Due ragazzi tedeschi sono violentati sulla spiaggia di Torre Annunziata e sono ricoverati a Castellammare. Dove a lei viene fatto un esame superficiale, delle escoriazioni. Lo scopo è chiaro: evitare le aggravanti per gli aggressori. È chiaro a tutti, ma non all’Asl di Napoli 5, cui Castellammare fa capo. Che ordina un’inchiesta, ma assolve i sanitari: “A quanto mi risulta”, dice il signor D’Auria, manager dell’Azienda sanitaria, “il personale che ha operato quella notte ha seguito le procedure, e ai professionisti dell’ospedale di Castellammare di certo non manca il necessario senso di umanità”. Non è Napoli anema e core?
È possibile che ci sia collusione con gli aggressori. Ma forse no, nessun magistrato s’è mosso, né contro i sanitari né contro D’Auria. È invece certa l’autoindulgenza napoletana, stupefacente. Non eccezionale: girando per la provincia napoletana ogni aggressione, seppure non della gravità di quella incorsa dai giovani tedeschi, è trattata da tutti con la stessa condiscendenza, da carabinieri, poliziotti, vigili urbani, assessori, sindaci, direttori d’albergo. Il napoletano “sa”, il non napoletano si deve giustificare: perché si trovava alla tal ora di tal giorno in tale piazza, perché portava la borsa, o l’orologio al polso, perché, se viaggiava in gruppo, s’è avventurato da solo. E se ha riconosciuto un aggressore nell’albo di foto segnaletiche che gli viene obbligatoriamente mostrato, se non lo conosceva prima e per quale motivo. Col sottinteso, non tanto celato: droga? frode all’assicurazione (il famoso “cavallo”)? guerra di bande?
Gli inni incredibili alla napoletanità delle migliori intelligenze napoletane nella lunga vicenda dell’immondizia sono un’eco evidentemente della ferma superiorità popolana – l’intellettuale non deve essere radicato nel popolo? Che gli avvocati dei ragazzi stupratori di Torre Annunziata confermano trionfali, nella tradizione dei Grandi Principi del Foro, i paglietta. Chiedendo perdono a larghi gesti e grandi parole, di fronte a tutti i microfoni e gli schermi, umilmente, per l’immane tragedia, per la mala erba di questa terra sventurata, per la società che produce mostri, e tutto il repertorio della messinscena. Pregustando la cospicua parcella della derubricazione dei reati del camorrista figlio di camorrista, e fa’ in culo ai tedeschi. Sarà vero che “il mare non bagna Napoli”, dev’essere tutta bava, di soddisfazione.
giovedì 28 agosto 2008
La spazzatura di Napoli
Un presidente del consiglio non molto autorevole e anzi un po’ ciula ha ordinato agli spazzini napoletani di raccogliere la spazzatura, e la spazzatura di Napoli dopo un anno, o due, è stata infine raccolta. Napoli non ha detto grazie, la Iervolino per esempio, che parla così tanto, e naturalmente non si è fatto un esame di coscienza. Perché Napoli va di fretta, deve escogitarne un’altra.
Non si sono dimessi la Iervolino e Bassolino, che pure tanto male fanno ai rispettivi partiti, e al partito Democratico che li ha riuniti, e il motivo è sempre lo stesso: i napoletani hanno sempre ragione. Né sono stati mai cercati, nemmeno per la forma, i piromani degli accampamenti rom e delle montagne di spazzatura. La magistratura napoletana ha anzi tentato in tutti i modi di fermare la raccolta della spazzatura, fino ad arrestare tutti quelli che la raccoglievano. Ha perso, ma è ancora salda al suo posto, e anzi più iattante che mai – si dice che stia intercettando mezzo governo, oltre a tutta la stampa italiana, nell’eventualità che il governo si arrischi a mettere un freno alle intercettazioni. Dopo aver consolidato in un trentennio, da quando il comunista Valenzi divenne avventuratamente sindaco, ogni sorta d'illecito "popolare", dei disoccupati organizzati, degli irriducibili di Pianura, dei tifosi allo stadio, con distruzioni miliardarie, occupazione di stazioni e strade, ricatti.
Leggendo la stampa napoletana, del resto, è Napoli che fa l’esame al resto d’Italia e del mondo, al governo fascista con i rumeni e gli zingari, agli stranieri che vanno a dormire tra i pastori, agli arabi che invadono l’Italia, a Putin che ha invaso la Georgia, a Israele che tormenta gli arabi, e alla Juventus che si ruba gli scudetti.
Non si sono dimessi la Iervolino e Bassolino, che pure tanto male fanno ai rispettivi partiti, e al partito Democratico che li ha riuniti, e il motivo è sempre lo stesso: i napoletani hanno sempre ragione. Né sono stati mai cercati, nemmeno per la forma, i piromani degli accampamenti rom e delle montagne di spazzatura. La magistratura napoletana ha anzi tentato in tutti i modi di fermare la raccolta della spazzatura, fino ad arrestare tutti quelli che la raccoglievano. Ha perso, ma è ancora salda al suo posto, e anzi più iattante che mai – si dice che stia intercettando mezzo governo, oltre a tutta la stampa italiana, nell’eventualità che il governo si arrischi a mettere un freno alle intercettazioni. Dopo aver consolidato in un trentennio, da quando il comunista Valenzi divenne avventuratamente sindaco, ogni sorta d'illecito "popolare", dei disoccupati organizzati, degli irriducibili di Pianura, dei tifosi allo stadio, con distruzioni miliardarie, occupazione di stazioni e strade, ricatti.
Leggendo la stampa napoletana, del resto, è Napoli che fa l’esame al resto d’Italia e del mondo, al governo fascista con i rumeni e gli zingari, agli stranieri che vanno a dormire tra i pastori, agli arabi che invadono l’Italia, a Putin che ha invaso la Georgia, a Israele che tormenta gli arabi, e alla Juventus che si ruba gli scudetti.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (22)
Giuseppe Leuzzi
Il discorso su
In Calabria e Sicilia non piove da quattro mesi, maggio, giugno, luglio e agosto, dopo un inverno asciutto. E manca l’acqua. Ma a Milano non piove e quindi la siccità non c’è. Non per il parlatore incontenibile Loiero né per lo sfingeo Lombardo, i governatori.
Capita di parlare di mafia con mafiosi cogniti: l’analista della megastruttura convenzionata, il commerciante finanziarizzato, il ristoratore da guida, e quelli del lusso, accanto al loro suv o Mercedes da centomila. In italiano, in genere, atteggiato. È estremamente ridicolo. Come una conversazione di routine tra due attori in scena.
La ministra dell’Istruzione Gelmini, nel mentre che dissolve l’università italiana in favore di quella confessionale, dice una cosa giusta: che la scuola al Sud non è formativa. Per questo è sommersa dalle critiche e deve fare marcia indietro. Prepotenza del Sud? Stupidità? È anche un diversivo: la ministra marcia avanti nel suo programma, tanto del Sud a chi gliene frega?
Niente notabilato nei paesi della Montagna. Consigli sì, aiuti, posti sono dovuti, ma senza riconoscenza, né riconoscimento sociale: tutti sono “più” di ogni altro.
Il meridionale non è niente per voler essere tutto – tutti sono politici, artisti, giornalisti, e vittime.
La ricchezza è la legalità. È un concetto semplice: se l’Ente per il turismo dà cinque stelle a un albergo che al più ne può avere tre, o tre a uno che non ha stelle, può anche darsi che questi alberghi affittino qualche camera, ma per una sola volta. Se può definirsi extra-vergine tutto l’olio d’oliva rettificato che si riesce a mettere assieme, lo si potrà vendere, imbottigliato, una sola volta. Mentre se il vino igt è zucchero e alcool, con una goccia di sciroppo, si può anche andare in prigione (in teoria). Si parla di legalità semplice, non di criminalità organizzata, che è complessa ma è anche marginale.
Non abbiamo soprannome. Un altro paio di famiglie in paese non ne ha. Tutti hanno un soprannome. I borghesi non ne hanno, quelli dell’unità d’Italia.
C’è la realtà, e c’è il discorso su questa stessa realtà, che a volte è preminente.
La realtà del Sud, della Calabria, dell’Aspromonte, è esclusivamente il “discorso su”, ed è disperante. Al Sud c’è solo il peggio: la corruzione, la malasanità, la mafia, le raccomandazioni, l’assenteismo. Qualsiasi discorso sul Sud lo vede soggiacere, condannato, deriso, umiliato.
Non se ne può fare un torto a chi lo agita, a ognuno piace sentire cosa gli altri pensano di lui. E finché i fenomeni deleteri persistono. Si muore di malasanità anche a Torino, ma il calabrese giustamente ingigantisce la malasanità a Vibo Valentia.
Il problema sorge quando il discorso viene introiettato e diventa esclusivo. Quando non c’è altro oltre il discorso. “La rima produce il poema”, Jakobson l’ha accertato. O già Platone, secondo il quale se si recita a lungo la parte del malvagio, o del buono, il ruolo finisce per corrompere l’anima.
Se il racconto fa la realtà. I due best-seller nazionali sono l’estate scorsa e questa estate due libri calabresi sulla ‘ndrangheta. “Fratelli di sangue” di Gratteri dà ogni paese della provincia di Reggio dominato dalla mafia, compresi quelli dove la mafia non c’è mai stata. “Anime nere”, di uno scrittore di Africo, scritto peraltro benissimo, magnifica la vita violenta di un mafioso giovanissimo, pluriomicida eccetera, che poi si pente, e fotte la società e lo stato una seconda volta – la cosa non è detta ma è “scritta”.
L’idea d’Italia è radicalmente cambiata. Sotto i termini anodini, scientifici, burocratici, di devoluzione, federalismo, solidarismo e sussidiarietà, nel fisco, la sanità, la pubblica sicurezza, l'informazione e il diritto all'informazione.
In centocinquant’anni ci sono state tre Italie. L’Italia annessionista, che s’è preso il Sud. L’Italia solidale della Repubblica, dello sviluppo del Mezzogiorno - e purtroppo dello "statalismo", della manmissione politica della vita punnlica. E da un quindicennio l’Italia della Lega. O delle autonomie. Un programma rispettabile, e anzi auspicabile. La cultura cattolica è stata fortemente autonomistica per tutta l’esperienza unitaria e fino al partito Popolare. Ma ora è l’Italia di Milano: chi ha più fieno più s’ingrassa.
Pentito a mare
La duna sul mare è stata mantenuta, o creata. Recintata, ma aperta, lo steccato è basso, in legno, è decorativo. È parte di uno stabilimento balneare, con una fila di cabine provvisorie, su piattaforme di legno, e una cabina di legno fresca, che serve da bar. Il nome dello stabimento è simpatico, “Dal naso al cielo”, e il giovane che lo gestisce legge un volume di novelle di Pirandello dallo stesso titolo, o comunque sta sulla sdraio col volume aperto.
È uno stabilimento di Roccella, sullo Ionio, sotto il castello dei vecchi signori Carafa, napoletani che diedero anche qualche papa, tra essi il sapiente e infausto Paolo IV. Un borgo bene amministrato, che rispetta i regolamenti edilizi, dove sulle colonne di granito rosa recuperate al mare e su quelle in cemento della piazzetta davanti alla chiesa le cicogne sembrano interessate a tornare a nidificare, vecchia tappa nei loro spostamenti tra il Nord Europa e l’Africa. È fine agosto, l’aria limpida, non c’è afa, che lungo lo Ionio è temibile, è solo lunedì, ma sembra un’altra epoca rispetto a sabato, l’ultimo giorno prima del controesodo – la stagione qui dura un paio di settimane.
All’ora di pranzo un giovane troneggia sulla duna, a un tavolo che gli fa anche da balcone sulla spiaggia con gli ombrelloni. Un giovane corpulento e già vecchio. Che a tratti gracchia perentorio con voce sgradevole, gutturale, il napolitano verace. A ogni suo urlo, si sommuove un ombrellone sottostante, il solo occupato in tutto il bagno, dove quattro donne stanno sulle sdraio inquiete, quattro signore in età indefinibile, tutte cotte dal sole, che però non sono le sue puttane: prosperose in bikini ma senza appeal, sciatte e curate insieme, tutte con la borsa in spalla che s’indovina pesante da cui non si separano mai. È la loro irrequietezza, spostarsi, sedersi, alzarsi, sparire, ricomparire, sempre con la borsa a tracolla, che attrae l’attenzione e fa passare il momento, del resto non lungo, del pranzo, con insalate pronte. Il tutto con un senso fastidioso però di già visto. Di cose sapute, sentite o viste, che non si riesce a focalizzare.
Questo avveniva nel 1997, o nel 1996. Oggi, nelle foto di un processo, l’omone prende un nome, e più per l’aria sprezzante, più napolitana della lingua, che per la fisionomia. È il famoso Pasquale Galasso, un capo camorrista pentito. Che lo Stato dunque, con quattro poliziotte in bikini, proteggeva in vacanza. Roccella all’epoca era per questo diventata sede di una compagnia, o battaglione, o semplice reparto, di Pubblica sicurezza. Una sorta di casa di vacanza, a turno, per i poliziotti, in qualità di guardie dei pentiti. In precedenza, tutti i politici locali erano stati arrestati o accusati per complicità mafiose, e lo scagionamento si faceva con lentezza e di malavoglia. Retrospettivamente la scena è più sapida: il capo camorrista servito dalle forze dell’ordine, i solerti amministratori in carcere, indebitati con le banche per pagare costose parcelle agli avvocati contro le forze dell’ordine.
Questo Galasso all’epoca aveva quarant’anni. Nato da buona famiglia, un concessionario Fiat, era al secondo anno di medicina quando aveva ucciso due camorristi, che erano venuti a rapirlo, o a rapire il padre. Aveva rubato l’arma a uno dei due e li aveva sparati. Incarcerato a Poggioreale, vi aveva frequentato i migliori camorristi degli anni 1980, da Raffaele Cutolo in giù. Optando infine per i concorrenti di Cutolo, la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, con la quale fu coinvolto nell’assassinio del luogotenente dello stesso Cutolo, Vincenzo Casillo, fatto saltare con una autobomba. Casillo era confidente dei servizi segreti “deviati”. Galasso si pentì, e diventerà l’accusatore della Dc napoletana di Gava, e di tutta la corrente dorotea della Dc, che Gava, allora broker dei governi, rappresentava. Lo stesso Gava che ora è morto, sfinito anche dalla difficoltà di difendersi, seppure con successo.
Dopo Galasso, anche Alfieri si pentì. Nella primavera del 1993, a Bucarest per un’intervista al presidente Ion Iliescu, che intendeva avviare la lunga marcia della Romania verso l’Unione europea, i suoi uomini alludevano sorridendo a un viaggiatore abbonato alla rotta Roma-Bucarest, Carmine Alfieri. Poiché si capiva che i collaboratori erano dei servizi segreti, e che quindi sapessero di Alfieri come i servizi italiani, mi chiedevo perché questo temibile signore non fosse arrestato. Ma era ignoranza - lo specialista di politica estera non si occupa di cronaca nera: Alfieri era stato arrestato l’11 settembre del 1992, e all’epoca dell’intervista probabilmente era già un pentito. I collaboratori di Iliescu insistevano che da tempo Alfieri viaggiava liberamente a Bucarest. Naturalmente potevano barare. Anzi, senz’altro baravano, per loro scopi reconditi. Ma perché inventarsi proprio Alfieri, che ai più, anche non giornalisti di politica estera, era sconosciuto? Volendone fare un romanzo, Galasso e Alfieri sarebbero camorristi infiltrati dei servizi segreti “buoni”.
Venti o ventuno cantieri nel tratto Padula-Lagonegro sulla Salerno-Reggio Calabria nell’estate del 2008, una quarantina di chilometri. Ma ci saranno due-tre operai al lavoro in media in ogni cantiere, e in alcuni non c’è nessuno, una cinquantina di persone in tutto. Molte delle quali si danno l’aria di controllare e non di fare. Sono cantieri per la revisione prezzi?
Lo studio Fillea-Cgil, 2004, sulla Sa-Rc: l’ammodernamento nel 1999 era previsto in cinque anni, per il 2004. Ma al 2004 solo 49 chilometri erano stati ampliati. Per tutto il percorso, quindi, si va al 2015 - se non sarà il 2025: non si vedono aperti, nemmeno segnati in giallo, i cantieri su due tratte molto difficili e costose dell'arteria, da Lagonegro a Castrovillari-Frascineto, e da Cosenza a Falerna, più alcune diecine di chilometri tra Salerno e Sala Consilina, l'estrema provincia campana che, a quel che si vede, sarà a tre corsie... Almeno cento chilometri, e mezze giornate, di percorsi alternativi (intanto i siciliani si sono fatti un traghetto quotidiano da Messina a Salerno e ritorno).
I costi erano raddoppiati, secondo lo studio: dai 3,5 miliardi di euro calcolati nel 1999 a 5,7 miliardi nel 2004. E ciò per singolare - oppure non? – effetto del miglioramento della legge sugli appalti: gli appalti assegnati con la Legge Merloni erano costati 1.184 milioni per 203 chilometri, gli appalti assegnati successivamente col sistema del general contractor sono costati 4.770 milioni, per 204 km. L’Anas ha replicato che l’autostrada sarebbe stata pronta per il 2008. Ma aveva ragione la Fillea-Cgil.
Il discorso su
In Calabria e Sicilia non piove da quattro mesi, maggio, giugno, luglio e agosto, dopo un inverno asciutto. E manca l’acqua. Ma a Milano non piove e quindi la siccità non c’è. Non per il parlatore incontenibile Loiero né per lo sfingeo Lombardo, i governatori.
