“Panorama” ha reso pubbliche le magagne dell’università di Siena. Il “Corriere della sera” non è da meno, e rende note quelle già note dell’università di Messina. Siena ha sperperato 250 milioni di euro, a favore di amici, parenti e compagni. Ma Messina fa peggio: vuole spendere 80 mila euro per un quadro sul terremoto del 1908.
I milioni non sono migliaia, ma non fa nulla, il “Corriere” ha la penna brillante di Gian Antonio Stella, che del malaffare al Sud sa tutto, e questo basti. Non c’è solo Siena infatti: il Grande Scrittore Stella trova il modo di citare anche Salerno e Teramo, seppure per spese più veniali, quasi alla nostra portata. Tenendosi, rigoroso, sotto il muro di Ancona - Siena non ci sarà nel giornale, s‘immagina, per essere sopra il muro.
Naturalmente ci sono molti giudici a Messina, Salerno e Teramo, per indagare su questi sprechi di migliaia di euro. E anche questo è un aspetto del fatto. Mentre non ci sono giudici a Siena.
Ma non solo per il “Corriere”, anche per i giornali toscani di sinistra Siena non c’è, se non in poche righe. E questo è un altro aspetto del problema. Si aprono sedi inutili, si danno consulenze inutili, e si moltiplicano gli incarichi (130 bibliotecari, otto segretarie per il rettore, diciannove addetti alle relazioni esterne…) secondo un modello di corruzione dolce che si ritrova in ogni amministrazione in Toscana e nel Centro Italia. Applicato appunto alla cultura (la comunicazione), all’ambiente, alla sanità, ai settori trainanti delle economie mature, che sono le stelle del sottogoverno.
sabato 1 novembre 2008
Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush - 2
“Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush” titolava questo sito il 9 aprile, dopo una prima avvisaglia il 17 gennaio. Il crack delle banche ha accelerato il rientro, ma le ragioni sono sempre quelle: “La triplice confluenza sul caro-petrolio che ha caratterizzato la seconda presidenza Bush, una produzione limitata di greggio Opec, la speculazione a termine, e la rincorsa dei paesi Opec sul dollaro debole, dovrebbe cessare col 2008“. La politica degli alti prezzi dell’energia è divenuta insostenibile nel prosieguo dell’anno, e in concomitanza col crack finanziario, per l’economia americana.
Col “partito dei texani” il ritorno del mercato dell’energia a valori normali avrebbe colpito la Russia di Putin, diceva ancora questo sito, e così è. Mosca deve soccorrere i suoi grandi konzern del petrolio e del gas, così come Bush deve rifinanziare le sue banche. La rivalutazione del dollaro ha solo in parte compensato il rientro dei prezzi del greggio - + 20 per cento circa per il dollaro sull‘euro, contro il - 60 per cento del petrolio.
Indenni al rientro sono praticamente le compagnie petrolifere, e quelle del settore energia che hanno riserve di petrolio o gas. L‘artificiosità del caro-idrocarburi è certificata dalle politiche di contabilizzazione delle compagnie. Che non hanno mai rivalutato le loro riserva a 160 dollari al barile. Riserve e scorte si trovano nel patrimonio delle compagnie a 60-70 dollari al barile. Che è il valore atteso del prezzo base del petrolio per il medio periodo.
Del crack bancario si può dire che in gran parte è vittima dell'uso avventuroso dei derivati sulle materie prime, quelle energetiche in particolare. Il tracollo è iniziato con le banche di affari, qualcuna fallita, altre salvate, ma tutte fallite a mano a mano che gli impegni speculativi sono venuti al pettine. La crisi dei mutui era stato in qualche modo assorbita, la speculazione a termine sul greggio e il gas è invece stata micidiale.
Col “partito dei texani” il ritorno del mercato dell’energia a valori normali avrebbe colpito la Russia di Putin, diceva ancora questo sito, e così è. Mosca deve soccorrere i suoi grandi konzern del petrolio e del gas, così come Bush deve rifinanziare le sue banche. La rivalutazione del dollaro ha solo in parte compensato il rientro dei prezzi del greggio - + 20 per cento circa per il dollaro sull‘euro, contro il - 60 per cento del petrolio.
Indenni al rientro sono praticamente le compagnie petrolifere, e quelle del settore energia che hanno riserve di petrolio o gas. L‘artificiosità del caro-idrocarburi è certificata dalle politiche di contabilizzazione delle compagnie. Che non hanno mai rivalutato le loro riserva a 160 dollari al barile. Riserve e scorte si trovano nel patrimonio delle compagnie a 60-70 dollari al barile. Che è il valore atteso del prezzo base del petrolio per il medio periodo.
Del crack bancario si può dire che in gran parte è vittima dell'uso avventuroso dei derivati sulle materie prime, quelle energetiche in particolare. Il tracollo è iniziato con le banche di affari, qualcuna fallita, altre salvate, ma tutte fallite a mano a mano che gli impegni speculativi sono venuti al pettine. La crisi dei mutui era stato in qualche modo assorbita, la speculazione a termine sul greggio e il gas è invece stata micidiale.
Ombre - 8
Paginate stellari giovedì 31 sull’abominevole Craxi e il dimenticato Spadolini. Che seppero evitare la guerra alla Libia nel 1986 - a differenza di chi si precipitò a bombardare la Serbia nel 1999. Senza scodinzolare alla tenda di Gheddafi, come la Seconda Repubblica farà con Andreotti, Prodi, D’Alema, Berlusconi. Alla tenda di uno la cui ambizione è di emulare Mussolini “duce del Mediterraneo“, sul cavallo bianco.
Ci costringono quasi a rimpiangere la Prima Repubblica. Ma è vero che la Seconda Repubblica resterà irrimediabile epoca di mediocrità - se ci sarà una Seconda Repubblica nella storia: ci potrebbe essere una lunga deriva, il golpe abortito di Scalfaro e Mediobanca.
È dunque guerra tra il Belgio e l’Italia sulla protezione dell’ambiente. A parte il ridicolo, c’è l’ipocrisia, che evidentemente accompagna ogni evento dell’Unione. La querelle si sa già come andrà a finire: con una moratoria degli impegni di Kyoto, al vertice di fine anno. L’Italia si è preso il ruolo del cattivo, e gli altri, che non vedono l’ora di rinviare gli impegni, quella dei Robin Hood. Ma l’ipocrisia si esercita, appunto, sulle cose buone.
La protezione dell‘ambiente è una di queste cose buone. È di tutti, non solo dei belli-e-buoni. Ma per i belli-e-buoni è anche una cornucopia, di progettini, affarucci, opere spesso a nessun fine, se non l’arricchimento. Perché, chi può contestare gli “investimenti per l’ambiente”?
Non c’è più la prima pagina sul ”Corriere della sera” per Bill Emmott, l’ex direttore dell’“Economist” che faceva le copertine contro Berlusconi. C’è solo il taglio basso nella pagina dei commenti, tra i quattro o cinque ivi ospitati. Con un “Berlusconi fa bene: l’ottimismo serve” a corpo 48 sopra un pezzullo stiracchiato che piega perché i governanti in tempo di calamità devono sorridere.
L’arcigno ex direttore nomina Berlusconi di passata, nel build up del suo osanna a Osama. E forse non sa che Bazoli, e quindi il “Corriere”, sono in tregua con Berlusconi. Ma la sua nuova carriera di opinionista dell’Italia, e il lauto assegno del “Corriere”, varranno bene l’amato calice dell’osanna al disprezzato tycoon.
E tuttavia fa sempre impressione vedere sul maggiore giornale nazionale, anche se in taglio basso, in veste di salomone un ex direttore del settimanale così strettamente legato alle banche di affari e agli istituti di rating, le maggiori bande di ladri della storia, che il mondo stanno portando al lastrico.
