È Corrado Passera la scelta del governo per gestire il salvataggio e il rilancio di Alitalia. È una scelta “milanese”, di Ermolli e gli ambienti d’affari coinvolti, e quindi anche di Berlusconi. Ed è la scelta di Fini, che con l’ad di Intesa ebbe proficui scambi di vedute quando lo stesso amministrava le Poste. È il successo di Passera nella ristrutturazione e il rilancio delle Poste, l’unica azienda dello Stato dove si è fatta con successo la formazione del personale, dove si è innovato radicalmente con successo, e dove è entrata la cultura della produttività, a consigliare questa indicazione. Che incontrerebbe il desiderio dello stesso Passera di cambiare azienda e settore, non trovando più in Intesa, dopo la fusione col San Paolo, stimoli a continuare.
La nomina si farà quando sarà stato individuato il suo successore in Intesa. È a questo proposito che il nome di Matteo Arpe è emerso, l’ultimo dei giovani innovatori della grande banca, dopo Profumo e lo stesso Passera. Arpe aveva a suo tempo contrastato con durezza, da amministratore delegato di Capitalia-Banca di Roma, il passaggio del gruppo romano a Intesa. Ma di questo non gli farebbe colpa Bazoli, che di Intesa è a tutti gli effetti il dominus: il mancato acquisto di Capitalia viene addebitato in Intesa alla resistenza di Cesare Geronzi, dominus del gruppo romano incontrastato. La nomina del nuovo ad del resto Bazoli deve ora contrattare con i suoi nuovi soci di Torino. E questa inaspettatamente sarebbe la carta più a favore di Arpe: consentire a Bazoli di chiudere la falla prima ancora che si apra.
mercoledì 11 giugno 2008
Contro Veltroni da destra e da sinistra
Non c’è solo l’ex Margherita a scendere in campo sempre più dichiaratamente contro Veltroni. Anche i prodiani hanno la loro da dire. E comunque il leader del partito Democratico non si fa illusioni, a sentire i suoi collaboratori: si sente pressato da destra, per dire, e da sinistra. Per sinistra intendendo Arturo Parisi e i prossimo collaboratori di Prodi, tra essi il suo ex consulente per gli affari a palazzo Chigi, Angelo Rovati. Più una parte dei Ds, quelli che Veltroni aveva silurato nelle federazioni locali e nelle candidature e che tra elezioni amministrative e organi locali si stanno prendendo numerose rivincite. Un’alleanza tra Prodi e questa sinistra ex Ds, quasi bertinottiana, sembra impensabile, e tuttavia c’è già stata dieci anni fa, c’è stata nel 2006, e non è lontana oggi. Rovati, che ha voluto far sapere di non avere votato Pd, è più di Parisi un avversario acceso di Veltroni.
La saldatura è possibile sul tema Berlusconi. Anche Prodi è convinto che l’antiberlusconismo non paghi più. Forse in modo espediente, preparandosi personalmente la successione al Quirinale al presidente Napolitano tra quattro anni. Sul tema delle riforme istituzionali, però, per le quali l’incontro Pd-Pdl sembra maturo, Prodi dissente su più di un punto. Altri punti sensibili sarebbero la sicurezza (dai clandestini alle intercettazioni) e il mercato del lavoro. Su questi punti Prodi non ha proposte diverse da quelle del governo, ma si aspetta che Veltroni si logori in un’opposizione che non potrà essere credibile dal momento che l’asse della sua politica è fare anzitutto le riforme. Insomma, un’opposizione articolata e attendista. Ma non per molto, si assicura.
Le critiche a Veltroni sono più di una fronda, ogni giorno montando di livello. A livello nazionale si anno sentire in interviste e nei talk show, anche con un certo compiacimento. Ma sono più forti, se possibile, comunque più insidiose, a livello locale.
La saldatura è possibile sul tema Berlusconi. Anche Prodi è convinto che l’antiberlusconismo non paghi più. Forse in modo espediente, preparandosi personalmente la successione al Quirinale al presidente Napolitano tra quattro anni. Sul tema delle riforme istituzionali, però, per le quali l’incontro Pd-Pdl sembra maturo, Prodi dissente su più di un punto. Altri punti sensibili sarebbero la sicurezza (dai clandestini alle intercettazioni) e il mercato del lavoro. Su questi punti Prodi non ha proposte diverse da quelle del governo, ma si aspetta che Veltroni si logori in un’opposizione che non potrà essere credibile dal momento che l’asse della sua politica è fare anzitutto le riforme. Insomma, un’opposizione articolata e attendista. Ma non per molto, si assicura.
Le critiche a Veltroni sono più di una fronda, ogni giorno montando di livello. A livello nazionale si anno sentire in interviste e nei talk show, anche con un certo compiacimento. Ma sono più forti, se possibile, comunque più insidiose, a livello locale.
Niente buco se il giornale non lo dice
Roma è in dissesto per 7,2 oppure per nove miliardi? Per nove, non c’è dubbio. E non perché la cifra l’ha registrata qualche mese fa questo sito, ma perché un segreto che tutti sanno. Non lo dicono, però, ecco, la notizia è questa. Un po’ come quando la tv esplose con “Lascia o raddoppia” e al “Corriere della sera” si decise, con fastidio, che se il giornale non ne parlava era tanto meglio. È così che il lettore di sinistra, che compra il suo giornale ogni mattina, il “Corriere della sera” o “La Repubblica”, e diligentemente lo legge, non sa nulla di questo. Al più sa che c’è un nuovo sindaco, uno di destra, che vorrebbe far fallire il suo Comune. Insomma, la solita fastidiosa bega tra destra e sinistra. Ma non si sa: è il lettore di sinistra che vuole il giornale come il rosario, noto, ripetitivo e elogiativo? o è il giornale che, in tema di santi, sa solo dire il rosario?
Il buco potrebbe essere maggiore in dipendenza dai derivati che a mano a mano vengono a scadenza, e dal difficoltoso recupero di due milioni di cartelle pazze da parte di Equitalia, l’esattoria del Tesoro. Sarà comunque maggiore con le perdite di aziende comunali che peraltro non brillano per i servizi, come i trasporti e la spazzatura. E purtroppo, destra o sinistra che sia, è il risultato di una gestione della più grande città italiana ridotta a santificare i sindaci Rutelli e Veltroni, la loro immagine e carriera politica. I nove miliardi che mancano non sono stati naturalmente spesi per la gloria dei sindaci, forse nemmeno novecento milioni. Ma non c’è stata a Roma altra politica per quindici anni, non di bilancio né d’investimento, che non fosse il passaggio politico di Rutelli e di Veltroni ogni giorno sui giornali. Un po’ come nel Terzo mondo, che lo scià, il generale, il chief ogni giorno deve campeggiare in prima pagina. Veltroni giunse, un giorno di magra, a dotare una signorina della borgata Finocchio, che ne fu molto sorpresa – dotare nel senso di costituire la dote per il matrimonio.
I nove miliardi che mancano non sono stati naturalmente spesi per la gloria dei sindaci, forse nemmeno novecento milioni. Ma non c’è stata a Roma altra politica per quindici anni, non di bilancio né d’investimento, che non fosse il passaggio politico di Rutelli e di Veltroni ogni giorno sui giornali. Un po’ come nel Terzo mondo, che lo scià, il generale, il chief ogni giorno deve campeggiare in prima pagina. Veltroni giunse, un giorno di magra, a dotare una signorina della borgata Finocchio, che ne fu molto sorpresa – dotare nel senso di costituire la dote per il matrimonio.
La politica scantona: se Alemanno non s’è inventato il “buco”, se Roma non si sta fregando altri spiccioli dello Stato, se una gigantesca liquidazione non è in corso, una caccia alle streghe, se il debito non era già di Rutelli, o già di Carraro, se non Argan,o del sindaco Nathan, ecc.. Il solito gigantesco gioco dei quattro cantoni, anche della destra contro la destra e della sinistra contro la sinistra. Solo la giustizia se ne disinteressa. Il fatto c’è, la notizia di reato è perfino troppo corposa. Ma la Corte dei conti non sa nulla e non si interessa del “buco” di Roma. La giustizia ordinaria, che ci ritroviamo purtroppo anche in camera da letto, e intercetta perfino i rumori molesti del bagno, neppure.
La corruzione nelle nostre città è lampante. È minuta e all’ingrosso, è quotidiana, è spudorata, è normale. A partire dai comportamenti, l’uso privato del fax in ufficio (il popolo dei fax di certa sinistra) e, carissimo, del cellulare aziendale, specie se pubblico, o dai miniappalti apparentemente innocui, ma si guadagnano migliaia di euro producendo soltanto adesivi, per il Comune, la Provincia, la Regione. Tutto quello che oltralpe semplicemente non è tollerato, dalla Spagna alla Finlandia. Solo per la giustizia la corruzione non c’è. Se non è espediente al destra-sinistra, al piccolo cabotaggio politico. La giustizia essendo essa stessa il perno della corruzione, per gli interessi privati (consulenze, incarichi istituzionali, giudizi extragiudiziali), per le omissioni e collusioni politiche, per le persecuzioni, per i carrierismi, spesso loschi, altre volte spietati, sempre sfrontati, per l’impunità eretta a garanzia costituzionale.
Il buco potrebbe essere maggiore in dipendenza dai derivati che a mano a mano vengono a scadenza, e dal difficoltoso recupero di due milioni di cartelle pazze da parte di Equitalia, l’esattoria del Tesoro. Sarà comunque maggiore con le perdite di aziende comunali che peraltro non brillano per i servizi, come i trasporti e la spazzatura. E purtroppo, destra o sinistra che sia, è il risultato di una gestione della più grande città italiana ridotta a santificare i sindaci Rutelli e Veltroni, la loro immagine e carriera politica. I nove miliardi che mancano non sono stati naturalmente spesi per la gloria dei sindaci, forse nemmeno novecento milioni. Ma non c’è stata a Roma altra politica per quindici anni, non di bilancio né d’investimento, che non fosse il passaggio politico di Rutelli e di Veltroni ogni giorno sui giornali. Un po’ come nel Terzo mondo, che lo scià, il generale, il chief ogni giorno deve campeggiare in prima pagina. Veltroni giunse, un giorno di magra, a dotare una signorina della borgata Finocchio, che ne fu molto sorpresa – dotare nel senso di costituire la dote per il matrimonio.
I nove miliardi che mancano non sono stati naturalmente spesi per la gloria dei sindaci, forse nemmeno novecento milioni. Ma non c’è stata a Roma altra politica per quindici anni, non di bilancio né d’investimento, che non fosse il passaggio politico di Rutelli e di Veltroni ogni giorno sui giornali. Un po’ come nel Terzo mondo, che lo scià, il generale, il chief ogni giorno deve campeggiare in prima pagina. Veltroni giunse, un giorno di magra, a dotare una signorina della borgata Finocchio, che ne fu molto sorpresa – dotare nel senso di costituire la dote per il matrimonio.
La politica scantona: se Alemanno non s’è inventato il “buco”, se Roma non si sta fregando altri spiccioli dello Stato, se una gigantesca liquidazione non è in corso, una caccia alle streghe, se il debito non era già di Rutelli, o già di Carraro, se non Argan,o del sindaco Nathan, ecc.. Il solito gigantesco gioco dei quattro cantoni, anche della destra contro la destra e della sinistra contro la sinistra. Solo la giustizia se ne disinteressa. Il fatto c’è, la notizia di reato è perfino troppo corposa. Ma la Corte dei conti non sa nulla e non si interessa del “buco” di Roma. La giustizia ordinaria, che ci ritroviamo purtroppo anche in camera da letto, e intercetta perfino i rumori molesti del bagno, neppure.