Capita di parlare di mafia con mafiosi cogniti: l’analista della megastruttura convenzionata, il commerciante finanziarizzato, il ristoratore da guida, e quelli del lusso, accanto al loro suv o Mercedes da centomila. In italiano, in genere, atteggiato. È estremamente ridicolo. Come una conversazione di routine tra due attori in scena.
La ministra dell’Istruzione Gelmini, nel mentre che dissolve l’università italiana in favore di quella confessionale, dice una cosa giusta: che la scuola al Sud non è formativa. Per questo è sommersa dalle critiche e deve fare marcia indietro. Prepotenza del Sud? Stupidità? È anche un diversivo: la ministra marcia avanti nel suo programma, tanto del Sud a chi gliene frega?
Niente notabilato nei paesi della Montagna. Consigli sì, aiuti, posti sono dovuti, ma senza riconoscenza, né riconoscimento sociale: tutti sono “più” di ogni altro.
Il meridionale non è niente per voler essere tutto – tutti sono politici, artisti, giornalisti, e vittime.
La ricchezza è la legalità. È un concetto semplice: se l’Ente per il turismo dà cinque stelle a un albergo che al più ne può avere tre, o tre a uno che non ha stelle, può anche darsi che questi alberghi affittino qualche camera, ma per una sola volta. Se può definirsi extra-vergine tutto l’olio d’oliva rettificato che si riesce a mettere assieme, lo si potrà vendere, imbottigliato, una sola volta. Mentre se il vino igt è zucchero e alcool, con una goccia di sciroppo, si può anche andare in prigione (in teoria). Si parla di legalità semplice, non di criminalità organizzata, che è complessa ma è anche marginale.
Non abbiamo soprannome. Un altro paio di famiglie in paese non ne ha. Tutti hanno un soprannome. I borghesi non ne hanno, quelli dell’unità d’Italia.
C’è la realtà, e c’è il discorso su questa stessa realtà, che a volte è preminente.
La realtà del Sud, della Calabria, dell’Aspromonte, è esclusivamente il “discorso su”, ed è disperante. Al Sud c’è solo il peggio: la corruzione, la malasanità, la mafia, le raccomandazioni, l’assenteismo. Qualsiasi discorso sul Sud lo vede soggiacere, condannato, deriso, umiliato.
Non se ne può fare un torto a chi lo agita, a ognuno piace sentire cosa gli altri pensano di lui. E finché i fenomeni deleteri persistono. Si muore di malasanità anche a Torino, ma il calabrese giustamente ingigantisce la malasanità a Vibo Valentia.
Il problema sorge quando il discorso viene introiettato e diventa esclusivo. Quando non c’è altro oltre il discorso. “La rima produce il poema”, Jakobson l’ha accertato. O già Platone, secondo il quale se si recita a lungo la parte del malvagio, o del buono, il ruolo finisce per corrompere l’anima.
Se il racconto fa la realtà. I due best-seller nazionali sono l’estate scorsa e questa estate due libri calabresi sulla ‘ndrangheta. “Fratelli di sangue” di Gratteri dà ogni paese della provincia di Reggio dominato dalla mafia, compresi quelli dove la mafia non c’è mai stata. “Anime nere”, di uno scrittore di Africo, scritto peraltro benissimo, magnifica la vita violenta di un mafioso giovanissimo, pluriomicida eccetera, che poi si pente, e fotte la società e lo stato una seconda volta – la cosa non è detta ma è “scritta”.
L’idea d’Italia è radicalmente cambiata. Sotto i termini anodini, scientifici, burocratici, di devoluzione, federalismo, solidarismo e sussidiarietà, nel fisco, la sanità, la pubblica sicurezza, l'informazione e il diritto all'informazione.
In centocinquant’anni ci sono state tre Italie. L’Italia annessionista, che s’è preso il Sud. L’Italia solidale della Repubblica, dello sviluppo del Mezzogiorno - e purtroppo dello "statalismo", della manmissione politica della vita punnlica. E da un quindicennio l’Italia della Lega. O delle autonomie. Un programma rispettabile, e anzi auspicabile. La cultura cattolica è stata fortemente autonomistica per tutta l’esperienza unitaria e fino al partito Popolare. Ma ora è l’Italia di Milano: chi ha più fieno più s’ingrassa.
Pentito a mare
La duna sul mare è stata mantenuta, o creata. Recintata, ma aperta, lo steccato è basso, in legno, è decorativo. È parte di uno stabilimento balneare, con una fila di cabine provvisorie, su piattaforme di legno, e una cabina di legno fresca, che serve da bar. Il nome dello stabimento è simpatico, “Dal naso al cielo”, e il giovane che lo gestisce legge un volume di novelle di Pirandello dallo stesso titolo, o comunque sta sulla sdraio col volume aperto.
È uno stabilimento di Roccella, sullo Ionio, sotto il castello dei vecchi signori Carafa, napoletani che diedero anche qualche papa, tra essi il sapiente e infausto Paolo IV. Un borgo bene amministrato, che rispetta i regolamenti edilizi, dove sulle colonne di granito rosa recuperate al mare e su quelle in cemento della piazzetta davanti alla chiesa le cicogne sembrano interessate a tornare a nidificare, vecchia tappa nei loro spostamenti tra il Nord Europa e l’Africa. È fine agosto, l’aria limpida, non c’è afa, che lungo lo Ionio è temibile, è solo lunedì, ma sembra un’altra epoca rispetto a sabato, l’ultimo giorno prima del controesodo – la stagione qui dura un paio di settimane.
All’ora di pranzo un giovane troneggia sulla duna, a un tavolo che gli fa anche da balcone sulla spiaggia con gli ombrelloni. Un giovane corpulento e già vecchio. Che a tratti gracchia perentorio con voce sgradevole, gutturale, il napolitano verace. A ogni suo urlo, si sommuove un ombrellone sottostante, il solo occupato in tutto il bagno, dove quattro donne stanno sulle sdraio inquiete, quattro signore in età indefinibile, tutte cotte dal sole, che però non sono le sue puttane: prosperose in bikini ma senza appeal, sciatte e curate insieme, tutte con la borsa in spalla che s’indovina pesante da cui non si separano mai. È la loro irrequietezza, spostarsi, sedersi, alzarsi, sparire, ricomparire, sempre con la borsa a tracolla, che attrae l’attenzione e fa passare il momento, del resto non lungo, del pranzo, con insalate pronte. Il tutto con un senso fastidioso però di già visto. Di cose sapute, sentite o viste, che non si riesce a focalizzare.
Questo avveniva nel 1997, o nel 1996. Oggi, nelle foto di un processo, l’omone prende un nome, e più per l’aria sprezzante, più napolitana della lingua, che per la fisionomia. È il famoso Pasquale Galasso, un capo camorrista pentito. Che lo Stato dunque, con quattro poliziotte in bikini, proteggeva in vacanza. Roccella all’epoca era per questo diventata sede di una compagnia, o battaglione, o semplice reparto, di Pubblica sicurezza. Una sorta di casa di vacanza, a turno, per i poliziotti, in qualità di guardie dei pentiti. In precedenza, tutti i politici locali erano stati arrestati o accusati per complicità mafiose, e lo scagionamento si faceva con lentezza e di malavoglia. Retrospettivamente la scena è più sapida: il capo camorrista servito dalle forze dell’ordine, i solerti amministratori in carcere, indebitati con le banche per pagare costose parcelle agli avvocati contro le forze dell’ordine.
Questo Galasso all’epoca aveva quarant’anni. Nato da buona famiglia, un concessionario Fiat, era al secondo anno di medicina quando aveva ucciso due camorristi, che erano venuti a rapirlo, o a rapire il padre. Aveva rubato l’arma a uno dei due e li aveva sparati. Incarcerato a Poggioreale, vi aveva frequentato i migliori camorristi degli anni 1980, da Raffaele Cutolo in giù. Optando infine per i concorrenti di Cutolo, la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, con la quale fu coinvolto nell’assassinio del luogotenente dello stesso Cutolo, Vincenzo Casillo, fatto saltare con una autobomba. Casillo era confidente dei servizi segreti “deviati”. Galasso si pentì, e diventerà l’accusatore della Dc napoletana di Gava, e di tutta la corrente dorotea della Dc, che Gava, allora broker dei governi, rappresentava. Lo stesso Gava che ora è morto, sfinito anche dalla difficoltà di difendersi, seppure con successo.
Dopo Galasso, anche Alfieri si pentì. Nella primavera del 1993, a Bucarest per un’intervista al presidente Ion Iliescu, che intendeva avviare la lunga marcia della Romania verso l’Unione europea, i suoi uomini alludevano sorridendo a un viaggiatore abbonato alla rotta Roma-Bucarest, Carmine Alfieri. Poiché si capiva che i collaboratori erano dei servizi segreti, e che quindi sapessero di Alfieri come i servizi italiani, mi chiedevo perché questo temibile signore non fosse arrestato. Ma era ignoranza - lo specialista di politica estera non si occupa di cronaca nera: Alfieri era stato arrestato l’11 settembre del 1992, e all’epoca dell’intervista probabilmente era già un pentito. I collaboratori di Iliescu insistevano che da tempo Alfieri viaggiava liberamente a Bucarest. Naturalmente potevano barare. Anzi, senz’altro baravano, per loro scopi reconditi. Ma perché inventarsi proprio Alfieri, che ai più, anche non giornalisti di politica estera, era sconosciuto? Volendone fare un romanzo, Galasso e Alfieri sarebbero camorristi infiltrati dei servizi segreti “buoni”.
Venti o ventuno cantieri nel tratto Padula-Lagonegro sulla Salerno-Reggio Calabria nell’estate del 2008, una quarantina di chilometri. Ma ci saranno due-tre operai al lavoro in media in ogni cantiere, e in alcuni non c’è nessuno, una cinquantina di persone in tutto. Molte delle quali si danno l’aria di controllare e non di fare. Sono cantieri per la revisione prezzi?
Lo studio Fillea-Cgil, 2004, sulla Sa-Rc: l’ammodernamento nel 1999 era previsto in cinque anni, per il 2004. Ma al 2004 solo 49 chilometri erano stati ampliati. Per tutto il percorso, quindi, si va al 2015 - se non sarà il 2025: non si vedono aperti, nemmeno segnati in giallo, i cantieri su due tratte molto difficili e costose dell'arteria, da Lagonegro a Castrovillari-Frascineto, e da Cosenza a Falerna, più alcune diecine di chilometri tra Salerno e Sala Consilina, l'estrema provincia campana che, a quel che si vede, sarà a tre corsie... Almeno cento chilometri, e mezze giornate, di percorsi alternativi (intanto i siciliani si sono fatti un traghetto quotidiano da Messina a Salerno e ritorno).
I costi erano raddoppiati, secondo lo studio: dai 3,5 miliardi di euro calcolati nel 1999 a 5,7 miliardi nel 2004. E ciò per singolare - oppure non? – effetto del miglioramento della legge sugli appalti: gli appalti assegnati con la Legge Merloni erano costati 1.184 milioni per 203 chilometri, gli appalti assegnati successivamente col sistema del general contractor sono costati 4.770 milioni, per 204 km. L’Anas ha replicato che l’autostrada sarebbe stata pronta per il 2008. Ma aveva ragione la Fillea-Cgil.
lunedì 25 agosto 2008
L'Olimpiade del sovietismo
Tra Rai e giornali non c’è stata una critica. Un’insoddisfazione, un capello nell’uovo, niente: l’Olimpiade cinese sarà stata perfetta. Nemmeno una manifestazione dell’insopprimibile complottismo, magari per dire qualche giudice comprato, russo beninteso. Lodi spropositate e tanto entusiasmo per la “organizzazione perfetta”, occhiuta. Perfette anche le accompagnatrici, non nel suolo di sorveglianti naturalmente. E quanti titoli sulla “Cina in lacrime” a ogni medaglia non vinta, di un’ignoranza abissale sulla Cina ma di un servilismo acutissimo.
Sarà stata la vendetta dei falliti della Grande Illusione, e per questo giustificabile. La Cina è pur sempre il comunismo al potere, e l’entusiasmo conseguente. Anche per la forma dell’entusiasmo: un esempio di “centralismo democratico” totalitario, incredibile se non fosse avvenuto, nei migliori giornali italiani. Con tutte quelle sottolineature kruscioviane (desideri, auspici, speranze, voti, scongiuri) della Cina che “supera” gli Stati Uniti.
Ma è peggio. Col senno di poi non c’è paragone, Berlino non è Pechino. Ma un parallelo in contemporanea, se c’è una diacronia della storia, mostra lo stesso disarmo e la stessa soggezione psicologica alla propaganda hitleriana come alla propaganda cinese. Tutto fu perfetto nella Berlino di Hitler nel 1936, malgrado le recenti leggi di Norimberga “per la protezione del sangue e dell’onore tedesco”. La Germania “superava” la perfida Albione. E anzi si candidava a ospitare stabilmente l’Olimpiade, novella Grecia, la classicità che è tutti noi - questa è mancata: fare di Pechino la nuova Olimpia.
Sarà stata la vendetta dei falliti della Grande Illusione, e per questo giustificabile. La Cina è pur sempre il comunismo al potere, e l’entusiasmo conseguente. Anche per la forma dell’entusiasmo: un esempio di “centralismo democratico” totalitario, incredibile se non fosse avvenuto, nei migliori giornali italiani. Con tutte quelle sottolineature kruscioviane (desideri, auspici, speranze, voti, scongiuri) della Cina che “supera” gli Stati Uniti.
Ma è peggio. Col senno di poi non c’è paragone, Berlino non è Pechino. Ma un parallelo in contemporanea, se c’è una diacronia della storia, mostra lo stesso disarmo e la stessa soggezione psicologica alla propaganda hitleriana come alla propaganda cinese. Tutto fu perfetto nella Berlino di Hitler nel 1936, malgrado le recenti leggi di Norimberga “per la protezione del sangue e dell’onore tedesco”. La Germania “superava” la perfida Albione. E anzi si candidava a ospitare stabilmente l’Olimpiade, novella Grecia, la classicità che è tutti noi - questa è mancata: fare di Pechino la nuova Olimpia.
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L'Europa parkinsoniana, Sarkozy volage
Su richiesta di “vari paesi” Sarkozy convoca un vertice straordinario Ue per dare una lezione alla Russia. Tra i “vari paesi” c’è certamente la Germania di Angela Merkel, cui la politica estera non fu mai insegnata, nella Germania del socialismo reale - la sua Germania non è più di un “vario” paese. E la Polonia pilsudskiana, che vorrebbe mettere qualche missile, per conto della Nato, alla frontiera con l’eterno nemico. Come la Georgia del bello e disimpegnato Saakashvili.
Con la stessa lievità della sua nuova vita sentimentale, il presidente francese vuole condurre l’Europa. È la sua parte migliore. È andato a Mosca a fare non si sa che, e ora minaccia di farle la guerra, ancorché fredda. Così come manda l'ultima moglie Carlà, cantautrice emerita, a sorridere al Dalai Lama, dopo essere andato di persona a Pechino a sorridere a Hu Jingtao. È il mondo di Carlà, delle canzoni che non fanno male a nessuno e a volte fanno piacere.
Ma il volage Sarkò è anche, oggi, l’Europa. Col cagnolino festante tedesco dietro. Nell’assenza di Londra dopo Blair, e nell’imbarazzo di Roma. Storicamente è la vecchia Francia che sostiene il revanscismo polacco antirusso. Ma oggi è un’Europa portata a schierarsi con l’avventurismo dello sbussolato Bush, che vuole la Nato all’assedio del Cremlino, da Ovest, da Sud e, se possibile, dall’Asia. Ma per fare che?
Perché Sarkozy ha convocato il vertice straordinario e che cosa proporrà è anche inutile chiederselo. Cosa può proporre? Di abbaiare tutti insieme? Che vuol dire rivedere le relazioni con la Russia? L’embargo economico? Ridicolo, impossibile, questo lo sa perfino la Merkel: l’Unione è legata a filo doppio con la Russia, anche se, ridicolissima, la tiene fuori della Wto. Vuole l’embargo politico, la condanna morale? Della Russia o della Georgia amerikana? Vuole schierare la Nato, magari come in Afghanistan? Vuole denunciare la Russia all’Onu, dove la stessa Russia ha il veto? Vuole dare uno schiaffo a Putin? Ma l’Europa parkinsoniana a stento arriva a slacciarsi i bottoni, per mettersi a letto. Forse Sarkozy ha solo bisogno di allontanare l’attenzione dei francesi dall’Afghanistan, è di piccolo cabotaggio ogni movimento europeo.
L’Europa s’è avventurata in Afghanistan senza coordinate. Tratta con l’Iran senza sapere su cosa. E ora minaccia, come un qualsiasi sior Todero brontolon, di espellere la Russia - da cosa? - che è la metà del continente. L’avventurismo europeo in Afghanistan, mondo specialissimo di cui sanno tutto anche i ragazzi che abbiano letto Kipling, è da manicomio. Con soldati affardellati di venti chili sopra la pesante tuta mimetica, magari antiproiettile, chiusi in fortini di cemento armato, al comando di generali ignoranti, del terreno, della lingua, dei linguaggi, protetti da supersonici ciechi, che non si sa se sono materia di tragedia o di satira dei costumi .
La guerra con la Russia già c’è stata, anche se l’Europa non lo sa, e l’ha vinta Putin. Senza perdite, ha riacquistato il ruolo che del resto alla Russia compete nel Caucaso e nel Mar Nero. Come può pensare l’Europa, con tutto il suo irenismo, di riportare la storia indietro di tre secoli? Nemmeno il pazzo Hitler, con tutto il suo disprezzo per gli slavi, arrivava a tanto. Si vede che l’imbecillità, sia pure senile, può più della pazzia. L’Europa è in estrema difficoltà, anche se non sa la geografia, in tutto l’arco della crisi nella vicina Asia, dal Libano al Pakistan, con dentro l’Afghanistan, l’Irak e l’Iran, e ben due potenze atomiche, due stati monocratici, dove si vota per finta, governati dall’estremismo islamico.
