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venerdì 19 settembre 2008

Camorra crudele contro tutti i paradigmi

La strage di Castelvolturno conferma molte evidenze disattese dei fenomeni di mafia, nonché la disinformazione (i morti sono sei o sette, sono nigeriani o ghanaiani, sono appena arrivati o vecchi residenti?), l’approssimazione (sono spacciatori, trafficanti, magnaccia? non sono la stessa cosa), l’irrilevanza degli apparati repressivi, per impotenza, incapacità, menefreghismo, burocraticismo, basta sentire il questore o il prefetto. Queste cose però si sanno. Non si dicono – c’entra pure la superficialità dei media, ma tutti le “sanno”.
L’evidenza che sconvolge i paradigmi mafiosi ha almeno tre aspetti:
1) Le mafie non hanno – sono – il controllo del territorio. Che ci fanno tanti “negri” in casa della camorra, lontani migliaia di chilometri dalla loro casa e da ogni organizzazione, se non sono, come evidentemente non sono, killer o gente di fatica? Prima dei neri gli albanesi sono stati sparati, anch’essi a caso. Si spara a caso non per dare una lezione al mondo, ma per riaffermare la propria presenza. Il kalashnikof attesta la mancanza del controllo.
2) Tra le mafie ci saranno convegni ma non ci sono concertazioni, e tanto meno votazioni, come nell’infame letteratura della mafia siciliana dopo “Il Padrino”. L’unica argomentazione è il piombo.
3) Le polizie sono inette. Non tanto per Castelvolturno, se è stata una sparatoria selvaggia nel mucchio. Ma non solo non sanno chi sono i morti, non sapevano che giravano armi e gruppi di fuoco da carneficina, contro gli albanesi come contro gli africani. Le mafie più deboli, quelle immigrate, senza basi, senza logistica, senza le asserite coperture, di albanesi, slavi, rumeni, rom, nigeriani, ghanaiani, cinesi, sono ignote. Di essi non potendosi nemmeno dire che li protegge l’omertà.
Ranieri Barbacciani-Fedeli, Saggio storico dell’antica e moderna Versilia, Libreria Giannelli, Forte dei Marmi, pp.321 + XC, € 10

Il patetico del romantico in Heidegger

È in questi due “racconti” di un incontro, pubblicati nel 1958 e nel 1961, che Guitton, il filosofo cattolico della Sorbona, allievo di Bergson e maestro di Althusser, accademico, amico di Giovanni XXIII e Paolo VI ma germanofilo, pensatore con uso di mondo, mette Heidegger in prospettiva: Franz Brentano da una parte, il maestro di Husserl, catalogatore degli Enti in Aristotele, e dall’altro la poesia, col patetico del romantico.
La prefazione di Riccardo De Benedetti è più vivace, che repertoria un “nuovo genere letterario, il «ritratto di filosofo in foresta»”. Ma per demolire la pubblicazione insieme con lo Heidegger nazista. Rendendo inavvertitamente inutile, e anzi demolendo, forte dei feroci Löwith e Bernhard, delle rudi biografie di Ott, Farias, Faye, nonché certo della nudità costernante degli epistolari con la moglie Elfride e le amanti Arendt e Blochmann, la splendida riverente lettura che il visitatore ne fa. Forse l’Olocausto va situato nella storia, e non tutta la storia rifatta dall’Olocausto.
I 108 volumi del tutto Heidegger sono qui, nello “splendore del linguaggio”, il guizzo guittoniano: “Se c’è verità nella esegesi di Heidegger, è di dare un nuovo significato all’apparenza, a quel «sembra che», quel dokein così frequente nei greci, e al quale noi lasciamo a torto il significato ristretto di «ombra», «riflesso», illusione, mentre ciò che appare è il vapore umido, il fiato, che avvolge l’essere – la sua irradiazione e, come dice la Sapienza della Bibbia greca, il suo splendore”. La “visita” si risolve nella biblioteca. Con i greci “senza l’involucro delle glosse”, l’Iliade, Sofocle, Pindaro, Eschilo, “Saffo perfino”. E con tanta poesia, francese e tedesca, Valéry, Nerval, Baudelaire, Mallarmé, Novalis, Rilke, George e, troneggiante in edizione di lusso, Hölderlin – senza Goethe. Erano gli anni di "Eraclito", anche se Guitton non lo menziona, del seminario con Fink così pieno di "vapori" e patetismi.
Del filosofo l’immagine di Guitton è più veritiera, benché l’uomo fosse del suo tempo e certo nazista. Nel suo dialogo diretto con i greci, con l’ambizione di “scoprire i greci prima di Platone”. Perché i presocratici egli – e Guitton, e la filosofia europea – ritiene l’inizio, il “sorgere delle cose e del pensiero strettamente uniti”. Se c’è da fare un’obiezione è a questa alba. A una filologia corta, eurocentrica - un tempo si sarebbe detto occidentale.
Jean Guitton, Visita a Heidegger, Medusa, pp. 60. € 8.

Quando il “Sud” era al Nord

Non fosse per i luoghi, le donne che popolano questo libro e ciò che dicono si direbbe che vengono da un altro mondo.
“Allora per sposarsi usava «scappare», perché c’era miseria”. Il matrimonio si poteva così celebrare di mattina presto, senza vestito bianco, seguito da una bevuta per i soli familiari.
“Quando i due giovani ricevevano il benestare della famiglia, gli era permesso di «fare l’amore» a distanza: lei alla finestra e lui a passeggiare sotto, su e giù nella strada”.
“Quando una ragazza, pur se ignorante o ingenua, restava incinta ed era rifiutata dal suo s seduttore, tutte le colpe si riversavano su di lei. Ma il danno maggiore, all’epoca, ricadeva sulle spalle dei genitori e dell’intera famiglia. Tutta la famiglia era disonorata”.
Ma non è il “profondo Sud”. Sono le donne del Forno e degli altri paesi sopra Massa e sotto le Apuane, in tragica necessaria diaspora attraverso i monti con la Garfagnana e l’Appennino tosco-emiliano negli anni della fame, tra il 1943 e il 1946, per cercare la farina di castagne, l’unico nutrimento, che si raccontano. Tanti stilemi del Sud sono quelli della vita isolata, comunque povera, più spesso di montagna, della storia italiana fino a prima del boom. C’è anche l’omertà, “una componente molto diffusa tra la gente di montagna”, avvertono le autrici: “Sapevamo tutto di tutti, anche di faccende intime. Questo è un aspetto che ancora oggi è rimasto nei paesi di montagna. Però, se c’era da tenere un segreto, le bocche erano veramente cucite”.
Si conferma senza intenzione, nel fatto, che il “Sud” è una maniera. Un’invenzione, non benevola, benché a opera di storici e sociologi meridionali o meridionaleggianti: storie non documentate, sociologia d’accatto. Le testimonianze di questa raccolta si collocano peraltro in un assetto familiare e sociale distintamente, malgrado la fatica, la figliolanza, il matrimonio più o meno forzato, matriarcale. Mentre il “Sud” è ancora alla dipendenza, benché le sue donne abbiano vinto il referendum per il divorzio già nel lontano 1974, dopo avere imposto per secoli ai maschi il delitto d'onore e le faide – il “Sud” è all'evidenza una cattiva azione.
Quanto alla ricerca che ha impegnato Anna Maria Fruzzetti e Rossana Landini, è solida opera di storia orale. Un lampo documentando, con competenza narrativa e abilità, di Alberto Savinio in un articolo per il "Corriere della sera" del 26 agosto 1949 ("Senza mare davanti l'intelligenza non camina"): "Qui, sulle spiagge della Versilia, terminata la guerra, la gente non aveva lavoro, non aveva da mangiare, ma il mare l'aveva ancora: e si misero a fare sale". Al mare, di notte, al caldo e al freddo, malvestiti o non vestiti, bruciavano tutto ciò che si poteva bruciare (anche le imposte della casa di Savinio al Poveromo) e bollendo l'acqua di mare ne ricavano un po' di sale, che con traversate a piedi di due e tre giorni, anche al gelo, fino alla Garfagnana scambiavano con la farina di castagno, che era l'unico alimento.
Anna Maria Fruzzetti, con Rossana Lazzini, Maria ha detto sì… Le donne si raccontano, Memoranda, pp.104, € 13

