“Perché il Sud è senza voce”, un articolo di riflessione di Galli della Loggia sulla scomparsa del Sud dall’Italia, ha aperto un dibattito sul “Corriere della sera”, come usava una volta. Raccogliendo in dieci giorni almeno tre interventi di peso. Tutti di ottantenni, La Capria, Giovannino Russo, e Emilio Colombo, che forse va per i novanta. Con argomenti giovanili, di cinquanta e sessant’anni fa - che erano la riscrittura di Salvemini e Giustino Fortunato, la preistoria.
Il direttore del “Corriere” Mieli sarà stato generoso ad aprire il dibattito - se non voleva divertirsi. Gli intervenuti potrebbero non averlo deluso: ognuno a suo modo - ma tutti poi al modo napoletano - hanno testimoniato l'assenza del Sud più efficacemente di quanto abbia saputo dire Galli della Loggia. Il fatto è che il Sud può essere molto meglio, e molto peggio di Napoli. E che comunque non va cercato a Napoli.
Che dire di Napoli? “Il fatto è che per decenni”, scrive Galli della Loggia, “le sue classi dirigenti hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l’essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale”. Il “fatto”? quale fatto? Ogni parola suscita meraviglia: classi dirigenti? centralità? ideologia? cultura? questione meridionale? profilo politico? ruolo? Lo storico fiuta la novità, ma la riporta alla solita “vecchia tesi” (non c’è saggezza se non è vecchia): alla “antica vocazione delle classi dirigenti siciliane a bypassare Napoli e il Mezzogiorno per mettersi direttamente d’accordo con l’Italia settentrionale”. No, lo sforzo è di tutto l’ex Regno di liberarsi di Napoli e mettersi d’accordo col mondo – liberarsi dei baroni? dei Borboni? No, di Napoli, dell’inferno.
Il Sud non è Napoli. La questione del Sud al Sud è precisamente come liberarsi di Napoli – il vero ponte di Messina, liberatorio, sarebbe sopra Napoli, da Pompei a Formia, da Angioina Est a Teano Ovest. La parte più nobile di Napoli, “Gomorra”, nel libro e al cinema, è proprio napoletana, molto furba. Accattivante, suadente, e traditrice – mai un briciolo di verità a Napoli, è roba da poveracci. La questione morale della mafia, se se ne potesse impiantare una, è significativa: a Palermo costruisce e innova, a Napoli litiga per le strade, accoltella i bambini, e batte i tamburi in faccia alla polizia.
La città sa fare (ancora) molte cose, ma non lo sa dire, o non vuole. E si crogiola – la crogiolano i suoi giornali, i suoi scrittori, i suoi intellettuali – nel tricche e ballacche. Eh sì, Napoli nobilissima e crudelissima è folklore stomachevole. Quell’essere e non essere vischioso, che da troppo tempo mostra un ordito camorristico, marcio anche se da teatro d’infimo ordine, dai disoccupati organizzati agli assenteisti e sabotatori dell’Alfa Romeo, e ai rifiuti, che si vogliono ecologia pura e sopraffina, lo sguardo velato, e non da droghe ma dalla perfidia, e non dei bari e gli assassini, o dei loro compari paglietta, ma di noi, i giornalisti, i magistrati, i carabinieri, i vigili. L'ultimo ministro di Napoli è Pecoraro Scanio. A Pomigliano, dove la Fiat ha concentrato l’Alfa Romeo per farne un marchio da mezzo milione di autovetture, alle maestranze non gliene frega nulla, a loro interessa poter non andare il lunedì. Che Sud è questo? Meno male se non ha più voce.
Il problema è alla radice. Che deve dire il Sud di fronte a Napoli? Che cosa di diverso può dire rispetto al Nord, e al resto d’Italia e del mondo? O di fronte a tutto il sentimentalismo e la rancida sociologia dei polemisti anziani del “Corriere”? Per una diversità del Sud che, insomma, si sa, è l’intervento straordinario? Ma la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno è la cosa migliore che sia stata fatta nel dopoguerra per il Sud.
Il problema è che il silenzio del Sud è un’ottima novità, se non sa che parlare sguaiato, nella forte indignazione delle sue figuranti popolane, che non si capisce se sono veline locali o guappe furbe. Per fortuna, avrebbe dovuto dire Galli della Loggia, che il Sud tace, raccoglie l’immondizia e, dove possibile, va di giorno a lavorare.
La questione meridionale è la questione settentrionale. Di uno Stato che si dice meridionalizzato. Lo dicono i corrispondenti del “Corriere”, lo diceva Sciascia, lo dice il Meridione insomma, e questo è parte del problema, è la parte più importante. Mentre si sa che è settentrionalizzato. Perché il Sud non ha mai contato nulla, non sono gli sbirri che fanno la polizia. Perché è corrotto e imbelle, soggiogato al denaro in tutte le sue forme, dal sussidio alla termovalorizzazione e alle energie alternative, cosa di meglio c’è per le coscienze?, passando per la criminalità. La colpa specifica del Sud in questa Italia è di non saper far fruttare il crimine.
sabato 7 giugno 2008
Euro miracolo, inflazione senza crescita
Il “Bollettino” della Banca d’Italia a marzo, a maggio il governatore Draghi, giovedì la Banca centrale europea, cominciano a incrinare la corazza del consenso sull’euro. Lo fanno facendosene sempre scudo, ma ne parlano, e pur non volendo lo mettono sotto accusa. Perdurando la crisi finanziaria, delle banche e dell’immobiliare, e perdurando il caro-denaro, dove andremo a finire?
Il presidente della Bce lo dice, anche se colpevolmente non lo mette in rilievo: l’Europa ha l’inflazione senza crescita. L’inflazione è ufficialmente al 3,7 per cento, ma si sa che, senza gli indici addomesticati Eurostat, sarebbe due e tre volte tanto. Quanto alla crescita, non si fa che aggiornare al ribasso le previsioni. Le cause, di Trichet come di Draghi, sono quelle note: il rincaro del petrolio e delle materie prime alimentari, la crisi finanziaria. Ma questi fattori d’inflazione sono attivi in tutto il mondo senza impedire la crescita, anzi. L’Europa in più ha l’euro.
Tutti i fattori di forza dell’euro sono cause della debolezza dell’Europa. I parametri di Maastricht hanno prosciugato gli investimenti. Cioè l’innovazione e la produttività. Mentre l’euro a due dollari (partiva da un cambio 0,80) ha ridotto la capacità di esportazione, il turismo e, di nuovo, gli investimenti. Senza garantire l’Europa dall’inflazione: anche al 3,7 per cento l’inflazione è quasi doppia rispetto al tetto del 2 per cento di Maastricht. In particolare, il falso ombrello dell’euro caro ha messo la sordina ai programmi di risparmio e di sostituzione nel settore dell’energia, i cui rivoli infettano tutto il corpo dell’economia.
Le cause dell’inflazione senza crescita non sono molte, anzi sono solo una: i prezzi crescono malgrado la domanda sia bassa, o – è il caso dell’Europa – in contrazione, perché l’offerta è insufficiente. Artificialmente o naturalmente. Dello shortage naturale è causa l’aberrante Europa dell’agricoltura. Quello artificiale è tutto nell’euro, come lo intendono le vestali della Bce, della cintura di castità.
Il presidente della Bce lo dice, anche se colpevolmente non lo mette in rilievo: l’Europa ha l’inflazione senza crescita. L’inflazione è ufficialmente al 3,7 per cento, ma si sa che, senza gli indici addomesticati Eurostat, sarebbe due e tre volte tanto. Quanto alla crescita, non si fa che aggiornare al ribasso le previsioni. Le cause, di Trichet come di Draghi, sono quelle note: il rincaro del petrolio e delle materie prime alimentari, la crisi finanziaria. Ma questi fattori d’inflazione sono attivi in tutto il mondo senza impedire la crescita, anzi. L’Europa in più ha l’euro.
Tutti i fattori di forza dell’euro sono cause della debolezza dell’Europa. I parametri di Maastricht hanno prosciugato gli investimenti. Cioè l’innovazione e la produttività. Mentre l’euro a due dollari (partiva da un cambio 0,80) ha ridotto la capacità di esportazione, il turismo e, di nuovo, gli investimenti. Senza garantire l’Europa dall’inflazione: anche al 3,7 per cento l’inflazione è quasi doppia rispetto al tetto del 2 per cento di Maastricht. In particolare, il falso ombrello dell’euro caro ha messo la sordina ai programmi di risparmio e di sostituzione nel settore dell’energia, i cui rivoli infettano tutto il corpo dell’economia.
Le cause dell’inflazione senza crescita non sono molte, anzi sono solo una: i prezzi crescono malgrado la domanda sia bassa, o – è il caso dell’Europa – in contrazione, perché l’offerta è insufficiente. Artificialmente o naturalmente. Dello shortage naturale è causa l’aberrante Europa dell’agricoltura. Quello artificiale è tutto nell’euro, come lo intendono le vestali della Bce, della cintura di castità.
La sinistra in prigione
Il golpe di Scalfaro ha cancellato i socialisti e i laici, il voto del 13 aprile la sinistra radicale, e ora la corruzione, grave benché dissimulata, minaccia il partito Democratico, con sindaci e imprenditori in affari. Tra Chiaiano e Marano e a Casal di Principe, oltre che alla Regione Campania e a Napoli, e poi a Genova, a Roma con Veltroni per il piano regolatore (e gli altri abusi che emergeranno), a Bologna con Unipol.
Non c’è solo la mancata comprensione delle dinamiche sociali all’origine della debolezza della sinistra. O, che è la stessa cosa, la persistenza di tematiche, dirigenze e parole d’ordine vecchie. Ci sono ora gli abusi che vanno con l’esercizio prolungato e senza ricambio del potere. Che è una beffa: come se la sinistra avesse governato l’Italia, e l’avesse portata alla corruzione. Ma solo in parte, perché la sinistra ha governato, e con tutto l’arsenale che si soleva dire di sottogoverno: lottizzazione, appalti, finanziamenti irregolari.
La nuova questione morale è molto prudente, sia nelle Procure che nell’informazione. Ma anche con un apparato giudiziario-mediatico pigro o compiacente, i fatti emergono e fanno opinione: alla Rai, nelle Asl, nelle innumerevoli aziende comunali (nella dirigenza, nella gestione, specie degli acquisti, nel mercato delle consulenze), negli appalti locali, qualsiasi operatore, imprenditore, funzionario, dipendente, sa che l’unico criterio di valutazione è politico. Senza e con passaggio di denaro. I casi giudiziari aperti sono quelli per i quali l’evidenza è tale che i giudici non hanno potuto non intervenire. Ma la zona infetta è vasta: la corruzione, più che l’incapacità di governare il precariato e l’immigrazione, come altrove in Europa, è la causa della dissoluzione della sinistra in Italia.
Non c’è solo la mancata comprensione delle dinamiche sociali all’origine della debolezza della sinistra. O, che è la stessa cosa, la persistenza di tematiche, dirigenze e parole d’ordine vecchie. Ci sono ora gli abusi che vanno con l’esercizio prolungato e senza ricambio del potere. Che è una beffa: come se la sinistra avesse governato l’Italia, e l’avesse portata alla corruzione. Ma solo in parte, perché la sinistra ha governato, e con tutto l’arsenale che si soleva dire di sottogoverno: lottizzazione, appalti, finanziamenti irregolari.
La nuova questione morale è molto prudente, sia nelle Procure che nell’informazione. Ma anche con un apparato giudiziario-mediatico pigro o compiacente, i fatti emergono e fanno opinione: alla Rai, nelle Asl, nelle innumerevoli aziende comunali (nella dirigenza, nella gestione, specie degli acquisti, nel mercato delle consulenze), negli appalti locali, qualsiasi operatore, imprenditore, funzionario, dipendente, sa che l’unico criterio di valutazione è politico. Senza e con passaggio di denaro. I casi giudiziari aperti sono quelli per i quali l’evidenza è tale che i giudici non hanno potuto non intervenire. Ma la zona infetta è vasta: la corruzione, più che l’incapacità di governare il precariato e l’immigrazione, come altrove in Europa, è la causa della dissoluzione della sinistra in Italia.
domenica 1 giugno 2008
L'invenzione dell'Europa
Ieri l’Europa s’è riunita, e ha condannato il governo italiano sui rifiuti di Napoli. S’è riunita di sabato, quando a Bruxelles il venerdì alle due non c’è nessuno, sono tutti partiti per il week-end, e ha condannato una legge che non ha ancora letto. C’è da molti anni una costante invenzione in Italia dell’Europa, che si può attribuire ultimamente ai banchieri, gente di poca fantasia, i quattro che dirigono i grandi giornali. Rimestatura, insomma, per non saper riempire i giornali altrimenti. Ma che è stata l’invenzione dei corrispondenti a Bruxelles, per il resto inoccupati e annoiati, e per questo affascinante.
L’Unione Europea in Italia si occupa di tutto. Dell’Alitalia, contro la quale ha annunciato per un paio di settimane ricorsi delle altre compagnie europee che invece non li hanno presentati – era l’epoca in cui l’Alitalia doveva andare a Air France. Del grano che non bisogna produrre anche se ce n’è necessità. Del parmigiano, di cui i formaggiai scozzesi – o finlandesi? – possono fregiarsi. E ora, stando ai giornali italiani, dei liquami di Napoli, se effettivamente devono essere liquidi, come la parola sembra dire, oppure allo stato solido, “tal quale”. Nonché dell’immigrazione, se Milano contesta a quattro immigrati il reato di clandestinità – ma non ne occupa in Spagna, che ogni giorno deporta centinaia di immigrati, senza nemmeno contestare loro la clandestinità.
