’Avvocato Agnelli nel 1976, o nel 1978, mentre si comprava gratis il “Corriere della sera”. È stato uno dei detti più celebri dell’Avvocato, e ha fatto la politica italiana per trent’anni. Partendo dai famosi tre contratti del compromesso storico vero e proprio, dal 1975 al 1979, ad aumenti zero, certo uguali per tutti. Ma ora non è più vero – è quasi un bene che gli Agnelli non ci siano più, si sarebbero dispiaciuti.
Ora è vero il contrario, e non si sa più se è un bene: un governo di destra per fare le cose di sinistra. Detassare il lavoro, raccogliere i rifiuti, dare un permesso a mezzo milione di badanti, magari espellere i magnaccia e i trafficanti, e togliere l’Ici, l’imposta odiosa di Soros, a chi ha una sola casa. Costruire anche qualche strada, e qualche ferrovia. Magari si rivedranno i piani di fabbricazione “spagnoli” concessi in fretta, alla vigilia delle elezioni, ai grandi immobiliaristi, e si faranno felici anche l’ecologia, e l’etica. E che pensare se i salari, così depressi, tornassero in linea con la retribuzione del lavoro nel resto d'Europa?

Berlusconi al gas? a grappolo? anti-uomo

Che fine ha fatto Rosy Bindi?
E Follini? Fece nel 2005 una crisi di governo, pur non essendo nemmeno deputato.
E Marini, presidente del Senato?
Che fine ha fatto Bertinotti, che si vedeva ogni sera in tutte le televisioni, così simpatico?
E Pecoraro Scanio? Lui che aveva un parere su tutto, napoletano verace.
Con le elezioni sono scomparsi molti personaggi. In attesa che siano svelate le polizie segrete, le carceri e le camere di tortura di Berlusconi, non sarà lecito presumere che più che al voto abbia sfidato i suoi avversari in campi aperti disseminati di congegni anti-uomo, d’insidiose bombe a grappolo, di gas tossici? La loro scomparsa è fisica.
Pare che la questione sia seria. Che un’elezione, come il parto, ancorché felice, possa provocare depressioni. Figurarsi se infelice.
Ma già prima del voto molti erano scomparsi, che non avevano argomenti.

Problemi di base

Perchè i comacini discesero l’Italia, fino a Trapani, e non risalirono le Alpi?

Perché nei segni non si vedono le facce – si sa chi è, fante, regina, eccetera, ma non se ne vede la faccia?

Il tè distende, il caffé concentra. Perché gli italiani, fannulloni, prendono il caffè, e gli inglesi il tè?

Perché gli uccelli sono carnivori – loro che vivono tra gli alberi e l’erba?

Perché gli uccelli migratori fanno tante migliaia di chilometri, ogni anno, sempre sugli stessi tragitti da e per gli stessi posti? E che pensano quando in incontrano i cacciatori che li ammazzano in volo? Magari ne ammazzano i piccoli, da alcune specie così coccolati.

Perché non ci sono pentiti contro Berlusconi? Solo Santoro, dopo due anni di Mediaset. Ma non ha detto granché.

Chi è Marco Follini?

Il mondo com'è (10)

astolfo

Colonialismo - La miseria delle colonie andrebbe ridetta, poiché l’Europa continua a vivere a a quell’ora, superba, indisponente. Il colonialismo è sempre straccione: torme di spocchiosi e disadattati, i migliori erano semplicemente poveri, riversati in Africa negli ultimi decenni dell’Ottocento con le promesse sottintese di scopare a piacere e dirsi superiori ai migliori africani. Masse di indigenti catapultati conquistatori in Africa, e per questo stesso fatto promossi, nobilitati, eroicizzati. Per il potere nella forma più turpe, dei ranocchi che si proclamano re. Con corredo di apologeti, etnografi e antropologi, della superiorità e dei destini manifesti, delle missioni civilizzatrici, di culture fondate sui fucili, i pantaloni col risvolto e il sangue bianco. Un progetto insano, prima che cattivo, e in netta perdita per la dignità, nonché per le casse degli Stati, che il danno subirono ingente. La Libia di Mussolini ne è epitome ingloriosa, che tra le grandezzate di Balbo e le nequizie di Graziani non cercava il petrolio - si dice che non l’ha trovato e invece non l’ha cercato, Desio ha ragione, ai suoi geologi era incomodo anche solo parlare coi miserabili fellah, che le fiammelle utilizzavano.
Tutt’altra cosa, andando a ritroso, i posti di commercio che portoghesi, genovesi e veneziani aprivano all’Est, sulle coste del Mediterraneo o dell’Oceano Indiano, che trattavano alla pari, seppure arricchendosi, con gli arabi e ogni altro asiatico, il commercio non ha mai fatto male a nessuno, il doux commerce degli illuministi. Tutt’altra cosa la conquista dell’America, che aveva un disegno e una convenienza, anche se perversi, avendo sortito la storia più brutta dell’umanità, tra razzie e schiavitù: l’imperialismo è un disegno, seppure in perdita. Il colonialismo è un disegno della peggiore stupidità europea, l’era dei primati nazionali. Che si esercitano nella violenza: siamo superiori.

Imperialismo – È furbo: tesse le fila ma non fa la rete. In questo senso Mao ha ragione, è una tigre di carta. È anche efficiente. In Kipling è perfino coraggioso.
Il governo britannico impose nel 1741 allo zar con apposito trattato commerciale l’obbligo di vestire l’esercito di lane inglesi. Ma le lane inglesi erano buone. “La nozione di oppressione è una stupidaggine: non c’è che da leggere l’“Iliade”. E, a maggior ragione, la nozione di classe oppressiva”, già Simone Weil aveva un’altra nozione dell’imperialismo tigre di carta: “Si può soltanto parlare di una struttura oppressiva della società”.
L’imperialismo è un programma su una corda tesa: non si governa con la polizia, e nemmeno con i missili. Almeno questo il Novecento avrà insegnato, al prezzo di cento, centocinquanta, milioni di morti assassinati, con le pallottole, le bombe, il gas, il veleno, il machete, una verità semplice: la libertà è difficile, certo è un’utopia, ma il potere non può che limitarsi. Per totalitario che si voglia o sia. Il massimo di potenza è impotenza, e preavviso di deflagrazione: il Novecento avrà sperimentato la politica totalitaria solo per provarne i limiti. L’equilibrio del terrore, era chiamato ed è, ma è intollerabile, tanto più per venire nel nome della democrazia. La deterrenza è minaccia costante, rinnovata, sovraeccitata. Ed è vero dominio, che il mondo ordinato vuole sotto di sé, obbediente, disciplinato, uniforme.
Gli inglesi hanno avuto il buonsenso di non farsi fare guerra. Niente Indocine né Algerie. Quando l’India ha marciato sul serio si sono ritirati. Anche in Sud Africa, purtroppo. E a tutti hanno dato, col passaporto, parità di diritti, giamaicani, pakistani, cingalesi. La violenza è generale, anche dei poveri. Dum-dum era la ragione sociale di una fabbrica di pallottole di Calcutta: se ne sbrecciava la punta per un motivo residuo della tratta dei negri, per essere la pelle degli africani più dura. Ma c’è nella violenza un più e un meno. O un disegno, violento è il male fine a se stesso:
L’India non ha cattiva memoria dell’Inghilterra. Sarà perché il primo inglese ad affacciarsi sull’oceano Indiano fu, nel 1580, un gesuita, Thomas Stevens. Gli inglesi hanno imposto al mondo la rasatura ogni mattina, per vendere il gillette. Ma il rasoio è buonissimo. Oppure si può dire al contrario: dovendosi radere ogni mattina, gli inglesi fecero un ottimo rasoio. Il segreto dell’imperialismo è semplice, direbbe Dickens: “La Provvidenza ha fatto un grande onore a confinare l’indomabile flotta inglese in una nazione così piccola, in mezzo a tanti popoli corrotti”. Questo vale anche per i romani, che all’opposto si indianizzarono: avevano di sicuro una loro poesia i fescennini dei romani, i canti saliari e il ritmo saturnio, ma Roma vi rinunciò grecizzandosi.
È vero che l’imperialismo può essere nemico del capitale, inteso come arricchimento, la potenza ha un’altra logica, o il fascino dell’azzardo, che sempre è perdizione. Anche due volte nemico, se hanno ragione quelli che pongono la potenza, cioè la conquista e la guerra, all’origine del progresso più che della ricchezza. L’India fu conquistata per espandere il mercato. Poi fu usata per limitarlo, nell’interesse di questo o quello, nemmeno tanto grande, produttore britannico di cotonate. L’imperialismo lasciato a se stesso, all’espansione irrefrenabile, esclude anche il terzomondismo, Antonio Negri ha ragione, la sentimentale nostalgia dell’uomo nudo - o della donna: trattati se ne potrebbero scrivere, Freud questa se l’è lasciata sfuggire, il desiderio della madre nera. L’imperialismo è distruzione, sinonimo di guerra. Agli indiani d’America, che i missionari con terrore vedevano sparire a occhio. O a Lepanto, dove non ci furono turchi prigionieri, e neppure feriti, tutti i venticinquemila morirono.
Ma non c’è simmetria tra i due imperialismi, non c’è reversibilità. Lepanto e la Conquista furono guerre di religione, in campo era il prete, direbbero Michelet e Le Goff, e non il mercante. E con le multinazionali l’imperialismo diventa impossibile, si trasforma nella democrazia come mercato di Bentham e Constant. Il sistema sociale di controllo può esservi altrettanto ramificato, ma non vuole l’anima come invece chiedeva il Pcus, con la scusa del Diamat, del povero Marx. È per questo che il Commercio ha abbattuto il Muro.

Indipendenza – L’esperienza mostra nel Terzo mondo un pattern ricorrente: le società e gli Stati deperiscono, talvolta mortalmente, man mano che si allontanano dalle ex madrepatrie, dai modelli culturali coloniali, e si nazionalizzano. I casi dell’Uganda civilissimo di Milton Obote, dissolto da Idi Amin, o del Kenya di Kenyatta e Tom ‘Mboya rispetto ai tribali successori, o di Mugabe nelle sue due incarnazioni, di leader antirazzista anglofilo, e poi di despota indigenista che ha immiserito e disintegrato la Svizzera dell’Africa. Il Ghana superbo di ‘Nkrumah quarant’anni fa, senza paragone con la miseria economica e morale di oggi. L’ex Dahomey, che era la Sorbona dell’Africa, Il Senegal di Senghor, poeta e accademico francese, al confronto degli affaristi che poi l’hanno impoverito. La Costa d’Avorio di Houphouët-Boigny, deputato socialista francese, e quella dei suoi incapaci, tribali, suicidi successori. Talvolta il cambio è stato imposto dall’ex madrepatria, per motivi politici contingenti. Idi Amin, il fuciliere che sarà “cugino della regina”, fu espediente contro la sponda pericolosa di Obote all’Urss in Africa.
Paesi sulla via dello sviluppo, comunque al ritmo dei tempi, sono stati disintegrati, talvolta anche territorialmente. Solo per essere passati dall’apparato del colonialismo e dell’imperialismo, con un’amministrazione, una costituzione e un sistema giudiziario all’indigenismo sregolato. Ciò è reazionario ma è vero. È reazionario da ogni punto di vista: è razzista, anche se non è solo africano, è antidemocratico, per quante connotazioni si possano imporre alla democrazia, è pessimista e regressivo. Ma è storico.
Il pattern non emerge nelle società complesse, stratificate, a loro modo strutturate, quali l’Egitto o l’Algeria. Regge il Marocco, l’unico paese del Nord Africa con uno standard di vita quasi europeo, per l’integrazione, seppure ridotta, nel sistema globale della produzione, al passo coi tempi, perché la monarchia impone un sentiero europeo: detribalizzato, parlamentare, sindacale, con un forte controllo da parte dello Stato. Nel lungo periodo lo scehma invece si applica da tempo anche nelle repubbliche sudamericane. Non in Argentina o Brasile. Sì in quella, Messico in testa, Perù, Ecuador, e ora Venezuela e Bolivia, dove le élites criolle progressivamente lasciano il governo alle masse indigene. Il Perù ha il record mondiale della crescita continua da una dozzina d’anni, ma gli effetti nel paese non si vedono, la ricchezza vi si dissolve.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (18)

Giuseppe Leuzzi

Napoli. I Borboni vittime di Napoli e non Napoli dei Borboni? Si è sempre detto, senza crederci, perché sono stati i primi illuministi in Italia, i primi industriali, e insomma al passo coi tempi. Senza credere nel loro illuminismo, opportunistico - come se gli altri, i Savoia, gli Hohenzollern, i Sassonia-Coburgo, ne fossero appassionati. Senza crederci loro stessi. Ma sarebbe ora di ripensarci: è l’unica storia possibile, la spazzatura di Napoli viene da lontano. Dal lazzaronismo, dalle continue invasioni di campo franche e iberiche, dall’oscuro Medio Evo, dalla galere di Baia e Capo Miseno. E dall’isolamento internazionale, perché no.
Napoli è il Sud, ed è l’Italia. Poche aree sono sfuggite a Napoli, così geniale e superficiale, le regioni “rosse”, le Venezie, limitandone la presenza a qualche magistrato sperso e a qualche paglietta sparso. E Roma naturalmente – ma già con qualche danno. Si è napoletanizzato subito il Piemonte, coi suoi prefetti, generali e capi della polizia, brillanti e ignavi, che hanno letteralmente distrutto il Sud. Si è napoletanizzata nel dopoguerra Milano, apprendendone l’uso dell’insalata ma anche, con Borrelli e dopo Borrelli, come distruggere l’Italia, in Borsa, in politica, negli affari, e perfino nel calcio.

