La “mano invisibile”, che è invece visibilissima, e molto dura, è quella di Milano. L’opera è la distruzione dell’Italia, ormai quasi a termine. Non propriamente la distruzione dell’Italia, ma il proprio indisturbato guadagno, che è il solo interesse, come si sa, di Milano.
Quello che Tronchetti Provera dichiara agli inquirenti milanesi sulle spiate Telecom avrebbe valso a ogni altro soggetto varie incriminazioni, o allo stesso soggetto sotto diversa Procura. A Milano invece il dichiarante viene ammesso al processo come parte lesa. A un processo in cui un certo Tavaroli s’impossessa di due grandi aziende come Pirelli e Telecom, e paga tangenti, spia persone e imprese (cinquemila), paga consulenze milionarie, lavora con i carabinieri, la polizia, la guardia di Finanza e i servizi segreti, questo per sei anni, ma non esiste. E se esiste è un millantatore. Non ci vogliono molte prove sull’aggiustizia di Milano.
La Lega, i giudici e Berlusconi
La capitale morale d’Italia si avvicina a festeggiare i vent’anni, dall’arresto di Sofri con cui avviò la manomissione dell’Italia, che se ne può dire già annientata. Per Milano intendendosi i giudici, la Lega, Berlusconi, e l’editoria, sua tradizionale attività, riciclata come industria dell’immagine. Che non sono stati bei regali all'Italia, Milano sfottente lo riconosce. ma sono i suoi strumenti. Milano ha già preso tutto quello che c’era da prendere ma resta attiva, occhiuta, censoria, ricattatrice. Nel nome della questione morale degli altri. Per briciole ancora da incamerare.
La giustizia, la salute e la scuola sono stati i primi obiettivi. Si ruba ora impunemente, in Borsa, in banca, e fuori. Si specula impunemente. Si pagano tangenti, si dichiarano anche (vedi il caso plurimo Telecom), senza essere nemmeno indagati. Si comprano i voti. Non dappertutto impunemente: la giustizia di Milano è severa con i fuori sede.
Si pagano cifre assurde per un medicinale, un’operazione chirurgica, o anche solo una visita. I casi di Longostrevi e della clinica Santa Rita sono la punta di un iceberg, i devianti della devianza – in area mafiosa si direbbero i non protetti, gli irrispettosi, i cani sciolti. E si consigliano, nei rotocalchi popolari da un milione di copie, imposti ogni giorno col quotidiano a 50 centesimi, benché già venduti alla pubblicità, pochettes “con profili lucertola” da 2.800 euro, o “abitini stampati” da 985.
Le scuole fabbricano analfabeti, a meno di non essere private. Ora sono le suore e i preti a dispensare la cultura. Analoga demolizione è in atto all’università, per mano delle virtuose ministre Moratti e Gelmini, fiori all’occhiello di Milano. L’università di queste signore è scesa al 174mo posto, o al 176mo, nelle graduatorie Unesco della capacità di formazione, cioè all’ultimo o penultimo posto dell’umanità. D’ora in poi chi ha soldi si laurea, chi no stia al suo posto (se c’è bisogno di ingegneri si prendono in India, sanno pure l’inglese). Quanto alla ricerca scientifica Milano non sa cos’è – se non porta soldi una cosa non è.
I servizi pubblici privatizzati, i telefoni soprattutto, sono stati spogliati. Le rete telefonica è un colabrodo, dopo dieci anni di privatizzazione. A vantaggio prima dei cellulari, tutti profitto in Italia (si è arrivati a utili netti del 60 per cento del fatturato!). I servizi non privatizzati sono lasciati alla muffa, le Poste, le Ferrovie.
Il complesso ambro-partenopeo
Non tutto è milanese a Milano, c’è anche Napoli. Che ha dato e dà una mano decisiva dove ci vuole gente appunto di mano abile, furbizia sopraffina: la giustizia, l’editoria (il “Corriere”, la “Gazzetta”, “Gomorra”), la Borsa, i carabinieri, e il lavoro savianeo a façon, che fa il made in Italy. C’è insomma un complesso ambro-partenopeo alla guida dell’Italia. Ma per fare l’interesse di Milano – ha sempre lasciato stupefatti che la leghista Milano tesaurizzasse tanti napoletani nei posti delicati, ma è che l’apporto partenopeo è impareggiabile nella distruzione.
Tutto è spremuto, senza investimenti. La produttività è ferma dal 1992, dal colpo di mano di Milano, la cui morale è incassare. Magari facendo credere che l’impoverimento dell’Italia è dovuto alla globalizzazione, all’arrivo del Terzo mondo allo sviluppo. Che col lavoro a un dollaro l’ora sarebbe imbattibile. Ma contro un dollaro l’ora altri sanno competere gagliardi, dagli Usa alla Germania. La verità è che in Italia da tempo non s’investe.
sabato 26 luglio 2008
Il congresso Pd si fa al telefono
Chi legge le cronache delle intercettazioni Telecom in parallelo, sul “Corriere della sera” e su “Repubblica”, ha netta la divaricazione che spacca in queste settimane il partito Democratico. La lettura degli atti che il “Corriere della sera” propone è tutta mirata a tirar fuori gli ex Ds dalla vicenda: l’Oak Fund è un’invenzione, Tavaroli non conosce Mancuso né D’Alema, è tutta una faida tra i servizi segreti, e insomma non c’erano tangenti nell’acquisto di Telecom da parte di Colaninno (che il “Corriere” non menziona, parla di Bell...), sotto forma di dritte di Borsa, o insider trading. Cosa di cui invece i prodiani sono sempre stati arcisicuri, e su cui “Repubblica” sguazza. All’epoca gli ex Dc quantificarono pure l’entità dei guadagni da insider per gli ex Pci: 87 miliardi di lire.
I due giornali della società civile si sono però scambiati i ruoli rispetto a dieci anni fa. All’epoca era il “Corriere della sera” che documentava le visite di Colaninno il pomeriggio tardi a Botteghe Oscure. “Repubblica” faceva invece da battistrada alla “razza padana”.
Uno scambio di ruoli c’è anche tra i consiglieri, che si pregiano del titolo di banca d’affari. Prodi si poteva avvalere all’epoca per il calcolo degli sfioramenti di valenti analisti di Borsa, come Claudio Costamagna (allora Goldman Sachs) e i fratelli Magnoni (Ruggero è Lehman Brothers). I quali gestivano l’Oak Fund, e quindi sanno di che si tratta. Ma solo fino a metà 2000, il thriller continua - e poi Ruggero potrebbe non dire la verità, il gestore dev'essere una tomba, eccetera.
I due giornali della società civile si sono però scambiati i ruoli rispetto a dieci anni fa. All’epoca era il “Corriere della sera” che documentava le visite di Colaninno il pomeriggio tardi a Botteghe Oscure. “Repubblica” faceva invece da battistrada alla “razza padana”.
Uno scambio di ruoli c’è anche tra i consiglieri, che si pregiano del titolo di banca d’affari. Prodi si poteva avvalere all’epoca per il calcolo degli sfioramenti di valenti analisti di Borsa, come Claudio Costamagna (allora Goldman Sachs) e i fratelli Magnoni (Ruggero è Lehman Brothers). I quali gestivano l’Oak Fund, e quindi sanno di che si tratta. Ma solo fino a metà 2000, il thriller continua - e poi Ruggero potrebbe non dire la verità, il gestore dev'essere una tomba, eccetera.
La New York italiana è Napoli
Con la solita boria, ma col collaudato mestiere, i giornali inglesi non si sono lasciati sfuggire i napoletani indifferenti in spiaggia di fronte ai cadaveri di due ragazze annegate, che nei giornali italiani erano una fotina con didascalia in pagina interna. Ne sbagliano però la lettura. Anche perché non sanno che Napoli non è l’Italia. Cioè lo è ma nel senso che è l’Italia di domani, più veloce, e insensibile.
Napoli è la prima e ancora l’unica metropoli italiana. Non più prima per numero di abitanti, ma sì per la mancanza di sensibilità, che si accompagna all’atomismo sociale, e si esprime nell’indifferenza, la rapidità, la crudeltà anche. A questo portata forse da una predisposizione in qualche modo “naturale”, per essere etnica, o storica, o proprio tellurica, naturale nel senso proprio della parola. Quando l’Italia dopo la guerra scopriva l’America, scoprì che a New York la gente andava di corsa e magari non si avvedeva che sul marciapiedi c’era un morto. Napoli è la New York italiana. La città, o meglio gli intellettuali di cui la città è vittima, le hanno cucito il mito dell’anema e core, della canzonetta e di Piedigrotta, ma Napoli e i napoletani sono tutt’altro: sono realisti, e di altro non si curano che di sé, tanto sono rapidi, intelligenti, spietati.
Si può dire la loro una frenesia da ex o neo schiavi, bruti liberati, perciò senza tempo, eccitata, vio-lenta. Ma la condizione urbana è questo: sradicamento, ingegno, impegno, sempre soverchiato dai ladri, i corrotti, i furbi. Da qui il ricorso, per proteggersi, a compari, astuzie, aggressività, con l’unico limite della convenienza. È la condizione urbana di sempre e non della modernità, di cui anzi rompe l’equivoco. È la vivacità di chi è sempre stato solo in un agglomerato sociale, la cui storia cioè è impersonale, un evento. Nel traffico, che prima della spazzatura la connotava, Napoli ricostituisce la libertà primordiale d’individuarsi sottraendosi, senza genealogia e senza posterità.
Questo quadro è perfettamente riconoscibile uscendo dalle sabbie mobili dell’antropologia. Napoli, è il maggiore distretto capitalistico in Italia, d’imprenditoria capillare e caparbia, che si nasconde per meglio non pagare tasse né oneri sociali, sforzo sovrumano raddoppiato dalla leadership costantemente rinnovata nel contrabbando e nell’industria dei falsi, dove la concorrenza è aspra. Se la santità c’entra in queste cose, san Gennaro è altrettanto spietato che Calvino e gli altri numi riformati, o san Carlo Borromeo tra i buoni lombardi - quello che è certo del capitalismo è che vuole pelo sullo stomaco. Max Weber, che il capitale lega alla religione, non poteva saperlo, a Napoli ci andava in vacanza, anch’egli reputando i napoletani fannulloni, mentre sono ingegnosi e applicati. E, avendo penetrato la natura della ricchezza, vanitosi e spendaccioni. Napoli è il maggiore distretto industriale e mercantile d’Italia, se non d’Europa, col record mondiale di società di capitali e individuali in rapporto alla popolazione, innovativo, competitivo nei prezzi, preciso nei tempi e negli standard, anche di qualità, seconda area industriale d’Italia, dopo Torino, prima di Milano e Roma, se si conta l’industria della copia e quella al nero.
L’asocialità è perfino esibita nella previdenza. Non si pagano contributi sociali, metà delle automobili non è assicurata, e un’arte si fa del raggiro delle assicurazioni, infinite sono le combinazioni. Non si pagano tanti rimborsi, e altrettanto salati, in altre città anche più grandi. Per la povertà, si dice a titolo di giustificazione, per la disoccupazione, l’ignoranza. No, i napoletani sono tutti avvocati, conoscono i codici. E non è macchiettismo, né arte d’arrangiarsi. I napoletani ne sono le vittime: si può trarre beneficio dalle assicurazioni per un periodo a danno della nazione, ma presto si fa a danno di se stessi. le assicurazioni sono il connotato della società solidale e produttiva, sia le sociali che le private. Ma l’asocialità è più forte anche della convenienza.