La corruzione nelle nostre città è lampante. È minuta e all’ingrosso, è quotidiana, è spudorata, è normale. A partire dai comportamenti, l’uso privato del fax in ufficio (il popolo dei fax di certa sinistra) e, carissimo, del cellulare aziendale, specie se pubblico, o dai miniappalti apparentemente innocui, ma si guadagnano migliaia di euro producendo soltanto adesivi, per il Comune, la Provincia, la Regione. Tutto quello che oltralpe semplicemente non è tollerato, dalla Spagna alla Finlandia. Solo per la giustizia la corruzione non c’è. Se non è espediente al destra-sinistra, al piccolo cabotaggio politico. La giustizia essendo essa stessa il perno della corruzione, per gli interessi privati (consulenze, incarichi istituzionali, giudizi extragiudiziali), per le omissioni e collusioni politiche, per le persecuzioni, per i carrierismi, spesso loschi, altre volte spietati, sempre sfrontati, per l’impunità eretta a garanzia costituzionale.
lunedì 9 giugno 2008
Voglia bianca di correre soli in Europa
Non è stato il deficit di proposta a penalizzare il Pd, secondo i bianchi del partito, ma il centralismo democratico di Veltroni. E il dopo elezioni è conforme: il leader del Pd va avanti come uno schiacciasassi su una strada che non può che essere perdente, alienando agli ex popolari e ex Margherita i politici locali e portatori di voti. L’irritazione monta col passare delle settimane, senza che Veltroni dia cenni di voler mutare linea o atteggiamento. E si condensa in in un antiveltronismo ogni giorno più duro e meno dissimulato. Con Veltroni rimangono Franceschini, i candidati sindaci suonati e suonaturi, di Roma, Massa, Livorno, Napoli, eccetera, e pochi altri - forse nemmeno l’incognito ubiquo Follini: Marini, Bindi, Fioroni, e Prodi naturalmente, con Parisi, e gli altri vedovi dell’Ulivo scalpitano.
Non ci sono molte vie d’uscita: tra i leader bianchi non ci sono molte idee per uscire dall’impasse. Non c’è nemmeno molta sintonia tra di essi, non si può parlare di un fronte contro i veltroniani. Quello bianco è come un gregge tutto di montoni, e allo sbando. Ma un’esigenza sta emergendo, al loro modo obliquo, trasversale, detta e non detta, ma sempre più chiara: smarcarsi. Contarsi da soli, far riemergere l’orgoglio ex popolare. L’appuntamento sono le elezioni europee, dove il voto è effettivamente libero, sganciato dai ricatti - il potere, il voto utile. E l’idea è di riuscire nell’occasione a rendersi nuovamente visibili. Senza scissioni, ma con una distinta identità – identità è ora la parola chiave tra i cattolici del Pd.
La componente bianca del Pd sa di essere comunque legata al progetto del partito e non valuta, non ne discute nemmeno, di uscirne. Ma è altrettanto unanime e sicura di dover dare sfidare Veltroni per non perdere definitivamente la base elettorale. Che è sempre compatta nell’antiberlusconismo, ma è pure antiveltronista. L’idea è venuta nelle discussioni croniche sull’adesione o non adesione del Pd al Partito Socialista Europe. A un certo punto uno sdoppiamento delle appartenenze è stato prospettato, che però è impraticabile. Anche perché il Partito Popolare Europeo è saldamente legato al vincente Berlusconi. Ma uno sdoppiamento delle liste si pensa che sia possibile, con un logo, un marchio, che identifichi la parte ex Dc del partito Democratico.
Non ci sono molte vie d’uscita: tra i leader bianchi non ci sono molte idee per uscire dall’impasse. Non c’è nemmeno molta sintonia tra di essi, non si può parlare di un fronte contro i veltroniani. Quello bianco è come un gregge tutto di montoni, e allo sbando. Ma un’esigenza sta emergendo, al loro modo obliquo, trasversale, detta e non detta, ma sempre più chiara: smarcarsi. Contarsi da soli, far riemergere l’orgoglio ex popolare. L’appuntamento sono le elezioni europee, dove il voto è effettivamente libero, sganciato dai ricatti - il potere, il voto utile. E l’idea è di riuscire nell’occasione a rendersi nuovamente visibili. Senza scissioni, ma con una distinta identità – identità è ora la parola chiave tra i cattolici del Pd.
La componente bianca del Pd sa di essere comunque legata al progetto del partito e non valuta, non ne discute nemmeno, di uscirne. Ma è altrettanto unanime e sicura di dover dare sfidare Veltroni per non perdere definitivamente la base elettorale. Che è sempre compatta nell’antiberlusconismo, ma è pure antiveltronista. L’idea è venuta nelle discussioni croniche sull’adesione o non adesione del Pd al Partito Socialista Europe. A un certo punto uno sdoppiamento delle appartenenze è stato prospettato, che però è impraticabile. Anche perché il Partito Popolare Europeo è saldamente legato al vincente Berlusconi. Ma uno sdoppiamento delle liste si pensa che sia possibile, con un logo, un marchio, che identifichi la parte ex Dc del partito Democratico.
Amori disincarnati della Duras
Esemplare Duras fin dagli inizi, dalla cruda lunga memoria della madre e di Léo-M.Jo, il personaggio del suo primo amore (e di tanti libri) a sedici anni, ricchissimo ma annamita, e perciò invisibile. I tre quaderni “ritrovati” (in realtà già per metà pubblicati nel 1986 nel “Dolore”) sono qui pubblicati non in ordine storico, di composizione, ma presumibilmente per qualità di lettura – il primo quaderno, di fine anni Trenta, viene per ultimo. E tuttavia il marchio Duras è fluido e felice fin dall’inizio, quando ancora lei si vedeva moglie e amante di scrittori.
Esemplare è nel primo di questi “Quaderni” il primo corpo a corpo con la famiglia che sarà uno dei temi narrativi maggiori di Marguerite Duras, con la madre e i due fratelli, e con la vita in colonia, dei francesi che in Indocina come in Algeria si abbrutirono e perfino si declassarono. È un testo del 1943, e potrebbe essere la prima prova narrativa della ventinovenne Margherite, anche se nello stesso anno risulta aver debuttato nell’editoria maggiore con “Les Impudents” e l’anno successivo con “La vita tranquilla”. Il racconto della famiglia, che serpeggerà in tutta la narrativa, è qui molto esplicito. Vendicativo forse: ne va della sopravvivenza della scrittrice, al momento in cui ha iniziato una vita totalmente diversa. Con pagine d’antologia: l’inutile lotta contro le maree, la figlia immacolata da picchiare regolarmente, che è la stessa Marguerite, la letteratura dell’infanzia, la scuola, la virilità della maternità, “se per virilità s’intende l’sercizio violento della libertà”.
Il libro, composto da tre quaderni redatti tra il 1943 e il 1948, è un magazzino della Duras romanziera. Meglio un ouvroir, cui Marguerite attingerà i motivi principali, e anche interi testi, di tre filoni di romanzi. Una tavola delle concordanze e un indice dei nomi, reali e d’invenzione, ne facilitano al lettore il reperimento. I due blocchi più lunghi riguardano uno l’esperienza in Indocina (“L’amante”, “La diga”), l’altro la tarda pubblicazione, già allora giustificata dal reperimento di taccuini dispersi, sul ritorno del marito Robert Anselme dalla detenzione a Dachau alla libertà a Parigi, dove Marguerite si era fatta un'altra vita con Dionys Mascolo. Tema che, con molte precauzioni, Marguerite ha elaborato ne “I cavallini di Tarquinia” e, a generi rovesciati, ne “Il Marinaio di Gibilterra”. E poi ne “Il dolore”, pubblicato tardi, nel 1985. Corredato da testi che qui si ripubblicano, “Ter le milicien” e “Albert des capitales”, materiali di un romanzo alla Fenoglio sui giorni finali della Resistenza, che la scrittrice non ha pubblicato, e forse non ha scritto.
L’invenzione dell’“Amante”
Il primo-ultimo gruppo di appunti svela forse da sé uno dei misteri che i biografi di Marguerite Duras non riescono a penetrare, la sua famiglia e la sua Indocina. Perché la sua vita fino a vent'anni è più d'invenzione che non. Compreso l'amante "cinese", che in uno dei quaderni ha molte scene, ed è il figlio degenere di un ricco imprenditore annamita, mentre in un altro è un piantatore del Nord (Vietnam) meticcio. E cioè, in francese, è mezzo europeo. Nel primo (qui ultimo) quaderno leggibile della fitura scrittrice, ricondotto al 1938-39, si pala del padre che muore di consunzione, nella sua vila, in un parco, bene accudito da fedeli domestici, nella valle del Dropt. Una zona poco nota dell'Aquitania, di grande attrattiva storica e ambientale, da uno dei cui toponimi, il castello di Duras, molto vivibile, fine Cinquecento, e molto monumentale, Marguerite prenderà il nome d'arte. Il padre morto la madre vorrebbe poi riseppellire in un'altra tenuta di famiglia.
Un capitolo dei “Quaderni” è intitolato “Ricordi d’Italia”. Non lungo, in questi diari l’Italia è poca, ma è densa. Come ogni esperienza, anche minima, di Marguerite Duras. E darà esca al secondo filone di romanzi autobiografici. Una vacanza estiva a Bocca di Magra nel 1946, con Robert e Dionys, e con Elio Vittorini e la sua ammiratissima moglie Ginetta, qui si ritrova già "scritta", in abbozzi che la scrittrice capitalizzerà ne “I cavallini” e “Il marinaio”. Più un ritratto a tutto tondo di Dionys Mascolo, col quale la scrittrice avrà il figlio Jean, che s'intestardisce a fare il bagno nella libecciata, dove più spesso si muore, e probabilmente, da solo, di nascosto, lo ha fatto.
Esemplari sono, questi “Quaderni”, della scrittura disincarnata che sarà la cifra di Marguerite Duras. L’ombra è erotica. Firenze è senza alberi. C’è il senso della morte nel bagno di sole. Il senso di colpa per il marito partigiano, dimenticato dai tedeschi nel lager e dalla stessa Marguerite a letto con Dionys, è nella sua diarrea insistente, quasi una voglia di morte del sopravvissuto, o di spurgo della vita anteriore.
La fisicità della letteratura
Duras ha una scrittura sua, nella posterità, immune alla Duras pubblica, dei film, la politica, il femminismo, che qui emerge a tutto rilievo. Duras è una scrittrice che, benché coinvolta praticamente in tutto, dal giornalismo alle elezioni, dalle polemiche quotidiane agli amori senili, e in un purismo Pcf da neofita, fino all’antigollismo (benché il Partito l’abbia processata per immoralità, per il rapporto a tre con Antelme e Mascolo), ne è completamente distaccata. In un certo senso lei stessa la individua - la sua scrittura - in una pagina che si vuole frivola e seria, in cui la sua posizione nella vita e l’amore fa risalire a due letture dell’adolescenza, “Magalì” di Delly e Dostoevskij. A Dostoevski attribuisce “la tendenza che ho ancora a preferire l’opera d’ispirazione a ogni altra, e a disistimare l’intelligenza”. Il che è vero al contrario – e il contesto dice che la Duras questo intende dire: il suo sguardo è dell’anatomista.
Un’altra conferma è nel diario italiano. Il primo episodio è la nascita del figlio morto avuto col marito Robert. Un episodio successivo è il progetto di una nuova maternità con l’amante Dionys, nel momento in cui il rapporto si scioglie, a ricordo di un amore finito. Pezzi di bravura, ma da anatomista, della gestazione, del parto, della crisi di coppia: tutto per la letteratura. Non solo gli eventi (aneddoti) e la memoria, ma le cose e il sangue stesso sono in quanto materia di manipolazione letteraria, di scrittura. A pochi anni data, è la scrittura che soverchia e anzi annulla il personaggio, e non il contrario, come sembrava in vita.