Napoli è stata “il Regno” fino praticamente al referendum per la Repubblica. Ma s’è rapidamente acconciata, e da decenni è anzi repubblica che bordeggia l’anarchia.

Milano. A Basiglio, o Milano 3, il comune più ricco d’Italia, una famiglia d’immigrati meridionali dava fastidio. Davano fastidio i due figli, di nove anni lei e tredici lui, che andando a scuola la infettavano. Sia quella elementare sia la scuola media. Finché un’insegnante delle elementari, la direttrice, il sindaco, lo psicologo e gli assistenti sociali non sono riusciti a mandare sorella e fratello in galera – in casa di correzione, in due case separate. Con l’imputazione di disegni osceni.
A questo punto succede una cosa straordinaria: virtù impensate emergono nel giornalismo del gossip. Il fatto non poteva sfuggirgli, che dei meridionali pecorecci vadano a infettare la civica Milano. Ma allora, perpetuandosi lo scandalo per qualche giorno, si viene a sapere, un po' detto, un po' negato, ma insomma: non la bambina incriminata ha fatto il disegno osceno, bensì un’altra. Come si arguisce del resto dalla didascalia che lo accompagna. Dopo due mesi, e una sentenza del Tribunale dei minorenni, anzi esattamente 69 giorni, i due bambini incarcerati vengono liberati. Non subito: il ragazzo si farà un'altra settimana, perché la psicologa che seve dare il prescritto parere, non ha avuto il tempo di perscrutarlo.
Il fatto non vuole dire nulla. Magari la direttrice, l’insegnante e le assistenti sociali sono meridionali, e la psicologa che dopo due mesi, trovando il tempo, scagiona i due bambini, è settentrionale. Oppure è viceversa. Il fatto è che Milano imbastardisce tutto. E sempre si assolve.
La casa di correzione i giornali pudicamente chiamano istituto, si elogia il senso civico della bambina che si è accusata dei disegni osceni, si critica lo Stato insensibile, e si tenta di non dire più che i colpevoli erano meridionali, infiltrati nel comune più ricco d’Italia. Di tacere che è stato detto. Ma sopratutto se ne parla il meno possibile: non ci sono tavole rotonde né articolesse sui bambini traumatizzati, sui genitori aggrediti, sugli insegnanti incapaci di leggere o razzisti, sugli psicologi che si pronunciano una volta a settimana - gratis?
Nessuno si chiede se l’insegnante e il direttore didattico abbiano poi denunciato la bambina che ha fatto i disegni (non l’hanno denunciata), se gli assistenti sociali siano venuti a prelevarla e richiuderla (non sono venuti), o perlomeno se abbiano chiesto ai suoi genitori come mai a nove anni sapesse così bene il kamasutra (non l’hanno chiesto). Né perché a Basiglio lo Stato dei milanesi vituperato usi due metri.
Solo è stata preparata con cura la festa dei compagni per il ritorno - la solita scena televisiva dei bambini civilmente impegnati. Magari dallo stesso sindaco e dal direttore didattico, la Rai non è così cinica.

Milano, sorniona e sempre furba, pensa di dominare i suoi napoletani, di giocarli, e invece ne è infetta. Da Mani Pulite, con magistrati napoletani che riempivano le tasche di avvocati napoletani, a Calciopoli, le cui cronache napoletane hanno colmato la milanesissima “Gazzetta Sportiva” ma svuotandola - la leggono sempre meno, e le sue Milan-Inter soffrono di rimorsi e pastette. Milano è in via di meridionalizzazione, cioè in declino.
È vero che Milano si lascia impregnare, già da Mussolini, poi da Craxi, ma sempre sopravvive, è madre robusta. Ora un sindaco genovese potrebbe salvarla, avendole dato con l’Expo un impegno preciso su cui operare. Ma Napoli è insidiosa. È affabile, spensierata, disinteressata, e colpisce a morte.

Lega e Mani Pulite vanno assieme. Non sono il ripudio di Roma Ladrona e dell’Italia Unita. Sono la riconquista del Sud – Roma è il Resto d’Italia. Da parte dei milanesi, dopo la conquista piemontese. A condizioni di realizzo: un mercato di sbocco, per la moda pronta, le arguzie Mediaset, e i vini algidi dell’Oltrepò, e un mercato del lavoro, si spera, di nuovo a buon mercato con le gabbie salariali.
La differenza tra Torino e Milano è enorme, tra il senso dello Stato e la corruzione in atti giudiziari.

“E pensare che non c’è nebbia nei paesi latini, i paesi degli assassini”, dice Sherlock Holmes nel racconto “I piani di Bruce Partington”.
Lo dice stizzito, contro i ladri e i grassatori di Londra che se ne stanno tranquilli. Ma è vero, non c’è la nebbia al Sud. E ci sono gli assassini. Quelli rilevati, non quelli delle statistiche, che sono sempre più numerosi al Nord.

C’è, nella guerra piccolo libanese tra i Rugolo e i Crea a Gioia Tauro, il vincolo familiare classico della vulgata mafiosa, tra un suocero e tre generi da una parte, e un padre e tre figli maschi dall’altra, le due parti in lotta. Ma ci sono anche generi che tramano contro il suocero, subordinati che sparano al Capo, tutti in un modo o nell’altro confidenti dei carabinieri, e pentiti da quindici anni che continuano a dettare l’oggi.
La mafia è una guerra di tutti contro tutti. La sociologia delle cupole, della mafia imprenditrice, del controllo del territorio, della mafia politica serve ad ampliare i confini della violenza, ad adeguarli alla realtà storica. Ma la mafia – il crimine organizzato – è una guerra “civile”, fra persone e gruppi mafiosi. Viene combattuta e vinta – la mafia è sempre perdente-vincente – nelle aree socialmente molli. Per psicologia, traumi, spopolamento (l’emigrazione, che è sempre dei più determinati, se non forti).
Il Sud, il familismo, la corruzione pubblica? I Borboni furono riformatori per primi. E gli arabi sono come gli spagnoli, la storia conta poco. I bravi di Manzoni, che prosperavano sotto le “grida” spagnolesche, di un governo assente, furono sconfitti, in breve, in silenzio, definitivamente, da preti coraggiosi, contadini tosti, mercanti intraprendenti, che sapevano il valore dei soldi, e della fatica, l’applicazione costante.

Non c’è una mafia imprenditrice, ci sono imprenditori che lavorano per la mafia: consulenti, manager, mediatori, prestanome. Il mafioso non è uno che crea, in nessuna circostanza (estorsioni, appalti, droga, terreni e immobili, esercizi commerciali): La sua opera è sempre di distruzione, di valore aggiunto oltre che di persone e famiglie: dove c’è la mafia la ricchezza non cresce ma diminuisce.
In assoluto può crescere ma comparativamente diminuisce, rispetto a un periodo anteriore, rispetto ad altre società in analoghe condizioni. Dalle rovine, e con dispendio di risorse, il mafioso usa ora costruire, alla luce del sole, gli “imperi del racket”, catene commerciali, centri catering e di ristorazione “dalla culla alla tomba”, per ogni occorrenza familiare, finanziarie e banche popolari, società sportive, per i vantaggi fiscali connessi, aziende agricole modello, per le sovvenzioni, ma con spreco di risorse e per periodi limitati. Le risorse vanno agli imprenditori di contorno, che non possono reinvestirle se non in piccola parte, per la necessaria riservatezza. Mentre i mafiosi si assassinano o si denunciano a ogni generazione: la violenza prevale sempre su ogni considerazione di utile.

Nella mafia è una carica straordinaria di energia – si può (si deve) anche leggere così. I fratelli Graviano, all’ergastolo per l’assassinio nel settembre 1993 di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio, studiavano in carcere nel 2005 per laurearsi, uno in ingegneria e uno in matematica, hanno voluto figli protetti a Roma in un collegio di gran nome, e continuavano a gestire i loro affari attraverso “delegati” e “prestanome”. La mafia esprime una forte carica di energia dissipata, o convogliata su canali improduttivi. Resta da sapere il perché.
La mafia si differenzia dalla delinquenza comune perché la violenza vi esprime anche energia, capacità organizzativa e produttiva. I mafiosi hanno tutto dell’ottimo imprenditore, se si esclude la misura nella violenza: innovazione, capacità di valutare il rischio, capacità di creare ricchezza. Partendo da condizioni sfavorite: immigrati marginali e isolati in America, villani in Sicilia e Calabria.
Sono una conferma o sono una smentita della concezione liberista della società? Della democrazia e della ricchezza che s’incrementano nello scambio? Questa è la chiave, e quella psicologica. Mentre l’argomento è stato finora trattato ironicamente, in stile marxiano, per denunciare le origini sempre poco onorevoli del capitale. O dal sociologo Pino Arlacchi in chiave giudiziaria (dove sono i soldi della mafia).

Secondi pensieri (13)

zeulig 
 
Agnizione – Recupera il timore del mancato riconoscimento, degli altri e di sé. È artificio diffuso perché il timore è diffuso, è anzi il meccanismo basilare della conoscenza, per tentativi ed errori. Anche le storie d’amore sono un tentativo di riconoscimento. 

 Amore - È talvolta una scoperta di estraneità. Anche quello carnale, di parentela. L’amore è magia, cioè volontà di amare, applicata. Ma non solo nella durata, anche nell’atto dell’innamoramento, e nell’amore folle. È la grazia. Una condizione insieme coltivata, per la quale bisogna “essere preparati”, e donata. È l’attenzione – la Sorge di Heidegger, la premura. Ma Heidegger non sa nominarlo, perché? Dopo i vent’anni non c’è rappresentazione dell’amore felice. Si potrebbe farlo, è una buona sfida per un buon scrittore, ma non si fa. C’è la coppia – fidanzamento, convivenza, matrimonio. E c’è la singletudine, sempre inquieta. E lo scarto sui due stati, l’innamoramento, è da tempo immemorabile fonte di dolore e disgrazia non di felicità. Non c’è amore proprio, senza sanzione. L’amore non va con la libertà.

Antisemitismo - È cresciuto con l’uso della Bibbia. Non c’era nel primo millennio del cristianesimo. È scomparso con papa Woytila, che non ha mai fatto una citazione biblica, e con  il dialogo che tanto fortissimamente ha voluto. 

Celan-Céline - È più che un’assonanza. Nemmeno blasfema, facendo la tara dell’antisemitismo. Il legame è più autentico di quello Celan-Heidegger, che è posticcio (politico). Chiarisce l’oscurità del poeta, il suo bisogno di esprimere, malgrado la camicia di forza mallarmeana indossata, l’orrendo e l’irrimovibile che ha fatto la sua esperienza, storica, familiare, personale.

Germanesimo – Si può dire l’amore della morte. A Rilke l’identificazione scatta prepotente, a Kafka: non si muore per accidente, malattia o vecchiaia, ma inevitabilmente per bellezza e amore, il segreto della vita. Non c’è mai nella poesia tedesca dell’Otto-Novecento abbastanza purezza, è come per i poveri di generazioni affamati, non c’è mai per loro abbastanza cibo. Essendo nipoti o nonni di Freud, in sonno, in partibus, in incognito, i tedeschi sono igienisti. Dei sentimenti, della passione, della ragione.

Identità - Il problema dell’identità è che esso si complica con la ricerca dell’identità, della sua definizione e del reperimento di essa. Come di ogni altro concetto e, Heisenberg avrebbe detto, ogni entità. Aggravato però da una speciale sensibilità: dall’esclusione che la ricerca dell’identità presuppone e rafforza, sia pure sotto la forma dell’autoesclusione.

Magia - È naturale, per stati esaltati dell’animo, schizofrenie lievi, forme depressive, sogni erotici (incubi, succubi), metereopatia, allucinogeni erbacei (segala, cannabis, datura, elleboro, aconito), nei cibi, le bevande, gli estratti, gli unguenti, per le persistenze dell’universo infantile, senza tempo e senza spazio. È una forma di follia ragionata, ragionevole. È una forma (estensione) della logica.

Marx - È Cristo, è vero – se era ebreo, si è convertito. Per il dovere del paradiso in terra, della giustizia. Un Cristo laico, per la fregnaccia del Diamat. La verità è che della fabbrica non resta nulla, il vero lavoro è sovrastruttura, qualsiasi esperto di produzione lo sa. Anche politicamente: altrimenti sarebbe un comunismo di schiavi, senza possibilità di realizzare l’uomo, poiché elimina ogni spazio comune.

Nichilismo – È materia cristiana, mussulmana, ebraica: del Dio unico. Quello più rigoroso non è ateo ma credente – si è atei perché si ragiona, si crede nella ragione. Quando non c’è è più il divino, ma un Dio unico, il Principio di tutte le cose, ascendere a Lui è, diceva William Blake, “scendere nell’annientamento del proprio io”. Quello che cercano i mistici. Che poi diventa, conseguentemente, annullamento dell’io. Si ascende a Dio, già Dante lo sapeva, andando all’ingiù. Bisogna essere umili, fino all’annientamento.

