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sabato 28 giugno 2008

Su basi etniche Obama ha già stravinto

Meno del 15 per cento degli americani possono vantare una discendenza inglese, imbastardita. Neri e latini sono più numerosi, e più puri, in ragione della loro esclusione.
Cosa contraddistingue l’America, che pure è così differente, è patriottica, all’unisono? La voluntary society? Sì, ma a livello locale. L’eguaglianza di opportunità? È una favola. La legge, salva l’America e la santifica la legge. La verginità di Obama di fronte alla legge è sicuramente il primo fattore del suo successo, di fronte ai vecchi routier Clinton – che insieme hanno avuto forse più processi che Berlusconi in Italia.
Ma sono i tempi propizi per un presidente americano nero, oltre che giovane e inesperto di governo? Per quanto riguarda la razza sì: su basi etniche Obama stravince su McCain, la quintessenza dell’anglosassonità: non più del 15 per cento degli americani possono vantare una discendenza britannica, ma un buon terzo di loro sono per Obama. Con i tedeschi, che sono un 10 per cento della popolazione bianca (l’America rischiò di parlare tedesco… ), il voto bianco anti-Obama arriva al 20 per cento. Al 25 con gli ebrei, che dubitano di Obama per le radici familiari islamiche. Obama ha con sé i neri, che sono censiti attorno al 10 per cento, ma con varie sfumature arrivano al 15, e almeno una metà dei cattolici europei: irlandesi, italiani, polacchi: un altro 15 per cento. Con gli asiatici e gli africani, e con i latini che gli porta il “matrimonio” con Hillary Clinton, la sua maggioranza è assicurata. Posto che si voti su basi etniche.
La questione etnica, nel paese multiculturale per eccellenza quale sono gli Stati Uniti, e insieme il più fortemente caratterizzato in senso nazionale, è sorprendente. Americano. I neri “sono la nuova razza”, scriveva già quarant’anni fa Chester Himes, “la sola nuova razza da qualche tempo”. Se si facesse un libro d’oro dell’americanità, i neri vanterebbero più generazioni certificate.

Ci vuole Bush per l'Eni in Asia

Che fare di Kashagan? L’Agip, cioè l’Eni, s’interroga sul futuro del maxigiacimento petrolifero in Kazakistan. Con riserve valutate in 9-16 miliardi di barili, in grado di dare da solo una produzione annua media di 300-500 milioni di barili, pari a 40-70 milioni di tonnellate, il consumo dell’Italia, il giacimento ha segnato l’entrata del gruppo italiano tra le grandi potenze petrolifere. Ma ha scontato una lunga serie di problemi sollevati dal governo kazako. Senza altro motivo che la collaborazione dell’Eni con la Russia, il nemico del presidente kazako Nazarbayev. L’entrata in produzione del giacimento è così slittata dal 2005 al 2011. E l’Agip deve fare i conti con una partecipazione non sempre amichevole del governo kazako in consiglio e nei programmi, di spesa e di ricerca. Alcuni dei maggiori soci della prima ora del progetto, British Gas e la Bp, hanno già preferito cedere le proprie quote.
Un anno fa il “Financial Times” argomentò che le grandi compagnie del consorzio, Exxon e Shell, intendevano scalzare l’Agip, cioè l’Eni, dalla leadership. Exxon e Mobil si presero la briga di smentire, e la cosa finì lì. Come un articolo ispirato dal governo kazako, che all’epoca brigava dall’Eni più poteri in consiglio. Ma ora l’Eni s’interroga se non è più conveniente defilarsi, lasciando la Exxon (la Shell guarda da sempre con molto distacco all’affare) a tirare fuori il giacimento dalla palude.
L’Eni non intende abbandonare il progetto. Anche se sa cheKashagan, come qualsiasi altro interesse in Centro Asia, economico o politico (la guerra in Afghanistan per esempio), non si può sviluppare se non d'accordo con la Russia, in contrasto quindi co uno dei "credo" della presidenza Bush. Potrebbe vendere sicuramente la quota con qualche beneficio rispetto alle spese sostenute, ma resterebbe fortemente indebolito sul piano patrimoniale. La quota del 16,81 per cento del consorzio, analoga a quella degli altri grandi gruppi, Exxon, Shell, Total, “pesa” molto di più nel patrimonio del gruppo italiano. D’altra parte, Scaroni in persona è rimasto scosso dall’ultimo round di trattative col governo kazako a gennaio. Al punto da dubitare che l’ex repubblica sovietica dell’Asia centrale possa sacrificare Kashagan alle ambizioni politiche di Nazarbayev. Una via d’uscita potrebbe essere un approccio diretto con la Exxon, per un’alleanza irrobustita, anche diplomaticamente. Un avallo americano potrebbe rassicurare Nazarbayev, e anche “convincerlo”, ammorbidire le sue fobie antirusse.

Gazprom vuole fare l'Europa dell'energia

Il presidente di Gazprom, Medvedev, è divenuto presidente della Russia, candidato di Putin. Il primo ministro russo di Putin presidente, prima dello stesso Putin, Zubkhov, diventa presidente di Gazprom. Che credibilmente annuncia di voler diventare in cinque anni il maggior gruppo mondiale dell’energia, con una capitalizzazione doppia di quella di Exxon-Mobil, oggi il più grande. In grado di garantire la politica energetica di tutta l’Europa, liberandola dal condizionamento dell’Opec.
Gazprom è la pupilla dell’occhio del potere in Russia. Ma non è solo una creatura politica. Gazprom è da quarant’anni giusti il partner energetico più fidato dell’Europa occidentale, a partire dall’Eni, con cui all’epoca avviò la relazione privilegiata. Il contratto del gas russo del 1968 è un romanzo, anch’esso a forti connotazioni politiche. Ma Gazprom è stato da allora il partner più sicuro e di maggior profitto dell’Eni – dopo la Libia di Gheddafi. Quello con cui l’Ente di Stato, quando ancora faceva progetti, intendeva costruire la rete europea dei gasdotti, basando il continente sul gas, più che sul tutto-elettrico e sul desueto tutto-petrolio.
Negli ultimi tempi l’Eni ha in più punti messo a rischio questa partnership privilegiata. Dapprima per errori politici. Quando Putin cinque anni fa disse a Berlusconi di prendersi tutto il gas russo che voleva, l’ambrosiano Cavaliere ci mandò il suo amico Mentasti, pensando a un affaruccio: non aveva capito. Gazprom fece allora pressione su Putin, e ottenne quello sfondamento in Germania che forse, giustamente, è all’apice dei suoi progetti, prendendosi nell’occasione come consigliere l’ex cancelliere Schroeder - che naturalmente, a differenza di Berlusconi, sa di che si tratta.
L’Eni ha poi parzialmente recuperato. Ha potuto sottoscrivere varie iniziative con Gazprom, spendendo il capitale di entrature e contratti in essere nei paesi petroliferi del Nord Africa. E di più forse non può fare, avendo il fucile puntato del Kazakistan contro chiunque collabori con i russi. In Kazakistan l’Eni ha il suo maggiore giacimento di petrolio, Kashagan, che è anche il maggiore del mondo. Ma una valutazione dei pro e contro dell’iniziativa in Kazakistan si sta imponendo all’Eni: non tutti i dirigenti, a cominciare dall’ad Scaroni, ritengono sia utile farsi legare le mani da Kashagan.