La cifra Duras è la fisicità in ogni aspetto, la luce (l’ombra), il presentimento, dell’infelicità, della felicità, il parto, la morte al parto, il ritorno dal lager, qui raccontato due volte, del marito, e la merda, un mese di merda di uno che solo si nutre di liquidi ed è pelle e ossa, e ribolle, verde, putrida, un’espulsione simbolica di tutto il male introiettato, dopodichè la fame ritorna, insaziata. La disincarnazione della carne. Degli amori, materno, fraterno, clandestino e come prostituito, di coppia, filiale, della maternità, della morte nella maternità, del senso della vita nella morte, del declassamento, che essa risente e forse ne ha segnato la vita fino al successo letterario, per una sorta di follia materna come quella gaddiana.
Margherite Duras, Quaderni della guerra e altri scritti, Feltrinelli, pp.326, € 19,50
Esemplare è nel primo di questi “Quaderni” il primo corpo a corpo con la famiglia che sarà uno dei temi narrativi maggiori di Marguerite Duras, con la madre e i due fratelli, e con la vita in colonia, dei francesi che in Indocina come in Algeria si abbrutirono e perfino si declassarono. È un testo del 1943, e potrebbe essere la prima prova narrativa della ventinovenne Margherite, anche se nello stesso anno risulta aver debuttato nell’editoria maggiore con “Les Impudents” e l’anno successivo con “La vita tranquilla”. Il racconto della famiglia, che serpeggerà in tutta la narrativa, è qui molto esplicito. Vendicativo forse: ne va della sopravvivenza della scrittrice, al momento in cui ha iniziato una vita totalmente diversa. Con pagine d’antologia: l’inutile lotta contro le maree, la figlia immacolata da picchiare regolarmente, che è la stessa Marguerite, la letteratura dell’infanzia, la scuola, la virilità della maternità, “se per virilità s’intende l’sercizio violento della libertà”.
Il libro, composto da tre quaderni redatti tra il 1943 e il 1948, è un magazzino della Duras romanziera. Meglio un ouvroir, cui Marguerite attingerà i motivi principali, e anche interi testi, di tre filoni di romanzi. Una tavola delle concordanze e un indice dei nomi, reali e d’invenzione, ne facilitano al lettore il reperimento. I due blocchi più lunghi riguardano uno l’esperienza in Indocina (“L’amante”, “La diga”), l’altro la tarda pubblicazione, già allora giustificata dal reperimento di taccuini dispersi, sul ritorno del marito Robert Anselme dalla detenzione a Dachau alla libertà a Parigi, dove Marguerite si era fatta un'altra vita con Dionys Mascolo. Tema che, con molte precauzioni, Marguerite ha elaborato ne “I cavallini di Tarquinia” e, a generi rovesciati, ne “Il Marinaio di Gibilterra”. E poi ne “Il dolore”, pubblicato tardi, nel 1985. Corredato da testi che qui si ripubblicano, “Ter le milicien” e “Albert des capitales”, materiali di un romanzo alla Fenoglio sui giorni finali della Resistenza, che la scrittrice non ha pubblicato, e forse non ha scritto.
L’invenzione dell’“Amante”
Il primo-ultimo gruppo di appunti svela forse da sé uno dei misteri che i biografi di Marguerite Duras non riescono a penetrare, la sua famiglia e la sua Indocina. Perché la sua vita fino a vent'anni è più d'invenzione che non. Compreso l'amante "cinese", che in uno dei quaderni ha molte scene, ed è il figlio degenere di un ricco imprenditore annamita, mentre in un altro è un piantatore del Nord (Vietnam) meticcio. E cioè, in francese, è mezzo europeo. Nel primo (qui ultimo) quaderno leggibile della fitura scrittrice, ricondotto al 1938-39, si pala del padre che muore di consunzione, nella sua vila, in un parco, bene accudito da fedeli domestici, nella valle del Dropt. Una zona poco nota dell'Aquitania, di grande attrattiva storica e ambientale, da uno dei cui toponimi, il castello di Duras, molto vivibile, fine Cinquecento, e molto monumentale, Marguerite prenderà il nome d'arte. Il padre morto la madre vorrebbe poi riseppellire in un'altra tenuta di famiglia.
Un capitolo dei “Quaderni” è intitolato “Ricordi d’Italia”. Non lungo, in questi diari l’Italia è poca, ma è densa. Come ogni esperienza, anche minima, di Marguerite Duras. E darà esca al secondo filone di romanzi autobiografici. Una vacanza estiva a Bocca di Magra nel 1946, con Robert e Dionys, e con Elio Vittorini e la sua ammiratissima moglie Ginetta, qui si ritrova già "scritta", in abbozzi che la scrittrice capitalizzerà ne “I cavallini” e “Il marinaio”. Più un ritratto a tutto tondo di Dionys Mascolo, col quale la scrittrice avrà il figlio Jean, che s'intestardisce a fare il bagno nella libecciata, dove più spesso si muore, e probabilmente, da solo, di nascosto, lo ha fatto.
Esemplari sono, questi “Quaderni”, della scrittura disincarnata che sarà la cifra di Marguerite Duras. L’ombra è erotica. Firenze è senza alberi. C’è il senso della morte nel bagno di sole. Il senso di colpa per il marito partigiano, dimenticato dai tedeschi nel lager e dalla stessa Marguerite a letto con Dionys, è nella sua diarrea insistente, quasi una voglia di morte del sopravvissuto, o di spurgo della vita anteriore.
La fisicità della letteratura
Duras ha una scrittura sua, nella posterità, immune alla Duras pubblica, dei film, la politica, il femminismo, che qui emerge a tutto rilievo. Duras è una scrittrice che, benché coinvolta praticamente in tutto, dal giornalismo alle elezioni, dalle polemiche quotidiane agli amori senili, e in un purismo Pcf da neofita, fino all’antigollismo (benché il Partito l’abbia processata per immoralità, per il rapporto a tre con Antelme e Mascolo), ne è completamente distaccata. In un certo senso lei stessa la individua - la sua scrittura - in una pagina che si vuole frivola e seria, in cui la sua posizione nella vita e l’amore fa risalire a due letture dell’adolescenza, “Magalì” di Delly e Dostoevskij. A Dostoevski attribuisce “la tendenza che ho ancora a preferire l’opera d’ispirazione a ogni altra, e a disistimare l’intelligenza”. Il che è vero al contrario – e il contesto dice che la Duras questo intende dire: il suo sguardo è dell’anatomista.
Un’altra conferma è nel diario italiano. Il primo episodio è la nascita del figlio morto avuto col marito Robert. Un episodio successivo è il progetto di una nuova maternità con l’amante Dionys, nel momento in cui il rapporto si scioglie, a ricordo di un amore finito. Pezzi di bravura, ma da anatomista, della gestazione, del parto, della crisi di coppia: tutto per la letteratura. Non solo gli eventi (aneddoti) e la memoria, ma le cose e il sangue stesso sono in quanto materia di manipolazione letteraria, di scrittura. A pochi anni data, è la scrittura che soverchia e anzi annulla il personaggio, e non il contrario, come sembrava in vita.
La cifra Duras è la fisicità in ogni aspetto, la luce (l’ombra), il presentimento, dell’infelicità, della felicità, il parto, la morte al parto, il ritorno dal lager, qui raccontato due volte, del marito, e la merda, un mese di merda di uno che solo si nutre di liquidi ed è pelle e ossa, e ribolle, verde, putrida, un’espulsione simbolica di tutto il male introiettato, dopodichè la fame ritorna, insaziata. La disincarnazione della carne. Degli amori, materno, fraterno, clandestino e come prostituito, di coppia, filiale, della maternità, della morte nella maternità, del senso della vita nella morte, del declassamento, che essa risente e forse ne ha segnato la vita fino al successo letterario, per una sorta di follia materna come quella gaddiana.
Margherite Duras, Quaderni della guerra e altri scritti, Feltrinelli, pp.326, € 19,50
domenica 8 giugno 2008
Filologia e (dis)inganno
Carlo Ossola distrugge sul “Sole 24 Ore” oggi l’esercitazione di Luciano Canfora sulla lettura dei testi sacri (il recente “Filologia e libertà” del fluviale antichista), affettuosamente, amichevolmente, con una lettera. Che pubblica con evidenza. Esemplare della libertà critica del filologo?
E fa un riferimento a "narrazioni biografiche sulla persona del fondatore della setta (Gesù)”. Il cristianesimo una setta?
La “verità del testo”? Ancora? Non era l’arma delle tirannie?
Pensavamo di essere usciti da “Cos’ha detto veramente Marx” e “Cos’ha detto Lenin”, e siamo a “Cos’ha detto Gesù”. O Canfora?
Di che si parla? La filologia critica applicata alla filologia?
E fa un riferimento a "narrazioni biografiche sulla persona del fondatore della setta (Gesù)”. Il cristianesimo una setta?
La “verità del testo”? Ancora? Non era l’arma delle tirannie?
Pensavamo di essere usciti da “Cos’ha detto veramente Marx” e “Cos’ha detto Lenin”, e siamo a “Cos’ha detto Gesù”. O Canfora?
Di che si parla? La filologia critica applicata alla filologia?
Il nemico risponde, l'America non capisce
La Germania sconfitta risponde, l’America non capisce
Un’inchiesta molto citata, sulla Germania negli ultimi mesi di guerra vista dal di dentro, fa capire che la storia dev’essere ancora scritta, sulla Germania in guerra e nella sconfitta, dopo la prima reazione irritata.
Saul Padover non è il primo venuto: al tempo della sua inchiesta in Germania, nel 1944-45, al seguito delle truppe americane, aveva quarant’anni. Benché emigrato da Vienna coi genitori nel 1920, aveva fatto studi nelle migliori università americane, Yale e Chicago. E benché di famiglia ebraica, aveva all’attivo studi apprezzati di medievistica. Dopo questa ricerca sulla mentalità tedesca per conto dei servizi d’informazione americani, di cui era coscritto, condotta con quotidiane interviste con la gente comune, insegnerà Scienza politica a New York e pubblicherà apprezzate biografie di Marx e Jefferson, e antologie di Madison e Nehru. Ma gli sfugge, benché gli venga ripetutamente spiegato da molti dei tedeschi che interroga, il disegno, tedesco e forse anche americano, di uscire “da destra” dalla sconfitta. Questa possibilità non c’è, c’è solo, per Padover, l’ipocrisia e la nullità politica dei tedeschi: tutti i suoi interlocutori sono piagnucolosi e pieni di autocommiserazione. Un’opinione che non varrebbe nemmeno la pena di rilevare se non fosse stata a lungo prevalente e anzi unica sulla Germania alla fine di Hitler.
Padover registra bene ma non capisce. Il capitolo 45, l’incontro col vescovo di Aquisgrana, è un momento di estrema lucidità, una lezione di politica e di storia esemplare: Padover la registra ma non la capisce, il vescovo riduce a uno che si dice povero ma porta al dito un ametista “grosso come un uovo di pettirosso”, e chissà quali nefandezze nasconde. Due capitoli prima il borgomastro di Aquisgrana, Oppenhoff, era stato anch’egli singolarmente chiaro sull’esigenza di creare una Germania, magari divisa, ma antisovietica e anticomunista, e sul suo destino personale – sarà ucciso in un attentato come prevedeva, sapendosi minacciato. Padover riferisce, anche dell’attentato, ma senza capire. La sua capacità critica si ferma al politicamente corretto: la Germania è stata nazista? quindi dev’essere socialista. I tanti socialisti che incontra non lo seguono su questa strada, ma non importa, sono i soliti tedeschi inutili.