L’Unione Europea in Italia si occupa di tutto. Dell’Alitalia, contro la quale ha annunciato per un paio di settimane ricorsi delle altre compagnie europee che invece non li hanno presentati – era l’epoca in cui l’Alitalia doveva andare a Air France. Del grano che non bisogna produrre anche se ce n’è necessità. Del parmigiano, di cui i formaggiai scozzesi – o finlandesi? – possono fregiarsi. E ora, stando ai giornali italiani, dei liquami di Napoli, se effettivamente devono essere liquidi, come la parola sembra dire, oppure allo stato solido, “tal quale”. Nonché dell’immigrazione, se Milano contesta a quattro immigrati il reato di clandestinità – ma non ne occupa in Spagna, che ogni giorno deporta centinaia di immigrati, senza nemmeno contestare loro la clandestinità.
La pace a geometria variabile in M.O.
Si farà dunque la pace tra Siria e Israele. Tra un anno.
I regimi arabi vogliono reagire all’estremismo, politico e islamico, dalla penisola arabica alla Siria. La nomina di una donna, ebrea, ad ambasciatore di Bahrein a Washington, è più che una provocazione, è una dichiarazione di guerra. Anche la Siria è su questo fronte, e ha già giocato in tal senso qualcuna delle sue poche carte. Michel Suleiman, l’onesto generale nuovo presidente del Libano, protegé della Siria, è andato al Cairo da Mubarak prima di candidarsi ed essere eletto. Mubarak è la cerniera tra il fronte arabo moderato e gli Stati Uniti. Mentre la famiglia Assad, che governa la Siria, per la prima volta da una trentina d’anni non se la passa molto bene. Assad chiede solo garanzie che non sarà sottoposto al Tribunale internazionale dei crimini di guerra per l’assassinio di Hariri e altri uomini politici libanesi a Beirut, per il resto è disposto alla pace. Alla pace negoziata direttamente con Israele.
Breve storia della Siria
La storia della Siria è quella del partito Baas, fondato negli anni Trenta a Parigi da due intellettuali siriani, Michel Aflaq e Salah el Din el Bitar. L’uno cristiano siriaco, l’altro musulmano sunnita, entrambi alla Sorbona, entrambi socialisti, entrambi nazionalisti arabi, di un nazionalismo che contempla la rinascita dell’islam (il cristiano Aflaq morirà nel 1996 musulmano, e non solo per compiacere Saddam Hussein, di cui era in qualche modo ostaggio), Aflaq e Bitar ottennero uno sbocco politico negli anni 1950 in Siria e in Iraq aprendo il Baas, nel nome del laicismo, o del superamento delle confessioni, alle minoranze religiose e tribali. Che tutte indirizzarono alla carriera militare, l’unica aperta all’interno delle comunità dominanti, sunnita e sciita.
Saddam Hussein occuperà poi il potere nel 1970 con la sua minuscola tribù familiare e di clan. Hafez el Assad nello stesso 1970 rovescerà da ministro della Difesa il filosovietico Salah Jedid, il generale del Baas che per primo aveva preso il potere, e governerà con la metà degli alauiti, la minoranza cui egli appartiene, che sono in tutto il 4 per cento delle popolazione. Non era bastata a Jedid la sconfitta del 1967, quando perse il Golan ignominiosamente, per essere allontanato dal potere. Ma quando a settembre del 1970 sostenne l’Olp contro re Hussein in Giordania, Assad agì.
Hafez Assad ha poi governato per un trentennio senza problemi. Ma l’erede e figlio Bashir ha ora difficoltà a tenere il paese, con il sue due per cento di fedeli, e con una famiglia che è soprattutto femminile, di suocera, moglie, sorelle e cognati.
Trattativa diretta
Bashir Assad da almeno un anno collabora col fronte Usa alla frontiera con l’Iraq, e nel controllo dell’armamento di Hezbollah nel Sud del Libano. Si prenderà il Golan, seppure demilitarizzato, e potrà fare la pace con Israele. A questo punto in guerra rimarrà solo Hamas. Che però Israele e Washington conoscono molto bene, avendolo praticamente creato un funzione anti-Arafat. Hamas si è rigenerato con i volontari kamikaze e con la Nakba, la Catastrofe araba per mano di Israele, ma è realista. I palestinesi lo sono. In un certo senso la pace è possibile, ma non prima di un anno.
Ci vuole un patrocinio indiretto, e una garanzia, alla pace con reciproco riconoscimento tra Siria e Israele. E per questo ci vuole una nuova presidenza alla Casa Bianca. George W.Bush ha improntato la sua presidenza al non intervento, non in materia diplomatica, né militare, né economica, là dove gli Stati Uniti non sono impegnati direttamente. Non ha avviato perciò e non intende avviare alcuna iniziativa di pace in Medio Oriente. Ma il broker arabo alla pace non basta, che sarebbe solo Mubarak. L’Arabia Saudita, che sostiene l’esigenza del riconoscimento internazionale senza riserve per Bashir Assad, col quale governa il Libano, non può esporsi sulla questione della pace. E anche Israele d’altra parte ha bisogno di tempo. Olmert sta per lasciare, e se ci sarà una campagna elettorale questa inevitabilmente verterà sulla pace.
I regimi arabi vogliono reagire all’estremismo, politico e islamico, dalla penisola arabica alla Siria. La nomina di una donna, ebrea, ad ambasciatore di Bahrein a Washington, è più che una provocazione, è una dichiarazione di guerra. Anche la Siria è su questo fronte, e ha già giocato in tal senso qualcuna delle sue poche carte. Michel Suleiman, l’onesto generale nuovo presidente del Libano, protegé della Siria, è andato al Cairo da Mubarak prima di candidarsi ed essere eletto. Mubarak è la cerniera tra il fronte arabo moderato e gli Stati Uniti. Mentre la famiglia Assad, che governa la Siria, per la prima volta da una trentina d’anni non se la passa molto bene. Assad chiede solo garanzie che non sarà sottoposto al Tribunale internazionale dei crimini di guerra per l’assassinio di Hariri e altri uomini politici libanesi a Beirut, per il resto è disposto alla pace. Alla pace negoziata direttamente con Israele.
Breve storia della Siria
La storia della Siria è quella del partito Baas, fondato negli anni Trenta a Parigi da due intellettuali siriani, Michel Aflaq e Salah el Din el Bitar. L’uno cristiano siriaco, l’altro musulmano sunnita, entrambi alla Sorbona, entrambi socialisti, entrambi nazionalisti arabi, di un nazionalismo che contempla la rinascita dell’islam (il cristiano Aflaq morirà nel 1996 musulmano, e non solo per compiacere Saddam Hussein, di cui era in qualche modo ostaggio), Aflaq e Bitar ottennero uno sbocco politico negli anni 1950 in Siria e in Iraq aprendo il Baas, nel nome del laicismo, o del superamento delle confessioni, alle minoranze religiose e tribali. Che tutte indirizzarono alla carriera militare, l’unica aperta all’interno delle comunità dominanti, sunnita e sciita.
Saddam Hussein occuperà poi il potere nel 1970 con la sua minuscola tribù familiare e di clan. Hafez el Assad nello stesso 1970 rovescerà da ministro della Difesa il filosovietico Salah Jedid, il generale del Baas che per primo aveva preso il potere, e governerà con la metà degli alauiti, la minoranza cui egli appartiene, che sono in tutto il 4 per cento delle popolazione. Non era bastata a Jedid la sconfitta del 1967, quando perse il Golan ignominiosamente, per essere allontanato dal potere. Ma quando a settembre del 1970 sostenne l’Olp contro re Hussein in Giordania, Assad agì.
Hafez Assad ha poi governato per un trentennio senza problemi. Ma l’erede e figlio Bashir ha ora difficoltà a tenere il paese, con il sue due per cento di fedeli, e con una famiglia che è soprattutto femminile, di suocera, moglie, sorelle e cognati.
Trattativa diretta
Bashir Assad da almeno un anno collabora col fronte Usa alla frontiera con l’Iraq, e nel controllo dell’armamento di Hezbollah nel Sud del Libano. Si prenderà il Golan, seppure demilitarizzato, e potrà fare la pace con Israele. A questo punto in guerra rimarrà solo Hamas. Che però Israele e Washington conoscono molto bene, avendolo praticamente creato un funzione anti-Arafat. Hamas si è rigenerato con i volontari kamikaze e con la Nakba, la Catastrofe araba per mano di Israele, ma è realista. I palestinesi lo sono. In un certo senso la pace è possibile, ma non prima di un anno.
Ci vuole un patrocinio indiretto, e una garanzia, alla pace con reciproco riconoscimento tra Siria e Israele. E per questo ci vuole una nuova presidenza alla Casa Bianca. George W.Bush ha improntato la sua presidenza al non intervento, non in materia diplomatica, né militare, né economica, là dove gli Stati Uniti non sono impegnati direttamente. Non ha avviato perciò e non intende avviare alcuna iniziativa di pace in Medio Oriente. Ma il broker arabo alla pace non basta, che sarebbe solo Mubarak. L’Arabia Saudita, che sostiene l’esigenza del riconoscimento internazionale senza riserve per Bashir Assad, col quale governa il Libano, non può esporsi sulla questione della pace. E anche Israele d’altra parte ha bisogno di tempo. Olmert sta per lasciare, e se ci sarà una campagna elettorale questa inevitabilmente verterà sulla pace.
Napoli in cerca della vittima, An vacilla
Non bisogna sottovalutare Scalzone, i centri sociali e i black block: Napoli aspetta con ansia la prima vittima, sia soltanto un ferito, della lotta di popolo per la libertà d’immondizia. Centinaia di giudici e migliaia di paglietta sono sul piede di guerra, dichiaratamente.
Sono tanti gli avvocati che si aggirano per Chiaiano e dintorni, vantando connessioni, vere o meno non interessa, con la Procura e il Tribunale. La sola cosa che è mancata alla resistenza di popolo sulle barricate della spazzatura è il martire. È stato un caso, in Italia ci sono sempre morti nelle manifestazioni, figurarsi nella lotta giusta contro le discariche, e Napoli vuole porre rimedio.
La partita è avvincente anche perché a Chiaiano, ormai è assodato, c’è di mezzo pure la camorra,. Non i guappi, la camorra feutrée degli affari. Si deve probabilmente al controllo camorristico se finora è stata evitata la vittima, nel presupposto che su Chiaiano ci sarebbe stata un’intesa col governo di Roma, come già col Comune di Napoli e con la Regione Campania. Ma ora Roma ha sostituto l’ex capo della Polizia Di Gennaro, uno abituato a certi patti, col puro e duro Bertolaso.
È stata un’imprudenza? Da An, a Napoli e Roma, viene già una distinta fronda sull’intransigenza del governo. Bertolaso tra l’altro si è irrigidito ulteriormente dopo gli arresti dei suoi sette dirigenti e dei sette dirigenti dei Cpt decisi dal gip napoletano Saraceno.
Sono tanti gli avvocati che si aggirano per Chiaiano e dintorni, vantando connessioni, vere o meno non interessa, con la Procura e il Tribunale. La sola cosa che è mancata alla resistenza di popolo sulle barricate della spazzatura è il martire. È stato un caso, in Italia ci sono sempre morti nelle manifestazioni, figurarsi nella lotta giusta contro le discariche, e Napoli vuole porre rimedio.
La partita è avvincente anche perché a Chiaiano, ormai è assodato, c’è di mezzo pure la camorra,. Non i guappi, la camorra feutrée degli affari. Si deve probabilmente al controllo camorristico se finora è stata evitata la vittima, nel presupposto che su Chiaiano ci sarebbe stata un’intesa col governo di Roma, come già col Comune di Napoli e con la Regione Campania. Ma ora Roma ha sostituto l’ex capo della Polizia Di Gennaro, uno abituato a certi patti, col puro e duro Bertolaso.
È stata un’imprudenza? Da An, a Napoli e Roma, viene già una distinta fronda sull’intransigenza del governo. Bertolaso tra l’altro si è irrigidito ulteriormente dopo gli arresti dei suoi sette dirigenti e dei sette dirigenti dei Cpt decisi dal gip napoletano Saraceno.
Zero in comunicazione al Comunicatore
Rieccolo, è tornato al governo ed è di nuovo quello di prima, superficiale e inconseguente. Sono riusciti perfino trovargli a Bruxelles qualcuno in grado di condannarlo – per i rifiuti di Napoli – un giorno di sabato. E gli agitano come avversario nientemeno che Scalzone, che squalifica ogni causa. Berlusconi, di cui la sinistra denuncia il monopolismo dell’informazione, si dimostra sempre un pessimo comunicatore: nei giornali e nei telegiornali, qui soprattutto, il suo governo ha già fatto una diecina di passi falsi, mentre ancora non si sa. Nei giornali stranieri, tanto importanti, non solo per il voto degli italiani all’estero, si può anzi dire che l’immagine negativa sia promossa da Palazzo Chigi, tanto è screditata e ampia.