Napoli fa la festa alle intercettazioni

Dice bene Luca Barbareschi: “Se sei intercettato, sei colpevole”. Sarà per questo che la valorosa magistratura napoletana, col volenteroso aiuto dell’“Espresso”, ci ammannisce dieci e anche venti intercettazioni al giorno online. Ci voleva un attore per scoprire la verità. Perché di questo si tratta, di teatro, vaudeville si chiamava una volta, una farsa in gilet, magari da magistrato, da borghesia urbana. Prendendola seriamente, l’ultima raffica d’intercettazioni serve solo a rendere obbligatoria una legge restrittiva. E a innalzare un monamento ad Agostino Saccà, l’imputato principale. Ma non si può pensare all’“Espresso” e ai magistrati dell’accusa, benché napoletani, come a dei provocatori.
È la festa di Napoli, questo è. Ultimamente tornata alla fase piagnona, la città si diverte muta con l’elettronica. E si sfoga coi pettegolezzi prima che siano proibiti. Con battaglioni di carabinieri e finanzieri che muti ascoltano le telefonate, rimuginando di farsi questa o quella delle celebrità che gli tocca ascoltare per il loro misero stipendio - lo stipendio è sempre misero, non solo a Napoli, bisogna dire. Torme di consulenti di ogni risma che a caro prezzo sbobinano, trascrivono, tagliano, cuciono. E giornalisti amici degli amici che solerti prendono e mettono in rete – pare che l’esame di giornalismo sia ora mettere in rete: al candidato viene fornito un articolo che lo stesso dovrà con accortezza mettere in rete.
Un caso esemplare di produttività, questo delle intercettazioni partenopee, da Napoli a Milano e Torino, e giù a Potenza e fino a Lagonegro. Come solo a Napoli il lavoratore sa essere solerte, l’investimento produttivo, la capitale dell’economia nera, che è tanto più concorrenziale e ardua di quella in chiaro. Ma è anche una festa, questa della Procura del giudice Mancuso, quello del “non si toccano i miei figli”, anche se rompono, fedele discepolo del presidente Scalfaro, è una Piedigrotta, benché muta e priva degli assoli di Woodcock, tricche e ballacche in full swing, direbbe Arbore, con quel po’ di farfanteria che ci vuole, con la a alla Camilleri, che s’immaginerebbe suo cantore. In un paese civile qualcuno sarebbe stato sospeso, in Italia è cassa infernale e putipù, divertitevi.
E poi, non è il divertimento istruttivo? È così che Saccà, che i giudici di Napoli vorrebbero incastrato, ne esce leone: un supermanager. Berlusconi un cretinetti. Saccà incorrotto e incorrompibile, maestro nel proteggere l’azienda dalle pressioni politiche, che è il primo dovere di un manager pubblico, e uno che ha sempre battuto con le sue stronzate, chiamate fiction, le stronzate di Mediaset. E per questo l’unico manager sospeso dal consiglio d’amministrazione della Rai – non che i gentiluomini consiglieri siano al soldo di Mediaset, probabilmente sono veri poveretti. Berlusconi invece è un “ciula”. Che si fa telefonare da signore sconosciute. E fa telefonate, lui, il potente padrone di Mediaset e della politica nazionale, al calabrotto Saccà e non viceversa, per raccomandare signore che non conosce, e non stima. Su impulso, anticipiamo un'altra serie di indiscrezioni, della incombente e non troppo brillante famiglia, magari della signora Veronica.
Ma poi, finita la festa, bisogna chiedersi dove sta il fascismo. Perché c’è molta mafia, e si vede. Ma anche di fascismo qui ce n’è molto. Solo, non dove ci si aspetterebbe. Uno si sarebbe aspettato che le troniste di Berlusconi ripetessero le contesse di Mussolini, ma niente, qui niente coca e nemmeno trombate. Qui è tutta roba di sinistra, autocertificata. E di volenterosi assistenti alla morte – eugenetica!
La Repubblica, la storia più democratica dell’Italia millenaria, ha ucciso alcune centinaia di cittadini inermi, ha messo migliaia di bombe, sui treni, nelle piazze e nelle banche, e ha promosso il terrorismo. Ma sempre negandolo. Tanta impudica violenza è una novità, come quando gli squadristi brandivano liberamente i manganelli, si capisce che Napoli è eccezionale.

giovedì 26 giugno 2008

M il partito di Spataro, resistenza! resistenza!

Dunque la giudice Nicoletta Gandus, che deve giudicare Berlusconi, ne ha detto molto male nel 2006 schierandosi per il partito di Spataro, il procuratore della Repubblica di Milano di cui basta il nome: “Si tratta di leggi che - a prescindere da ogni altra considerazione - hanno devastato il nostro sistema giustizia e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi”. La ragionevole durata dei processi, secondo il partito di Spataro, è dieci anni? Dodici?
È probabile che, essendo di Magistratura Democratica, la giudice Gandus sia un’oppositrice politica di Berlusconi, con ambizioni dunque a titoli resistenziali. Partecipante ai social forum di Porto Alegre, Firenze e Parigi, si è distinta anzi per mettere l’Italia al di sotto del Terzo mondo quanto a riconoscimento dei diritti umani e civili, dice il suo santino – irritando per la verità un po’ tutti in Brasile, come sempre quando i ricchi si lamentano. Ma non è da escludere che attacchi il suo convenuto per farsi ricusare, perdere una sessione, favorire la prescrizione. Anche le persone di buona volontà hanno di queste debolezze, seppure inconfessate - la prescrizione consente al giudice di uscire a testa alta nella reputazione dei più, senza sporcarsi la coscienza. O magari, perché no, la giudice venendo bene nei fotoritratti alle manifestazioni, bionda vaporosa sulle forti bandiere rosse, punta ad aprirsi le porte di Vespa e Santoro, le corti italiane del ventunesimo secolo. A questo punto, Nicoletta è tutti noi. E gioiremo quando la corte milanese che dovrà decidere sulla ricusazione le darà ragione. Ma…
C’è un ma. Può darsi che Berlusconi non abbia 900 giudici alle calcagna, come pretende “Repubblica”. E nemmeno 789, come lui stesso pretende con De Benedetti. Ma anche se ne avesse 78 sarebbe un problema. Perché allora Berlusconi, che non è simpatico, si confermerebbe ubiquo, benché delinquente, è questo potrebbe corroborare la sua pretesa di essere Dio. Questo potrebbe anche dargli ragione nel disegno di sospendere i giudizi nei quali lui è coivolto per celebrare gli altri: forse i giudici troverebbero il tempo di condannare anche qualche pedofilo o grassatore, meglio se mafioso (dice oggi “Repubblica” in un pezzullo interno: “Capomafia uccise 13 persone\libero per scadenza dei termini. Nell’ambito di una faida una famiglia fu data in pasto ai maiali”).
I giudici italiani sono i più numerosi al mondo rispetto agli abitanti. Ma lavorano poco. Ora, se sono solerti contro Berlusconi e non lasciano scadere i termini, questo non può che fare piacere. Ma 900 giudici sono il 12 per cento di tutti i giudici italiani, uno su otto. Considerando quelli in servizio (non in malattia, non comandati a impieghi più prestigiosi, lucrosi, non in disponibilità, non al Csm, non al sindacato), i giudici di Berlusconi sono il 20 per cento del totale, uno su cinque. Allora speriamo che siano solo 78.
È un “sistema di giustizia” quello del processo a Berlusconi per avere avuto come avvocato Mills? Certamente lo è, c’è sistema dove c’è potere. Ma è un sistema democratico? Per il dottor Spataro sì, e per la corte mediatica che questo tribuno ha creato a Milano, di forcaioli e terroristi. Ma perché la Repubblica dovrebbe mantenerlo, e anzi proteggerlo? La Resistenza è contro questi infiltrati: sono provocatori. E parliamo di un partito di Milano, benché di Spataro. Poi ci sono i giudici di Napoli, dove non c'è limite all'abiezione.