L‘Expo a Milano e la ricapitalizzazione “a gratis” delle banche hanno fatto di Berlusconi il re di Milano, è a questo che il realista Bazoli si è piegato - l’Expo vale bene quindici miliardi di affari immobiliari. Ma è singolare come il puro e duro “Corriere” di Fiengo & co. ha subito fiutato l’ottimismo di Emmott-Berlusconi, malgrado le tante pagine che il giornale giustamente dedica alla crisi, “peggiore che nel 1929“. Il suo magazine di vita “Style” è andato subito a cercare gli eletti che, tra Milano e Napoli, le due città sono sempre più in simbiosi, fanno le giacche da uomo “a partire da” 2.000 euro.
“Una manifestazione oceanica che esonda da piazza Esedra e piazza del Popolo”, titola “il Manifesto”, “È arrivata l’alta marea”.
La “forza tranquilla” e il “paese normale” cedono il posto al cipiglio stentoreo noto, appena modernizzato dall’“esonda” dei vigili del fuoco. Per essere benevolenti, questa è la sinistra a cui piace vociare, per assolversi. Per mettersi l’animo in pace, come ogni buona zitella abitudinaria. Un po' ignorante, perché si confonde a ogni starnuto col Sessantotto. Ma bisogna anche sapere che questi si mettono in marcia, a milioni, per andare a Roma ad ascoltare il capo. Perfino per Cofferati si sono mossi, a milioni, che vuol'essere un mediocre.
Tra gli sprechi dell’università di Siena, che ha accumulato un buco di 250 milioni di euro, ci sono 1350 impiegati - per mille insegnanti: più di quelli del Monte dei Paschi, tradizionale feudatario di Siena. Ci sono costose e inutilizzate sedi distaccate a Arezzo, San Giovanni Valdarno (cioè Arezzo), Colle al d’Elsa (cioè Siena) e Follonica. Con iscritti in calo del 20 per cento. Ma soprattutto splende Pontignano: nell’ex certosa “lavorano” 41 dipendenti, con premio di produzione, in attesa che torni a conclave l’Ulivo di Prodi, per il quale le porte sono state aperte un paio di volte dopo il costosissimo restauro. Forse non sanno che l’Ulivo non c’è più.
Il progresso e la cultura sono a Milano “La vedova allegra” alla Scala, che commuove i migliori critici. Con spolvero di Mitteleuropa e Belle Epoque. E Beckham al Milan. Che Londra rifiuta, non vi è più buono nemmeno per il gossip. L’Italia sarà pure un outlet, e un emporio di roba usata. Ma sempre Milano ci rivende merce scaduta.
Una corrispondenza da New York del “Manifesto” informa il 31 ottobre che Alexander Stille ha pubblicato sul settimanale “New Yorker” un ritratto di Berlusconi. Intitolato “Girls! Girls! Girls!”. Il ritratto, spiega la corrispondenza, spiega che Berlusconi non è l’”instancabile Don Juan” dipinto dai suoi sostenitori, “capace di soddisfare due o tre donne in una volta”, no, è solo un “drogato di pompini e misteriose iniezioni”. Insomma, lui vorrebbe essere Don Giovanni, e invece è un piccolo Clinton.
Alexander Stille, informa la corrispondenza, è professore alla scuola di giornalismo della Columbia University of New York. Ma è anche figlio di Ugo Stille, il corrispondente da New York del “Corriere della sera”, di cui poi è stato direttore. Figlio doppio in un certo senso, perché Stille era un non de plume del padre e il figlio ha adottato anche quello. E questo, che da noi è una nobile genealogia, non baronaggio, non va bene in America.
Forse per questo il settimanale indica l‘articolo come “Una lettera da Roma“. E non consente che si legga sul suo sito, unico del ricco indice, nel numero del 3 novembre.
A trenta giorni dallo storico articolo di Asor Rosa sul “Ventennio di Berlusconi”, l’1 ottobre, c’è posto sul “Manifesto” per l’intervento a sostegno di Piero Bevilacqua. Il quale giustamente attacca Berlusconi, che ha corrotto la società civile. E conclude: “Io sento di assumermi, come storico, la responsabilità di affermare che neppure sotto la dittatura fascista il lavoro umano in Italia ha conosciuto le forme di degradazione, precarietà, umiliazione patite nell’ultimo ventennio nella cornice di uno stato formalmente democratico”. E informalmente?
Autore di una benemerita "Storia della Calabria" per le scuole, Bevilacqua è approdato alla Sapienza a Lettere al tempo di Asor Rosa. Che molti nell'ateneo romano dicono ancora "fascista", benché da tempo a riposo. E dunque il giudizio dello storico è giusto: si dà del fascista a tutti, perché non a Berlusconi?
Gianfranco Fini si è immerso nelle acque di Giannutri ad agosto. Bagno proibito, e multa - la storia è nota. Ma a novembre l‘indignazione resta grande a Livorno e Viareggio, e “Il Tirreno“ ospita un forum periodico sull‘argomento. Nell‘ultima ondata di proteste la multa è giudicata irrisoria, 206 euro.
Gli italiani sono mediamente i più longevi al mondo, dopo i giapponesi. Ogni anno si sa, si dice, da più anni. E ogni anno si pubblicano paginate sul perché i giapponesi sono longevi: sono pagine pronte?
Ci costringono quasi a rimpiangere la Prima Repubblica. Ma è vero che la Seconda Repubblica resterà irrimediabile epoca di mediocrità - se ci sarà una Seconda Repubblica nella storia: ci potrebbe essere una lunga deriva, il golpe abortito di Scalfaro e Mediobanca.
È dunque guerra tra il Belgio e l’Italia sulla protezione dell’ambiente. A parte il ridicolo, c’è l’ipocrisia, che evidentemente accompagna ogni evento dell’Unione. La querelle si sa già come andrà a finire: con una moratoria degli impegni di Kyoto, al vertice di fine anno. L’Italia si è preso il ruolo del cattivo, e gli altri, che non vedono l’ora di rinviare gli impegni, quella dei Robin Hood. Ma l’ipocrisia si esercita, appunto, sulle cose buone.
La protezione dell‘ambiente è una di queste cose buone. È di tutti, non solo dei belli-e-buoni. Ma per i belli-e-buoni è anche una cornucopia, di progettini, affarucci, opere spesso a nessun fine, se non l’arricchimento. Perché, chi può contestare gli “investimenti per l’ambiente”?
Non c’è più la prima pagina sul ”Corriere della sera” per Bill Emmott, l’ex direttore dell’“Economist” che faceva le copertine contro Berlusconi. C’è solo il taglio basso nella pagina dei commenti, tra i quattro o cinque ivi ospitati. Con un “Berlusconi fa bene: l’ottimismo serve” a corpo 48 sopra un pezzullo stiracchiato che piega perché i governanti in tempo di calamità devono sorridere.
L’arcigno ex direttore nomina Berlusconi di passata, nel build up del suo osanna a Osama. E forse non sa che Bazoli, e quindi il “Corriere”, sono in tregua con Berlusconi. Ma la sua nuova carriera di opinionista dell’Italia, e il lauto assegno del “Corriere”, varranno bene l’amato calice dell’osanna al disprezzato tycoon.
E tuttavia fa sempre impressione vedere sul maggiore giornale nazionale, anche se in taglio basso, in veste di salomone un ex direttore del settimanale così strettamente legato alle banche di affari e agli istituti di rating, le maggiori bande di ladri della storia, che il mondo stanno portando al lastrico.