Berlusconi in realtà, malgrado tutte le sue televisioni e i suoi giornali, ha sempre avuto una struttura comunicativa debole a Palazzo Chigi. Anzi inesistente a paragone della presenza nell’informazione di Prodi o D’Alema. Lui solo parla, nelle interminabili e inutili conferenze stampa, si ascolta, si piace, e questo è tutto. I suoi portavoce sono polemisti sterili, a volte solo gentili, e nient’affatto intromettenti. Qualsiasi esperto di comunicazione non italico gli riconoscerebbe talento (modesto) di gigione, e gli darebbe zero in scienza della comunicazione.
Se ne dovrebbe inferire una valutazione positiva sulla democrazia in Italia. Ma per una volta i nemici di Berlusconi hanno ragione: c’è un dovere del governo di spiegarsi e farsi conoscere. Anche perché l’informazione è una brutta bestia, va governata. Nessuno accusa Prodi o D’Alema d’intromettenza nell’informazione, hanno fatto il loro dovere di capi del governo. Mentre non passare l’esame quando si elimina la spazzatura a Napoli, o perché si è adottato un provvedimento equilibrato sull’immigrazione, questo è una colpa.
Berlusconi in realtà, malgrado tutte le sue televisioni e i suoi giornali, ha sempre avuto una struttura comunicativa debole a Palazzo Chigi. Anzi inesistente a paragone della presenza nell’informazione di Prodi o D’Alema. Lui solo parla, nelle interminabili e inutili conferenze stampa, si ascolta, si piace, e questo è tutto. I suoi portavoce sono polemisti sterili, a volte solo gentili, e nient’affatto intromettenti. Qualsiasi esperto di comunicazione non italico gli riconoscerebbe talento (modesto) di gigione, e gli darebbe zero in scienza della comunicazione.
Se ne dovrebbe inferire una valutazione positiva sulla democrazia in Italia. Ma per una volta i nemici di Berlusconi hanno ragione: c’è un dovere del governo di spiegarsi e farsi conoscere. Anche perché l’informazione è una brutta bestia, va governata. Nessuno accusa Prodi o D’Alema d’intromettenza nell’informazione, hanno fatto il loro dovere di capi del governo. Mentre non passare l’esame quando si elimina la spazzatura a Napoli, o perché si è adottato un provvedimento equilibrato sull’immigrazione, questo è una colpa.
Draghi scopre la produttività - e l'euro?
Già sei mesi fa, nella Trimestrale di cassa del governo Prodi a fine settembre 2007, si poteva leggere una diagnosi accurata del deficit di produttività, accumulato dall’Italia da una dozzina d’anni. Ora lo scopre la Banca d’Italia di Mario Draghi, e non è male. Draghi ha scoperto finalmente pure l’inflazione, e anche questo non è male. E un eccesso d’imposizione fiscale, soprattutto sul lavoro. E uno non può che complimentarsi. Ma quando scoprirà, lui come gli altri governatori dell’area euro, il terribile vincolo alla produttività, soprattutto della spesa pubblica, e alla crescita del reddito che è l’euro nella gestione meccanicista della Bce-Bundesbank, allora forse si sarà meritato anche lo stipendio.
La politica monetaria è sempre la grande trascurata nel dibattito ormai decennale sul perché l’Italia e l’Europa non vanno tanto bene. Che è invece centrale, lo è stata, lo è e lo sarà: se stringiamo a vuoto la cinghia da tanti anni è perché così volle la Bunsesbank, che ha creato la Banca centrale europea e la governa. Si dice per proteggere l’Europa dall’inflazione mentre nei fatti la fomenta. La politica monetaria come tutto l’insieme delle politiche malthusiane che reggono l’Unione.
Il petrolio è caso di scuola. L’euro al doppio del dollaro (era 0,80, ora è a 1,60) si dice che dimezza il costo del barile, mentre è invece la causa prima se il barile è passato da 60 a 120 dollari. Per di più senza gli inevitabili risparmi nei consumi di energia (programmazione dell’energia, revisione degli approggionamenti, insomma, una politica dell’energia) che l’Europa e l’Italia si sarebbero sicuramente dati con un euro onesto sul dollaro, con un cambio che rifletta i valori delle due aree monetarie. Poi c’è sempre il caso delle politiche agricole restrittive in fase di shortage prolungato mondiale delle materie prime, e quasi di carestia. E c’è, per l’Italia non solo, una gestione belluina, ragionieristica, del debito. Che non può che produrre “manovre” a ripetizione, shortage del reddito disponibile, investimenti e produttività insufficienti e perfino negativi, e altro debito.
La politica monetaria è sempre la grande trascurata nel dibattito ormai decennale sul perché l’Italia e l’Europa non vanno tanto bene. Che è invece centrale, lo è stata, lo è e lo sarà: se stringiamo a vuoto la cinghia da tanti anni è perché così volle la Bunsesbank, che ha creato la Banca centrale europea e la governa. Si dice per proteggere l’Europa dall’inflazione mentre nei fatti la fomenta. La politica monetaria come tutto l’insieme delle politiche malthusiane che reggono l’Unione.
Il petrolio è caso di scuola. L’euro al doppio del dollaro (era 0,80, ora è a 1,60) si dice che dimezza il costo del barile, mentre è invece la causa prima se il barile è passato da 60 a 120 dollari. Per di più senza gli inevitabili risparmi nei consumi di energia (programmazione dell’energia, revisione degli approggionamenti, insomma, una politica dell’energia) che l’Europa e l’Italia si sarebbero sicuramente dati con un euro onesto sul dollaro, con un cambio che rifletta i valori delle due aree monetarie. Poi c’è sempre il caso delle politiche agricole restrittive in fase di shortage prolungato mondiale delle materie prime, e quasi di carestia. E c’è, per l’Italia non solo, una gestione belluina, ragionieristica, del debito. Che non può che produrre “manovre” a ripetizione, shortage del reddito disponibile, investimenti e produttività insufficienti e perfino negativi, e altro debito.
Dov'è finita la recessione Usa?
Già sei mesi fa si poteva tranquillamente annotare che della recessione in America, che tanto angustiava l’Italia, solo l’Italia, non c’era traccia. Si ha recessione quando per due trimestri consecutivi gli indici dell’economia sono negativi. Ma negli Usa l’economia continuava ad andare bene, malgrado la crisi dei mutui terrificante, meglio che nel resto dell’area Ocse. La crisi dei mutui è terrificante perché riguarda il cuore della produzione e non la speculazione, il credito e le banche. E tuttavia gli Stati Uniti ancora prosperano. Ma ora che è acclarato che l’economia Usa va bene, non ce n’è traccia in Italia. Mentre sarebbe necessario saperlo: non per altro, ma per sapere di che morte muoriamo.
L’Italia non va male perché l’economia mondiale va male, come fu dopo l’11 settembre. Il mondo va bene, gli Usa, la Germania, l’Asia, che sono gli interfaccia dell’Italia, e malgrado ciò l’Italia va male. Il governatore Draghi, che lo sa benissimo, si limita ad accennarlo, perché lui è politicamente corretto, vuol’essere il futuro ministro del Tesoro del partito Democratico, e non scomoda il pensiero unico – è stato più esplicito l’ingegner De Benedetti. L’Italia va male perché paga l’energia più caro di tutti, non ha nessuna concorrenza alla distribuzione, grande e piccola, ma combines al rialzo, ha tasse sproporzionate al consumo, e una spesa sociale troppo presa dalle pensioni, che il sindacato fermamente vuole a 58 anni, per cui non ce n’è abbastanza per le infrastrutture, se non a prezzo di nuove tasse, al consumo o patrimoniali.
L’Italia non va male perché l’economia mondiale va male, come fu dopo l’11 settembre. Il mondo va bene, gli Usa, la Germania, l’Asia, che sono gli interfaccia dell’Italia, e malgrado ciò l’Italia va male. Il governatore Draghi, che lo sa benissimo, si limita ad accennarlo, perché lui è politicamente corretto, vuol’essere il futuro ministro del Tesoro del partito Democratico, e non scomoda il pensiero unico – è stato più esplicito l’ingegner De Benedetti. L’Italia va male perché paga l’energia più caro di tutti, non ha nessuna concorrenza alla distribuzione, grande e piccola, ma combines al rialzo, ha tasse sproporzionate al consumo, e una spesa sociale troppo presa dalle pensioni, che il sindacato fermamente vuole a 58 anni, per cui non ce n’è abbastanza per le infrastrutture, se non a prezzo di nuove tasse, al consumo o patrimoniali.
mercoledì 28 maggio 2008
L'arresto era per Bertolaso
C’era Bertolaso, il capo della Protezione civile in qualità di ex commissario ai rifiuti di Napoli, nella richiesta originaria di arresti che il giudice Rosanna Saraceno ha trasformato nella retata di ieri. Lo assicura un fonte giudiziaria che la Procura di Napoli ha conosciuto molto bene dal di dentro in un recente passato e che vi mantiene ancora collegamenti informati. Marta Di Gennaro, direttore generale della Protezione civile, subcommissaria all’epoca di Bertolaso a Napoli, tra gli arrestati di ieri, entrava originariamente nell’inchiesta in posizione defilata.
L’informazione conferma in sostanza che la decisone degli arresti è stata presa con criteri di opportunità politica. La ponderata decisione del gip Saraceno, dopo quattro mesi di esame delle richieste della Procura, e all’indomani dall’assemblea dei giudici napoletani contro i provvedimenti del governo sulla spazzatura a Napoli, lascia fuori direttamente il governo, ora che Bertolaso è sottosegretario, ma lo mette sotto accusa attraverso l’arresto della sua vice e l’incriminazione del prefetto Pansa. La fonte è degna della massima fede.
Si punta la Superprocura, si salva la camorra
La fonte non si spiega la ratio politica degli arresti, il perché dell'attacco frontale della magistratura napoletana contro il governo. Forse perché di questa magistratura è parte. O forse è impossibile: la Procura a Napoli e la giudicatura di prima istanza a essa legata danno da tempo, da prima della controversa gestione Codova e dopo, segni molteplici e costanti di esercizio discrezionale e ribellistico dell’azione penale. Ma un effetto è chiaro. Con la pronuncia dei procuratori alla quasi unanimità contro la Superprocura, e ora con gli arresti, la giudicatura di Napoli difende nei fatti l'asse Chiaiano-Marano delle lottizzazioni al posto della discarica.
La Superprocura sarebbe stata voluta dal governo su suggerimento del capo della Procura che è succeduto a Cordova, Giandomenico Lepore, che non riesce altrimenti a esercitare l'azione penale. In particolare nella cosiddetta zona grigia del malaffare, dove imprenditori apparentemente puliti mettono a frutto gli investimenti della camorra procurando le necessarie autorizzazioni politiche. In questa zona grigia ci sono Chiaiano (Marano) e alcune zone di Casal di Principe, il paese di "Gomorra". Sono aree a gestione diessina, e Berlusconi tenta con la Superprocura quello che tentò con Cordova, di andare a fondo del malaffare contiguo alla sinistra.
Provvedimenti ponderati
Nell’equa divisione degli arresti, ponderati si dice all'unità, sette alla Protezione civile e sette alla Fibe, questi sono specialmente insidiosi. I sette sono i gestori dei sette centri cdr (combustibile derivato dai rifiuti), che, pur funzionando da semplice discarica, hanno consentito finora al napoletano di sopravvivere. Nel piano di Berlusconi e Bertolaso i sette cdr avrebbero dovuto essere trasformati in veri e propri centri di compostaggio. Ma ora, è presumibile, non funzioneranno più neanche come discariche.
La stessa fonte afferma che Marta Di Gennaro, benché medico di formazione e professione, è un’esperta di diritto. Il che renderebbe poco credibili le grossolanità che le indiscrezioni che hanno accompagnato l’arresto le attribuiscono. Marta Di Gennaro si sarebbe fatta una notevole cultura di diritto amministrativo – oltre a essere cresciuta con un padre magistrato, il Di Gennaro che fu rapito nel 1975 drammaticamente dai napoletanissimi Nuclei armati proletari, e fu poi a capo dell’Antimafia.
L’informazione conferma in sostanza che la decisone degli arresti è stata presa con criteri di opportunità politica. La ponderata decisione del gip Saraceno, dopo quattro mesi di esame delle richieste della Procura, e all’indomani dall’assemblea dei giudici napoletani contro i provvedimenti del governo sulla spazzatura a Napoli, lascia fuori direttamente il governo, ora che Bertolaso è sottosegretario, ma lo mette sotto accusa attraverso l’arresto della sua vice e l’incriminazione del prefetto Pansa. La fonte è degna della massima fede.
Si punta la Superprocura, si salva la camorra
La fonte non si spiega la ratio politica degli arresti, il perché dell'attacco frontale della magistratura napoletana contro il governo. Forse perché di questa magistratura è parte. O forse è impossibile: la Procura a Napoli e la giudicatura di prima istanza a essa legata danno da tempo, da prima della controversa gestione Codova e dopo, segni molteplici e costanti di esercizio discrezionale e ribellistico dell’azione penale. Ma un effetto è chiaro. Con la pronuncia dei procuratori alla quasi unanimità contro la Superprocura, e ora con gli arresti, la giudicatura di Napoli difende nei fatti l'asse Chiaiano-Marano delle lottizzazioni al posto della discarica.