Con la stessa lievità della sua nuova vita sentimentale, il presidente francese vuole condurre l’Europa. È la sua parte migliore. È andato a Mosca a fare non si sa che, e ora minaccia di farle la guerra, ancorché fredda. Così come manda l'ultima moglie Carlà, cantautrice emerita, a sorridere al Dalai Lama, dopo essere andato di persona a Pechino a sorridere a Hu Jingtao. È il mondo di Carlà, delle canzoni che non fanno male a nessuno e a volte fanno piacere.
Ma il volage Sarkò è anche, oggi, l’Europa. Col cagnolino festante tedesco dietro. Nell’assenza di Londra dopo Blair, e nell’imbarazzo di Roma. Storicamente è la vecchia Francia che sostiene il revanscismo polacco antirusso. Ma oggi è un’Europa portata a schierarsi con l’avventurismo dello sbussolato Bush, che vuole la Nato all’assedio del Cremlino, da Ovest, da Sud e, se possibile, dall’Asia. Ma per fare che?
Perché Sarkozy ha convocato il vertice straordinario e che cosa proporrà è anche inutile chiederselo. Cosa può proporre? Di abbaiare tutti insieme? Che vuol dire rivedere le relazioni con la Russia? L’embargo economico? Ridicolo, impossibile, questo lo sa perfino la Merkel: l’Unione è legata a filo doppio con la Russia, anche se, ridicolissima, la tiene fuori della Wto. Vuole l’embargo politico, la condanna morale? Della Russia o della Georgia amerikana? Vuole schierare la Nato, magari come in Afghanistan? Vuole denunciare la Russia all’Onu, dove la stessa Russia ha il veto? Vuole dare uno schiaffo a Putin? Ma l’Europa parkinsoniana a stento arriva a slacciarsi i bottoni, per mettersi a letto. Forse Sarkozy ha solo bisogno di allontanare l’attenzione dei francesi dall’Afghanistan, è di piccolo cabotaggio ogni movimento europeo.
L’Europa s’è avventurata in Afghanistan senza coordinate. Tratta con l’Iran senza sapere su cosa. E ora minaccia, come un qualsiasi sior Todero brontolon, di espellere la Russia - da cosa? - che è la metà del continente. L’avventurismo europeo in Afghanistan, mondo specialissimo di cui sanno tutto anche i ragazzi che abbiano letto Kipling, è da manicomio. Con soldati affardellati di venti chili sopra la pesante tuta mimetica, magari antiproiettile, chiusi in fortini di cemento armato, al comando di generali ignoranti, del terreno, della lingua, dei linguaggi, protetti da supersonici ciechi, che non si sa se sono materia di tragedia o di satira dei costumi .
La guerra con la Russia già c’è stata, anche se l’Europa non lo sa, e l’ha vinta Putin. Senza perdite, ha riacquistato il ruolo che del resto alla Russia compete nel Caucaso e nel Mar Nero. Come può pensare l’Europa, con tutto il suo irenismo, di riportare la storia indietro di tre secoli? Nemmeno il pazzo Hitler, con tutto il suo disprezzo per gli slavi, arrivava a tanto. Si vede che l’imbecillità, sia pure senile, può più della pazzia. L’Europa è in estrema difficoltà, anche se non sa la geografia, in tutto l’arco della crisi nella vicina Asia, dal Libano al Pakistan, con dentro l’Afghanistan, l’Irak e l’Iran, e ben due potenze atomiche, due stati monocratici, dove si vota per finta, governati dall’estremismo islamico.
Il sesso nell'amore, l'impresa resta ardua
Despentes prosegue al livello più letterario il tentativo d’introdurre il sesso nelle storie d’amore. Un tentativo bizzarramente tutto femminile, in Francia della Millet, la Reyes, la Dugas, la Wittig, in Spagna della Grandes (d’altra parte, l’esclusione del sesso dalle scene d’amore è bizzarria ben maggiore). Ma di proposito, e si vede.
In questo romanzo ci mette tutto, l’omoerotismo giovanile, l’irritazione della prima volta, l’erotismo come dipendenza, la complicità fraterna, il rovesciamento dei ruoli (fatale è l’uomo). E l’amitié amoureuse, la passione, la gelosia, l’odio. Tra la droga, i peepshow, le puttane, le mafie, perfino gli snuff movies, con desquamazione – a opera degli innocenti. In una Lione copiata da Marsiglia.
Il progetto si copre pudico con la forma del noir. Ma è meccanico e inerte. La cosa più interessante, la nota di traduzione di Maria Teresa Carbone (spiega “beur”, “érémiste”, “verlan”, etc., anche se sono sorprese di prima di Wikipedia), mostra una scrittrice interessata soprattutto alla scrittura. Dopo la nota simpatetica di Simona Vinci che spiega: “L’intrigo non esiste”. Alla fine il romanzo di Despentes (sia questo che “Scopami”) è “Thelma e Louise”, le americane che vanno allegre alla morte uccidendo. Una forma di revulsione. La storia è sempre “sfalsata” (“sfalsamento”, p.188, per il brechtiano straniamento, è invenzione preziosa), cioè costruita a freddo. Ma l’esperimento si risolve nuovamente nella scrittura del porno al femminile, un po’ di fregola in più.
Virginie Despentes, Le dotte puttane
In questo romanzo ci mette tutto, l’omoerotismo giovanile, l’irritazione della prima volta, l’erotismo come dipendenza, la complicità fraterna, il rovesciamento dei ruoli (fatale è l’uomo). E l’amitié amoureuse, la passione, la gelosia, l’odio. Tra la droga, i peepshow, le puttane, le mafie, perfino gli snuff movies, con desquamazione – a opera degli innocenti. In una Lione copiata da Marsiglia.
Il progetto si copre pudico con la forma del noir. Ma è meccanico e inerte. La cosa più interessante, la nota di traduzione di Maria Teresa Carbone (spiega “beur”, “érémiste”, “verlan”, etc., anche se sono sorprese di prima di Wikipedia), mostra una scrittrice interessata soprattutto alla scrittura. Dopo la nota simpatetica di Simona Vinci che spiega: “L’intrigo non esiste”. Alla fine il romanzo di Despentes (sia questo che “Scopami”) è “Thelma e Louise”, le americane che vanno allegre alla morte uccidendo. Una forma di revulsione. La storia è sempre “sfalsata” (“sfalsamento”, p.188, per il brechtiano straniamento, è invenzione preziosa), cioè costruita a freddo. Ma l’esperimento si risolve nuovamente nella scrittura del porno al femminile, un po’ di fregola in più.
Virginie Despentes, Le dotte puttane
Bianciardi falso Vian, Milano falsa Parigi
È la prima celebrazione di Milano capitale, la Parigi o Londra dell’Italia.
Bianciardi è il Boris Vian italiano. Ironico, reattivo, “localistico”. Avrebbe potuto essere, con meno impegno e più malinconia. Con meno provincialismo (milanesismo). Da immigrato, condizione che sempre sottolinea, con gli aneddoti e la lingua. Questa è la nota che stride: l’indulgenza è la maniera milanese di vivere (celebrare) la città, stonata in qualsiasi osservatore esterno.
Luciano Bianciardi, La vita agra
Bianciardi è il Boris Vian italiano. Ironico, reattivo, “localistico”. Avrebbe potuto essere, con meno impegno e più malinconia. Con meno provincialismo (milanesismo). Da immigrato, condizione che sempre sottolinea, con gli aneddoti e la lingua. Questa è la nota che stride: l’indulgenza è la maniera milanese di vivere (celebrare) la città, stonata in qualsiasi osservatore esterno.
Luciano Bianciardi, La vita agra
sabato 16 agosto 2008
Ombre - 3
Cossiga attribuisce a Moro, sul “Corriere della sera” del 14, il “lodo Moro”, cioè l’accordo con i terroristi palestinesi. Gli attribuisce anche, non richiesto, ogni altra trama dei servizi segreti, da Gladio alla semplice conoscenza del generale Miceli. Di che ha paura Cossiga? Si attesta preliminarmente di non sapere nulla in genere nelle zone di mafia, inquinate.
Tutto peraltro Cossiga attribuisce a Moro, che è morto, e non menziona Andreotti, altro deus dei servizi. Per i quali ferocemente combattè Moro - ferocemente è la sola parola giusta, approssimata per difetto.
“Non c’è opinione pubblica”, dice Nanni Moretti a Locarno. Come sempre uno di noi, che sa le cose.
Ma come sempre le dice a metà, col ghigno. Con un sospetto di cinismo che è ormai certezza.
Carlo De Benedetti è andato a Pechino per l’inaugurazione dell’Olimpiade, e in poche righe sul “Sole” di domenica 9 dà parecchie “notizie”. L’assenza di guardie nello stadio, le guardie ferme fuori, sedute su sgabelli, gli americani che hanno applaudito solo gli americani. Ai tanti inviati dei giornali erano particolari sfuggiti.
De Benedetti spiega anche, sempre in breve, l’ovvio intento politico della celebrazione, la Cina che dice: “Siamo dappertutto, anche nello sport e nell’eleganza”. E come la Cina non sia uno dei “parvenu del low cost”.
La Cgil difende gli assenteisti. Della Pubblica Amministrazione, per di più.
Un’altra conferma che l’Italia non si è ancora desovietizzata, tra burocrazia, indifferenza e linguaggio sempre doppio.
In un romanzo di fantastoria di sedici anni fa, “I figli degli uomini”, la scrittrice P.D.James lo aveva notato: “Un regime in cui a una sorveglianza continua si accompagna un permissivismo totale è incompatibile con uno sviluppo sano”. Nel romanzo una strana infecondità ha colpito nel 1995 gli uomini,i maschi, per cui l’umanità si avvia all’estinzione. Un mondo senza le api, secondo il celebre apocrifo di Einstein, sarà ridotto a poche diecine di essere umani.
Il sindaco leghista di Verona proibisce di andare a puttane. Il sindaco leghista di Novara proibisce di passeggiare in gruppi di tre o più. Quello di Brescia, o è di Bergamo?, proibisce di bere in strada: il vino sì, la birra no. Il comune di Trento, ulivista questo, ha proibito le fotografie nelle piscine in cui ci sono bambini. Nel leghista Veneto è vietato in luoghi pubblici come i centro commerciali di farsi le fotografie tra padri e figli.
Tutta roba che non c’entra con la sicurezza. È che chi ha vinto le elezioni nei primi tre mesi prende possesso: è il fascismo della Lega, di cui non c’è da dubitare. O quello del Lombardo-Veneto. Che la Lega, come spesso è il caso dei partiti, tenta di “governare” (moderare, arginare). Lo stesso col razzismo antirom: il leghista ministro dell’Interno Maroni forse ha ragione di dire che è un moderato, forse fa finta di fare quello per cui è stato votato.
L’editore del “Corriere della sera” si pubblica domenica 3 sul suo giornale una pagina di riflessioni sul ruolo dell’etica nella professione di banchiere. Assolvendosi, nel senso che ha la coscienza pulita. Ma l’avvocato Bazoli è noto per avere uno dei più alti peli sullo stomaco della Lombardia, che pure ne abbonda. Ed è – si ritiene, vuol’esserlo – l’uomo più potente d’Italia, negli affari e, attraverso i giornali, anche nella politica.
Il molto napoletano De Magistris, in esilio da una vita a Catanzaro, voleva il trasferimento a Napoli. E Mancino, fingendo di punirlo, lo ha accontentato. Ma c’era bisogno, per farsi così punire, di trovare Prodi e Mastella massoni a San Marino, insieme con una buona metà dei giudici lucani?
La Rai prende sul serio un giornaletto scandalistico Usa che vuole i Bush al divorzio e lui fidanzato di Condoleezza Rice. Solo la Rai: i suoi notiziari ripetono a raffica la “notizia”.
Ma la Rai non è il vero Pd, bianco-rosso? Che amerikano è dunque Veltroni?
Tutto peraltro Cossiga attribuisce a Moro, che è morto, e non menziona Andreotti, altro deus dei servizi. Per i quali ferocemente combattè Moro - ferocemente è la sola parola giusta, approssimata per difetto.
“Non c’è opinione pubblica”, dice Nanni Moretti a Locarno. Come sempre uno di noi, che sa le cose.
Ma come sempre le dice a metà, col ghigno. Con un sospetto di cinismo che è ormai certezza.
Carlo De Benedetti è andato a Pechino per l’inaugurazione dell’Olimpiade, e in poche righe sul “Sole” di domenica 9 dà parecchie “notizie”. L’assenza di guardie nello stadio, le guardie ferme fuori, sedute su sgabelli, gli americani che hanno applaudito solo gli americani. Ai tanti inviati dei giornali erano particolari sfuggiti.
De Benedetti spiega anche, sempre in breve, l’ovvio intento politico della celebrazione, la Cina che dice: “Siamo dappertutto, anche nello sport e nell’eleganza”. E come la Cina non sia uno dei “parvenu del low cost”.
La Cgil difende gli assenteisti. Della Pubblica Amministrazione, per di più.
Un’altra conferma che l’Italia non si è ancora desovietizzata, tra burocrazia, indifferenza e linguaggio sempre doppio.
In un romanzo di fantastoria di sedici anni fa, “I figli degli uomini”, la scrittrice P.D.James lo aveva notato: “Un regime in cui a una sorveglianza continua si accompagna un permissivismo totale è incompatibile con uno sviluppo sano”. Nel romanzo una strana infecondità ha colpito nel 1995 gli uomini,i maschi, per cui l’umanità si avvia all’estinzione. Un mondo senza le api, secondo il celebre apocrifo di Einstein, sarà ridotto a poche diecine di essere umani.
Il sindaco leghista di Verona proibisce di andare a puttane. Il sindaco leghista di Novara proibisce di passeggiare in gruppi di tre o più. Quello di Brescia, o è di Bergamo?, proibisce di bere in strada: il vino sì, la birra no. Il comune di Trento, ulivista questo, ha proibito le fotografie nelle piscine in cui ci sono bambini. Nel leghista Veneto è vietato in luoghi pubblici come i centro commerciali di farsi le fotografie tra padri e figli.
Tutta roba che non c’entra con la sicurezza. È che chi ha vinto le elezioni nei primi tre mesi prende possesso: è il fascismo della Lega, di cui non c’è da dubitare. O quello del Lombardo-Veneto. Che la Lega, come spesso è il caso dei partiti, tenta di “governare” (moderare, arginare). Lo stesso col razzismo antirom: il leghista ministro dell’Interno Maroni forse ha ragione di dire che è un moderato, forse fa finta di fare quello per cui è stato votato.
L’editore del “Corriere della sera” si pubblica domenica 3 sul suo giornale una pagina di riflessioni sul ruolo dell’etica nella professione di banchiere. Assolvendosi, nel senso che ha la coscienza pulita. Ma l’avvocato Bazoli è noto per avere uno dei più alti peli sullo stomaco della Lombardia, che pure ne abbonda. Ed è – si ritiene, vuol’esserlo – l’uomo più potente d’Italia, negli affari e, attraverso i giornali, anche nella politica.
Il molto napoletano De Magistris, in esilio da una vita a Catanzaro, voleva il trasferimento a Napoli. E Mancino, fingendo di punirlo, lo ha accontentato. Ma c’era bisogno, per farsi così punire, di trovare Prodi e Mastella massoni a San Marino, insieme con una buona metà dei giudici lucani?
La Rai prende sul serio un giornaletto scandalistico Usa che vuole i Bush al divorzio e lui fidanzato di Condoleezza Rice. Solo la Rai: i suoi notiziari ripetono a raffica la “notizia”.
Ma la Rai non è il vero Pd, bianco-rosso? Che amerikano è dunque Veltroni?
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Secondi pensieri (16)
zeulig
Avarizia – È del cuore, certo, non della testa. E si applica alle cose del cuore, non agli interessi materiali – la cura degli interessi non è avara, il vizio sta nel preporre le cose a ogni passione.
È l’esclusione della passione: l’amore, l’amicizia, la compassione.
Coscienza – È titolo del Novecento italiano, la coscienza di uno straniero. E flusso dei romanzi europei dello stesso secolo. Ma non è recente, è latina, creata da Cicerone per calco dal greco suneìdesis, che però vuol dire capire insieme, imparare insieme. Nel greco antico la coscienza non c’è, Cicerone la preparava per il cristianesimo, con la questione tuttora insoluta dell’anima. E fu ottima cosa. Inoltre c’è una graduazione della coscienza, insegna Schopenhauer, dal polipo all’uomo - e filosoficamente, è da supporre, bisogna sapere cos’è polipo.
È che la coscienza ha ora il compito di spiegare l’inconscio ma la missione è impossibile, essendo le due realtà forse parenti ma nemiche. Di più se si ha la revulsione della storia, per l’uso di vivere, o sopravvivere, istante per istante, per inclinazione e riflessione. O per essere perfettamente storicizzati: senza residui, intellettuali o romantici. Nudi, e quindi in certo senso inermi, ma come lo sono le statue, inattaccabili. E più per avere l’occhio di lince. Che può essere una condanna: spogliare le persone. Spogliarle materialmente, le donne soprattutto, vedere attraverso il trucco, i vestiti, le sottovesti, anche le donne svestite dopo Mary Quant, che ha semplificato la penetrazione, e anche gli uomini, attraverso le sofisticherie – gli uomini sono in quello che dicono. Tutto ciò che invece fa la nobiltà del signor Kent di Superman.