Il libro ha alcuni squarci di verità, soprattutto sulla mentalità della superiorità, persistente nella sconfitta – e dopo, nel viaggio ormai troppo lungo dell’Unione europea. Il saccheggio vile del castello di Paderborn. I quadri di pelle umana della moglie ninfomane di Koch, il capo del lager di Buchenwald. La vanità di Montgomery, il maresciallo che voleva essere il primo ad attraversare il Reno: siccome il mite Bradley lo precedette, essendosi trovato a sorpresa non minato il ponte di Remagen, l’inglese stava per dichiaragli guerra.
Ma l’incapacità a capire toglie il respiro. L’effetto è moltiplicato dalla riedizione nel 2003 di un libro del 1946, per di più reperibile ora ai Remainders, che danno un’idea di sopravvissuto. E dall’idea che la stessa incapacità a capire sia applicata ora in Iraq e Afghanistan. Che il miracolo della liberazione e della solida costituzione in Italia sia solo l’effetto della solida Resistenza.
Saul K. Padover, L’anno zero, Utet Libreria, pp.367, € 9,25 (Librerie Libraccio-www.ibs.it)
Un’inchiesta molto citata, sulla Germania negli ultimi mesi di guerra vista dal di dentro, fa capire che la storia dev’essere ancora scritta, sulla Germania in guerra e nella sconfitta, dopo la prima reazione irritata.
Saul Padover non è il primo venuto: al tempo della sua inchiesta in Germania, nel 1944-45, al seguito delle truppe americane, aveva quarant’anni. Benché emigrato da Vienna coi genitori nel 1920, aveva fatto studi nelle migliori università americane, Yale e Chicago. E benché di famiglia ebraica, aveva all’attivo studi apprezzati di medievistica. Dopo questa ricerca sulla mentalità tedesca per conto dei servizi d’informazione americani, di cui era coscritto, condotta con quotidiane interviste con la gente comune, insegnerà Scienza politica a New York e pubblicherà apprezzate biografie di Marx e Jefferson, e antologie di Madison e Nehru. Ma gli sfugge, benché gli venga ripetutamente spiegato da molti dei tedeschi che interroga, il disegno, tedesco e forse anche americano, di uscire “da destra” dalla sconfitta. Questa possibilità non c’è, c’è solo, per Padover, l’ipocrisia e la nullità politica dei tedeschi: tutti i suoi interlocutori sono piagnucolosi e pieni di autocommiserazione. Un’opinione che non varrebbe nemmeno la pena di rilevare se non fosse stata a lungo prevalente e anzi unica sulla Germania alla fine di Hitler.
Padover registra bene ma non capisce. Il capitolo 45, l’incontro col vescovo di Aquisgrana, è un momento di estrema lucidità, una lezione di politica e di storia esemplare: Padover la registra ma non la capisce, il vescovo riduce a uno che si dice povero ma porta al dito un ametista “grosso come un uovo di pettirosso”, e chissà quali nefandezze nasconde. Due capitoli prima il borgomastro di Aquisgrana, Oppenhoff, era stato anch’egli singolarmente chiaro sull’esigenza di creare una Germania, magari divisa, ma antisovietica e anticomunista, e sul suo destino personale – sarà ucciso in un attentato come prevedeva, sapendosi minacciato. Padover riferisce, anche dell’attentato, ma senza capire. La sua capacità critica si ferma al politicamente corretto: la Germania è stata nazista? quindi dev’essere socialista. I tanti socialisti che incontra non lo seguono su questa strada, ma non importa, sono i soliti tedeschi inutili.
Il libro ha alcuni squarci di verità, soprattutto sulla mentalità della superiorità, persistente nella sconfitta – e dopo, nel viaggio ormai troppo lungo dell’Unione europea. Il saccheggio vile del castello di Paderborn. I quadri di pelle umana della moglie ninfomane di Koch, il capo del lager di Buchenwald. La vanità di Montgomery, il maresciallo che voleva essere il primo ad attraversare il Reno: siccome il mite Bradley lo precedette, essendosi trovato a sorpresa non minato il ponte di Remagen, l’inglese stava per dichiaragli guerra.
Ma l’incapacità a capire toglie il respiro. L’effetto è moltiplicato dalla riedizione nel 2003 di un libro del 1946, per di più reperibile ora ai Remainders, che danno un’idea di sopravvissuto. E dall’idea che la stessa incapacità a capire sia applicata ora in Iraq e Afghanistan. Che il miracolo della liberazione e della solida costituzione in Italia sia solo l’effetto della solida Resistenza.
Saul K. Padover, L’anno zero, Utet Libreria, pp.367, € 9,25 (Librerie Libraccio-www.ibs.it)
Monta tra i bianchi l'antiveltronismo
Il malessere degli ex Dc nel partito Democratico comincia a perforare la corazza dei militi del partito Democratico. Perché è diventato via via più acido col passare dei giorni dalla batosta del 13 aprile. Che si è avuta al centro, per la fuga del voto confessionale nell’astensione, in Casini, in Lombardo, in chicchessia meno che in Veltroni. Alla cui arroganza la batosta viene ascritta: non è più mugugno, è accusa aperta nelle riunioni degli amici. Nessuna tentazione di guardare al Centro, di Casini o chi si voglia, l’antiberlusconismo dei bianchi rimane ferreo. Ma monta, seppure sordo, una sorta di antiveltronismo.
Il conto dei flussi di voto è devastante per i bianchi del Pd. Che delle tre grandi aree dove il partito è franato, il Nord-Est, area milanese, Roma, ha tenuto solo nella prima. Nell’arco dalle Prealpi lombarde a Trieste, passando per il Triveneto, l’ex Margherita ha tenuto. A Milano-Lodi-Monza, dove la sinistra Dc vent’anni fa aveva mezzo milione di voti, il 13 aprile non è arrivata a 200 mila, a essere generosi nel calcolo. A Roma c’è il dato inoppugnabile, seppure meno pesante in cifra, dei 35 mila voti passati al secondo turno da Rutelli ad Alemanno, e dei 40 mila, ex diessini, che sono andati a votare Zingaretti, candidato alla provincia, ma non Rutelli. La tenuta del Nord-Est è attribuita a un solo fattore: l’opposizione della leadership locale bianca ai diktat di Veltroni, malgrado le buffonate di Palearo e soci. Nella quarta area dove il Pd ha perso, il quadrilatero rosso di Emilia, Toscana, Umbria e Marche, gli ex popolari mestamente riconoscono che è mancato il loro voto.
La incomunicabilità si estende peraltro alle casse, e qui rischia il naufragio lo stesso progetto di partito unito. L’adesione è sempre più ritenuta avventurata, nella base degli ex Dc, agli ex Pci, pe il fatto che questi dispongono di una potenza terrificante: tutto il patrimonio ex Pci salvato dalle banche, che ora si occulta in una ventina di Fondazioni, sparse, ma tutte saldamente controllate da compagni fidati nominati a vita. Nell’autunno del 2007 Lamberto Sposetti, l’ultimo amministratore ex Pci, l’ha scritto al “Corriere della sera”: “Da me il Pd non avrà un euro”. Nel senso che, dentro il Pd, gli euro li avranno gli ex Ds.
Il conto dei flussi di voto è devastante per i bianchi del Pd. Che delle tre grandi aree dove il partito è franato, il Nord-Est, area milanese, Roma, ha tenuto solo nella prima. Nell’arco dalle Prealpi lombarde a Trieste, passando per il Triveneto, l’ex Margherita ha tenuto. A Milano-Lodi-Monza, dove la sinistra Dc vent’anni fa aveva mezzo milione di voti, il 13 aprile non è arrivata a 200 mila, a essere generosi nel calcolo. A Roma c’è il dato inoppugnabile, seppure meno pesante in cifra, dei 35 mila voti passati al secondo turno da Rutelli ad Alemanno, e dei 40 mila, ex diessini, che sono andati a votare Zingaretti, candidato alla provincia, ma non Rutelli. La tenuta del Nord-Est è attribuita a un solo fattore: l’opposizione della leadership locale bianca ai diktat di Veltroni, malgrado le buffonate di Palearo e soci. Nella quarta area dove il Pd ha perso, il quadrilatero rosso di Emilia, Toscana, Umbria e Marche, gli ex popolari mestamente riconoscono che è mancato il loro voto.
La incomunicabilità si estende peraltro alle casse, e qui rischia il naufragio lo stesso progetto di partito unito. L’adesione è sempre più ritenuta avventurata, nella base degli ex Dc, agli ex Pci, pe il fatto che questi dispongono di una potenza terrificante: tutto il patrimonio ex Pci salvato dalle banche, che ora si occulta in una ventina di Fondazioni, sparse, ma tutte saldamente controllate da compagni fidati nominati a vita. Nell’autunno del 2007 Lamberto Sposetti, l’ultimo amministratore ex Pci, l’ha scritto al “Corriere della sera”: “Da me il Pd non avrà un euro”. Nel senso che, dentro il Pd, gli euro li avranno gli ex Ds.
sabato 7 giugno 2008
Il Sud degli ottantenni
“Perché il Sud è senza voce”, un articolo di riflessione di Galli della Loggia sulla scomparsa del Sud dall’Italia, ha aperto un dibattito sul “Corriere della sera”, come usava una volta. Raccogliendo in dieci giorni almeno tre interventi di peso. Tutti di ottantenni, La Capria, Giovannino Russo, e Emilio Colombo, che forse va per i novanta. Con argomenti giovanili, di cinquanta e sessant’anni fa - che erano la riscrittura di Salvemini e Giustino Fortunato, la preistoria.
Il direttore del “Corriere” Mieli sarà stato generoso ad aprire il dibattito - se non voleva divertirsi. Gli intervenuti potrebbero non averlo deluso: ognuno a suo modo - ma tutti poi al modo napoletano - hanno testimoniato l'assenza del Sud più efficacemente di quanto abbia saputo dire Galli della Loggia. Il fatto è che il Sud può essere molto meglio, e molto peggio di Napoli. E che comunque non va cercato a Napoli.
Che dire di Napoli? “Il fatto è che per decenni”, scrive Galli della Loggia, “le sue classi dirigenti hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l’essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale”. Il “fatto”? quale fatto? Ogni parola suscita meraviglia: classi dirigenti? centralità? ideologia? cultura? questione meridionale? profilo politico? ruolo? Lo storico fiuta la novità, ma la riporta alla solita “vecchia tesi” (non c’è saggezza se non è vecchia): alla “antica vocazione delle classi dirigenti siciliane a bypassare Napoli e il Mezzogiorno per mettersi direttamente d’accordo con l’Italia settentrionale”. No, lo sforzo è di tutto l’ex Regno di liberarsi di Napoli e mettersi d’accordo col mondo – liberarsi dei baroni? dei Borboni? No, di Napoli, dell’inferno.
Il Sud non è Napoli. La questione del Sud al Sud è precisamente come liberarsi di Napoli – il vero ponte di Messina, liberatorio, sarebbe sopra Napoli, da Pompei a Formia, da Angioina Est a Teano Ovest. La parte più nobile di Napoli, “Gomorra”, nel libro e al cinema, è proprio napoletana, molto furba. Accattivante, suadente, e traditrice – mai un briciolo di verità a Napoli, è roba da poveracci. La questione morale della mafia, se se ne potesse impiantare una, è significativa: a Palermo costruisce e innova, a Napoli litiga per le strade, accoltella i bambini, e batte i tamburi in faccia alla polizia.
La città sa fare (ancora) molte cose, ma non lo sa dire, o non vuole. E si crogiola – la crogiolano i suoi giornali, i suoi scrittori, i suoi intellettuali – nel tricche e ballacche. Eh sì, Napoli nobilissima e crudelissima è folklore stomachevole. Quell’essere e non essere vischioso, che da troppo tempo mostra un ordito camorristico, marcio anche se da teatro d’infimo ordine, dai disoccupati organizzati agli assenteisti e sabotatori dell’Alfa Romeo, e ai rifiuti, che si vogliono ecologia pura e sopraffina, lo sguardo velato, e non da droghe ma dalla perfidia, e non dei bari e gli assassini, o dei loro compari paglietta, ma di noi, i giornalisti, i magistrati, i carabinieri, i vigili. L'ultimo ministro di Napoli è Pecoraro Scanio. A Pomigliano, dove la Fiat ha concentrato l’Alfa Romeo per farne un marchio da mezzo milione di autovetture, alle maestranze non gliene frega nulla, a loro interessa poter non andare il lunedì. Che Sud è questo? Meno male se non ha più voce.