E il discorso torna così all’indole, se non alla cultura, se non germina da nuclei infetti. La stessa povertà, l’altro clichè napoletano, è fuori luogo con una natura così fertile e l’immaginazione ferace. La violenza resta filosoficamente ancora da spiegare, è solo saturnina. Ma convive a Napoli con un capitale di urbanità. Il vivere, pensare, parlare accelerato che produce la nobiltà del repartee, anche per il senso filosofico delle cose, accumulato nei secoli, che non va trascurato nel giudizio – se non per l’unica filosofia che l’Italia ha espresso da alcuni secoli, il post-idealismo di Croce, di Gentile.
È antica civiltà urbana d’affari, di microcosmi anarchici. Per questo non è mai stata capitale a nessuno, da Castellammare in giù e al di sopra di Caserta. Era città di corte, la prima città di corte, il modello che Luigi XIV costruirà, piena di cortigiani sradicati. E per questo è festaiola, ma non è allegra. Né ha avuto in realtà una corte, delle classi stratificate, un’etichetta, la regola. Il ruolo e le caratteristiche di metropoli non essendole riconosciute, e anzi negate, Napoli ha per questo latenze cupe. È nevrotica con la faccia della festa. Anche Parigi non è la Francia, non la conosce, non se ne cura. Ma ha fatto la Rivoluzione e ne fa gli ingegneri, i direttori generali, i filosofi. L’Europa è ricca per questo, che ha molti centri, che s’irradiano nella nazione, Napoli s’irradia in se stessa.
Napoli è la prima e ancora l’unica metropoli italiana. Non più prima per numero di abitanti, ma sì per la mancanza di sensibilità, che si accompagna all’atomismo sociale, e si esprime nell’indifferenza, la rapidità, la crudeltà anche. A questo portata forse da una predisposizione in qualche modo “naturale”, per essere etnica, o storica, o proprio tellurica, naturale nel senso proprio della parola. Quando l’Italia dopo la guerra scopriva l’America, scoprì che a New York la gente andava di corsa e magari non si avvedeva che sul marciapiedi c’era un morto. Napoli è la New York italiana. La città, o meglio gli intellettuali di cui la città è vittima, le hanno cucito il mito dell’anema e core, della canzonetta e di Piedigrotta, ma Napoli e i napoletani sono tutt’altro: sono realisti, e di altro non si curano che di sé, tanto sono rapidi, intelligenti, spietati.
Si può dire la loro una frenesia da ex o neo schiavi, bruti liberati, perciò senza tempo, eccitata, vio-lenta. Ma la condizione urbana è questo: sradicamento, ingegno, impegno, sempre soverchiato dai ladri, i corrotti, i furbi. Da qui il ricorso, per proteggersi, a compari, astuzie, aggressività, con l’unico limite della convenienza. È la condizione urbana di sempre e non della modernità, di cui anzi rompe l’equivoco. È la vivacità di chi è sempre stato solo in un agglomerato sociale, la cui storia cioè è impersonale, un evento. Nel traffico, che prima della spazzatura la connotava, Napoli ricostituisce la libertà primordiale d’individuarsi sottraendosi, senza genealogia e senza posterità.
Questo quadro è perfettamente riconoscibile uscendo dalle sabbie mobili dell’antropologia. Napoli, è il maggiore distretto capitalistico in Italia, d’imprenditoria capillare e caparbia, che si nasconde per meglio non pagare tasse né oneri sociali, sforzo sovrumano raddoppiato dalla leadership costantemente rinnovata nel contrabbando e nell’industria dei falsi, dove la concorrenza è aspra. Se la santità c’entra in queste cose, san Gennaro è altrettanto spietato che Calvino e gli altri numi riformati, o san Carlo Borromeo tra i buoni lombardi - quello che è certo del capitalismo è che vuole pelo sullo stomaco. Max Weber, che il capitale lega alla religione, non poteva saperlo, a Napoli ci andava in vacanza, anch’egli reputando i napoletani fannulloni, mentre sono ingegnosi e applicati. E, avendo penetrato la natura della ricchezza, vanitosi e spendaccioni. Napoli è il maggiore distretto industriale e mercantile d’Italia, se non d’Europa, col record mondiale di società di capitali e individuali in rapporto alla popolazione, innovativo, competitivo nei prezzi, preciso nei tempi e negli standard, anche di qualità, seconda area industriale d’Italia, dopo Torino, prima di Milano e Roma, se si conta l’industria della copia e quella al nero.
L’asocialità è perfino esibita nella previdenza. Non si pagano contributi sociali, metà delle automobili non è assicurata, e un’arte si fa del raggiro delle assicurazioni, infinite sono le combinazioni. Non si pagano tanti rimborsi, e altrettanto salati, in altre città anche più grandi. Per la povertà, si dice a titolo di giustificazione, per la disoccupazione, l’ignoranza. No, i napoletani sono tutti avvocati, conoscono i codici. E non è macchiettismo, né arte d’arrangiarsi. I napoletani ne sono le vittime: si può trarre beneficio dalle assicurazioni per un periodo a danno della nazione, ma presto si fa a danno di se stessi. le assicurazioni sono il connotato della società solidale e produttiva, sia le sociali che le private. Ma l’asocialità è più forte anche della convenienza.
E il discorso torna così all’indole, se non alla cultura, se non germina da nuclei infetti. La stessa povertà, l’altro clichè napoletano, è fuori luogo con una natura così fertile e l’immaginazione ferace. La violenza resta filosoficamente ancora da spiegare, è solo saturnina. Ma convive a Napoli con un capitale di urbanità. Il vivere, pensare, parlare accelerato che produce la nobiltà del repartee, anche per il senso filosofico delle cose, accumulato nei secoli, che non va trascurato nel giudizio – se non per l’unica filosofia che l’Italia ha espresso da alcuni secoli, il post-idealismo di Croce, di Gentile.
È antica civiltà urbana d’affari, di microcosmi anarchici. Per questo non è mai stata capitale a nessuno, da Castellammare in giù e al di sopra di Caserta. Era città di corte, la prima città di corte, il modello che Luigi XIV costruirà, piena di cortigiani sradicati. E per questo è festaiola, ma non è allegra. Né ha avuto in realtà una corte, delle classi stratificate, un’etichetta, la regola. Il ruolo e le caratteristiche di metropoli non essendole riconosciute, e anzi negate, Napoli ha per questo latenze cupe. È nevrotica con la faccia della festa. Anche Parigi non è la Francia, non la conosce, non se ne cura. Ma ha fatto la Rivoluzione e ne fa gli ingegneri, i direttori generali, i filosofi. L’Europa è ricca per questo, che ha molti centri, che s’irradiano nella nazione, Napoli s’irradia in se stessa.
giovedì 24 luglio 2008
Il "Corriere" non l'ha detto, compagno
Il “Corriere della sera” arranca il 22 dietro “Repubblica”, su Lapo, Peaches Geldof, Tavaroli. Ma, per recuperare sullo spione, finisce per dare ragione allo stesso e al giornale concorrente. Orchestra il 23 luglio una prima pagina con i commenti sdegnati degli accusati diessini e la solidarietà pelosa dei berlusconiani. Ma conferma (involontariamente? autorevolmente) che l’ex Pci è tabù per la giustizia a Milano: nel complesso anti-Tavaroli in prima pagina include il Consiglio superiore della magistratura che caccia con disdoro la Forleo dalla città, rea di aver voluto incriminare D’Alema. All’interno il “Corriere” insiste, cattivo organo di partito, a darsi la zappa sui piedi: fa plaudire il Csm da D’Ambrosio, il giudice ambro-napoletano che è stato senatore Ds.
Solo contrappeso Furio Colombo, in qualità di ex direttore dell’“Unità”, il giornale che (non) è di partito. Insomma, il giornale che una volta diceva la verità (““l’Unità” non l’ha detto, compagno”) Lo studioso famoso per essersi fatto comunista dopo che il comunismo s’è dichiarato fallito, conferma che a 77 anni sta crescendo. Di fronte alla quasi unanimità del Csm contro Forleo esprime qualche dubbio. Ma di ordine formale – Colombo conosce le procedure meglio dei marpioni del Csm.
Solo contrappeso Furio Colombo, in qualità di ex direttore dell’“Unità”, il giornale che (non) è di partito. Insomma, il giornale che una volta diceva la verità (““l’Unità” non l’ha detto, compagno”) Lo studioso famoso per essersi fatto comunista dopo che il comunismo s’è dichiarato fallito, conferma che a 77 anni sta crescendo. Di fronte alla quasi unanimità del Csm contro Forleo esprime qualche dubbio. Ma di ordine formale – Colombo conosce le procedure meglio dei marpioni del Csm.
Mtp nega tutto - non l'attacco alla Juventus
Nega tutto Marco Tronchetti Provera, delle spiate Telecom, eccetto che sul calcio. Tavaroli? Per il resto è un chiacchierone – il milanese, certo, è misericordioso. Ma sulle spiate alla Juventus Marco Tronchetti Provera non nega e anzi rivendica orgoglioso, a verbale firmato: “Chiacchierando con Facchetti e con Moratti, più di una volta emergeva che c’era qualcosa che non funzionava nel sistema, che c’erano collegamenti con arbitri, tra arbitri; poi c’erano i soliti discorsi relativi al ruolo di alcuni dirigenti, Moggi e compagni. Non sapevo che ci fosse stato un contatto di Tavaroli con qualcuno dell’Inter: quello che sapevo invece era che Moratti era stato dalla dottoressa Boccassini insieme a Facchetti perché c’era stato un giovane arbitro che aveva indicato un problema relativo a una vicenda di tessere telefoniche”.
È una prosa singolare per più motivi. Da “impunito”, lo strafottente che la giustizia ce l’ha in tasca. Da superficialone, come sanno essere i grandi capitalisti. Da furbo.
Moratti portava il povero Facchetti a presentare alla Procura di Milano il dossier anti-Juve – di questo si tratta: il “giovane arbitro” se c’era avrebbe fatto la denuncia in proprio. Poi il dossier finì a Napoli, auspice la “Gazzetta dello Sport”. Quando si dice che a Milano non c’è giustizia!
È una prosa singolare per più motivi. Da “impunito”, lo strafottente che la giustizia ce l’ha in tasca. Da superficialone, come sanno essere i grandi capitalisti. Da furbo.
Moratti portava il povero Facchetti a presentare alla Procura di Milano il dossier anti-Juve – di questo si tratta: il “giovane arbitro” se c’era avrebbe fatto la denuncia in proprio. Poi il dossier finì a Napoli, auspice la “Gazzetta dello Sport”. Quando si dice che a Milano non c’è giustizia!
Spataro, l'amico di Tavaroli
Nell’autodifesa di Tavaroli con D’Avanzo su “Repubblica” c’è almeno una cosa certa, nella puntata del 22 luglio:
“Era più o meno il settembre del 2001. Mi chiama Armando Spataro, allora membro del Consiglio superiore della magistratura. Mi dice: “Il tuo capo ha risolto i problemi di Berlusconi”. Era accaduto che Pirelli Real Estate avesse rilevato Edilnord di Berlusconi che navigava in cattive acque. Per Pirelli era un affare, per Spataro un favore. Nel 2003 Armando ritorna a Milano come procuratore aggiunto. Ho l'idea di farlo incontrare con Tronchetti. Organizzo il meeting. Ma, quel giorno, commetto un errore grave. Invece di andare via, come facevo sempre, rimango nella stanza e sono testimone della loro conversazione. Che non va per nulla bene. Quasi al termine, Tronchetti chiarisce che magistratura e politica devono reciprocamente rispettarsi e che il lavoro dei giudici non può pregiudicare le responsabilità della politica. È più o meno una banalità, ma detta in quel momento suonò alle orecchie di Armando come una difesa pregiudiziale di Berlusconi e una censura per le iniziative della magistratura. Spataro ne ricava la convinzione di avere di fronte un uomo piegato agli interessi di Berlusconi. Nessuno gli ha tolto più quell’idea dalla testa”.