Le intercettazioni cancro della repressione

Le intercettazioni sono opera di quelli che una volta si chiamavano sbirri, ed erano guardati con sospetto e sdegno dai Carabinieri e nella Guardia di finanza.
Un ufficiale della Guardia di finanza o dei Carabinieri – la Polizia cospicuamente se ne tiene fuori, dopo la demilitarizzazione - apre, con l’ausilio di una lettera anonima, che più spesso si scrive, o di una “confidenza”, sempre anonima, l’indagine che ha deciso di effettuare. O anche un sottufficiale, con le famigerate Note di servizio nelle quali un capo stazione può scrivere tutto, senza obblighi di prova Dopodichè due strade si aprono. O si cerca da un procuratore della Repubblica in sintonia l’autorizzazione alle intercettazioni - per un mese, ma nessuno poi controlla se durano anni com’è l’uso. Oppure l’ufficiale o il sottufficiale procede in autonomia, anche con le intercettazioni, e poi si cerca un procuratore della Repubblica che ne sia ghiotto e le spesi. Si conoscono almeno due dossier di grande eco che hanno girato mezza Italia prima di approdare alla Procura compiacente.
Non un casalese è stato arrestato e condannato grazie alle intercettazioni, uno di quei terribili personaggi che da due anni ingombrano le librerie. Né un mafioso. Nemmeno gli incredibili latitanti trenta e quarantennali, anche se hanno fatto numerosi figli, li hanno avviati agli studi o alla professione, hanno sposato le figlie, hanno condiviso i matrimoni, i battesimi e le malattie in ospedale della famiglia, sempre numerosa, eccetera. L’unico sequestro di persona nel mitico Aspromonte in cui sono state usate le intercettazione, quello della signora Sgarella, ha dimostrato che la temibile Anonima era una famiglia di balordi – il sequestro è stato l’ultimo, ma di intercettare i banditi non si è più sentito parlare, si rischia di prenderli? Le intercettazioni, nessuno della miriade di gialli che occupano le librerie ne fa caso. Né le dieci o dodici fiction investigative che si rifanno ogni anno in tv, di carabinieri, poliziotti, giudici, preti e guardiamarina, che per questo forse si ripetono con successo. Le intercettazioni, pure precise, sulla preparazione della strage di Duisburg non l’hanno evitata.
Un’intercettazione su cento, forse, si giustifica con ragioni d’investigazione. Le altre nascono e s’ingravidano all’insegna del dossier, la pratica sbirresca che condiziona la politica dagli anni del piano Solo – il ricostituente della Repubblica è il veleno, in forma di segreto, e appunto di ricatto. Ma l’origine è fascista. Si pubblicano telefonate di questo a quello, e indiscrezioni varie, di abusi, sessuali e non, licenze e inganni, in cui non è più il potere che attraverso i suoi apparati droga l’informazione. È la giustizia, con i giornali. Ma non è certo la libertà di stampa e il diritto all’informazione: il vizio è sempre quello delle veline di stampo fascista. Gli scandali politici venivano alimentati dal fascismo attraverso i giornali, ai quali il regime forniva in esclusiva le notizie e i materiali di corredo. La Repubblica naturalmente non è fascista, c’è la costituzione e c’è il mercato. Ma l’abitudine è rimasta: le prerogative costituzionali dei magistrati e il mercato convergono nel commercio delle notizie. Commercio non necessariamente a scopo di lucro, i magistrati non sono tombaroli – non sono ladri: a loro basta un semplice barbaglio di carriera, sociale e politica se non professionale.
Le intercettazioni, un tempo in sospetto per le deviazioni acclarate dei servizi segreti, sono dopo Mani Pulite il metodo d’indagine preferito: non ci sono più indagini ordinarie, o denunce documentate, né impegni precisi e delimitati dei responsabili di polizia giudiziaria. Sono un metodo sempre produttivo: se non c’è reato c’è sempre turpitudine, negli altri. Danno lustro: quante carriere sulle intercettazioni. E sono comode: piuttosto che lavorare, e magari rischiare, gli ex sbirri se ne stanno seduti, e danno appalti, a minisocietà d’informatica e tecnici del suono, il figlio, il nipote, l’amico del figlio, e a dattilografe, interpreti , specie dai dialetti, abili trascrittori. Poche centinaia di euro, ma questo è il grosso della corruzione in Italia.
Si fa finta, la sinistra fa finta!, in Parlamento!, nei tribunali!, che le intercettazioni siano opera di giustizia mentre sono, e tutti lo sanno, tutti!, opera di dossieraggio, cioè di spionaggio. Quanti cronisti non si sono visti offrire dei dossier completi? Con cassetta, con trascrizione rivista redazionalmente.
Non c’entra la giustizia con le intercettazioni, se non nel senso deteriore che essa ha acquisito in Italia dal processo a Sofri in poi, quasi vent’anni. Mentre tre gravi deficit di democrazia si sono con esse costituiti. Della legalità, sacrificata ai dossier. Della giustizia. Dell’integrità delle forze dell’ordine. Si conferma che la vera questione morale è in Italia, dal 1992, di chi si avvantaggia della questione morale. Di chi si pretende società civile che surroga la politica in ogni sua piega, dalle signore girotondine ai compagni reduci e a tutti i furbi: il combinato media-giustizia, con gli speculatori in veste di parroci e editori della questione morale, singoli e bancari.

Ombre

Mercoledì sera, dopo non aver fatto vedere Germania-Turchia, l’ineffabile redazione sportiva della Rai trova giusto il tempo di far commentare la non avvenuta nomina di Lippi ad allenatore della Nazionale, non ancora, a Zeman. Uomo dispettosissimo, in particolare contro Lippi. Che tentò di far dimettere, in combutta con la stessa Rai, alla vigilia del Mondiale 2006. Dice che il nuovo direttore De Luca avrebbe dovuto ripulire la redazione ineffabile. Forse dei residui di onestà?

Fanno pena la Merkel e i reali di Spagna a ogni partita del mediocre Europeo. Ma questa è la nuova Europa, tribale.

Angela Merkel che esulta contro i resti della Turchia, che hanno dato lezione di calcio alla Germania, è la Germania di oggi, un corpaccione inerte.

Nell’articolo del “Financal Times” che non avete letto, finalmente, almeno uno, in cui si chiede ai giudici di non distruggere l’Italia, la spiegazione è molto semplice: la cosa è americana. Quindici anni fa “il presidente Clinton fu soggetto a un processo dietro l’altro. Si vide che era altrettanto importante per i giudici restare sopra il sospetto di politicizzazione che per i politici sopra il sospetto di corruzione. L’immunità sembrò la maniera migliore di proteggere gli elementi democratici di un governo democratico – specialmente in un paese in cui il giudiziario è altamente politicizzato. Gli Stati Uniti erano e sono quel paese”. Dunque, i giudici italiani della resistenza sono amerikani? E Berlusconi è Clinton.

Sono solo settanta giorni che si è votato. Contro tutti i partiti di sinistra. Solo quaranta giorni che c’è il governo. Ma sembra un’eternità. L’Italia è un paese antico, giusto?
Anche molti animali non hanno il senso del tempo. Né quello delle convenienze. I cani per esempio, in tutto obbedienti, fanno cacca dove e quando gli pare.

Si fa per la munnezza il termovalorizzatore ad Agnano, invece che a Pianura, sito da tempo prescelto. In ragione, dice il “Corriere della sera”, dell’“assenza della camorra”.

L’Agenzia delle Entrate lunedì è sopraffatta dalle denunce e-mail, dei ristoranti e le pensioni dove gli italiani sono stati nel week-end. Ora, l’Italia risulta ultima al mondo per i collegamenti Internet. È Internet in Italia in nero, parte dell’economia clandestina – si fanno le denunce dall’ufficio, anche per passare il tempo?

Moggi accusa un colonnello dei carabinieri e il suo concorrente Baldini di avere complottato per incastrarlo. Si penserebbe l’accusa grave, roba come minimo da querela per diffamazione, e anzi di azione penale. Ma né il colonnello né Baldini si querelano, nessuna Procura apre un’indagine, il “Corriere” non ne parla (per il noto principio: “Se il “Corriere” non ne parla…”), la “Gazzetta dello sport del noto napoletano Palombo irride Moggi in due righe, senza dire qual è l’accusa. Il giorno dopo Baldini torna da Londra e dice che Moggi l’ha minacciato: le ammiraglie della Rcs ci fanno pagine.

Sulla Juventus come su ogni altro fatto, Fiat compresa, i giornali della Rizzoli sono cattivissimi dopo che non hanno più bisogno degli Agnelli Elkann per sopravvivere, gli basta Bazoli.

La Cgia, l’associazione artigiani di Mestre, ha scoperto che chi paga le tasse le paga per oltre la metà del suo reddito – in termini tecnici, che la pressione fiscale reale supera il 50 per cento. Scopre l'acqua calda. E la scopre ora e non prima, all’epoca delle “tasse belle” di Visco. Disfattismo?

Le cronache romane trattano il commissariamento della città, fatto che s’immagina grave, con questo metro: “Ci sarà la notte bianca?”, “Ci sarà il festival del cinema?” “Che ne sarà della Roma da bere?”

Si celebra Gianni Rodari, l’indimenticato autore di filastrocche che tutti coloro che sono stati bambini ricordano, col consueto premio in suo nome. Quest’anno il premio è preceduto da sei spettacoli per bambini. Con un titolo del devoto Saramago, e Cenerentola vista dalla scarpetta, “la vera protagonista”. Gli spettacoli per bambini si tengono all’interno di Villa Pamphili, dopo una passeggiata di una quindicina di minuti. Alle 21,30. Il premio sarà assegnato “da una iuria di bambini”. Alle 21,30?