L‘Expo a Milano e la ricapitalizzazione “a gratis” delle banche hanno fatto di Berlusconi il re di Milano, è a questo che il realista Bazoli si è piegato - l’Expo vale bene quindici miliardi di affari immobiliari. Ma è singolare come il puro e duro “Corriere” di Fiengo & co. ha subito fiutato l’ottimismo di Emmott-Berlusconi, malgrado le tante pagine che il giornale giustamente dedica alla crisi, “peggiore che nel 1929“. Il suo magazine di vita “Style” è andato subito a cercare gli eletti che, tra Milano e Napoli, le due città sono sempre più in simbiosi, fanno le giacche da uomo “a partire da” 2.000 euro.
“Una manifestazione oceanica che esonda da piazza Esedra e piazza del Popolo”, titola “il Manifesto”, “È arrivata l’alta marea”.
La “forza tranquilla” e il “paese normale” cedono il posto al cipiglio stentoreo noto, appena modernizzato dall’“esonda” dei vigili del fuoco. Per essere benevolenti, questa è la sinistra a cui piace vociare, per assolversi. Per mettersi l’animo in pace, come ogni buona zitella abitudinaria. Un po' ignorante, perché si confonde a ogni starnuto col Sessantotto. Ma bisogna anche sapere che questi si mettono in marcia, a milioni, per andare a Roma ad ascoltare il capo. Perfino per Cofferati si sono mossi, a milioni, che vuol'essere un mediocre.
Tra gli sprechi dell’università di Siena, che ha accumulato un buco di 250 milioni di euro, ci sono 1350 impiegati - per mille insegnanti: più di quelli del Monte dei Paschi, tradizionale feudatario di Siena. Ci sono costose e inutilizzate sedi distaccate a Arezzo, San Giovanni Valdarno (cioè Arezzo), Colle al d’Elsa (cioè Siena) e Follonica. Con iscritti in calo del 20 per cento. Ma soprattutto splende Pontignano: nell’ex certosa “lavorano” 41 dipendenti, con premio di produzione, in attesa che torni a conclave l’Ulivo di Prodi, per il quale le porte sono state aperte un paio di volte dopo il costosissimo restauro. Forse non sanno che l’Ulivo non c’è più.
Il progresso e la cultura sono a Milano “La vedova allegra” alla Scala, che commuove i migliori critici. Con spolvero di Mitteleuropa e Belle Epoque. E Beckham al Milan. Che Londra rifiuta, non vi è più buono nemmeno per il gossip. L’Italia sarà pure un outlet, e un emporio di roba usata. Ma sempre Milano ci rivende merce scaduta.
Una corrispondenza da New York del “Manifesto” informa il 31 ottobre che Alexander Stille ha pubblicato sul settimanale “New Yorker” un ritratto di Berlusconi. Intitolato “Girls! Girls! Girls!”. Il ritratto, spiega la corrispondenza, spiega che Berlusconi non è l’”instancabile Don Juan” dipinto dai suoi sostenitori, “capace di soddisfare due o tre donne in una volta”, no, è solo un “drogato di pompini e misteriose iniezioni”. Insomma, lui vorrebbe essere Don Giovanni, e invece è un piccolo Clinton.
Alexander Stille, informa la corrispondenza, è professore alla scuola di giornalismo della Columbia University of New York. Ma è anche figlio di Ugo Stille, il corrispondente da New York del “Corriere della sera”, di cui poi è stato direttore. Figlio doppio in un certo senso, perché Stille era un non de plume del padre e il figlio ha adottato anche quello. E questo, che da noi è una nobile genealogia, non baronaggio, non va bene in America.
Forse per questo il settimanale indica l‘articolo come “Una lettera da Roma“. E non consente che si legga sul suo sito, unico del ricco indice, nel numero del 3 novembre.
A trenta giorni dallo storico articolo di Asor Rosa sul “Ventennio di Berlusconi”, l’1 ottobre, c’è posto sul “Manifesto” per l’intervento a sostegno di Piero Bevilacqua. Il quale giustamente attacca Berlusconi, che ha corrotto la società civile. E conclude: “Io sento di assumermi, come storico, la responsabilità di affermare che neppure sotto la dittatura fascista il lavoro umano in Italia ha conosciuto le forme di degradazione, precarietà, umiliazione patite nell’ultimo ventennio nella cornice di uno stato formalmente democratico”. E informalmente?
Autore di una benemerita "Storia della Calabria" per le scuole, Bevilacqua è approdato alla Sapienza a Lettere al tempo di Asor Rosa. Che molti nell'ateneo romano dicono ancora "fascista", benché da tempo a riposo. E dunque il giudizio dello storico è giusto: si dà del fascista a tutti, perché non a Berlusconi?
Gianfranco Fini si è immerso nelle acque di Giannutri ad agosto. Bagno proibito, e multa - la storia è nota. Ma a novembre l‘indignazione resta grande a Livorno e Viareggio, e “Il Tirreno“ ospita un forum periodico sull‘argomento. Nell‘ultima ondata di proteste la multa è giudicata irrisoria, 206 euro.
Gli italiani sono mediamente i più longevi al mondo, dopo i giapponesi. Ogni anno si sa, si dice, da più anni. E ogni anno si pubblicano paginate sul perché i giapponesi sono longevi: sono pagine pronte?
Problemi di base - 6
Perché non si riconosce a Solidarnosc’ e ai polacchi la spinta definitiva alla caduta del comunismo – perché sono cattolici?
Perché la filosofia non ride?
Che cos’è la bellezza - uno si chiede dopo aver letto Eco?
Perché la mafia si è fermata a Provenzano, trent’anni fa?
Perché la polizia ci fa paura?
Perché i migliori boia sono i giudici – più puliti, più freddi, e inattaccabili?
Perché i giornalisti fanno parlare Mourinho, per paginate, che non vuole farsi intervistare?
Che cos’è l’Anorthosis?
Quali montagne poteva scalare Maometto nella penisola arabica?
Perché la filosofia non ride?
Che cos’è la bellezza - uno si chiede dopo aver letto Eco?
Perché la mafia si è fermata a Provenzano, trent’anni fa?
Perché la polizia ci fa paura?
Perché i migliori boia sono i giudici – più puliti, più freddi, e inattaccabili?
Perché i giornalisti fanno parlare Mourinho, per paginate, che non vuole farsi intervistare?
Che cos’è l’Anorthosis?
Quali montagne poteva scalare Maometto nella penisola arabica?
Islam senza libertà
È un libro che non dà quello che promette, benché garantito da Andrea Romano, che l’ha voluto, e dedicato a importanti studiosi: “A Franco Cardini,\a Umberto Eco (e a sua moglie)”: non sappiamo chiudendolo dov’è la libertà nell’islam – non c’è (ma la moglie di Eco, non avrà un nome?).
È un articolo prolisso sui sette nemici di Ramadan (laici, destre, femministe, gay, israeliani, estremisti mussulmani, esperti di terrorismo). Un’autodifesa, faticosa. L’islam non da ora è la seconda religione in Europa. Ma Ramadan la vuole col fastidioso noi e voi.
Bello e poliglotta, professore a Oxford, dopo essere stato preside di liceo a Ginevra a ventitrè anni, nipote del fondatore dei Fratelli Mussulmani in Egitto, ma svizzero di quarta generazione, rinato nel 1990 a vita nuova con l’islam, che ha studiato in venti mesi appassionati al Cairo, il personaggio è principe dei talk show, e questo è tutto. Un’imbarazzante serie di note sul vuoto rimanda a libri, siti, discorsi, articoli, incarichi dell’autore, e perfino a un “prossimo libro”, o due, dello stesso.