La Superprocura sarebbe stata voluta dal governo su suggerimento del capo della Procura che è succeduto a Cordova, Giandomenico Lepore, che non riesce altrimenti a esercitare l'azione penale. In particolare nella cosiddetta zona grigia del malaffare, dove imprenditori apparentemente puliti mettono a frutto gli investimenti della camorra procurando le necessarie autorizzazioni politiche. In questa zona grigia ci sono Chiaiano (Marano) e alcune zone di Casal di Principe, il paese di "Gomorra". Sono aree a gestione diessina, e Berlusconi tenta con la Superprocura quello che tentò con Cordova, di andare a fondo del malaffare contiguo alla sinistra.
Provvedimenti ponderati
Nell’equa divisione degli arresti, ponderati si dice all'unità, sette alla Protezione civile e sette alla Fibe, questi sono specialmente insidiosi. I sette sono i gestori dei sette centri cdr (combustibile derivato dai rifiuti), che, pur funzionando da semplice discarica, hanno consentito finora al napoletano di sopravvivere. Nel piano di Berlusconi e Bertolaso i sette cdr avrebbero dovuto essere trasformati in veri e propri centri di compostaggio. Ma ora, è presumibile, non funzioneranno più neanche come discariche.
La stessa fonte afferma che Marta Di Gennaro, benché medico di formazione e professione, è un’esperta di diritto. Il che renderebbe poco credibili le grossolanità che le indiscrezioni che hanno accompagnato l’arresto le attribuiscono. Marta Di Gennaro si sarebbe fatta una notevole cultura di diritto amministrativo – oltre a essere cresciuta con un padre magistrato, il Di Gennaro che fu rapito nel 1975 drammaticamente dai napoletanissimi Nuclei armati proletari, e fu poi a capo dell’Antimafia.
Ceffoni laici di Bertone ai giudici liguri
C’era forse fretta a Genova di coinvolgere il Vaticano nello scandalo delle mense scolastiche. Non per distogliere l’attenzione dall’establishment diessino, questo no. Ma non si spiega altrimenti la scarcerazione, senza motivazione, del manager cattolico Giuseppe Profiti, collaboratore a Genova del cardinale Tarcisio Bertone, ora segretario di Stato in Vaticano, dallo stesso portato a Roma, alla direzione dell’ospedale Bambin Gesù.
Bertone, salesiano, quindi sportivo e laico, non ha avuto difficoltà a rispondere coi guantoni ai giudici genovesi. Che non solo avevano arrestato Profiti, ma avevano anche diffuso la voce, senza giustificativo, di un suo personale coinvolgimento nello scandalo. Ha impedito l’accesso degli inquirenti al Bambin Gesù, che è struttura extraterritoriale. Offrendo ai laici genovesi una facile palla, che però nello smash si è rivolta contro di loro: l’uscita di Profiti dallo scandalo senza nessun elemento di novità apre la via a una rivalsa. Ora a Genova dovranno trovare altri moti per tirarcelo dentro, ma Bertone già ghigna. Freddo, da salesiano.
Bertone, salesiano, quindi sportivo e laico, non ha avuto difficoltà a rispondere coi guantoni ai giudici genovesi. Che non solo avevano arrestato Profiti, ma avevano anche diffuso la voce, senza giustificativo, di un suo personale coinvolgimento nello scandalo. Ha impedito l’accesso degli inquirenti al Bambin Gesù, che è struttura extraterritoriale. Offrendo ai laici genovesi una facile palla, che però nello smash si è rivolta contro di loro: l’uscita di Profiti dallo scandalo senza nessun elemento di novità apre la via a una rivalsa. Ora a Genova dovranno trovare altri moti per tirarcelo dentro, ma Bertone già ghigna. Freddo, da salesiano.
domenica 25 maggio 2008
Ci vuole la destra per le cose di sinistra
“Ci vuole la sinistra per fare le cose di destra”, disse l’Avvocato Agnelli nel 1976, o nel 1978, mentre si comprava gratis il “Corriere della sera”. È stato uno dei detti più celebri dell’Avvocato, e ha fatto la politica italiana per trent’anni. Partendo dai famosi tre contratti del compromesso storico vero e proprio, dal 1975 al 1979, ad aumenti zero, certo uguali per tutti. Ma ora non è più vero – è quasi un bene che gli Agnelli non ci siano più, si sarebbero dispiaciuti.
Ora è vero il contrario, e non si sa più se è un bene: un governo di destra per fare le cose di sinistra. Detassare il lavoro, raccogliere i rifiuti, dare un permesso a mezzo milione di badanti, magari espellere i magnaccia e i trafficanti, e togliere l’Ici, l’imposta odiosa di Soros, a chi ha una sola casa. Costruire anche qualche strada, e qualche ferrovia. Magari si rivedranno i piani di fabbricazione “spagnoli” concessi in fretta, alla vigilia delle elezioni, ai grandi immobiliaristi, e si faranno felici anche l’ecologia, e l’etica. E che pensare se i salari, così depressi, tornassero in linea con la retribuzione del lavoro nel resto d'Europa?
Ora è vero il contrario, e non si sa più se è un bene: un governo di destra per fare le cose di sinistra. Detassare il lavoro, raccogliere i rifiuti, dare un permesso a mezzo milione di badanti, magari espellere i magnaccia e i trafficanti, e togliere l’Ici, l’imposta odiosa di Soros, a chi ha una sola casa. Costruire anche qualche strada, e qualche ferrovia. Magari si rivedranno i piani di fabbricazione “spagnoli” concessi in fretta, alla vigilia delle elezioni, ai grandi immobiliaristi, e si faranno felici anche l’ecologia, e l’etica. E che pensare se i salari, così depressi, tornassero in linea con la retribuzione del lavoro nel resto d'Europa?
Berlusconi al gas? a grappolo? anti-uomo
Che fine ha fatto Rosy Bindi?
E Follini? Fece nel 2005 una crisi di governo, pur non essendo nemmeno deputato.
E Marini, presidente del Senato?
Che fine ha fatto Bertinotti, che si vedeva ogni sera in tutte le televisioni, così simpatico?
E Pecoraro Scanio? Lui che aveva un parere su tutto, napoletano verace.
Con le elezioni sono scomparsi molti personaggi. In attesa che siano svelate le polizie segrete, le carceri e le camere di tortura di Berlusconi, non sarà lecito presumere che più che al voto abbia sfidato i suoi avversari in campi aperti disseminati di congegni anti-uomo, d’insidiose bombe a grappolo, di gas tossici? La loro scomparsa è fisica.
Pare che la questione sia seria. Che un’elezione, come il parto, ancorché felice, possa provocare depressioni. Figurarsi se infelice.
Ma già prima del voto molti erano scomparsi, che non avevano argomenti.
E Follini? Fece nel 2005 una crisi di governo, pur non essendo nemmeno deputato.
E Marini, presidente del Senato?
Che fine ha fatto Bertinotti, che si vedeva ogni sera in tutte le televisioni, così simpatico?
E Pecoraro Scanio? Lui che aveva un parere su tutto, napoletano verace.
Con le elezioni sono scomparsi molti personaggi. In attesa che siano svelate le polizie segrete, le carceri e le camere di tortura di Berlusconi, non sarà lecito presumere che più che al voto abbia sfidato i suoi avversari in campi aperti disseminati di congegni anti-uomo, d’insidiose bombe a grappolo, di gas tossici? La loro scomparsa è fisica.
Pare che la questione sia seria. Che un’elezione, come il parto, ancorché felice, possa provocare depressioni. Figurarsi se infelice.
Ma già prima del voto molti erano scomparsi, che non avevano argomenti.
Problemi di base
Perchè i comacini discesero l’Italia, fino a Trapani, e non risalirono le Alpi?
Perché nei segni non si vedono le facce – si sa chi è, fante, regina, eccetera, ma non se ne vede la faccia?
Il tè distende, il caffé concentra. Perché gli italiani, fannulloni, prendono il caffè, e gli inglesi il tè?
Perché gli uccelli sono carnivori – loro che vivono tra gli alberi e l’erba?
Perché gli uccelli migratori fanno tante migliaia di chilometri, ogni anno, sempre sugli stessi tragitti da e per gli stessi posti? E che pensano quando in incontrano i cacciatori che li ammazzano in volo? Magari ne ammazzano i piccoli, da alcune specie così coccolati.
Perché non ci sono pentiti contro Berlusconi? Solo Santoro, dopo due anni di Mediaset. Ma non ha detto granché.
Chi è Marco Follini?
Perché nei segni non si vedono le facce – si sa chi è, fante, regina, eccetera, ma non se ne vede la faccia?
Il tè distende, il caffé concentra. Perché gli italiani, fannulloni, prendono il caffè, e gli inglesi il tè?
Perché gli uccelli sono carnivori – loro che vivono tra gli alberi e l’erba?
Perché gli uccelli migratori fanno tante migliaia di chilometri, ogni anno, sempre sugli stessi tragitti da e per gli stessi posti? E che pensano quando in incontrano i cacciatori che li ammazzano in volo? Magari ne ammazzano i piccoli, da alcune specie così coccolati.
Perché non ci sono pentiti contro Berlusconi? Solo Santoro, dopo due anni di Mediaset. Ma non ha detto granché.
Chi è Marco Follini?
Il mondo com'è (10)
astolfo
Colonialismo - La miseria delle colonie andrebbe ridetta, poiché l’Europa continua a vivere a a quell’ora, superba, indisponente. Il colonialismo è sempre straccione: torme di spocchiosi e disadattati, i migliori erano semplicemente poveri, riversati in Africa negli ultimi decenni dell’Ottocento con le promesse sottintese di scopare a piacere e dirsi superiori ai migliori africani. Masse di indigenti catapultati conquistatori in Africa, e per questo stesso fatto promossi, nobilitati, eroicizzati. Per il potere nella forma più turpe, dei ranocchi che si proclamano re. Con corredo di apologeti, etnografi e antropologi, della superiorità e dei destini manifesti, delle missioni civilizzatrici, di culture fondate sui fucili, i pantaloni col risvolto e il sangue bianco. Un progetto insano, prima che cattivo, e in netta perdita per la dignità, nonché per le casse degli Stati, che il danno subirono ingente. La Libia di Mussolini ne è epitome ingloriosa, che tra le grandezzate di Balbo e le nequizie di Graziani non cercava il petrolio - si dice che non l’ha trovato e invece non l’ha cercato, Desio ha ragione, ai suoi geologi era incomodo anche solo parlare coi miserabili fellah, che le fiammelle utilizzavano.
Tutt’altra cosa, andando a ritroso, i posti di commercio che portoghesi, genovesi e veneziani aprivano all’Est, sulle coste del Mediterraneo o dell’Oceano Indiano, che trattavano alla pari, seppure arricchendosi, con gli arabi e ogni altro asiatico, il commercio non ha mai fatto male a nessuno, il doux commerce degli illuministi. Tutt’altra cosa la conquista dell’America, che aveva un disegno e una convenienza, anche se perversi, avendo sortito la storia più brutta dell’umanità, tra razzie e schiavitù: l’imperialismo è un disegno, seppure in perdita. Il colonialismo è un disegno della peggiore stupidità europea, l’era dei primati nazionali. Che si esercitano nella violenza: siamo superiori.
Imperialismo – È furbo: tesse le fila ma non fa la rete. In questo senso Mao ha ragione, è una tigre di carta. È anche efficiente. In Kipling è perfino coraggioso.
Il governo britannico impose nel 1741 allo zar con apposito trattato commerciale l’obbligo di vestire l’esercito di lane inglesi. Ma le lane inglesi erano buone. “La nozione di oppressione è una stupidaggine: non c’è che da leggere l’“Iliade”. E, a maggior ragione, la nozione di classe oppressiva”, già Simone Weil aveva un’altra nozione dell’imperialismo tigre di carta: “Si può soltanto parlare di una struttura oppressiva della società”.
L’imperialismo è un programma su una corda tesa: non si governa con la polizia, e nemmeno con i missili. Almeno questo il Novecento avrà insegnato, al prezzo di cento, centocinquanta, milioni di morti assassinati, con le pallottole, le bombe, il gas, il veleno, il machete, una verità semplice: la libertà è difficile, certo è un’utopia, ma il potere non può che limitarsi. Per totalitario che si voglia o sia. Il massimo di potenza è impotenza, e preavviso di deflagrazione: il Novecento avrà sperimentato la politica totalitaria solo per provarne i limiti. L’equilibrio del terrore, era chiamato ed è, ma è intollerabile, tanto più per venire nel nome della democrazia. La deterrenza è minaccia costante, rinnovata, sovraeccitata. Ed è vero dominio, che il mondo ordinato vuole sotto di sé, obbediente, disciplinato, uniforme.
Gli inglesi hanno avuto il buonsenso di non farsi fare guerra. Niente Indocine né Algerie. Quando l’India ha marciato sul serio si sono ritirati. Anche in Sud Africa, purtroppo. E a tutti hanno dato, col passaporto, parità di diritti, giamaicani, pakistani, cingalesi. La violenza è generale, anche dei poveri. Dum-dum era la ragione sociale di una fabbrica di pallottole di Calcutta: se ne sbrecciava la punta per un motivo residuo della tratta dei negri, per essere la pelle degli africani più dura. Ma c’è nella violenza un più e un meno. O un disegno, violento è il male fine a se stesso:
L’India non ha cattiva memoria dell’Inghilterra. Sarà perché il primo inglese ad affacciarsi sull’oceano Indiano fu, nel 1580, un gesuita, Thomas Stevens. Gli inglesi hanno imposto al mondo la rasatura ogni mattina, per vendere il gillette. Ma il rasoio è buonissimo. Oppure si può dire al contrario: dovendosi radere ogni mattina, gli inglesi fecero un ottimo rasoio. Il segreto dell’imperialismo è semplice, direbbe Dickens: “La Provvidenza ha fatto un grande onore a confinare l’indomabile flotta inglese in una nazione così piccola, in mezzo a tanti popoli corrotti”. Questo vale anche per i romani, che all’opposto si indianizzarono: avevano di sicuro una loro poesia i fescennini dei romani, i canti saliari e il ritmo saturnio, ma Roma vi rinunciò grecizzandosi.