Mercoledì 16 aprile 2008 il Tar del Lazio ha dato ragione al Codacons e ha imposto al Comune di Roma l’apertura della zona blu, i parcheggi a pagamento, perché illegali. Lunedì 14 l’ex sindaco di Roma Rutelli era andato al ballottaggio con Alemanno, che perderà imprevedibilmente con largo distacco.
I giudici italiani possono far male alla politica, prmai si sa. Ma non è detto che colpiscano solo a destra. Anzi, nella basculla postbellica, per quasi un trentennio anno colpito a sinistra. Ora, dopo un trentennio di magistratura “di sinistra”, il ciclo vorrebbe una magistratura di destra.

domenica 22 giugno 2008

La giustizia napolitana

C’è la parlata napolitana, c’è la romanza, c’è la spazzatura, e c’è la giustizia. Quello che questo sito tenta da tempo di mettere in chiaro Nicola Mancino l’ha affermato solennemente, forzando il Consiglio superiore della magistratura a condannare una legge che non c’è. Con una decisione che non c'è. Tutte cose che a Napoli si possono fare, solo a Napoli. Dopo un’analisi che non è stata fatta, perché il Consiglio sabato riposa. Ma Mancino voleva occupare le prime pagine dei giornali, e anche questo a Napoli si può fare - impunemente ma non solo a Napoli, bisogna riconoscere.
Mancino non è di Napoli e non è giudice, ma è di lì vicino, e napoletanamente ha sancito l’irresponsabilità totale dei giudici. Il presidente della Repubblica, napolitanamente?, tace, che è il capo del Consiglio superiore della magistratura e quindi di Mancino.
Qualche giorno fa l’innominabile Moggi aveva accusato un napoletano colonnello dei carabinieri di avere complottato per distruggerlo, con giudici napoletani. L'ha accusato a Roma, è vero, e non a Napoli. Ma in tribunale. Il colonnello forse non ha sentito? Ruggiero Palombo, napoletano patrono della “Gazzetta dello sport”, sempre bene informato, dal colonnello?, l’ha però ben sentito. Anche se la spocchia estende a far finta che lui è un gentiluomo e Moggi un rubamazzo.

Bazoli al "Corriere": muoia Berlusconi, e pure Veltroni

Aprire in qualche modo al Partito della Libertà, o comunque a un’infomazione meno schiacciata sul partito Democratico? Nemmeno su questo il cda straordinario della Rizzoli Corriere della sera il 16 giugno si è diviso: sì a una correzione di rotta, ma solo nel senso preconizzato da Bazoli, il patron di Intesa. A favore cioè degli ex democristiani nel partito Democratico e non più solo di Veltroni e i Ds. Correzione sulla quale Bazoli ha l’appoggio convinto dell’amministratore delegato Antonello Perricone.
I risultati sono stati immediati e evidenti sul giornale. Dove continua e anzi s’intensifica il martellamento di Berlusconi: “Clandestini, veto dei giudici”, “Clandestini, no di Onu e Vaticano”, “Rifiuti, la Lega vota contro il governo”, con i santini di Nicoletta Gandus e Bertolé Viale, spigolature acidissime, titoli contro anche sui mocassini o il taglio dei capelli, e censura degli aspetti scomodi come il crack del Comune di Roma. Una prima pagina nella quale il vignettista Giannelli si aggira come uno del dopo 8 settembre, anche se al Forte dei Marmi. Mai una riapertura per Berlusconi. Per banchieri e ministri ombra sì, ma per il governo no.
Lo squisito avvocato Bazoli, il miglior banchiere e il miglior imprenditore degli ultimi venticinque anni, uno che da un fallimento ha creato la più grande banca italiana, pupillo di Paolo VI, è uscito dal cda esclusivo patron del “Corriere”. Anche per essere il custode della migliore borghesia italiana (“l’Avvocato mi ha chiesto", “Cuccia mi ha incaricato”…). Bazoli è padrone e patron del credito, la banca, l’industria, mezzo Vaticano, mezzo Pd, e di Milano, compreso ora il “Corriere della sera”. È anche dell’opinione politica prevalente fra gli ex Dc, il verbo andreottiano, che il miglior nemico – o “amico” che sia – è meglio morto: lui non ha mai fatto prigionieri.

In attesa di Riotta governa Perricone

È Perricone a gestire la Rcs e lo stesso “Corriere” – nell’attesa di Riotta. L’amministratore delegato è in piena sintonia con Romano Prodi e con Bazoli: mantenere inalterato l’assetto proprietario, riequilibrare il giornale a favore della componente bianca del partito Democratico. Il “Corriere” ha anche bisogno di un restyling, e di un rilancio promozionale. Ma a questo si provvederà con l’arrivo del nuovo direttore in pectore.
Riotta avrà l’incarico di rilanciare il “Corriere della sera” con una formula editoriale più snella. Sempre vivace, sullo stile ormai dominante di “Repubblica”, ma agile. La sfida è sempre tra i due giornali, anche se non combattono per un mercato più ampio. Anche se essa pure in perdita di copie, “Repubblica” soprattutto punta a strappare di nuove la leadership di mercato al “Corriere”.
L’arrivo di Riotta è ritardato per due motivi. Per consentire a Perricone di realizzare la pesante ristrutturazione in programma, lasciando il nuovo direttore fuori dagli inevitabili contraccolpi. E per la fiduciosa attesa che dai nuovi assetti della Commissione parlamentare Rai e del consiglio d’amministrazione dell’emittente pubblica il nuovo direttore esca da martire, se possibile con lo stigma del mangiafuoco Berlusconi.
Nelle more, Perricone farà gli esuberi. Operazione che assicura indolore, per il consenso preventivo che avrebbe già acquisito dai sindacati, sia dei giornalisti che dei poligrafici. L’ad di Rcs ha dalla sua una sorta di ricatto, con l’allargamento della ristrutturazione ai quotidiani, cui le federazione della stampa e dei poligrafici sono assolutamente contrari, per motivi politici oltre che sindacali.

Per il "Corriere" 500 esuberi nei periodici

Decisione incomunicata, ma solo poco meno che ufficiale, al consiglio d’amministrazione straordinario della Rcs il 16 giugno: una radicale ristrutturazione dell’area periodici per riportare il gruppo in bonis entro l’anno, anche se l’area maggiore di perdita sono i quotidiani italiani, “Gazzetta dello sport” e “Corriere della sera”. Particolare curioso: la “Gazzetta dello Sport” non si è ripresa dal salasso di lettori nelle province juventine, in Toscana, nel biellese, in Romagna, ma non cambia registro, non è finita la spremitura di Torino da parte di Bazoli, l’“erede dell’Avvocato”?
Il Gruppo ufficialmente conferma “di confidare, allo stato delle conoscenze attuali, di raggiungere nel 2008 risultati correnti operativi sostanzialmente a tenuta rispetto all’anno precedente”. Leggi: con una lieve perdita operativa, anche se poi sarà “sostanzialmente” sostanziale, tenuto conto degli oneri finanziari. L’andamento del primo semestre sarà esaminato dal cda a Ferragosto, ma è già noto: pubblicità e vendite in calo, anche se di poco rispetto al 2007-2006. Quando però il calo diffusionale era stato sostanziale rispetto al 2005. Il rimedio sarà tentato con una riduzione drastica dei costi.
Il cda straordinario non è stato sbrigativo come il comunicato del presidente Marchetti lascia presumere. La ristrutturazione di Marchetti-Perricone ricalca quella di Ronchey-Calabi dodici anni fa: sarà cioè radicale, e si farà a spese del personale della Periodici. Anche se la parte che produce le perdite è la Rcs quotidiani, i quotidiani italiani del gruppo. Gli esuberi sarebbero però “dimezzati”. Nel 1995-96 la ristrutturazione si fece con mille licenziamenti. E del “Corriere” si riuscì il recupero con la direzione Mieli, che trasformò il quotidiano in una “piccola “Repubblica””. Oggi la ristrutturazione va per la stessa strada, con esuberi dimezzati, a quattro-cinquecento. Ma del recupero del “Corriere” non si ha idea. Anche perché Mieli non è più disponibile.

Niente capitali, per il "Corriere" si taglia

Un aumento di capitale è balenato al consiglio d’amministrazione straordinario della Rcs il 16 giugno. Ma come semplice ipotesi: il consiglio ha deciso di mantenere inalterati, “allo stato”, i piani industriale e finanziario, e per tornare in bonis ha varato la ristrutturazione. L’aumento di capitale era stato prospettato in alternativa ai tagli, per allegerire il bilancio Rcs degli oneri finanziari. Ma sarebbe stata una novità rivoluzionaria per la Rizzoli Corriere della sera, dove nessuno dei padroni post Rizzoli ha mai gradito mettere mano al portafogli. Il "Corriere" è un’azienda che tutti vogliono avere ma nessuno vuole finanziare. Anche perché gli equilibri vi sono misurati con il bilancino, e sempre sono delicati. Ha prevalso quindi la linea del “quaeta non movere”. Che è poi quella di Giovanni Bazoli, il patron effettivo del “Corriere della sera”.
L’equilibrio che si mantiene col mancato ricorso alla ricapitalizzazione è anche quello dell’antiberlusconismo. Tra le incertezze di un eventuale aumento di capitale c’è pure la linea politica. Anche in questo caso ha prevalso, con l’antiberlusconismo, il patron di Intesa. Con una sola correzione: più attenzione ala componente bianca del partito Democratico. Nessuno in cda ha prospettato un cambiamento di linea. Ma più di uno dei dieci membri del cda, in rappresentanza dei tredici azionisti, ha prospettato un “Corriere” agile come “Repubblica”, capace cioè come il giornale romano di rappresentare tutti i personaggi in campo, mentre il “Corriere della sera” appare massiccio, rigido, impacciato.