Volendo, si può aggiungere che non è colpa sua. L'islam che imperversa è molto occidentale, del tipo di Occidente che questo stesso islam contesta: elettronica, internet, 007, molti soldi, e il presenzialismo, il gusto di apparire più che di essere. In estate, un sondaggio sugli intellettuali più influenti del pianeta delle autorevoli riviste "Foreign Policy" (Usa) e "Prospect" (Gran Bretagna), sui cento nomi che le stesse proponevano, ha visto ai primi dieci posti i mussulmani. Tutti i mussulmani proposti. Tutti sconosciuti eccetto Yunus, il banchiere dei poveri. Con nessun contributo alla cultura o allo stesso islam. Ma si votava per e-mail. E i candidati italiani delle due riviste, per intendersi, erano Eco e Gianni Riotta.
Tariq Ramadan, Islam e libertà, Einaudi, pp. 143, €9
È un articolo prolisso sui sette nemici di Ramadan (laici, destre, femministe, gay, israeliani, estremisti mussulmani, esperti di terrorismo). Un’autodifesa, faticosa. L’islam non da ora è la seconda religione in Europa. Ma Ramadan la vuole col fastidioso noi e voi.
Bello e poliglotta, professore a Oxford, dopo essere stato preside di liceo a Ginevra a ventitrè anni, nipote del fondatore dei Fratelli Mussulmani in Egitto, ma svizzero di quarta generazione, rinato nel 1990 a vita nuova con l’islam, che ha studiato in venti mesi appassionati al Cairo, il personaggio è principe dei talk show, e questo è tutto. Un’imbarazzante serie di note sul vuoto rimanda a libri, siti, discorsi, articoli, incarichi dell’autore, e perfino a un “prossimo libro”, o due, dello stesso.
Volendo, si può aggiungere che non è colpa sua. L'islam che imperversa è molto occidentale, del tipo di Occidente che questo stesso islam contesta: elettronica, internet, 007, molti soldi, e il presenzialismo, il gusto di apparire più che di essere. In estate, un sondaggio sugli intellettuali più influenti del pianeta delle autorevoli riviste "Foreign Policy" (Usa) e "Prospect" (Gran Bretagna), sui cento nomi che le stesse proponevano, ha visto ai primi dieci posti i mussulmani. Tutti i mussulmani proposti. Tutti sconosciuti eccetto Yunus, il banchiere dei poveri. Con nessun contributo alla cultura o allo stesso islam. Ma si votava per e-mail. E i candidati italiani delle due riviste, per intendersi, erano Eco e Gianni Riotta.
Tariq Ramadan, Islam e libertà, Einaudi, pp. 143, €9
giovedì 30 ottobre 2008
Processo alla storia-processo
Lo storico giudice di Carlo Ginzburg come uno sbirro? Ci sono due storie al tornante del millennio, la storia come spettacolo in tribunale e la storia dell’inquirente, quello per il quale ogni evento è comunque delittuoso, dovendo essere oggetto d’indagine sul modello poliziesco. La seconda non può essere vera e non è consolante, se non come un qualsiasi giallo. Mentre la prima si dissolve nel gossip, lo spamming invadente dell‘età elettronica, di parole e immagini, nel dissolvimento di ogni principio di verità e responsabilità. In tutto somigliante alla storia negata del nazista di Primo Levi, che risponde con un “hier ist kein warum”, non c’è un perché.
Se lo storico è giudice
C’è un uso distorto della storia, di cui la concomitante uscita dell’“Appello di Blois”, sottoscritto da quasi mille storici di 43 paesi, dà un senso definito. È la storia fissata dalle leggi, “che non si può disconoscere”, e di conseguenza non si può più nemmeno indagare. Sono leggi politicamente di sinistra, secondo il vecchio gergo: le tante fatte in Europa che fissano l’Olocausto, contro il negazionismo, e quelle francesi che fissano la tratta e il genocidio degli armeni. A protezione cioè delle vittime. Ma che finiscono per intralciare la ricerca storica, e quindi la storia. L’associazione Liberté pour l’histoire, che ha lanciato l’appello, è stata creata tre anni da Pierre Nora, socialista, proprio per combattere questa limitazione. Ma c’è di più, di più insidioso.
I saggi qui riuniti vogliono fare giustizia della “tribunalizzazione” della storia in altro senso. Dell’“uso” della storia per fare giustizia, spiega Melloni, del paradigma indiziario, e della concomitante mentalità del complotto. Anche al livello più alto del paradigma, la narrazione della storia, in cui Ginzburg eccelle. Della storia che non si fa, del passato che non passa. Anche citando l’ambiguo Ricoeur: “La storia vuole fare della memoria una sua provincia”, una violazione del tempo che si fa violenta quando la storia è storia del tempo che viviamo.
Ma i due termini della questione alla fine confluiscono, nella commistione tra storico e giudice - sia esso o no legislaore - implicita nel paradigma. Della storia come arringa avvocatesca, sia pure di pubblico ministero, in teoria impegnato alla verità dei fatti. Con la quale si finisce per favorire, dice Melloni con Giovanni Miccoli, lo storico de I dilemmi e i silenzi di Pio XII, “l’idea che quei fatti si collocano al di fuori della portata e della misura degli uomini comuni”. E in parallelo fare giustizia della riduzione della storia del Novecento e dell’ebraismo alla Shoah, con il corollario della Colpa imprescrittibile. Con la conseguenza paradossale che quella “storia che non passa” diventa anche una storia che non è avvenuta, non per gli epigoni e i contemporanei. Se non nelle forme dominanti del gossip, per essere cioè opera di folli, di forze demoniache, del male assoluto, di oscuri complotti.
La categoria dell’“uso pubblico della storia” risale al 1986, coniata da Jürgen Habermas nel quadro della Historikerstreit, la disputa degli storici, contro Ernst Nolte che il nazismo per ultimo disse una reazione al bolscevismo. Ma non si dà un momento della storia in cui non se ne sia fatto un uso politico. Alberto Melloni, storico del cristianesimo, si assume in questo libro a quattro mani, che lui stesso ha impiantato, il ruolo del guastatore. Esordisce con “la storia universale è il giudizio universale”, di Schiller, che Hegel imporrà come criterio principe di filosofia della storia. Cui oppone la “prosaica” verità di “un cantautore” - Francesco De Gregori: “La storia dà torto e dà ragione”, e “la storia siamo noi”. Ma ha da dire una cosa seria, e i testi di Marquard a supporto, sebbene anch’essi brillanti, sono fortemente argomentati. “Per la storia della tribunalizzazionme della storia” di Melloni, e i due “esoneri” di Marquard che confluiscono nel libro, “Motivi di teodicea nella filosofia dell‘epoca moderna“ e “L‘uomo nella filosofia del XVIII secolo“, sono tre densi saggi inattuali. Per la radicale diversa prospettiva che introducono nella storia e nella storiografia.
Il filosofo stuntman
Diversa rispetto a quelle del tornante del millennio. Che comunque sono insoddisfacenti per i loro stessi teorici e fautori.Una ricerca come Pasque di sangue, costruita col paradigma indiziario di Ginzburg, incontra la più convinta condanna dello stesso Ginzburg: ci vogliono - ci sono - interdizioni. Niente è da dire del giacobinismo spammato nelle cronache, e più a opera e beneficio degli avidi, i filibustieri, i furbi, i maestri della corruzione, gli (ex) compagni di strada. Dei padroni insomma della audience. Su una umanità di gusci, che sono tanto protetti e ricchi quanto sono apprensivi e avidi, di libri vuoti, di cartaveline.
L’argomento è sensibile. La storia da farsi essendo quella del fascismo, della Shoah, del comunismo - a cui bisognerà aggiungere l’uso della Bomba, i bombardamenti programmati di vittime civili, e forse lo stesso concetto di guerra totale. Insomma, tutto il Novecento e la contemporaneità. Ma è una storia che non si fa perché è una storia che non passa, questo l’argomento comune ai due autori. “Vige la legge”, Marquard, p.76, “della crescente pervasività dei residui”: più migliora il resto, “tanto più virulento diventa… il negativo che resta“.