Ottimismo – Nasce dalla capacità critica, dalla ragione. La vicenda umana è indifferente. Baudelaire ha straordinaria, costante, carica positiva, benché i suoi temi siano il peccato, il male, la malattia, la morte. Quanto pessimista, al confronto, l’entusiasmo di Rimbaud, e non per la vicenda umana.

Passato - È la nostra essenza. È duro non perché è millenario, ma perché è cerebrale, nervoso, folle.

Proselitismo – Include. È la storia e la fortuna del cristianesimo in tutte le sue articolazioni. L’eredità del processo inclusivo che fece la fortuna dell’impero romano. Il fattore religioso può essere dirimente sull’identità. Si distinguono le religioni che fanno proselitismo da quelle che non lo fanno, forse solo l’ebraismo. Ma sull’identità il proselitismo opera al contrario, include. Non si fa molto caso nel cattolicesimo agli ebrei convertiti, seppure rinomati, Edith Stein, Simone Weil. Mentre l’ebraismo se ne scandalizza.

Religione - È portentosa. Il culto di Dio è luminoso. In senso onorifico ma anche proiettivo: non si saprebbe immaginare Dio triste, o perdente, o anche rutiniero.

Storia - È distruttiva. Distrugge i miti e le menzogne, sia pure benevole, di cui la vita si compiace: il senso della storia è nemico delle illusioni, dell’immaginazione.. Si dice – George Santayana –che “quelli che non possono ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”. Ma anche quelli che vivono nel passato. E quelli che vivono nel futuro, lo anticipano. È il tempo che è confuso. E la retorica, la bella frase. Che sempre sarà vera, ma per sé – per Santayana, i nostalgici, i logici sistemisti, ma la storia?

Sesso – È come il denaro, la stessa storia di “possessioni”, la glottologia non sbaglia, solo il dottor Freud non se n’è accorto. Per questo chi ha l’uno non cerca l’altro. I poveri scopano con più piacere. Per le donne può essere vario – avventuroso. Per gli uomini è ripetitivo. Per questo sono sentimentali. Gli uomini hanno inventato la pornografia pensando di variare il sesso. Per questo non resta loro che piangere. 

Tempo – È irrilevante per l’esistenza: c’è chi è lo stesso per tutta la vita. O capita di cambiare tutto in un istante, un incidente per esempio. Perfino in guerra si fatica a percepirne il passaggio: eventi anche gravi e dolorosi possono essere lenti, ripetitivi, abitudinari. È comprimibile. Facendo, o anche non facendo. Ed è estensibile – la durata: ricostruzione, immaginazione, memoria, storia – senza limiti. Si ricostituisce – esorcizza l’inatteso – attraverso le nozioni di destino, i miti, l’astrologia.

Uguaglianza - È l’amore di sé. Il sé che diventa mondo. L’uguaglianza livella in quanto riduce ad unum – non necessariamente porta verso il basso, verso il minimo denominatore comune. E questo uno è se stessi: il fautore benevolo dell’uguaglianza vuole tutti uguale a se stesso. È uno contento di sé. 

mercoledì 21 maggio 2008

Alla Roma lo scudetto del bilancio

Depurato di tutte le partite contabili (i “trucchi” e il "window dressing”, gli abbellimenti), il bilancio della As Roma dovrebbe essere già a fine anno contabile, a fine giugno, il migliore. I debiti sono azzerati, la posizione finanziaria è attiva, seppure di poco, e consente d’investire in organici e ingaggi, le casse si sono arricchite con la Champions, il campionato, la Coppa Italia e la Supercoppa, il bacino di utenza è stimato in aumento, e il negoziato con le pay tv, Sky e Mediaset, per i diritti 2008-2009 parte decisamente al rialzo. Anche l’affluenza allo stadio è per la Roma in aumento, contrariamente alla tendenza nazionale alla flessione. Il risultato di bilancio dovrebbe essere in attivo di 25-26 milioni netti a fine giugno.
L’anno scorso il bilancio fu fatto con la cessione delle attività di merchandising, marketing, di sponsorizzazione e editoriali alla Soccer Sas, una costola della stessa Roma. Un giro contabile che consentì di iscrivere una plusvalenza di 123 milioni, pari alla valutazione di mercato delle attività, 125 milioni, e al loro valore di libro, due milioni. Troppo? In queste operazioni si esagera, ma Rosella Sensi ha mostrato buonsenso. La Soccer ha chiuso il 2007 con un reddito netto di 12 milioni, e una posizione finanziaria attiva per 8,2. Nel primo trimestre 2008 ha contabilizzato un reddito netto per 2,3 milioni, in crescita rispetto al 2007. Ma un miglior risultato è atteso per fine giugno.
Nei primi nove mesi dell’esercizio i ricavi consolidati sono stati di 147 milioni, rispetto ai 113 del 31 marzo 2007. Il margine operativo lordo era positivo per 57 milioni, contro i 29 del 31 marzo 2007). Il risultato consolidato netto era così positivo per 28 milioni (14 milioni al 31 marzo 2007). Il bilancio che si chiude a fine giugno è previsto in miglioramento, sia nei ricavi che nella gestione, per un utile netto che potrebbe anche essere il doppio dei 14 milioni del giugno 2007. Qualcosa di più insomma al netto delle componenti di reddito legate a "operazioni non ricorrenti", leggi la Soccer Sas.

Moratti salvatore della Roma, perché no

Non saranno i Moratti i salvatori della Roma calcio, della stabilità dell’azienda nelle mani della famiglia Sensi. Ma avrebbero potuto esserlo. Dei due cespiti maggiori della famiglia Sensi in vendita infatti non è l’As Roma ma la Italpetroli, la società capogruppo. I cespiti restanti della famiglia Sensi, i terreni nell'area romana di nuova urbanizzazione Torrevecchia, e gli immobili, non coprono i 130 milioni di cui i Sensi si sono impegnati a rientrare entro l’anno con Banca di Roma-Unicredit, su un debito complessivo a fine 2007 di 377 milioni. D’altra parte, il debito è tutto in capo alla società petrolifera, l’As Roma ha una posizione finanziaria attiva.
Cessioni importanti avevano consentito due anni fa di rientrare di 180 milioni, un rimborso cospicuo, grazie al quale Banca di Roma ha rinunciato all’opzione sul 2 per cento sul gruppo, lasciando la famiglia Sensi in controllo col 51 per cento. Ma un impegno tassativo fu preso nell’occasione per rientrare di altri 130 milioni a fine 2008, come si evince dal testo dell'ultimo consiglio d'amministrazione della Banca di Roma dedicato al gruppo Sensi, pubblicato da "Il Romanista", nonché dagli accordi di fine 2007 tra il gruppo Italpetroli e Banca di Roma-Unicredit. Il resto dell’indebitamento considerando fisiologico e comunque spesabile.
È sulle attività petrolifere del gruppo, rivalutate nell’attuale supercongiuntura dell’oro nero, che gli approcci più consistenti sono stati fatti. Approcci seri, non quelli vantati dall’avvocato Joe Tacopina, ex Jacopino, figlio americano di un romano di Roma, con studio, afferma, a Manhattan e Milano, che al club voleva interessato nientemeno che Soros. La Saras dei Moratti non è interessata, e comunque non ha liquidità da investire. Caduti nel nulla anche gli approcci dei volenterosi banchieri d’affari con l’Agip e con Garrone. Ma rimane in piedi l’interesse della Api-Ip, la compagnia dei fratelli Brachetti Peretti che è la seconda nella distribuzione dopo l’Agip, e potrebbe anche comprare a debito, avendo un patrimonio consistente. Un anno fa se ne era interessata Gaz de France Energy, che opera nelle forniture ai grandi clienti. L'iniziativa è poi entrata in surplace per la possibile privatizzazione, ma resta sempre in piedi.
La Italpetroli, la prima creatura di Franco Sensi cinquant’anni fa, ha depositi costieri importanti e redditizi a Civitavecchia, con una capacità di stoccaggio di 350 mila mc., in grado di rifornire Roma e, via oleodotto, gli aeroporti romani. Sensi aveva per questo a suo tempo partecipato alla privatizzazione di AdR, la società degli aeroporti romani, una partecipazione poi ceduta per rientrare del debito con Banca di Roma. Un secondo deposito, per un decimo della capacità, è a Vibo Valentia. Italpetroli già lavora per conto di Ip e Api.

A Berlusconi perché Zapatero intenda

Si fanno due letture dei ridicoli attacchi di mezzo governo spagnolo all'Italia. Una è che, grazie a una stampa compiacente, Zapatero tenti di guadagnarsi qualche mese di disattenzione dalla crisi dell'economia. L'altra invece è sottile: per gli stessi motivi, la crisi non più occultabile, c’è un avvicinamento tra Zapatero e Rajoy, tra il presidente del consiglio socialista e l’opposizione popolare, che una parte del partito Socialista non condivide. In particolare l’arcigna de la Vega, la vice presidente del consiglio, e due ministri junior che a lei si rifanno. In questa ipotesi le critiche all’Italia erano strumentali, perché Zapatero intendesse fin dove si potrà spingere nel dialogo incipiente con Rajoy. Da questo punto di vista l’Italia è anzi un modello per la Spagna: l’idea sarebbe venuta a Zapatero, e allo stesso Rajoy, da Veltroni. Tre sono i problemi su cui Zapatero ritiene utile la sponda del partito Popolare. Evitare l’isolamento in Europa, ora che il crack elettorale dei laburisti e dei socialdemocratici tedeschi lo lascia unico socialista. Questo anzitutto per proteggersi dalla crisi incombente dell'immobiliare, che è il solo motore di sviluppo della Spagna, il cui crack da un anno è prevenuto comn qualche perdita dalla Banca centrale europea. Una situazione di privilegio che molti partner dell'euro criticano. In secondo luogo Zapatero ha scoperto che con la diplomazia si ottengono più risultati che con l'ideologia. Il più apprezzato è stato l’arresto in Francia del capo dell’Eta, l’organizzazione terrorista basca, per oltre vent’anni protetto da Mitterrand e poi da Chirac. Zapatero si sente un animale esotico allo zoo, e intende sintonizzarsi con l’onda lunga europea. In quest'ambito Zapatero cerca anche agganci nei paesi del petrolio, in Nord Africa e nel Medio Oriente, ora che la Spagna perde la condizione di beneficiaria privilegiata della Ue, con l'allargamento e la crescita della sua economia. Senza dimenticare Israele. Il terzo scopo è rilanciare con fermezza la politica della sicurezza, col controllo dell’immigrazione. La Spagna ha il maggior numero di immigrati, il 9 per cento della popolazione, e di arrivi di clandestini disperati via mare. Una decisa sterzata di Aznar nel 2001 ha consentito l’estradizione rapida degli indesiderati, per una cifra annua enorme, circa 40 mila. Ma non è la soluzione – tra l’altro è costosa. In attesa di una vera politica dell’immigrazione Ue, anche Zapatero è alla ricerca di misure dissuasive e preventive. Di questo Zapatero intende parlare con Berlusconi nella sua visita a Roma tra una settimana. Non per esternare patti o iniziative blaterali, ma per avviare contatti che, se condivisi come tutto lascia supporre, possano rivelarsi utili in sede europea. Su tutti questi temi una parte del partito Socialista lo attacca. Scopertamente nel caso di Israele, e ben più duramente che sull’immigrazione. Mentre il capofila dell’opposizione Rajoy, sottoposto a pressioni nel suo partito dopo la sconfitta alle elezioni, trova conveniente andare in soccorso di Zapatero, nel tentativo di restare in sella.

martedì 20 maggio 2008

C'era una volta l'editore

Ritratto di Jérôme Lindon, l’editore che un autore sogna.
Un autore, spiega la nota editoriale, non esiste senza “un «autore di autori», un editore vero”. Ma, afferma, siamo al tempo dell’“editoria «senza editori»”.
Jean Echenoz, Il mio editore, Adelphi, pp.52, €5,50

Casalegno ritrova il padre Carlo

È un epicedio. Del padre Carlo, vittima delle Brigate rosse nel fatidico 1977 che si è appena finito di celebrare, e di una vita. Di sentimenti e passioni che si appannano o tradiscono, o deperiscono e muoiono anzitempo, ogni morte ci diminuisce.
Germanista, traduttore di Goethe, Casalegno ha riscoperto in analisi il senso di una vita e la ripercorre. L’attenzione fermando sopratutto sulle persone che l’hanno popolata. Anche sulle cose, i posti, i fatti, spesso tragici, le occasioni. Ma sulle persone il peso della nostalgia è forte, le ramificazione familiari che possono essere innumerevoli, le amicizie, i vecchi compagni.
È una ricerca del padre. Casalegno ritiene della madre, morta giovane senza lasciare una traccia al figlio di tre anni, ma è visibilmente la ricostituzione della figura paterna, entrando l’autore stesso nel ruolo. Casalegno è stato quarant’anni fa uno dei militanti più attivi di Lotta continua. Cui donò la sua parte di eredita del nonno Luigi Salvatorelli, lo storico. Rompendo per questo con l’adorata giovane moglie Betta, anch’essa peraltro attiva nello stesso movimento. Pochi mesi prima che le Brigate rosse uccidessero suo padre Carlo. E che “Lotta continua” titolasse: “Hanno colpito Casalegno, giornalista conservatore e codino”. Di uno che era stato fra i capi della Resistenza a Torino, e sempre politicamente militante. È la tragedia più dura fra le tante, anche se Casalegno non lo dice, quando la vita che ti sei costruito è un mostro che ti divora. C’è un fondo storico della vita, di cui ambiamo essere parte. Ma alla fine restiamo soli – anche gli eroi, è da supporre – con quello che ci siamo persi o abbiamo sbagliato.
È un libro vero, nel senso dell’onestà intellettuale, che è sempre umile. E, benché privato, di straordinaria densità emotiva. Finisce per essere – uno dei pochi che, forse, non ci ambiscono – uno spaccato generazionale. Narrato con efficacia, seppure in un contesto rilevato con precisione e quasi senza faglie.
Andrea Casalegno, L’attentato, Chiarelettere, pp.140, € 12