Tolstòj spregiava la coscienza, e anche Hitler, che ne imputò l’invenzione agli ebrei. Già Hobbes la teneva in sospetto: “Coscienza, secondo il modo in cui abitualmente gli uomini usano la parola, significa un’opinione, non tanto circa la verità della proposizione quanto della loro conoscenza di essa, alla qual cosa la verità della proposizione è conseguente”. Quindi, se io non conosco Del Piero, la verità della proposizione, e ascolto al bar i fautori di Totti, magari mi convinco che il bomber è un brocco. La certezza si combatte con l’incertezza, o con un’altra certezza? E l’incertezza?
A noi non ci spaventa il brutto, ma semmai quest’uso democratico, piccolo borghese, del doppio dativo, che poi è buonissima grammatica spagnola. Del resto la coscienza, coi rimorsi e tutto, ce l’hanno i buoni, ai quali non sarebbe necessaria. Gli altri non hanno coscienza. E dunque la coscienza, che Hegel mette con Dio o spirito del mondo, è invenzione del diavolo, se umilia i buoni.
Non è l’automatismo, la sciocchezza che occupa la scena, non ultimo torto del dottor Freud. Prendere per buono il flusso di coscienza, come se non fosse una tecnica espressiva ma la verità, il modo di emergere della verità. Quando si sa, chiunque ha scritto due righe lo sa, che l’associazione libera va in mille direzioni, comprese quelle in cui non va. Ogni memoria e ogni espressione essendo un sistema di equazioni a più variabili, nessuna delle quali è risolutiva, neppure per caso – per caso nella migliore delle ipotesi, perché più spesso la libertà d’associazione è determinata dalle situazioni, dagli interlocutori, dagli umori, dalle stesse regole del gioco. Le coscienze, per quanto libere, automatiche, fluenti, sono casuali e solo per se stesse significative. Come una barzelletta, un’ottava rima, un coro allo stadio. In quanto sintomo sono parziali, e più volentieri fuorvianti.
Si vede che una buona evacuazione è gratificazione grande, se Freud è santo popolare, incontestato. Ma la coscienza – riflessione, scrittura – è un fiume, che è sempre diverso, il tempo è ciò che si trasforma e si moltiplica, spiega Meister Eckhart, semplice è l’eternità.
Crisi – All’economia è connaturata: nella teoria del ciclo, nel marginalismo, in quello che resta di Marx, in Keynes, tutto Keynes è pensato in rapporto alla crisi. È sempre deficitaria rispetto ai bisogni, che sono come la felicità, inesauribili. Ma anche rispetto all’economia dei consumi. E alla semplice sopravvivenza. Si può dire un modo di essere. E una forma ontologica della conoscenza hegeliana, l’antitesi che sempre impone nuove realtà.
La cultura della crisi, o della fine del mondo, è altro. È la mancanza del conforto della vita dopo la morte. Di uno scetticismo che ha travalicato dall’irreligiosità alla storia. All’abolizione della memoria.
Non è l’anno Mille, allora era paura, ora è un desiderio, sia pure perverso. Non sappiamo se moriremo di siccità o di diluvio, ma vogliamo morire. Come, è vero, dobbiamo. Ma vogliamo anche che tutti muoiano, come invece non dovremmo.
Lo scetticismo si può intendere anche come scongiuro e prevenzione. Ma solo in ipotesi: il catastrofismo è fungibile, se non è questo è quello. Un democraticismo estremo, forse, esteso dalle forme di vita all’apprendimento, anche nelle forme elementari del ricordo. Data – storicamente – dal Novecento (Nietzsche, la lettura di Nietzsche, è del Novecento), che è il secolo dell’apoteosi e il suicidio dell’Europa.
Giornale - L’arte della stampa è economia di attenzione. Si scrive anche come si legge, soprappensiero: i giornali hanno un padrone e nessuno è mai morto per un capitalista. E invece è ricco e potente, in un suo modo.
“È bello scrivere ciò che si pensa, è il privilegio dell’uomo”, spiega il nobile veneziano Pococurante nel “Candido”, anche se “nella nostra Italia non si scrive che ciò che non si pensa”. O nel senso che Necker, lo svizzero che portò la Francia alla Rivoluzione, dava all’opinione pubblica, quale “potere invisibile, che senza ricchezza, senza protezioni, senza eserciti può imporre le leggi alla città, alla corte e fin nel palazzo del Re”. Con limiti, poiché vuole e dà ricchezza e protezioni. Del resto il giornale è aspirazione collettiva, dacché, per dirla con Joyce, “il Rinascimento ha messo il giornalista nella cattedra del monaco”.
Scrivere – È portare al presente il passato, incluso l’inesistente. E al passato il presente, inesistente incluso. La storia, purtroppo, si scrive.
È la fissazione di una relazione, perfino di più relazioni, con tutti, con chiunque. Dice Stevenson che si scrive per i propri amici. Sembra modestia, ma bisogna avere amici. Altrimenti si scrive per se stessi. E ancora: con indulgenza. Cos’è l’eternità dell’uomo, questo quid di aspirazioni che lo distingue dal resto compatto della natura, se non un caso di insiemi? Non si è eterni per sé soli. Questo sono, erano, le pasquinate e le rivoltellate, uno scambio spensierato.
C’è nella scrittura, nella buona scrittura, qualcosa di più del percepito e dell’espresso, o del vissuto. Freud e Heidegger, e Nietzsche, Kant, eccetera, o Stendhal e Schopenhauer, e Platone, Rousseau, eccetera, scrittori dotati, sono molto più dei loro filosofemi, delle loro modeste biografie, la sapienza è solo letteratura – solo letteratura? Straordinario potere ha la scrittura, se consente di passare sopra all’immagine deteriore che gli scrittori ne danno. Pallidi, acidi, gobbi, sempre in posa, le labbra serrate, la palpebra scesa, le spalle curve, i denti gialli, il collo incassato, l’occhio spento. Incattiviti nei ricordi, incollati alle minute indigenze dell’editoria e della pubblicistica, i dispetti, i favori, gli amori sempre falsi, favoleggiando di guadagni inesistenti, di giudizio svagato sugli eventi storici, personali o politici, sempre sbagliato, fuori della realtà – senza reale interesse o curiosità. Rifiuti umani talvolta, cariati, che sanno di chiuso, inarticolati spesso, sempre senza entusiasmo. La scrittura è incantesimo, che cancella queste miserie. Di grandezza incomparabile, poiché la misura un fascino sterminato. Ciò può essere fonte di meraviglia, o paura. Ma è esaltante: dà la misura del potenziale umano, della realtà dell’uomo. A meno che leggere non sia un esercizio masochistico.
Scrivere è riscrivere, opera infinita. Una sedia a un certo punto è finita. Anche a una statua o a una pittura a un certo punto non si può più mettere mano. Il pittore lavora “per via di porre”, dice Leonardo, lo scultore “per via di levare”, ma a un certo punto non più. A una poesia o a un racconto invece sì: c’è chi leva e chi pone, e chi pone levando, chi accumula fatti e chi sensazioni, e ogni volta la forma cambia, e la narrazione stessa. È opera necessariamente incompleta. Nicèforo Gregoras, che rielaborava sull’attualità le sue opere, comprese le lettere, è ingiustamente deriso dai bizantinologi. Arbasino ha già rifatto due volte le mille pagine dei “Fratelli d’Italia”, e le vorrebbe rifare. Giustamente, poiché sa leggere l’epoca. Ma più si scrive e più si scrive. Husserl, morendo a settantasette anni, ha lasciato 44 mila pagine autografe inedite – che un francescano è riuscito a sottrarre al fuoco nazista, nascondendole a Lovanio. Se voleva pubblicare qualcosa lo riscriveva tutto di nuovo, perpetuo debuttante.
zeulig@gmail.com
Avarizia – È del cuore, certo, non della testa. E si applica alle cose del cuore, non agli interessi materiali – la cura degli interessi non è avara, il vizio sta nel preporre le cose a ogni passione.
È l’esclusione della passione: l’amore, l’amicizia, la compassione.
Coscienza – È titolo del Novecento italiano, la coscienza di uno straniero. E flusso dei romanzi europei dello stesso secolo. Ma non è recente, è latina, creata da Cicerone per calco dal greco suneìdesis, che però vuol dire capire insieme, imparare insieme. Nel greco antico la coscienza non c’è, Cicerone la preparava per il cristianesimo, con la questione tuttora insoluta dell’anima. E fu ottima cosa. Inoltre c’è una graduazione della coscienza, insegna Schopenhauer, dal polipo all’uomo - e filosoficamente, è da supporre, bisogna sapere cos’è polipo.
È che la coscienza ha ora il compito di spiegare l’inconscio ma la missione è impossibile, essendo le due realtà forse parenti ma nemiche. Di più se si ha la revulsione della storia, per l’uso di vivere, o sopravvivere, istante per istante, per inclinazione e riflessione. O per essere perfettamente storicizzati: senza residui, intellettuali o romantici. Nudi, e quindi in certo senso inermi, ma come lo sono le statue, inattaccabili. E più per avere l’occhio di lince. Che può essere una condanna: spogliare le persone. Spogliarle materialmente, le donne soprattutto, vedere attraverso il trucco, i vestiti, le sottovesti, anche le donne svestite dopo Mary Quant, che ha semplificato la penetrazione, e anche gli uomini, attraverso le sofisticherie – gli uomini sono in quello che dicono. Tutto ciò che invece fa la nobiltà del signor Kent di Superman.
Tolstòj spregiava la coscienza, e anche Hitler, che ne imputò l’invenzione agli ebrei. Già Hobbes la teneva in sospetto: “Coscienza, secondo il modo in cui abitualmente gli uomini usano la parola, significa un’opinione, non tanto circa la verità della proposizione quanto della loro conoscenza di essa, alla qual cosa la verità della proposizione è conseguente”. Quindi, se io non conosco Del Piero, la verità della proposizione, e ascolto al bar i fautori di Totti, magari mi convinco che il bomber è un brocco. La certezza si combatte con l’incertezza, o con un’altra certezza? E l’incertezza?
A noi non ci spaventa il brutto, ma semmai quest’uso democratico, piccolo borghese, del doppio dativo, che poi è buonissima grammatica spagnola. Del resto la coscienza, coi rimorsi e tutto, ce l’hanno i buoni, ai quali non sarebbe necessaria. Gli altri non hanno coscienza. E dunque la coscienza, che Hegel mette con Dio o spirito del mondo, è invenzione del diavolo, se umilia i buoni.
Non è l’automatismo, la sciocchezza che occupa la scena, non ultimo torto del dottor Freud. Prendere per buono il flusso di coscienza, come se non fosse una tecnica espressiva ma la verità, il modo di emergere della verità. Quando si sa, chiunque ha scritto due righe lo sa, che l’associazione libera va in mille direzioni, comprese quelle in cui non va. Ogni memoria e ogni espressione essendo un sistema di equazioni a più variabili, nessuna delle quali è risolutiva, neppure per caso – per caso nella migliore delle ipotesi, perché più spesso la libertà d’associazione è determinata dalle situazioni, dagli interlocutori, dagli umori, dalle stesse regole del gioco. Le coscienze, per quanto libere, automatiche, fluenti, sono casuali e solo per se stesse significative. Come una barzelletta, un’ottava rima, un coro allo stadio. In quanto sintomo sono parziali, e più volentieri fuorvianti.
Si vede che una buona evacuazione è gratificazione grande, se Freud è santo popolare, incontestato. Ma la coscienza – riflessione, scrittura – è un fiume, che è sempre diverso, il tempo è ciò che si trasforma e si moltiplica, spiega Meister Eckhart, semplice è l’eternità.
Crisi – All’economia è connaturata: nella teoria del ciclo, nel marginalismo, in quello che resta di Marx, in Keynes, tutto Keynes è pensato in rapporto alla crisi. È sempre deficitaria rispetto ai bisogni, che sono come la felicità, inesauribili. Ma anche rispetto all’economia dei consumi. E alla semplice sopravvivenza. Si può dire un modo di essere. E una forma ontologica della conoscenza hegeliana, l’antitesi che sempre impone nuove realtà.
La cultura della crisi, o della fine del mondo, è altro. È la mancanza del conforto della vita dopo la morte. Di uno scetticismo che ha travalicato dall’irreligiosità alla storia. All’abolizione della memoria.
Non è l’anno Mille, allora era paura, ora è un desiderio, sia pure perverso. Non sappiamo se moriremo di siccità o di diluvio, ma vogliamo morire. Come, è vero, dobbiamo. Ma vogliamo anche che tutti muoiano, come invece non dovremmo.
Lo scetticismo si può intendere anche come scongiuro e prevenzione. Ma solo in ipotesi: il catastrofismo è fungibile, se non è questo è quello. Un democraticismo estremo, forse, esteso dalle forme di vita all’apprendimento, anche nelle forme elementari del ricordo. Data – storicamente – dal Novecento (Nietzsche, la lettura di Nietzsche, è del Novecento), che è il secolo dell’apoteosi e il suicidio dell’Europa.
Giornale - L’arte della stampa è economia di attenzione. Si scrive anche come si legge, soprappensiero: i giornali hanno un padrone e nessuno è mai morto per un capitalista. E invece è ricco e potente, in un suo modo.
“È bello scrivere ciò che si pensa, è il privilegio dell’uomo”, spiega il nobile veneziano Pococurante nel “Candido”, anche se “nella nostra Italia non si scrive che ciò che non si pensa”. O nel senso che Necker, lo svizzero che portò la Francia alla Rivoluzione, dava all’opinione pubblica, quale “potere invisibile, che senza ricchezza, senza protezioni, senza eserciti può imporre le leggi alla città, alla corte e fin nel palazzo del Re”. Con limiti, poiché vuole e dà ricchezza e protezioni. Del resto il giornale è aspirazione collettiva, dacché, per dirla con Joyce, “il Rinascimento ha messo il giornalista nella cattedra del monaco”.
Scrivere – È portare al presente il passato, incluso l’inesistente. E al passato il presente, inesistente incluso. La storia, purtroppo, si scrive.
È la fissazione di una relazione, perfino di più relazioni, con tutti, con chiunque. Dice Stevenson che si scrive per i propri amici. Sembra modestia, ma bisogna avere amici. Altrimenti si scrive per se stessi. E ancora: con indulgenza. Cos’è l’eternità dell’uomo, questo quid di aspirazioni che lo distingue dal resto compatto della natura, se non un caso di insiemi? Non si è eterni per sé soli. Questo sono, erano, le pasquinate e le rivoltellate, uno scambio spensierato.
C’è nella scrittura, nella buona scrittura, qualcosa di più del percepito e dell’espresso, o del vissuto. Freud e Heidegger, e Nietzsche, Kant, eccetera, o Stendhal e Schopenhauer, e Platone, Rousseau, eccetera, scrittori dotati, sono molto più dei loro filosofemi, delle loro modeste biografie, la sapienza è solo letteratura – solo letteratura? Straordinario potere ha la scrittura, se consente di passare sopra all’immagine deteriore che gli scrittori ne danno. Pallidi, acidi, gobbi, sempre in posa, le labbra serrate, la palpebra scesa, le spalle curve, i denti gialli, il collo incassato, l’occhio spento. Incattiviti nei ricordi, incollati alle minute indigenze dell’editoria e della pubblicistica, i dispetti, i favori, gli amori sempre falsi, favoleggiando di guadagni inesistenti, di giudizio svagato sugli eventi storici, personali o politici, sempre sbagliato, fuori della realtà – senza reale interesse o curiosità. Rifiuti umani talvolta, cariati, che sanno di chiuso, inarticolati spesso, sempre senza entusiasmo. La scrittura è incantesimo, che cancella queste miserie. Di grandezza incomparabile, poiché la misura un fascino sterminato. Ciò può essere fonte di meraviglia, o paura. Ma è esaltante: dà la misura del potenziale umano, della realtà dell’uomo. A meno che leggere non sia un esercizio masochistico.
Scrivere è riscrivere, opera infinita. Una sedia a un certo punto è finita. Anche a una statua o a una pittura a un certo punto non si può più mettere mano. Il pittore lavora “per via di porre”, dice Leonardo, lo scultore “per via di levare”, ma a un certo punto non più. A una poesia o a un racconto invece sì: c’è chi leva e chi pone, e chi pone levando, chi accumula fatti e chi sensazioni, e ogni volta la forma cambia, e la narrazione stessa. È opera necessariamente incompleta. Nicèforo Gregoras, che rielaborava sull’attualità le sue opere, comprese le lettere, è ingiustamente deriso dai bizantinologi. Arbasino ha già rifatto due volte le mille pagine dei “Fratelli d’Italia”, e le vorrebbe rifare. Giustamente, poiché sa leggere l’epoca. Ma più si scrive e più si scrive. Husserl, morendo a settantasette anni, ha lasciato 44 mila pagine autografe inedite – che un francescano è riuscito a sottrarre al fuoco nazista, nascondendole a Lovanio. Se voleva pubblicare qualcosa lo riscriveva tutto di nuovo, perpetuo debuttante.
zeulig@gmail.com
giovedì 14 agosto 2008
Bush in Georgia in cerca di sberle
I morti sono georgiani, e i profughi, ma le sberle le hanno prese Bush e Saakashvili – che, certo, è georgiano anche lui, fino al prossimo esilio. A una settimana dalla guerra della Georgia alla Russia, nientemeno, si resta senza parole di fronte a tanta stupidità politica. Di Saakashvili, e di Washington, che considera la Georgia un suo lontano cinquantunesimo stato. I georgiani che preparavano l’attacco all’Ossezia con le armi e la protezione americana. I russi, che sapevano della preparazione, e hanno reagito pronti, avevavno già discretamente mobilitato, dall’aria e da terra, chiudendo la partita in quarantotto ore. E ora Bush che vorrebbe l’Europa a impegnare uomini e capitali per difendere la Georgia. Da che? Dal prossimo attacco all’Ossezia? La Farnesina ancora si congratula con se stessa per avere evitato che Frattini partecipasse alla solerte riunione dei ministri degli Esteri europei. L’amicone Berlusconi avrà fatto capire a Bush che c’è un limite alla svagataggine?