È l’effetto della postmodernità - dell’età dell’acquario?. Una riedizione della ciclica depressione goduriosa dell’Occidente. Sopra la quale lo storico Melloni e il filosofo Marquard cavalcano in allegria per esserne esenti. Per essere credenti nell’epoca della incroyance? Marquard vede il filosofo “stuntman dell’esperto”, la controfigiura di chi ne sa nelle situazioni pericolose.
"Si giustifichi"
La tribunalizzazoone della storia è la trasformazione della domanda di Leibniz, “perché esiste qualcosa invece di niente?”, in “con che diritto esiste qualcosa invece di niente?”Con la conseguente inimputabilità, attraverso le nuove filosofie, o un bisogno di esonero: il bene che viene dal male. “Si giustifichi” è la legge dell’uomo moderno. È il principio della Riforma, che per questo ha bandito le opere. Marquard ricorda a questo proposito Heine, che con la solita chiarezza nel 1835 riportò il giacobinismo al teutonismo: “Come in Francia qualunque diritto, così in Germania qualunque pensiero deve giustificarsi”. Il Robespierre tedesco, notava Heine, era stato Kant.
La tribunalizzazione è accentuata dalla “onnipotenza della modernità”, che espunge l’impotenza e il dolore. Fino alla triviale e al banale, che ci perseguita da Norimberga. Per l’immagine che fa aggio su qualsiasi verità, e la comunicazione ridotta a chiacchiera, dei blog, le chat, i forum, i reality e i talk show. Lieve ma invadente e sostiutiva: occupa gli spazi, espunge la riflessione e la comprensione - dopo tanta rete, reality e talk show, la leggerezza cara a Savinio e Calvino va riconsiderata. Le immagini, nota Melloni, sono macigni: giudice insindacabile al tribunale della storia è oggi la televisione. Non il documento in archivio, ma l’immagine a casa.
Contro lo spamming invadente, “lo storico migliore” di Melloni “non è quello che ingenuamente arretra nell’afasia, nella polverizzazione microscopica, in qualche forma di par condicio della memoria, ma quello che riesce a disilludere chi chiede sentenza, a far emergere il valore del dettaglio, la parzialità della fonte, chi sa rendere preziose le aporie, sa valorizzare le contraddizioni e, al contrario del tribunale, sa che solo il giudice apre un dossier come se , dopo anni o dopo secoli, esso fosse rimasto identico e perciò « vero» ”.
Se Norimberga è un’assoluzione
La laicizzazione della storia porta dalla seconda metà dell’Ottocento all’“uso pubblico della storia”, nel senso di una magistratura. Norimberga ha avuto un precedente nel tentativo del presidente Wilson di giudicare il kaiser dopo il 1918. Dopo il 1945 la storia si fa in tribunale. Melloni cita Norimberga, Tokyo, Gerusalemme, Francoforte. Ma il più paradigmatico è Palermo, dove a Giorgio Galli, in qualità di storico, l’accusa commissiona la prova principe a carico di Andreotti processato per mafia, una ricerca storica. Che l’assoluzione boccerà, chiudendo il circolo della tribunalizzazione viziosa. L’idea di Norimberga, lanciata nel 1940 da Roosevelt, all’inizio della guerra, e sancita a Londra, a guerra che appare perduta ma prima della Soluzione Finale, il 13 gennaio 1942., è un processo simbolico, a carico di dodici militari e dodici civili. Di una sola parte in guerra. Non ci sono fascisti, ustascia, ucraini, ungheresi tra gli incolpati. Con effetti in superficie indifferenti e al profondo molto negativi.
Il primo e più profondo è la Colpa che non passa. Come uscire dalla Colpa, la condanna sterile, Melloni si fa dire da Christian Meier, lo storico di Da Atene a Auschwitz e L'arte politica della tragedia greca, suo riferimento in più punti, dal cui insegnamento deduce: “Nessun dubbio sul fatto che il comprendere, il comprendere che « dice tutto» di Bloch, inizi dopo la condanna e serva a rendere il passato sopportabile (in contrapposizione al passato rimosso dal mito e dall’oblio)”. E: “Solo ciò che può essere «sopportato» può anche essere «conosciuto storicamente» da chi viene dopo un passato, anche dopo il più recente dei passati”.
Effetti anche paradossali può far rilevare Melloni in conseguenza della tribunalizzazione. L’assassinio di Mussolini ha evitato un processo. L’Italia è così l’unico paese sconfitto a non avere processato il suo passato. Non l'hanno fatto gli americani, non c’è una Norimberga contro il fascismo, non l’ha fatto l’Italia. Se non per alcuni nazisti, sottufficiali o subalterni. I casi truci la Repubblica li chiuse in un armadio al ministero della Difesa, con le porte contro il muro. Amnistia, amnesia. L’amnistia la voleva Umberto di Savoia all’atto dell’ascesa al trono. Anche sulla guerra civile, c’è stato Pavone e poi niente: la “ricerca” è stata lasciata ai giornalisti, per vendere qualche copia. Non è stato fatto il processo ai crimini comunisti in Europa, pure efferati. E Mengaldo titola “La vendetta è il racconto” le testimonianze e riflessioni sulla Shoah, la storia più traumatica.
La teodicea laica
Ma un effetto su tutti Marqiard e Melloni a sorpresa fanno emergere da questa contemporaneità tribunalizia e vacua: il suo apparentamento alla dismessa teodicea, di quando la storia era la rivelazione di Dio. Critici e anzi sarcastici, benché credenti, in quanto è da due scoli e mezzo, dal 1750, una labile teodicea laica. Che, se aiuta e fomenta il progresso tecnico, si adopera a escludere il male, a metterlo da parte, mediante la storia tribunalizia. Mediante il risarcimento (del male), il criterio base della “Teodicea” di Leibniz: del male gnoseologico (la curiosità trasformata da dissipazione in virtù), estetico (l’emozione, la metafora, il mito, l’esotico, il selvaggio, il fanciullesco, il femminile), morale (il peccato originale pegno di libertà, l’asocialità come creatività, Nietzsche: la ribellione è creatività), fisico (la fatica, il lavoro, la stessa penuria in Malthus), metafisico (mutamento). Mentre il bene tradizionale viene trasformato in male.
Marquard ha due pagine magistrali sul bisogno di Dio, spiegato da Leibniz nella Teodicea”, le cui insufficienze saranno addebitate nel secondo Settecento da Kant all’uomo e da Fichte alla storia, dopo che Rousseau aveva rilevato il distacco della cultura dalla natura, e il terremoto di Lisbona nel 1755 gli aveva dato ragione. Mentre nel 1764 debuttava la letteratura horror, e nel 1965 la filosofia della storia. Il progresso è Dio, dicevano Hegel e Tocqueville. Non può esserlo, obiettava Ranke, altrimenti chi è nato prima è discriminato. Ma si restava sempre in quell’ambito. Marquard ritrova nella contemporaneità tutti i motivi della teodice prima del disincanto, che la “Teodices” di Leibniz sistematizza: il risarcimento, la compensazione, l’esonero. Singolare recupero. Non immotivato. La “tribunalizzazione della storia” vedendo (Melloni, p.47) “non solo come figura che sostituisce e secolarizza la teodicea, ma come un concreto appello del diritto penale e perfino costituzionale alla storia, affinché essa legittimi l’adesione e l’identità politica, in quel vuoto dello ius publicum europaeum presentito da Carl Schmitt”. Una nuova forma di teodicea, laica, per riempire il vuoto della secolarizzazione.