Alitalia e il governo controriformista

È una scommessa contro il banco, il governo: non c’è ipocrisia nella vicenda Alitalia, ognuno gioca scopertamente. Il personale di volo Alitalia è sempre lo stesso, un pezzo di Stato, inefficiente e strafottente, burocrati sicuri del posto. Mentre la Cgil di Epifani, che non è rappresentata in Alitalia, dichiara scopertamente il suo scopo. Gli acquirenti non hanno nulla da cedere nella trattativa, e qualcuno anzi crede ora sul serio che l’azienda è un bidone. Tocca dunque al governo fare concessioni: accollarsi ulteriori costi del salvataggio, con migliori ammortizzatori e altri reinserimenti.
Si tratta solo di trovare la maniera per farlo indolore. Né gli acquirenti né i sindacati che erano pronti alla firma firmeranno nulla di diverso. Anche il governo avrà problemi a giustificare ulteriori esborsi, di fronte all’opinione e alla Ue. Ci sarà quindi la solita partita di lana caprina. Ma l’esito politico è già chiaro: è una palla alzata a favore di Berlusconi e contro la riforma della Pubblica Amministrazione.
L’eterno furbo Colaninno potrebbe ancora scartare. Ma non più di quanto ha già fatto nel gioco di specchi con la Cgil: resterebbe allora fuori da tutti i giochi, con la Vespa che non riesce a rilanciare. I Colaninno sono in corsa per accreditarsi gli imprenditori principi della sinistra, essendo finito evidentemente il credito acquisito dieci anni fa con l’insider su Telecom. Ma nessun partito vorrà essere sponsor di un plurifallimento. Né le banche amiche potrebbero sostenerlo una terza volta, se con Alitalia fa il bis di Telecom. E d'altra parte i Colaninno non sono un asset politico, il miracolo di Telecom è irripetibile.
Epifani si difende con eleganza: non potevamo firmare contro i piloti e il personale di volo. Ma è la stessa cosa che difendere i “fannulloni” statali - gli abusi del personale di volo Alitalia non sono nient’altro: guardando in tv le spensierate hostess che sghignazzano mentre i licenziati della Lehman impacchettano mesti a non pochi sarà venuta la revulsione, se non erano clienti Alitalia. Anche per questo il referente politico di Epifani, Veltroni, si defila in America. La partita politica è stata già giocata d’anticipo da Berlusconi con l’accusa del tanto peggio tanto meglio. E quando gli scansafatiche Alitalia avranno ottenuto il quid in più per la loro spensieratezza, il punto sarà suo.
È bensì vero che, non lasciando fallire Alitalia, Berlusconi avrà perduto d’anticipo la partita per l’efficienza della Pubblica Amministrazione. Che non è da poco: il riformista Brunetta è, dopo l’abolizione dell’Ici, la prima fonte di popolarità del governo, più delle intemperanti Gelmini e Carfagna. Ma non è detto che questo governo debba essere riformista - se non per gli ex socialisti, uno dei quali è Brunetta. Il governo è stato votato ed è popolare per essere controriformista – ma anche Epifani allora lo è.

Ombre - 5

Le banche centrali occidentali mettono giovedì 18 duecento miliardi in Borsa, il governo americano annuncia un fondo di solide obbligazioni del Tesoro contro i debiti emergenti della speculazione a lungo termine sui mutui, le Borse reagiscono con rimbalzi del 4 e 5 per cento. Ma tutto questo non fa notizia per i telegiornali e la stampa. In aggiunta all’Alitalia, hanno altri argomenti di maggiore interesse: i sans papiers alla Tour Eiffel, la Guzzanti, Mediobanca. Il “Corriere della sera”, che per la crisi finanziaria ha una pagina interna, per la governance di Mediobanca ne ha due e mezza.

Uccide la propria bambina con un colpo alla nuca. Dopo averla presa a scuola, portata in un parco, e averla fatta inginocchiare. Poi la chiude nel bagagliaio dell’auto. Per una forma, si dice, di depressione.
Si parla di depressione per avere cancellato la categoria della follia. La quale ha certo provocato la follia dei manicomi. Ma consentiva di controllare e anche prevenire la violenza. La categoria andava quindi riformata e non abolita. Ma la psichiatria trova più comoda la depressione: la avvicina alla terapia soft, analitica, e apre un big business.

Giovanna Marini fa un concerto sabato 20 a Massa, con la bamda popolare della scuola di musica di Testaccio, la prima del genere, ha già trent’anni, al teatro comunale Guglielmi, gratuito. “La Nazione” di Massa ne parla, “Il Tirreno” no, il quotidiano impegnato. Ha cinque pagine di cronaca di Massa, e altre cinque, che non sa come riempire, di spettacoli, ma niente. Giovanna Marini è di Rifondazione? O è democratica dissidente? Il sindaco di Massa Pucci, cui il teatro Guglielmi fa capo, è anch’egli un dissidente, si è fatto eleggere contro il candidato ufficiale del Partito.

Il premio Forte dei Marmi va quest’anno a Michele Santoro per “Annozero”. È un premo alla satira. È “Annozero” televisione satirica?
Il premio si festeggia alla Capannina di Franceschi, luogo di ritrovo delle figlie della buona borghesia.