È vero che l’imperialismo può essere nemico del capitale, inteso come arricchimento, la potenza ha un’altra logica, o il fascino dell’azzardo, che sempre è perdizione. Anche due volte nemico, se hanno ragione quelli che pongono la potenza, cioè la conquista e la guerra, all’origine del progresso più che della ricchezza. L’India fu conquistata per espandere il mercato. Poi fu usata per limitarlo, nell’interesse di questo o quello, nemmeno tanto grande, produttore britannico di cotonate. L’imperialismo lasciato a se stesso, all’espansione irrefrenabile, esclude anche il terzomondismo, Antonio Negri ha ragione, la sentimentale nostalgia dell’uomo nudo - o della donna: trattati se ne potrebbero scrivere, Freud questa se l’è lasciata sfuggire, il desiderio della madre nera. L’imperialismo è distruzione, sinonimo di guerra. Agli indiani d’America, che i missionari con terrore vedevano sparire a occhio. O a Lepanto, dove non ci furono turchi prigionieri, e neppure feriti, tutti i venticinquemila morirono.
Ma non c’è simmetria tra i due imperialismi, non c’è reversibilità. Lepanto e la Conquista furono guerre di religione, in campo era il prete, direbbero Michelet e Le Goff, e non il mercante. E con le multinazionali l’imperialismo diventa impossibile, si trasforma nella democrazia come mercato di Bentham e Constant. Il sistema sociale di controllo può esservi altrettanto ramificato, ma non vuole l’anima come invece chiedeva il Pcus, con la scusa del Diamat, del povero Marx. È per questo che il Commercio ha abbattuto il Muro.
Indipendenza – L’esperienza mostra nel Terzo mondo un pattern ricorrente: le società e gli Stati deperiscono, talvolta mortalmente, man mano che si allontanano dalle ex madrepatrie, dai modelli culturali coloniali, e si nazionalizzano. I casi dell’Uganda civilissimo di Milton Obote, dissolto da Idi Amin, o del Kenya di Kenyatta e Tom ‘Mboya rispetto ai tribali successori, o di Mugabe nelle sue due incarnazioni, di leader antirazzista anglofilo, e poi di despota indigenista che ha immiserito e disintegrato la Svizzera dell’Africa. Il Ghana superbo di ‘Nkrumah quarant’anni fa, senza paragone con la miseria economica e morale di oggi. L’ex Dahomey, che era la Sorbona dell’Africa, Il Senegal di Senghor, poeta e accademico francese, al confronto degli affaristi che poi l’hanno impoverito. La Costa d’Avorio di Houphouët-Boigny, deputato socialista francese, e quella dei suoi incapaci, tribali, suicidi successori. Talvolta il cambio è stato imposto dall’ex madrepatria, per motivi politici contingenti. Idi Amin, il fuciliere che sarà “cugino della regina”, fu espediente contro la sponda pericolosa di Obote all’Urss in Africa.
Paesi sulla via dello sviluppo, comunque al ritmo dei tempi, sono stati disintegrati, talvolta anche territorialmente. Solo per essere passati dall’apparato del colonialismo e dell’imperialismo, con un’amministrazione, una costituzione e un sistema giudiziario all’indigenismo sregolato. Ciò è reazionario ma è vero. È reazionario da ogni punto di vista: è razzista, anche se non è solo africano, è antidemocratico, per quante connotazioni si possano imporre alla democrazia, è pessimista e regressivo. Ma è storico.
Il pattern non emerge nelle società complesse, stratificate, a loro modo strutturate, quali l’Egitto o l’Algeria. Regge il Marocco, l’unico paese del Nord Africa con uno standard di vita quasi europeo, per l’integrazione, seppure ridotta, nel sistema globale della produzione, al passo coi tempi, perché la monarchia impone un sentiero europeo: detribalizzato, parlamentare, sindacale, con un forte controllo da parte dello Stato. Nel lungo periodo lo scehma invece si applica da tempo anche nelle repubbliche sudamericane. Non in Argentina o Brasile. Sì in quella, Messico in testa, Perù, Ecuador, e ora Venezuela e Bolivia, dove le élites criolle progressivamente lasciano il governo alle masse indigene. Il Perù ha il record mondiale della crescita continua da una dozzina d’anni, ma gli effetti nel paese non si vedono, la ricchezza vi si dissolve.
Colonialismo - La miseria delle colonie andrebbe ridetta, poiché l’Europa continua a vivere a a quell’ora, superba, indisponente. Il colonialismo è sempre straccione: torme di spocchiosi e disadattati, i migliori erano semplicemente poveri, riversati in Africa negli ultimi decenni dell’Ottocento con le promesse sottintese di scopare a piacere e dirsi superiori ai migliori africani. Masse di indigenti catapultati conquistatori in Africa, e per questo stesso fatto promossi, nobilitati, eroicizzati. Per il potere nella forma più turpe, dei ranocchi che si proclamano re. Con corredo di apologeti, etnografi e antropologi, della superiorità e dei destini manifesti, delle missioni civilizzatrici, di culture fondate sui fucili, i pantaloni col risvolto e il sangue bianco. Un progetto insano, prima che cattivo, e in netta perdita per la dignità, nonché per le casse degli Stati, che il danno subirono ingente. La Libia di Mussolini ne è epitome ingloriosa, che tra le grandezzate di Balbo e le nequizie di Graziani non cercava il petrolio - si dice che non l’ha trovato e invece non l’ha cercato, Desio ha ragione, ai suoi geologi era incomodo anche solo parlare coi miserabili fellah, che le fiammelle utilizzavano.
Tutt’altra cosa, andando a ritroso, i posti di commercio che portoghesi, genovesi e veneziani aprivano all’Est, sulle coste del Mediterraneo o dell’Oceano Indiano, che trattavano alla pari, seppure arricchendosi, con gli arabi e ogni altro asiatico, il commercio non ha mai fatto male a nessuno, il doux commerce degli illuministi. Tutt’altra cosa la conquista dell’America, che aveva un disegno e una convenienza, anche se perversi, avendo sortito la storia più brutta dell’umanità, tra razzie e schiavitù: l’imperialismo è un disegno, seppure in perdita. Il colonialismo è un disegno della peggiore stupidità europea, l’era dei primati nazionali. Che si esercitano nella violenza: siamo superiori.
Imperialismo – È furbo: tesse le fila ma non fa la rete. In questo senso Mao ha ragione, è una tigre di carta. È anche efficiente. In Kipling è perfino coraggioso.
Il governo britannico impose nel 1741 allo zar con apposito trattato commerciale l’obbligo di vestire l’esercito di lane inglesi. Ma le lane inglesi erano buone. “La nozione di oppressione è una stupidaggine: non c’è che da leggere l’“Iliade”. E, a maggior ragione, la nozione di classe oppressiva”, già Simone Weil aveva un’altra nozione dell’imperialismo tigre di carta: “Si può soltanto parlare di una struttura oppressiva della società”.
L’imperialismo è un programma su una corda tesa: non si governa con la polizia, e nemmeno con i missili. Almeno questo il Novecento avrà insegnato, al prezzo di cento, centocinquanta, milioni di morti assassinati, con le pallottole, le bombe, il gas, il veleno, il machete, una verità semplice: la libertà è difficile, certo è un’utopia, ma il potere non può che limitarsi. Per totalitario che si voglia o sia. Il massimo di potenza è impotenza, e preavviso di deflagrazione: il Novecento avrà sperimentato la politica totalitaria solo per provarne i limiti. L’equilibrio del terrore, era chiamato ed è, ma è intollerabile, tanto più per venire nel nome della democrazia. La deterrenza è minaccia costante, rinnovata, sovraeccitata. Ed è vero dominio, che il mondo ordinato vuole sotto di sé, obbediente, disciplinato, uniforme.
Gli inglesi hanno avuto il buonsenso di non farsi fare guerra. Niente Indocine né Algerie. Quando l’India ha marciato sul serio si sono ritirati. Anche in Sud Africa, purtroppo. E a tutti hanno dato, col passaporto, parità di diritti, giamaicani, pakistani, cingalesi. La violenza è generale, anche dei poveri. Dum-dum era la ragione sociale di una fabbrica di pallottole di Calcutta: se ne sbrecciava la punta per un motivo residuo della tratta dei negri, per essere la pelle degli africani più dura. Ma c’è nella violenza un più e un meno. O un disegno, violento è il male fine a se stesso:
L’India non ha cattiva memoria dell’Inghilterra. Sarà perché il primo inglese ad affacciarsi sull’oceano Indiano fu, nel 1580, un gesuita, Thomas Stevens. Gli inglesi hanno imposto al mondo la rasatura ogni mattina, per vendere il gillette. Ma il rasoio è buonissimo. Oppure si può dire al contrario: dovendosi radere ogni mattina, gli inglesi fecero un ottimo rasoio. Il segreto dell’imperialismo è semplice, direbbe Dickens: “La Provvidenza ha fatto un grande onore a confinare l’indomabile flotta inglese in una nazione così piccola, in mezzo a tanti popoli corrotti”. Questo vale anche per i romani, che all’opposto si indianizzarono: avevano di sicuro una loro poesia i fescennini dei romani, i canti saliari e il ritmo saturnio, ma Roma vi rinunciò grecizzandosi.
È vero che l’imperialismo può essere nemico del capitale, inteso come arricchimento, la potenza ha un’altra logica, o il fascino dell’azzardo, che sempre è perdizione. Anche due volte nemico, se hanno ragione quelli che pongono la potenza, cioè la conquista e la guerra, all’origine del progresso più che della ricchezza. L’India fu conquistata per espandere il mercato. Poi fu usata per limitarlo, nell’interesse di questo o quello, nemmeno tanto grande, produttore britannico di cotonate. L’imperialismo lasciato a se stesso, all’espansione irrefrenabile, esclude anche il terzomondismo, Antonio Negri ha ragione, la sentimentale nostalgia dell’uomo nudo - o della donna: trattati se ne potrebbero scrivere, Freud questa se l’è lasciata sfuggire, il desiderio della madre nera. L’imperialismo è distruzione, sinonimo di guerra. Agli indiani d’America, che i missionari con terrore vedevano sparire a occhio. O a Lepanto, dove non ci furono turchi prigionieri, e neppure feriti, tutti i venticinquemila morirono.
Ma non c’è simmetria tra i due imperialismi, non c’è reversibilità. Lepanto e la Conquista furono guerre di religione, in campo era il prete, direbbero Michelet e Le Goff, e non il mercante. E con le multinazionali l’imperialismo diventa impossibile, si trasforma nella democrazia come mercato di Bentham e Constant. Il sistema sociale di controllo può esservi altrettanto ramificato, ma non vuole l’anima come invece chiedeva il Pcus, con la scusa del Diamat, del povero Marx. È per questo che il Commercio ha abbattuto il Muro.
Indipendenza – L’esperienza mostra nel Terzo mondo un pattern ricorrente: le società e gli Stati deperiscono, talvolta mortalmente, man mano che si allontanano dalle ex madrepatrie, dai modelli culturali coloniali, e si nazionalizzano. I casi dell’Uganda civilissimo di Milton Obote, dissolto da Idi Amin, o del Kenya di Kenyatta e Tom ‘Mboya rispetto ai tribali successori, o di Mugabe nelle sue due incarnazioni, di leader antirazzista anglofilo, e poi di despota indigenista che ha immiserito e disintegrato la Svizzera dell’Africa. Il Ghana superbo di ‘Nkrumah quarant’anni fa, senza paragone con la miseria economica e morale di oggi. L’ex Dahomey, che era la Sorbona dell’Africa, Il Senegal di Senghor, poeta e accademico francese, al confronto degli affaristi che poi l’hanno impoverito. La Costa d’Avorio di Houphouët-Boigny, deputato socialista francese, e quella dei suoi incapaci, tribali, suicidi successori. Talvolta il cambio è stato imposto dall’ex madrepatria, per motivi politici contingenti. Idi Amin, il fuciliere che sarà “cugino della regina”, fu espediente contro la sponda pericolosa di Obote all’Urss in Africa.
Paesi sulla via dello sviluppo, comunque al ritmo dei tempi, sono stati disintegrati, talvolta anche territorialmente. Solo per essere passati dall’apparato del colonialismo e dell’imperialismo, con un’amministrazione, una costituzione e un sistema giudiziario all’indigenismo sregolato. Ciò è reazionario ma è vero. È reazionario da ogni punto di vista: è razzista, anche se non è solo africano, è antidemocratico, per quante connotazioni si possano imporre alla democrazia, è pessimista e regressivo. Ma è storico.