Ancora più sorprendente è che l’attacco georgiano sia stato programmato in coincidenza con l’apertura dell’Olimpiade. Col risultato di sfocare ogni critica alla Cina per il regime politico totalitario. Razionalizzando, è come se Bush, che ha gratificato Pechino della sua augusta presenza, abbia voluto fare ai suoi ospiti anche questo regalo. Ma non c’è logica. C’è solo Bush nel pallone, con la sua amministrazione. La megapotenza mondiale che va alla cieca, bisognava vedere anche questa. Nel futuro prossimo, quando la Cina presenterà all’America il conto politico della globalizzazione, a Taiwan e altrove, la Russia sarà l’unico baluardo per gli Stati Uniti, e l’Europa. Volendo razionalizzare.
Ancora più sorprendente è che l’attacco georgiano sia stato programmato in coincidenza con l’apertura dell’Olimpiade. Col risultato di sfocare ogni critica alla Cina per il regime politico totalitario. Razionalizzando, è come se Bush, che ha gratificato Pechino della sua augusta presenza, abbia voluto fare ai suoi ospiti anche questo regalo. Ma non c’è logica. C’è solo Bush nel pallone, con la sua amministrazione. La megapotenza mondiale che va alla cieca, bisognava vedere anche questa. Nel futuro prossimo, quando la Cina presenterà all’America il conto politico della globalizzazione, a Taiwan e altrove, la Russia sarà l’unico baluardo per gli Stati Uniti, e l’Europa. Volendo razionalizzare.
Riparmiateci i prefetti
Un prefetto di Roma che vuole proteggere i rom contro quel fascistone di Alemanno, alla pari di “Famiglia Cristiana”, li vuole sciuscià. Non è il massimo. Anzi, è un obbrobrio: uno si chiede come ci sia arrivato, a prefetto di Roma. Ma questo è il problema dei prefetti – come si diventa prefetti di Roma? Il problema nostro è che questi prefetti, che una volta erano fascisti, si è sempre detto che l’istituzione prefettizia era centralista e fascista, da qualche tempo sono progressisti e anzi molto di sinistra. Fino al recupero dell’ex prefetto Serra, che originariamente si era schierato come doveva con la destra, e al candidato a sindaco di Milano. Milano, la capitale morale d’Italia, non ha trovato altro candidato progressista a sindaco che il suo ex prefetto, per giunta non milanese. Il problema si pone anche per dare certezze a "Famiglia Cristiana", nella sue recente incarnazione antifascista: non vorremo mandarla a braccetto coi prefetti?
Dov’è finita la politica è un problema ormai vecchio, a sinistra. Tra giudici felloni o carrieristi, generali, carceri, manette. Ora si aggiungono i prefetti, che non hanno nemmeno la protezione sovrana del Csm. Di che cosa ha paura questa sinistra? Perché non si fa una bella lavata di coscienza, o non si mette da parte? Le banche e i giornali (delle banche) la tengono su, ma come un punching ball, per beccarle.
Dov’è finita la politica è un problema ormai vecchio, a sinistra. Tra giudici felloni o carrieristi, generali, carceri, manette. Ora si aggiungono i prefetti, che non hanno nemmeno la protezione sovrana del Csm. Di che cosa ha paura questa sinistra? Perché non si fa una bella lavata di coscienza, o non si mette da parte? Le banche e i giornali (delle banche) la tengono su, ma come un punching ball, per beccarle.
Anna Banti: tanti critici senza autore
Illeggibile.
Il romanzo della scrittrice fiorentina, moglie di Roberto Longhi, direttrice di “Paragone”, vanta una corona critica impressionante, più volte ribadita: Bassani, Cecchi, Contini, Bo, Garboli, Pampaloni, Citati, De Robertis, Baldacci, Niccolò Gallo. Ma è illeggibile. L’“intattezza violata”, “a Pitti stridono le cicale umane”, com’è (stato) possibile?
Anna Banti, Artemisia
Il romanzo della scrittrice fiorentina, moglie di Roberto Longhi, direttrice di “Paragone”, vanta una corona critica impressionante, più volte ribadita: Bassani, Cecchi, Contini, Bo, Garboli, Pampaloni, Citati, De Robertis, Baldacci, Niccolò Gallo. Ma è illeggibile. L’“intattezza violata”, “a Pitti stridono le cicale umane”, com’è (stato) possibile?
Anna Banti, Artemisia
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (21)
Giuseppe Leuzzi
I Gava, padroni di Napoli del dopoguerra, erano veneti.
Anche a Palermo, i padroni sono stati nel secondo Novecento veneti: veneto Cassina, il primo appaltatore, veneto il cardinale Ruffini, veneto il senatore Verzotto.
È veneto, prima che meridionale, l’intreccio di politica e affari. È stato toscano, piemontese, e ora e milanese.
“Sudismi\sadismi” è il discorso sul Sud. Sulla mafia, la corruzione, l’inefficienza. Che è ormai a occhio, non c’è bisogno di bilancia, molto più pesante e oneroso dei fenomeni che denuncia.
A opera più spesso di gente del Sud. È il segno della servitù, avere introiettato il discorso sul Sud. L’unità è stata certamente deteriore in questo senso, sancendo l’inferiorità culturale e morale del Sud. Con che titoli?
Sudismi\sadismi. “Il Quotidiano di Calabria” pubblica sabato le intercettazioni ambientali dei Piromalli vs. Molé nella loro recente faida. Della miseria morale in cui vivono e si confrontano, assassinandosi per le strade, le due famiglie mafiose di Gioia Tauro. Domenica un articolo di Eva Catizone, ex responsabile del Pci-Pds a Cosenza, in cui i Piromalli e i Molè banditi di strada indossano “tailleurs o blazer manageriali, studiano le lingue e leggono i libri”. E dominano il Porto di Gioia Tauro. Che è la maggiore realtà industriale di tutto il Mediterraneo, del Nord e del Sud. Un articolo assurdo, che si vuole ostile ed è un monumento: i mafiosi catizoniani hanno sempre dominato il Porto, anche prima di imparare le lingue, e ora scrivono “una nuova, per certi versi ignota, storia letteraria”.
Tanti Tauri in Calabria, le tombe di Otranto, un’Eraclea Minoa e altre pietre resistenti a Augusta in Sicilia, bisognerà pure fare la storia dei micenei prima della Magna Grecia. A Roca Vecchia sotto il famoso san Foca, il martire giardiniere patrono dei marinai, si vede che i micenei erano in Italia settecento anni prima della prima colonia della storia greca ora in disarmo, avendovi lasciato le loro imitazioni povere delle piramidi. A Otranto, vecchia Idrusa, il signor De Donno ne ha alcune nel suo campo di Torre Pinta, dove fa trattoria.
I micenei, gente che vagava per i mari, al tempo degli egiziani e dei medi persiani. Prima di sprofondare, da Creta e da ogni altra presenza in terraferma, col gigantesco krakatoa che inghiottì Santorini. Presto mitizzati, l’ingegner Dedalo e il figlio Icaro, l’accondiscendente Pasifae moglie del re Minosse, la gentile Arianna, e i tori onnipotenti. Si potrà sempre dire: ecco da dove viene il machismo del Sud.
Si dice Turchia ma di fatto è un mondo greco, bizantino, sottomesso quindici secoli fa da alcune tribù turche del centro Asia. I turchi l’hanno islamizzata, ma la popolazione restò sotto di loro “fissata” al momento della conquista, senza più mescolanza col resto del bacino mediterraneo, nelle forme somatiche e mentali (espressive) del tempo. È così che molte fisionomie e parlate mute, nel Salento, in Calabria e in Sicilia sono inequivocabilmente “turche”.
Il pino calabrese è quello siriano, che si ritrova sulle coste turche.
Il discorso sulla mafia
C’è la mafia, e c’è il discorso sulla mafia. C’è gente che si ammazza e ammazza, e impone servitù e vincoli. E c’è chi questa violenza studia, approfondisce, spiega, facendone ragione di vita. È un impegno nobile, anche quando è un’attività per vivere, a volte perfino lucrosa (le pubblicazioni, i convegni, le commissioni). Ma quando non risolve il problema, quando si perpetua col problema, il discorso sulla mafia, che da alcuni decenni prende l’ottanta per cento del discorso e del Sud, è altrettanto insidioso.
L’antimafia non è mafia naturalmente, ma è come se, anch’essa micidiale. Lo diventa, perpetuandosi, perché il suo discorso trascende, per slittamenti minimi ma significativi, verso l’annichilamento delle società che delle mafie sono le vittime. Attraverso gli stessi studi talvolta, più spesso nell’attività inquirente e normativa, parlamentare, e soprattutto attraverso l’opinione pubblica, i media. I dibattiti, le tavole rotonde, i talk show, specie in tv, hanno un forte potere dissolvente sulle vittime, e finiscono per magnificare l’oggetto della loro critica. Mentre sugli onesti, che pure delle mafie sono le vittime, scende il sospetto (omertà, connivenza, cultura), il pregiudizio giudiziario (e quindi l’ingiustizia), lo scoramento.
Il discorso infinito sulla mafia diventa una camicia di forza e un morbo contagioso, una sorta di epidemia, lenta più spesso che acuta, ma pestifera. Gli effetti depressivi sono visibili nella Pubblica Amministrazione, compresi i giudici e le forze dell’ordine, gli operatori economici, le famiglie, che si parli di formazione, di prospettive, di mera sopravvivenza. Uno che vive al Sud deve sopravvivere alle mafie e, più, al discorso sulla mafia.
Ci sono grandi giornali che hanno giornalisti specializzati unicamente a dire male del Sud.
Provenzano e altri “scrittori” mafiosi tengono in altissima considerazione i mugwump delle televisioni, alla pari dei divi del cinema, di Dante, di Manzoni, di Benedetto Croce, dei grandissimi della storia e della letteratura.
Milano Ortese, “Silenzio a Milano”, 78: “Città industriale e medievale insieme, affarista e ascetica, spregiudicata e prudentissima, che ovunque sospetta un’infrazione alle regole, all’ordine”. Ortese, “Silenzio a Milano”
Tornano d’agosto gli emigranti in Australia o Canada con vestiti sobri, talvolta in autobus, dopo aver fatto il viaggio da Roma in treno, per risparmiare. Tornano invece gli emigranti in Lombardia in fuoristrada o Mercedes Slk. Sono più ricchi? Forse il fuoristrada o la Mercedes sono di seconda mano, anche se bisogna comunque pagarne l’assicurazione e il carburante. Ma non è questo il punto. È che gli emigranti assimilano la cultura del paese che li ospita. Che può essere risparmiosa, e osservante delle leggi, come nei paesi anglosassoni, oppure sbruffona. Si vedono persone in fuoristrada o Slk uscire da tuguri.
Se l’economia nera venisse in chiaro le differenze di reddito di assottiglierebbero. Quelle di cultura, invece, purtroppo no: il Sud è piagnone, anche contro se stesso.
Si parlano tre lingue sotto l’ombrellone accanto, in un angolo dell’infinita spiaggia calabrese. Una accentua la cadenza lombarda, una parla romanesco di borgata, ma con piglio, senza lo strascico, lui il suo dialetto stretto, accentuato, inframmezzato di bestemmie. Perché lui è un uomo. In realtà parlano lo stesso linguaggio, anche se lui sicuramente non lavora e le ragazze sicuramente sì: quello della relativa ricchezza che però non dà sicurezza, non dà carattere. È il destino di tutti, una sorta di emigrazione interiore, quelli che mancano di un punto di riferimento territoriale, una cultura d’origine.
Leonzio Pilato insegna greco a Petrarca e Boccaccio. Nasce a Seminara nel 1316. Affidato all’igumeno Niceforo, ex primate di Bisanzio, incontra nel convento di San Filarete a Seminara Barlaam, un monaco che sarà diplomatico del papa a Bisanzio per la riunificazione delle chiese. Nel 1334 incontra Boccaccio giovane a Napoli. Contattato da Petrarca a Padova il 5 dicembre 1358, ne viene respinto: il poeta non gradisce la traduzione alla lettera, e inoltre è per la supremazia latina. Decide nel 1360 di trasferirisi a Avignone, dal vescovo di Armagh, Richard Fitzralph, che apprezza la cultura greca. Ma viene intercettato a Venezia da Boccaccio e insieme vanno a Firenze.
Leonzio Pilato tradusse Iliade e Odissea a Firenze, a uso di Boccaccio, in meno di un anno, dal greco al latino. Anche se dovette lavorare su un codice in onciale, grafia che gli pose grossi problemi per la traduzione interlineare.
Sicilia, “l’isola del degrado”. Non ci sono che i siciliani per parlare male della Sicilia. Se ci fosse la pena di morte la Sicilia deterrebbe di certo il record mondiale delle esecuzioni. Più della Cina, che pure ha una popolazione duecento volte superiore: i siciliani sono spietati con se stessi. Hanno mai visto la riviera ligure? O l’edilizia in valle d’Aosta?
I Gava, padroni di Napoli del dopoguerra, erano veneti.
Anche a Palermo, i padroni sono stati nel secondo Novecento veneti: veneto Cassina, il primo appaltatore, veneto il cardinale Ruffini, veneto il senatore Verzotto.
È veneto, prima che meridionale, l’intreccio di politica e affari. È stato toscano, piemontese, e ora e milanese.
“Sudismi\sadismi” è il discorso sul Sud. Sulla mafia, la corruzione, l’inefficienza. Che è ormai a occhio, non c’è bisogno di bilancia, molto più pesante e oneroso dei fenomeni che denuncia.
A opera più spesso di gente del Sud. È il segno della servitù, avere introiettato il discorso sul Sud. L’unità è stata certamente deteriore in questo senso, sancendo l’inferiorità culturale e morale del Sud. Con che titoli?
Sudismi\sadismi. “Il Quotidiano di Calabria” pubblica sabato le intercettazioni ambientali dei Piromalli vs. Molé nella loro recente faida. Della miseria morale in cui vivono e si confrontano, assassinandosi per le strade, le due famiglie mafiose di Gioia Tauro. Domenica un articolo di Eva Catizone, ex responsabile del Pci-Pds a Cosenza, in cui i Piromalli e i Molè banditi di strada indossano “tailleurs o blazer manageriali, studiano le lingue e leggono i libri”. E dominano il Porto di Gioia Tauro. Che è la maggiore realtà industriale di tutto il Mediterraneo, del Nord e del Sud. Un articolo assurdo, che si vuole ostile ed è un monumento: i mafiosi catizoniani hanno sempre dominato il Porto, anche prima di imparare le lingue, e ora scrivono “una nuova, per certi versi ignota, storia letteraria”.
Tanti Tauri in Calabria, le tombe di Otranto, un’Eraclea Minoa e altre pietre resistenti a Augusta in Sicilia, bisognerà pure fare la storia dei micenei prima della Magna Grecia. A Roca Vecchia sotto il famoso san Foca, il martire giardiniere patrono dei marinai, si vede che i micenei erano in Italia settecento anni prima della prima colonia della storia greca ora in disarmo, avendovi lasciato le loro imitazioni povere delle piramidi. A Otranto, vecchia Idrusa, il signor De Donno ne ha alcune nel suo campo di Torre Pinta, dove fa trattoria.
I micenei, gente che vagava per i mari, al tempo degli egiziani e dei medi persiani. Prima di sprofondare, da Creta e da ogni altra presenza in terraferma, col gigantesco krakatoa che inghiottì Santorini. Presto mitizzati, l’ingegner Dedalo e il figlio Icaro, l’accondiscendente Pasifae moglie del re Minosse, la gentile Arianna, e i tori onnipotenti. Si potrà sempre dire: ecco da dove viene il machismo del Sud.
Si dice Turchia ma di fatto è un mondo greco, bizantino, sottomesso quindici secoli fa da alcune tribù turche del centro Asia. I turchi l’hanno islamizzata, ma la popolazione restò sotto di loro “fissata” al momento della conquista, senza più mescolanza col resto del bacino mediterraneo, nelle forme somatiche e mentali (espressive) del tempo. È così che molte fisionomie e parlate mute, nel Salento, in Calabria e in Sicilia sono inequivocabilmente “turche”.
Il pino calabrese è quello siriano, che si ritrova sulle coste turche.
Il discorso sulla mafia
C’è la mafia, e c’è il discorso sulla mafia. C’è gente che si ammazza e ammazza, e impone servitù e vincoli. E c’è chi questa violenza studia, approfondisce, spiega, facendone ragione di vita. È un impegno nobile, anche quando è un’attività per vivere, a volte perfino lucrosa (le pubblicazioni, i convegni, le commissioni). Ma quando non risolve il problema, quando si perpetua col problema, il discorso sulla mafia, che da alcuni decenni prende l’ottanta per cento del discorso e del Sud, è altrettanto insidioso.
L’antimafia non è mafia naturalmente, ma è come se, anch’essa micidiale. Lo diventa, perpetuandosi, perché il suo discorso trascende, per slittamenti minimi ma significativi, verso l’annichilamento delle società che delle mafie sono le vittime. Attraverso gli stessi studi talvolta, più spesso nell’attività inquirente e normativa, parlamentare, e soprattutto attraverso l’opinione pubblica, i media. I dibattiti, le tavole rotonde, i talk show, specie in tv, hanno un forte potere dissolvente sulle vittime, e finiscono per magnificare l’oggetto della loro critica. Mentre sugli onesti, che pure delle mafie sono le vittime, scende il sospetto (omertà, connivenza, cultura), il pregiudizio giudiziario (e quindi l’ingiustizia), lo scoramento.