Si arrestano in Toscana e amministratori comunali e imprenditori della segnaletica stradale. Che d’accordo, e a percentuale, tarano difettosamente gli autovelox e i semafori T-Red. Per “tassare” gli automobilisti. Non di poco: i comuni interessati fanno “fatturati” di milioni di euro con un solo autovelox o un T-Red, l’anno.
Ma non è tutto. “Il Tirreno” non dice di che colore sono le giunte incriminate – di sinistra.

Da Lido di Camaiore a Marina di Massa, una trentina di chilometri, il lungomare è servito ai due lati da larghe piste ciclabili, ben pavimentate, ben segnalate e protette. Ma i ciclisti vanno tutti sulla strada. Tutti no, quattro su cinque, escluse cioè le mamme coi bambini.

Viene D’Alema a Carrara, al festival Con-vivere, dove la folla riempie il corso Rosselli per ascoltarlo, e troneggia. Schernisce, sghignazza, dice la sua con degnazione. Non è un caso, è suo vezzo costante, da Floris, o da Vespa. Come se avesse vinto lui nel 1998, nel 2000, nel 2001, nel 2006, nel 2008. Con la sua superiore cognizione di tutto, degli elettori e degli affari internazionali, la speculazione delle banche, il Libano e l’Iran, Gheddafi e Osama. Dove trova tanta sicumera? Nel centralismo democratico: sono il capo e quindi il migliore.
Anche quella folla che non lascia la sedia nel viale malgrado i reumatismi: vuol’essere confermata, che il capo ha sempre ragione.

L’europarlamentare Donnici presenta a Strasburgo un’interrogazione contro la giunta Loiero alla Regione Calabria, che spende otto milioni come sponsor delle Nazionali di calcio fino al 2010, e si merita per questo mezza pagina del “Corriere della sera”. L’onorevole cosentino, dell’Italia dei valori, ex della lista Occhetto, ha dei conti da regolare col suo schieramento, quello di Loiero, la sua denuncia della Regione Calabria alla Commissione europea può non stupire. Ma il “Corriere della sera”?
Al Sud non succede niente che non faccia scandalo grave. Anche se il denunciante è l’onorevole Donnici.

Il ”Corriere della sera” impagina domenica 7 il “travaglio di Epifani” attorno a due modelle che sembrano manichini. È la stessa impressione che dà l’amletico segretario della Cgil, confrontato dal legame salario-produttività. La Cgil non è contro, la Cgil è realista, moderna, eccetera. Ma che una parte del salario sia legato alla produttività, e magari detassato, e ogni lavoratore ci ambisca, questo no: dove finisce allora il controllo del sindacato sul lavoratore? Perché di questo si tratta, a questo s’è ridotta la Cgil.

Lady Ciccone, Madonna Ciccone, “Repubblica” e “Corriere” e “Messaggero” fanno a gara nell’esibire per la star la connotazione diminutiva, di figlia di emigranti, per di più meridionali. Non per la concorrenza, perché tutti i giornali ne magnificano il concerto, danno indicazioni per gli accessi, trovano i biglietti esauriti. Disprezzo della donna? Sì – quanta passione invece per Celentano, negli stessi giornali negli stessi giorni. Ma a opera di giornaliste femmine. Disprezzo per l’emigrazione pulciosa del Sud. Certo, ma a opera magari di giornalisti meridionali. È la stupidità che regge l’Italia. Che se cerca un primato ce l’ha: è la democrazia totalitaria della stupidità, che sempre è violenta. Non la superficialità: proprio la cattiveria degli straccioni.

Tutto ok, è il salvataggio della speculazione

A questo punto ce n’è per tutti, c’è anche un modesto dividendo, e la crisi della banche Usa può svoltare. I 200 miliardi del fondo delle banche centrali e le nazionalizzazioni negli Usa coprono le aree di crisi, accrescendo anzi la liquidità. In un mercato che, malgrado oltre un anno di crisi, è sempre liquido. Il banco potrebbe aver pagato a sufficienza per colmare i giocatori, se la finanza è, come dicono i suoi protagonisti, un casinò.
Il rilancio delle Borse è una dichiarazione di volontà, più che un sintomo: i mercati dicono che intendono giocare ora al rialzo. Di questo non c’è da fidarsi. Ma nelle nazionalizzazioni americane, del colosso assicurativo Aig compreso, in Italia si direbbero salvataggi, e nel fallimento Lehman c’è pure molto di solido, soldi buoni che si prendono a poco prezzo, e già hanno fatto drizzare le orecchie a banche e assicurazioni. Dopo la nazionalizzazione di “Fannie Mae” e “Freddie Mac”, le agenzie dei mutui fondiari, il fondo per i “debiti tossici” annunciato dal ministro del Tesoro Paulson nazionalizza tutte le perdite future sui derivati dei mutui, a fronte dei quali emette solide obbligazioni.
Il fondo preannunciato da Paulson, per giunta senza plafond, aperto cioè a ogni esigenza, è un’impensabile nazionalizzazione della speculazione, una cosa da fantascienza. Anche per questo il mercato gioca entusiasta: è una promessa che ce ne sarà sempre per tutti.

La giustizia di Napoli stupefacente

Ammettiamo allo stadio i tifosi del Napoli per la partita contro la Juventus. Poi magari lo richiudiamo, riprendiamo la pena. Il dottor Silvestro Maria Russo ha fatto questa proposta, dice lui, per disinnescare il tifo violento. E uno non finisce di stupirsi.
Il dottore non è uno qualsiasi. Magistrato amministrativo in servizio presso il Tribunale amministrativo regionale della Campania, è consigliere della Camera arbitrale del Coni, ed è stato nominato Conciliatore nella disputa tra il Napoli e la Federcalcio, che aveva chiuso le curve dello stadio San Paolo per alcune partite, dopo la spedizione è punitiva dei tifosi napoletani a Roma.
Non finisce di stupire il concetto della giustizia che si fa Napoli. Il magistrato, napoletano verace, non si vergogna. Che il Napoli possa giocare con i propri tifosi, come ha fatto sabato, e senza quelli della Fiorentina, va bene. Ma non basta: si vorrebbe poter giocare con i propri tifosi anche l’altra partita importante, contro la Juventus. Per escluderli magari dopo, con la Reggina. È fantastico.