Il problema è alla radice. Che deve dire il Sud di fronte a Napoli? Che cosa di diverso può dire rispetto al Nord, e al resto d’Italia e del mondo? O di fronte a tutto il sentimentalismo e la rancida sociologia dei polemisti anziani del “Corriere”? Per una diversità del Sud che, insomma, si sa, è l’intervento straordinario? Ma la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno è la cosa migliore che sia stata fatta nel dopoguerra per il Sud.
Il problema è che il silenzio del Sud è un’ottima novità, se non sa che parlare sguaiato, nella forte indignazione delle sue figuranti popolane, che non si capisce se sono veline locali o guappe furbe. Per fortuna, avrebbe dovuto dire Galli della Loggia, che il Sud tace, raccoglie l’immondizia e, dove possibile, va di giorno a lavorare.
La questione meridionale è la questione settentrionale. Di uno Stato che si dice meridionalizzato. Lo dicono i corrispondenti del “Corriere”, lo diceva Sciascia, lo dice il Meridione insomma, e questo è parte del problema, è la parte più importante. Mentre si sa che è settentrionalizzato. Perché il Sud non ha mai contato nulla, non sono gli sbirri che fanno la polizia. Perché è corrotto e imbelle, soggiogato al denaro in tutte le sue forme, dal sussidio alla termovalorizzazione e alle energie alternative, cosa di meglio c’è per le coscienze?, passando per la criminalità. La colpa specifica del Sud in questa Italia è di non saper far fruttare il crimine.
Il direttore del “Corriere” Mieli sarà stato generoso ad aprire il dibattito - se non voleva divertirsi. Gli intervenuti potrebbero non averlo deluso: ognuno a suo modo - ma tutti poi al modo napoletano - hanno testimoniato l'assenza del Sud più efficacemente di quanto abbia saputo dire Galli della Loggia. Il fatto è che il Sud può essere molto meglio, e molto peggio di Napoli. E che comunque non va cercato a Napoli.
Che dire di Napoli? “Il fatto è che per decenni”, scrive Galli della Loggia, “le sue classi dirigenti hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l’essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale”. Il “fatto”? quale fatto? Ogni parola suscita meraviglia: classi dirigenti? centralità? ideologia? cultura? questione meridionale? profilo politico? ruolo? Lo storico fiuta la novità, ma la riporta alla solita “vecchia tesi” (non c’è saggezza se non è vecchia): alla “antica vocazione delle classi dirigenti siciliane a bypassare Napoli e il Mezzogiorno per mettersi direttamente d’accordo con l’Italia settentrionale”. No, lo sforzo è di tutto l’ex Regno di liberarsi di Napoli e mettersi d’accordo col mondo – liberarsi dei baroni? dei Borboni? No, di Napoli, dell’inferno.
Il Sud non è Napoli. La questione del Sud al Sud è precisamente come liberarsi di Napoli – il vero ponte di Messina, liberatorio, sarebbe sopra Napoli, da Pompei a Formia, da Angioina Est a Teano Ovest. La parte più nobile di Napoli, “Gomorra”, nel libro e al cinema, è proprio napoletana, molto furba. Accattivante, suadente, e traditrice – mai un briciolo di verità a Napoli, è roba da poveracci. La questione morale della mafia, se se ne potesse impiantare una, è significativa: a Palermo costruisce e innova, a Napoli litiga per le strade, accoltella i bambini, e batte i tamburi in faccia alla polizia.
La città sa fare (ancora) molte cose, ma non lo sa dire, o non vuole. E si crogiola – la crogiolano i suoi giornali, i suoi scrittori, i suoi intellettuali – nel tricche e ballacche. Eh sì, Napoli nobilissima e crudelissima è folklore stomachevole. Quell’essere e non essere vischioso, che da troppo tempo mostra un ordito camorristico, marcio anche se da teatro d’infimo ordine, dai disoccupati organizzati agli assenteisti e sabotatori dell’Alfa Romeo, e ai rifiuti, che si vogliono ecologia pura e sopraffina, lo sguardo velato, e non da droghe ma dalla perfidia, e non dei bari e gli assassini, o dei loro compari paglietta, ma di noi, i giornalisti, i magistrati, i carabinieri, i vigili. L'ultimo ministro di Napoli è Pecoraro Scanio. A Pomigliano, dove la Fiat ha concentrato l’Alfa Romeo per farne un marchio da mezzo milione di autovetture, alle maestranze non gliene frega nulla, a loro interessa poter non andare il lunedì. Che Sud è questo? Meno male se non ha più voce.
Il problema è alla radice. Che deve dire il Sud di fronte a Napoli? Che cosa di diverso può dire rispetto al Nord, e al resto d’Italia e del mondo? O di fronte a tutto il sentimentalismo e la rancida sociologia dei polemisti anziani del “Corriere”? Per una diversità del Sud che, insomma, si sa, è l’intervento straordinario? Ma la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno è la cosa migliore che sia stata fatta nel dopoguerra per il Sud.
Il problema è che il silenzio del Sud è un’ottima novità, se non sa che parlare sguaiato, nella forte indignazione delle sue figuranti popolane, che non si capisce se sono veline locali o guappe furbe. Per fortuna, avrebbe dovuto dire Galli della Loggia, che il Sud tace, raccoglie l’immondizia e, dove possibile, va di giorno a lavorare.
La questione meridionale è la questione settentrionale. Di uno Stato che si dice meridionalizzato. Lo dicono i corrispondenti del “Corriere”, lo diceva Sciascia, lo dice il Meridione insomma, e questo è parte del problema, è la parte più importante. Mentre si sa che è settentrionalizzato. Perché il Sud non ha mai contato nulla, non sono gli sbirri che fanno la polizia. Perché è corrotto e imbelle, soggiogato al denaro in tutte le sue forme, dal sussidio alla termovalorizzazione e alle energie alternative, cosa di meglio c’è per le coscienze?, passando per la criminalità. La colpa specifica del Sud in questa Italia è di non saper far fruttare il crimine.
Euro miracolo, inflazione senza crescita
Il “Bollettino” della Banca d’Italia a marzo, a maggio il governatore Draghi, giovedì la Banca centrale europea, cominciano a incrinare la corazza del consenso sull’euro. Lo fanno facendosene sempre scudo, ma ne parlano, e pur non volendo lo mettono sotto accusa. Perdurando la crisi finanziaria, delle banche e dell’immobiliare, e perdurando il caro-denaro, dove andremo a finire?
Il presidente della Bce lo dice, anche se colpevolmente non lo mette in rilievo: l’Europa ha l’inflazione senza crescita. L’inflazione è ufficialmente al 3,7 per cento, ma si sa che, senza gli indici addomesticati Eurostat, sarebbe due e tre volte tanto. Quanto alla crescita, non si fa che aggiornare al ribasso le previsioni. Le cause, di Trichet come di Draghi, sono quelle note: il rincaro del petrolio e delle materie prime alimentari, la crisi finanziaria. Ma questi fattori d’inflazione sono attivi in tutto il mondo senza impedire la crescita, anzi. L’Europa in più ha l’euro.
Tutti i fattori di forza dell’euro sono cause della debolezza dell’Europa. I parametri di Maastricht hanno prosciugato gli investimenti. Cioè l’innovazione e la produttività. Mentre l’euro a due dollari (partiva da un cambio 0,80) ha ridotto la capacità di esportazione, il turismo e, di nuovo, gli investimenti. Senza garantire l’Europa dall’inflazione: anche al 3,7 per cento l’inflazione è quasi doppia rispetto al tetto del 2 per cento di Maastricht. In particolare, il falso ombrello dell’euro caro ha messo la sordina ai programmi di risparmio e di sostituzione nel settore dell’energia, i cui rivoli infettano tutto il corpo dell’economia.
Le cause dell’inflazione senza crescita non sono molte, anzi sono solo una: i prezzi crescono malgrado la domanda sia bassa, o – è il caso dell’Europa – in contrazione, perché l’offerta è insufficiente. Artificialmente o naturalmente. Dello shortage naturale è causa l’aberrante Europa dell’agricoltura. Quello artificiale è tutto nell’euro, come lo intendono le vestali della Bce, della cintura di castità.
Il presidente della Bce lo dice, anche se colpevolmente non lo mette in rilievo: l’Europa ha l’inflazione senza crescita. L’inflazione è ufficialmente al 3,7 per cento, ma si sa che, senza gli indici addomesticati Eurostat, sarebbe due e tre volte tanto. Quanto alla crescita, non si fa che aggiornare al ribasso le previsioni. Le cause, di Trichet come di Draghi, sono quelle note: il rincaro del petrolio e delle materie prime alimentari, la crisi finanziaria. Ma questi fattori d’inflazione sono attivi in tutto il mondo senza impedire la crescita, anzi. L’Europa in più ha l’euro.
Tutti i fattori di forza dell’euro sono cause della debolezza dell’Europa. I parametri di Maastricht hanno prosciugato gli investimenti. Cioè l’innovazione e la produttività. Mentre l’euro a due dollari (partiva da un cambio 0,80) ha ridotto la capacità di esportazione, il turismo e, di nuovo, gli investimenti. Senza garantire l’Europa dall’inflazione: anche al 3,7 per cento l’inflazione è quasi doppia rispetto al tetto del 2 per cento di Maastricht. In particolare, il falso ombrello dell’euro caro ha messo la sordina ai programmi di risparmio e di sostituzione nel settore dell’energia, i cui rivoli infettano tutto il corpo dell’economia.
Le cause dell’inflazione senza crescita non sono molte, anzi sono solo una: i prezzi crescono malgrado la domanda sia bassa, o – è il caso dell’Europa – in contrazione, perché l’offerta è insufficiente. Artificialmente o naturalmente. Dello shortage naturale è causa l’aberrante Europa dell’agricoltura. Quello artificiale è tutto nell’euro, come lo intendono le vestali della Bce, della cintura di castità.
La sinistra in prigione
Il golpe di Scalfaro ha cancellato i socialisti e i laici, il voto del 13 aprile la sinistra radicale, e ora la corruzione, grave benché dissimulata, minaccia il partito Democratico, con sindaci e imprenditori in affari. Tra Chiaiano e Marano e a Casal di Principe, oltre che alla Regione Campania e a Napoli, e poi a Genova, a Roma con Veltroni per il piano regolatore (e gli altri abusi che emergeranno), a Bologna con Unipol.
Non c’è solo la mancata comprensione delle dinamiche sociali all’origine della debolezza della sinistra. O, che è la stessa cosa, la persistenza di tematiche, dirigenze e parole d’ordine vecchie. Ci sono ora gli abusi che vanno con l’esercizio prolungato e senza ricambio del potere. Che è una beffa: come se la sinistra avesse governato l’Italia, e l’avesse portata alla corruzione. Ma solo in parte, perché la sinistra ha governato, e con tutto l’arsenale che si soleva dire di sottogoverno: lottizzazione, appalti, finanziamenti irregolari.