Il discorso infinito sulla mafia diventa una camicia di forza e un morbo contagioso, una sorta di epidemia, lenta più spesso che acuta, ma pestifera. Gli effetti depressivi sono visibili nella Pubblica Amministrazione, compresi i giudici e le forze dell’ordine, gli operatori economici, le famiglie, che si parli di formazione, di prospettive, di mera sopravvivenza. Uno che vive al Sud deve sopravvivere alle mafie e, più, al discorso sulla mafia.
Ci sono grandi giornali che hanno giornalisti specializzati unicamente a dire male del Sud.
Provenzano e altri “scrittori” mafiosi tengono in altissima considerazione i mugwump delle televisioni, alla pari dei divi del cinema, di Dante, di Manzoni, di Benedetto Croce, dei grandissimi della storia e della letteratura.
Milano Ortese, “Silenzio a Milano”, 78: “Città industriale e medievale insieme, affarista e ascetica, spregiudicata e prudentissima, che ovunque sospetta un’infrazione alle regole, all’ordine”. Ortese, “Silenzio a Milano”
Tornano d’agosto gli emigranti in Australia o Canada con vestiti sobri, talvolta in autobus, dopo aver fatto il viaggio da Roma in treno, per risparmiare. Tornano invece gli emigranti in Lombardia in fuoristrada o Mercedes Slk. Sono più ricchi? Forse il fuoristrada o la Mercedes sono di seconda mano, anche se bisogna comunque pagarne l’assicurazione e il carburante. Ma non è questo il punto. È che gli emigranti assimilano la cultura del paese che li ospita. Che può essere risparmiosa, e osservante delle leggi, come nei paesi anglosassoni, oppure sbruffona. Si vedono persone in fuoristrada o Slk uscire da tuguri.
Se l’economia nera venisse in chiaro le differenze di reddito di assottiglierebbero. Quelle di cultura, invece, purtroppo no: il Sud è piagnone, anche contro se stesso.
Si parlano tre lingue sotto l’ombrellone accanto, in un angolo dell’infinita spiaggia calabrese. Una accentua la cadenza lombarda, una parla romanesco di borgata, ma con piglio, senza lo strascico, lui il suo dialetto stretto, accentuato, inframmezzato di bestemmie. Perché lui è un uomo. In realtà parlano lo stesso linguaggio, anche se lui sicuramente non lavora e le ragazze sicuramente sì: quello della relativa ricchezza che però non dà sicurezza, non dà carattere. È il destino di tutti, una sorta di emigrazione interiore, quelli che mancano di un punto di riferimento territoriale, una cultura d’origine.
Leonzio Pilato insegna greco a Petrarca e Boccaccio. Nasce a Seminara nel 1316. Affidato all’igumeno Niceforo, ex primate di Bisanzio, incontra nel convento di San Filarete a Seminara Barlaam, un monaco che sarà diplomatico del papa a Bisanzio per la riunificazione delle chiese. Nel 1334 incontra Boccaccio giovane a Napoli. Contattato da Petrarca a Padova il 5 dicembre 1358, ne viene respinto: il poeta non gradisce la traduzione alla lettera, e inoltre è per la supremazia latina. Decide nel 1360 di trasferirisi a Avignone, dal vescovo di Armagh, Richard Fitzralph, che apprezza la cultura greca. Ma viene intercettato a Venezia da Boccaccio e insieme vanno a Firenze.
Leonzio Pilato tradusse Iliade e Odissea a Firenze, a uso di Boccaccio, in meno di un anno, dal greco al latino. Anche se dovette lavorare su un codice in onciale, grafia che gli pose grossi problemi per la traduzione interlineare.
Sicilia, “l’isola del degrado”. Non ci sono che i siciliani per parlare male della Sicilia. Se ci fosse la pena di morte la Sicilia deterrebbe di certo il record mondiale delle esecuzioni. Più della Cina, che pure ha una popolazione duecento volte superiore: i siciliani sono spietati con se stessi. Hanno mai visto la riviera ligure? O l’edilizia in valle d’Aosta?
mercoledì 6 agosto 2008
Quanta bella storia in America
Una raccolta di recensioni che finisce per essere, per la ricchezza delle argomentazioni, per la padronanza dei molteplici metodi, una rappresentazione dell’arte storica. La raccolta si apre con cifre fosche sugli studi di storia negli Usa. Nei quindici anni dopo il 1970 i diplomi di storia si sono ridotti di due terzi, da 44.663 a 16.413. Ma testimonia nella ricerca e anche nell’editoria (Wood raccoglie qui le venti recensioni pubblicate sulla “New York Review of Books” dal 1981 al 2007) un’eccezionale effervescenza tra le scienze umanistiche.
Il 1970 dev’essere stato un anno infausto. Wood ricorda che veniva dopo la pubblicazione, nel 1969, della “Death of the Past”, la morte del passato, di J.H.Plumb, maestro di molti storici, sotto i colpi della storia analitica o critica. “La vera storia è distruttiva”, argomentava Plumb: distrugge le menzogne e i miti di cui la memoria si compiace. Questo “Senso del passato” finisce per esserne il rovescio.
Molte pubblicazioni recensite sono su temi di storia americana. Ma pur con questo limite, per un non americano non americanista, l’interesse è generale nelle recensioni di Wood poiché ogni argomento è rivisto dal punto di vista metodologico. La raccolta finisce per essere una reportage incredibilmente vivido della “scienza” della storia di questo dopoguerra, anche negli Stati Uniti. Dove peraltro gli studi di storia all’università sono in netta ripresa: le scienze storiche e sociali venivano al secondo posto per numero di diplomati nel 2005, con 157 mila su un milione 439 mila, il dodici per cento. Nel 2006 i diplomi in storia erano 33.153, i master 2.992, i dottorati 852, più di quelli in economia, e in sociologia, poco sotto quelli in scienze politiche e amministrative. L’eclisse è stata di breve durata. Dal 1996 al 2001 i diplomi si erano ridotti del 3,5 per cento, i master del 18,4. Ma con un incremento sostanzioso, il 15,7 per cento, dei dottorati. Segno che la storia è più coltivata come disciplina scientifica, molti più ricercatori vi si dedicano. Nel quinquennio successivo anche i diplomi e i master hanno avuto un balzo, del 32 e del 26,5 per cento.
I giudizi di Wood sono precisi pro e contro. Di più contro: il nientismo postmoderno, l’atteggiamento scettico o decostruttivo postnietzscheano. Wood registra la storia lunga delle Annales, zavorrata di epidemiologie, serie storiche, continuità. La microstoria che gli italiani hanno inventato in reazione. La storia fiction, romanzata. Specie in tv, la faction (fatto e fiction) e il docudrama sugli eventi e i personaggi storici: “La confusione di fatto e finzione è parte del clima intellettuale del nostro tempo postmoderno, dominato com’è da venti di scetticismo epistemologico e negazioni nietzscheane della possibilità dell’oggettività che dilagano in ogni disciplina umanistica, talvolta con ciclonica ferocia”. E poi il genere, l’etno-antropologia, la storia sociale o critica, la storia culturale, a partire da Gramsci (perché non dallo stesso Marx?). Leggendo Wood si vedeva chiaro vent’anni fa che il decostruzionismo, che si propone di disarticolare l’ipocrita potere, elabora un linguaggio criptico.
Gordon S.Wood, The Purpose of the Past, Penguin, pp. 323, $ 25.95
Il 1970 dev’essere stato un anno infausto. Wood ricorda che veniva dopo la pubblicazione, nel 1969, della “Death of the Past”, la morte del passato, di J.H.Plumb, maestro di molti storici, sotto i colpi della storia analitica o critica. “La vera storia è distruttiva”, argomentava Plumb: distrugge le menzogne e i miti di cui la memoria si compiace. Questo “Senso del passato” finisce per esserne il rovescio.
Molte pubblicazioni recensite sono su temi di storia americana. Ma pur con questo limite, per un non americano non americanista, l’interesse è generale nelle recensioni di Wood poiché ogni argomento è rivisto dal punto di vista metodologico. La raccolta finisce per essere una reportage incredibilmente vivido della “scienza” della storia di questo dopoguerra, anche negli Stati Uniti. Dove peraltro gli studi di storia all’università sono in netta ripresa: le scienze storiche e sociali venivano al secondo posto per numero di diplomati nel 2005, con 157 mila su un milione 439 mila, il dodici per cento. Nel 2006 i diplomi in storia erano 33.153, i master 2.992, i dottorati 852, più di quelli in economia, e in sociologia, poco sotto quelli in scienze politiche e amministrative. L’eclisse è stata di breve durata. Dal 1996 al 2001 i diplomi si erano ridotti del 3,5 per cento, i master del 18,4. Ma con un incremento sostanzioso, il 15,7 per cento, dei dottorati. Segno che la storia è più coltivata come disciplina scientifica, molti più ricercatori vi si dedicano. Nel quinquennio successivo anche i diplomi e i master hanno avuto un balzo, del 32 e del 26,5 per cento.
I giudizi di Wood sono precisi pro e contro. Di più contro: il nientismo postmoderno, l’atteggiamento scettico o decostruttivo postnietzscheano. Wood registra la storia lunga delle Annales, zavorrata di epidemiologie, serie storiche, continuità. La microstoria che gli italiani hanno inventato in reazione. La storia fiction, romanzata. Specie in tv, la faction (fatto e fiction) e il docudrama sugli eventi e i personaggi storici: “La confusione di fatto e finzione è parte del clima intellettuale del nostro tempo postmoderno, dominato com’è da venti di scetticismo epistemologico e negazioni nietzscheane della possibilità dell’oggettività che dilagano in ogni disciplina umanistica, talvolta con ciclonica ferocia”. E poi il genere, l’etno-antropologia, la storia sociale o critica, la storia culturale, a partire da Gramsci (perché non dallo stesso Marx?). Leggendo Wood si vedeva chiaro vent’anni fa che il decostruzionismo, che si propone di disarticolare l’ipocrita potere, elabora un linguaggio criptico.
Gordon S.Wood, The Purpose of the Past, Penguin, pp. 323, $ 25.95
La storia vera dell'Eni, e dell'Italia
Colitti parte ricordando i geloni: i bambini ancora nel dopoguerra d’inverno avevano i geloni. È un avvio che più di qualsiasi storia o sociologia connota la parabola dell’Italia, e con essa dell’Eni. Il suo libro è modesto, quasi una testimonianza personale, e invece è importante. Per alcuni aspetti spiega, per altri lascia capire che, con quella dell’Eni, tutta la storia dell’Italia repubblicana è da rifare, del Sud e del Nord, dei carrozzoni e delle imprese, dell’onestà e della corruzione. Una storia non sempre onorevole, ma da rifare. Superando i pregiudizi che la sommergono, le ideologie, i poteri, dichiarati e occulti, i pettegolezzi, le chiacchiere, le infamie anche, e le frasi fatte che in Italia suppliscono all’opinione pubblica. La storia economica della Repubblica, posto che Ernesto Rossi e Eugenio Scalfari non ci hanno visto bene, o fossero a vario motivo di parte, è ancora tutta da fare: la memorialistica, come questa di Colitti, è necessaria, anche per il necessario confronto, ed è solo la benvenuta.
Colitti rivaluta Giorgio Bo, ministro dell’industria pubblica fino al 1968-69, all’acquisto di Montedison, e Cefis, che è molto migliore di chi l’ha svilito. Il terzomondismo di Mattei Colitti attribuisce a ragion veduta a Bo e Boldrini, il professore che fungeva da presidente dell’Eni. Cefis salvò l’Eni e ne fece il nocciolo di quello attuale. E aveva un progetto anche per Montedison, che non poté attuare perché Cuccia lo strangolò, il cane da guardia della vera razza padrona, le grandi famiglie che mai hanno cacciato un soldo d’investimento. Singolare il rovesciamento del giudizio tra i due: le frontiere della moralità sono mobili per l’imprenditore, il cui compito è assumersi dei rischi, in zone evidentemente non troppo comode, e il giudizio si basa sul coraggio e sui risultati. Notevolissima la chiave d’approccio a Mattei, personaggio che la morte improvvisa nel 1962 ha fissato a monumento di se stesso. Mattei, spiega Colitti, era un insofferente, un ribelle, “come tutti gli emigranti”.
Il racconto di Colitti si fa in larga parte da un posto d’osservazione eminente, a capo delle relazioni pubbliche dell’Ente negli anni Sessanta, erede di Giorgio Fuà e Giorgio Ruffolo. Un servizio che curiosamente ebbe una funzione centrale nell’Eni di Cefis, uomo alieno da qualsiasi politica dell’immagine, fungendo pure da antenna dell’Ente, da ufficio studi politico. Colitti ricorda pertinente il trascurato dossier pluriennale “Stampa e oro nero”, la raccolta imponente dei giornali italiani contro l’Eni (superò i venti volumi) – la teoria che Mattei fu ucciso dai francesi si basa sui virulenti articoli filofrancesi di Montanelli che ne precedettero la morte. Ma le relazioni pubbliche ebbero un ruolo centrale anche nell’orientare l’opinione sull’Eni proprio nei tempi difficili dopo la morte improvvisa di Mattei. Come su varie decisioni strategiche, fortunate e non. Sulla chimica, e quindi sulla Montedson. E nella scelta del gas, prateria aperta, in Russia prima e poi in Algeria, senza trascurare la Libia, l’Olanda e, senza successo, la Norvegia. Inoltre, portarono l’Eni in quegli anni a partner privilegiato dell’Opec nell’area sensibile degli studi e la programmazione - prima che gli Usa lanciassero, nel 1971-72, la campagna per l’aumento incontrollato dei prezzi, che poi avvenne a cavaliere della guerra arabo-israeliana del 1973.
C’è, vissuto e narrato in prima persona, il grande fallimento di Gela. Prefigurazione del fallimento più generale degli investimenti al Sud. E soprattutto di quello che sarebbe diventato quindici anni più tardi l’assetto della politica nazionale. Che nell’impresa pubblica vedrà solo il pubblico e niente dell’impresa. Non è il solo fallimento. C’è anche quello dell’approvvigionamento dell’Europa centrale, Austria, Svizzera e Baviera, cui troppe resistenze furono opposte da invidie nazionali locali. E naturalmente il disastro della chimica. C’è qualche conclusione. “Il capitalismo concorrenziale è un’invenzione degli economisti” – non per altro, è invenzione comoda per la pigrizia. O: “I borghesi non hanno altra fede se non nel danaro”. C’è l’incredibile superficialità di Donat Cattin, il ministro della crisi energetica e del piano nucleare. Fino allo scioglimento in tronco, un lunedì mattina, di tutto il servizio dello stesso Colitti, che in realtà era una direzione e qualcosa di più, centocinquanta funzionari e dirigenti, e altrettanto personale esecutivo. La vita delle aziende è fatta di cambiamenti, e l’Eni, intende dire Colitti, era ai tempi un’azienda, benché pubblica.
La memoria finisce con l’Eni tra i dossier che hanno corroso l’Italia, Ersatz della politica, della politica d’impresa, e della giustizia, dell’onestà, della moralità. Il capolavoro dell’Eni, l’accordo del 1978 con l’Arabia Saudita, a opera di Giorgio Mazzanti, che Colitti non ama, e di Carlo Sarchi, segna l’inizio della fine. L’Arabia Saudita dava il greggio a due dollari di meno del prezzo di mercato del greggio, uno sconto del 10 per cento, e ne assicurava la fornitura in anni di approvvigionamento difficile. In cambio di niente (in realtà di un sostegno diplomatico alla costruzione della moschea a Roma, che poi si fece, e mantiene i sauditi sempre ben disposti verso l’Italia). La lunga agonia durerà vent’anni: l’Eni è ridotto a recipiente per il malaffare politico, i salvataggi, la corruzione negli affari, l’ingestibile Egam, tutto insolvenze e corruzione, che la sinistra buttò sull’Eni, l’ingestibile Montedison. Fino alla resurrezione come star di Borsa, segno che i geni sono rimasti vivi.
Colitti parla di cose viste. Ricorda personaggi di valore che hanno lavorato con lui, Carlo Robustelli e Manlio Magini. Un giovane Enzo Scotti collaboratore di Giulio di Pastore. C’è Moro, ministro degli Esteri, completamente assente alla conferenza per l’energia di Washington del 1974, per la quale tante energie, è proprio il caso di dire, l’Eni aveva profuse. Le cronache delle assemblee Montedison danno una rappresentazione realistica della gaddiana “rendita ambrosiana”. Cuccia è liquidato per “la sua altezzosità e il suo stile mafioso”, e questo è parte del trionfalismo Eni, che resta forte anche nella disgrazia.
Il piglio narrativo è gradevole, e anche veritiero. “Eni” si legge come un giallo, come da copertina, e da insegna dell’Ente. È un viaggio zingaresco attraverso quarant’anni, dello stesso Ente e dell’Italia, con animo sgombro, con risultati incontestabili. È una “storia vera” nel senso di Luciano, dell’aneddoto contestualizzato e significante. In letteratura sarebbe un viaggio picaresco, ma il termine implica una giovane età che per molti non c’è più. O Colitti può sempre dirsi un giovane “settantino”, nella lingua di Camilleri. Di più e più interessante si dovrebbe poter leggere, in riedizione o in un sequel, dei convegni del “Mondo” sull’energia pubblica, e sulla chimica pubblica. Cui forse l’Eni non era estraneo. O sul progetto congiunto col gruppo “l’Espresso” nel 1971 per una catena di giornali locali, che poi sarà Finegil.
Qualche ritratto, qui prevenuto o non documentato, potrebbe aprire nuove vedute. Quello di Cuccia per esempio, che pure ben sapeva chi erano le famiglie che lui proteggeva. Un’altra curiosità è che, mettendo in fila gli scandali di cui l’Eni sarà protagonista, lo Scandalo petroli, l’Eni-Petromin e l’Enimont col “tangentone”, si trova sempre un possibile beneficiario, Andreotti, che finisce invece vendicatore. E comunque uno dei pochi – da Mani Pulite il solo – a uscirne indenne.