Si certifica - posto che l’incontro a tre è, come dice Tavaroli, contrario a tutti i protocolli delle spie e delle mafie, cioè non è smentibile – che la Procura di Milano si consulta con i potenti della città. Magari contro altri potenti, ma è così che fa le indagini. Non è una novità, ma è importante ricordarlo: Spataro, che ha un forte senso della giustizia, nella logica politica di Carl Schmitt, dell'amico\nemico, è amico di Tronchetti Provera e nemico di Berlusconi. Ma la cosa non manca di brivido, immaginando la giudice Gandus al posto di Spataro, di cui è fedele seguace.
“Sono assolutamente convinto che Tronchetti sapesse in tempo reale quali fossero le intenzioni e le mosse della Procura”, dice ancora Tavaroli. E questo non ha bisogno di prove: a Milano lo sanno tutti, la Procura è flessibile. Nella logica, questa, che la sociologia chiama del double standard - al tempo di Togliatti era il linguaggio doppio.
“Era più o meno il settembre del 2001. Mi chiama Armando Spataro, allora membro del Consiglio superiore della magistratura. Mi dice: “Il tuo capo ha risolto i problemi di Berlusconi”. Era accaduto che Pirelli Real Estate avesse rilevato Edilnord di Berlusconi che navigava in cattive acque. Per Pirelli era un affare, per Spataro un favore. Nel 2003 Armando ritorna a Milano come procuratore aggiunto. Ho l'idea di farlo incontrare con Tronchetti. Organizzo il meeting. Ma, quel giorno, commetto un errore grave. Invece di andare via, come facevo sempre, rimango nella stanza e sono testimone della loro conversazione. Che non va per nulla bene. Quasi al termine, Tronchetti chiarisce che magistratura e politica devono reciprocamente rispettarsi e che il lavoro dei giudici non può pregiudicare le responsabilità della politica. È più o meno una banalità, ma detta in quel momento suonò alle orecchie di Armando come una difesa pregiudiziale di Berlusconi e una censura per le iniziative della magistratura. Spataro ne ricava la convinzione di avere di fronte un uomo piegato agli interessi di Berlusconi. Nessuno gli ha tolto più quell’idea dalla testa”.
Si certifica - posto che l’incontro a tre è, come dice Tavaroli, contrario a tutti i protocolli delle spie e delle mafie, cioè non è smentibile – che la Procura di Milano si consulta con i potenti della città. Magari contro altri potenti, ma è così che fa le indagini. Non è una novità, ma è importante ricordarlo: Spataro, che ha un forte senso della giustizia, nella logica politica di Carl Schmitt, dell'amico\nemico, è amico di Tronchetti Provera e nemico di Berlusconi. Ma la cosa non manca di brivido, immaginando la giudice Gandus al posto di Spataro, di cui è fedele seguace.
“Sono assolutamente convinto che Tronchetti sapesse in tempo reale quali fossero le intenzioni e le mosse della Procura”, dice ancora Tavaroli. E questo non ha bisogno di prove: a Milano lo sanno tutti, la Procura è flessibile. Nella logica, questa, che la sociologia chiama del double standard - al tempo di Togliatti era il linguaggio doppio.
domenica 20 luglio 2008
Leone Ebreo, tra Lullo e Spinoza
Un ebreo e una cortigiana. I trattati d’amore che avevano fatto la prima letteratura europea e italiana nel Duecento sono lasciati nel Cinquecento infine ai marginali. Ma tali solo in un’ottica otto-novecentesca, i marginali non lo erano alla loro epoca, e questa è la sola verità della storia - né si sapeva, o si reputava, la stagione dei Ficino e Pico della Mirandola alla fine.
Tullia d’Aragona, che vantava come padre il cardinale Pietro Tagliavia d’Aragona, arcivescovo di Palermo, e come madre certa la più celebre cortigiana di Roma, Giulia Ferrarese, fu cresciuta nello stesso mestiere e anch’essa apprezzata nell’ambiente. Ma soprattutto innamorò gli intellettuali dei suoi anni, dopo il 1530, come la biografia di Zilioli, allegata al volumetto, dettaglia. Un romanzo del 1992, “In virtù della follia”, sulla Roma di Paolo IV Carafa, l’ultima riscossa dell’italianità, la rappresenta in finale, ai suoi ultimi giorni nel 1556, di soli quarantasei anni, con tutti i fatti certi che la concernono. Aveva vissuto ai Prefetti, davanti al palazzo del cardinale de’ Carpi, ma passava gli ultimi giorni nella bettola di un parmigiano a Trastevere, Mattia Moretti. A essa segni di affetto testimoniava ancora Elia Manisco, un giovane poeta, ebreo. In attesa di fare testamento, seppure di povere cose, presso il notaio maestro Virgilio Grandinetti. “Occhi belli,\occhi leggiadri, amorosi e cari,\più che le stelle beli, e più che il sole”, l’aveva detta Girolamo Muzio. Altri versi, firmati “Mopso”, indovino e argonauta della mitologia greca, forse Speroni, sono più diretti: “Bella Tirrenia mia,\morbida più che tenera vitella.\Apri, Tirrenia, le rosate porte,\e scopri il caro seno,\apri il giardino d’amor, dimostra al sole\i dolci pomi e gli adorati gigli,\le belle membra tue morbide e bianche\più che il cacio novello e più che ‘l latte”.
Tullia vantava conoscenze alla corte d’Este, avendo vissuto a Ferrara con la madre, tra i dogi di Venezia, tra i duchi di Firenze, i gonfalonieri di Siena, i vicerè di Napoli. E rapporti con i migliori letterati dei suoi anni, il duca Cosimo, Muzio, Molza, Razzi, Benedetto Varchi, notaio, Lasca, Bembo, Speroni, Bernardo Tasso, Giulio Camillo, Filippo Strozzi, Claudio Tolomei, Ercole Bentivoglio.
La vicenda di “In virtù della follia” ruota attorno a un banchiere immaginario di nome Abravanel, la reputata famiglia ebrea sefardita, di cui Leone “Ebreo” Abravanel fu esponente emerito nel primo Cinquecento, non l’ultimo.
Laterza, cui si deve l’ultima edizione di Leone Ebreo, quella di Santino Caramella del 1929, nella formidabile collana “Scrittori d’Italia”, lo ripubblica rivisto da Delfina Giovannetti, con un breve saggio di Eugenio Canone. Lo propone come un reagente, “in un’epoca appiattita sull’attualità”, che vuole immaginare “alla ricerca di senso”. Come un ultimo messaggio nella bottiglia, benché curato e raffinato, non osando rifare gli “Scrittori” - per chi?
“Testo misterioso e poco letto” dice Canone i “Dialoghi d’amore”. Da qualche tempo sì, ma come tutti gli studi rinascimentali. Ai "Dialoghi" Giovanni Gentile assegna, nei suoi “Studi sul Rinascimento”, "un posto cospicuo nella nostra letteratura”. Documentando una fioritura di studi sugli stessi, nella seconda metà dell’Ottocento e fino agli anni in cui scriveva - gli "Studi" sono del 1936.
Era un altro mondo il Cinquecento, che la fama di Leone Ebreo, pubblicato postumo nel 1535, venticinque edizioni in sessant’anni, con traduzioni in latino, spagnolo e francese, prolungò fino a Giordano Bruno e a tutto il Seicento. Le fonti dei “Dialoghi” comprendono la migliore filosofia greca e araba, con Maimonide e la kabbalah. Ma anche l’Italia del Quattrocento, Pontano, Ficino, Giovanni Pico. Fonti note cui peraltro bisognerebbe aggiungere, per tratti semantici comuni e calchi evidenti, Raimondo Lullo, che del resto era noto ancora nel Quattrocento nella cultura iberica da cui la famiglia Abravanel proviene.
Don Isacco Abravanel, padre di Leone, fu erudito, filosofo, esegeta biblico, uomo politico e uomo d’affari. Discendente di una famiglia con radici in Siviglia, Toledo e Valencia, figlio del tesoriere del re del Portogallo, dov’era nato nel 1437, a Lisbona, fu a sua volta consigliere finanziario del re Alfonso V. Alla morte di Alfonso nel 1481 fu costretto a emigrare. Si recò in Spagna, dapprima a Siviglia e poi a Toledo. Segnalandosi ai Re Cattolici, fino a divenirne nel 1490 il consigliere finanziario. Ma due anni dopo i decreti per la conversione forzata lo costrinsero a emigrare di nuovo. Forse fu a Salonicco, ma lo ritroviamo a Napoli, alla corte del re Ferrante e di suo figlio Alfonso. Seguì i reali di Napoli in Sicilia nel 1495, dopo l’invasione di Carlo VIII.
Si disperse in questa occasione la famiglia. Il figlio Leone si diresse a Genova, per poi tornare a Barletta e a Napoli, medico personale nel 1501, don Gonsalvo de Cordoba, “il Grande Capitano”, i re di Spagna avendo soppiantato gli aragonesi di Napoli. Samuele si spostò a Ferrara. Isacco non ritornerà a Napoli: da Palermo passerà a Corfù e quindi a Venezia, dove visse otto anni, morendovi rispettato nel 1508. È seppellito a Padova, vicino al rabbino della città, Minz. Molte della sue opere bibliche furono tradotte e diffuse nel mondo cristiano.
Don Isacco è noto come commentatore biblico prolisso e scontato. Ma anche come critico dei commenti che usa, e degli stessi testi biblici, per fatti non etici o per difetti stilistici o lessicali. Facendo degli innovativi paralleli tra la struttura sociale e politica della Bibbia e quella dei suoi tempi. Dialoga spesso con gli esegeti cristiani. Per questo aspetto, la capacità di rileggere i testi sacri alla luce del mondo contemporaneo, e della sorte degli ebrei nella dispersione,
Isacco Abravanel è tuttora in considerazione tra i sionisti integristi. Aveva uno spiccato senso della storia. E soffrì forse più degli altri correligionari la condizione di esiliato, i decreti di conversione forzata avendone troncato l’assimilazione ordinaria, per essere suddito spagnolo leale e di più lunga data di tanti altri.
Samuele ha più degli altri fratelli, medici e letterati, ereditato il gusto di famiglia per gli affari, dopo un’educazione agli studi talmudici in Salonicco. Grazie soprattutto al padre Isacco, ma anche alle attività sue e di sua moglie, la cugina Benvenida, gli Abravanel a Napoli raggiunsero rapidamente grande considerazione.
Samuele fu non solo fortunato in affari ma “uomo savio e di fede”. Benvenida è forse il personaggio di maggiore spicco in quegli anni della famiglia Abravanel, cugina e cognata di Leone, avendone sposato il fratello più giovane Samuele. Il romanzo “In virtù della follia” la rappresenta quale donna “presa dai contemporanei a modello di virtù e di grazia femminile e reputata saggia e coltissima”. A lei “il Vice Re di Napoli don Pedro affidò, benché ebrea, l’educazione della seconda figlia Eleonora di Toledo, andata sposa a Cosimo I dei Medici, duca di Toscana”, la gentildonna del “Ritratto con cane” di Alessandro Allori.
Donna Benvenida “era famosa, al dire dell’avventuriero e falso messia David Reubeni suo beneficato – vantava, creduto, un regno in Arabia, da liberare con una crociata contro i turchi (il controverso personaggio rivive ultimamente, con Benvenida e altri straordinari caratteri, nel romanzo “Il Messia” di Marek Halter) – fin nella Palestina per la generosità e la grande pietà”. La sua biografia, che posteriormente al romanzo si va ricostituendo con enfasi, l’attesta impegnata a sostenere le “cause ebraiche”, in particolare a dotarne gli istituti di beneficenza. Al suo attivo mettendo anche il riscatto di “oltre un migliaio di ostaggi ebrei” – dai barbareschi, è da presumere. In questa attività si erano già segnalati Isacco e lo stesso padre di donna Benvenida, Giuda.