La nuova questione morale è molto prudente, sia nelle Procure che nell’informazione. Ma anche con un apparato giudiziario-mediatico pigro o compiacente, i fatti emergono e fanno opinione: alla Rai, nelle Asl, nelle innumerevoli aziende comunali (nella dirigenza, nella gestione, specie degli acquisti, nel mercato delle consulenze), negli appalti locali, qualsiasi operatore, imprenditore, funzionario, dipendente, sa che l’unico criterio di valutazione è politico. Senza e con passaggio di denaro. I casi giudiziari aperti sono quelli per i quali l’evidenza è tale che i giudici non hanno potuto non intervenire. Ma la zona infetta è vasta: la corruzione, più che l’incapacità di governare il precariato e l’immigrazione, come altrove in Europa, è la causa della dissoluzione della sinistra in Italia.
Non c’è solo la mancata comprensione delle dinamiche sociali all’origine della debolezza della sinistra. O, che è la stessa cosa, la persistenza di tematiche, dirigenze e parole d’ordine vecchie. Ci sono ora gli abusi che vanno con l’esercizio prolungato e senza ricambio del potere. Che è una beffa: come se la sinistra avesse governato l’Italia, e l’avesse portata alla corruzione. Ma solo in parte, perché la sinistra ha governato, e con tutto l’arsenale che si soleva dire di sottogoverno: lottizzazione, appalti, finanziamenti irregolari.
La nuova questione morale è molto prudente, sia nelle Procure che nell’informazione. Ma anche con un apparato giudiziario-mediatico pigro o compiacente, i fatti emergono e fanno opinione: alla Rai, nelle Asl, nelle innumerevoli aziende comunali (nella dirigenza, nella gestione, specie degli acquisti, nel mercato delle consulenze), negli appalti locali, qualsiasi operatore, imprenditore, funzionario, dipendente, sa che l’unico criterio di valutazione è politico. Senza e con passaggio di denaro. I casi giudiziari aperti sono quelli per i quali l’evidenza è tale che i giudici non hanno potuto non intervenire. Ma la zona infetta è vasta: la corruzione, più che l’incapacità di governare il precariato e l’immigrazione, come altrove in Europa, è la causa della dissoluzione della sinistra in Italia.
domenica 1 giugno 2008
L'invenzione dell'Europa
Ieri l’Europa s’è riunita, e ha condannato il governo italiano sui rifiuti di Napoli. S’è riunita di sabato, quando a Bruxelles il venerdì alle due non c’è nessuno, sono tutti partiti per il week-end, e ha condannato una legge che non ha ancora letto. C’è da molti anni una costante invenzione in Italia dell’Europa, che si può attribuire ultimamente ai banchieri, gente di poca fantasia, i quattro che dirigono i grandi giornali. Rimestatura, insomma, per non saper riempire i giornali altrimenti. Ma che è stata l’invenzione dei corrispondenti a Bruxelles, per il resto inoccupati e annoiati, e per questo affascinante.
L’Unione Europea in Italia si occupa di tutto. Dell’Alitalia, contro la quale ha annunciato per un paio di settimane ricorsi delle altre compagnie europee che invece non li hanno presentati – era l’epoca in cui l’Alitalia doveva andare a Air France. Del grano che non bisogna produrre anche se ce n’è necessità. Del parmigiano, di cui i formaggiai scozzesi – o finlandesi? – possono fregiarsi. E ora, stando ai giornali italiani, dei liquami di Napoli, se effettivamente devono essere liquidi, come la parola sembra dire, oppure allo stato solido, “tal quale”. Nonché dell’immigrazione, se Milano contesta a quattro immigrati il reato di clandestinità – ma non ne occupa in Spagna, che ogni giorno deporta centinaia di immigrati, senza nemmeno contestare loro la clandestinità.
L’Unione Europea in Italia si occupa di tutto. Dell’Alitalia, contro la quale ha annunciato per un paio di settimane ricorsi delle altre compagnie europee che invece non li hanno presentati – era l’epoca in cui l’Alitalia doveva andare a Air France. Del grano che non bisogna produrre anche se ce n’è necessità. Del parmigiano, di cui i formaggiai scozzesi – o finlandesi? – possono fregiarsi. E ora, stando ai giornali italiani, dei liquami di Napoli, se effettivamente devono essere liquidi, come la parola sembra dire, oppure allo stato solido, “tal quale”. Nonché dell’immigrazione, se Milano contesta a quattro immigrati il reato di clandestinità – ma non ne occupa in Spagna, che ogni giorno deporta centinaia di immigrati, senza nemmeno contestare loro la clandestinità.
La pace a geometria variabile in M.O.
Si farà dunque la pace tra Siria e Israele. Tra un anno.
I regimi arabi vogliono reagire all’estremismo, politico e islamico, dalla penisola arabica alla Siria. La nomina di una donna, ebrea, ad ambasciatore di Bahrein a Washington, è più che una provocazione, è una dichiarazione di guerra. Anche la Siria è su questo fronte, e ha già giocato in tal senso qualcuna delle sue poche carte. Michel Suleiman, l’onesto generale nuovo presidente del Libano, protegé della Siria, è andato al Cairo da Mubarak prima di candidarsi ed essere eletto. Mubarak è la cerniera tra il fronte arabo moderato e gli Stati Uniti. Mentre la famiglia Assad, che governa la Siria, per la prima volta da una trentina d’anni non se la passa molto bene. Assad chiede solo garanzie che non sarà sottoposto al Tribunale internazionale dei crimini di guerra per l’assassinio di Hariri e altri uomini politici libanesi a Beirut, per il resto è disposto alla pace. Alla pace negoziata direttamente con Israele.
Breve storia della Siria
La storia della Siria è quella del partito Baas, fondato negli anni Trenta a Parigi da due intellettuali siriani, Michel Aflaq e Salah el Din el Bitar. L’uno cristiano siriaco, l’altro musulmano sunnita, entrambi alla Sorbona, entrambi socialisti, entrambi nazionalisti arabi, di un nazionalismo che contempla la rinascita dell’islam (il cristiano Aflaq morirà nel 1996 musulmano, e non solo per compiacere Saddam Hussein, di cui era in qualche modo ostaggio), Aflaq e Bitar ottennero uno sbocco politico negli anni 1950 in Siria e in Iraq aprendo il Baas, nel nome del laicismo, o del superamento delle confessioni, alle minoranze religiose e tribali. Che tutte indirizzarono alla carriera militare, l’unica aperta all’interno delle comunità dominanti, sunnita e sciita.
Saddam Hussein occuperà poi il potere nel 1970 con la sua minuscola tribù familiare e di clan. Hafez el Assad nello stesso 1970 rovescerà da ministro della Difesa il filosovietico Salah Jedid, il generale del Baas che per primo aveva preso il potere, e governerà con la metà degli alauiti, la minoranza cui egli appartiene, che sono in tutto il 4 per cento delle popolazione. Non era bastata a Jedid la sconfitta del 1967, quando perse il Golan ignominiosamente, per essere allontanato dal potere. Ma quando a settembre del 1970 sostenne l’Olp contro re Hussein in Giordania, Assad agì.
Hafez Assad ha poi governato per un trentennio senza problemi. Ma l’erede e figlio Bashir ha ora difficoltà a tenere il paese, con il sue due per cento di fedeli, e con una famiglia che è soprattutto femminile, di suocera, moglie, sorelle e cognati.
Trattativa diretta
Bashir Assad da almeno un anno collabora col fronte Usa alla frontiera con l’Iraq, e nel controllo dell’armamento di Hezbollah nel Sud del Libano. Si prenderà il Golan, seppure demilitarizzato, e potrà fare la pace con Israele. A questo punto in guerra rimarrà solo Hamas. Che però Israele e Washington conoscono molto bene, avendolo praticamente creato un funzione anti-Arafat. Hamas si è rigenerato con i volontari kamikaze e con la Nakba, la Catastrofe araba per mano di Israele, ma è realista. I palestinesi lo sono. In un certo senso la pace è possibile, ma non prima di un anno.
Ci vuole un patrocinio indiretto, e una garanzia, alla pace con reciproco riconoscimento tra Siria e Israele. E per questo ci vuole una nuova presidenza alla Casa Bianca. George W.Bush ha improntato la sua presidenza al non intervento, non in materia diplomatica, né militare, né economica, là dove gli Stati Uniti non sono impegnati direttamente. Non ha avviato perciò e non intende avviare alcuna iniziativa di pace in Medio Oriente. Ma il broker arabo alla pace non basta, che sarebbe solo Mubarak. L’Arabia Saudita, che sostiene l’esigenza del riconoscimento internazionale senza riserve per Bashir Assad, col quale governa il Libano, non può esporsi sulla questione della pace. E anche Israele d’altra parte ha bisogno di tempo. Olmert sta per lasciare, e se ci sarà una campagna elettorale questa inevitabilmente verterà sulla pace.
I regimi arabi vogliono reagire all’estremismo, politico e islamico, dalla penisola arabica alla Siria. La nomina di una donna, ebrea, ad ambasciatore di Bahrein a Washington, è più che una provocazione, è una dichiarazione di guerra. Anche la Siria è su questo fronte, e ha già giocato in tal senso qualcuna delle sue poche carte. Michel Suleiman, l’onesto generale nuovo presidente del Libano, protegé della Siria, è andato al Cairo da Mubarak prima di candidarsi ed essere eletto. Mubarak è la cerniera tra il fronte arabo moderato e gli Stati Uniti. Mentre la famiglia Assad, che governa la Siria, per la prima volta da una trentina d’anni non se la passa molto bene. Assad chiede solo garanzie che non sarà sottoposto al Tribunale internazionale dei crimini di guerra per l’assassinio di Hariri e altri uomini politici libanesi a Beirut, per il resto è disposto alla pace. Alla pace negoziata direttamente con Israele.
Breve storia della Siria
La storia della Siria è quella del partito Baas, fondato negli anni Trenta a Parigi da due intellettuali siriani, Michel Aflaq e Salah el Din el Bitar. L’uno cristiano siriaco, l’altro musulmano sunnita, entrambi alla Sorbona, entrambi socialisti, entrambi nazionalisti arabi, di un nazionalismo che contempla la rinascita dell’islam (il cristiano Aflaq morirà nel 1996 musulmano, e non solo per compiacere Saddam Hussein, di cui era in qualche modo ostaggio), Aflaq e Bitar ottennero uno sbocco politico negli anni 1950 in Siria e in Iraq aprendo il Baas, nel nome del laicismo, o del superamento delle confessioni, alle minoranze religiose e tribali. Che tutte indirizzarono alla carriera militare, l’unica aperta all’interno delle comunità dominanti, sunnita e sciita.
Saddam Hussein occuperà poi il potere nel 1970 con la sua minuscola tribù familiare e di clan. Hafez el Assad nello stesso 1970 rovescerà da ministro della Difesa il filosovietico Salah Jedid, il generale del Baas che per primo aveva preso il potere, e governerà con la metà degli alauiti, la minoranza cui egli appartiene, che sono in tutto il 4 per cento delle popolazione. Non era bastata a Jedid la sconfitta del 1967, quando perse il Golan ignominiosamente, per essere allontanato dal potere. Ma quando a settembre del 1970 sostenne l’Olp contro re Hussein in Giordania, Assad agì.
Hafez Assad ha poi governato per un trentennio senza problemi. Ma l’erede e figlio Bashir ha ora difficoltà a tenere il paese, con il sue due per cento di fedeli, e con una famiglia che è soprattutto femminile, di suocera, moglie, sorelle e cognati.
Trattativa diretta
Bashir Assad da almeno un anno collabora col fronte Usa alla frontiera con l’Iraq, e nel controllo dell’armamento di Hezbollah nel Sud del Libano. Si prenderà il Golan, seppure demilitarizzato, e potrà fare la pace con Israele. A questo punto in guerra rimarrà solo Hamas. Che però Israele e Washington conoscono molto bene, avendolo praticamente creato un funzione anti-Arafat. Hamas si è rigenerato con i volontari kamikaze e con la Nakba, la Catastrofe araba per mano di Israele, ma è realista. I palestinesi lo sono. In un certo senso la pace è possibile, ma non prima di un anno.