Jünger spaesato nella Germania sconfitta

Sa animare l’inanimato, la terra, le foglie, le chele, lo scoglio, le ombre. È l’uomo di questa “Visita a Godenholm”, che l’autore così sintetizza.”Una volontà forte si associava in lui con lo spirito della ricerca, sempre smanioso di oltrepassare i limiti. Ma egli era troppo incostante per un obiettivo di lunga durata”. Uno che era indeciso tra il Sahara, “almeno avrei avuto il sole”, ma è quello della Legione Straniera, ove l’autore è stato in fuga nell’adolescenza, e il mare del Nord. Ospite di un personaggio esotico e esoterico che si chiama Schwarzenberg, come il paese dove l’autore è cresciuto bambino. In un paese in cui ogni giorno “il sole si alzava a malapena per un’ora sopra l’orizzonte”, senza peraltro farsi vedere, “il suo disco pallido non superava la linea delle montagne”. Davanti a un mare che è “un deserto grigio”. O viceversa, in cui “il sole scendeva per un’ora appena sotto la linea dell’orizzonte”. Umorale in realtà, indifferente ai fatti naturali. Un mondo in cui le donne, lasciate sole per anni, hanno la loro vita, la quale è “simile al sonno”, anche per il comune colore grigio. Jünger ha un pubblico di fedeli, soprattutto critici, che lo idolatra. Ai limiti, e al di là, del ridicolo. Come visionario, se non veggente. La sua forza è però di qua dall’esoterismo. Jünger narratore è tutto punte, scostante, non ha nulla dello Jünger diarista conciso, preciso, aneddotico, sia pure di eventi scostanti come la guerra. In una prosa sontuosa, specie in questa traduzione smagliante di Ada Vigliani, ma fredda. Non è brillante, né avventuroso, né appassionante, e anzi pratica di proposito lo straniamento, se non l’ha inventato, del personaggio dall’occhio critico, del narratore che si vede narrare. Ma ha il punto di vista diverso, personalizzato: dell’entomologo, in parte biologo, del settatore, che è dettaglista, e originale. Questa durezza si scopre qui autobiografica. Vissuta se non ricercata. È la freddezza dell’acido, delle sue visioni, se non della scrittura automatica che si pretende – si pretendeva all’epoca – per effetto della droga. In questo racconto come nel precedente “Waldgang”. E l’anno successivo nel “Nodo di Gordio”, la sua parte del libro a quattro mani con Carl Schmitt. Nel 1950 col suo editore Ernst Klett jr. e nel 1951 in Svizzera con lo scopritore dell’Lsd Albert Hofmann, Jünger sperimentò le droghe allucinogene. Secondo Hofmann ancora più volte fino al 1970. Uno dei personaggi più strutturati della Gerrmania del Novecento, che meglio di ogni altro aveva saputo tenere onore e umanità nelle due terribili guerre, l’una al fronte di battaglia l’altra al fronte dei suoi segreti avversi significati, si lascia andare quando la patria non è più. L’anarchico si è ritrovato nel 1945 senza patria offeso al cuore. “La patria” vede in questo “Godenholm” in un fulmine “riversa nella polvere come una donna, come una madre”. Da qui la scelta del silenzio politico. Per cinquant’anni, tutta la sua vita nel dopoguerra, Jünger ha taciuto. Allo stesso modo del quasi coetaneo Heidegger, che però è morto vent’anni prima, e senilmente dava interviste, anche in televisione. Continuando a ricevere Croci al merito, in quantità, ma ai presidenti della Repubblica Federale e ai cancellieri si recavano compunti a trovarlo nel suo ritiro, specie Helmut Kohl, si limitata a dire: “Mi fa piacere”. La stessa adesione al cattolicesimo, per il centesimo compleanno, visse con un’occorrenza qualsiasi. La “Visita a Godenholm”, come l’anno prima “Der Waldgang”, conferma la scelta trappista, di solitudine, benché socievole, in fuga dalla realtà. Non dalla modernità, com’è stato detto, perché Jünger rimase fino alla fine l’uomo e lo scrittore più curiosi, ma dalla storia. Per quella che egli sentiva come la fine della Germania. Nel “Waldgang” l’anno prima di “Godenholm”, e nel “Nodo di Gordio” l’anno dopo, tratteggia uja lotta di liberazione dalle superpotenze. “La libertà fa l’Occidente”, è il tema del “Nodi di Gordio”. Che è la scoperta dell’acqua calda. Ma non per un nazionalrivoluzionario tedesco, da sempre in lotta contro l’Occidente. E infatti è una petizione debole, non mobilita l’autore. Il “Waldgang”, tradotto in Italia come in Francia, “Trattato del ribelle”, era nientemeno che un invito alla resistenza contro le superpotenze, Waldgang è maquis, la macchia, Waldgänger è partigiano. Carl Schimitt lo riprenderà dieci anni dopo nella “Teoria del partigiano”, che però resterà confinata alla Spagna di Franco. È questo il tema della “Visita a Godenholm”, lo spaesamento: per metà della sua lunga vita Jünger ha vissuto da esule nel suo stesso paese, che non riconosceva. Ho fatto di tutto, dice il protagonista, è anche andato in chiesa, ma niente, non si appassiona. Il racconto non è la celebrazione dell’acido, dei cui effetti fa l’anamnesi nella scena madre. Jünger non è un “viaggiatore”, anche ammesso che abbia continuato l’uso dell’Lsd con l’altro centenario Hofmann fino al 1970, ma un orfano. Del 1970 è “Avvicinamenti”, il libro sulle droghe, non entusiasta. “Visita a Godenholm” è il racconto di questa disperazione (in “Avvicinamenti” lo dice freddo: “Che il mio libriccino non avrebbe avuto successo lo sapevo dall’inizio; mi fece compassione, come se avesse freddo, quando lo vidi in vetrina”). Altri hanno ritrovato slancio nel dopoguerra, rigenerandosi con la Colpa, e appagante identità nella nuova Germania, le reintegrazione nel presente e nel futuro della Germania, Jünger – e Heidegger – no. Che può essere una colpa, ma è un dato di fatto, e non insignificante. Il “viaggio” è controvoglia. Junger, tutto tedesco qual è, sa, e lo dice, che la germanicità si è perduta nella nebbia al Nord, senza più radici latine, e poco temperata dalle ambizioni di grecità. La narrativa, qui come altrove, è costruita, allo stesso modo come la scienza politica del suo amico e sodale Carl Schmitt, come gioco di ruolo. Che è un derivato dell’arte militare, con la forza, i pericoli noti, quelli improvvisi, i sentieri che si biforcano, delle strategie e tattiche a tavolino, senza passioni se non dichiarate. Con la nota e unica sapienza della terra: il tempo, il clima, la luce, come già da giovane il campo minato, la trincea. La vita a Godenholm, luogo vicino e remoto, è semplice, “ricorda la preistoria”. 
Ernst Jünger, Visita a Godenholm, Adelphi, pp.114, €9