Leone è il secondogenito di Isacco, letterato come il padre e di professione medico. In rapporto di vicendevole stima col padre. Giuda scrisse prefazioni affettuose, in forma di dedica, per ciascuno dei libri del padre, don Isacco lo dice “senza dubbio il più grande filosofo della sua generazione in Italia”. Testimonianza rocciosa contro il vezzo ultimo di ritagliare la cultura ebraica dai contesti nei quali si elaborò, sempre prensile. Ma molto si sa della famiglia di Isacco Abravanel nella storia del Cinquecento, niente di Leone. Dove visse, quando morì, se ebbe famiglia, fu innamorato, lavorò per qualcuno. Si può supporlo gaiamente l’amico del curatore Lezi, che tanto per lui faticò, ma non cambia molto. I “Dialoghi” non dimostrano niente, si dimostrano, sono un modo d’essere e un attestato del modo d’essere: quello di dire la vita evitandola. Che è poi il segreto del platonismo, la sua verità e la sua spinoziana virtù.
Tutto è congettura attorno a Leone, sui secondi venti-trent’anni di vita, e per l’ambiente culturale con cui fu in contatto, ma le cose note sono robuste, alcune registrate nella Cronologia del volume. Negli ultimi tempi ascritto alla cultura ebraica, Leone fu parte dell’establishment del tempo, come sicuramente attesta la pubblicazione postuma. La seconda e terza edizione dei “Dialoghi” recano anche l’indicazione che si era convertito al cristianesimo. Il fatto è rifiutato oggi, per la ragione che un figlio di Isacco Abravanel, “l’ultimo grande commentatore biblico dell’ebraismo medievale”, non si converte. Lo stesso Isacco lamenta che il nipote figlio di Leone sia stato battezzato a forza, bambino, su ordine dei re di Spagna. Ma Leone è cristiano verosimile, era nel filone centrale della cultura dell’epoca, dove ebbe estimatori (Varchi, Doni, Piccolomini) e critici (Muzio).
Per gli stessi motivi si rifiuta oggi l’ipotesi che Leone abbia scritto in italiano: secondo Dionisotti il testo dei “Dialoghi” reca toscanismi che sono da attribuire al curatore Lenzi. Il che non esclude che il curatore sia stato anche editore. Ma si preferisce far prevalere l’ipotesi, sempre per l’autorità di Dionisotti, che Leone abbia scritto in ladino, lo spagnolo degli ebrei della penisola iberica, poiché una delle copie cinquecentesche dei “Dialoghi”, alla British Library, è in tale lingua. Poco importa che Leone avesse lasciato la penisola iberica un vent’anni prima, prima della sua vita adulta e del tutto indipendente dalla famiglia, e che i "Dialoghi" siano stati subito tradotti in più lingue. D’altra parte si ritiene che siano stati i “Dialoghi d’amore” a introdurre il platonismo del Rinascimento in Spagna. Ce ne sono tracce evidenti in Cervantes.
“Casto soggetto d’amore” definisce i “Dialoghi” il primo curatore, Mariano Lenzi, nella dedica ad Amelia Petrucci, nata Borghese, poetessa, poi morta giovane nel 1542, “a donna casta che spira amore”. All’insegna del “concordismo”, che la filosofia antica ritrova integrale nelle Scritture. Compreso l’androgino di Platone: il primo Adamo fu “maschio e femmina senza distinzione” - con dettagliato riconoscimento dell’amore omosessuale che lo fa includere ultimamente tra le icone gay. Molto si parla dell’origine dell’amore, tra gli angeli, la “divina coppulazione”.
I tre dialoghi, “D’amore e desiderio”, “De la comunità d’amore”, “De l’origine d’amore”, sono in realtà di scarso appello per qualsivoglia lettore, se non mistico. O storico della cultura: Leone è in più punti fonte di Spinoza, della sua summa, l’“Etica”.
Una discendenza in questo caso riconosciuta ed esplorata, per ultimo da Gentile. Che fa grande caso, tra gli studi specialistici cui si riferisce, del “Benedetto Spinoza e Leone Ebreo” di Edmondo Solmi.
Spinoza possedeva una copia in spagnolo dei “Dialoghi”. Dai quali ha preso il concetto e il termine dell’Amor Dei intellectualis, spiega Solmi: la saggezza vi nasce “dall’amore di Dio”, ed è la fonte della felicità umana. E dell’amore di dio verso se stesso nelle sue creature, aggiunge Gentile. L’influsso di Leone fu anche forte, secondo Gentile, su Giordano Bruno.
L’amore, che nel secondo dialogo è il principio dominante di ogni forma di vita, nel primo nasce dalla Ragione, ma dalla “Ragione eroica”. Il terzo dialogo, che prende due terzi del libro, riguarda “l’amore di Dio”, che copre tutta l’esistenza, ed è “la coesione dell’universo”.
È qui che Leone diventa un’icona gay, per aver risposto alla domanda su chi sono i genitori dell’amore con la nascita di Cupido e il platonismo dell’androgino. Ma il platonismo è biblico: “Il primo uomo è fatto, come dice la Bibbia, a immagine e similitudine di Dio, maschio e femmina”. Secondo la lettura tradizionale (maschilista?)e nulla più: “Ciascuno di loro ha parte mascolina perfetta e attiva, cioè l’intelletto, parte femminina imperfetta e passiva, cioè il corpo e la materia”.
Un aspetto moderno è la ripresa dell’oressi aristotelica, o appetitio scolastica, il desiderio insomma. Definito come il “conoscimento” che precede l’innamoramento. Anche Dio “desidera quel che manca a quel che ama”. Nella selva dell’epoca lussureggiante di accadimenti e storia, e nella quasi secolare tradizione dei trattati d’amore, i “Dialoghi” sono l’attestato di una rinuncia. Così come Spinoza, secondo Unamuno, ha scritto il librone dell’“Etica” per dimostrare a se stesso, la verità della sua ultima proposizione: la beatitudine non è la ricompensa della virtù ma la virtù stessa.
Tullia d’Aragona, Della infinità d’amore, La Vita Felice, pp.125, € 8,50
Leone Ebreo, Dialoghi d’amore, Laterza, pp.377, € 38
Il complotto fa cent'anni, senza soluzione
In questo giallo di quasi cent’anni fa c’era l’ultima storia: gli uomini bomba, più spesso donne, oggi kamikaze. C’era la penultima storia: quella dei bombaroli e assassini che sono confidenti, quando non sbirri. E perfino il terzultimo atto, quando l’Europa si sentiva in pericolo per i chuligan, anglicizzati in hooligan, i teppisti di città. C’è tutto il complotto. Ma già Rouletabille, il giovanottino improbabile investigatore di Leroux, rolling stone o "palla rotolante", lo risolve come nei nostri tribunali, evitando la verità: tante avventure e una fine insoddisfacente.
Gaston Leroux, Rouletabille e lo zar, Giallo Mondadori, pp.249, € 3,90
Gaston Leroux, Rouletabille e lo zar, Giallo Mondadori, pp.249, € 3,90
Non luogo sarà l'Italia, Autogrill è la storia
C’è molta storia in questo che in fondo è un libro d’occasione – Colafranceschi, ricercatore di Storia contemporanea a Roma tre, è ora funzionario aziendale – in veste prestigiosa fuori collana. Un ristorante autostradale che fu un’invenzione lessicale, e poi ha impersonato il “non luogo” postmoderno. Che però è un fatto, e da solo il postmoderno riconfina alle spiritosaggini intellettuali.
Un fatto molteplice, Colafranceschi sa fare la storia di quello che in definitiva è una bottega. Un fatto di architettura, legata alla funzione e al marketing. Di dieta e industria agroalimentare, il cibo avendo ricollegato al territorio - l'autogrill è, malgrado tutto, la fine del quarto di pollo e della cotoletta freddi del cestino da viaggio. Di etica nel lavoro: di applicazione personale, d’intelligenza del mercato, di cura. In una bizzarra escursione nell’Archivio Storico Eni, esito forse di un precedente impianto della ricerca, Colafranceschi riesuma dalle interviste storiche raccolte dall’Ente negli anni 1980 un ingegnere Ghellini che, nei dieci anni in cui lavorò con Mattei, non fece mai ferie, lui come gli altri, e chi se ne stava stravaccato al sole anzi gli sembrava stranissimo. Ghellini testimonia la cura maniacale con cui il fondatore dell'Eni voleva che i suoi ispettori controllassero le stazioni di servizio.
Il fatto è anche di politica e grandi affari. Qui però, da parte di Colafranceschi, con cautela (e qualche disattenzione: l’acquisto Eni di Montedison è del 1968). La storia si è fermata al 1974. La crisi del petrolio impone austerità, e che prova più significativa di austerità che bloccare la costruzione di autostrade, tratte autostradali e trafori? Ma dieci anni dopo il pil torna a crescere, del 2,5 per cento l’anno. Nel 1987 l’Italia sarà quarta potenza economica mondiale, avendo superato la Gran Bretagna. I punti di ristoro autostradali, ora tutti in mano pubblica, configurano un colosso dell’alimentazione, la Sme. Nel 1986 la Sme, fortemente ricapitalizzata dal presidente dell’Iri Romano Prodi e fortemente in utile, è ceduta a Carlo De Benedetti. La vendita non andrà a buon fine e il gruppo sarà smembrato. Ma vendita è termine improprio, la cessione era un regalo: Prodi dava la Sme a De Benedetti, con una finta compravendita in cui lo Stato non incassava nulla, e De Benedetti si prendeva il gruppo, con una dote (un prestito non oneroso) di trenta miliardi.
In un libro d’occasione di queste cose non va bene probabilmente parlare, forse per questo Colafranceschi perde qui l’occasione di aprire un altro fatto importante. Uno anzi che, insieme col referendum sulla giustizia l’anno successivo, porterà al sovvertimento dell’Italia. All'apparenza giudiziario, in realtà economico e di potere: la conquista dell'Italia da parte di Milano. Il “non luogo” insomma è ancora l’Italia degli storici. Ma ogni vuoto è destinato a riempirsi. Di che ne dà premonizione (una delle tante possibili, certo) Ballard nel suo ultimo romanzo, “Kingdom come”, il regno a venire. Il protagonista Richard Pearson, pubblicitario, ne dà la ratio in apertura: i pubblicitari credevano i non-luoghi “posti trasfigurati dai prodotti”, da “marchi e loghi che davano un senso” all’esistenza delle vaste periferie umane, mentre essi invece “in qualche modo si ribellavano, diventavano eleganti e sicuri, il vero centro della nazione”.
Simone Colafranceschi, Autogrill. Una storia italiana, Il Mulino, pp.125, € 16
Un fatto molteplice, Colafranceschi sa fare la storia di quello che in definitiva è una bottega. Un fatto di architettura, legata alla funzione e al marketing. Di dieta e industria agroalimentare, il cibo avendo ricollegato al territorio - l'autogrill è, malgrado tutto, la fine del quarto di pollo e della cotoletta freddi del cestino da viaggio. Di etica nel lavoro: di applicazione personale, d’intelligenza del mercato, di cura. In una bizzarra escursione nell’Archivio Storico Eni, esito forse di un precedente impianto della ricerca, Colafranceschi riesuma dalle interviste storiche raccolte dall’Ente negli anni 1980 un ingegnere Ghellini che, nei dieci anni in cui lavorò con Mattei, non fece mai ferie, lui come gli altri, e chi se ne stava stravaccato al sole anzi gli sembrava stranissimo. Ghellini testimonia la cura maniacale con cui il fondatore dell'Eni voleva che i suoi ispettori controllassero le stazioni di servizio.