martedì 16 settembre 2008

La storia è che mille bombe non sono storia

Caratteristicamente, Sofri alla fine s’incarta. Citando l’esecuzione di Gentile, “l’atto più controverso della infinita guerra civile italiana”, e il suicidio di Fanciullacci, il capo del commando partigiano che uccise Gentile. Che non c’entrano nulla: Gentile fu ucciso per una decisione dei comandi della Resistenza, Fanciullacci uccise Gentile, e poi si uccise. In una situazione di guerra civile senza limiti, guerra di annientamento. Mentre Calabresi fu ucciso nella pacifica Milano per una decisione di nessuno. E Pinelli, che non ha ucciso nessuno ed era morto molto prima, è suicida solo per la sentenza D’Ambrosio. Pinelli non ha nemmeno messo una bomba. Nemmeno una dimostrativa, come quelle alla Fiera di Milano nel fatidico 1969, che aprirono la pista anarchica.
Sofri ha scritto al “Corriere” per dire due cose precise. Che è stato condannato per omicidio e non per terrorismo. E che per questo non più tardi di un anno fa ha beneficiato di una riduzione di pena di tre anni, in virtù di un indulto che si è applicato anche agli assassini. Ma a lui i fatti non bastano, ha bisogno di fare la filosofia della storia - l'uomo giusto è per Gentile e per Fanciullacci. Che è esile, e per gli accusati nociva. È il procedimento – allora faceva la filosofia del diritto – per cui non eccelsi giudici italiani sono riusciti a condannarlo a ventidue anni senza prove. Gli “stessi” che nel 1969-1972 ebbero l’incarico di addebitare le bombe agli anarchici e lo assolsero (il giudice Gerardo D'Ambrosio, buon comunista, ancora nel 1974 non chiama Pinelli col suo nome, lo chiama sempre solo “l’anarchico”.
Se c’è terrorismo a Milano e altrove negli anni 1969-72, questo è delle bombe. Delle quali la questura di Milano incolpò gli anarchici, che non le avevano messe. Di questo convinse il ministero dell’Interno a Roma. Che a sua volta trasmise la verità agli altri apparati giudiziari. Questa è una delle verità. L’altra è che la colpa degli anarchici è stata elaborata a Roma, e trasmessa a Milano e altrove. Non ci sono altre verità. E le bombe esplose furono in quegli anni centinaia, forse un migliaio - con quelle inesplose, per inavvertenza o perché fatte ritrovare, furono il doppio.
Sullo stesso “Corriere” lo storico Sabbatucci ha affermato il giorno prima che la posizione di Sofri (l’assassinio di Calabresi non fu terrorismo) non è difendibile, perché allora sarebbe tornare al terrorismo di Stato e alla strage di Stato. Espressioni usate “impropriamente”, dice: “E chi sarebbe , una buona volta, l’uomo nero, o almeno gli uomini neri”? Ma non ce lo deve dire lui? Nessun tribunale ha mai trovato il colpevole, dice Sabbatucci, a parte i soliti stracci… Come sempre, la storia è evidente.

L'Espresso-Repubblica non si vende, non ora

Carlo De Benedetti amministratore di “Repubblica” significa stringere le redini per meglio far ripartire la carrozza. In casa Cofide non si fa mistero dei motivi per cui l’Ingegnere ha voluto alla sua età gravarsi della gestione del gruppo editoriale. Smaltiti i convenevoli, con i direttori dei giornali e le redazioni, vuole tentare di raddrizzare i conti del settore in pochi mesi, già per i conti 2009.
L’Espresso-Repubblica ha i problemi che hanno tutti i gruppi editoriali: vendite in calo e pubblicità stagnante. Ma De Benedetti ritiene che molto si possa incidere sui costi – il numero delle redazioni e gli addetti. Da qui l’allontanamento di Marco Benedetto, che si era detto indisponibile alla ristrutturazione. L’Ingegnere si è impegnato in prima persona, piuttosto che ricorrere a un manager esterno, magari esperto di ristrutturazioni, perché ritiene di avere abbastanza carisma per condurre in porto l’operazione indolore.
Il gruppo non è in vendita. La famiglia De Benedetti non intende rinunciare all’Espresso-Repubblica, per ragioni affettive, e anche perché il settore è ritenuto sempre promettente. “Il gruppo L’Espresso non si vende”, ha detto Rodolfo De Benedetti alla stessa “Repubblica”: “Sono in Cir da venti anni, amministratore delegato da quindici, non ho mai cullato questo progetto”. Ma l’editoria dovrà migliorare la redditività, che nell’ultimo triennio è solo effetto di window dressing.
È d’altra parte chiaro che l’impegno a non vendere è subordinato a un ritorno alla redditività. Lo scorporo dell’editoria dalla nuova Cir-Cofide e il suo accantonamento in una sorta di bad company vuole dire esattamente questo. Senza escludere un buon acquirente, con una buona offerta: lo scorporo vuole dire anche questo.

Lehman e Alitalia tra insolenza e ignoranza

Stupefacente la sottovalutazione del fallimento della Lehman Brothers, nei telegiornali e nei migliori giornali. I tardi tg della Rai lo citano appena domenica sera, qualcuno, dopo una lunga serie di delitti e incidenti. I giornali di lunedì ne parlano in breve. Può darsi che nelle redazioni dopo le otto non ci siano più specialisti di economia. Ma il fallimento di una banca non dovrebbe aver bisogno di uno specialista per essere decrittato. Non è tanto disavvertenza o incuria, è proprio il rifiuto dell’economia, del fatto reale.
Stupefacente è pure, sempre domenica sera e lunedì, la montatura che i telegiornali e i giornali fanno dell’Alitalia. Delle proteste, dei rifiuti, delle minacce di sciopero. Quando la notizia è semmai che nessuno in Alitalia si arrischia a uno sciopero, che oggi si fa per un caffè negato. Si lascia intendere, si dice, si auspica, che il fallimento della trattativa e dell’azienda sarà una dramma nazionale, porterà l’Italia in piazza, abbatterà il governo… Stupefacente è che la sinistra faccia propria la causa di un’azienda fallita soprattutto per la cattiva gestione, sia del management che del personale. Che comunque ne uscirà con tutti i paracadute, e solo si batte per mantenere i privilegi, dopo le migliaia di miliardi di denaro pubblico che si è intascati. Che la sinistra pensi che l’Alitalia sia popolare, un’azienda che tutti odiano, anche fra i ventimila dipendenti. Che si salva, e va salvata, contro se stessa.