Su alcuni grandi temi di cui è stato protagonista Colitti, tutto sommato, trasvola - e già solo questo meriterebbe una continuazione. Uno è proprio la chimica: come e perché l’Italia ne è uscita, pur avendovi l’Eni profuso, attraverso Montedison, una notevole dose di capitale – un calcolo approssimativo dà nei venticinque anni a partire dal 1968 ventimila miliardi, ai valori del 1993, tra acquisti di quote, ricapitalizzazioni, acquisti onerosi di cespiti, fideiussioni e garanzie varie. È un settore di cui Colitti è stato, tra l’altro, protagonista in prima persona, da presidente di Ecofuel e Enichimica, e per gli accordi industriali con i sauditi. L’altra reticenza è sull’ecologia. Sul clamoroso fallimento dell’Eni (il progetto Tecneco), a fronte del partito degli assessori, e del partito degli ingegneri e architetti. Improvvisati cultori della materia, quando l’ambiente divenne la stella del sottogoverno, che sono riusciti a lasciare l’Italia dopo spese da capogiro senza acqua potabile, e con acque sporche ovunque, nei fiumi, nei laghi e nei mari, per non dire dell’aria. Mentre l’Europa, dalla Baviera alla Bretagna, si lustrava tutta, effettivamente “da bere”.
Marcello Colitti, Eni. Cronache dall’interno di un’azienda, Egea, pp. 270, €14
Colitti rivaluta Giorgio Bo, ministro dell’industria pubblica fino al 1968-69, all’acquisto di Montedison, e Cefis, che è molto migliore di chi l’ha svilito. Il terzomondismo di Mattei Colitti attribuisce a ragion veduta a Bo e Boldrini, il professore che fungeva da presidente dell’Eni. Cefis salvò l’Eni e ne fece il nocciolo di quello attuale. E aveva un progetto anche per Montedison, che non poté attuare perché Cuccia lo strangolò, il cane da guardia della vera razza padrona, le grandi famiglie che mai hanno cacciato un soldo d’investimento. Singolare il rovesciamento del giudizio tra i due: le frontiere della moralità sono mobili per l’imprenditore, il cui compito è assumersi dei rischi, in zone evidentemente non troppo comode, e il giudizio si basa sul coraggio e sui risultati. Notevolissima la chiave d’approccio a Mattei, personaggio che la morte improvvisa nel 1962 ha fissato a monumento di se stesso. Mattei, spiega Colitti, era un insofferente, un ribelle, “come tutti gli emigranti”.
Il racconto di Colitti si fa in larga parte da un posto d’osservazione eminente, a capo delle relazioni pubbliche dell’Ente negli anni Sessanta, erede di Giorgio Fuà e Giorgio Ruffolo. Un servizio che curiosamente ebbe una funzione centrale nell’Eni di Cefis, uomo alieno da qualsiasi politica dell’immagine, fungendo pure da antenna dell’Ente, da ufficio studi politico. Colitti ricorda pertinente il trascurato dossier pluriennale “Stampa e oro nero”, la raccolta imponente dei giornali italiani contro l’Eni (superò i venti volumi) – la teoria che Mattei fu ucciso dai francesi si basa sui virulenti articoli filofrancesi di Montanelli che ne precedettero la morte. Ma le relazioni pubbliche ebbero un ruolo centrale anche nell’orientare l’opinione sull’Eni proprio nei tempi difficili dopo la morte improvvisa di Mattei. Come su varie decisioni strategiche, fortunate e non. Sulla chimica, e quindi sulla Montedson. E nella scelta del gas, prateria aperta, in Russia prima e poi in Algeria, senza trascurare la Libia, l’Olanda e, senza successo, la Norvegia. Inoltre, portarono l’Eni in quegli anni a partner privilegiato dell’Opec nell’area sensibile degli studi e la programmazione - prima che gli Usa lanciassero, nel 1971-72, la campagna per l’aumento incontrollato dei prezzi, che poi avvenne a cavaliere della guerra arabo-israeliana del 1973.
C’è, vissuto e narrato in prima persona, il grande fallimento di Gela. Prefigurazione del fallimento più generale degli investimenti al Sud. E soprattutto di quello che sarebbe diventato quindici anni più tardi l’assetto della politica nazionale. Che nell’impresa pubblica vedrà solo il pubblico e niente dell’impresa. Non è il solo fallimento. C’è anche quello dell’approvvigionamento dell’Europa centrale, Austria, Svizzera e Baviera, cui troppe resistenze furono opposte da invidie nazionali locali. E naturalmente il disastro della chimica. C’è qualche conclusione. “Il capitalismo concorrenziale è un’invenzione degli economisti” – non per altro, è invenzione comoda per la pigrizia. O: “I borghesi non hanno altra fede se non nel danaro”. C’è l’incredibile superficialità di Donat Cattin, il ministro della crisi energetica e del piano nucleare. Fino allo scioglimento in tronco, un lunedì mattina, di tutto il servizio dello stesso Colitti, che in realtà era una direzione e qualcosa di più, centocinquanta funzionari e dirigenti, e altrettanto personale esecutivo. La vita delle aziende è fatta di cambiamenti, e l’Eni, intende dire Colitti, era ai tempi un’azienda, benché pubblica.
La memoria finisce con l’Eni tra i dossier che hanno corroso l’Italia, Ersatz della politica, della politica d’impresa, e della giustizia, dell’onestà, della moralità. Il capolavoro dell’Eni, l’accordo del 1978 con l’Arabia Saudita, a opera di Giorgio Mazzanti, che Colitti non ama, e di Carlo Sarchi, segna l’inizio della fine. L’Arabia Saudita dava il greggio a due dollari di meno del prezzo di mercato del greggio, uno sconto del 10 per cento, e ne assicurava la fornitura in anni di approvvigionamento difficile. In cambio di niente (in realtà di un sostegno diplomatico alla costruzione della moschea a Roma, che poi si fece, e mantiene i sauditi sempre ben disposti verso l’Italia). La lunga agonia durerà vent’anni: l’Eni è ridotto a recipiente per il malaffare politico, i salvataggi, la corruzione negli affari, l’ingestibile Egam, tutto insolvenze e corruzione, che la sinistra buttò sull’Eni, l’ingestibile Montedison. Fino alla resurrezione come star di Borsa, segno che i geni sono rimasti vivi.
Colitti parla di cose viste. Ricorda personaggi di valore che hanno lavorato con lui, Carlo Robustelli e Manlio Magini. Un giovane Enzo Scotti collaboratore di Giulio di Pastore. C’è Moro, ministro degli Esteri, completamente assente alla conferenza per l’energia di Washington del 1974, per la quale tante energie, è proprio il caso di dire, l’Eni aveva profuse. Le cronache delle assemblee Montedison danno una rappresentazione realistica della gaddiana “rendita ambrosiana”. Cuccia è liquidato per “la sua altezzosità e il suo stile mafioso”, e questo è parte del trionfalismo Eni, che resta forte anche nella disgrazia.
Il piglio narrativo è gradevole, e anche veritiero. “Eni” si legge come un giallo, come da copertina, e da insegna dell’Ente. È un viaggio zingaresco attraverso quarant’anni, dello stesso Ente e dell’Italia, con animo sgombro, con risultati incontestabili. È una “storia vera” nel senso di Luciano, dell’aneddoto contestualizzato e significante. In letteratura sarebbe un viaggio picaresco, ma il termine implica una giovane età che per molti non c’è più. O Colitti può sempre dirsi un giovane “settantino”, nella lingua di Camilleri. Di più e più interessante si dovrebbe poter leggere, in riedizione o in un sequel, dei convegni del “Mondo” sull’energia pubblica, e sulla chimica pubblica. Cui forse l’Eni non era estraneo. O sul progetto congiunto col gruppo “l’Espresso” nel 1971 per una catena di giornali locali, che poi sarà Finegil.
Qualche ritratto, qui prevenuto o non documentato, potrebbe aprire nuove vedute. Quello di Cuccia per esempio, che pure ben sapeva chi erano le famiglie che lui proteggeva. Un’altra curiosità è che, mettendo in fila gli scandali di cui l’Eni sarà protagonista, lo Scandalo petroli, l’Eni-Petromin e l’Enimont col “tangentone”, si trova sempre un possibile beneficiario, Andreotti, che finisce invece vendicatore. E comunque uno dei pochi – da Mani Pulite il solo – a uscirne indenne.
Su alcuni grandi temi di cui è stato protagonista Colitti, tutto sommato, trasvola - e già solo questo meriterebbe una continuazione. Uno è proprio la chimica: come e perché l’Italia ne è uscita, pur avendovi l’Eni profuso, attraverso Montedison, una notevole dose di capitale – un calcolo approssimativo dà nei venticinque anni a partire dal 1968 ventimila miliardi, ai valori del 1993, tra acquisti di quote, ricapitalizzazioni, acquisti onerosi di cespiti, fideiussioni e garanzie varie. È un settore di cui Colitti è stato, tra l’altro, protagonista in prima persona, da presidente di Ecofuel e Enichimica, e per gli accordi industriali con i sauditi. L’altra reticenza è sull’ecologia. Sul clamoroso fallimento dell’Eni (il progetto Tecneco), a fronte del partito degli assessori, e del partito degli ingegneri e architetti. Improvvisati cultori della materia, quando l’ambiente divenne la stella del sottogoverno, che sono riusciti a lasciare l’Italia dopo spese da capogiro senza acqua potabile, e con acque sporche ovunque, nei fiumi, nei laghi e nei mari, per non dire dell’aria. Mentre l’Europa, dalla Baviera alla Bretagna, si lustrava tutta, effettivamente “da bere”.
Marcello Colitti, Eni. Cronache dall’interno di un’azienda, Egea, pp. 270, €14
domenica 3 agosto 2008
Berlusconi scopofilo - 1
Dunque non sono le donne di famiglia a imporgli di raccomandare le attricette, per loro c’è un pomeriggio in agenda, una dietro l’altra, a palazzo Chigi. Nell’agenda affollata che Berlusconi ha con cura preparato ed esibito ai fotografi della sua giornata strapiena di cose da fare, ben tre ore sono prese nel pomeriggio da tre belle donne in cerca di ruolo. Se è l’agenda tipo, il capo del governo italiano rischia di emulare i presidenti francesi della Quarta Repubblica, che anch’essi non avevano null’altro da fare, e uno anzi sarebbe morto in piedi.
D’altra parte Berlusconi è “settantino”, direbbe Camilleri, è uomo d’esperienza, e palesemente esce indenne da queste giornate massacranti. L’ipotesi che si fa è dunque che ognuna delle attrici sia specializzata in ruoli differenti. Non necessariamente drammatici, con catarsi finale. O che l’illustre uomo di Stato sia uno scopofilo. Uno che ama guardare, naturalmente il bello. E che dopo una giornata di Scajola, Mauro Masi, Bossi, Ghedini e Previti, si rifaccia l’occhio. Anche per non passare la notte con gli incubi.
O forse vuole
dare ragione alla Guzzanti. Ma lì non c’è gara: non c’è nella destra di Berlusconi,
che anzi l’ha disinnescata, un centesimo della violenza di Sabrina Guzzanti, il
comico Grillo e il bieco Di Pietro a piazza Navona (c’era anche Nanni Moretti?).
Un ludibrio, soprattutto sessista. Guzzanti non deve avere tute le rotelle a posto, ma –
come di dice – gli opposti si tengono.
Berlusconi imprenditore, come ama ricordarsi, si sarebbe licenziato, avrebbe licenziato il presidente del consiglio che riceve le signorine in ufficio. È vero che dalle finestre dell’ufficio ha la visione a ogni ora del giorno della colonna Traiana, potente erezione. Ma l’orario di lavoro prevede solo piccole pause, per il caffé e la sigaretta. E palazzo Chigi ha anche belle finestre sul cortile interno.D’altra parte Berlusconi è “settantino”, direbbe Camilleri, è uomo d’esperienza, e palesemente esce indenne da queste giornate massacranti. L’ipotesi che si fa è dunque che ognuna delle attrici sia specializzata in ruoli differenti. Non necessariamente drammatici, con catarsi finale. O che l’illustre uomo di Stato sia uno scopofilo. Uno che ama guardare, naturalmente il bello. E che dopo una giornata di Scajola, Mauro Masi, Bossi, Ghedini e Previti, si rifaccia l’occhio. Anche per non passare la notte con gli incubi.
Tre Stati palestinesi?
Si voleva uno Stato palestinese, ce ne saranno due, uno in Ciosgiordania (Fatah) e uno a Gaza (Hamas) – più quello dei profughi in libano, ora concentrati nel Libano Sud, il vecchio progetto di una fascia demilitarizzata tra Israele e la Siria. Se uno Stato palestinese ci dev’essere, non potrà mai più essere unitario, benché frastagliato tra le colonie israeliani: due partiti, due gruppi di potere, due tribù si dividono quella che, sotto l’impero ottomano, era il popolo più moderno del Medio Oriente, e più pluralista, in religione e nella politica. Né c’è composizione possibile: il passaggio di Abu Mazen e dei suoi fedeli di Al Fatah da nemici acerrimi a protetti Israele, al punto di farsene scudo contro l’espulsione e lo sterminio, non lascia possibilità di ritorno. Il passaggio è ora fisico, di uomini e famiglie da un territorio all’altro.
Per Israele è un dato di fatto. Ci sono vantaggi e svantaggi, nella divisione palestinese, ma Israele non può impedire la guerra civile. In linea generale, si rafforza lo stato d’incertezza nel quale Israele ha vissuto nei suoi primi sessant’anni, ma anche questo non si è ancora deciso se va contro i suoi interessi o a favore.
La divisione palestinese dovrebbe però favorire il negoziato con la Siria. Nel quale, comunque vada, Israele non potrà non restituire il Golan. A questo punto, con i palestinesi divisi, potrebbe riprendere piede il vecchio progetto di una fascia demilitarizzata al confine nord di Israele, col Libano e il Golan. Se non addirittura di un’Autorità palestinese di frontiera, col Sud del Libano nella funzione che è ora della striscia ex egiziana di Gaza, di un’area di profughi elevata ad autorità statale.
Per Israele è un dato di fatto. Ci sono vantaggi e svantaggi, nella divisione palestinese, ma Israele non può impedire la guerra civile. In linea generale, si rafforza lo stato d’incertezza nel quale Israele ha vissuto nei suoi primi sessant’anni, ma anche questo non si è ancora deciso se va contro i suoi interessi o a favore.
La divisione palestinese dovrebbe però favorire il negoziato con la Siria. Nel quale, comunque vada, Israele non potrà non restituire il Golan. A questo punto, con i palestinesi divisi, potrebbe riprendere piede il vecchio progetto di una fascia demilitarizzata al confine nord di Israele, col Libano e il Golan. Se non addirittura di un’Autorità palestinese di frontiera, col Sud del Libano nella funzione che è ora della striscia ex egiziana di Gaza, di un’area di profughi elevata ad autorità statale.
Si rompe il fronte Usa-Pakistan
È presto per dirlo, per ora si espone solo la Cia. Ma il Pakistan non è più l’alleato fidato degli Stati Uniti nel centro Asia, qual è stato per sessant’anni, e più negli ultimi trentacinque, da Zia ul Haq in poi. Potrebbe anzi essere il vero nemico, benché non dichiarato. La guerra dei nervi tra la Cia e i servizi pakistani, con la false notizie su Osama e Zawahiri, di ritrovamenti, nascondigli improbabili (sul K 2…), malattie invalidanti, è da qualche tempo ostilità scoperta. La Cia ha fatto sospettare i servizi pakistani dell’assassinio di Benazir Bhutto, e ora li accusa di fomentare i kamikaze islamici contro le minoranze etniche e religiose in Pakistan.
L’uscita di scena di Musharraf ha probabilmente lasciato gli Usa senza un punto sicuro di riferimento. O l’America ha deciso di rivedere la politica filoislamica, che ha porta più benefici. Né nella lotta al terrorismo né nella pacificazione di Afghanistan e Iraq. La revisione potrebbe essere in linea con l’uscita di scena di Bush, che ha sempre protetto la relazione speciale con l’Arabia Saudita e col variegato fronte islamico. È anche un dato di fatto che l’India è ora parte stabile della globalizzazione o pax americana, dopo essere stata negli anni 1950-1960 un paese ostile, più vicino a Mosca, anche nella sua politica anticinese, che a Washington, che per questo aveva sviluppato relazioni strette col Pakistan.
L’uscita di scena di Musharraf ha probabilmente lasciato gli Usa senza un punto sicuro di riferimento. O l’America ha deciso di rivedere la politica filoislamica, che ha porta più benefici. Né nella lotta al terrorismo né nella pacificazione di Afghanistan e Iraq. La revisione potrebbe essere in linea con l’uscita di scena di Bush, che ha sempre protetto la relazione speciale con l’Arabia Saudita e col variegato fronte islamico. È anche un dato di fatto che l’India è ora parte stabile della globalizzazione o pax americana, dopo essere stata negli anni 1950-1960 un paese ostile, più vicino a Mosca, anche nella sua politica anticinese, che a Washington, che per questo aveva sviluppato relazioni strette col Pakistan.
Il mondo com'è (11)
astolfo
Anglofonia – L’epoca è ovviamente anglofona, nella lingua e nella letteratura (nei modelli, le strutture narrative, i generi, e nella produzione, l’immagine, le tecniche di vendita), nel linguaggio e negli stili di vita, nella pubblicità, nel cinema, nella musica. Lo è anche quando si vuole il suo contrario, no global. Lo è in qualsiasi espressione anglofona, dagli Usa alla Cina di Hong Kong, Singapore e Londra, all’India, e anche allofona.