Il fatto è anche di politica e grandi affari. Qui però, da parte di Colafranceschi, con cautela (e qualche disattenzione: l’acquisto Eni di Montedison è del 1968). La storia si è fermata al 1974. La crisi del petrolio impone austerità, e che prova più significativa di austerità che bloccare la costruzione di autostrade, tratte autostradali e trafori? Ma dieci anni dopo il pil torna a crescere, del 2,5 per cento l’anno. Nel 1987 l’Italia sarà quarta potenza economica mondiale, avendo superato la Gran Bretagna. I punti di ristoro autostradali, ora tutti in mano pubblica, configurano un colosso dell’alimentazione, la Sme. Nel 1986 la Sme, fortemente ricapitalizzata dal presidente dell’Iri Romano Prodi e fortemente in utile, è ceduta a Carlo De Benedetti. La vendita non andrà a buon fine e il gruppo sarà smembrato. Ma vendita è termine improprio, la cessione era un regalo: Prodi dava la Sme a De Benedetti, con una finta compravendita in cui lo Stato non incassava nulla, e De Benedetti si prendeva il gruppo, con una dote (un prestito non oneroso) di trenta miliardi.
In un libro d’occasione di queste cose non va bene probabilmente parlare, forse per questo Colafranceschi perde qui l’occasione di aprire un altro fatto importante. Uno anzi che, insieme col referendum sulla giustizia l’anno successivo, porterà al sovvertimento dell’Italia. All'apparenza giudiziario, in realtà economico e di potere: la conquista dell'Italia da parte di Milano. Il “non luogo” insomma è ancora l’Italia degli storici. Ma ogni vuoto è destinato a riempirsi. Di che ne dà premonizione (una delle tante possibili, certo) Ballard nel suo ultimo romanzo, “Kingdom come”, il regno a venire. Il protagonista Richard Pearson, pubblicitario, ne dà la ratio in apertura: i pubblicitari credevano i non-luoghi “posti trasfigurati dai prodotti”, da “marchi e loghi che davano un senso” all’esistenza delle vaste periferie umane, mentre essi invece “in qualche modo si ribellavano, diventavano eleganti e sicuri, il vero centro della nazione”.
Simone Colafranceschi, Autogrill. Una storia italiana, Il Mulino, pp.125, € 16
Di chi è spia Tavaroli? Milano porto delle nebbie
Andranno a processo, dopo tre anni, gli spioni di Telecom. Con santini commossi – quello del “Corriere della sera” è da storia del giornalismo – per l’impavido giudice Napoleone, nomen omen. Che però non dice l’essenziale. Per conto di chi l’apparato Telecom di Tavaroli spiava i telefoni di cinquemila persone? Spiava "Roma ladrona" certo, ma a favore di quale amante della verità, sia pure diabolico? E perché è morto Adamo Bove, ex commissario di Polizia, con una carriera all’Antimafia, che lavorava in Telecom ma non gradiva il lavoro sporco, uscito di casa per andare a comprare un tubo per la lavatrice?
Ai lettori anche distratti restano però due certezze, non lusinghiere. Certo è che l’azienda non se ne avvantaggiava, né la sua controllante Pirelli. Se non per goliardia, nei casi di Moggi, Pairetto e Vieri, dato che Tronchetti Provera, padrone di Pirelli e quindi di Telecom all’epoca, è il primo o secondo tifoso dell’Inter – ma non tanto goliarda, visto le legnate che la Juventus ne ha avuto. Certo è anche che le inchieste che non devono arrivare a una verità sempre sono in carico a Milano. Da piazza Fontana in poi, migliaia di bombe senza colpevole, Calvi, la Sme, la Rcs, l’imbroglio di Mani Pulite, i bilanci truccati del calcio, e gli stessi processi innumerevoli a Berlusconi.
Ai lettori anche distratti restano però due certezze, non lusinghiere. Certo è che l’azienda non se ne avvantaggiava, né la sua controllante Pirelli. Se non per goliardia, nei casi di Moggi, Pairetto e Vieri, dato che Tronchetti Provera, padrone di Pirelli e quindi di Telecom all’epoca, è il primo o secondo tifoso dell’Inter – ma non tanto goliarda, visto le legnate che la Juventus ne ha avuto. Certo è anche che le inchieste che non devono arrivare a una verità sempre sono in carico a Milano. Da piazza Fontana in poi, migliaia di bombe senza colpevole, Calvi, la Sme, la Rcs, l’imbroglio di Mani Pulite, i bilanci truccati del calcio, e gli stessi processi innumerevoli a Berlusconi.
Zapatero, l'occhio chiaro sul nulla
Gli zapaterismi indigesti sono tanti, troppi. Un partito al soldo degli speculatori immobiliari. L’uso indiscriminato degli ogm nella frutta, vanto dell’export spagnolo. Un ministro della Sanità che vanta titoli che non ha. Un ministro della Difesa che si fa propaganda con la sua gravidanza all’ottavo mese. I continui sgraziati attacchi all’Italia, a qualsiasi aspetto della vita italiana, nel mentre che Zapatero in persona fa visita di cortesia a Berlusconi a Roma. La celebrazione della Bétancourt con la comune passione per la testata di Zidane, celebre e amato solo per averla data a un calciatore italiano. Il cambio di sesso all’anagrafe con una semplice telefonata. Chavez opposto agli Usa. La riapertura delle fosse comuni, quelle franchiste - ma chi la fa l'aspetti: Simone Weil, volontaria repubblicana, vide un quindicenne fucilato solo perché aveva al collo la medaglietta della Madonna. L’occhio chiaro di Zapatero è come la testata di Zidane, vaga sul nulla. Forse è solo un buon massone, e forse neanche quello – bisognerà vedere di che osservanza, le logge possono essere tra loro feroci.
Ma l’assurdità della sua politica dell’immigrazione è indigeribile. Muri e mitra contro i nord africani nel Marocco spagnolo. Mattanze quasi quotidiane di poveri africani al largo delle Canarie. Quarantamila espulsioni l’anno, un aereo al giorno. E ora il rientro degli immigrati disoccupati, almeno centomila. Consigliato e non imposto, come no. Dallo stesso ministro Camacho così sensibile contro l’Italia. E incentivato con i soldi degli stessi immigrati, con l’indennità di disoccupazione cui hanno diritto. Ogni disoccupato extracomunitario avrà l’indennità solo se se ne va. Con la promessa, parola di Camacho, che fra cinque anni potrà ritornare, fare la domanda di tornare. E nessuno lo arresta, arresta Camacho. Sembra di sognare.
Ma l’assurdità della sua politica dell’immigrazione è indigeribile. Muri e mitra contro i nord africani nel Marocco spagnolo. Mattanze quasi quotidiane di poveri africani al largo delle Canarie. Quarantamila espulsioni l’anno, un aereo al giorno. E ora il rientro degli immigrati disoccupati, almeno centomila. Consigliato e non imposto, come no. Dallo stesso ministro Camacho così sensibile contro l’Italia. E incentivato con i soldi degli stessi immigrati, con l’indennità di disoccupazione cui hanno diritto. Ogni disoccupato extracomunitario avrà l’indennità solo se se ne va. Con la promessa, parola di Camacho, che fra cinque anni potrà ritornare, fare la domanda di tornare. E nessuno lo arresta, arresta Camacho. Sembra di sognare.
Ombre - 2
Pizzetti fa la sua relazione solenne sulla privacy, di cui è l’Autorità, ripresa dai media con solennità e supporti sociologici. Proprio quanto la privacy non esiste più, neppure al bagno. Con la tracciabilità minuto per minuto dei cellulari. La tracciabilità dei pagamenti. La tracciabilità dei movimenti attraverso le telecamere. L’indiscrezione delle banche. Di ogni azienda che abbia la lista dei clienti. Le intercettazioni. La privacy è l’invenzione di quando la privacy non ci fu più. Il solito trucco. He obbliga a montagne di firme. E a pagare l’Autorità di Pizzetti.
G. Grass amplia lo spazio dedicato a Benedetto XVI ragazzo in “Sfogliando la cipolla”. Lo amplia rispetto alla redazione originaria, o forse è solo un’impressione – da Fabio Fazio in “Che tempo che fa” non parla che di quello. Lo scrittore non è impressionato dalla condizione di pontefice, e considera Benedetto XVI, che ritiene di avere incontrato come coscritto di Hitler, lui diciassettenne volontario delle SS, una figura minore, un po’ curiosa.
La disparità è anche apparente. Il Nobel Grass resta nella storia della letteratura, Ratzinger, papa anziano di transizione, sarà dimenticato. Ma l’apparenza immediata è di segno inverso tra i due: Grass appare incupito, a tratti cinico, in lite infine con se stesso oltre che con la Germania, il papa è sereno, lieto dell’impronta che dà alla chiesa col recupero della tradizione e la liturgia, nell’irenismo che è ormai la cifra del Vaticano, il giovanilismo, la speranza.
Col terzo Berlusconi è tornato il baciamano. Alle feste, in trattoria, per la strada, dai professionisti, medici, notati, avvocati. I gossipologi ne faranno la sociologia. Ma si può dire che solo col terzo Berlusconi gli italiani si sono sentiti rassicurati. I primi due erano avventurosi, un bucaniere imposto dalle jacqueries urbane di Lombardia e Sicilia. Il terzo è “tutti noi”.
Dunque, anche Berlusconi tiene famiglia, che telefona per conto di attrici che non conosce, che non ha trombato e non intende trombare, Berlusconi è uomo leale, su sollecitazione evidente di familiari. Non c’era da dubitarne. Ma è singolarmente inefficace, e quasi contento di esserlo: odia la famiglia?
Trichet onesto dice venerdì 4: “L’attuale crisi petrolifera è diversa dalle precedenti. Se si crea artificialmente una scarsità nell’offerta di petrolio, è un fatto molto grave”. A pagina 1 il “fondo” di Gavazzi ha invece stabilito sullo stesso giornale, il “Corriere della sera”, col Manzoni che la speculazione è l’accusa dei furbi e dei fessi, gli stessi che nella peste ci vedono gli “untori”. Ma Manzoni non è morto un secolo e mezzo fa? E, come disse il “Times”, non era ben morto quando è morto? Uno che la storia se l’era inventata, il Seicento.
Alessandro Pace ha promosso il manifesto dei Cento, i professori costituzionalisti, contro il lodo Alfano, lo “scudo penale” per le quattro più alte cariche dello Stato. Ma, dice a M. Antonietta Calabrò sul “Corriere della sera” una settimana dopo il pronunciamento, “nessuno ha letto il testo, nessuno: né al ministero né altrove, per il momento sembra un provvedimento-copertina”. Pace è avvocato della Cir (De Benedetti) e della Procura di Milano, sempre contro Berlusconi.
Andrea Camilleri, protagonista dell’IdV antiberlusconiana, parla ai tg a piazza Navona seduto comodamente a uno dei caffé. Ma la piazza senza le terrazze dei caffé quanti manifestanti contiene?
Furio Colombo, massmediologo gentile tourné piazzista, girotondino dell’Italia dei Vuoti, è fulminato a piazza Navona dall’idea che “è come se il copione di questa giornata l’avesse scritto lui”, lui Berlusconi. A 77 anni Colombo sta maturando. Ma deve fare presto se vuole scoprire quanti copioni ha scritto lui per lui – lui Colombo per lui Berlusconi.