Il pattern non emerge nelle società complesse, stratificate, a loro modo strutturate, quali l’Egitto o l’Algeria. Regge il Marocco, l’unico paese del Nord Africa con uno standard di vita quasi europeo, per l’integrazione, seppure ridotta, nel sistema globale della produzione, al passo coi tempi, perché la monarchia impone un sentiero europeo: detribalizzato, parlamentare, sindacale, con un forte controllo da parte dello Stato. Nel lungo periodo lo scehma invece si applica da tempo anche nelle repubbliche sudamericane. Non in Argentina o Brasile. Sì in quella, Messico in testa, Perù, Ecuador, e ora Venezuela e Bolivia, dove le élites criolle progressivamente lasciano il governo alle masse indigene. Il Perù ha il record mondiale della crescita continua da una dozzina d’anni, ma gli effetti nel paese non si vedono, la ricchezza vi si dissolve.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (18)
Giuseppe Leuzzi
Napoli. I Borboni vittime di Napoli e non Napoli dei Borboni? Si è sempre detto, senza crederci, perché sono stati i primi illuministi in Italia, i primi industriali, e insomma al passo coi tempi. Senza credere nel loro illuminismo, opportunistico - come se gli altri, i Savoia, gli Hohenzollern, i Sassonia-Coburgo, ne fossero appassionati. Senza crederci loro stessi. Ma sarebbe ora di ripensarci: è l’unica storia possibile, la spazzatura di Napoli viene da lontano. Dal lazzaronismo, dalle continue invasioni di campo franche e iberiche, dall’oscuro Medio Evo, dalla galere di Baia e Capo Miseno. E dall’isolamento internazionale, perché no.
Napoli è il Sud, ed è l’Italia. Poche aree sono sfuggite a Napoli, così geniale e superficiale, le regioni “rosse”, le Venezie, limitandone la presenza a qualche magistrato sperso e a qualche paglietta sparso. E Roma naturalmente – ma già con qualche danno. Si è napoletanizzato subito il Piemonte, coi suoi prefetti, generali e capi della polizia, brillanti e ignavi, che hanno letteralmente distrutto il Sud. Si è napoletanizzata nel dopoguerra Milano, apprendendone l’uso dell’insalata ma anche, con Borrelli e dopo Borrelli, come distruggere l’Italia, in Borsa, in politica, negli affari, e perfino nel calcio.
Napoli è stata “il Regno” fino praticamente al referendum per la Repubblica. Ma s’è rapidamente acconciata, e da decenni è anzi repubblica che bordeggia l’anarchia.
Milano. A Basiglio, o Milano 3, il comune più ricco d’Italia, una famiglia d’immigrati meridionali dava fastidio. Davano fastidio i due figli, di nove anni lei e tredici lui, che andando a scuola la infettavano. Sia quella elementare sia la scuola media. Finché un’insegnante delle elementari, la direttrice, il sindaco, lo psicologo e gli assistenti sociali non sono riusciti a mandare sorella e fratello in galera – in casa di correzione, in due case separate. Con l’imputazione di disegni osceni.
A questo punto succede una cosa straordinaria: virtù impensate emergono nel giornalismo del gossip. Il fatto non poteva sfuggirgli, che dei meridionali pecorecci vadano a infettare la civica Milano. Ma allora, perpetuandosi lo scandalo per qualche giorno, si viene a sapere, un po' detto, un po' negato, ma insomma: non la bambina incriminata ha fatto il disegno osceno, bensì un’altra. Come si arguisce del resto dalla didascalia che lo accompagna. Dopo due mesi, e una sentenza del Tribunale dei minorenni, anzi esattamente 69 giorni, i due bambini incarcerati vengono liberati. Non subito: il ragazzo si farà un'altra settimana, perché la psicologa che seve dare il prescritto parere, non ha avuto il tempo di perscrutarlo.
Il fatto non vuole dire nulla. Magari la direttrice, l’insegnante e le assistenti sociali sono meridionali, e la psicologa che dopo due mesi, trovando il tempo, scagiona i due bambini, è settentrionale. Oppure è viceversa. Il fatto è che Milano imbastardisce tutto. E sempre si assolve.
La casa di correzione i giornali pudicamente chiamano istituto, si elogia il senso civico della bambina che si è accusata dei disegni osceni, si critica lo Stato insensibile, e si tenta di non dire più che i colpevoli erano meridionali, infiltrati nel comune più ricco d’Italia. Di tacere che è stato detto. Ma sopratutto se ne parla il meno possibile: non ci sono tavole rotonde né articolesse sui bambini traumatizzati, sui genitori aggrediti, sugli insegnanti incapaci di leggere o razzisti, sugli psicologi che si pronunciano una volta a settimana - gratis?
Nessuno si chiede se l’insegnante e il direttore didattico abbiano poi denunciato la bambina che ha fatto i disegni (non l’hanno denunciata), se gli assistenti sociali siano venuti a prelevarla e richiuderla (non sono venuti), o perlomeno se abbiano chiesto ai suoi genitori come mai a nove anni sapesse così bene il kamasutra (non l’hanno chiesto). Né perché a Basiglio lo Stato dei milanesi vituperato usi due metri.
Solo è stata preparata con cura la festa dei compagni per il ritorno - la solita scena televisiva dei bambini civilmente impegnati. Magari dallo stesso sindaco e dal direttore didattico, la Rai non è così cinica.
Milano, sorniona e sempre furba, pensa di dominare i suoi napoletani, di giocarli, e invece ne è infetta. Da Mani Pulite, con magistrati napoletani che riempivano le tasche di avvocati napoletani, a Calciopoli, le cui cronache napoletane hanno colmato la milanesissima “Gazzetta Sportiva” ma svuotandola - la leggono sempre meno, e le sue Milan-Inter soffrono di rimorsi e pastette. Milano è in via di meridionalizzazione, cioè in declino.
È vero che Milano si lascia impregnare, già da Mussolini, poi da Craxi, ma sempre sopravvive, è madre robusta. Ora un sindaco genovese potrebbe salvarla, avendole dato con l’Expo un impegno preciso su cui operare. Ma Napoli è insidiosa. È affabile, spensierata, disinteressata, e colpisce a morte.
Lega e Mani Pulite vanno assieme. Non sono il ripudio di Roma Ladrona e dell’Italia Unita. Sono la riconquista del Sud – Roma è il Resto d’Italia. Da parte dei milanesi, dopo la conquista piemontese. A condizioni di realizzo: un mercato di sbocco, per la moda pronta, le arguzie Mediaset, e i vini algidi dell’Oltrepò, e un mercato del lavoro, si spera, di nuovo a buon mercato con le gabbie salariali.
La differenza tra Torino e Milano è enorme, tra il senso dello Stato e la corruzione in atti giudiziari.
“E pensare che non c’è nebbia nei paesi latini, i paesi degli assassini”, dice Sherlock Holmes nel racconto “I piani di Bruce Partington”.
Lo dice stizzito, contro i ladri e i grassatori di Londra che se ne stanno tranquilli. Ma è vero, non c’è la nebbia al Sud. E ci sono gli assassini. Quelli rilevati, non quelli delle statistiche, che sono sempre più numerosi al Nord.
C’è, nella guerra piccolo libanese tra i Rugolo e i Crea a Gioia Tauro, il vincolo familiare classico della vulgata mafiosa, tra un suocero e tre generi da una parte, e un padre e tre figli maschi dall’altra, le due parti in lotta. Ma ci sono anche generi che tramano contro il suocero, subordinati che sparano al Capo, tutti in un modo o nell’altro confidenti dei carabinieri, e pentiti da quindici anni che continuano a dettare l’oggi.
La mafia è una guerra di tutti contro tutti. La sociologia delle cupole, della mafia imprenditrice, del controllo del territorio, della mafia politica serve ad ampliare i confini della violenza, ad adeguarli alla realtà storica. Ma la mafia – il crimine organizzato – è una guerra “civile”, fra persone e gruppi mafiosi. Viene combattuta e vinta – la mafia è sempre perdente-vincente – nelle aree socialmente molli. Per psicologia, traumi, spopolamento (l’emigrazione, che è sempre dei più determinati, se non forti).
Il Sud, il familismo, la corruzione pubblica? I Borboni furono riformatori per primi. E gli arabi sono come gli spagnoli, la storia conta poco. I bravi di Manzoni, che prosperavano sotto le “grida” spagnolesche, di un governo assente, furono sconfitti, in breve, in silenzio, definitivamente, da preti coraggiosi, contadini tosti, mercanti intraprendenti, che sapevano il valore dei soldi, e della fatica, l’applicazione costante.
Non c’è una mafia imprenditrice, ci sono imprenditori che lavorano per la mafia: consulenti, manager, mediatori, prestanome. Il mafioso non è uno che crea, in nessuna circostanza (estorsioni, appalti, droga, terreni e immobili, esercizi commerciali): La sua opera è sempre di distruzione, di valore aggiunto oltre che di persone e famiglie: dove c’è la mafia la ricchezza non cresce ma diminuisce.
In assoluto può crescere ma comparativamente diminuisce, rispetto a un periodo anteriore, rispetto ad altre società in analoghe condizioni. Dalle rovine, e con dispendio di risorse, il mafioso usa ora costruire, alla luce del sole, gli “imperi del racket”, catene commerciali, centri catering e di ristorazione “dalla culla alla tomba”, per ogni occorrenza familiare, finanziarie e banche popolari, società sportive, per i vantaggi fiscali connessi, aziende agricole modello, per le sovvenzioni, ma con spreco di risorse e per periodi limitati. Le risorse vanno agli imprenditori di contorno, che non possono reinvestirle se non in piccola parte, per la necessaria riservatezza. Mentre i mafiosi si assassinano o si denunciano a ogni generazione: la violenza prevale sempre su ogni considerazione di utile.
Nella mafia è una carica straordinaria di energia – si può (si deve) anche leggere così. I fratelli Graviano, all’ergastolo per l’assassinio nel settembre 1993 di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio, studiavano in carcere nel 2005 per laurearsi, uno in ingegneria e uno in matematica, hanno voluto figli protetti a Roma in un collegio di gran nome, e continuavano a gestire i loro affari attraverso “delegati” e “prestanome”. La mafia esprime una forte carica di energia dissipata, o convogliata su canali improduttivi. Resta da sapere il perché.
La mafia si differenzia dalla delinquenza comune perché la violenza vi esprime anche energia, capacità organizzativa e produttiva. I mafiosi hanno tutto dell’ottimo imprenditore, se si esclude la misura nella violenza: innovazione, capacità di valutare il rischio, capacità di creare ricchezza. Partendo da condizioni sfavorite: immigrati marginali e isolati in America, villani in Sicilia e Calabria.
Sono una conferma o sono una smentita della concezione liberista della società? Della democrazia e della ricchezza che s’incrementano nello scambio? Questa è la chiave, e quella psicologica. Mentre l’argomento è stato finora trattato ironicamente, in stile marxiano, per denunciare le origini sempre poco onorevoli del capitale. O dal sociologo Pino Arlacchi in chiave giudiziaria (dove sono i soldi della mafia).
Napoli. I Borboni vittime di Napoli e non Napoli dei Borboni? Si è sempre detto, senza crederci, perché sono stati i primi illuministi in Italia, i primi industriali, e insomma al passo coi tempi. Senza credere nel loro illuminismo, opportunistico - come se gli altri, i Savoia, gli Hohenzollern, i Sassonia-Coburgo, ne fossero appassionati. Senza crederci loro stessi. Ma sarebbe ora di ripensarci: è l’unica storia possibile, la spazzatura di Napoli viene da lontano. Dal lazzaronismo, dalle continue invasioni di campo franche e iberiche, dall’oscuro Medio Evo, dalla galere di Baia e Capo Miseno. E dall’isolamento internazionale, perché no.
Napoli è il Sud, ed è l’Italia. Poche aree sono sfuggite a Napoli, così geniale e superficiale, le regioni “rosse”, le Venezie, limitandone la presenza a qualche magistrato sperso e a qualche paglietta sparso. E Roma naturalmente – ma già con qualche danno. Si è napoletanizzato subito il Piemonte, coi suoi prefetti, generali e capi della polizia, brillanti e ignavi, che hanno letteralmente distrutto il Sud. Si è napoletanizzata nel dopoguerra Milano, apprendendone l’uso dell’insalata ma anche, con Borrelli e dopo Borrelli, come distruggere l’Italia, in Borsa, in politica, negli affari, e perfino nel calcio.
Napoli è stata “il Regno” fino praticamente al referendum per la Repubblica. Ma s’è rapidamente acconciata, e da decenni è anzi repubblica che bordeggia l’anarchia.
Milano. A Basiglio, o Milano 3, il comune più ricco d’Italia, una famiglia d’immigrati meridionali dava fastidio. Davano fastidio i due figli, di nove anni lei e tredici lui, che andando a scuola la infettavano. Sia quella elementare sia la scuola media. Finché un’insegnante delle elementari, la direttrice, il sindaco, lo psicologo e gli assistenti sociali non sono riusciti a mandare sorella e fratello in galera – in casa di correzione, in due case separate. Con l’imputazione di disegni osceni.
A questo punto succede una cosa straordinaria: virtù impensate emergono nel giornalismo del gossip. Il fatto non poteva sfuggirgli, che dei meridionali pecorecci vadano a infettare la civica Milano. Ma allora, perpetuandosi lo scandalo per qualche giorno, si viene a sapere, un po' detto, un po' negato, ma insomma: non la bambina incriminata ha fatto il disegno osceno, bensì un’altra. Come si arguisce del resto dalla didascalia che lo accompagna. Dopo due mesi, e una sentenza del Tribunale dei minorenni, anzi esattamente 69 giorni, i due bambini incarcerati vengono liberati. Non subito: il ragazzo si farà un'altra settimana, perché la psicologa che seve dare il prescritto parere, non ha avuto il tempo di perscrutarlo.