La tribunalizzazione è il tentativo della storia secolarizzata di darsi una morale. Una debolezza, che Melloni condanna d’acchito: “Sicché, alla fine, dopo aver certo esonerato l’uomo con la stessa fragile eleganza con cui la teodicea esonerava Dio, non ci si ritrova fra le mani una tesi filosofica, ma un legame pericolosamente solido fra giudizio storico e giudizio penale”.
Marquard, Melloni, La storia che giudica, la storia che assolve, Laterza, pp.162, € 16
Se lo storico è giudice
C’è un uso distorto della storia, di cui la concomitante uscita dell’“Appello di Blois”, sottoscritto da quasi mille storici di 43 paesi, dà un senso definito. È la storia fissata dalle leggi, “che non si può disconoscere”, e di conseguenza non si può più nemmeno indagare. Sono leggi politicamente di sinistra, secondo il vecchio gergo: le tante fatte in Europa che fissano l’Olocausto, contro il negazionismo, e quelle francesi che fissano la tratta e il genocidio degli armeni. A protezione cioè delle vittime. Ma che finiscono per intralciare la ricerca storica, e quindi la storia. L’associazione Liberté pour l’histoire, che ha lanciato l’appello, è stata creata tre anni da Pierre Nora, socialista, proprio per combattere questa limitazione. Ma c’è di più, di più insidioso.
I saggi qui riuniti vogliono fare giustizia della “tribunalizzazione” della storia in altro senso. Dell’“uso” della storia per fare giustizia, spiega Melloni, del paradigma indiziario, e della concomitante mentalità del complotto. Anche al livello più alto del paradigma, la narrazione della storia, in cui Ginzburg eccelle. Della storia che non si fa, del passato che non passa. Anche citando l’ambiguo Ricoeur: “La storia vuole fare della memoria una sua provincia”, una violazione del tempo che si fa violenta quando la storia è storia del tempo che viviamo.
Ma i due termini della questione alla fine confluiscono, nella commistione tra storico e giudice - sia esso o no legislaore - implicita nel paradigma. Della storia come arringa avvocatesca, sia pure di pubblico ministero, in teoria impegnato alla verità dei fatti. Con la quale si finisce per favorire, dice Melloni con Giovanni Miccoli, lo storico de I dilemmi e i silenzi di Pio XII, “l’idea che quei fatti si collocano al di fuori della portata e della misura degli uomini comuni”. E in parallelo fare giustizia della riduzione della storia del Novecento e dell’ebraismo alla Shoah, con il corollario della Colpa imprescrittibile. Con la conseguenza paradossale che quella “storia che non passa” diventa anche una storia che non è avvenuta, non per gli epigoni e i contemporanei. Se non nelle forme dominanti del gossip, per essere cioè opera di folli, di forze demoniache, del male assoluto, di oscuri complotti.
La categoria dell’“uso pubblico della storia” risale al 1986, coniata da Jürgen Habermas nel quadro della Historikerstreit, la disputa degli storici, contro Ernst Nolte che il nazismo per ultimo disse una reazione al bolscevismo. Ma non si dà un momento della storia in cui non se ne sia fatto un uso politico. Alberto Melloni, storico del cristianesimo, si assume in questo libro a quattro mani, che lui stesso ha impiantato, il ruolo del guastatore. Esordisce con “la storia universale è il giudizio universale”, di Schiller, che Hegel imporrà come criterio principe di filosofia della storia. Cui oppone la “prosaica” verità di “un cantautore” - Francesco De Gregori: “La storia dà torto e dà ragione”, e “la storia siamo noi”. Ma ha da dire una cosa seria, e i testi di Marquard a supporto, sebbene anch’essi brillanti, sono fortemente argomentati. “Per la storia della tribunalizzazionme della storia” di Melloni, e i due “esoneri” di Marquard che confluiscono nel libro, “Motivi di teodicea nella filosofia dell‘epoca moderna“ e “L‘uomo nella filosofia del XVIII secolo“, sono tre densi saggi inattuali. Per la radicale diversa prospettiva che introducono nella storia e nella storiografia.
Il filosofo stuntman
Diversa rispetto a quelle del tornante del millennio. Che comunque sono insoddisfacenti per i loro stessi teorici e fautori.Una ricerca come Pasque di sangue, costruita col paradigma indiziario di Ginzburg, incontra la più convinta condanna dello stesso Ginzburg: ci vogliono - ci sono - interdizioni. Niente è da dire del giacobinismo spammato nelle cronache, e più a opera e beneficio degli avidi, i filibustieri, i furbi, i maestri della corruzione, gli (ex) compagni di strada. Dei padroni insomma della audience. Su una umanità di gusci, che sono tanto protetti e ricchi quanto sono apprensivi e avidi, di libri vuoti, di cartaveline.
L’argomento è sensibile. La storia da farsi essendo quella del fascismo, della Shoah, del comunismo - a cui bisognerà aggiungere l’uso della Bomba, i bombardamenti programmati di vittime civili, e forse lo stesso concetto di guerra totale. Insomma, tutto il Novecento e la contemporaneità. Ma è una storia che non si fa perché è una storia che non passa, questo l’argomento comune ai due autori. “Vige la legge”, Marquard, p.76, “della crescente pervasività dei residui”: più migliora il resto, “tanto più virulento diventa… il negativo che resta“.
È l’effetto della postmodernità - dell’età dell’acquario?. Una riedizione della ciclica depressione goduriosa dell’Occidente. Sopra la quale lo storico Melloni e il filosofo Marquard cavalcano in allegria per esserne esenti. Per essere credenti nell’epoca della incroyance? Marquard vede il filosofo “stuntman dell’esperto”, la controfigiura di chi ne sa nelle situazioni pericolose.
"Si giustifichi"
La tribunalizzazoone della storia è la trasformazione della domanda di Leibniz, “perché esiste qualcosa invece di niente?”, in “con che diritto esiste qualcosa invece di niente?”Con la conseguente inimputabilità, attraverso le nuove filosofie, o un bisogno di esonero: il bene che viene dal male. “Si giustifichi” è la legge dell’uomo moderno. È il principio della Riforma, che per questo ha bandito le opere. Marquard ricorda a questo proposito Heine, che con la solita chiarezza nel 1835 riportò il giacobinismo al teutonismo: “Come in Francia qualunque diritto, così in Germania qualunque pensiero deve giustificarsi”. Il Robespierre tedesco, notava Heine, era stato Kant.
La tribunalizzazione è accentuata dalla “onnipotenza della modernità”, che espunge l’impotenza e il dolore. Fino alla triviale e al banale, che ci perseguita da Norimberga. Per l’immagine che fa aggio su qualsiasi verità, e la comunicazione ridotta a chiacchiera, dei blog, le chat, i forum, i reality e i talk show. Lieve ma invadente e sostiutiva: occupa gli spazi, espunge la riflessione e la comprensione - dopo tanta rete, reality e talk show, la leggerezza cara a Savinio e Calvino va riconsiderata. Le immagini, nota Melloni, sono macigni: giudice insindacabile al tribunale della storia è oggi la televisione. Non il documento in archivio, ma l’immagine a casa.
Contro lo spamming invadente, “lo storico migliore” di Melloni “non è quello che ingenuamente arretra nell’afasia, nella polverizzazione microscopica, in qualche forma di par condicio della memoria, ma quello che riesce a disilludere chi chiede sentenza, a far emergere il valore del dettaglio, la parzialità della fonte, chi sa rendere preziose le aporie, sa valorizzare le contraddizioni e, al contrario del tribunale, sa che solo il giudice apre un dossier come se , dopo anni o dopo secoli, esso fosse rimasto identico e perciò « vero» ”.