Cesare Damiano e Pietro Ichino, Ds, hanno la piazza d’onore sul “Sole 24 Ore” di sabato 28 per la loro “Opinione” che il governo fa male ad abolire la loro norma contro la pratica di far firmare ai dipendenti dimissioni in bianco. L’opinione contraria di Franco Cazzola, che pure è stato a lungo collaboratore del “Sole”, prima di farsi eleggere deputato col Pdl, viene confinata il giorno dopo tra le lettere. È il solito gioco che si va a sinistra perché si sta così meglio a destra? È possibile. Anche perché Cazzola dice una cosa interessante, specie a sinistra. Dice che alle firme estorte ci pensano il codice civile e la serie di norme a protezione delle puerpere, dei malati, degli invalidi, eccetera. Ma dice anche che non è di nessuna utilità se non per i veri lavativi fare di casi eccezionali, accertati rapidamente in tribunale, un fenomeno di massa, eccezionale, di bandiera, e quasi ideologico.
“Salari greci, imposte norvegesi, welfare sudamericano. L’impoverimento degli italiani è racchiuso in questo triangolo del paradosso, dove svaniscono l’equità sociale e la giustizia redistributiva”. È un incipit classico – preciso, perfetto – questo di Massimo Giannini su “Repubblica” il 3 luglio. Ma introduce un’elegia su due colonne di Mario Draghi, che del “paradosso” è il responsabile massimo.
G. Grass amplia lo spazio dedicato a Benedetto XVI ragazzo in “Sfogliando la cipolla”. Lo amplia rispetto alla redazione originaria, o forse è solo un’impressione – da Fabio Fazio in “Che tempo che fa” non parla che di quello. Lo scrittore non è impressionato dalla condizione di pontefice, e considera Benedetto XVI, che ritiene di avere incontrato come coscritto di Hitler, lui diciassettenne volontario delle SS, una figura minore, un po’ curiosa.
La disparità è anche apparente. Il Nobel Grass resta nella storia della letteratura, Ratzinger, papa anziano di transizione, sarà dimenticato. Ma l’apparenza immediata è di segno inverso tra i due: Grass appare incupito, a tratti cinico, in lite infine con se stesso oltre che con la Germania, il papa è sereno, lieto dell’impronta che dà alla chiesa col recupero della tradizione e la liturgia, nell’irenismo che è ormai la cifra del Vaticano, il giovanilismo, la speranza.
Col terzo Berlusconi è tornato il baciamano. Alle feste, in trattoria, per la strada, dai professionisti, medici, notati, avvocati. I gossipologi ne faranno la sociologia. Ma si può dire che solo col terzo Berlusconi gli italiani si sono sentiti rassicurati. I primi due erano avventurosi, un bucaniere imposto dalle jacqueries urbane di Lombardia e Sicilia. Il terzo è “tutti noi”.
Dunque, anche Berlusconi tiene famiglia, che telefona per conto di attrici che non conosce, che non ha trombato e non intende trombare, Berlusconi è uomo leale, su sollecitazione evidente di familiari. Non c’era da dubitarne. Ma è singolarmente inefficace, e quasi contento di esserlo: odia la famiglia?
Trichet onesto dice venerdì 4: “L’attuale crisi petrolifera è diversa dalle precedenti. Se si crea artificialmente una scarsità nell’offerta di petrolio, è un fatto molto grave”. A pagina 1 il “fondo” di Gavazzi ha invece stabilito sullo stesso giornale, il “Corriere della sera”, col Manzoni che la speculazione è l’accusa dei furbi e dei fessi, gli stessi che nella peste ci vedono gli “untori”. Ma Manzoni non è morto un secolo e mezzo fa? E, come disse il “Times”, non era ben morto quando è morto? Uno che la storia se l’era inventata, il Seicento.
Alessandro Pace ha promosso il manifesto dei Cento, i professori costituzionalisti, contro il lodo Alfano, lo “scudo penale” per le quattro più alte cariche dello Stato. Ma, dice a M. Antonietta Calabrò sul “Corriere della sera” una settimana dopo il pronunciamento, “nessuno ha letto il testo, nessuno: né al ministero né altrove, per il momento sembra un provvedimento-copertina”. Pace è avvocato della Cir (De Benedetti) e della Procura di Milano, sempre contro Berlusconi.
Andrea Camilleri, protagonista dell’IdV antiberlusconiana, parla ai tg a piazza Navona seduto comodamente a uno dei caffé. Ma la piazza senza le terrazze dei caffé quanti manifestanti contiene?
Furio Colombo, massmediologo gentile tourné piazzista, girotondino dell’Italia dei Vuoti, è fulminato a piazza Navona dall’idea che “è come se il copione di questa giornata l’avesse scritto lui”, lui Berlusconi. A 77 anni Colombo sta maturando. Ma deve fare presto se vuole scoprire quanti copioni ha scritto lui per lui – lui Colombo per lui Berlusconi.
Cesare Damiano e Pietro Ichino, Ds, hanno la piazza d’onore sul “Sole 24 Ore” di sabato 28 per la loro “Opinione” che il governo fa male ad abolire la loro norma contro la pratica di far firmare ai dipendenti dimissioni in bianco. L’opinione contraria di Franco Cazzola, che pure è stato a lungo collaboratore del “Sole”, prima di farsi eleggere deputato col Pdl, viene confinata il giorno dopo tra le lettere. È il solito gioco che si va a sinistra perché si sta così meglio a destra? È possibile. Anche perché Cazzola dice una cosa interessante, specie a sinistra. Dice che alle firme estorte ci pensano il codice civile e la serie di norme a protezione delle puerpere, dei malati, degli invalidi, eccetera. Ma dice anche che non è di nessuna utilità se non per i veri lavativi fare di casi eccezionali, accertati rapidamente in tribunale, un fenomeno di massa, eccezionale, di bandiera, e quasi ideologico.
“Salari greci, imposte norvegesi, welfare sudamericano. L’impoverimento degli italiani è racchiuso in questo triangolo del paradosso, dove svaniscono l’equità sociale e la giustizia redistributiva”. È un incipit classico – preciso, perfetto – questo di Massimo Giannini su “Repubblica” il 3 luglio. Ma introduce un’elegia su due colonne di Mario Draghi, che del “paradosso” è il responsabile massimo.
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venerdì 18 luglio 2008
Gelmini impunita: la colpa è dell'università
Non è Gelmini che chiude l’università, è l’università che chiude se stessa. Ha ben cento corsi di laurea con meno di dieci iscritti. A Bologna, Rieti, Rende, Camerino e Forlì ci sono corsi con un solo iscritto. I milanesi pr del milanese ministro rigirano rapidamente la frittata, con la solita sapienza milanese. E l’impunita faccia tosta di sempre, non è per caso che Milano domina l’Italia: l’università merita di essere chiusa. Dopodichè, assicura il ministro, verrà rifondata, privata (leggi: per chi ha i soldi) e internazionalizzata (i laureati li prendiamo in Asia, costano poco e parlano inglese).
La presentazione che Gelmini ha fatto ieri delle sue malefatte è da manuale di scienza della comunicazione – piccolo manuale per piccoli provinciali: altrove se ne sarebbe riso. I soldi quest’anno non ci sono, ma vedrete, magari negli anni successivi qualcosa si rimedia. Ha pure venduto allegramente un fantomatico Piano per la ricerca industriale universitaria nel Mezzogiorno di sette miliardi – di lire? Tutto è riuscita a vendere, anche gli 887 progetti di ricerca individuali finanziati e assegnati dal governo Prodi, che non è arrivata in tempo a bloccare. Sul “Messaggero” è toccato pure di leggere questo piccolo annuncio: “Contrariamente a quanto in alcuni ambienti era stato paventato, il piano della Gelmini ha riscosso il consenso di tutti i soggetti interessati”. Ma a pagina 2, "In primo piano" - gratis?
Cento corsi su 5.200 sono forse un errore che gli stessi senati accademici hanno già rimediato. Ma tanto basta ad alimentare la spocchiosa impudenza ambrosiana. Né la ministra chiude quei corsi, no: taglia i fondi per tutti. Ci sono duecento sedi universitarie per un’ottantina di università, insiste ancora. Tacendo che la moltiplicazione delle sedi è stata una delle poche risorse che le università hanno avuto negli ultimi vent’anni per raccogliere un po’ di soldi, da comuni e province. Tace sui famosi accordi coi privati per la ricerca, non un euro venendo da banche, fondazioni, industrie. Tace che i pochi soldi alla ricerca vengono da istituzioni internazionali, su progetti di precari, in grado di “sollevare”, come si dice a Milano, anche due e tre milioni di euro. A testa, essendo personalmente pagati poche migliaia di euro l'anno, e qualcuno anche non pagato. Di cui nei giudizi internazionali si dice che è una vergogna che lo Stato italiano li tratti così male. Tace sul fatto che l’insegnamento si fa all’università con almeno 53 mila precari, molti non pagati – che però sono forse duecentomila: Gelmini non lo sa e non se ne occupa (ma in questo è certo cento volte migliore degli accademici stessi, le cui turpitudini contro l'università stessa sono inenarrabii, non fossero materia quotidiana).
La presentazione che Gelmini ha fatto ieri delle sue malefatte è da manuale di scienza della comunicazione – piccolo manuale per piccoli provinciali: altrove se ne sarebbe riso. I soldi quest’anno non ci sono, ma vedrete, magari negli anni successivi qualcosa si rimedia. Ha pure venduto allegramente un fantomatico Piano per la ricerca industriale universitaria nel Mezzogiorno di sette miliardi – di lire? Tutto è riuscita a vendere, anche gli 887 progetti di ricerca individuali finanziati e assegnati dal governo Prodi, che non è arrivata in tempo a bloccare. Sul “Messaggero” è toccato pure di leggere questo piccolo annuncio: “Contrariamente a quanto in alcuni ambienti era stato paventato, il piano della Gelmini ha riscosso il consenso di tutti i soggetti interessati”. Ma a pagina 2, "In primo piano" - gratis?
Cento corsi su 5.200 sono forse un errore che gli stessi senati accademici hanno già rimediato. Ma tanto basta ad alimentare la spocchiosa impudenza ambrosiana. Né la ministra chiude quei corsi, no: taglia i fondi per tutti. Ci sono duecento sedi universitarie per un’ottantina di università, insiste ancora. Tacendo che la moltiplicazione delle sedi è stata una delle poche risorse che le università hanno avuto negli ultimi vent’anni per raccogliere un po’ di soldi, da comuni e province. Tace sui famosi accordi coi privati per la ricerca, non un euro venendo da banche, fondazioni, industrie. Tace che i pochi soldi alla ricerca vengono da istituzioni internazionali, su progetti di precari, in grado di “sollevare”, come si dice a Milano, anche due e tre milioni di euro. A testa, essendo personalmente pagati poche migliaia di euro l'anno, e qualcuno anche non pagato. Di cui nei giudizi internazionali si dice che è una vergogna che lo Stato italiano li tratti così male. Tace sul fatto che l’insegnamento si fa all’università con almeno 53 mila precari, molti non pagati – che però sono forse duecentomila: Gelmini non lo sa e non se ne occupa (ma in questo è certo cento volte migliore degli accademici stessi, le cui turpitudini contro l'università stessa sono inenarrabii, non fossero materia quotidiana).
Bazoli chiama Lombardo
Si ricostruisce l’asse Milano-Palermo. Nel 2006 i sessantamila voti di Lombardo in Lombardia, nomen omen, fecero vincere Prodi, e Bazoli non l’ha dimenticato. Il contatto è ripreso tra il patron di Intesa e il leader dell’Mpa, provvisoriamente passato con Berlusconi in Sicilia, per rifare la Dc e salvare l’Italia. È un ritorno ai vecchi tempi, si sarebbero detti i due, cinquant’anni fa, quando la Lombardia e la Sicilia insieme decidevano per l’Italia. L’ipotesi di un rimescolamento della maggioranza in Parlamento a legislatura in corso ha preso insomma piede con rapidità.