Scalfari il Fiancheggiatore

Se ne parla molto, è un libro che Einaudi vuole importante. Ma ovunque senza simpatia, che l’autore pure meriterebbe, sempre sensibile e partecipe - forse è indigesto il tema, parlare con Dio, benché di moda, con Augias e gli altri browniani (ma lui, bisogna riconoscere, ha cominciato prima). Scalfari è stato uno dei migliori imprenditori del dopoguerra, se non il migliore, che con meno mezzi ha creato un duraturo e lussureggiante impero editoriale. Essendo stato, oltre che imprenditore, il più grande direttore di giornali, con più fantasia, con più apertura – in un certo senso l’erede di Giulio Debenedetti, che ne era il suocero. Formando uno stile di giornalismo, e migliaia di giornalisti e collaboratori. Il direttore di giornale più colto, con antenne più allenate, all’economia, la politica, la cultura. Disposto a imparare nelle materie incognite, per esempio in politica estera (quando scoprì i samizdat, di cui non aveva mai saputo, dieci anni dopo Praga, cinque dall’esilio dei grandi russi, prese quotidiane lezioni al telefono da Franco Malfatti, il direttore generale della Farnesina). Eccellente giornalista in proprio, di riconosciuta qualità di scrittura. Ha anche una certa età, e si può dire che non abbia nemici. Ma resta rispettato e temuto, e non amato, benché pregiato da giornalisti e conduttori.
Il perché è tutto in questo libro: il non detto. Del testimone e del memorialista. Scalfari ha tradito prima il laicismo, e poi il socialismo, dopo esserseli assoggettati, li ha derisi, e li ha finiti. Nel nome di Berlinguer, lui che è stato un mangiacomunisti, spregiatore con Carli del sindacato, con Andreotti di ogni ideologia. Fingendosi un compagno di strada, un fiancheggiatore, naturalmente in grande. Ciò si può dire in breve, anche se non è poco. Ma lui non lo dice, pur rivendicando il libertinismo intellettuale. Dopodichè ha abbandonato i suoi giornali, ultimo e solo editore “puro”. Senza dire perché. Facendosi pagare in titoli spazzatura, di una “scatola vuota” – quindi non l’ha fatto per i soldi. Quando a metà aprile 1989 cedette inconsultamente, con Carlo Caracciolo, il gruppo L’Espresso-Repubbica a Carlo De Benedetti, per ingrossare la Mondadori, di cui De Benedetti era allora padrone. Per nessun motivo conosciuto, un motivo valido. Fu obbligato? E perché?
In “Via Veneto”aveva santificato il cinismo sotto la formula simpatetica del settecentesco libertinismo, una forma della libertà di pensiero, o il diritto all’incoerenza. Il suo cinismo, nient’affatto disperante o disperato, opportunistico anzi a oltranza, contro venti e tempeste, è molto “cattolico” (romano, latino, meridionale). Senza colpa peraltro, non specifica: è il modo di essere della cultura “laica” in Italia. Ma nelle sue mani è stato una sorta di ascia o di grosso martello, usati per sbriciolare lo stesso “laicismo”.
Scalfari meglio di ogni altro, da imprenditore oltre che da fine politico, sa che la libertà è in Italia garantita solo dai partiti “intermedi”, quelli cioè fuori dei partiti di massa, che il compromesso storico ha cementato monoliticamente – salvo poi perdere la partita a favore di Berlusconi. Tanto più per non essere mai stato un governabilista, e anzi un acceso denigratore dei governi che governano, da lui accomunati, ogni volta che un briciolo di autonomia del politico si è manifestata, al fascismo. Molte cose Scalfari sa, ma non si comporta di conseguenza, e questo è cinismo. Forse libertinismo, come gli fa piacere, ma il vero libertino è per la libertà.
Svendette la concezione laica della politica, liberale, al compromesso cattocomunista nel quale non credeva, senza condizioni, fino al punto da non contare nulla nel “suo” giornale”, creatura incontestabilmente sua. Non uno dei “miei dirigenti”, come amava chiamarli, di dopo il 1978 è stato scelto da lui, non uno dei cronisti o commentatori. Mentre i suoi vecchi venivano confinati alle rubriche, Viola, Pirani, Turani. Un esito incredibile, prima che triste. C’è insomma qualcosa di non detto in lui e attorno a lui. Che non si può fare ascendere all'origine(alla “natura”) calabrese, all'umoralità - non del tutto, questa calabresità, benché non riconosciuta, c'entra anche molto, a partire dal fatto di essere rinnegata, senza obbligo: il padre era dopotutto un direttore di casinò, non un civil servant, come Scalfari vuole far opinare.
La ragione ufficiale dell’abbandono del suo amatissimo giornale è che Scalfari voleva dedicarsi alla filosofia. Che non è una ragione, ma lui la sostiene. Mentre la politica dell’alternativa democratica, del necessario ricambio al potere, ancora oggi insiste a ridurre al gioco di sponda al biliardo. Facendosela qui teorizzare da Ugo La Malfa, in una formulazione che è solo insensata. In questa formulazione il gioco di sponda sarebbe una mamma che si vuole levatrice. Oppure è l’arabica impostura dell’abate Vella, personaggio di Scinà e Sciascia: uno che s’inventava falsi documenti arabi, per provare l’autonomia dei baroni siciliani dal re di Napoli prima, poi il contrario, la loro dipendenza. Non per arricchirsi né per brama di potere, l’abate che giocava di sponda era a suo modo un asceta, era doppio per aiutare questo e quello.
Per Berlinguer, da cui tutto lo divideva, Scalfari cerca toni commossi, per la comune onestà. Ma da antipolitico qual è sempre stato. Senza, singolarmente, porsi il problema dell’onestà intellettuale. Per Berlinguer, dice, la questione morale nasceva dall’“occupazione delle istituzioni da parte dei partiti”. Mentre il Pci, com’è noto, le lasciava sgombre. Del Pci Scalfari ricorda correttamente i fondamenti: “Il Partito ha sempre ragione” e “Niente fuori dal Partito”. Da lui stesso ben sperimentati, da politico e da imprenditore. Ma se il Pci ci ha messo tre anni a sciogliersi dopo la caduta del Muro, la causa è l’aborrito Craxi. E questa è tutta la politica di Scalfari, il suo senso critico.
È tutta qui anche la sua vena morale, la questione morale che lo caratterizza: è il moralismo, la condanna etica di chi è nato senza peccato originale, sindrome caratteristica dei belli-e-buoni della Repubblica, spesso al servizio del male dichiarato. Scalfari, superbo imprenditore, si è impadronito del laicismo e lo ha consegnato al compromesso storico. Si è impadronito dell’ex Pci e lo ha consegnato a Andreotti, anzi a Evangelisti. E della questione morale di cui s’è impadronito ha fatto uno scudo per De Mita e Prodi. Scalfari ha lavorato per la Dc, non per caso, e non per la migliore: un laico non può che sognare che molli l’osso, giù le mani dal laicismo. Un imprenditore dovrebbe infine riconoscere gli errori. A meno che Scalfari non abbia sbagliato: c’è pure stato un Cagliostro la cui ambizione era di essere Cagliostro.
Ha anche tradito l'etica degli affari. Senza profitto presumibilmente, per lo stesso cinico impulso. Questa è dura da avallare ma va detta: Scalfari è stato il paladino antemarcia, e tuttora lo è, della Padania, la Milano degli affari, da lui eretta con Arrigo Benedetti nella preistoria della Repubblica a “capitale morale d'Italia”. Anche quando ha toccato con mano per più prove che è la capitale della corruzione, politica e affaristica. Anche quando, avendolo inoppugnabilmente provato nel caso di Cefis e della Montedison (con Peppino Turani nello storico “Razza padrona”, ha dovuto aspettare vent'anni che lo scandalo esplodesse. Cioè quando a Milano ha fatto comodo e nell’interesse di Milano - una deriva a lui ben presente: quando Camilla Cederna, che pure era stata sua Grande Firma all’“Espresso”, montò il caso Leone su carte false, la tenne ostensibilmente lontana da “Repubblica”, dove lei puntava a entrare (irritato, è da presumere, dallo scimmiottamento: quanta differenza in effetti a rileggerli, di tono e soprattutto di argomenti, di “prove”, tra il “Giovanni Leone” e il Piano Solo, o “Razza padrona”).
Libertino antipolitico
Il suo giornale da tempo sa di stantio. Nella reazione che ha travolto l’Italia, quella di “Repubblica”, snobistica e manierata, è insipida. La cosa non sembra dispiacere a Scalfari, che non ha cambiato il giornale personalmente e non chiede di cambiarlo. E questo vuol dire che l’uomo non era libertino per andare controcorrente, ma perché intrinsecamente conservatore. È dunque come appare, un miope eretto. Si dice dei miopi che vanno un po’ curvi. Scalfari è un miope che gonfia il petto. Lo sguardo che trapassa e la testa eretta consentono anche entrate teatrali, fiere e sdegnose. Per una concezione della politica che, benché laico professo, o forse per questo, è totalitaria. Non al senso e al modo delle adunate o del Grande Fratello di Orwell, con le prigioni d’acciaio. Ma suadente, persuasiva, ideale. Al modo di Faust: quei rapporti dove basta dire sì, una volta sola, e si viene poi sempre protetti, vezzeggiati, magnificati. Benché senza salvezza – è tutto qui il problema di Dio, che il Partito non lo garantisce?
La qualità della filosofia è come quella della politica. Scalfari insegue Montaigne, l'incredulità (incroyance) che viene dalla morte, ma non ne ha lo spirito filosofico, il distacco. “L’universo è un luogo ospitale”, si può dire di lui con Emerson, personaggio e pensatore forse più nelle corde di Scalfari – di Scalfari come avrebbe dovuto essere, nella posizione che ha occupato. E “c’è sempre musica dolce nel flauto, ma ci vuole un suonatore per tirarla fuori”. Mentre il pensiero della morte, la vita imparentata alla morte, è già morte. O il desiderio di morire, naturalmente – il suicidio, per chi ha vissuto, è solo un incidente, una sopravvenienza. La morte “è il termine, non il fine” della vita, Montaigne insegna. A cui è follia non pensare, o rifiutarsi di pensare, altrettanto come lo è lasciarsene ingolfare. Thoreau, altro personaggio che avrebbe dovuto ma non è in commedia, nota giustamente che “per poter morire bisogna aver vissuto”, che dove non c’è stata vita non c’è morte, solo un imputridimento costante: “Sento molti dire che stanno per morire che sono già morti, per quel che ne so”.
Il saggio si confronta con la vita, non con la morte. La quale, se scontata in vita, è solo nostalgia, del non vissuto. La morte incombente un po’ è l’effetto del narcisismo, finire depressivi: si disimpara a morire perché non si è in grado di guardare alla vita, che è passata, al passato. La serenità – l’accettazione della morte – viene dal senso della vita. Che emerge sullo sfondo della caducità, cioè della morte, e si esprime nelle opere: la morte è solo una fine per chi ha fatto ciò che deve, non la fine. La libertà, più di tutto, ha un senso se c’è il rifiuto della morte. È uno spreco, e come tale può apprezzarla chi ha spiccato l’edonismo. Cioè la non attesa della morte.
La morte in una vita vissuta non è la sua accidentale interruzione ma il compimento, la meta del viaggio. Detto da Karl Rahner, ma non è capziosità gesuitica: il nodo è la malinconia, la moderna accidia. L’indifferenza, diceva Goethe, a ciò che scandisce l’esistenza. L’attenzione all’esistente, nelle infinite variazioni della sua monotonia, incagliata nell’apatia e la disappetenza, di idee, progetti, utopie, desideri. Di cui per di più si compiace, se non la fa titolo di nobiltà d’animo. E certo, come dice Kierkegaard, è la perdita di Dio a impedire di vedere il senso delle cose, le loro connessioni, l’unità della vita. Ma Kierkegaard dice pure che il malinconico è un falsario: il Dio assente è un’idea, un voler essere. Senza contare che la morte ha poco potere sulle persone amate: basta avere amato.
Il silenzio di Dio che sembra angustiare Scalfari è quello di Pascal, che egli non menziona, che perse Dio nell’infinità, come poi Kierkegaard, nell’astrazione dalla natura cui la Riforma l’aveva ha costretto. Varrà per lui ciò che Nietzsche scrisse di Carlyle nel “Crepuscolo degli idoli”: “La ricerca di una fede forte non è prova di una fede forte, ma piuttosto al contrario”. E c’è chi crede nel peccato non credendo in Dio: i laici buoni, puritani e libertini. Ma perché credere? O non sarà un omaggio tribale a Cassiodoro, il grande pensatore calabrese, che la filosofia dsse da ultimo una meditatio mortis? Dio però c’è poco in questo libro, così come la morte, benché se ne parli molto. Il radicalismo di Scalfari è sempre quello di Maurras, cui lo avvicina la scrittura, e anche la démarche, di cui non si saprebbe misurare la autenticità.
Il dio di Scalfari è il suo io, non detto. Necessario come gli sono necessari gli affetti probabilmente - di certo l’amicizia, da patriarca influente, a essa in realtà indifferente. E poi è troppo uomo del suo tempo. È anzi l’uomo del tempo, il testimone storico per eccellenza dei quarant’anni in cui ha fatto giornalismo, i suoi “Saggi” sono i suoi giornali, comprese le cadute. E il non detto è in realtà saputo. L’infinitezza spaventosa di Scalfari, o astrazione dalla natura, è la sua mondanità: l’interesse pervicace a questo mondo, ottimo e necessario per un ottimo imprenditore, ma non filosofico.
Si legge al § 429 dei “Pensieri” di Pascal una sorta di prova del nove: “L’immortalità dell’anima ci importa così tanto, ci tocca così profondamente, che bisogna aver perso ogni sentimento per essere nell’indifferenza di sapere che ne è”. Che potrebbe essere opportunismo – credere è meglio che non credere – e quindi inaccettabile all’onesto. Ma: perché Scalfari scrive? Tutto quello che aveva da dire, da insegnare ai meno provveduti, ha avuto una lunga vita per farlo e un largo seguito sui giornali: perché scrive da solo, da filosofo? Per tutti e per nessuno: per la verità? La condizione attuale di Scalfari sarebbe quella di un uomo “pio”. Non nel senso di uomo di una fede, ma di fedele del mistero-verità del mondo e dell’uomo. E invece egli è sempre, e vuol essere, uomo di parte. E allora? Non si diventa cinici in vecchiaia.
Dio c’è o non c’è, se non c’è non se ne può sentire la mancanza. Di fatto questa assenza di Dio, o il dispiacere di non poterlo incontrare, sono sociali. Dei convenevoli. Al modo delle nonne che si facevano obbligando i nipoti ad accompagnarle. Delle frequentazioni, familiari, sociali, editoriali magari, di un don Bianchi o un don Neri, il vecchio tipo del gesuita che imbrillantava i tinelli. E in quanto tale, pratica delle convenienze, l’esatto opposto di un Dio, il quale non può essere che diretto e semplice. “Gli uomini hanno paura della morte”, direbbe il cancelliere Bacone, “come i bambini hanno paura del buio; e come la naturale paura dei bambini s’accresce coi racconti, così l’altra”.
Miglior narratore
La vena di Scalfari è narrativa, qui come in “La sera andavamo in Via Veneto”. Per lo sberleffo irrefrenabile, l’ironia, la riserva mentale, che fanno il suo linguaggio primario, irrimediabilmente astuto e canzonatorio – che si dice adolescenziale, ma potrebbe essere quello della paternità calabrese, campanelliano. Della politica sicuro, e probabilmente anche di Dio, Scalfari ha opinione irridente. Ma anche in questo sembra censurarsi, lo spiritaccio emerge a sprazzi, limitato ai primi ricordi nell’infanzia, e a qualche insegnante, la proclamazione dell’impero tra i balilla, il fox trot con la mamma al Majestic, il padre in controluce. Poco, pochissimo, del suo compagno di liceo e amico di adolescenza Calvino, che pure è stato giovane per più aspetti brillante, con una casa lussureggiante, villa Meridiana, e genitori formidabili, noti in tutta Sanremo. Quasi nulla degli anni a Vibo.
Qui Scalfari ricorda infine Ernesto Rossi e cita Salvemini. Ma lascia sempre fuori Einaudi, Gobetti e gli altri della tradizione liberale, quella che distingue l’Italia nella grande cultura politica contemporanea – oltre a Pannunzio e Arrigo Benedetti. Qui comincia anche ad accettare la realtà: “Questa storia della borghesia illuminata è stata una delle illusioni che il gruppo del “Mondo” e dell’“Espresso” ha lungamente coltivato”, da lui stesso prolungata nella società civile, il governo dei tecnici eccetera. Ma sempre senza senso storico. Finendo per assomigliare al suo ritratto più celebre, l’Avvocato di panna montata, curioso, generoso, e infastidito. Che unicamente si diletta, anche in vecchiaia, di esercizi di egotismo, la costruzione calcolata di un io, senza abbandoni.
Alla fine del libro, non fosse per la vena irridente, si ha la sensazione di un drammone cupo. Tutto d’improvviso è laico in questa Italia vuota, l’università, la scuola, la filosofia, il football, la centrale nucleare, i giornali, i comunisti, il papa, ma perché è vuota la parola, una parola gruccia, per attaccarci quello che capita. Un mondo di chiacchiere senza un briciolo d’intelligenza, di accettazione virtuosa della realtà, dove si cercano gli immigrati ansiosamente e si vilipendono, si disprezza l’America e si tifa Obama, si uccidono i figli, e viceversa, e la civiltà si vuole là dove si uccidono i malati. Da cui cioè il laicismo è fuggito. Non molti anni fa: è fuggito con la politica, la quale è fuggita col compromesso storico. Di cui Scalfari s’è fatto il maestro, uno che non credeva – e non crede – né all’uno né all’altro dei suoi componenti, e nemmeno a tutt’e due. O il Fiancheggiatore per antonomasia: anche ora che il compromesso mostra i suoi terrificanti limiti, politici, etici, la faziosità, la violenza. Un compromesso sulla cui natura peraltro non ci sono mai stati dubbi: un ricordo personale è il no del comitato di redazione, Mino Fuccillo, Guglielmo Pepe, durato cinque anni, alla qualifica di inviato speciale a un redattore perché socialista, filo-Pci ma anti compromesso storico (col conseguente congelamento dello status di una diecina di altri redattori, i quali ebbero l’attesa qualifica dopo che l’odiato socialista ebbe lasciato il giornale), che Scalfari avallò: l’avallo gli statuti allora in vigore quasi imponevano, ma come asservire un giornale libero a queste pratiche totalitarie?
Se è lecito tentarne una critica, Scalfari ha improntato i giornali che ha creato a un meccanismo di sfruttamento della psicologia laica, della sua dote-debolezza che è l’individualismo incondizionato. Di principio ma anche pratico. Che non si saprebbe dire quanto benefico (l’autonomia del giudizio) e invece è speculare all’arricchimento facile e all’anti-democrazia su cui pretende di vigilare. Capriccioso, a volte, ma non di più. Si sa dell’azionismo, il partito non dichiarato di Scalfari, che è malato di un piccolo dannunzianesimo di superficie – senza cioè il lavoro di maglio e di bulino del Vate. A “Repubblica” il vizio non si è manifestato subito, l’imprinting di “Le Monde”, evocato alla nascita, ha avuto a lungo funzione apotropaica. Ma già nei primi anni Ottanta, nelle mascalzonate contro Sciascia, nelle quali ebbe purtroppo il sostegno di Pansa, oltre che di Arlacchi, Scalfari ne aveva fatto il luogo delle mascalzonate: del pregiudizio cieco, a carte non lette, e della polemica superficiale, tribale, familiare – “Repubblica” avrebbe dovuto essere il giornale di Sciascia e invece ne fu il nemico, pervicace, spietato.
È un laicismo, quello iniettato da Scalfari nei suoi giornali, che non libera ma tiene soggiogati, nella paura costante: muore la democrazia con Berlusconi, o chicchessia, e muoriamo noi alluvionati, oppure disidratati, muore la banca, muore la finanza, che pure è raccomandata, sono morte le istituzioni, già forse alla nascita, tutto vi è morto o vi muore. Nessun lettore, oltre che nessun redattore, è mai cresciuto civilmente (laicamente) con i suoi giornali, e anzi la tendenza è a fuggirne: tutti diventano “comunisti”, qualcuno fascista dichiarato, per il fondo compiaciuto, confermato, del piccolo borghese che sa di essere nel giusto, lui e non altri. Scalfari sarà il prototipo del personaggio eroico, cioè durevole, dell’Italia. Non quello appassionato, a tutto tondo, che suscita deliri, di amore e di odio, ma quello desabusé e fondamentalmente cinico, che passa per mille compromessi. I più resistenti in questa kermesse sono in effetti i giornalisti: Biagi, Montanelli, Bocca. Costruttori di macerie.
Ma poi anche in termini di io Scalfari è uno che si nega: si nega anzitutto forse a se stesso. Non reticente, non di proposito. Citati lo dice un Alessandro Magno (e Shakespeare, Pessoa, Montaigne, vedere “la Repubblica” del primo maggio per credere), che scorazza senza pentimenti. Un piccolo Alessandro Magno, perché no, che un po’ s’annoia e un po’ ama le novità. Ma non è necessario andare lontano: Scalfari si è definito, e vuole essere, uno snob. È sincero, poiché è misantropo - uno che disprezza perfino gli amici. Ma dello snob non ha il lato buono, che è il rispetto della forma: il principio di non contraddizione, la logica, la convenienza.
Un ricordo personale di Scalfari ne inquadra la personalità, sempre partecipe e sempre assente. Era la notte dell’uscita di “Repubblica”, Scalfari era nel portico della tipografia romana in piazza della Repubblica, che allora era aperto, nervoso. In una delle giacche di velluto che allora amava, senza cappotto, malgrado la nebbiolina ghiacciata di metà gennaio. Era forse prima del ricevimento, col giornale ormai chiuso, forse dopo, quando si aspettava la prima copia. Chiese una sigaretta, chiedendosi: “Come andrà? Che ne dici?” Il giornale nasceva su basi solide, compreso l’oroscopo di Linda Wolf - o era di Sirius? Ma Scalfari l’avrebbe chiesto a chiunque fosse passato. Due militari in libera uscita si avvicinarono. Non riconobbero Scalfari ma erano lì per informarsi: “È qui che fanno “Repubblica”?” Un interesse che ognuno avrebbe considerato beneaugurate. Ma Scalfari non ne fu lusingato, non sembrò neppure sentirli, intento ad ascoltarsi.
Compromesso De Benedetti
Il titolo è programmatico. Fosse descrittivo, sarebbe già di un uomo che crede in Dio, pur non volendolo. E risponde all’impoeticità di Scalfari, anch’essa di programma più che caratteriale- naturale. Di un passionale, al contrario, che inclina fatalmente alla poesia. Ma ha fatto voto evidentemente di fermarsi un passo prima, e a questa linea gialla ritorna di proposito ogni volta che d’impulso l’ha sorpassata. Scalfari è, in ogni sua manifestazione, passionale: prevenuto, preveniente, protettivo, vendicativo, sempre emotivo. L’effetto di questa astensione è curioso: perché la sua “filosofia”, il giudizio disincarnato sulle cose (gli eventi, l’adolescenza, la famiglia, il lungo impegno politico), solo prende vita nel quadro delle passioni, seppure rattenute.
Ma la sua avventura politica sarà, purtroppo, il tratto che lo distingue. Guardando da vicino, Scalfari è la specie d’uomo simpatico: attento, svelto, bright, amichevole. Benché, o anche perché, di spirito caustico, con le cose e, più, con le persone. Guardando le cose a distanza – è necessario, l’equivoco era troppo grossolano per essere accettato subito a lungo sembrato inverosimile – lo si scopre sempre su false tracce. Uno che alla fine, vuoi per divertirsi vuoi per albagia sempre porta il voto degli antidemocristiani alla Dc, dei comunisti soprattutto e dei laici. A Andreotti prima, e poi a De Mita – a De Mita... Col suo “Espresso” prima, ma soprattutto con “Repubblica”, sua a tutti gli effetti. Che si trattasse di “alternanza” alla guida del governo, o di nomine bancarie e negli enti – terna buona di candidati era sempre e solo quella che conteneva solo manager democristiani. Il che non è una colpa naturalmente, e non sarebbe scandaloso se l’indiscussa situazione di malgoverno nella Repubblica non fosse determinata dal mancato ricambio politico (l’alternanza). E se lui stesso non si professasse il principe degli antidemocristiani. O un capolavoro politico, se si vuole, ma di pessima politica. Protestando il “rinnovamento” di De Mita (di De Mita…). E agitando l’anticraxismo. Che non si è mai capito cosa fosse, se l’antipatia personale di Scalfari verso un segretario provinciale Psi che ne bloccò la rielezione nel 1972, o un calcolo freddo di cinismo politico, l’imputato essendo eccezionalmente non corrotto, benché aggressivo, e di ottime doti politiche. Se non un favore al socio e padrone Carlo De Benedetti, di cui Craxi fu effettivamente il nemico in tanti contestabili affari, Société Générale, Ambrosiano, Sme.
La storia politica di Scalfari purtroppo è questa, quella di un fiancheggiatore. Di che non si vuole dire. Certo non del socialismo, ma nemmeno del mercato. “Si sa” però alla Pasolini, essendo l’evidenza: cambiare tutto perché nulla cambi, la politica sotto il tiro dell’indignazione. Fingendosi ammaliato da Berlinguer, che giudicava ingenuo, per subordinarlo alla Dc. Dalla quale tutto avrebbe dovuto dividerlo ma era la scelta dell’editore-direttore Carlo De Benedetti, allora in pectore ma non in partibus - per vent’anni i giornalisti di “Repubblica” non hanno saputo che il vero editore-direttore era De Benedetti. Che ha fatto ottimi affari con la Dc, da quello fallito con De Mita e Prodi per il colosso alimentare Sme, che avrebbe pagato, per una cifra irrisoria, con un credito del venditore, a quello riuscito con Draghi delle licenze Omnitel (rivendute con un guadagno di tredicimila miliardi in un anno) e delle centrali Enel. Il suo progetto, dichiarato, era di mettere i milioni di voti del Pci, nel 1976 il 33 per cento, al servizio della Dc. Contro Craxi a un certo punto (“Repubblica” fu l’unico giornale a non rimarcare nel 1983 che quello di Craxi era il primo governo a guida socialista nei centoventi anni della storia d’Italia). Che non aveva colpe particolari, ma pretendeva di governare – nel solco non infame della governabilità, della (necessaria) autonomia del politico. Poi, dopo l’abbattimento riuscito di Craxi, con la straordinaria “creazione” di Berlusconi.
Una storia, se si vuole, di successo. Ma a che fine? Con qualche rischio per l’immagine, poiché l’indignazione non avvince e anzi stanca – non solo il pazzo Nietzsche ne ha pessima opinione: “Nessuno è bugiardo come l’uomo indignato”, in un testo che intitola peraltro Al di là del bene e del male, anche Fo: “L’indignazione fa rima con coglione”. La storia politica di Scalfari s’intreccia purtroppo da trent’anni ormai con quella di Carlo De Benedetti, che è un uomo d’affari. Potrebbe essere dunque quella di un libertino, quale si vuole, un avventuriero divertito. Ma il libertino non ha rimpianti. Non ha cicatrici né vede incroci, ai quali dirsi di aver sbagliato, non per errore.
Eugenio Scalfari, L’uomo che non credeva in Dio, pp.150, € 16,50