Se Norimberga è un’assoluzione
La laicizzazione della storia porta dalla seconda metà dell’Ottocento all’“uso pubblico della storia”, nel senso di una magistratura. Norimberga ha avuto un precedente nel tentativo del presidente Wilson di giudicare il kaiser dopo il 1918. Dopo il 1945 la storia si fa in tribunale. Melloni cita Norimberga, Tokyo, Gerusalemme, Francoforte. Ma il più paradigmatico è Palermo, dove a Giorgio Galli, in qualità di storico, l’accusa commissiona la prova principe a carico di Andreotti processato per mafia, una ricerca storica. Che l’assoluzione boccerà, chiudendo il circolo della tribunalizzazione viziosa. L’idea di Norimberga, lanciata nel 1940 da Roosevelt, all’inizio della guerra, e sancita a Londra, a guerra che appare perduta ma prima della Soluzione Finale, il 13 gennaio 1942., è un processo simbolico, a carico di dodici militari e dodici civili. Di una sola parte in guerra. Non ci sono fascisti, ustascia, ucraini, ungheresi tra gli incolpati. Con effetti in superficie indifferenti e al profondo molto negativi.
Il primo e più profondo è la Colpa che non passa. Come uscire dalla Colpa, la condanna sterile, Melloni si fa dire da Christian Meier, lo storico di Da Atene a Auschwitz e L'arte politica della tragedia greca, suo riferimento in più punti, dal cui insegnamento deduce: “Nessun dubbio sul fatto che il comprendere, il comprendere che « dice tutto» di Bloch, inizi dopo la condanna e serva a rendere il passato sopportabile (in contrapposizione al passato rimosso dal mito e dall’oblio)”. E: “Solo ciò che può essere «sopportato» può anche essere «conosciuto storicamente» da chi viene dopo un passato, anche dopo il più recente dei passati”.
Effetti anche paradossali può far rilevare Melloni in conseguenza della tribunalizzazione. L’assassinio di Mussolini ha evitato un processo. L’Italia è così l’unico paese sconfitto a non avere processato il suo passato. Non l'hanno fatto gli americani, non c’è una Norimberga contro il fascismo, non l’ha fatto l’Italia. Se non per alcuni nazisti, sottufficiali o subalterni. I casi truci la Repubblica li chiuse in un armadio al ministero della Difesa, con le porte contro il muro. Amnistia, amnesia. L’amnistia la voleva Umberto di Savoia all’atto dell’ascesa al trono. Anche sulla guerra civile, c’è stato Pavone e poi niente: la “ricerca” è stata lasciata ai giornalisti, per vendere qualche copia. Non è stato fatto il processo ai crimini comunisti in Europa, pure efferati. E Mengaldo titola “La vendetta è il racconto” le testimonianze e riflessioni sulla Shoah, la storia più traumatica.
La teodicea laica
Ma un effetto su tutti Marqiard e Melloni a sorpresa fanno emergere da questa contemporaneità tribunalizia e vacua: il suo apparentamento alla dismessa teodicea, di quando la storia era la rivelazione di Dio. Critici e anzi sarcastici, benché credenti, in quanto è da due scoli e mezzo, dal 1750, una labile teodicea laica. Che, se aiuta e fomenta il progresso tecnico, si adopera a escludere il male, a metterlo da parte, mediante la storia tribunalizia. Mediante il risarcimento (del male), il criterio base della “Teodicea” di Leibniz: del male gnoseologico (la curiosità trasformata da dissipazione in virtù), estetico (l’emozione, la metafora, il mito, l’esotico, il selvaggio, il fanciullesco, il femminile), morale (il peccato originale pegno di libertà, l’asocialità come creatività, Nietzsche: la ribellione è creatività), fisico (la fatica, il lavoro, la stessa penuria in Malthus), metafisico (mutamento). Mentre il bene tradizionale viene trasformato in male.
Marquard ha due pagine magistrali sul bisogno di Dio, spiegato da Leibniz nella Teodicea”, le cui insufficienze saranno addebitate nel secondo Settecento da Kant all’uomo e da Fichte alla storia, dopo che Rousseau aveva rilevato il distacco della cultura dalla natura, e il terremoto di Lisbona nel 1755 gli aveva dato ragione. Mentre nel 1764 debuttava la letteratura horror, e nel 1965 la filosofia della storia. Il progresso è Dio, dicevano Hegel e Tocqueville. Non può esserlo, obiettava Ranke, altrimenti chi è nato prima è discriminato. Ma si restava sempre in quell’ambito. Marquard ritrova nella contemporaneità tutti i motivi della teodice prima del disincanto, che la “Teodices” di Leibniz sistematizza: il risarcimento, la compensazione, l’esonero. Singolare recupero. Non immotivato. La “tribunalizzazione della storia” vedendo (Melloni, p.47) “non solo come figura che sostituisce e secolarizza la teodicea, ma come un concreto appello del diritto penale e perfino costituzionale alla storia, affinché essa legittimi l’adesione e l’identità politica, in quel vuoto dello ius publicum europaeum presentito da Carl Schmitt”. Una nuova forma di teodicea, laica, per riempire il vuoto della secolarizzazione.
La tribunalizzazione è il tentativo della storia secolarizzata di darsi una morale. Una debolezza, che Melloni condanna d’acchito: “Sicché, alla fine, dopo aver certo esonerato l’uomo con la stessa fragile eleganza con cui la teodicea esonerava Dio, non ci si ritrova fra le mani una tesi filosofica, ma un legame pericolosamente solido fra giudizio storico e giudizio penale”.
Marquard, Melloni, La storia che giudica, la storia che assolve, Laterza, pp.162, € 16
Il referendum contro il grembiulino
Gelmini non aveva fatto in tempo a evocarlo, nelle interviste agostane, che il grembiulino faceva mostra di sé in tutte le vetrine d’Italia, in infinite fogge, in molteplici colori, in misure per tutti, anche per le maestre grasse. Se ne potrebbe inferire un complotto, l’ennesimo, fra la Gelmini, i grembiulai e i negozianti, contro la società civile. Con corredo di mamme comprate, quelle del grembiulino. Se non del famoso Gelli… Oppure un colpo di genio, un ultimo - l‘ultimo? - di questa Italia depressa e decaduta, specie degli efficientissimi artigiani napoletani che “Gomorra“ dice camorra, che in pochi giorni sono stati in grado non solo di fabbricare milioni di grembiulini, ma anche di farli trovare in tutta Italia. Quando un pacco raccomandato espresso con le Poste ci impiega almeno dieci giorni solo per andare da Roma a Ostia. Senza contare quindi la confezione, e la lunga attesa per la spedizione.
Ora, per questo il referendum di Veltroni contro il grembiulino appare ai più malinconico. Perché censura, col suggello della società civile e delle mamme, quelle contro il grembiulino, questo - ultimo? - sprazzo di creatività italiana e napoletana. Di cui insomma dobbiamo vergognarci. Se non, quasi quasi, andare a votare contro. Cioè per il grembiulino. E a questo punto anche per il voto in condotta, che tanto dispiace alle mamme trepide.
Certo, we can. Ma che ne direbbe Obama? Non avrebbe fatto meglio Veltroni a mandarci al referendum contro i tagli alla scuola? O i tagli all‘università? O anche solo contro i tagli alla ricerca? Qui tra l‘altro era anche semplice: bastava dire “votate no all‘emendamento Brunetta“. O lui è contro il grembiule, e il voto in condotta, e a favore dell’emendamento?
P.S.- Il referendum non è consentito sule leggi di bilancio. Ma sulla sopravvivenza dell‘università sì.