Mieli sull'Aventino al Circolo della Stampa

Paolo Mieli alla presidenza della Circolo della Stampa a Milano uguale remissione del mandato di direttore del “Corriere della sera”. Non si danno altre letture a Milano dell’elezione di Mieli al Circolo, un incarico finora di seconda e terza linea, che il direttore del “Corriere” ha però brigato in prima persona: ci teneva, e l’azienda l’ha accontentato. Tutto avviene in modo felpato perché è nel carattere di Mieli, che comunque si ritiene un dirigente della Rcs. E perché è nel dna della ex Rizzoli, che non licenzia i suoi dirigenti. Non è esclsuo che Mieli e l'azienda abbiano cercato concordi una via d'uscita onorevole e che soddisfi Mieli.
Due invece, e opposte, le ragioni che si danno della scontentezza di Mieli. Una è che non condivide la linea di assoluta chiusura per il Pdl, il partito di Berlusconi. Non tanto per Berlusconi quanto per la Lega. L’altra è che non condivide la decisione di abbandonare il sostegno a Veltroni e di restare alla finestra, per ora registrando, e anzi alimentando, il dibattito nel partito Democratico. Mieli avrebbe fedelmente eseguito le decisioni del suo consiglio d’amministrazione, anche con la consueta abilità (il ritorno di Prodi, col solito "ci sono ma lo nego", l’invenzione di Parisi, etc.) ma mettendosi appunto in libera uscita. Per il resto il giornale è allo sbando, con aperture insensate, il genere “Conti in rosso, Estate Romana a rischio”, c’è il terremoto, il gatto ha paura.
È significativo che Mieli abbia deciso di restare comunque a Milano. La nuova stagione delle nomine che si apre a Roma, alla Rai, all’Istituto Luce, a Cinecittà, lasciava presumere che sarebbe diventato il candidato di bandiera del Pd. Ma l’“elezione” al Circolo della Stampa indica che Mieli ha altri programmi. Il più gettonato è la Direzione generale Libri della stessa Rcs.

Ds camorristi? Il "Corriere" non lo dice

“La vecchia sindrome dell’“Unità” (“L’Unità non lo dice”) sarebbe passata al “Corriere della sera?”, chiede un lettore, che segnala un articolo del quotidiano in data 3 giugno, dal titolo “Sospeso il Comune dove Orsi era iscritto ai Ds”. Orsi è l’imprenditore campano pentito di camorra e assassinato il 2 giugno. Un articolo, scrive il lettore, “ridotto a poche frasi e firmato con una sigla, Ma.Po., e poi cancellato dall’archivio del quotidiano, “che pure registra perfino le lettere”.
L’articolo è pieno di notizie importanti, a giudicare dalla frasi che il lettore cita: “Il prefettop Ezio Morra sospende il consiglio comunale di Orta d’Atella, 13 mila abitanti, per presunte infiltrazioni della camorra. È la prima ricaduta politica dell’omicidio di Michele Orsi a Casal di principe. Orta d’Atella è uno delgi enti promotori di Cmc, azenda mista publico-privata del settore trasporti, che ha ra i componenti privatu la società dei fratelli Orsi. Del resto, era ala s ezione Ds di Orta che i due fratelli risultavano iscritti nel 2007, quando furono arrestati nell’inchiesta della Dda di Napoli su camorra e business dei rifiuti. Il partito decise di commissariale la sezione. Gli iscritti protestarono, si autosospesero, dissero che i due fratelli erano incensurati quando presero la tessera… “
Con i diessini di Orta era il sindaco Salvatore del Prete, anch’egli diessino, che poi passò con Clemente Mastella. “Seguendo”, dice la brebe rimossa, “la traiettoria politica di Angelo Brancaccio, che dei Ds di Orta d’Atella è stato a lungo un pirotecnico leader. Figlio di uno dei fondatori delPci a Orta, Barnacaccio, quando era di sinistra, riuscì a arsi eleggere sindaco del paese con il 95% dei voti. Era il periodo in cui Orta vantava il record italiano di cittadini che prendevano il reddito minimo d’inserrimento. Anche Brancaccio, oggi consigliere regionale Udeur,nel 2007 fu tovcato da un’inchiesta per corruzione, peculato ed estorsione”.
Una lettura in effetti interessantissima, uno spaccato in bereve della vita reale della politica in provincia. Ma si vede che il vizio al “Corriere” perdura. “La vecchia sindrome dell’“Unità” è la prima cosa che i borghesi buoni del “Corriere” hanno adottato, fin dai tempi di “Lascia o raddoppia” (“Se non lo dice il “Corriere”… “). Cos’altro può essere questo articolo che c’è e non c’è? Il giornale ha “occupato il posto”, nel caso che l’assassinio di Orsi creasse un’ondata emotiva. L’emozione non c’è stata, a nessuno frega più nulla di Napoli, e la debole traccia del pezzo sminuzzato è stata fatta sparire.
È un reperto che potrà fare storia. Dopo le ultime novità nel quotidiano bazoliano, si potrà ritenere questa una delle ultime censure del Minculpop postcomunista.

Zentrum Zentrum! se Casini si fa da parte

Berlusconi non muore. Ne sono stati certi, per due legislature, ma pare sia immortale. E dunque,
accantonato Prodi nella riserva della Repubblica, e abbandonato Veltroni ai suoi compagni, D’Alema in testa, si passa alla mossa B della (ex) Dc. Ammesso che ci sia una Dc e che abbia dei piani strategici, Prodi ha rappresentato con Veltroni il progetto di leadership angloamericano, teoricamente dell’alternanza. Ora è la volta della vecchia Dc o dello Zentrum, la melassa degli interessi.
Il presupposto è sempre che Berlusconi, quel porco, quel frocio, quel ladro, deve restituire
i voti che s’è appropriato, i voti Dc, eterni – gli elettori magari no, ma i politici Dc sono molto ecclesiastici, si ritengono unti del Signore. Per anni gli (ex) Dc hanno aspettato. Dapprima storditi. Poi fiduciosi che Berlusconi morisse. Proprio così. Ora la pazienza è esaurita, cinque anni fuori dal potere sono troppi, e la decisione è presa di muovere in campagna subito.
Il moto è concorde. Dal partito Democratico, gli ex popolari. Forse incluso Rutelli. Dalle formazioni di centro di Tabacci, Baccini, Montezemolo, Della Valle. Dal cuore dell’Udc, se solo Casini si facesse da parte. E anche dal cuore del berlusconismo: i gruppi che l’altro ieri hanno fatto vincere Prodi, seppure con quantità minime di voti, le Dc di Rotondi e Pizza, il Movimento regionale di Lombardo. Qualche segnale sarebbe arrivato anche dal Vaticano, che si tiene stretto Berlusconi ma non lo digerisce.
L’appoggio è certo dalla Banca d’Italia di Draghi, e dalla Cisl di Pezzotta. E il sostegno si dà per scontato dai media privati, di De Benedetti e Bazoli, oltre che del vecchio e nuovo Raiume, orfano inconsolabile della vecchia Dc. Il parquet delle personalità sostenitrici include, oltre a Draghi, De Benedetti, Bazoli, Montezemolo, Tronchetti Provera, anche Emma Marcegaglia, la stinta Gelmini ministra di Berlusconi, e Letizia Moratti, forte dell’Expo 2015. Il massimo è Gianni Letta, ma senza più speranze.
Dove avviene tutto questo? In sogno certo. E sui tavoli delle trattorie romane, tanto costose quanto inappetenti.

martedì 17 giugno 2008

Ma chi ha dato la patente agli antemarcia?