La verità della Bibbia ce l'ha Canfora

Ce l’ha con la messa tridentina di Benedetto XVI. Citando contro il latino i bei nomi, vecchio artificio della retorica della polemica. Ma non Gramsci. Né se stesso, che in “Noi e gli antichi”, appena quattro anni fa, argomentava “perché lo studio dei Greci e dei Romani giova all’intelligenza dei moderni”. “Filologia e libertà” ha una parte buona, un paio di pagine, le citazioni di Pasquali. Per il resto, malgrado la qualità dell’edizione, è un libello da poco, un articolo di giornale contro il papa. Come gli altri contro la democrazia (che elegge Berlusconi), e contro Augusto (di Berlusconi predecessore).
Canfora, che è stato forse il miglior scrittore – miglior “narratore” – degli anni 1990 con la sua capacità di far vivere la filologia, si è perso quale polemista stucchevole, prevedibile. Il titolo giusto sarebbe diverso: la filologia, o l’invenzione del testo. Il dotto Canfora è naturalmente al di qua della linea. Ma è in fase acuta di “correttismo” politico e quindi insolentisce per 150 pagine quelle carogne di papi che non consentono di ricostruire la verità della Bibbia, riproducendo fuori contesto a scopo di ludibrio anche i documenti papali.
La sua storia pure è cupa. La democrazia di Atene fu incidentale e breve. Brevissima, poche settimane o mesi. E si marcia su Roma dai tempi di Augusto, di quando Augusto aveva 19 anni. Un giorno si scriverà di quando Berlusconi pubblicava e promuoveva i suoi critici, come Canfora, e sarà di sicuro più interessante.
Luciano Canfora, Filologia e libertà, Mondadori, pp.149, € 13
La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, pp.446, € 9
La prima marcia su Roma, Laterza, pp.87, € 12

venerdì 16 maggio 2008

Il mondo com'è (9)