Bazoli si conferma a questo punto lo stratega d’Italia anche in politica. In economia il ruolo è da tempo acclarato. Non da ultimo dalla stessa sindrome dell’investitura che Bazoli nutre. L’avvocato non solo è il creatore e il presidente della banca più grande, Intesa-San Paolo, ma, novello cavaliere medievale, avoca a sé l’investitura a proseguire l’opera dei grandi vecchi dell’Italia buona: l’Avvocato (Agnelli), Nino (Andreatta), il Dottore (Cuccia).
L’uomo più potente
Il patron di banca Intesa può d’altra parte vantare con merito tutte le eredità. È l’uomo più potente della Repubblica. Tiene le fila di tutto il business bancario, da Draghi a Geronzi, in Unicredit e in Mediobanca, alle Generali, e di ogni decisione strategica, dal futuro incerto di Telecom Italia all’Alitalia, allo smembramento di Eni e Enel. Domina senza opposizione gli affari. Agli Agnelli Elkann, suoi soci dopo l’incorporazione di San Paolo, aveva dato un sonoro ceffone con lo scandalo del calcio, creato e gestito dalla Rcs Media che l’avvocato controlla strettamente con Perricone. Dopo l’avviso sui movimenti azionari surrettizi con cui la Famiglia aveva rinforzato, poco legalmente, il controllo di Fiat. Lezione che Torino mostra per più segni di avere accettato. Tronchetti Provera è grato di essere ancora in vita. E così i Moratti, i Riva e ogni altro. Bazoli è sicuramente l’uomo più potente della Repubblica, non mena vanto ingiustificato.
Tre fasi
Il presidente della Regione Sicilia, noto per essere realista, non s’illuderà su chi decide che. Ma è certo che non è insensibile all’appello all’unità e alla forza del vecchio partito. Anche lui, come tutti, a disagio con Berlusconi. La nuova Dc che si prospetta con Bazoli non è più quella folcloristica di Pizza e Rotondi. È un progetto serio, ben progettato, e di sviluppo anche già ordinato. La prima mossa è il riordino del partito Democratico, con un ribaltamento delle posizioni tra bianchi e rossi. La seconda è il riassetto dell’Udc, che si liberi dall’ingombro Casini. Già in questa seconda fase l’intervento di Lombardo, come calamita dei voti di Casini in Sicilia, diventa centrale. La terza fase è tutta sua, e andrà di pari passo con la promessa scelta a leader del nuovo partito: la ripresa totale dell’autonomia a cui il suo movimento si richiama, e l’abbandono di Berlusconi.
Bazoli si conferma a questo punto lo stratega d’Italia anche in politica. In economia il ruolo è da tempo acclarato. Non da ultimo dalla stessa sindrome dell’investitura che Bazoli nutre. L’avvocato non solo è il creatore e il presidente della banca più grande, Intesa-San Paolo, ma, novello cavaliere medievale, avoca a sé l’investitura a proseguire l’opera dei grandi vecchi dell’Italia buona: l’Avvocato (Agnelli), Nino (Andreatta), il Dottore (Cuccia).
L’uomo più potente
Il patron di banca Intesa può d’altra parte vantare con merito tutte le eredità. È l’uomo più potente della Repubblica. Tiene le fila di tutto il business bancario, da Draghi a Geronzi, in Unicredit e in Mediobanca, alle Generali, e di ogni decisione strategica, dal futuro incerto di Telecom Italia all’Alitalia, allo smembramento di Eni e Enel. Domina senza opposizione gli affari. Agli Agnelli Elkann, suoi soci dopo l’incorporazione di San Paolo, aveva dato un sonoro ceffone con lo scandalo del calcio, creato e gestito dalla Rcs Media che l’avvocato controlla strettamente con Perricone. Dopo l’avviso sui movimenti azionari surrettizi con cui la Famiglia aveva rinforzato, poco legalmente, il controllo di Fiat. Lezione che Torino mostra per più segni di avere accettato. Tronchetti Provera è grato di essere ancora in vita. E così i Moratti, i Riva e ogni altro. Bazoli è sicuramente l’uomo più potente della Repubblica, non mena vanto ingiustificato.
Tre fasi
Il presidente della Regione Sicilia, noto per essere realista, non s’illuderà su chi decide che. Ma è certo che non è insensibile all’appello all’unità e alla forza del vecchio partito. Anche lui, come tutti, a disagio con Berlusconi. La nuova Dc che si prospetta con Bazoli non è più quella folcloristica di Pizza e Rotondi. È un progetto serio, ben progettato, e di sviluppo anche già ordinato. La prima mossa è il riordino del partito Democratico, con un ribaltamento delle posizioni tra bianchi e rossi. La seconda è il riassetto dell’Udc, che si liberi dall’ingombro Casini. Già in questa seconda fase l’intervento di Lombardo, come calamita dei voti di Casini in Sicilia, diventa centrale. La terza fase è tutta sua, e andrà di pari passo con la promessa scelta a leader del nuovo partito: la ripresa totale dell’autonomia a cui il suo movimento si richiama, e l’abbandono di Berlusconi.
Napoli rifiutata anche nella letteratura
Ermanno Rea è persona squisita ma napoletano verace. Le due qualità vanno distinte oggi, ammesso che la seconda sia ancora una qualità. Ermanno Rea non è il napoletano che può ritrovarsi nello sfacelo incredibile della sua città, di mediocrità prima che di violenza, e di violenza saputa, dritta, che si rispecchia nella produzione di immondizia morale. Ma vive sempre e solo la sua città, tra lo stereotipo del nonno a Caporetto, e il protagonista naziskin alla stazione centrale, affettuosamente chiamato Caracas, che ha 55 anni. La scrittura pure è partecipe, e il rifiuto è stato repentino allo Strega, che già aveva vinto, a favore di Paolo Giordano, che di anni ne solo 25 e viene da Torino.
E non solo i premi, anche le classifiche (vengono prima le classifiche o i premi?), nei quali Napoli non si può dire che non eccella da qualche tempo, lo escludono. I napoletani su Internet lo dicono “bello, malinconico, struggente”, gli altri spernacchiano. Si aggiunga che Ermanno Rea si dice, Virgilio o Dante?, “cariatide comunista”, e si completa il rifiuto.
Essendo “Napoli Ferrovia” un quasi premio Strega si vorrebbe anche parlare di letteratura. Di personaggi, storie, scritture - il réportage sceneggiato che è la specialità dell’autore. Insomma della meraviglia del leggere, e del narrare. Ma Napoli purtroppo è sovrastante, per questa sua invadente, sconfinata, perfino orgogliosa, immondizia morale, nella politica, la magistratura, l’economia, il sindacato, nel popolo alto e basso, nella criminalità, e perfino tra gli intellettuali. Non Salerno, o Benevento, o Avellino, dove persone di rara virtù e competenza fanno ogni giorno il loro lavoro, ma l’asse Caserta-Napoli-Ercolano, che è anche l’area a più alta concentrazione di manufatti artistici e naturali dell’umanità. Si vorrebbe poter dire coraggio!, fate uno sforzo, se Napoli non fosse così supponente.
Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Rizzoli, pp 340, € 19
E non solo i premi, anche le classifiche (vengono prima le classifiche o i premi?), nei quali Napoli non si può dire che non eccella da qualche tempo, lo escludono. I napoletani su Internet lo dicono “bello, malinconico, struggente”, gli altri spernacchiano. Si aggiunga che Ermanno Rea si dice, Virgilio o Dante?, “cariatide comunista”, e si completa il rifiuto.
Essendo “Napoli Ferrovia” un quasi premio Strega si vorrebbe anche parlare di letteratura. Di personaggi, storie, scritture - il réportage sceneggiato che è la specialità dell’autore. Insomma della meraviglia del leggere, e del narrare. Ma Napoli purtroppo è sovrastante, per questa sua invadente, sconfinata, perfino orgogliosa, immondizia morale, nella politica, la magistratura, l’economia, il sindacato, nel popolo alto e basso, nella criminalità, e perfino tra gli intellettuali. Non Salerno, o Benevento, o Avellino, dove persone di rara virtù e competenza fanno ogni giorno il loro lavoro, ma l’asse Caserta-Napoli-Ercolano, che è anche l’area a più alta concentrazione di manufatti artistici e naturali dell’umanità. Si vorrebbe poter dire coraggio!, fate uno sforzo, se Napoli non fosse così supponente.
Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Rizzoli, pp 340, € 19
“Accìdeme, che vita è questa!” - a noi ci manca la guerra
“Non c’è oggi idea più estinta di quella di posterità”. Di futuro. “L’unica nozione che ne abbiamo è di carattere antiquario”. Scrive bene Scurati, romanziere di successo e direttore a Bergamo del Centro universitario sui linguaggi della guerra. Ma non si sa di che: prima il futuro non era antiquario? O vuole dire che oggi non si costruisce nulla, non ci sono novità. Oggi? La comunicazione opera la distruzione di senso, dice Scurati. Dipende: Di Pietro è creazione sovrumana, nessuna Madison Avenue l’avrebbe mai immaginato, in nessun delirio.
A corpo 14 e con ampi margini è qui allargata la rilettura scuratiana de “Il sentiero dei nidi di ragno”, il racconto di Calvino. Che tante storie aveva da raccontare, dice Scurati, perché usciva da una guerra. Mentre lui è cresciuto, e noi assieme a lui, alla televisione, in salotto, di sera, con la birra fresca.
A Napoli, la città di Scurati, un ristoratore teneva nella vaschetta all’ingresso un polpo. Al quale dava una legnata ogni volta che persuadeva un cliente a ordinare il cefalopodo appena pescato. Finché il polpo sbottò: “Accìdeme, che vita è questa!” Così è: che ci stiamo a fare? Senza guerre.
A corpo 14 e con ampi margini è qui allargata la rilettura scuratiana de “Il sentiero dei nidi di ragno”, il racconto di Calvino. Che tante storie aveva da raccontare, dice Scurati, perché usciva da una guerra. Mentre lui è cresciuto, e noi assieme a lui, alla televisione, in salotto, di sera, con la birra fresca.
A Napoli, la città di Scurati, un ristoratore teneva nella vaschetta all’ingresso un polpo. Al quale dava una legnata ogni volta che persuadeva un cliente a ordinare il cefalopodo appena pescato. Finché il polpo sbottò: “Accìdeme, che vita è questa!” Così è: che ci stiamo a fare? Senza guerre.
Il conformismo della società giudiziaria
Un breve saggio allungato a libro, comprese quattro o cinque pagine di Dürrenmatt, venticinque sui C.S.I che nessuno vede più, otto di bibliografia sommaria, sul genere editoriale in voga. Il nuovo romanzo sociale – argomento non nuovo. E un mezzo per la verità secondo Perissinotto. Che è giallista reputato ma qui è in veste di professore di Teorie e tecniche della comunicazione di massa a Torino. Con un problema: “Il problema sta nell’inafferrabilità del reale, inafferrabilità che rende ipotizzabile tutto e il contrario di tutto”. E qui si potrebbe chiudere.
Perissinotto lo sa: “L’onnipresenza dell’ipotesi del complotto non è sintomo di una società paranoica, bensì di una società che ha perduto il valore della verità”. Ma perché lo ha perduto? Perché non è più rurale…. Non perché è bugiarda – i suoi intellettuali lo sono, la Rai, i giornali. Specie nella società giudiziaria, che da un ventennio la domina (grande creazione della comunicazione di massa). Di pari passo con la dilatazione della fiction d’indagine. Non lo dice Dürrenmatt cinquant’anni prima? “Da quando gli uomini politici deludono… la gente spera che almeno la polizia metta ordine nel mondo”, e se c’è la polizia “il grosso è fatto”. Ma non - Dürrenmatt non lo dice - nel senso della verità. Non c’è giallo italiano, in libreria e nelle otto o dieci serie di fiction tv, che non sia un inno alle forze dell’ordine. Che non è propriamente indagine ma conformismo: adulazione, ipocrisia.