Il fatto non vuole dire nulla. Magari la direttrice, l’insegnante e le assistenti sociali sono meridionali, e la psicologa che dopo due mesi, trovando il tempo, scagiona i due bambini, è settentrionale. Oppure è viceversa. Il fatto è che Milano imbastardisce tutto. E sempre si assolve.
La casa di correzione i giornali pudicamente chiamano istituto, si elogia il senso civico della bambina che si è accusata dei disegni osceni, si critica lo Stato insensibile, e si tenta di non dire più che i colpevoli erano meridionali, infiltrati nel comune più ricco d’Italia. Di tacere che è stato detto. Ma sopratutto se ne parla il meno possibile: non ci sono tavole rotonde né articolesse sui bambini traumatizzati, sui genitori aggrediti, sugli insegnanti incapaci di leggere o razzisti, sugli psicologi che si pronunciano una volta a settimana - gratis?
Nessuno si chiede se l’insegnante e il direttore didattico abbiano poi denunciato la bambina che ha fatto i disegni (non l’hanno denunciata), se gli assistenti sociali siano venuti a prelevarla e richiuderla (non sono venuti), o perlomeno se abbiano chiesto ai suoi genitori come mai a nove anni sapesse così bene il kamasutra (non l’hanno chiesto). Né perché a Basiglio lo Stato dei milanesi vituperato usi due metri.
Solo è stata preparata con cura la festa dei compagni per il ritorno - la solita scena televisiva dei bambini civilmente impegnati. Magari dallo stesso sindaco e dal direttore didattico, la Rai non è così cinica.
Milano, sorniona e sempre furba, pensa di dominare i suoi napoletani, di giocarli, e invece ne è infetta. Da Mani Pulite, con magistrati napoletani che riempivano le tasche di avvocati napoletani, a Calciopoli, le cui cronache napoletane hanno colmato la milanesissima “Gazzetta Sportiva” ma svuotandola - la leggono sempre meno, e le sue Milan-Inter soffrono di rimorsi e pastette. Milano è in via di meridionalizzazione, cioè in declino.
È vero che Milano si lascia impregnare, già da Mussolini, poi da Craxi, ma sempre sopravvive, è madre robusta. Ora un sindaco genovese potrebbe salvarla, avendole dato con l’Expo un impegno preciso su cui operare. Ma Napoli è insidiosa. È affabile, spensierata, disinteressata, e colpisce a morte.
Lega e Mani Pulite vanno assieme. Non sono il ripudio di Roma Ladrona e dell’Italia Unita. Sono la riconquista del Sud – Roma è il Resto d’Italia. Da parte dei milanesi, dopo la conquista piemontese. A condizioni di realizzo: un mercato di sbocco, per la moda pronta, le arguzie Mediaset, e i vini algidi dell’Oltrepò, e un mercato del lavoro, si spera, di nuovo a buon mercato con le gabbie salariali.
La differenza tra Torino e Milano è enorme, tra il senso dello Stato e la corruzione in atti giudiziari.
“E pensare che non c’è nebbia nei paesi latini, i paesi degli assassini”, dice Sherlock Holmes nel racconto “I piani di Bruce Partington”.
Lo dice stizzito, contro i ladri e i grassatori di Londra che se ne stanno tranquilli. Ma è vero, non c’è la nebbia al Sud. E ci sono gli assassini. Quelli rilevati, non quelli delle statistiche, che sono sempre più numerosi al Nord.
C’è, nella guerra piccolo libanese tra i Rugolo e i Crea a Gioia Tauro, il vincolo familiare classico della vulgata mafiosa, tra un suocero e tre generi da una parte, e un padre e tre figli maschi dall’altra, le due parti in lotta. Ma ci sono anche generi che tramano contro il suocero, subordinati che sparano al Capo, tutti in un modo o nell’altro confidenti dei carabinieri, e pentiti da quindici anni che continuano a dettare l’oggi.
La mafia è una guerra di tutti contro tutti. La sociologia delle cupole, della mafia imprenditrice, del controllo del territorio, della mafia politica serve ad ampliare i confini della violenza, ad adeguarli alla realtà storica. Ma la mafia – il crimine organizzato – è una guerra “civile”, fra persone e gruppi mafiosi. Viene combattuta e vinta – la mafia è sempre perdente-vincente – nelle aree socialmente molli. Per psicologia, traumi, spopolamento (l’emigrazione, che è sempre dei più determinati, se non forti).
Il Sud, il familismo, la corruzione pubblica? I Borboni furono riformatori per primi. E gli arabi sono come gli spagnoli, la storia conta poco. I bravi di Manzoni, che prosperavano sotto le “grida” spagnolesche, di un governo assente, furono sconfitti, in breve, in silenzio, definitivamente, da preti coraggiosi, contadini tosti, mercanti intraprendenti, che sapevano il valore dei soldi, e della fatica, l’applicazione costante.
Non c’è una mafia imprenditrice, ci sono imprenditori che lavorano per la mafia: consulenti, manager, mediatori, prestanome. Il mafioso non è uno che crea, in nessuna circostanza (estorsioni, appalti, droga, terreni e immobili, esercizi commerciali): La sua opera è sempre di distruzione, di valore aggiunto oltre che di persone e famiglie: dove c’è la mafia la ricchezza non cresce ma diminuisce.
In assoluto può crescere ma comparativamente diminuisce, rispetto a un periodo anteriore, rispetto ad altre società in analoghe condizioni. Dalle rovine, e con dispendio di risorse, il mafioso usa ora costruire, alla luce del sole, gli “imperi del racket”, catene commerciali, centri catering e di ristorazione “dalla culla alla tomba”, per ogni occorrenza familiare, finanziarie e banche popolari, società sportive, per i vantaggi fiscali connessi, aziende agricole modello, per le sovvenzioni, ma con spreco di risorse e per periodi limitati. Le risorse vanno agli imprenditori di contorno, che non possono reinvestirle se non in piccola parte, per la necessaria riservatezza. Mentre i mafiosi si assassinano o si denunciano a ogni generazione: la violenza prevale sempre su ogni considerazione di utile.
Nella mafia è una carica straordinaria di energia – si può (si deve) anche leggere così. I fratelli Graviano, all’ergastolo per l’assassinio nel settembre 1993 di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio, studiavano in carcere nel 2005 per laurearsi, uno in ingegneria e uno in matematica, hanno voluto figli protetti a Roma in un collegio di gran nome, e continuavano a gestire i loro affari attraverso “delegati” e “prestanome”. La mafia esprime una forte carica di energia dissipata, o convogliata su canali improduttivi. Resta da sapere il perché.
La mafia si differenzia dalla delinquenza comune perché la violenza vi esprime anche energia, capacità organizzativa e produttiva. I mafiosi hanno tutto dell’ottimo imprenditore, se si esclude la misura nella violenza: innovazione, capacità di valutare il rischio, capacità di creare ricchezza. Partendo da condizioni sfavorite: immigrati marginali e isolati in America, villani in Sicilia e Calabria.
Sono una conferma o sono una smentita della concezione liberista della società? Della democrazia e della ricchezza che s’incrementano nello scambio? Questa è la chiave, e quella psicologica. Mentre l’argomento è stato finora trattato ironicamente, in stile marxiano, per denunciare le origini sempre poco onorevoli del capitale. O dal sociologo Pino Arlacchi in chiave giudiziaria (dove sono i soldi della mafia).
Secondi pensieri (13)
zeulig
Agnizione – Recupera il timore del mancato riconoscimento, degli altri e di sé. È artificio diffuso perché il timore è diffuso, è anzi il meccanismo basilare della conoscenza, per tentativi ed errori.
Anche le storie d’amore sono un tentativo di riconoscimento.
Amore - È talvolta una scoperta di estraneità. Anche quello carnale, di parentela.
L’amore è magia, cioè volontà di amare, applicata. Ma non solo nella durata, anche nell’atto dell’innamoramento, e nell’amore folle.
È la grazia. Una condizione insieme coltivata, per la quale bisogna “essere preparati”, e donata.
È l’attenzione – la Sorge di Heidegger, la premura. Ma Heidegger non sa nominarlo, perché?
Dopo i vent’anni non c’è rappresentazione dell’amore felice. Si potrebbe farlo, è una buona sfida per un buon scrittore, ma non si fa. C’è la coppia – fidanzamento, convivenza, matrimonio. E c’è la singletudine, sempre inquieta. E lo scarto sui due stati, l’innamoramento, è da tempo immemorabile fonte di dolore e disgrazia non di felicità.
Non c’è amore proprio, senza sanzione. L’amore non va con la libertà.
Antisemitismo - È cresciuto con l’uso della Bibbia.
Non c’era nel primo millennio del cristianesimo. È scomparso con papa Woytila, che non ha mai fatto una citazione biblica, e con il dialogo che tanto fortissimamente ha voluto.
Celan-Céline - È più che un’assonanza. Nemmeno blasfema, facendo la tara dell’antisemitismo. Il legame è più autentico di quello Celan-Heidegger, che è posticcio (politico). Chiarisce l’oscurità del poeta, il suo bisogno di esprimere, malgrado la camicia di forza mallarmeana indossata, l’orrendo e l’irrimovibile che ha fatto la sua esperienza, storica, familiare, personale.
Germanesimo – Si può dire l’amore della morte. A Rilke l’identificazione scatta prepotente, a Kafka: non si muore per accidente, malattia o vecchiaia, ma inevitabilmente per bellezza e amore, il segreto della vita.
Non c’è mai nella poesia tedesca dell’Otto-Novecento abbastanza purezza, è come per i poveri di generazioni affamati, non c’è mai per loro abbastanza cibo.
Essendo nipoti o nonni di Freud, in sonno, in partibus, in incognito, i tedeschi sono igienisti. Dei sentimenti, della passione, della ragione.
Identità - Il problema dell’identità è che esso si complica con la ricerca dell’identità, della sua definizione e del reperimento di essa. Come di ogni altro concetto e, Heisenberg avrebbe detto, ogni entità. Aggravato però da una speciale sensibilità: dall’esclusione che la ricerca dell’identità presuppone e rafforza, sia pure sotto la forma dell’autoesclusione.
Magia - È naturale, per stati esaltati dell’animo, schizofrenie lievi, forme depressive, sogni erotici (incubi, succubi), metereopatia, allucinogeni erbacei (segala, cannabis, datura, elleboro, aconito), nei cibi, le bevande, gli estratti, gli unguenti, per le persistenze dell’universo infantile, senza tempo e senza spazio. È una forma di follia ragionata, ragionevole. È una forma (estensione) della logica.
Marx - È Cristo, è vero – se era ebreo, si è convertito. Per il dovere del paradiso in terra, della giustizia.
Un Cristo laico, per la fregnaccia del Diamat.
La verità è che della fabbrica non resta nulla, il vero lavoro è sovrastruttura, qualsiasi esperto di produzione lo sa. Anche politicamente: altrimenti sarebbe un comunismo di schiavi, senza possibilità di realizzare l’uomo, poiché elimina ogni spazio comune.
Nichilismo – È materia cristiana, mussulmana, ebraica: del Dio unico. Quello più rigoroso non è ateo ma credente – si è atei perché si ragiona, si crede nella ragione. Quando non c’è è più il divino, ma un Dio unico, il Principio di tutte le cose, ascendere a Lui è, diceva William Blake, “scendere
nell’annientamento del proprio io”. Quello che cercano i mistici. Che poi diventa, conseguentemente, annullamento dell’io.
Si ascende a Dio, già Dante lo sapeva, andando all’ingiù. Bisogna essere umili, fino all’annientamento.
Ottimismo – Nasce dalla capacità critica, dalla ragione. La vicenda umana è indifferente.
Baudelaire ha straordinaria, costante, carica positiva, benché i suoi temi siano il peccato, il male, la malattia, la morte. Quanto pessimista, al confronto, l’entusiasmo di Rimbaud, e non per la vicenda umana.
Passato - È la nostra essenza. È duro non perché è millenario, ma perché è cerebrale, nervoso, folle.
Proselitismo – Include. È la storia e la fortuna del cristianesimo in tutte le sue articolazioni. L’eredità del processo inclusivo che fece la fortuna dell’impero romano.
Il fattore religioso può essere dirimente sull’identità. Si distinguono le religioni che fanno proselitismo da quelle che non lo fanno, forse solo l’ebraismo. Ma sull’identità il proselitismo opera al contrario, include. Non si fa molto caso nel cattolicesimo agli ebrei convertiti, seppure rinomati, Edith Stein, Simone Weil. Mentre l’ebraismo se ne scandalizza.
Religione - È portentosa. Il culto di Dio è luminoso. In senso onorifico ma anche proiettivo: non si saprebbe immaginare Dio triste, o perdente, o anche rutiniero.
Storia - È distruttiva. Distrugge i miti e le menzogne, sia pure benevole, di cui la vita si compiace: il senso della storia è nemico delle illusioni, dell’immaginazione..
Si dice – George Santayana –che “quelli che non possono ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”. Ma anche quelli che vivono nel passato. E quelli che vivono nel futuro, lo anticipano.
È il tempo che è confuso.
E la retorica, la bella frase. Che sempre sarà vera, ma per sé – per Santayana, i nostalgici, i logici sistemisti, ma la storia?
Sesso – È come il denaro, la stessa storia di “possessioni”, la glottologia non sbaglia, solo il dottor Freud non se n’è accorto. Per questo chi ha l’uno non cerca l’altro. I poveri scopano con più piacere.