Borghesia – Quella italiana tipicamente si nega. Per il peccato originale, la manomorta. Che se non è peccato è fonte tuttavia di cattiva coscienza, per l’arricchimento facile e un tantino illecito. Cattiva coscienza non nei confronti della chiesa – anche: non è lecito escludere dallo Stato i due terzi, o siano pure solo i due quarti, della popolazione – ma del Risorgimento, che si affermava con i profittatori. Non per questo tuttavia si ritrae, è anzi battagliera. Si afferma pretendo di negarsi. E' un tratto costante, negarsi per essere. I borghesi di Marcel Proust sono ridicoli, ma lo scrittore se ne fa il cantore malinconico in quanto snob, borghese che si nega. C’è però qualcosa di più nella borghesia nazionale, la vantaggiosa deprecazione. Oppure il grande silenzio, l’afasia sociale. In ciascuna delle sue eminenti caratterizzazioni: borghesia del denaro, manageriale, intellettuale, istituzionale. Si suole anzi dire, lo dicono i borghesi buoni, che in Italia non c'è borghesia. Un senso di mancanza che, bisogna riconoscerlo, viene da un’idea escatologica della borghesia, sempre idealizzata in Italia, classe etica se mai ce ne sono. Anche dagli scrittori e dai politici che, da destra o da sinistra, fanno professione di fede antiborghese. Etica nel senso di interprete del buono e del giusto. La classe dotata dell’etica della responsabilità, si dice occhieggiando a Max Weber. Il che è molto borghese. Si dice perfino che la borghesia non ci può essere perché l’Italia non è protestante, tirando sempre in ballo l’incolpevole Weber. Per protestante s’intende, chissà perché, socialmente responsabile. Il male è antico. Già nel Mille, ricorda Gioacchino Volpe, “schiere di funzionari vescovili, vicedomini, viceconti, avvocati”, nonché lo stesso clero, carico di mogli, amanti, figli, passavano “come una bufera sul patrimonio ecclesiastico, patrimonio di tutti”, a ogni vacanza, del canonico, del vescovo, del cardinale – ne nacquero le repubbliche cittadine, di chi viveva del proprio lavoro, i briganti, poi principi, e le eresie. Oggi naturalmente è diverso, e nell'epoca della comunicazione, dovendo dichiararsi, la borghesia si nega accusando. Nel dopoguerra si è servita della reazione antifascista laica, cristallizzatasi con l’azionismo sul deficit morale della società italiana - italiana e quindi cattolica: il Mille rovesciato. Ma poi i deprecatori sono generalmente proustiani, sedotti da quella borghesia cattolicheggiante - snob e compiacente, per nulla rigorosa - che Proust ha tratteggiato. Quanto all’etica, si vogliono “sottilmente coscienti e riccamente responsabili” come Henry James voleva i suoi personaggi - per un'innocua ambizione estetica. “Borghesi”, insomma. Ma vengono da lontano. La borghesia è una di quelle cose che tipicamente non c'è, essendo una categoria sociologica, ma agisce. In Italia ha anche il vezzo di negarsi, e non solo perché le sub-culture dominanti, la cattolica e la totalitaria, gliene fanno una colpa. Borghese è chi si applica a moltiplicare il reddito, mettendo a frutto le rendite e le conoscenze, che anch'esse fanno patrimonio. In questo senso l'Italia è perfino il paese più borghese d'Europa, poiché ha più padroncini, piccoli e grandi, con il demone del rischio, e uno spirito d’impresa più radicato. Ma in Italia si nega politicamente. Da sinistra com’è giusto, com’è da aspettarsi. E da destra. Per una tradizione reazionaria corposa, da ultimo con Papini e Prezzolini, Mussolini, Longanesi, Montanelli, tutti molto borghesi, per la quale la borghesia è informe, inerte, incapace di governarsi e di governare. Questo negarsi è molto borghese nell'autocertificazione di integrità che esso implica, e nelle conseguenti esclusioni: i ricchi sono ladri, gli industriali non leggono, neppure il giornale, gli intellettuali sono servi. La deprecazione è strumento retorico notabilare, da borghesia magisteriale. È un vezzo, forse un difetto, ma non fa male. La borghesia è “clase discutidora”, diceva Donoso Cortès, il teorico liberale dell’altro secolo di un paese, la Spagna, che ha inventato la parola ma non ha conosciuto il liberalismo. La definizione è velenosa: la borghesia trasferisce la politica nel discorso - nella stampa cioè e nel Parlamento, nell’opinione pubblica – perché è mediocre e insicura. Ma in quanto discutidora la borghesia non è dannosa. Sotto questo aspetto è anzi “la classe della libertà di parola e di stampa”, come riconosce un filosofo della politica dichiaratamente antipatizzante, Carl Schmitt. Diverso è l’effetto dell’autoreferenzialità. Delle fazioni, che intorbidano gli eventi e le conoscenze. Sia all’interno dei gruppi, fra protagonisti che si eleggono e si difendono vicendevolmente, sia all'esterno: da una parte nell'area di rispetto che essa genera fra i poteri costituiti, dall’altra nel disprezzo signoriale rovesciato su clienti, lettori, sindacati, dipendenti, risparmiatori. Queste borghesia che si presenta virtuosamente come una diminutio, una negazione, è in realtà una mascherata, anche violenta. Non è così dove, in Gran Bretagna e negli Usa, la borghesia si sa, e si riconosce, da sempre legata agli affari. Lì governa senza camuffarsi. I primi saggi sulla proprietà, che sono del Locke, ne fanno un diritto naturale senza speciali connotazioni etiche. Di negazione in negazione si arriva al punto: la borghesia non sa farsi classe di governo. Da una parte il ceto medio informe, dall’altra i poteri forti, così viene semplificato l’assetto di comando della società. Contro il senso comune e ogni evidenza. Poteri forti è formula giornalistica, mediata dalle mani forti del gergo di Borsa, che sono gli operatori in grado d’influenzare surrettiziamente le quotazioni. Ma questi poteri, che ci sono e talvolta sono organizzati in piccoli gruppi, sono naturalmente essi stessi borghesia. Operano coi meccanismi della concorrenza monopolistica, spesso elidendosi tra di loro. Si integrano in una struttura oligarchica ma non permanente e nemmeno stabile. I poteri sono forti nella disinformazione, e ovviamente nella finanza, dove gli affari si fanno a spese di qualcun altro. Sono nelle professioni e nelle istituzioni, attraverso il nepotismo e il baronato. Si sono moltiplicati con il ritorno della funzione notabilare in politica, dopo il fallimento dei partiti di massa e delle istituzioni democratiche costituzionali, il Parlamento in primo luogo. L'ideologia dell’“esperto” e del “tecnico” ha sfondato nel mercato politico come in quello economico. Spiega la facile identificazione del potere giudiziario con la giustizia. Si ritrova nel ritorno del manager a scapito dell'imprenditore. Tecnocrazia e tecnostruttura, che avrebbero dovuto essere protagoniste della “Rivoluzione dei tecnici” (“The Managerial Revolution”) di James Burnham negli anni 1940, ritornano sotto la specie ancora più antica, hegeliana, della “classe universale”, buona a tutti gli usi perché è buona in sé, - buona perché non politica, cioè non democratica. Crisi - Luca di Montezemolo, quando era ancora presidente della Confindustria, e trattava Berlusconi da furbetto del quartierino, ha scritto una lettera-manifesto a “Repubblica”, per deprecare d’acchito: “Credo anch’io che la crisi del nostro spirito repubblicano chiami in causa tutto il cosiddetto establishment del paese”. Lui escluso naturalmente. E questa la caratteristica principale dell’establishment italiano, o classe dirigente, o società civile, o borghesia. Dunque, lo “spirito repubblicano” è in crisi. L’Italia è monarchica? O è in crisi lo spirito democratico? L’Italia è per l’uomo forte? O non sono in crisi le istituzioni repubblicane, il governo, il Parlamento, la giustizia, i tre ordini monesquieviani del famoso Stato? Ma non sono in crisi da ora, purtroppo. Erano in crisi già poco dopo l’adozione, negli anni Cinquanta. “L’autunno della Repubblica” è un titolo di Scalfari degli anni 1960. Scalfari che dello spirito repubblicano si può dire per più aspetti vestale: questione morale, borghesia illuminata o società civile, e il sapere prima del potere, o governo dei tecnici. Leggendo Salvemini, vestale numero uno, era in crisi anche prima, prima del fascismo e dell’ultima guerra d’indipendenza. La crisi è della borghesia italiana, che si nega. La crisi è di una certa cultura, il laicismo, che a lungo si è voluta prevalente, in Italia e nelle condizioni del progresso, salvo scoprirsi poi succube, una subcultura, tra le due culture dominanti, la confessionale e la rivoluzionaria o totalitaria, non indegna di esserne schiacciata, tanto era sparuta e ancillare - vestale, se non pontefice, lo stesso Scalfari, in ossequio al Compromesso Storico. Ma la crisi c’era già prima, naturalmente. Tutti corrotti, il re di Napoli, che aveva un secolo d'illuminismo, il duca di Modena e Reggio, e perfino quelli di Parma e Piacenza, Massa e Carrara, benché fossero tedeschi, madre e figlio, o il granduca di Toscana. Tutti reazionari, incapaci, arretrati. Di Fronte ai Savoia, figurarsi. E si può andare anche più indietro: la crisi è la deprecazione savonaroliana. Ma a tratti anche machiavelliana. Insomma, toscana. Che però divenne nazionale quando i lombardi s’impadronirono del toscano. E insomma è manzoniana. La crisi è dei “Promessi sposi”. Il senso della crisi è ritornante ai cambi di secolo – poi la curva, verso il centro del secolo, risale, anche a grandi altezze, per poi ridiscendere - e più ancora quindi di millennio. C’è insomma una ciclicità della crisi. Mensile col lunario, annuale con le stagioni, quinque-decennale con l’economia, periodica con le stelle, siamo ora nell’età dell’acquario?, millenaria col clima, la grande umidità con la grande siccità della Bibbia e del romanzo “Orlando”, geologica, astrale. Sapendo che, se non si muore, sempre si risale, la curva è sinusoidale. Anche l’Italia quindi è periodicamente malata. Oggi lo è un po’ di più perché è vittima indifesa della depressione europea. 

Indipendenza – L’esperienza mostra ricorrente nel Terzo mondo un pattern molto distinto: le società e gli Stati deperiscono, talvolta mortalmente, man mano che si allontanano dalle ex madrepatrie, dai modelli culturali coloniali, e si nazionalizzano. I casi dell’Uganda civilissimo di Milton Obote, dissolto da Idi Amin, o del Kenya di Kenyatta e Tom ‘Mboya rispetto ai tribali successori, o di Mugabe nelle sue due incarnazioni, di leader antirazzista anglofilo, e poi di despota indigenista che ha immiserito e disintegrato la Svizzera dell’Africa. Il Ghana superbo di ‘Nkrumah quarant’anni fa, senza paragone con la miseria economica e morale di oggi. L’ex Dahomey, che era la Sorbona dell’Africa, Il Senegal di Senghor, poeta e accademico francese, al confronto degli affaristi che poi l’hanno impoverito. La Costa d’Avorio di Houphouët-Boigny, deputato socialista francese, e quella dei suoi incapaci, tribali, suicidi successori. Talvolta il cambio è stato imposto dall’ex madrepatria, per motivi politici contingenti. Idi Amin, il fuciliere che sarà “cugino della regina”, fu espediente contro la sponda pericolosa di Obote all’Urss in Africa. Paesi sulla via dello sviluppo, comunque al ritmo dei tempi, sono stati disintegrati, talvolta anche territorialmente. Solo per essere passati dall’apparato del colonialismo e dell’imperialismo, con un’amministrazione, una costituzione e un sistema giudiziario all’indigenismo sregolato. Ciò è reazionario ma è vero. È reazionario da ogni punto di vista: è razzista, anche se non è solo africano, è antidemocratico, per quante connotazioni si possano imporre alla democrazia, è pessimista e regressivo. Ma è storico. Il pattern non emerge nelle società complesse, stratificate, a loro modo strutturate, quali l’Egitto o l’Algeria. Regge il Marocco, l’unico paese del Nord Africa con uno standard di vita quasi europeo, per l’integrazione, seppure ridotta, nel sistema globale della produzione, al passo coi tempi, perché la monarchia impone un sentiero europeo: detribalizzato, parlamentare, sindacale, con un forte controllo da parte dello Stato. Nel lungo periodo lo scehma invece si applica da tempo anche nelle repubbliche sudamericane. Non in Argentina o Brasile. Sì in quella, Messico in testa, Perù, Ecuador, e ora Venezuela e Bolivia, dove le élites criolle progressivamente lasciano il governo alle masse indigene. Il Perù ha il record mondiale della crescita continua da una dozzina d’anni, ma gli effetti nel paese non si vedono, la ricchezza vi si dissolve. 

Islam – È religione maschile, alla moschea, nella preghiera. I suoi pellegrinaggi sono avventurosi (mentre il cristianesimo è da un paio di secoli femminile: solo donne in chiesa, e pellegrinaggi all’insegna del beghinaggio, Fatima, Lourdes, Medjugorie, e perfino padre Pio). Per questo resta assertivo, militante.

giovedì 15 maggio 2008

Ma è una fiducia piena di sorprese

Non è vero che è andata liscia, anche questa fiducia ha le sue sorprese.
Che fine ha fatto Rosy Bindi?
Non c’è nell’organigramma del partito, non c’è nel governo ombra, non la invitano più in televisione. Nemmeno fugacemente, nemmeno alle dirette per il voto di fiducia. Era la concorrente di Veltroni alle primarie del partito Democratico, e ora non è più. È Rosy Bindi. Con lei è scomparso, proprio fisicamente, il vecchio ceto ex democristiano ex popolare, Marini, De Mita, Castagnetti, per la San Ginesio non dichiarata dei “giovani” Franceschini e Letta.
Vecchie e nuove trinità
La Trinità dell’antipolitica era costituita nel 2004, tra le dame dei girotondi, da Di Pietro con Nanni Moretti e Ochetto. Ora il santino è Di Pietro con Grillo e Travaglio. Tre facce in primo piano, gialline, un po’ torve. È affascinante pensare Moretti alla destra di Di Pietro. Sarà stato il suo ultimo film scherzoso.
Dall’emiciclo alla rotonda
Solo applausi per Berlusconi alle Camere. Con la giustificazione: “È un altro”. La bontà sarà la nuova virtù degli italiani, tra l’impoverimento, la xenofobia e la violenza montanti. Il libello contro i partiti di Simone Weil parla di passaggio “dall’emiciclo alla rotonda” per dire le collusioni parlamentari tra i diversi partiti per la comune sopravvivenza – la filosofa dice comune “totalitarismo”. Ma nel caso con un singolare contorno: fuori dell’abbraccio restano solo profittatori accalorati, un rancore che si può scambiare per ricatto.

"Repubblica" tra D'Avanzo e Travaglio

È lite dunque a “Repubblica” fra D’Avanzo e Travaglio su chi è più mafioso, se Schifani o lo stesso Travaglio. È il giornalismo di oggi, in cui si può dire tutto di tutti, anche mafioso, e se non si dice anzi non è buon giornalismo. E magari i due tra un anno si complimenteranno per essersi fatta pubblicità a vicenda. Non bisogna dunque preoccuparsi.
C'è però un problema per il lettore, che paga per questo. Non per essere informato ma per avere di questo sapido pettegolezzo. Perché è un problema? Per due motivi. Perché di saporito questi pettegolezzi non hanno nulla, si capisce che sempre meno gente compri i giornali. E perché “Repubblica” era nato per essere il miglior giornale italiano, e ancora se ne giova. Mentre il fondatore Scalfari continua la ricerca dell’Io, che chiama Dio. E la sua questione morale viene lasciata a giornalisti e collaboratori del “Borghese”. Che sono ottimi cronisti giudiziari, sono anzi quelli che sanno tutto. Ma per essere vicini, anche in vacanza, agli organi d’informazione che una volta si chiamavano sbirri.