L’agenda politica della sinistra è dettata da “Repubblica” e “Corriere della sera”, si sa - i paladini antemarcia, quelli che erano di sinistra quando non eravamo ancora nati. Con la volenterosa Rai al seguito. Veltroni, che si era preso un po’ di autonomia, si è già arreso.
Sembra un fatto di verità. I due giornali sono i più grandi, quelli che hanno più lettori, con tutta l’autorevolezza quindi per fare la politica fingendo di dirla. Ma non è così.
L'agenda politica è dettata in realtà da Berlusconi. Di cui i grandi giornali sono i "volenterosi esecutori" per l'opinione pubblica di sinistra, che si vuole - Berlusconi vuole - residuale. Ma tralasciamo questo aspetto: è un fatto, ma forse troppo sottile.
“Repubblica” e “Corriere” costruiscono un’opinione elitaria, dei belli-e-buoni della Repubblica, e in parte perfino dichiaratamente snobistica, la cui unica base è l’autoreferenzialità – sono il più buono perché me lo dico. Dicono che c’è il fascismo, oppure che non c’è, con la stessa supponenza. Non ci troverete mai i fatti, anche terribili per un lettore di sinistra, che succedono nella realtà: l’immigrazione di milioni di disperati, ancora l’immigrazione, le diecine e centinaia di morti ogni giorni nel mare, o nei cantieri, l’inflazione, e ancora l’inflazione, il reddito incerto, le nuove forme di lavoro, il Nord, la luce della nazione, che vota Lega, la corruzione così diffusa, specie nel pubblico impiego. No, basta mettere in berlina Brunetta. L’unica partita politica che giocano è l’antiberlusconismo, certamente lecita, e forse dovuta, che porta forse qualche lettore, ma in primo luogo è una partita milanese, di affari e di potere negli affari. Compresa la Procura di Milano, che è asservita ad alcuni ambienti di affari, e per loro fa le partite.
Essendoci dentro pure la Rai, potrebbe sembrare che questa opinione sia vasta e dominante. Ma gli ascolti sono solo abitudine. Non c’è bisogno di studi di mercato: chi può credere che un solo ascoltatore segua i quindici minuti di pareri e contropareri di tutti i partiti in Parlamento su ogni vicenda politica, sia pure – raramente – d’interesse. Chi ha mai capito, ai telegiornali Rai, di che si sta parlando in politica?
Questi giornali sono in perdita costante da un paio d’anni di lettori, e ora anche di pubblicità. Questa combinazione ha una sola ragione nel mercato dei media: la perdita di credibilità. La perdita dei lettori non è cioè un fatto di mercato, o generazionale come sempre avviene per i giornali, di mutamento degli interessi, di aggiustamento delle formule editoriali, né di diverse opzioni politiche, nel qual caso se ne potrebbe configurare un ruolo resistenziale. No, l’industria non li considera più veicoli primari di attenzione. Si possono fare giornali anche brillanti sul nulla, ma non per sempre.
La stessa partita dell’antiberlusconismo, bisogna dire, così piena di buoni motivi, diventa non credibile per il fatto che si omettono, e anzi si difendono, prevaricazioni, brogli e corruzione. Nel caso in cui ne siano responsabili altri potentati milanesi, o altri interessi politici. Nella giustizia, nell’immobiliare, nella finanza (collocamenti fasulli, l’insider quotidiano a Milano, il mercato delle voci), negli appalti, specie aziendali (quante tangenti lasciano da parte gli uffici acquisti), nei servizi, pubblici e privati. Ma restiamo al mercato dei media.
I due giornali perdono quote e le fanno perdere alla sinistra forse per stupidità – chi ha lavorato alla Rizzoli non fatica a crederlo. La stupidità ha varie forme: l’abitudine, la ripetitività, la vecchiaia, che non necessariamente è anagrafica, la mancanza di fantasia, la mancanza di voglia. Ma più, e sicuramente, per furbizia. Che nel caso del “Corriere” è evidente (di “Repubblica” poco si sa, è tutta nella mente del padrone De Benedetti, con rappresentanze sindacali sedute). Due anni fa il supermanager Colao, il più richiesto d’Europa, ora a capo di Vodafone, il primo operatore dei cellulari, fu cacciato dal “Corriere” perché voleva farne un giornale che si legge e in cui tutti lavorano – ci lavorano quelli che lavorano. Alla proprietà, l’establishment milanese, ciò non interessava e non interessa. Quest’anno la proprietà ci perde anche contabilmente e dovrà mettere mano al portafoglio, ma nulla si cambia: il “Corriere” serve così com’è a Lor Signori.

Veltroni si arrende

L’emendamento salva Berlusconi, il lodo Schifani, la museruola ai giornalisti sulle intercettazioni, il reato di clandestinità, l’emendamento salva Rete 4, i militari a Napoli per la spazzatura, insomma il golpe, e soprattutto, sopratutto, le critiche dell’Europa: in pochi secondi Veltroni snocciola ai tg un cahier de doléances perfino più nutrito di quelli che il sindacato riusciva a mettere assieme per le adunate senza fine del 1969. Ci manca solo il no di Berlusconi alla Moratti sui fondi per l'Expo, l'ultima baggianata del "Corriere" e "la Repubblica". Il cahier sir Uolter dice tutto d’un fiato e mostrando di non crederci. Ma come se dicesse: beh, mi arrendo.
Poco importa se l'Europa è Jacques Barrot, un commissario che ha un portavoce italiano, che si dice del fronte della resistenza ma dev'essere un provocatore, poiché gli fa dire, al suo commissario, tre cose diverse in un'ora in materia di reato di clandestinità, dopo aver discettato nel mese di maggio, o era aprile, liberamente contro Alitalia. Veltroni si arrende alla trappola montata dai grandi giornali fiancheggiatori, “Repubblica” e “Corriere della sera”, che evidentemente lo sovrastano come capacità di argomentazione. O passa all’opposizione di se stesso per indebolire la fronda interna. Che da qualche settimana vuole addirittura sbarazzarsene. Anche a costo di recuperare Prodi. Mentre Berlusconi conquista città e province, senza maniere forti, senza nemmeno i pacchi regalo. Continua così la sceneggiata della finta sinistra. Agli squilli antemarcia dei giornali dei padroni. Alle redini, si può dire, dei padroni, del loro inossidabile “potere attraverso la crisi”.
In tutta Europa la sinistra paga l’incapacità di assicurare la sicurezza, nelle strade e sul lavoro, l’immigrazione di massa, il reddito familiare. In Germania e in Italia specialmente, in Francia, ora in Gran Bretagna, e anche in Spagna non sa che fare. Veltroni sembrava averlo capito – cosa non ovvia in Italia, anche se è sotto gli occhi di tutti: i giornali antemarcia non danno tregua. Sembrava anzi deciso a tentare qualche soluzione, una via comunque diversa, smarcandosi dall’antiberlusconismo divorante, non a caso alimentato dallo stesso Berlusconi. Appoggiandosi perfino a Berlusconi per quella parte della soluzione che riguarda il buon funzionamento del Parlamento e del governo. L’obiettivo era più che ovvio, e anzi necessario: staccare da Berlusconi quella grossa fetta di elettorato che i giornali di Lor Signori qualificano di centro ma che è sempre stata di sinistra e ora si sente abbandonata, se non tradita.
Il tentativo Veltroni si può dire così chiuso, e forse fallito. Avremo ora probabilmente molte intercettazioni su Berlusconi, prima che ci sia la legge – in modo che la legge sia necessaria. Avremo quei processi non processi, sul tipo Sme e Lodo Mondadori, che resteranno solo come una vergogna della magistratura milanese. E avremo le barzellette di Berlusconi a palazzo Chigi e ai vertici dei Grandi, in piena berlusconeide, nella quale il presidente del consiglio eletto ci ha subito precipitato, il referendum perpetuo che non può che stravincere. Veltroni magari si pentirà di aver lasciato Roma, e il festival del Cinema. Ma noi non avremo nemmeno la consolazione di un pentimento.

lunedì 16 giugno 2008

Problemi di base (2)

Com’era il tempo prima dell’uomo? Passava, cioè si misurava?

Perché Berlusconi non ha l’amante? Tutti l’hanno sempre avuta, da Mussolini a Craxi.

Perché tutti hanno sempre avuto una sola amante, da Mussolini a Craxi? (Qui la risposta ci sarebbe)

Perché la patata è più saporita se frantumata invece che tagliata col coltello?

Perché bisogna stare scomodi a teatro, tre ore? E all’opera?

E perché gli uomini preferiscono le bionde?

Perché gli italiani allo stadio in Svizzera fanno il tifo solo in tv, se si accende la spia della telecamera che li inquadra?

Perché Buffon deve giocare dietro Zambrotta, che sempre gli fa autogoal?

Secondi pensieri (14)

zeulig

Bugia – Ha le gambe corte, ma corre veloce.