sabato 13 settembre 2008

Il miracolo Fiat è la liberazione da Milano e l'Avvocato

Una Fiat che, ormai per il terzo anno, fa il bilancio con le automobili. Col settore cioè in maggior crisi in tutto il mondo. Che per il gruppo è stato un peso dal 1974, dopo la prima crisi petrolifera. Che tiene in Italia, suo primo o secondo mercato, col Brasile, in un anno in cui il mercato dell’auto si contrae del 10-12 per cento. A opera di un manager che di formazione era poco più di un contabile, e la cui filosofia è "fare prodotto", nientemeno, ma ha il pregio di venire da fuori. E di un azionista che è poco più di un ragazzo, e ne conserva l’animo sgombro. Consentendosi, per la forza di Fiat Auto, una prima efficace opera di pulizia nel suo non trasparente assetto di comando. Dapprima con una partecipazione diretta visibile della famiglia al controllo del gruppo, ora con l’accorpamento Ifi-Ifil.
Su entrambe le operazioni Milano ha menato grande scandalo, città come si sa di ogni virtù. Strappandosi i capelli allo swap due anni fa, col torvo silenzio sull’accorpamento. Questa reazione spiega da sola la novità della Fiat. Il parallelo con il riassetto Mediobanca è rivelatore, alla cui ombra il gruppo torinese ha vissuto per oltre trent’anni, un salotto così pieno di tagliole malgrado le paginate del “Corriere” e del “Sole”, malinconico seppure sempre pericoloso, e anzi torvo, decisamente, al confronto con la brillantezza Fiat. La Fiat va, la Fiat Auto, perché Elkann e Marchionne si sono liberati di Milano, che sarà stato pure il salotto buono, ma del diavolo.
Gli storici diranno se la colpa era di Cuccia, del sistema Mediobanca. O dell’Avvocato, che piuttosto che lavorare (produrre e vendere automobili) preferiva far “fare i bilanci” a Romiti, cioè a Cuccia. È probabile che la seconda sia vera: il sistema ha continuato dopo l’uscita di Romiti, e la morte di Cuccia, fino alla morte di Umberto, il fratello-sosia dell’Avvocato. Con lo snobismo politico tradottosi ultimamente nei sarcasmi contro Berlusconi – che per ritorsione compra da allora solo macchine tedesche, s’è pure fatto sponsorizzare dalla Opel, e la Fiat Auto voleva darla a Colaninno, il liquidatore di Olivetti, e quasi liquidatore di Telecom (e non per altro, perché Colaninno è “l’uomo dei compagni”). Poi, rapido, il miracolo. Contro ogni terribile congiuntura, il crollo delle Torri, il crollo delle banche. Contro lo squallore sindacale a Termini Imprese e Pomigliano d’Arco. Contro l’opinione di Milano, che nell’attacco a Torino non è riuscita ad andare oltre la Juventus.

Il Raiume dei questurini

Parla da filosofo D’Avanzo su “Repubblica” nella sua polemica contro Travaglio. Parla di “logica di valori e disvalori”, di “logica di guerra «di guerra per una justa causa» che non riconosce «un justus hostis»…”. Quando sa, entrambi sanno, che è solo protagonismo e carrierismo. Di giornalisti giudiziari, cioè poco più che questurini. E che se colpa c’è, o responsabilità, è della Rai, che favorisce la carriera dei carrieristi. Chiamandola, l’ipocrisia non ha limiti, Resistenza. D’Avanzo è in polemica con Travaglio perché quest’ultimo ha detto alla Rai che il presidente del Senato Schifani è un lombrico e un mafioso, lui che allo stesso titolo ha diritto alla qualifica di mafioso.
Il giornalismo si fa forte da un ventennio dei cronisti giudiziari, figura di cui D’Avanzo e Travaglio sicuramente sono i principi. Entrambi per un periodo sulla prima pagina di “Repubblica”. Sempre imbattibili, per quanto possano essere oltraggiosi, perché hanno “le carte”. Ma che sempre ce le hanno, questo è il punto, 1) di parte, e 2) da fonte confidenziale. Una figura da sempre tenuta nei giornali in punta di bastone, perché si fa forte delle fonti. Le migliori delle quali sono le più oscure. È un giornalismo di confidenti, che un tempo si diceva di questurini, dai suoi luoghi di frequentazione.
Le questure sono ora cambiate, luogo più spesso di funzionari democratici, sensibili, e anche colti. Il mestiere no, testimoniano D’Avanzo e Travaglio nella loro polemica: il cronista giudiziario non solo va a pranzo e cena con i “questurini”, che ora si annidano nei corridoi delle Procure e dei partiti a loro collegati, ma ci passa pure le vacanze con la famiglia. Per produrre verità che, purtroppo, sono sempre quelle delle questure, indimostrate e indimostrabili.
Ci sono ragioni di mercato, dietro il giornalismo delle questure – se ci sono: i libri di mafia e corruzione vendono molto, i giornali invece non vendono. “Repubblica”, già teatro di D’Avanzo e Travaglio, di questo giornalismo è stata per molto tempo la regina, offrendo, accanto ai pensieri profondi di Carlo De Benedetti sul futuro del mondo, i pompini con bustarella di questa o quella berlusconiana - virtuali beninteso, il giornale si vuole moralista. Ma c’è una questione di etica, soprattutto per la Rai, il Raiume dei piccoli avventurieri di partito, gli orfani della Dc con le doppie e le triple tessere. Che dice di vincere gli ascolti con questo giornalismo, e in realtà vince perché ha costi abnormi, pagati con le tasse. Molto sicuramente sarà stato perdonato a Prodi, che quindi non ci ritroveremo nell’altra vita, essendo lui destinato al paradiso. Ma c’è un ma: che Rai è questa, che giornalismo, che diavoleria?