Per le donne può essere vario – avventuroso. Per gli uomini è ripetitivo. Per questo sono sentimentali.
Gli uomini hanno inventato la pornografia pensando di variare il sesso. Per questo non resta loro che piangere.
Tempo – È irrilevante per l’esistenza: c’è chi è lo stesso per tutta la vita. O capita di cambiare tutto in un istante, un incidente per esempio. Perfino in guerra si fatica a percepirne il passaggio: eventi anche gravi e dolorosi possono essere lenti, ripetitivi, abitudinari.
È comprimibile. Facendo, o anche non facendo. Ed è estensibile – la durata: ricostruzione, immaginazione, memoria, storia – senza limiti.
Si ricostituisce – esorcizza l’inatteso – attraverso le nozioni di destino, i miti, l’astrologia.
Uguaglianza - È l’amore di sé. Il sé che diventa mondo.
L’uguaglianza livella in quanto riduce ad unum – non necessariamente porta verso il basso, verso il minimo denominatore comune. E questo uno è se stessi: il fautore benevolo dell’uguaglianza vuole tutti uguale a se stesso. È uno contento di sé.
mercoledì 21 maggio 2008
Alla Roma lo scudetto del bilancio
Depurato di tutte le partite contabili (i “trucchi” e il "window dressing”, gli abbellimenti), il bilancio della As Roma dovrebbe essere già a fine anno contabile, a fine giugno, il migliore. I debiti sono azzerati, la posizione finanziaria è attiva, seppure di poco, e consente d’investire in organici e ingaggi, le casse si sono arricchite con la Champions, il campionato, la Coppa Italia e la Supercoppa, il bacino di utenza è stimato in aumento, e il negoziato con le pay tv, Sky e Mediaset, per i diritti 2008-2009 parte decisamente al rialzo. Anche l’affluenza allo stadio è per la Roma in aumento, contrariamente alla tendenza nazionale alla flessione. Il risultato di bilancio dovrebbe essere in attivo di 25-26 milioni netti a fine giugno.
L’anno scorso il bilancio fu fatto con la cessione delle attività di merchandising, marketing, di sponsorizzazione e editoriali alla Soccer Sas, una costola della stessa Roma. Un giro contabile che consentì di iscrivere una plusvalenza di 123 milioni, pari alla valutazione di mercato delle attività, 125 milioni, e al loro valore di libro, due milioni. Troppo? In queste operazioni si esagera, ma Rosella Sensi ha mostrato buonsenso. La Soccer ha chiuso il 2007 con un reddito netto di 12 milioni, e una posizione finanziaria attiva per 8,2. Nel primo trimestre 2008 ha contabilizzato un reddito netto per 2,3 milioni, in crescita rispetto al 2007. Ma un miglior risultato è atteso per fine giugno.
Nei primi nove mesi dell’esercizio i ricavi consolidati sono stati di 147 milioni, rispetto ai 113 del 31 marzo 2007. Il margine operativo lordo era positivo per 57 milioni, contro i 29 del 31 marzo 2007). Il risultato consolidato netto era così positivo per 28 milioni (14 milioni al 31 marzo 2007). Il bilancio che si chiude a fine giugno è previsto in miglioramento, sia nei ricavi che nella gestione, per un utile netto che potrebbe anche essere il doppio dei 14 milioni del giugno 2007. Qualcosa di più insomma al netto delle componenti di reddito legate a "operazioni non ricorrenti", leggi la Soccer Sas.
L’anno scorso il bilancio fu fatto con la cessione delle attività di merchandising, marketing, di sponsorizzazione e editoriali alla Soccer Sas, una costola della stessa Roma. Un giro contabile che consentì di iscrivere una plusvalenza di 123 milioni, pari alla valutazione di mercato delle attività, 125 milioni, e al loro valore di libro, due milioni. Troppo? In queste operazioni si esagera, ma Rosella Sensi ha mostrato buonsenso. La Soccer ha chiuso il 2007 con un reddito netto di 12 milioni, e una posizione finanziaria attiva per 8,2. Nel primo trimestre 2008 ha contabilizzato un reddito netto per 2,3 milioni, in crescita rispetto al 2007. Ma un miglior risultato è atteso per fine giugno.
Nei primi nove mesi dell’esercizio i ricavi consolidati sono stati di 147 milioni, rispetto ai 113 del 31 marzo 2007. Il margine operativo lordo era positivo per 57 milioni, contro i 29 del 31 marzo 2007). Il risultato consolidato netto era così positivo per 28 milioni (14 milioni al 31 marzo 2007). Il bilancio che si chiude a fine giugno è previsto in miglioramento, sia nei ricavi che nella gestione, per un utile netto che potrebbe anche essere il doppio dei 14 milioni del giugno 2007. Qualcosa di più insomma al netto delle componenti di reddito legate a "operazioni non ricorrenti", leggi la Soccer Sas.
Moratti salvatore della Roma, perché no
Non saranno i Moratti i salvatori della Roma calcio, della stabilità dell’azienda nelle mani della famiglia Sensi. Ma avrebbero potuto esserlo. Dei due cespiti maggiori della famiglia Sensi in vendita infatti non è l’As Roma ma la Italpetroli, la società capogruppo. I cespiti restanti della famiglia Sensi, i terreni nell'area romana di nuova urbanizzazione Torrevecchia, e gli immobili, non coprono i 130 milioni di cui i Sensi si sono impegnati a rientrare entro l’anno con Banca di Roma-Unicredit, su un debito complessivo a fine 2007 di 377 milioni. D’altra parte, il debito è tutto in capo alla società petrolifera, l’As Roma ha una posizione finanziaria attiva.
Cessioni importanti avevano consentito due anni fa di rientrare di 180 milioni, un rimborso cospicuo, grazie al quale Banca di Roma ha rinunciato all’opzione sul 2 per cento sul gruppo, lasciando la famiglia Sensi in controllo col 51 per cento. Ma un impegno tassativo fu preso nell’occasione per rientrare di altri 130 milioni a fine 2008, come si evince dal testo dell'ultimo consiglio d'amministrazione della Banca di Roma dedicato al gruppo Sensi, pubblicato da "Il Romanista", nonché dagli accordi di fine 2007 tra il gruppo Italpetroli e Banca di Roma-Unicredit. Il resto dell’indebitamento considerando fisiologico e comunque spesabile.
È sulle attività petrolifere del gruppo, rivalutate nell’attuale supercongiuntura dell’oro nero, che gli approcci più consistenti sono stati fatti. Approcci seri, non quelli vantati dall’avvocato Joe Tacopina, ex Jacopino, figlio americano di un romano di Roma, con studio, afferma, a Manhattan e Milano, che al club voleva interessato nientemeno che Soros. La Saras dei Moratti non è interessata, e comunque non ha liquidità da investire. Caduti nel nulla anche gli approcci dei volenterosi banchieri d’affari con l’Agip e con Garrone. Ma rimane in piedi l’interesse della Api-Ip, la compagnia dei fratelli Brachetti Peretti che è la seconda nella distribuzione dopo l’Agip, e potrebbe anche comprare a debito, avendo un patrimonio consistente. Un anno fa se ne era interessata Gaz de France Energy, che opera nelle forniture ai grandi clienti. L'iniziativa è poi entrata in surplace per la possibile privatizzazione, ma resta sempre in piedi.
La Italpetroli, la prima creatura di Franco Sensi cinquant’anni fa, ha depositi costieri importanti e redditizi a Civitavecchia, con una capacità di stoccaggio di 350 mila mc., in grado di rifornire Roma e, via oleodotto, gli aeroporti romani. Sensi aveva per questo a suo tempo partecipato alla privatizzazione di AdR, la società degli aeroporti romani, una partecipazione poi ceduta per rientrare del debito con Banca di Roma. Un secondo deposito, per un decimo della capacità, è a Vibo Valentia. Italpetroli già lavora per conto di Ip e Api.
Cessioni importanti avevano consentito due anni fa di rientrare di 180 milioni, un rimborso cospicuo, grazie al quale Banca di Roma ha rinunciato all’opzione sul 2 per cento sul gruppo, lasciando la famiglia Sensi in controllo col 51 per cento. Ma un impegno tassativo fu preso nell’occasione per rientrare di altri 130 milioni a fine 2008, come si evince dal testo dell'ultimo consiglio d'amministrazione della Banca di Roma dedicato al gruppo Sensi, pubblicato da "Il Romanista", nonché dagli accordi di fine 2007 tra il gruppo Italpetroli e Banca di Roma-Unicredit. Il resto dell’indebitamento considerando fisiologico e comunque spesabile.
È sulle attività petrolifere del gruppo, rivalutate nell’attuale supercongiuntura dell’oro nero, che gli approcci più consistenti sono stati fatti. Approcci seri, non quelli vantati dall’avvocato Joe Tacopina, ex Jacopino, figlio americano di un romano di Roma, con studio, afferma, a Manhattan e Milano, che al club voleva interessato nientemeno che Soros. La Saras dei Moratti non è interessata, e comunque non ha liquidità da investire. Caduti nel nulla anche gli approcci dei volenterosi banchieri d’affari con l’Agip e con Garrone. Ma rimane in piedi l’interesse della Api-Ip, la compagnia dei fratelli Brachetti Peretti che è la seconda nella distribuzione dopo l’Agip, e potrebbe anche comprare a debito, avendo un patrimonio consistente. Un anno fa se ne era interessata Gaz de France Energy, che opera nelle forniture ai grandi clienti. L'iniziativa è poi entrata in surplace per la possibile privatizzazione, ma resta sempre in piedi.
La Italpetroli, la prima creatura di Franco Sensi cinquant’anni fa, ha depositi costieri importanti e redditizi a Civitavecchia, con una capacità di stoccaggio di 350 mila mc., in grado di rifornire Roma e, via oleodotto, gli aeroporti romani. Sensi aveva per questo a suo tempo partecipato alla privatizzazione di AdR, la società degli aeroporti romani, una partecipazione poi ceduta per rientrare del debito con Banca di Roma. Un secondo deposito, per un decimo della capacità, è a Vibo Valentia. Italpetroli già lavora per conto di Ip e Api.
A Berlusconi perché Zapatero intenda
Si fanno due letture dei ridicoli attacchi di mezzo governo spagnolo all'Italia. Una è che, grazie a una stampa compiacente, Zapatero tenti di guadagnarsi qualche mese di disattenzione dalla crisi dell'economia. L'altra invece è sottile: per gli stessi motivi, la crisi non più occultabile, c’è un avvicinamento tra Zapatero e Rajoy, tra il presidente del consiglio socialista e l’opposizione popolare, che una parte del partito Socialista non condivide. In particolare l’arcigna de la Vega, la vice presidente del consiglio, e due ministri junior che a lei si rifanno. In questa ipotesi le critiche all’Italia erano strumentali, perché Zapatero intendesse fin dove si potrà spingere nel dialogo incipiente con Rajoy. Da questo punto di vista l’Italia è anzi un modello per la Spagna: l’idea sarebbe venuta a Zapatero, e allo stesso Rajoy, da Veltroni.
Tre sono i problemi su cui Zapatero ritiene utile la sponda del partito Popolare. Evitare l’isolamento in Europa, ora che il crack elettorale dei laburisti e dei socialdemocratici tedeschi lo lascia unico socialista. Questo anzitutto per proteggersi dalla crisi incombente dell'immobiliare, che è il solo motore di sviluppo della Spagna, il cui crack da un anno è prevenuto comn qualche perdita dalla Banca centrale europea. Una situazione di privilegio che molti partner dell'euro criticano. In secondo luogo Zapatero ha scoperto che con la diplomazia si ottengono più risultati che con l'ideologia. Il più apprezzato è stato l’arresto in Francia del capo dell’Eta, l’organizzazione terrorista basca, per oltre vent’anni protetto da Mitterrand e poi da Chirac.
Zapatero si sente un animale esotico allo zoo, e intende sintonizzarsi con l’onda lunga europea. In quest'ambito Zapatero cerca anche agganci nei paesi del petrolio, in Nord Africa e nel Medio Oriente, ora che la Spagna perde la condizione di beneficiaria privilegiata della Ue, con l'allargamento e la crescita della sua economia. Senza dimenticare Israele.
Il terzo scopo è rilanciare con fermezza la politica della sicurezza, col controllo dell’immigrazione. La Spagna ha il maggior numero di immigrati, il 9 per cento della popolazione, e di arrivi di clandestini disperati via mare. Una decisa sterzata di Aznar nel 2001 ha consentito l’estradizione rapida degli indesiderati, per una cifra annua enorme, circa 40 mila. Ma non è la soluzione – tra l’altro è costosa. In attesa di una vera politica dell’immigrazione Ue, anche Zapatero è alla ricerca di misure dissuasive e preventive.
Di questo Zapatero intende parlare con Berlusconi nella sua visita a Roma tra una settimana. Non per esternare patti o iniziative blaterali, ma per avviare contatti che, se condivisi come tutto lascia supporre, possano rivelarsi utili in sede europea.
Su tutti questi temi una parte del partito Socialista lo attacca. Scopertamente nel caso di Israele, e ben più duramente che sull’immigrazione. Mentre il capofila dell’opposizione Rajoy, sottoposto a pressioni nel suo partito dopo la sconfitta alle elezioni, trova conveniente andare in soccorso di Zapatero, nel tentativo di restare in sella.
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