Complessità – Segna l’epoca in sordina, ma ha rivoluzionato il pensiero, da tempo: la filosofia e la scienza, compresa la scienza della scienza. Il pensiero filosofico l’ha disorientato, Heidegger ne è l’espressione, che così a lungo ha cercato il centro perduto.
Ha dissolto i fenomeni fisici e biologici, e la psicologia, l’economia, la sociologia, nonché gli strumenti di misurazione, la geometria e la matematica. Ha inciso più della relatività: Einstein opera nell’alveo della fisica “classica”, la complessità invece perturba ogni entità. Rovesciando il Principio di ragione, il “nulla è senza ragione” di Leibniz, peraltro indimostrato. Il Principium rationis non è più il principio di ogni rappresentazione.

Confessione – Porta a galla il peggio di se stessi, lodata, lo moltiplica, lo metastasizza. O la solitudine, che è la stessa cosa. I preti lo sapevano, che tenevano in punta d bastone le zitelle beghine e le puttane pentite.

Denaro – Non risolve i problemi ma ne crea. Essendo passato da nummus a misuratore della felicità è un motore che gira a vuoto.
La sua trasformazione da numerario ad accumulatore segue l’inizio della modernità, e l’obbrobrio sull’evo medio, operoso e immaginativo come ogni altro ma segato per la difformità dal nuovo modello, che si pretende universale, sprofondato nella preistoria.
È il problema del capitalismo. Della sua insoddisfazione (crisi) e della sua non accettazione, a partire di grandi capitalisti. Il problema non è il sopruso, o l’accaparramento, che ricorrono in ogni altra forma sociale. Il problema è l’inconsistenza del denaro – per chi s’arricchisce oltre che per chi s’impoverisce. È qui l’inconsistenza della borghesia, la sua arte essendo il denaro, che non dà soddisfazioni.

Dio – Il suo difetto è la perfezione: troppe cose gli sfuggono.

Se fosse il mondo, come vogliono i mistici, sarebbe pura immaginazione. È piuttosto l’anti-mondo, il bisogno di una certezza.
Di un mondo che pure lui stesso ha creato? È possibile, il principio duale non era campato in aria: il mondo come opposto a Dio, nel suo sviluppo se non anche nella sua origine.
Nel suo sviluppo per il principio della libertà. Che dunque non è in Dio?

Dolore – Resta incomprensibile, come la violenza, o il riso, perché non si riesce a legarlo al divino. L’uomo razionalizza solo il divino (il divino è la radice della razionalità).

Filosofia – Non decide nulla. Ma è un modo elegante di passare il tempo. Poco faticoso, come il croquet.

Quella occidentale è greca e tedesca. Ma la filosofia è irrealizzabile, e questo male si addice agli operosi tedeschi.

Giallo - È il tipico racconto che corre alla fine. La narrazione è – era – tipicamente aperta, seminativa. Il giallo è un ventaglio che si chiude.

Identità – Se inward-looking implode. Per un fenomeno fisico. Anche di fisica sociale, nelle tribù di Turnbull, nelle famiglie endogenetiche. Il meticciato di Senghor, o cosmopolitismo, è ovviamente più produttivo, perché fa imparare qualcosa. Anche guardarsi indietro serve, s’impara dalla storia e dalla tradizione, non si è se non si è stati. In termini pratici è una questione di equilibrio: essrrci-per-aprirsi, direbbe Heidegger.

Ipocondria - È malattia indelebile. Tanto più in quanto è soft.
È stata degradata a malattia dell’epoca, dei ricchi e sazi, i giovin signori pariniani. Ma è atto di ostilità, continuativo, suadente, perfido. Contro gli affetti,prima che contro se stessi e il mondo.

Letteratura - È zona franca, per il privilegio dell’extraterritorialità. Tutti gli eroismi vi sono possibili, senza rischio né fatica. Ogni turpitudine vi si può perpetuare, ipocrisia, adulazione, tradimento, perfino la violenza e fino all’assassinio, impunemente.

Libro - È una promessa d’ignoto. Anche a chi lo pubblica, all’editore, allo scrittore, allo stesso consulente critico.
Si difende con le ricerche di mercato, ma per gettare fumo negli occhi.

Vuole fatica, è droga per pazienti.

Metafisica – Passati attraverso il rifiuto della metafisica, se ne esce rifiuti.

Narrazione – È diffusa, sotto forma di romanzo o di reality, perché è un esercizio dell’ego del narratore. Una proiezione molto diffusa in epoca di ego dominante.
È sempre un dialogo. Anche se graficamente ordinato in flusso ininterrotto (Joyce, Bernhard), senza intervento visibile di interlocutore. Le digressioni, gli a parte, i paesaggisti dell’anima, i vi dico io che cos’è, per quanto compiaciuti, devono reggersi su forme di dialogo, per quanto surrettizio, con interlocutori immaginari ma sempre realisti, altrimenti non si legge.

Nella narrazione come a teatro, l’interlocutore è sempre immaginario. Antagonista quanto si vuole ma a uso personale. Il dialogo è immaginario come la descrizione o i fatti: è solo un artificio per dare spessore plastico (voce, moto) ai personaggi – i primi dialoghi sono quelli filosofici, falsissimi.

Opinione – Non ce n’è di più stupida – superficiale, incoerente, faziosa, inutile – che là dove è diventata pubblica. Un africano all’epoca del tam-tam ne sapeva e ne capiva di più.
Segna l’irrilevanza della condizione urbana – l’irrilevanza della società al tempo della città.

Realtà – Entra in noi, che dobbiamo realizzarla, molto prima di essere. Come desiderio, presentimento, ineluttabilità, della catastrofe, preparazione.

Romanzo – È un progetto, con una struttura e un disegno. Da qui la critica dei caratteri, dei tipi, il plot, i generi. Mentre la narrazione deve fluire libera. La narrativa di fa da sé – è la scrittura: la lingua e la concrezione degli eventi. Personaggi e tipi evolvono con gli eventi. La psicologia non costruisce i personaggi ma si costruisce con essi.

Scrivere – La storia si scrive. Scrivere è portare al presente il passato, anche insignificante, e al passato il presente, compreso l’inesistente.

C’è nella scrittura, nella buona scrittura, dotata per la comunicazione (narrazione), qualcosa di più del percepito e dell’espresso, e del vissuto. Freud o Heidegger (Platone, Nietzsche, etc.), o Stendhal, Schopenhauer, scrittori dotati, sono molto più grandi dei loro intendimenti, talora perfino limitati, o del loro misero vissuto.
Ciò è esaltante: da solo dà la misura del potenziale umano.

È leggere. Lo scrittore è narratore di letture.

Storia - La sua verità non può essere la razionalità.
La razionalità non può essere che quella di oggi. Insomma, la più matura possibile, quella che oggi ci sembra vera. La verità della storia è quella del suo tempo. È la razionalità, se si vuole, ma del suo tempo.
Il che non cambia molto. Ma la definizione sì, che può non essere poco. Delle epoche buie, per esempio, rispetto a quelle illuminate. Per esempio, un’epoca in cui tutti s’improsano liberamente che cos’è? È libera, illuminata, razionale?

Tempo - È immortale. Altrimenti non sarebbe. E dunque era prima dell’uomo che è mortale.

È un continuum, ininterrompibile. Da qui una certa stolidità.

È un metronomo. Anzi un pendolo: non accelera, ed è indifferente.

Verità – È ubiqua, e insidiosa. È insidiosa per essere ubiqua.

zeulig@gmail.com

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (19)

Giuseppe Leuzzi

“Non sono un pirla”, dice il portoghese Mourinho, che l’Inter paga il doppio di ogni altro allenatore. E “conquista Milano”, assicura il “Corriere della sera”, dove pirla significa coglione.