domenica 7 settembre 2008

Il cristiano si può uccidere se è europeo

Si uccidono a frotte i cristiani, anzi i cattolici, in India senza motivo apparente, giusto perché cristiani, e la cosa non fa notizia. Non per i cinque, o dieci milioni, di lettori che i grandi giornali vantano. Neppure per la chiesastica, vaticanesca, Rai, non evidentemente per i suoi dieci o venti milioni di ascoltatori. Nemmeno per il Vaticano, del resto, che continua a pentirsi dei suoi errori di tre-quattro secoli fa, e anche del primo millennio, e i cristiani li considera buoni solo in pectore, in India come in Cina, in Russia e in altri paesi democratici e tolleranti.
Il “Corriere della sera”, che pubblica la giusta rimostranza del suo collaboratore Panebianco, non trova un titolo, fra i quattordici della sua prima pagina, per l’attacco alle suore di Teresa di Calcutta, agenti dell'imperialismo nel libero stato di Kerala. Che documenta anodino in una pagina interna, insieme con l’anodina notizia che 41 chiese e 457 istituti religiosi sono stati messi a fuoco. Giusto, no? Quante centinaia di chiese e case deve avere il Vaticano in India? Anzi, che ci sta a fare, proselitismo? Il proselitismo è una provocazione, eccetera.
Il ministro degli Esteri Frattini ha tentato di appropriarsi il caso con una timida nota di protesta. Ma l’India, con la nota umiltà ariana, ha risposto: “Fatti i cazzi tuoi”. La caccia al cristiano si è infatti consumata non nel proditorio campo degli islamici, che si sa sono miscredenti, ma in quello religiosissimo degli indù, che molti europei tentano di imitare, per la loro spiritualità così irenica e celestiale, e nello stato comunista del Kerala, che libera i paria anche senza il cattolicesimo, almeno stando a quanto ce ne narra Arundhati Roy.
Non è appeasement, è debolezza di spirito, del cardinale salesiano segretario di Stato incluso. Non è da ora che si uccidono i cristiani in India e in Pakistan, a opera soprattutto degli indù, ma anche dei bombaroli islamici, impunemente. Di fronte agi eccidi si tace per ragioni di balance of power, di superiori equilibri internazionali, si dice. Il che è semplicemente ridicolo, nessuno mai fu rispettato perché si prese gli schiaffi e propose l’altra guancia, non in diplomazia. No, il fatto è che i morti non sono americani, né i loro referenti. Se la chiesa di Roma fosse stata a Rome, N.Y., i cristiani non sarebbero stati assassinati impunemente in India, e anzi gli indù non li avrebbero assassinati, per quanto ariani, di casta superiore.
Morire da cristiani è morire imbelli da europei, i quali più che fishing for compliments non sanno fare, per essere buoni, giusti, e generosi. Se lo dicono nei loro giornali, e non sanno che anche fuori queste cose si sanno. Sotto ogni rispetto, politico, economico e culturale, e ora anche e i diritti umani, la fine dell’Europa è precipitosa, nessuno ne ha più rispetto, nemmeno per farsene beffe.

O Prodi o Prodi, la terza discesa in campo

L’ex Pci non esprime nulla di meglio di Veltroni e D’Alema. Cioè niente, a parte l’orgoglio di partito. È su questa base che i prudenti democristiani sono usciti dopo la pausa estiva dal mugugno e scopertamente puntano a un mutamento deciso nel Pd. Con Prodi a capo. Pena lo scioglimento, i pontisti Fioroni e Letta non facciano velo. Gli ex Dc sono decisamente con Prodi, che è decisamente anti Veltroni, con Parisi e Bindi, ma anche con Marini, e con gli stessi Franceschini e Letta.
Nessun dubbio aveva suscitato il ritiro di Prodi dalla politica. E non ci poteva essere, Prodi si poneva nella riserva della Repubblica per succedere a Napolitano. Sempre in ticket, come da tredici anni, con Veltroni. Prodi e i suoi migliori patrocinanti, gli editori De Benedetti e Bazoli. Questo fino a un mese fa. Poi, di fronte al nulla di fatto di Veltroni dopo lo schiaffo elettorale, dopo il quale continua a girare a vuoto intontito, Prodi ha preso a criticare Berlusconi, e il suo fido Parisi a criticare Veltroni. E in pochi giorni si è arrivati all’affondo.
Il ritorno in campo di Prodi è cosa decisa, sempre d’accordo con Bazoli e De Benedetti. Le forme sono molteplici, ma l’intenzione è ferma. La tecnica è la stessa, del fondista, del pugile tecnico: un colpo o un allungo, pausa, un altro colpo. L'incarico all'Onu che Prodi briga servirà a farlo ritornare stabile in tv, alla Rai che è per lui ed è già in fibrillazione. Le stesse indiscrezioni-intercettazioni di un Prodi che smentisce se stesso, come se fosse antiveltroniano da sempre, rientrano in questa strategia. Senza scandalo e nemmeno sgambetti: Prodi non ha mai ghigliottinato nessuno, non è nel suo stile. Né in quello di Bazoli. Né dello stesso De Benedetti, pare, ora che dirigerà personalmente i suoi giornali. Ma senza scampo, un colpo oggi, un colpo domani, finché non cadrà. Prodi quando decide una cosa la fa. Veltroni dovrà cadere da solo, ma non avrà altra soluzione.
Veltroni e gli ex comunisti devono passare la mano, dopo il governo nemmeno l’opposizione è cosa per loro, a giudizio dei vedovi dell’Ulivo. Lo stesso Veltroni sembra peraltro concordare con loro, che alla festa di Firenze, sotto il trionfalismo, non ha fatto nemmeno uno sforzo per coprire il suo incredibile vuoto, di progetto e di proposta. Veltroni non è stanco, non sembra, ma mostra di aver capito, i suoi sponsor giornalistici glielo dicono ogni giorno quasi con violenza, che il suo tempo è finito. E l’uomo non è uno che dà battaglia. Ha la carta del congresso, che lo farebbe stravincere, il popolo ex comunista si mobilita sempre all'unisono, come già alle primarie. Ma sa che in questo caso lo farebbero fuori prima e senza ripescaggio.

L'Espresso bad company di De Benedetti

Dunque, Carlo De Benedetti assume in proprio le redini del gruppo L’Espresso, licenziando Marco Benedetto. È questa la notizia al tempo del gossip. Mentre invece la novità è che le attività editoriali non faranno più parte del gruppo De Benedetti, del core business della sua Cofide. La componentistica, l’energia, la sanità, la finanza sì, l’editoria no. Benché abbia prodotti e testate di grande qualità e rinomanza. E abbia da solo assicurato a De Benedetti quelle patenti di nobiltà nel mercato dei capitali che gli venivano contestate: un bene dunque in un certo senso di famiglia, benché recenziore, carico di affetti se non di utili.
La notizia è lo scorporo del gruppo L’Espresso dalla nuova Cir-Cofide: le attività editoriali restano confinate nella vecchia Cir, che a questo punto è una bad company, la zavorra del gruppo. Carlo De Benedetti lascia la nuova Cir-Cofide per L’Espresso un po’ per segnare la successione, a favore del figlio Rodolfo, per lasciarlo crescere. Ma soprattutto per tentare di raddrizzare e salvare il settore editoriale. La scissione è stata preceduta ed è accompagnata da una serie di calcoli che, benché rifatti e riadattati a molteplici pesi, danno tutti una redditività insoddisfacente dell’editoria. Nel 2006 e 2007 il settore ha dimezzato i valori, di capitalizzazione e patrimoniali, e annullato in sostanza la redditività, se non per accorgimenti contabili. Nel 2008 le cose non vanno meglio.
Più liquidità per l’energia
Nel complesso, Cofide vanta una redditività elevata, quasi il doppio della media Mibtel: il 24 per cento composto nel quinquennio 2003-2007. Ma insufficiente per le necessità di capitalizzazione del settore di punta del gruppo, l’energia. Lo scorporo dell’Espresso nasce soprattutto da questo: in un mercato riflessivo, a liquidità contratta, si è ritenuto che Cofide dovesse mantenere elevata la redditività, e se possibile migliorarla, a fronte dei nuovi capitali di cui ha bisogno per crescere, e che per l’energia sono ingenti. Il settore è redditizio, ma ha bisogno di capitali.
Verbund, il socio austriaco di Sorgenia, si è impegnato a un aumento che porterà il capitale a quattro miliardi, e Cofide non vorrà essere da meno. Con il 6,5 per cento della capacità elettrica nazionale, Sorgenia è l’operatore forse più piccolo, e deve crescere, con alleanze e acquisizioni, e un forte impegno di marketing.