Ci vuole un patrocinio indiretto, e una garanzia, alla pace con reciproco riconoscimento tra Siria e Israele. E per questo ci vuole una nuova presidenza alla Casa Bianca. George W.Bush ha improntato la sua presidenza al non intervento, non in materia diplomatica, né militare, né economica, là dove gli Stati Uniti non sono impegnati direttamente. Non ha avviato perciò e non intende avviare alcuna iniziativa di pace in Medio Oriente. Ma il broker arabo alla pace non basta, che sarebbe solo Mubarak. L’Arabia Saudita, che sostiene l’esigenza del riconoscimento internazionale senza riserve per Bashir Assad, col quale governa il Libano, non può esporsi sulla questione della pace. E anche Israele d’altra parte ha bisogno di tempo. Olmert sta per lasciare, e se ci sarà una campagna elettorale questa inevitabilmente verterà sulla pace.
Napoli in cerca della vittima, An vacilla
Non bisogna sottovalutare Scalzone, i centri sociali e i black block: Napoli aspetta con ansia la prima vittima, sia soltanto un ferito, della lotta di popolo per la libertà d’immondizia. Centinaia di giudici e migliaia di paglietta sono sul piede di guerra, dichiaratamente.
Sono tanti gli avvocati che si aggirano per Chiaiano e dintorni, vantando connessioni, vere o meno non interessa, con la Procura e il Tribunale. La sola cosa che è mancata alla resistenza di popolo sulle barricate della spazzatura è il martire. È stato un caso, in Italia ci sono sempre morti nelle manifestazioni, figurarsi nella lotta giusta contro le discariche, e Napoli vuole porre rimedio.
La partita è avvincente anche perché a Chiaiano, ormai è assodato, c’è di mezzo pure la camorra,. Non i guappi, la camorra feutrée degli affari. Si deve probabilmente al controllo camorristico se finora è stata evitata la vittima, nel presupposto che su Chiaiano ci sarebbe stata un’intesa col governo di Roma, come già col Comune di Napoli e con la Regione Campania. Ma ora Roma ha sostituto l’ex capo della Polizia Di Gennaro, uno abituato a certi patti, col puro e duro Bertolaso.
È stata un’imprudenza? Da An, a Napoli e Roma, viene già una distinta fronda sull’intransigenza del governo. Bertolaso tra l’altro si è irrigidito ulteriormente dopo gli arresti dei suoi sette dirigenti e dei sette dirigenti dei Cpt decisi dal gip napoletano Saraceno.
Sono tanti gli avvocati che si aggirano per Chiaiano e dintorni, vantando connessioni, vere o meno non interessa, con la Procura e il Tribunale. La sola cosa che è mancata alla resistenza di popolo sulle barricate della spazzatura è il martire. È stato un caso, in Italia ci sono sempre morti nelle manifestazioni, figurarsi nella lotta giusta contro le discariche, e Napoli vuole porre rimedio.
La partita è avvincente anche perché a Chiaiano, ormai è assodato, c’è di mezzo pure la camorra,. Non i guappi, la camorra feutrée degli affari. Si deve probabilmente al controllo camorristico se finora è stata evitata la vittima, nel presupposto che su Chiaiano ci sarebbe stata un’intesa col governo di Roma, come già col Comune di Napoli e con la Regione Campania. Ma ora Roma ha sostituto l’ex capo della Polizia Di Gennaro, uno abituato a certi patti, col puro e duro Bertolaso.
È stata un’imprudenza? Da An, a Napoli e Roma, viene già una distinta fronda sull’intransigenza del governo. Bertolaso tra l’altro si è irrigidito ulteriormente dopo gli arresti dei suoi sette dirigenti e dei sette dirigenti dei Cpt decisi dal gip napoletano Saraceno.
Zero in comunicazione al Comunicatore
Rieccolo, è tornato al governo ed è di nuovo quello di prima, superficiale e inconseguente. Sono riusciti perfino trovargli a Bruxelles qualcuno in grado di condannarlo – per i rifiuti di Napoli – un giorno di sabato. E gli agitano come avversario nientemeno che Scalzone, che squalifica ogni causa. Berlusconi, di cui la sinistra denuncia il monopolismo dell’informazione, si dimostra sempre un pessimo comunicatore: nei giornali e nei telegiornali, qui soprattutto, il suo governo ha già fatto una diecina di passi falsi, mentre ancora non si sa. Nei giornali stranieri, tanto importanti, non solo per il voto degli italiani all’estero, si può anzi dire che l’immagine negativa sia promossa da Palazzo Chigi, tanto è screditata e ampia.
Berlusconi in realtà, malgrado tutte le sue televisioni e i suoi giornali, ha sempre avuto una struttura comunicativa debole a Palazzo Chigi. Anzi inesistente a paragone della presenza nell’informazione di Prodi o D’Alema. Lui solo parla, nelle interminabili e inutili conferenze stampa, si ascolta, si piace, e questo è tutto. I suoi portavoce sono polemisti sterili, a volte solo gentili, e nient’affatto intromettenti. Qualsiasi esperto di comunicazione non italico gli riconoscerebbe talento (modesto) di gigione, e gli darebbe zero in scienza della comunicazione.
Se ne dovrebbe inferire una valutazione positiva sulla democrazia in Italia. Ma per una volta i nemici di Berlusconi hanno ragione: c’è un dovere del governo di spiegarsi e farsi conoscere. Anche perché l’informazione è una brutta bestia, va governata. Nessuno accusa Prodi o D’Alema d’intromettenza nell’informazione, hanno fatto il loro dovere di capi del governo. Mentre non passare l’esame quando si elimina la spazzatura a Napoli, o perché si è adottato un provvedimento equilibrato sull’immigrazione, questo è una colpa.
Berlusconi in realtà, malgrado tutte le sue televisioni e i suoi giornali, ha sempre avuto una struttura comunicativa debole a Palazzo Chigi. Anzi inesistente a paragone della presenza nell’informazione di Prodi o D’Alema. Lui solo parla, nelle interminabili e inutili conferenze stampa, si ascolta, si piace, e questo è tutto. I suoi portavoce sono polemisti sterili, a volte solo gentili, e nient’affatto intromettenti. Qualsiasi esperto di comunicazione non italico gli riconoscerebbe talento (modesto) di gigione, e gli darebbe zero in scienza della comunicazione.
Se ne dovrebbe inferire una valutazione positiva sulla democrazia in Italia. Ma per una volta i nemici di Berlusconi hanno ragione: c’è un dovere del governo di spiegarsi e farsi conoscere. Anche perché l’informazione è una brutta bestia, va governata. Nessuno accusa Prodi o D’Alema d’intromettenza nell’informazione, hanno fatto il loro dovere di capi del governo. Mentre non passare l’esame quando si elimina la spazzatura a Napoli, o perché si è adottato un provvedimento equilibrato sull’immigrazione, questo è una colpa.
Draghi scopre la produttività - e l'euro?
Già sei mesi fa, nella Trimestrale di cassa del governo Prodi a fine settembre 2007, si poteva leggere una diagnosi accurata del deficit di produttività, accumulato dall’Italia da una dozzina d’anni. Ora lo scopre la Banca d’Italia di Mario Draghi, e non è male. Draghi ha scoperto finalmente pure l’inflazione, e anche questo non è male. E un eccesso d’imposizione fiscale, soprattutto sul lavoro. E uno non può che complimentarsi. Ma quando scoprirà, lui come gli altri governatori dell’area euro, il terribile vincolo alla produttività, soprattutto della spesa pubblica, e alla crescita del reddito che è l’euro nella gestione meccanicista della Bce-Bundesbank, allora forse si sarà meritato anche lo stipendio.
La politica monetaria è sempre la grande trascurata nel dibattito ormai decennale sul perché l’Italia e l’Europa non vanno tanto bene. Che è invece centrale, lo è stata, lo è e lo sarà: se stringiamo a vuoto la cinghia da tanti anni è perché così volle la Bunsesbank, che ha creato la Banca centrale europea e la governa. Si dice per proteggere l’Europa dall’inflazione mentre nei fatti la fomenta. La politica monetaria come tutto l’insieme delle politiche malthusiane che reggono l’Unione.
Il petrolio è caso di scuola. L’euro al doppio del dollaro (era 0,80, ora è a 1,60) si dice che dimezza il costo del barile, mentre è invece la causa prima se il barile è passato da 60 a 120 dollari. Per di più senza gli inevitabili risparmi nei consumi di energia (programmazione dell’energia, revisione degli approggionamenti, insomma, una politica dell’energia) che l’Europa e l’Italia si sarebbero sicuramente dati con un euro onesto sul dollaro, con un cambio che rifletta i valori delle due aree monetarie. Poi c’è sempre il caso delle politiche agricole restrittive in fase di shortage prolungato mondiale delle materie prime, e quasi di carestia. E c’è, per l’Italia non solo, una gestione belluina, ragionieristica, del debito. Che non può che produrre “manovre” a ripetizione, shortage del reddito disponibile, investimenti e produttività insufficienti e perfino negativi, e altro debito.
La politica monetaria è sempre la grande trascurata nel dibattito ormai decennale sul perché l’Italia e l’Europa non vanno tanto bene. Che è invece centrale, lo è stata, lo è e lo sarà: se stringiamo a vuoto la cinghia da tanti anni è perché così volle la Bunsesbank, che ha creato la Banca centrale europea e la governa. Si dice per proteggere l’Europa dall’inflazione mentre nei fatti la fomenta. La politica monetaria come tutto l’insieme delle politiche malthusiane che reggono l’Unione.
Il petrolio è caso di scuola. L’euro al doppio del dollaro (era 0,80, ora è a 1,60) si dice che dimezza il costo del barile, mentre è invece la causa prima se il barile è passato da 60 a 120 dollari. Per di più senza gli inevitabili risparmi nei consumi di energia (programmazione dell’energia, revisione degli approggionamenti, insomma, una politica dell’energia) che l’Europa e l’Italia si sarebbero sicuramente dati con un euro onesto sul dollaro, con un cambio che rifletta i valori delle due aree monetarie. Poi c’è sempre il caso delle politiche agricole restrittive in fase di shortage prolungato mondiale delle materie prime, e quasi di carestia. E c’è, per l’Italia non solo, una gestione belluina, ragionieristica, del debito. Che non può che produrre “manovre” a ripetizione, shortage del reddito disponibile, investimenti e produttività insufficienti e perfino negativi, e altro debito.
Dov'è finita la recessione Usa?
Già sei mesi fa si poteva tranquillamente annotare che della recessione in America, che tanto angustiava l’Italia, solo l’Italia, non c’era traccia. Si ha recessione quando per due trimestri consecutivi gli indici dell’economia sono negativi. Ma negli Usa l’economia continuava ad andare bene, malgrado la crisi dei mutui terrificante, meglio che nel resto dell’area Ocse. La crisi dei mutui è terrificante perché riguarda il cuore della produzione e non la speculazione, il credito e le banche. E tuttavia gli Stati Uniti ancora prosperano. Ma ora che è acclarato che l’economia Usa va bene, non ce n’è traccia in Italia. Mentre sarebbe necessario saperlo: non per altro, ma per sapere di che morte muoriamo.
L’Italia non va male perché l’economia mondiale va male, come fu dopo l’11 settembre. Il mondo va bene, gli Usa, la Germania, l’Asia, che sono gli interfaccia dell’Italia, e malgrado ciò l’Italia va male. Il governatore Draghi, che lo sa benissimo, si limita ad accennarlo, perché lui è politicamente corretto, vuol’essere il futuro ministro del Tesoro del partito Democratico, e non scomoda il pensiero unico – è stato più esplicito l’ingegner De Benedetti. L’Italia va male perché paga l’energia più caro di tutti, non ha nessuna concorrenza alla distribuzione, grande e piccola, ma combines al rialzo, ha tasse sproporzionate al consumo, e una spesa sociale troppo presa dalle pensioni, che il sindacato fermamente vuole a 58 anni, per cui non ce n’è abbastanza per le infrastrutture, se non a prezzo di nuove tasse, al consumo o patrimoniali.