"Rozzo!" "No, rozzo tu!", l'Europa Bovary

L'italianista polemista Seibt, nemico dello Spass, la società dell'effimero, dice sulla "Suedddeutsche Zeitung" che, signora mia, non c'è più religione. "Che ci arriva dall'Italia?", si chiede, e si risponde: "Grossolanità" ("Per Lessing gli italiani erano mosconi, che si nutrivano dei cadaveri degli antichi romani...", questo è solo l'inizio ). Sì, ma dalla Germania cosa arriva all'Italia? Giusto Schumacher, in una quindicina d'anni, uno che parla inglese, sta in Svizzera, e quando vince è come quando perde, un baccalà. E dalla Francia, cosa arriva più da Parigi all'Italia, e alla stessa Germania? "L'Italia non ha più un ruolo in Europa", dice lo storico Seibt. Perché, la Germania ce l'ha? L'Europa ce l'ha?
Gli scambi di complimenti non sono una novità. "Rozzi nell'animo", il titolo della "Sueddeutsche", si deve, pare, a Rudolf Borchardt. Uno cioè che visse tra Pisa e Lucca, tradusse la "Commedia" in antico tedesco, e fu ucciso dai tedeschi nell'occupazione. Ma ora sono arma politica, e culturale. Neppure il papa tedesco ha riportato l'Italia nel cuore della Germania. Anche se l'altra autorità antitaliana citata da Seibt, lo scrittore Mosebach, si distingue nell'elogio della messa tridentina restaurata da Benedetto XVI, esaltandola anzi in un libro promettente, che la religione vuole ancorata alla liturgia più che alla rivelazione. E a questo punto va detta l'evidenza: un certo laicismo non ama l'Italia e tenta d'isolarla. Invece si chiedersi perché si è ridotto praticamente e rapidamente a roba da giardino zoologico, specie che presto andrà protetta.
Dalla Spagna, dove questo laicismo è invece trionfante, così gli piace pensarsi, le bordate sono peraltro feroci da ridere. La vice presidente del consiglio spagnola si fa fare una domanda da un giornalista compagno e si risponde: “Noi non siamo razzisti come gli italiani”. Basta guardarla e uno capisce. La Spagna che importa in Europa compiacente tutti i sudamericani che vogliono, soprattutto i borsaioli e i pusher, e ne deporta ogni anno trenta-quarantamila, contro i trenta-quaranta dell’Italia. Dopo avere eretto un muro attorno al Marocco spagnolo (c’è ancora un Marocco spagnolo… ), sparando su chi lo salta, come si faceva a Berlino.
Se l'Italia è il bersaglio di questo laicismo sbandato, un ruolo evidentemente ce l'ha. Ma è vero che l’europeismo, quando è vuoto, è un vizio - si capisce che ne siano patrone tante cortigiane oneste. E che oggi non c’è l’Italia in Europa. Non se si riflette alla demenza ormai imperversante a Bruxelles. Sotto tutti gli aspetti: una potenza che coltiva il suo orto come usava nelle fortezze assediate, anche se è aperta a tutti i venti, pensandosi migliore, come il professor Seibt e la vice presidente spagnola, personalmente e razionalmente, e meritevole di miglior compagnia. Andiamo a Antalya, o a Gerba, e guardiamola, non è un bello spettacolo questa Europa.
Suicida nella politica agricola
L’Europa limita le colture, anzi finanzia la non coltivazione (il maggese), e riduce la produzione di latte e di carne, in tempi di prezzi triplicati di cereali, legumi, latte, carne, e quasi di carestia. Per far guadagnare cifre astronomiche ai coltivatori francesi di granaglie, ai vaccai bavaresi e olandesi, ai porcilai bretoni. Un’agricoltura in cui, a fine 2007, dei 42 centesimi al litro incassati dal produttore di latte 25 andavano al cartone. Per produttore intendendosi Parmalat o Granarolo, non il bovaro (al supermercato lo stesso latte si pagava 1,60 euro!).
Succube degli Usa
Accucciata dietro la Germania, che dopo la sconfitta la politica estera considera una noia, l’Europa si professa pacifista e per il resto si affida agli Stati Uniti. Alla potenza cioè che odia. Non senza ragione, dacché tutte le direttrici di politica estera americana contro l’Europa: la globalizzazione con l’area del dollaro, l’Arco della Crisi o Medio Oriente (Palestina, Iraq, Afghanistan), il terrorismo islamico, acora di marca Usa in molti posti, il Pakistan, il Kossovo, il petrolio, la Russia, la World Trade Organization.Specie di fronte alla Russia e al Mediterraneo, alle minacce e alle enormi opportunità che i vicini le offrono, l’Europa chiude gli occhi. In cinquant’anni L'Unione europea non è riuscita a costruire un rapporto con Israele – e nemmeno con i Palestinesi. Non per la difesa, non per la pace, non per l’integrazione di questi mondi. Che sono i più occidentali e molto europei, per cultura e ambizioni, malgrado il radicamento ben orientale. O con il Libano, abbandonato a quindici anni di Siria e di guerra civile.Gli Usa hanno costruito la globalizzazione - l’apertura dei mercati, l’apertura delle Rete - per assicurarsi un’era di crescita costante a prezzi decrescenti. La Fortezza Europa, arcigna e piena di sé, aderisce a malincuore, anche se è sola al mondo nel rifiuto della globalizzazione, e s’impone l’impoverimento per poter continuare a vendere fuori dei suoi mercati protetti. S’impone disoccupazione, retribuzioni irrisorie e prezzi altri: il business europeo deve capitalizzare all’interno della Fortezza, per poter continuare a esistere nel mondo. I mercati protetti, che usualmente si limitano ai servizi, banca, gas, elettricità, acqua, posta, in Europa si estendono a tutto l’agroalimentare e alla cultura, cioè al 60-70 per cento della spesa. Da qui l’inflazione, che Eurostat non rileva accomodando gli indici, ma che è un fatto: chiunque viaggia, o anche solo compra su Amazon o e-Bay sa che c’è un abisso fra il costo della vita in Europa e nel resto del mondo.Difesa, mercati commerciali, mercati finanziari, moneta, energia, musica, cinema, abbigliamento, stili di vita, droghe, e ora perfino i vini e la cucina: l’Europa mummificata sopravvive all’ombra degli Usa, ne è anche protetta, e lo risente. Nelle questioni piccole e grandi il punto di vista europeo si precisa per divaricazione da quello americano, quale che sia. Non per un gioco di squadra, com’è stato in molti frangenti nella guerra fredda, in Medio Oriente per esempio per i palestinesi, con l’Urss per l’energia. Ma per una rivalsa, generica, generale, totale. Con una riserva ideologica – ma forse solo propagandistica: quella, per intendersi, per cui un presidente ridicolo e antieuropeo come Clinton è un’icona europea. Ma per il resto senza tregua: è un risentimento che non trascura nulla.Il bovarismo europeo è, senza saperlo, americano anch’esso. Tutta la voglia di vivere europea è quella di Whitman e Kerouac, il loro nichilismo epidermico: il culto del corpo, del sole, del sesso, dell’igiene, dell’atletismo. Dell’etica sterile del lasciarsi fare – con la differenza, certo, che Whitman e Kerouac sono letterati appassionati, iperprofessionali. L’America lo sa, e non ne tiene conto: dai tempi di Nixon e Kissinger l’Europa conta poco o nulla a Washington.
L’euro di ferro
Sarà, ammesso che duri, o sarà stata, la moneta più sterile che si ricordi, in questo senso una vera moneta di ferro. Asfittica, regressiva. Quante sciocchezze non si dicono e non si fanno a Bruxelles all’insegna del vangelo dell’economia, l’elenco sarebbe sterminato. L’euro è stato per l’Italia sedici anni di sacrifici di cui non si vede il vantaggio. Nemmeno in termini di costo della vita: i paesi che vivono col dollaro deprezzato hanno meno inflazione dell’Europa.
Più uguale degli altri
La politica industriale è la Fattoria degli animali di Orwell: alcuni sono più uguali degli altri. La Francia e la Germania. Germania e Francia fanno quello che vogliono (privatizzazioni? liberalizzazioni?), gli altri si beccano calci sui denti per episodi minimi come l’Alitalia. In Europa i formaggiai d’Inghilterra possono vendere un Parmeggix a metà prezzo, ma quelli di Lodi non possono fare il Cedarmed a un terzo.
Schiavista a pagamento
Al meglio, l’Europa è cieca nelle politiche dell’immigrazione. Limitate a Schengen, i controlli di polizia ai porti e agli aeroporti. Senza indirizzi di accoglienza e naturalizzazione per il suo cinque per cento di popolazione immigrata (6 per cento in Francia, per metà concentrata nella regione parigina, 9 per cento in Germania), e anzi con una crescente xenofobia. Con l’effetto, sotto gli occhi di tutti, della più grande tratta di esseri umani al mondo, nel Terzo millennio, la più cruenta, la più cinica. Nello schiavismo si veniva razziati, e poi mantenuti, gratis, per l’Europa il viaggio della morte si paga, da mille a cinquemila dollari, il reddito dell’aspettativa di vita in Africa o Asia, di un’intera famiglia. E dopo tutto questo se ne dice anche minacciata, minacciata dagli immigranti impoveriti, sradicati, annientati.
Tutto sarebbe semplice, in questa questione.
C’è bisogno del lavoro immigrato per la produzione, questo è certo: nell’edilizia, nei servizi al consumo, in fabbrica, e nell’agricoltura.Ce n’è meno bisogno nel commercio, dove l’immigrazione è più visibile, ma non del tutto: il turismo ne ha bisogno, e la stessa economia nazionale in una fase di crisi come questa, che non passa mai.C’è bisogno del lavoro immigrato nelle famiglie, anche questo è certo: di badanti per gli anziani e più ancora di collaboratrici domestiche, dove ci sono figli. Se si vuole accrescere come si dice la partecipazione delle donne al mercato del lavoro – l’alternativa è sacrificarle al lavoro casalingo.Un triplice bisogno cui risponde un’opinione xenofoba, anche questo è certo – seppure sia l’opinione dei media più che della popolazione. Per un fine forse recondito. Ma sicuramente a nessun effetto.C’è bisogno di più immigrati e non di meno. Immigrati riconosciuti, con una residenza e una posizione contributiva e fiscale. Il fine forse recondito della coartata xenofobia è di tenerli in clandestinità, e pagarli poco? E di consentire agli affittacamere introiti da capogiro? Ma questo non è l’interesse alla fine dei conti di nessuno, a parte i delinquenti che profittano della clandestinità, necessariamente pochi. Tanto più che, seppure clandestini, gli immigrati hanno diritto ai consumi primari e alla sanità.Non si vogliono delinquenti d’immigrazione, ma questo vale per gli immigrati come per ogni europeo: non si vogliono delinquenti.In uno scenario così chiaro, il problema è in realtà l’Europa, la sua indigenza. Non ha nessuna politica di accoglienza, a parte i Cpt. Non fa alfabetizzatone né alcun’altra forma di integrazione. Non ha trovato il tempo, in quindici anni ormai di forte immigrazione, nemmeno di attrezzare la Polizia, si vede nei commissariati e nei Centri appositi. Né, con tutta la dichiarata xenofobia, ha emanato una sola norma che combini le due esigenze, al lavoro immigrato e al controllo del lavoro immigrato. I flussi annui italiani, per regione di arrivo e per paese di provenienza, col primo clic che arriva via Internet, fanno ridere se non creassero tragedie - il clic è servito come autodenuncia (ora sappiamo quanto sono gli stranieri irregolari, almeno 600 mila). L’Europa poteva introdurre l’atto di richiamo, per cui il regolarizzato diventa garante del nuovo arrivato. Poteva aprire degli uffici del lavoro all’estero. Poteva attrezzare i consolati a vagliare le domande d’ingresso. Soluzioni nemmeno costose. Poteva e può farlo – oppure non può, congenitamente?
L'integrazione è difficile, l'esperienza lo mostra, a New York-Harlem da oltre un secolo, a Marsiglia e in molti quartieri di Londra da alcuni decenni. Ma non è un ragione valida per non fare almeno un primo passo, regolamentare.
Senza identità
L’Europa vive nell’irrealtà. Ricca come non mai, è sempre la più ricca del mondo, ma di un’intelligenza fanée. Ormai da un secolo, irrimediabile. Non ha passioni, se non dissolutrici. Né idee. Se non un laicismo che non è nemmeno buona massoneria, solo diavoleria. Che fa votare mozioni a favore dell’immigrazione islamica, fatalmente sradicata, a preferenza delle repubbliche ex sovietiche, dove sono cristiani. A fine aprile il gruppo Liberaldemocratico, cui il Pd si apparenta, ha tentato di assimilare le chiese alle lobbies… L’ultima volta che l’Europa fu qualcosa fu comunista.