La palamita
Il signor Lega di Chioggia, che non è mai stato in campagna, l’ha scoperta al Sud. Non ha mai vissuto la vita di paese, solo al Sud. Non ha mai visto un matrimonio in paese, lo ha visto al Sud. Non ha mai mangiato dai parenti, solo al Sud. È stato sposo giovane di Adriana, giovane chimica siciliana della Montedison a Marghera, che lo innamorava in ogni piega. Col tempo Adriana sviluppò un ritorno sentimentale alle radici, passando parte delle vacanze e qualche Pasqua nella casa di famiglia ereditata in paese in Sicilia. Il signor Lega volentieri l’accompagnò.
Fu così che scoprì la vita di paese, la campagna, i contadini, i parenti, i matrimoni, il controllo sociale, le chiacchiere. Con curiosità, ma con un sottile effetto: tutto fu per lui estremamente siciliano. Compresa la strana usanza di meriggiare con le imposte chiuse. Lo pensò e prese a dirlo in ogni occasione.
Adriana se ne risentì. Provò a spiegargli che la campagna nel Veneto è probabilmente uguale, rispettosa e dispettosa, amichevole e insolente, come forse dev’essere in tutte le comunità piccole e chiuse. Lo spiegò ripetutamente. Ma il signor Lega la spiegazione prese a conferma della diversità. Nel caso, come una prevaricazione – anch’essa caratteristica, meridionale, siciliana, eccetera.
Il dissidio si complicò quando con la ristrutturazione il signor Lega fu prepensionato, mentre la moglie restò in azienda in attività fino all’età canonica. E ora il signor Lega è uno di quelli che alla panchina sul canale dicono che gli immigrati ci tolgono il lavoro.
Ma un problema è sopravvenuto. Nella sua scoperta del Sud il signor Lega aveva scoperto il palamito. Che, non ci credereste, è il pesce sott’olio come lo chiamano al Sud. Non tonno all’olio ma palamito. Se lo scambiano per i morti – i parenti del mare lo mandano a quelli di campagna - e lo mettono in conserva per l’inverno. Il che in sé non è un problema, Il problema è che ora il sindaco di Grado e Matteo Piervincenzi fanno la sagra della palamita. Anzi, non la sagra, una festival. Una festa a cui invitano storici, geografi, artisti, e filosofi – Piervincenzi è cuoco di stelle Michelin, e quindi cucina col pensiero. La Festa della palamita, che secondo loro si è sempre pescata nell’Adriatico, e sarebbe nientemeno sorella-fratello nobile del tonno. L'ultima speranza del signor Lega è che la palamita non sia il palamito.

Il Nord non esiste, perché il Sud non l’ha inventato.
Il Sud invece esiste, perché il Nord l’ha inventato.

Andando alla spiaggia, al mare cristallino della Tonnara di Palmi e delle Pietre Nere, si attraversa la contrada Scinà. Un posto dove ora molti magistrati e avvocati, e noti mafiosi hanno costruito le loro ville sul mare. Che altro non evoca se non lo studioso di cui Sciascia scrive: “Scinà è il miglior scrittore in italiano che ci sia stato in Sicilia prima dell’unità”. Ma noto solo per “L’arabica impostura” dell’abate Vella, un ignorantone che “con accento maltese pronunciava un bastardume di linguaggio arabo”, e fabbricò falsi documenti arabi, dapprima per certificare l’indipendenza dei nobili siciliani dagli statuti napoletani, dal riformismo, poi per assoggettarveli. Scinà è uno dunque che i falsi denunciava, “la minzogna saracina” del poeta Meli.

Dumas, instant antropologo, fulmineo d’intuizione, esatto nel rilievo, anche nella prosa minore di “Maestro Adamo”: «“Ammazzagesù” sono chiamati gli sbirri» in Calabria, racconta.

Nei caffè di Brindisi si fa (si faceva dieci anni fa) la tratta del lavoro. Albanese e asiatico. Ancora da arrivare.
Nella stazione di servizio di Monopoli si fa (si faceva) ufficio al cellulare, ordinando partite d’abbigliamento per centinaia di milioni, di scarpe, di mobili, di giocattoli, a produttori e distributori del Nord. Complici? Partite che si rivendevano a sconto a veri commercianti, con fatture false, e non pagate.
È lo stesso gusto degli affari di Milano, mediato magari a Milano, senza capitali. La moralità è diversa?

Avendo una Mondadori al Sud, o una Rizzoli, si potrebbe agevolmente comporre un libro alla Bocca o alla Stella sulla mafia a Milano. Non manca nulla.
Hanno colpito il Sud ripetutamente, ci hanno preso la politica, hanno colpito Roma e ora si prendono anche le banche, hanno colpito Torino col calcio, la cupola della mafia che non si trova è a Milano, che si proclama la capitale morale d’Italia. Non c’è infamia che Milano si sia risparmiata.
Se al tempo del Ripamonti i bravi erano sessantamila, non possono essersi dileguati senza traccia – anche seimila sono troppi, a voler concedere un errore di stampa.

Sudismi\sadismi. “Perché il Sud è senza voce”, un articolo di riflessione di Galli della Loggia il 29 maggio sulla scomparsa del Sud dall’Italia, ha aperto un dibattito sul “Corriere della sera”, all’uso di una volta. Che ha raccolto in dieci giorni tre interventi. Di ottantenni, La Capria, Giovannino Russo e Emilio Colombo - che forse va per i novanta. Con argomenti non si può non dire giovanili, di cinquanta e sessant’anni fa.
Il direttore del “Corriere” Mieli sarà stato generoso ad aprire il dibattito - se non voleva divertirsi. Gli intervenuti potrebbero non averlo deluso: ognuno a suo modo - ma tutti poi al modo napoletano - hanno testimoniato l'assenza del Sud più efficacemente di quanto abbia saputo dire Galli della Loggia. Il fatto è che il Sud può essere molto meglio, e molto peggio, di Napoli. E che comunque non va cercato a Napoli.Che dire di Napoli? “Il fatto è che per decenni”, scrive Galli della Loggia, “le sue classi dirigenti hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l’essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale”. Il “fatto”? quale fatto? Ogni parola suscita meraviglia: classi dirigenti? centralità? ideologia? cultura? questione meridionale? profilo politico? ruolo? Lo storico fiuta la novità, ma la riporta alla solita “vecchia tesi” (non c’è saggezza se non è vecchia): alla “antica vocazione delle classi dirigenti siciliane a bypassare Napoli e il Mezzogiorno per mettersi direttamente d’accordo con l’Italia settentrionale”. No, lo sforzo è di tutto l’ex Regno di liberarsi di Napoli e mettersi d’accordo col mondo – liberarsi dei baroni? dei Borboni? No, di Napoli, dell’inferno.La parte più nobile di Napoli, “Gomorra”, nel libro e al cinema, è proprio napoletana, molto furba. Accattivante, suadente, e traditrice – mai un briciolo di verità a Napoli, è roba da poveracci. La questione morale della mafia, se se ne potesse impiantare una, è significativa: a Palermo costruisce e innova, a Napoli litiga per le strade e accoltella i bambini. La città sa fare (ancora) molte cose, ma non lo sa dire, o non vuole. E si crogiola – la crogiolano i suoi giornali, i suoi scrittori, i suoi intellettuali – nel tricche e ballacche. Eh sì, Napoli nobilissima e crudelissima è folklore stomachevole. Quell’essere e non essere vischioso, che da tropo tempo mostra un ordito camorristico, marcio anche se da teatro d’infimo ordine, dai disoccupati organizzati agli assenteisti e sabotatori dell’Alfa Romeo, e ai rifiuti, che si vogliono ecologia pura e sopraffina. L'ultimo ministro di Napoli è Pecoraro Scanio. A Pomigliano, dove la Fiat ha concentrato l’Alfa Romeo per farne un marchio da mezzo milione di autovetture, alle maestranze non gliene frega nulla, a loro interessa poter non andare il lunedì. Che Sud è questo? Meno male se non ha più voce.Il problema è alla radice. Che deve dire il Sud di fronte a Napoli? Che cosa di diverso può dire rispetto al Nord, e al resto d’Italia e del mondo? O di fronte a tutto il sentimentalismo e la rancida sociologia dei polemisti anziani del “Corriere”? Per una diversità del Sud che, insomma, si sa, è l’intervento straordinario? Ma la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno è la cosa migliore che sia stata fatta nel dopoguerra per il Sud.Il problema è che il silenzio del Sud è un’ottima novità, se non sa che parlare sguaiato, nella forte indignazione delle sue figuranti popolane, che non si capisce se sono veline locali o guappe furbe. Per fortuna, avrebbe dovuto dire Galli della Loggia, che il Sud tace, raccoglie l’immondizia e, dove possibile, va di giorno a lavorare.La questione meridionale è la questione settentrionale. Di uno Stato che si dice meridionalizzato. Lo dicono i corrispondenti del “Corriere”, lo diceva Sciascia, lo dice il Meridione insomma, e questo è parte del problema, è la parte più importante. Mentre si sa che è settentrionalizzato. Perché il Sud non ha mai contato nulla, non sono gli sbirri che fanno la polizia. Perché è corrotto e imbelle, soggiogato al denaro in tutte le sue forme, dal sussidio alla termovalorizzazione e alle energie alternative, cosa di meglio c’è per le coscienze?, passando per la criminalità. La colpa specifica del Sud in questa Italia è di non saper far fruttare il crimine.