L’Italia non va male perché l’economia mondiale va male, come fu dopo l’11 settembre. Il mondo va bene, gli Usa, la Germania, l’Asia, che sono gli interfaccia dell’Italia, e malgrado ciò l’Italia va male. Il governatore Draghi, che lo sa benissimo, si limita ad accennarlo, perché lui è politicamente corretto, vuol’essere il futuro ministro del Tesoro del partito Democratico, e non scomoda il pensiero unico – è stato più esplicito l’ingegner De Benedetti. L’Italia va male perché paga l’energia più caro di tutti, non ha nessuna concorrenza alla distribuzione, grande e piccola, ma combines al rialzo, ha tasse sproporzionate al consumo, e una spesa sociale troppo presa dalle pensioni, che il sindacato fermamente vuole a 58 anni, per cui non ce n’è abbastanza per le infrastrutture, se non a prezzo di nuove tasse, al consumo o patrimoniali.
mercoledì 28 maggio 2008
L'arresto era per Bertolaso
C’era Bertolaso, il capo della Protezione civile in qualità di ex commissario ai rifiuti di Napoli, nella richiesta originaria di arresti che il giudice Rosanna Saraceno ha trasformato nella retata di ieri. Lo assicura un fonte giudiziaria che la Procura di Napoli ha conosciuto molto bene dal di dentro in un recente passato e che vi mantiene ancora collegamenti informati. Marta Di Gennaro, direttore generale della Protezione civile, subcommissaria all’epoca di Bertolaso a Napoli, tra gli arrestati di ieri, entrava originariamente nell’inchiesta in posizione defilata.
L’informazione conferma in sostanza che la decisone degli arresti è stata presa con criteri di opportunità politica. La ponderata decisione del gip Saraceno, dopo quattro mesi di esame delle richieste della Procura, e all’indomani dall’assemblea dei giudici napoletani contro i provvedimenti del governo sulla spazzatura a Napoli, lascia fuori direttamente il governo, ora che Bertolaso è sottosegretario, ma lo mette sotto accusa attraverso l’arresto della sua vice e l’incriminazione del prefetto Pansa. La fonte è degna della massima fede.
Si punta la Superprocura, si salva la camorra
La fonte non si spiega la ratio politica degli arresti, il perché dell'attacco frontale della magistratura napoletana contro il governo. Forse perché di questa magistratura è parte. O forse è impossibile: la Procura a Napoli e la giudicatura di prima istanza a essa legata danno da tempo, da prima della controversa gestione Codova e dopo, segni molteplici e costanti di esercizio discrezionale e ribellistico dell’azione penale. Ma un effetto è chiaro. Con la pronuncia dei procuratori alla quasi unanimità contro la Superprocura, e ora con gli arresti, la giudicatura di Napoli difende nei fatti l'asse Chiaiano-Marano delle lottizzazioni al posto della discarica.
La Superprocura sarebbe stata voluta dal governo su suggerimento del capo della Procura che è succeduto a Cordova, Giandomenico Lepore, che non riesce altrimenti a esercitare l'azione penale. In particolare nella cosiddetta zona grigia del malaffare, dove imprenditori apparentemente puliti mettono a frutto gli investimenti della camorra procurando le necessarie autorizzazioni politiche. In questa zona grigia ci sono Chiaiano (Marano) e alcune zone di Casal di Principe, il paese di "Gomorra". Sono aree a gestione diessina, e Berlusconi tenta con la Superprocura quello che tentò con Cordova, di andare a fondo del malaffare contiguo alla sinistra.
Provvedimenti ponderati
Nell’equa divisione degli arresti, ponderati si dice all'unità, sette alla Protezione civile e sette alla Fibe, questi sono specialmente insidiosi. I sette sono i gestori dei sette centri cdr (combustibile derivato dai rifiuti), che, pur funzionando da semplice discarica, hanno consentito finora al napoletano di sopravvivere. Nel piano di Berlusconi e Bertolaso i sette cdr avrebbero dovuto essere trasformati in veri e propri centri di compostaggio. Ma ora, è presumibile, non funzioneranno più neanche come discariche.
La stessa fonte afferma che Marta Di Gennaro, benché medico di formazione e professione, è un’esperta di diritto. Il che renderebbe poco credibili le grossolanità che le indiscrezioni che hanno accompagnato l’arresto le attribuiscono. Marta Di Gennaro si sarebbe fatta una notevole cultura di diritto amministrativo – oltre a essere cresciuta con un padre magistrato, il Di Gennaro che fu rapito nel 1975 drammaticamente dai napoletanissimi Nuclei armati proletari, e fu poi a capo dell’Antimafia.
L’informazione conferma in sostanza che la decisone degli arresti è stata presa con criteri di opportunità politica. La ponderata decisione del gip Saraceno, dopo quattro mesi di esame delle richieste della Procura, e all’indomani dall’assemblea dei giudici napoletani contro i provvedimenti del governo sulla spazzatura a Napoli, lascia fuori direttamente il governo, ora che Bertolaso è sottosegretario, ma lo mette sotto accusa attraverso l’arresto della sua vice e l’incriminazione del prefetto Pansa. La fonte è degna della massima fede.
Si punta la Superprocura, si salva la camorra
La fonte non si spiega la ratio politica degli arresti, il perché dell'attacco frontale della magistratura napoletana contro il governo. Forse perché di questa magistratura è parte. O forse è impossibile: la Procura a Napoli e la giudicatura di prima istanza a essa legata danno da tempo, da prima della controversa gestione Codova e dopo, segni molteplici e costanti di esercizio discrezionale e ribellistico dell’azione penale. Ma un effetto è chiaro. Con la pronuncia dei procuratori alla quasi unanimità contro la Superprocura, e ora con gli arresti, la giudicatura di Napoli difende nei fatti l'asse Chiaiano-Marano delle lottizzazioni al posto della discarica.
La Superprocura sarebbe stata voluta dal governo su suggerimento del capo della Procura che è succeduto a Cordova, Giandomenico Lepore, che non riesce altrimenti a esercitare l'azione penale. In particolare nella cosiddetta zona grigia del malaffare, dove imprenditori apparentemente puliti mettono a frutto gli investimenti della camorra procurando le necessarie autorizzazioni politiche. In questa zona grigia ci sono Chiaiano (Marano) e alcune zone di Casal di Principe, il paese di "Gomorra". Sono aree a gestione diessina, e Berlusconi tenta con la Superprocura quello che tentò con Cordova, di andare a fondo del malaffare contiguo alla sinistra.
Provvedimenti ponderati
Nell’equa divisione degli arresti, ponderati si dice all'unità, sette alla Protezione civile e sette alla Fibe, questi sono specialmente insidiosi. I sette sono i gestori dei sette centri cdr (combustibile derivato dai rifiuti), che, pur funzionando da semplice discarica, hanno consentito finora al napoletano di sopravvivere. Nel piano di Berlusconi e Bertolaso i sette cdr avrebbero dovuto essere trasformati in veri e propri centri di compostaggio. Ma ora, è presumibile, non funzioneranno più neanche come discariche.
La stessa fonte afferma che Marta Di Gennaro, benché medico di formazione e professione, è un’esperta di diritto. Il che renderebbe poco credibili le grossolanità che le indiscrezioni che hanno accompagnato l’arresto le attribuiscono. Marta Di Gennaro si sarebbe fatta una notevole cultura di diritto amministrativo – oltre a essere cresciuta con un padre magistrato, il Di Gennaro che fu rapito nel 1975 drammaticamente dai napoletanissimi Nuclei armati proletari, e fu poi a capo dell’Antimafia.
Ceffoni laici di Bertone ai giudici liguri
C’era forse fretta a Genova di coinvolgere il Vaticano nello scandalo delle mense scolastiche. Non per distogliere l’attenzione dall’establishment diessino, questo no. Ma non si spiega altrimenti la scarcerazione, senza motivazione, del manager cattolico Giuseppe Profiti, collaboratore a Genova del cardinale Tarcisio Bertone, ora segretario di Stato in Vaticano, dallo stesso portato a Roma, alla direzione dell’ospedale Bambin Gesù.
Bertone, salesiano, quindi sportivo e laico, non ha avuto difficoltà a rispondere coi guantoni ai giudici genovesi. Che non solo avevano arrestato Profiti, ma avevano anche diffuso la voce, senza giustificativo, di un suo personale coinvolgimento nello scandalo. Ha impedito l’accesso degli inquirenti al Bambin Gesù, che è struttura extraterritoriale. Offrendo ai laici genovesi una facile palla, che però nello smash si è rivolta contro di loro: l’uscita di Profiti dallo scandalo senza nessun elemento di novità apre la via a una rivalsa. Ora a Genova dovranno trovare altri moti per tirarcelo dentro, ma Bertone già ghigna. Freddo, da salesiano.
Bertone, salesiano, quindi sportivo e laico, non ha avuto difficoltà a rispondere coi guantoni ai giudici genovesi. Che non solo avevano arrestato Profiti, ma avevano anche diffuso la voce, senza giustificativo, di un suo personale coinvolgimento nello scandalo. Ha impedito l’accesso degli inquirenti al Bambin Gesù, che è struttura extraterritoriale. Offrendo ai laici genovesi una facile palla, che però nello smash si è rivolta contro di loro: l’uscita di Profiti dallo scandalo senza nessun elemento di novità apre la via a una rivalsa. Ora a Genova dovranno trovare altri moti per tirarcelo dentro, ma Bertone già ghigna. Freddo, da salesiano.
domenica 25 maggio 2008
Ci vuole la destra per le cose di sinistra
“Ci vuole la sinistra per fare le cose di destra”, disse l’Avvocato Agnelli nel 1976, o nel 1978, mentre si comprava gratis il “Corriere della sera”. È stato uno dei detti più celebri dell’Avvocato, e ha fatto la politica italiana per trent’anni. Partendo dai famosi tre contratti del compromesso storico vero e proprio, dal 1975 al 1979, ad aumenti zero, certo uguali per tutti. Ma ora non è più vero – è quasi un bene che gli Agnelli non ci siano più, si sarebbero dispiaciuti.
Ora è vero il contrario, e non si sa più se è un bene: un governo di destra per fare le cose di sinistra. Detassare il lavoro, raccogliere i rifiuti, dare un permesso a mezzo milione di badanti, magari espellere i magnaccia e i trafficanti, e togliere l’Ici, l’imposta odiosa di Soros, a chi ha una sola casa. Costruire anche qualche strada, e qualche ferrovia. Magari si rivedranno i piani di fabbricazione “spagnoli” concessi in fretta, alla vigilia delle elezioni, ai grandi immobiliaristi, e si faranno felici anche l’ecologia, e l’etica. E che pensare se i salari, così depressi, tornassero in linea con la retribuzione del lavoro nel resto d'Europa?
Ora è vero il contrario, e non si sa più se è un bene: un governo di destra per fare le cose di sinistra. Detassare il lavoro, raccogliere i rifiuti, dare un permesso a mezzo milione di badanti, magari espellere i magnaccia e i trafficanti, e togliere l’Ici, l’imposta odiosa di Soros, a chi ha una sola casa. Costruire anche qualche strada, e qualche ferrovia. Magari si rivedranno i piani di fabbricazione “spagnoli” concessi in fretta, alla vigilia delle elezioni, ai grandi immobiliaristi, e si faranno felici anche l’ecologia, e l’etica. E che pensare se i salari, così depressi, tornassero in linea con la retribuzione del lavoro nel resto d'Europa?
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