Le tre Milano che ci governano

Nega il tribunale di Milano a Berlusconi perfino la minima soddisfazione di dirsi diffamato, come in effetti è, dal settimanale l’“Economist”, così pieno di agenti del servizio segreto inglese. Milano in effetti governa sdoppiandosi, anzi triplicandosi. Governa l’Italia in senso proprio, attraverso Berlusconi e il ceto berlusconiano, le Moratti, le Marcegaglia, le Gelmini e qualche vescovo. Chiacchierone e perfino frou-frou, ma per la platea, semrpe comunque determinato. E governa con l’antigoverno, nella fattispecie l’antiberlusconi. Indirettamente, attraverso il ceto giuridico partenopeo, e quindi con raffinata crudezza, più spesso con spregiudicatezza, quasi sempre al di fuori della costituzione, ma con mano sempre milanese, sempre insensibile. È l’antigoverno delle grandi banche, che Milano dà in affidamento, per sfuggire in questo caso ai giudici napoletani, alla sinistra e all’estrema sinistra, e dei loro giornali.
Poi c’è naturalmente la Milano della Lega, che ha saputo crescere e imporre il suo ordinamento, che sarà in definitiva la nuova Italia. Non la famigerata Seconda Repubblica dei vecchi arnesi della prima, ma la Terza Italia, dopo quella sabauda e la Repubblica statalista, della democrazia sociale: un’Italia che tenta la ripartenza al punto della storia in cui l’unità l’aveva soffocata, con le autonomie, liberamente aggregate.
Sono le tre anime di sempre di Milano. Quella del miglior lombardismo, localistica e oculata. Quella controriformistica, festaiola per le apparenze e molto determinata. E quella gaddiana della piccola borghesia, invidiosa (perbenista, fascista, loretiana, maggioritaria silenziosa, razzista), anche se non si sa di che - di Napoli?

Parking al Pincio, dove c'è da trent'anni

Nessun giudice si muove, nessun sovrintendente, nessun giornale per il parcheggio al Pincio. Per il doppione di un’opera che già da trent’anni è in funzione e non è utilizzata: nessuno ricorda che il parcheggio di Villa Borghese aveva accesso anche da piazza di Spagna, con tappeti mobili, che poi si chiusero per mancanza di utenti. Questo silenzio è squallido, e potrebbe essere sospetto, per molto meno sovrintendenti, giudici e apparti d'informazione avrebbero intasato l'opinione pubblica e anche le carceri, ma non è tutto.
Il parcheggio al Pincio è la Waterloo di Veltroni, così come altre decisioni immobiliari last minute del suo governo a Roma. È una vergogna e una sconfitta sia che si faccia sia che non si faccia, e di più se è gratuita. Ha reso impraticabile il Pincio già per quattro anni, tra polvere, transenne, sporcizia, disordine, e sprechi, nonché pezzi d'opera buttati alla rinfusa, e la cosa durerà per almeno altri quatto. Il tutto per favorire il solito partito degli architetti, con le costose prospezioni archeologiche “preliminari”. Per un’opera che non è necessaria e nemmeno utile: non ci abita nessuno, non ci lavora nessuno, e le famiglie romane, gli innamorati e i turisti che affollano il Pincio per la bellezza non hanno tempo e voglia di spendere per ingrassare il parcheggio. Gli altri parcheggi sono vuoti, a Ludovisi e, appunto, Villa Borghese.
Il progetto è segno del governo di Veltroni, così semplicista e superficiale. Nulla di speciale, insomma. Non fosse per la pelosa difesa d’ufficio che ne fanno i Carandini e i Chicco Testa, il piccolo cabotaggio che gira attorno alla politica di una certa sinistra, il partito degli architetti e ingegneri. Che non è corruzione, certo. Non si è detto per anni che bisogna mettere a frutto il capitale artistico? Il Pincio non è fatto per la veduta e il sapiente giardino, ci pensa il terzo settore a metterlo a frutto, quello avidissimo degli studi tecnici di archeologia, paesaggistica, viabilità, e della sosta a pagamento.

mercoledì 3 settembre 2008

Se la destra porta crisi - consolidare?

Si potrebbe ritenerla una maledizione - a meno che, questa è sfuggita all’antiberlusconismo, l’uomo non porti sfiga... Ogni volta che la destra stravince le elezioni per trasformare l’Italia, una crisi economica irrimediabile la ingessa. Nel 2001 fu l’11 settembre, ora la gelata finanziaria: il paese lavora poco, il denaro costa caro, e i conti pubblici saltano. L’effetto è già stato registrato con evidente soddisfazione dai giornali padronali, le trombe dell'opposizione: le entrate sono minori, le uscite maggiori, per gli interessi maggiorati sul debito, i conti sono già saltati.
Ma è pure vero che il governo di destra non fa quello per cui è stravotato: una decisa liberalizzazione. E un taglio reale alla spesa pubblica improduttiva. Sull’esempio magari della Spagna socialista, di Felipe Gonzales e ora di Zapatero. O della Gran Bretagna laburista. Quanta spesa improduttiva c’è nella sanità e nella scuola, ognuno lo constata giornalmente, i due maggiori canali di spesa. E negli appalti pubblici, che sono ormai principalmente tecniche di corruzione: l’appalto è solo l’inizio di una infinita revisione prezzi tra compari. Il metodo di dare una mancia a tutti non paga, anche perché è intenibile, vuole sempre più giri di vite o più tasse.
La crisi ricorrente è insomma anche l’esito di un governo di destra che fa la sinistra. Per dare magari ragione, seppure rovesciandolo, all’Avvocato Agnelli, che cinico sosteneva essere necessario un governo di sinistra per fare le cose di destra. Tra salvataggi, protezioni e stabilizzazioni, accrescendo la spesa pubblica invece di ridurla.
Consolidare il debito
Berlusconi, la bella copia di Gianni Letta, la permanenza democristiana al potere, non ha ricette. Ma non le ha neppure Tremonti, il socialista che è diventato leghista, cioè il modernizzatore per eccellenza. Il ministro dell’Economia ha tentato di scardinare l’Ue quattordici anni fa, con l’ausilio del ministro degli Esteri Martino, figlio del primo europeista italiano, Gaetano Martino, ma ha capito presto che la cosa non era possibile. Ha tentato il protezionismo nella secondo esperienza sette anni fa con la stucchevole polemica anti-Cina. Ora è senza parole. Ma prima o poi dovrà mettere mano a quelle che, malgrado tutte le riforme e le cessioni di sovranità europee, sono le incombenze tradizionali del ministro del Tesoro: le politiche del debito e monetarie.
Sono sedici anni che l’Italia sta col fiato sospeso, stretta al diaframma dal contenimento della spesa pubblica. Che è obiettivo necessario, ma irrangiungibile: l’Italia non avendo più il controllo della politica del cambio e monetaria, deve però pagare interessi onerosissimi. La politica del debito virtuosa è in una morsa asfissiante. Una qualche forma di consolidamento del debito era necessaria dopo la svalutazione disastrosa del 1992 e prima dell’euro. Ora è inevitabile, prima del soffocamento.