La globalizzazione linguistica è pro tempore, parte delle oscillazioni del gusto? Già pregiudicata dal rifiuto no global? No, l’opposizione integra in questo caso il dominio – è un no che la stessa globalizzazione si costruisce. Il dominio è lì per durare, poiché fissa un’epoca radicalmente diversa, in cui l’Europa, che faceva la storia, d’improvviso si eclissa.
È la liberazione dalla teutonicità, febbrile quanto inconcludente, che fu l’acme, per quanto prolungato, del nazionalismo, dell’ideologia dei primati nazionali, nel disegno vittoriano prima, e poi tedesco. Brillante nelle soluzioni tecniche, la Germania si è perduta – e ci ha perduto – nella coscienza politica, la coscienza di sé. Dietro una serie d’invenzioni assurde. Per ultimo si è persa nell’“impolititicità”, l’assurdo odio contro l’“anglosassone”. Che, per quanto anch’esso inventato, si è rivelato ben più consistente dell’“ariano”. Il senso acuto di debolezza e inconsistenza dell’Europa deriva da questo ritardo, a riprendere, dopo due secoli e mezzo di vaniloqui, la sua ultima filosofia. Che fu scozzese.
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Borghesia – È elusiva. Si è difesa, bene, grazie a Marx che l’ha messa in guardia (ma i sovietici erano proprio bestie), ma è sempre stata inconsistente. Come “valori”, come blocco politico, come opinione pubblica.
Marx l’ha compattata e magnificata, come sempre fanno gli agenti provocatori, ingigantire il nemico, e questo è tutta la storia. Che, se è finita, è perché è la fine della borghesia.
Che cosa sarebbe la borghesia? Il profitto? La peggiore – la più dura – borghesia è dove non c’è profitto. Nemmeno l’avidità la connota, il colonialismo lavorava in perdita netta. Nessuno dei valori che s’è inventati e nei quali si crogiola è consistente: il sacrificio, l’applicazione, l’onore, l’innovazione.
Femminismo – C’è più donna nella letteratura maschile, anche in quella frivola di Fine Secolo (Ottocento), sulla sua psicologia, le attitudini, i languori, la procreazione, la famiglia, l’avventura, la stessa liberazione, che in quella femminile e femminista odierna. Dove anzi c’è una sola donna, nevrotica. Che la sua nevrosi coltiva, figurativamente ed effettualmente, attorno alla sua differenza, che uso farne.
Francia – La stabilità del francese è eccezionale: si scrive oggi come si scriveva nel Settecento – si scriveva nel Settecento come si scrive oggi. Immutabile è allora, con i suoi linguaggi, anche la società in questi tre secoli. Malgrado le guerre e le rivoluzioni.
La stabilità non può essere sociale. Ma certo è intellettuale. Un’eccezionalità, quindi, da fare paura, l’immobilità
Medio Oriente – È doppio e triplo. Per natura? Per convenienza? Per pigrizia?
Israele s’intende con Hamas. E perché non dovrebbe? S’è intesa anche con Arafat. Ci sono dei dati di fatto anche nel Medio Oriente, e uno di questi è dare un qualche posto ai palestinesi, non si possono cacciare e via.
Ma è vero che l’invenzione supera sempre la realtà, e che quindi quell’area va guardata a distanza. Il che non vuol dire con minore preoccupazione, ma anzi, se possibile, con più preoccupazione. Perché, senza scadere nel complottismo, davvero parecchi punti stonano.
Così c’è il re di Bahrein che manda ambasciatore all’Onu una signora ebrea. Che era anzi deputata, per la minoranza ebraica, al suo Parlamento. E che l’emiro si è andata a cercare, non c’è minoranza ebraica in Bahrein.
Re del Bahrein suona bene. È un titolo nuovo, e non da poco: nella penisola arabica solo i discendenti di Saud sono stati re finora, gli altri erano emiri. Quello di Bahrein è riuscito nell’impresa perché deve guardarsi dalle pretese degli ayatollah: Teheran ha scoperto che una volta Bahrein era soggetta al suo scià. E anche il filosemitismo fa parte della stessa strategia di difesa - la diplomazia nel mondo islamico è sempre molto complessa.
Il Qatar ha una bellissima, colta e intelligente emira. Un personaggio amato da Milano, che essa ama, per gli stilisti e l’opera. Suo marito ha fatto un golpe contro il proprio padre per aprire nell’emirato una base americana, la più grande. Poi ha aperto pure Al Jazeera, una televisione che più antiamericana non si può. Dove arrivano invariabilmente a cadenza, in esclusiva, i video di Osama. Dato per rifugiato ultimamente sul K 2 - dunque i video arrivano nel Qatar con gli sherpa.
E chi sono gli hezbollah libanesi? Sono armati dalla Siria, e finanziati dall’Iran? E combattono Israele o il Libano? Israele ora protegge Fatah, gli ex di Arafat, contro Hamas: li aiuta a trasmigrare in Cisgiordania. Si voleva uno Stato palestinese, ce ne saranno ben due. Com’è vero che non c’è peggior nemico degli arabi che gli arabi stessi. Erano i palestinesi il popolo più moderno dell’impero ottomano, per cultura, sensibilità, pluralità religiosa e sociale.
A Teheran gli ayatollah fanno mancare ogni giorno la luce. Per due ore ogni giorno, ma anche per sei e per otto. È estate, e non ci sono picchi nei consumi. Semplicemente, dicono i preti, non possiamo avere l’elettricità di cui abbiamo bisogno perché ci impediscono di farci le centrali nucleari. Uno. E due: è l’effetto dell’embargo che l’America ci ha imposto. Gli iraniani naturalmente non ci credono. Il paese ha il petrolio e il gas (non sfruttato, nel Golfo) per costruirsi tutte le centrali di cui ha bisogno. Ma la prendono con filosofia: già una volta hanno protestato, contro lo scià, e sono finiti nelle braccia degli ayatollah.
Multiculturalismo – È etnico: è occidentale.
È propositivo e non difensivo, come può sembrare. Così è risentito dalle altre culture cui l’Occidente lo propone, insieme con i discorsi unitari, e gli obblighi civili e sociali: le culture asiatiche, le islamiche, perfino le indigeniste dell’America. Per un pregiudizio politico ma anche per la sua specifità: è un secondo grado dell’assimilazione. L’assimilazione è stata rigettata da ebrei e arabi, e dagli iraniani, gli stessi turchi, in quanto comporta la perdita dell’identità, ma anche il multiculturalismo comporta una perdita dell’identità.
È offerta generosa nelle intenzioni ma confusa. Vuole superare lo sviluppo separato, essendosi questo imbucato nell’apartheid razzista. Ma provoca il contrario di ciò che si propone. Per esempio nella Chiesa, che fa di tutto per far dimenticare chi è: adotta gestualità africane, letture protestanti, e i miti pagani, della luce, il sangue, la numerologia.
Occidente – Ha creato il primo standard mondiale nella storia in fatto di attitudini mentali, valori sociali e stili di vita. In una fase calante, o per la prima volta non aggressiva, della sua storia.
È poco, è molto? È il sistema dell’arricchimento mediante la produzione e la vendita allargate, e dello sviluppo materiale delle condizioni di vita, del capitalismo.
Sinistra-destra – È la sinistra che fa la destra, moralista, decadente, ipocrita. La sinistra è tale se è vera, giusta, progettuale.
L’avvento della destra in Europa è conseguente al crollo del sovietismo, la menzogna suprema. Ma prospera perché quella malattia si riproduce, seppure in forme meno acute.
Una di esse è la certezza di possedere il potere e insieme la verità, per l’illusione dell’egemonia culturale. Un’illusione che se fa sorridere negli storici, che il mestiere stesso vuole incartapecoriti invece che stimolanti (critici), sorprende negli economisti e i sociologi. Il conformismo del nulla. Perché le novità degli ultimi trent’anni – la cultura viva, il riformismo – sono liberali, individualistiche, e quindi di destra.
Anglofonia – L’epoca è ovviamente anglofona, nella lingua e nella letteratura (nei modelli, le strutture narrative, i generi, e nella produzione, l’immagine, le tecniche di vendita), nel linguaggio e negli stili di vita, nella pubblicità, nel cinema, nella musica. Lo è anche quando si vuole il suo contrario, no global. Lo è in qualsiasi espressione anglofona, dagli Usa alla Cina di Hong Kong, Singapore e Londra, all’India, e anche allofona.
La globalizzazione linguistica è pro tempore, parte delle oscillazioni del gusto? Già pregiudicata dal rifiuto no global? No, l’opposizione integra in questo caso il dominio – è un no che la stessa globalizzazione si costruisce. Il dominio è lì per durare, poiché fissa un’epoca radicalmente diversa, in cui l’Europa, che faceva la storia, d’improvviso si eclissa.
È la liberazione dalla teutonicità, febbrile quanto inconcludente, che fu l’acme, per quanto prolungato, del nazionalismo, dell’ideologia dei primati nazionali, nel disegno vittoriano prima, e poi tedesco. Brillante nelle soluzioni tecniche, la Germania si è perduta – e ci ha perduto – nella coscienza politica, la coscienza di sé. Dietro una serie d’invenzioni assurde. Per ultimo si è persa nell’“impolititicità”, l’assurdo odio contro l’“anglosassone”. Che, per quanto anch’esso inventato, si è rivelato ben più consistente dell’“ariano”. Il senso acuto di debolezza e inconsistenza dell’Europa deriva da questo ritardo, a riprendere, dopo due secoli e mezzo di vaniloqui, la sua ultima filosofia. Che fu scozzese.
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Borghesia – È elusiva. Si è difesa, bene, grazie a Marx che l’ha messa in guardia (ma i sovietici erano proprio bestie), ma è sempre stata inconsistente. Come “valori”, come blocco politico, come opinione pubblica.
Marx l’ha compattata e magnificata, come sempre fanno gli agenti provocatori, ingigantire il nemico, e questo è tutta la storia. Che, se è finita, è perché è la fine della borghesia.
Che cosa sarebbe la borghesia? Il profitto? La peggiore – la più dura – borghesia è dove non c’è profitto. Nemmeno l’avidità la connota, il colonialismo lavorava in perdita netta. Nessuno dei valori che s’è inventati e nei quali si crogiola è consistente: il sacrificio, l’applicazione, l’onore, l’innovazione.
Femminismo – C’è più donna nella letteratura maschile, anche in quella frivola di Fine Secolo (Ottocento), sulla sua psicologia, le attitudini, i languori, la procreazione, la famiglia, l’avventura, la stessa liberazione, che in quella femminile e femminista odierna. Dove anzi c’è una sola donna, nevrotica. Che la sua nevrosi coltiva, figurativamente ed effettualmente, attorno alla sua differenza, che uso farne.
Francia – La stabilità del francese è eccezionale: si scrive oggi come si scriveva nel Settecento – si scriveva nel Settecento come si scrive oggi. Immutabile è allora, con i suoi linguaggi, anche la società in questi tre secoli. Malgrado le guerre e le rivoluzioni.
La stabilità non può essere sociale. Ma certo è intellettuale. Un’eccezionalità, quindi, da fare paura, l’immobilità
Medio Oriente – È doppio e triplo. Per natura? Per convenienza? Per pigrizia?
Israele s’intende con Hamas. E perché non dovrebbe? S’è intesa anche con Arafat. Ci sono dei dati di fatto anche nel Medio Oriente, e uno di questi è dare un qualche posto ai palestinesi, non si possono cacciare e via.
Ma è vero che l’invenzione supera sempre la realtà, e che quindi quell’area va guardata a distanza. Il che non vuol dire con minore preoccupazione, ma anzi, se possibile, con più preoccupazione. Perché, senza scadere nel complottismo, davvero parecchi punti stonano.
Così c’è il re di Bahrein che manda ambasciatore all’Onu una signora ebrea. Che era anzi deputata, per la minoranza ebraica, al suo Parlamento. E che l’emiro si è andata a cercare, non c’è minoranza ebraica in Bahrein.
Re del Bahrein suona bene. È un titolo nuovo, e non da poco: nella penisola arabica solo i discendenti di Saud sono stati re finora, gli altri erano emiri. Quello di Bahrein è riuscito nell’impresa perché deve guardarsi dalle pretese degli ayatollah: Teheran ha scoperto che una volta Bahrein era soggetta al suo scià. E anche il filosemitismo fa parte della stessa strategia di difesa - la diplomazia nel mondo islamico è sempre molto complessa.
Il Qatar ha una bellissima, colta e intelligente emira. Un personaggio amato da Milano, che essa ama, per gli stilisti e l’opera. Suo marito ha fatto un golpe contro il proprio padre per aprire nell’emirato una base americana, la più grande. Poi ha aperto pure Al Jazeera, una televisione che più antiamericana non si può. Dove arrivano invariabilmente a cadenza, in esclusiva, i video di Osama. Dato per rifugiato ultimamente sul K 2 - dunque i video arrivano nel Qatar con gli sherpa.
E chi sono gli hezbollah libanesi? Sono armati dalla Siria, e finanziati dall’Iran? E combattono Israele o il Libano? Israele ora protegge Fatah, gli ex di Arafat, contro Hamas: li aiuta a trasmigrare in Cisgiordania. Si voleva uno Stato palestinese, ce ne saranno ben due. Com’è vero che non c’è peggior nemico degli arabi che gli arabi stessi. Erano i palestinesi il popolo più moderno dell’impero ottomano, per cultura, sensibilità, pluralità religiosa e sociale.
A Teheran gli ayatollah fanno mancare ogni giorno la luce. Per due ore ogni giorno, ma anche per sei e per otto. È estate, e non ci sono picchi nei consumi. Semplicemente, dicono i preti, non possiamo avere l’elettricità di cui abbiamo bisogno perché ci impediscono di farci le centrali nucleari. Uno. E due: è l’effetto dell’embargo che l’America ci ha imposto. Gli iraniani naturalmente non ci credono. Il paese ha il petrolio e il gas (non sfruttato, nel Golfo) per costruirsi tutte le centrali di cui ha bisogno. Ma la prendono con filosofia: già una volta hanno protestato, contro lo scià, e sono finiti nelle braccia degli ayatollah.
Multiculturalismo – È etnico: è occidentale.
È propositivo e non difensivo, come può sembrare. Così è risentito dalle altre culture cui l’Occidente lo propone, insieme con i discorsi unitari, e gli obblighi civili e sociali: le culture asiatiche, le islamiche, perfino le indigeniste dell’America. Per un pregiudizio politico ma anche per la sua specifità: è un secondo grado dell’assimilazione. L’assimilazione è stata rigettata da ebrei e arabi, e dagli iraniani, gli stessi turchi, in quanto comporta la perdita dell’identità, ma anche il multiculturalismo comporta una perdita dell’identità.
È offerta generosa nelle intenzioni ma confusa. Vuole superare lo sviluppo separato, essendosi questo imbucato nell’apartheid razzista. Ma provoca il contrario di ciò che si propone. Per esempio nella Chiesa, che fa di tutto per far dimenticare chi è: adotta gestualità africane, letture protestanti, e i miti pagani, della luce, il sangue, la numerologia.
Occidente – Ha creato il primo standard mondiale nella storia in fatto di attitudini mentali, valori sociali e stili di vita. In una fase calante, o per la prima volta non aggressiva, della sua storia.
È poco, è molto? È il sistema dell’arricchimento mediante la produzione e la vendita allargate, e dello sviluppo materiale delle condizioni di vita, del capitalismo.
Sinistra-destra – È la sinistra che fa la destra, moralista, decadente, ipocrita. La sinistra è tale se è vera, giusta, progettuale.
L’avvento della destra in Europa è conseguente al crollo del sovietismo, la menzogna suprema. Ma prospera perché quella malattia si riproduce, seppure in forme meno acute.
Una di esse è la certezza di possedere il potere e insieme la verità, per l’illusione dell’egemonia culturale. Un’illusione che se fa sorridere negli storici, che il mestiere stesso vuole incartapecoriti invece che stimolanti (critici), sorprende negli economisti e i sociologi. Il conformismo del nulla. Perché le novità degli ultimi trent’anni – la cultura viva, il riformismo – sono liberali, individualistiche, e quindi di destra.
mercoledì 30 luglio 2008
Problemi di base (3)
Perché la professoressa Gelmini non porta il grembiule?
Piazza Navona: è meglio Grillo o Di Pietro? Sabina certamente, sa di che parla.
Perché Dio ha la barba e il papa no?
Perché i clandestini dall’Africa non sbarcano a Gibilterra?
Perché i giudici italiani non fanno i giudici?
Perché gli inglesi sono sempre stati infami con gli irlandesi?
Chi ha dato alla Rai, alla vigilia dell’attacco alla Juventus e alla Nazionale, il video di Cannavaro che “si drogava”?
Perché la Rai ha ripetutamente mostrato quel video, sicuramente apocrifo?
Perché non si fa un Bovary uomo?
Cosa fa l’analista quando va a letto? Con la luce accesa e con la luce spenta.
Piazza Navona: è meglio Grillo o Di Pietro? Sabina certamente, sa di che parla.
Perché Dio ha la barba e il papa no?
Perché i clandestini dall’Africa non sbarcano a Gibilterra?
Perché i giudici italiani non fanno i giudici?
Perché gli inglesi sono sempre stati infami con gli irlandesi?
Chi ha dato alla Rai, alla vigilia dell’attacco alla Juventus e alla Nazionale, il video di Cannavaro che “si drogava”?
Perché la Rai ha ripetutamente mostrato quel video, sicuramente apocrifo?
Perché non si fa un Bovary uomo?
Cosa fa l’analista quando va a letto? Con la luce accesa e con la luce spenta.
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