Alessandro Perissinotto, La società dell’indagine, Bompiani, pp.107, € 9.
Perissinotto lo sa: “L’onnipresenza dell’ipotesi del complotto non è sintomo di una società paranoica, bensì di una società che ha perduto il valore della verità”. Ma perché lo ha perduto? Perché non è più rurale…. Non perché è bugiarda – i suoi intellettuali lo sono, la Rai, i giornali. Specie nella società giudiziaria, che da un ventennio la domina (grande creazione della comunicazione di massa). Di pari passo con la dilatazione della fiction d’indagine. Non lo dice Dürrenmatt cinquant’anni prima? “Da quando gli uomini politici deludono… la gente spera che almeno la polizia metta ordine nel mondo”, e se c’è la polizia “il grosso è fatto”. Ma non - Dürrenmatt non lo dice - nel senso della verità. Non c’è giallo italiano, in libreria e nelle otto o dieci serie di fiction tv, che non sia un inno alle forze dell’ordine. Che non è propriamente indagine ma conformismo: adulazione, ipocrisia.
Alessandro Perissinotto, La società dell’indagine, Bompiani, pp.107, € 9.
Dante poeta nazionale albanese
Il saggio sarà di scarso interesse per i dantisti, l’Albania è un piccolo paese, ma Kadaré vive Dante com’era. E come appare ancora in quella parte della debilitata Europa: l’Albania è piena di Beatrice. Anche per “il rapporto estremamente strano che esiste tra l’albanese e l’italiano:... benché le due lingue non abbiano all’apparenza niente in comune, gli Albanesi riescono a capire più o meno istintivamente, senza la minima preparazione, l’italiano, mentre gli Italiani, da parte loro, non capiscono niente del tutto dell’albanese”. L’altra ironia è che, “in seguito all’unione con l’Italia, l’Albania aveva ripreso il Kossovo”, l’aveva riscoperto.
Dante, tornato in Albania con l’occupazione fascista nel 1939, vi diventa “il poeta celeste, profetico, nazionale, unificatore” anche per gli albanesi. Con “decine di traduzioni, edizioni e riedizioni, …circoli, gruppi di studio,società, imprese, istituti di beneficenza, concorsi e tavole rotonde, serate di gala, piazze e strade”. Kadaré lo sa, non ne ha memoria personale (è nato nel 1936). Dante gli ritorna nel “candore” di Pound, nel “rimpianto” di Seferis, giunto tardi a Dante, e negli studi di un altro esiliato, il poeta e saggista albanese Ernest Koliqi, che è stato all’università di Roma. Dopo la capitolazione italiana e l’instaurazione del comunismo Dante è rimasto in Albania il poeta più popolare.
Ismail Kadaré, Dante l’inevitabile, Fandango, pp.60, € 10
Dante, tornato in Albania con l’occupazione fascista nel 1939, vi diventa “il poeta celeste, profetico, nazionale, unificatore” anche per gli albanesi. Con “decine di traduzioni, edizioni e riedizioni, …circoli, gruppi di studio,società, imprese, istituti di beneficenza, concorsi e tavole rotonde, serate di gala, piazze e strade”. Kadaré lo sa, non ne ha memoria personale (è nato nel 1936). Dante gli ritorna nel “candore” di Pound, nel “rimpianto” di Seferis, giunto tardi a Dante, e negli studi di un altro esiliato, il poeta e saggista albanese Ernest Koliqi, che è stato all’università di Roma. Dopo la capitolazione italiana e l’instaurazione del comunismo Dante è rimasto in Albania il poeta più popolare.
Ismail Kadaré, Dante l’inevitabile, Fandango, pp.60, € 10
"Collaboratore sarà Sartre", f.to Céline
Ripubblicata nella serie nera della Herne, i libriccini che Castelvecchi traduceva nella collana Etcetera (Derrida sui giornalisti, il perdono, lo spergiuro, etc.), l’invettiva di Céline contro Sartre, che lo voleva condannato per collaborazionismo, sorprende non solo per l’arguzia, sempre vincente nello scrittore contro il filosofo, ma anche per un senso di verità.
Completano il volumetto, tra altri testi, i “Taccuini del corazziere Destousches”, una prefazione inedita al “Semmelweiss”, e le tre paginette definitive sull’argot uscite su “Arts” il 7 febbraio 1957.
L.F.Céline, A l’agité du bocal, L’Herne, pp. 86, €9,50
Completano il volumetto, tra altri testi, i “Taccuini del corazziere Destousches”, una prefazione inedita al “Semmelweiss”, e le tre paginette definitive sull’argot uscite su “Arts” il 7 febbraio 1957.
L.F.Céline, A l’agité du bocal, L’Herne, pp. 86, €9,50
La democrazia vuol'essere selettiva
Un libro reazionario si pubblica, è una forte emozione, ora che non si può più dirlo tale. Una raccolta di saggi. E nell’edizione più cruda, la prima del 1943 a Città del Messico, invece di quella edulcorata, “censurata” disse Caillois, dell’anno successivo a Marsiglia liberata.
La raccolta è godibilissima – eccetto la parte centrale, che ha ambizioni filosofiche ma non va oltre l’elzeviro, subito perenta: “Vertigini”, “I tesori segreti”, “La severità”, “L’aridità”. In apertura Caillois vi rifà il boia di De Maistre, ma ben più ricco, il boia apparentando al re, al guaritore, al mago. Di Marx mostra il vangelo inconscio. Il gioco, lui sociologo dei giochi per cui resta ancora studiato, rappresenta come “brama di disastro” – il gioco d’azzardo naturalmente. In poche righe fa infine il pelo al razzismo: “La razza eletta e la nazione devono tendere a sovrapporsi, a coincidere”. Si opprime per questo l’ebreo,per esaltare il tedesco. Mentre “un Aniante che esalti chi è nato in estate e disprezzi chi è nato inverno, è dichiarato eretico. La ragione è evidente: non tutti gli italiani sono nati in estate. L’idea (però) non va perduta, bensì retificata: dato che l’intera penisola passa per essere calda e soleggiata, l dittatore italiano si affretta a pronunciare un discorso in cui contrappone i popoli canicolari, impregnati della forza vivificante del sole, alle popolazioni debilitate e intorpidite dei paesi nebbiosi”.
Il saggio più attuale è l’epicedio dell’individualismo, “Il vento invernale”, esploso col tardo romanticismo, in Stirner e più in Nietzsche. Dell’intellettuale “ostile a ogni società”. Non per saperne di più ma per essere migliore. Anche se “i più grandi individualisti sono stati dei deboli, degli inferiori, dei disadattati”. Ma tutti orgogliosi: più che dall’evasione, dice Caillois, affascinati dalla conquista. Si gabellava il fenomeno decadentismo, che è un fatto circoscritto alla storia della letteratura, ma poi tutti sono d’elezione decadenti, non solo Baudelaire e l’amato Wagner, per la cultura della crisi, un crogiolo. In quella che si può dire la società degli intellettuali: “Non si sottolineerà mai abbastanza quanto sia rilevante che Balzac e Baudelaire abbiano considerato con simpatia e proposto come modello Loyola e il perinde ac cadaver della Compagnia di Gesù, il Vecchio della Montagna e i suoi Assassini”. L’“associazione militante e chiusa”, ordine monastico fuori dal mondo e formazione combattente. Rovesciando Nietzsche: “Schiavi oppressori” e “Signori impotenti”. In forma, anche gli individualisti, gli intellettuali, di consumatori e produttori, le figure di tanta letteratura coeva (“Il vento invernale” è del 1937) e successiva. Ma classe chiusa: “La natura dei Signori, che tanto li ostacola nel contatto con gli altri, li costringe per ciò stesso a sentire fortemente la loro alleanza”. E a farsi scudo con “la probità, il disprezzo, l’amore del potere e la compitezza”.
Ancillare è il più sociologico successivo saggio, più in tema anche nel titolo: “Sociologia del chierico”. Che non cita “Il tradimento dei chierici” di Benda da cui prende le mosse, ma ne rovescia il significato: l’intellettuale è chierico in senso chiesastico. Caillois parte promettendo di fare le parti tra chierico e laico, ma entrambi i valori, dentro e fuori la chiesa, assomma poi unicamente nel chierico. “I veri «chierici» non difendono i valori, ma li creano, li suscitano. La loro storia è sempre quella di una qualche Compagnia di Gesù”. Totalizzante sempre, mentre la ragione – la democrazia – vuol’essere selettiva. Allora si sarebbe detto critica.
Sono testi degli ultimi anni 1930. Viveva Caillois nel pieno dell’ideologia dei compagni di strada, del totalitarismo dell’antifascismo, insieme con i suoi compagni di idea e di avventura Bataille e Leiris nel loro Collège de Sociologie, e sapeva di che parlava. Sull’insidiosa categoria dell’antifascismo, del dimenticato Willi Münzenberg, il geniale propagandista del Comintern, Caillois dice la verità subito, nella terza parte della raccolta, “Attesa dell’élite”, quella che sarà censurata nell’edizione della liberazione. C’è il vezzo di dire “fascista” tutto quanto non risponde alla propria sensibilità, e “un tale modo di procedere – dare importanza ai moti istintivi, esprimere un giudizio invece di sostenere un argomento – è tipico della maniera fascista, ed è stato forse introdotto proprio su questo modello”. È così che la democrazia è in Italia “incompiuta” – non accettata – dopo sessant’anni di Repubblica.
Questo è però un rischio della democrazia, al di là della propaganda. “Una democrazia che ha fiducia in se stessa considera suo diritto, quasi suo dovere, imporre ai recalcitranti la ragione, la giustizia, la felicità che rifiutano. Ma i dittatori non vogliono niente di diverso”. Il “forte” Caillois è in realtà realista triste: “Esistono molte strade che portano dal liberalismo alla tirannide. Dalla tirannide al liberalismo si scorge solo quella della decrepitezza e del logoramento”. L’antagonismo tra democrazia e totalitarismo è fatto di sfumature, non è massiccio e diretto come invece la somiglianza: “Non c’è alcuna serie controindicazione che impedisca a un democratico di accettare il Führerprinzip”, chi è al governo deve governare.
Il titolo e i temi sono elitistici. Non in senso politico, ma culturale: sono aristocratizzanti. Caillois, oggi si può dire, è vero democratico, contro le preclusioni politiche o ideologiche: in epoca fortemente idelogizzata, contro il nazismo prima e poi contro il comunismo sovietico, solo la verità per lui conta e l’intelligenza delle cose. Ludologo, gemmologo, borgesiologo, e per vivere funzionario dell’Unesco, succedette all’Académier a Carcopino, e fu succeduto da Yourcenar, che molto lo rispettava, tutti pieni di cultura latina. Sembrano preistoria. Caillois, che l’editore di “La comunione dei forti” sveltamente riduce a “poligrafo”, è l’ultimo degli umanisti, prima della guerra fredda, l’antifascismo e il sovietismo obbligati.
Si può anche dire che una forte cultura è stata per mezzo secolo oscurata e anzi denigrata: Céline, Drieu, la stessa Yourcenar, Pound, Jünger, Benn, Montherlant, Malraux, Saint-Exupéry, Simenon, Lawrence, Lawrence d’Arabia, Hamsun, eccetera. I “surfascisti” di Benjamin, che tra essi include Caillois e Bataille. Ma più che di ristabilire l’equilibrio, se non la verità, libri come questo suscitano ansia. L’ansia di quanto l’ideologia o la passione politica possano deprivare l’intelligenza e la stessa passione di vivere.
Roger Caillois, La comunione dei forti, pp. 204, € 10
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