L'ottusità della Fortezza europa

Gli Stati Uniti, dopo avere prosperato con l’assets inflation, la straordinaria speculazione su titoli, derivati e immobili finanziata dai mutui facili, ne hanno scaricato l’insolvenza sull’Europa attraverso il dollaro debole, e se ne sono surrogati i mercati di esportazione. Gli Stati Uniti continuano a prosperare, l’Europa paga il conto.
Si può vederla così, come l’ennesimo sgambetto della perfida America del perfido Bush. Invece che come l’ottusità del governo monetario europeo e la stupidità dei suoi fondamentali. Il fatto però è certo, confermato dall’Ocse: la recessione, prevista e vagheggiata per gli Stati Uniti, si abbatte invece sull’Europa. Nessuno compra più i buoni prodotti tedeschi, la Germania non compra più dall’Italia, e così via.
La risposta al dubbio è nelle cose. C’è una grande area della globalizzazione, del commercio mondiale, ed è il dollaro. E c’è al suo interno un’area, l’Europa, che si ritiene più virtuosa, più solida, più protetta contro l’inflazione, la tassa dei poveri, più avanzata tecnicamente, insomma “più migliore”. Ma le cose non stanno così. Il dollaro offre talmente tanti vantaggi, in termini di grandezza del mercato, e di flessibilità e convenienza, o contenimento globale dei costi, da assorbire le spinte inflazionistiche della sua debolezza, specie sulle materie prime, e rilanciarsi. L’euro sovrano invece è una palla al piede, che imprigiona l’economia: se assorbe in parte l’inflazione del dollaro, lo fa al costo d’insterilire la produzione. Come uno che è virtuoso perché si è castrato.
È però vero in un certo senso che l’America vince la partita a scapito dell’Europa. L’America di Bush. Incapace in tutto l’arco della crisi politica, nel Libano-Palestina, in Irak, in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, e contro il radicalismo islamico, l’America ha invece riuscito un capolavoro nella politica monetaria e dello sviluppo. Ma questo perché l’indigenza dell’aloofness europea non ha paragoni.

martedì 2 settembre 2008

Roll back anti-Nato, con multipolarismo

Si chiamava roll back la politica americana e della Nato, al tempo di John Foster Dulles e della guerra fredda, che doppiava il containment del comunismo con azioni di disturbo e di riconquista dov’era possibile, sovvertendo la spartizione postbellica in sfere d’influenza. Ora è la Nato a essere sottoposta a un intenso roll back, anche se da parte di un nemico composito, in tutti i fronti dove si è avventurata, quello islamico, dal Libano al Pakista, Iran e Iran inclusi, il Caucaso e il mar Nero, l’Afghanistan. Ovunque la Nato è in difficoltà. All’apparenza le difficoltà sono militari. Ma, data l’indiscussa superiorità Nato di mezzi e armi, la debolezza è politica e di progetto.
Se il nemico è composito il fronte è unico: è la leadership occidentale del mondo da vent’anni a questa parte. Che l’Occidente ha esercitato in solitario, forte del predominio militare e monetario. E per l’Occidente gli Usa, di cui l’Europa è a tutti gli effetti un compagno di merende. Finché si trattava di azioni di disturbo sulle retroguardie della Russia in ritirata, nei Balcani e alla frontiere storiche, e di bombardamento della sabbie irachene e afghane, l’Europa s’è illustrata, ora che la Russia si mostra riorganizzata, e gli uomini Nato sono scesi dall’elicottero, le schiere europee si rompono. Ma la partita principale si gioca, in Asia o ai suoi confini, tra gli Usa e le ex superpotenze.
La globalizzazione si decentra?
Russia e Cina hanno accettato per vent’anni l’egemonia americana, riconoscendo la sconfitta del comunismo. La Cina anzi se n’è fatto baluardo nella sua nuova proiezione mondiale e il suo nuovo “modello di sviluppo”, attraverso l’operosità e gli scambi. Ora qualcosa si sta modificando sotto l’egemonia americana. La rinuncia della Russia alla Wto, se non cambia quasi nulla degli scambi internazionali, potrebbe essere l’indicazione di una stagione conclusa, quella del libero scambio, o del condominio Usa-Cina sull’economia mondiale. E sicuramente avrà effetti sull’americanismo dell’Europa, la quale con la Russia deve convivere sotto tutti gli aspetti. Mentre parte il roll back della Russia alle sue frontiere contro l’aggressione Nato.
La Russia che snobba l’America, e anzi la sfida, insomma, apre una falla nel monolitismo della glogalizzazione, e potrebbe resuscitare la vecchia dottrina di Kissinger del multipolarismo – la dottrina americana che ebbe vita breve, nei quindici anni tra lo scacco del Vietnam e il crollo del comunismo. Altri soggetti stabilizzatori sono comunque necessari nell’arco della crisi, del radicalismo islamico (Libano, Israele, Irak, Iran, Afghanistan) di cui la Nato non sa venire a capo, e dell’ex Unione Sovietica.
Anche sul fronte monetario assetti diversi sono necessari. Per governare la globalizzazione, qualsiasi altra forma essa possa prendere dopo la crisi finanziaria euroamericana, stante il perdurante benign neglect del dollaro, che ne era il fondamento. Nuovi centri propulsori della globalizzazione sono nei fatti, il dollaro non basta più, e si riflettono nelle politiche. L’euro dovrà assumersi un ruolo, e lo yuan e lo yen potrebbero volerlo: la politica americana del dollaro debole accentua le incertezze e le oscillazioni, specie delle materie prime. Il ritorno dell’inflazione nell’ultimo biennio non ha altra ragione che la debolezza del dollaro, che prolungandosi ha sconfitto le difese delle monete forti, ora esse stesse causa d’inflazione. Non solo la Russia, anche l’Asia vorrà un suo ruolo, e l’Europa potrebbe esservi costretta.