Ora, per questo il referendum di Veltroni contro il grembiulino appare ai più malinconico. Perché censura, col suggello della società civile e delle mamme, quelle contro il grembiulino, questo - ultimo? - sprazzo di creatività italiana e napoletana. Di cui insomma dobbiamo vergognarci. Se non, quasi quasi, andare a votare contro. Cioè per il grembiulino. E a questo punto anche per il voto in condotta, che tanto dispiace alle mamme trepide.
Certo, we can. Ma che ne direbbe Obama? Non avrebbe fatto meglio Veltroni a mandarci al referendum contro i tagli alla scuola? O i tagli all‘università? O anche solo contro i tagli alla ricerca? Qui tra l‘altro era anche semplice: bastava dire “votate no all‘emendamento Brunetta“. O lui è contro il grembiule, e il voto in condotta, e a favore dell’emendamento?
P.S.- Il referendum non è consentito sule leggi di bilancio. Ma sulla sopravvivenza dell‘università sì.
lunedì 27 ottobre 2008
Tagliata la fisica bianca e la ricerca nucleare
È argomento di molta ironia tra i fisici italiani, pure in questi giorni che li vedono al centro della protesta contro l’abolizione della ricerca scientifica. E uno che avrebbe fatto infuriare Berlusconi, per l’evidente ricaduta beffarda. L’istituto di ricerca che per primo cadrà sotto la scure del governo è quello nucleare, l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare.
L’ironia, e la beffa, sta nel fatto che il governo si è impegnato, con la stessa determinazione che usa contro la ricerca, a rilanciare il nucleare in Italia. Facile argomentare che “Berlusconi pensa di fare il nucleare coi battilamiera”. Ma con un codicillo ancora più insidioso: tagliando l’Infn il governo taglia la vena aorta della fisica “bianca”, la creatura prediletta di Zichichi e altri fisici dello stesso colore. Che peraltro hanno sempre avuto, e vorrebbero mantenerla col ministro delle Attività Produttive, il bianchissimo Scajola, una leadership incontestata in tutti i campi del settore energia.
Nel passato governo Berlusconi Letizia Moratti tagliò la fisica “rossa”, l’Infm, l’Istituto nazionale di fisica della materia, accorpandolo al Cnr, dove rientrava sotto il controllo bianco. Nessuno protestò, in nessuna piazza, e anzi Zichichi e i suoi amici scesero in campo con dichiarazioni pubbliche a favore del governo. Ora la beffa. Che molti giurano non sarà fatta passare liscia a Berlusconi.
L’ironia, e la beffa, sta nel fatto che il governo si è impegnato, con la stessa determinazione che usa contro la ricerca, a rilanciare il nucleare in Italia. Facile argomentare che “Berlusconi pensa di fare il nucleare coi battilamiera”. Ma con un codicillo ancora più insidioso: tagliando l’Infn il governo taglia la vena aorta della fisica “bianca”, la creatura prediletta di Zichichi e altri fisici dello stesso colore. Che peraltro hanno sempre avuto, e vorrebbero mantenerla col ministro delle Attività Produttive, il bianchissimo Scajola, una leadership incontestata in tutti i campi del settore energia.
Nel passato governo Berlusconi Letizia Moratti tagliò la fisica “rossa”, l’Infm, l’Istituto nazionale di fisica della materia, accorpandolo al Cnr, dove rientrava sotto il controllo bianco. Nessuno protestò, in nessuna piazza, e anzi Zichichi e i suoi amici scesero in campo con dichiarazioni pubbliche a favore del governo. Ora la beffa. Che molti giurano non sarà fatta passare liscia a Berlusconi.
"Economist" e "Financial Times" a guardia dei ladri
Si risollevano le sorti politiche di Brown in Inghilterra perché è intervenuto prima e più rapidamente di ogni altro a salvare le grandi banche. Col pauso delle vestali del mercato, “Economist” e “Financial Times”. Senza un cenno di autocritica dei due giornali. Che sono stati fatti (e forse lo sono ancora) dalle banche d’affari, e dai compari di queste banche, gli istituti di rating. Dai grandi ladri cioè all’origine degli ammanchi senza precedenti che hanno svuotato il mercato. E porteranno a una reazione a catena di fallimenti, non esclusi gli stessi santoni del mercato e della dirittura morale, “Economist” e “Financial Times”.
Per un quindicennio i due grandi giornali si sono fatti con le indiscrezioni pilotate delle banche d’affari. Per questo o quell’affare, oppure contro questo o contro quello. Affari come ora si sa banditeschi, di cui i due giornali sono stati i complici – e possono essere le vittime. Ma non c’è in essi alcuna autocritica.
Che il senso morale britannico sia jingoista, si sapeva: Londra è la migliore. Ma che il nocciolo della corruzione sia ancora protetto significa che la crisi, per quanto grave, lascia inalterato l’assetto degli affari. Si rubava, cioè, e si continua a rubare.
Per un quindicennio i due grandi giornali si sono fatti con le indiscrezioni pilotate delle banche d’affari. Per questo o quell’affare, oppure contro questo o contro quello. Affari come ora si sa banditeschi, di cui i due giornali sono stati i complici – e possono essere le vittime. Ma non c’è in essi alcuna autocritica.
Che il senso morale britannico sia jingoista, si sapeva: Londra è la migliore. Ma che il nocciolo della corruzione sia ancora protetto significa che la crisi, per quanto grave, lascia inalterato l’assetto degli affari. Si rubava, cioè, e si continua a rubare.
La ricerca fa litigare Gelmini e Brunetta
La Gelmini contro Brunetta. Maroni contro Gelmini e Brunetta. Ci sono stati errori nella riforma della scuola e dell’università, “sovraesposizioni”: all’interno del governo si cominciano a fare i conti. Maroni, pur condividendo sia il decreto Gelmini che l’emendamento Brunetta, non ci sta ad “alzare il livello dello scontro”, come usava dire: le forze dell’ordine hanno consegne ferree di evitare qualsiasi forma di violenza. “Niente martiri”, avrebbe detto il titolare dell’Interno. Che esclude comunque l’impiego della forza pubblica per assicurare la continuità della didattica contro eventuali occupazioni, anche se prolungate.
Ma il problema non è tanto l’impiego della forza pubblica, che non sarebbe in agenda, quanto il carattere punitivo e eccessivo di cui sono stati caricati gli interventi sulla scuola e l’università. Gelmini tenta da qualche giorno, al Senato e nelle interviste, di recuperare la dimensione politica dei suoi decreti. E si lamenta in privato degli atteggiamenti ultimativi che invece Brunetta esibirebbe. Solo per tenere fede, afferma, alla sua immagine di mangiasprechi. Mentre Brunetta dal canto suo ritiene di essere stato intrappolato, col famoso emendamento tagliaricerca, dall’establishment ministeriale. Un emendamento che egli avrebbe proposto senza valutarne appunto l’impatto sulla ricerca scientifica.
Ma il problema non è tanto l’impiego della forza pubblica, che non sarebbe in agenda, quanto il carattere punitivo e eccessivo di cui sono stati caricati gli interventi sulla scuola e l’università. Gelmini tenta da qualche giorno, al Senato e nelle interviste, di recuperare la dimensione politica dei suoi decreti. E si lamenta in privato degli atteggiamenti ultimativi che invece Brunetta esibirebbe. Solo per tenere fede, afferma, alla sua immagine di mangiasprechi. Mentre Brunetta dal canto suo ritiene di essere stato intrappolato, col famoso emendamento tagliaricerca, dall’establishment ministeriale. Un emendamento che egli avrebbe proposto senza valutarne appunto l’impatto sulla ricerca scientifica.
La nuova Alitalia sarà Lufthansa
Il Nord col traffico d’affari a Lufthansa, e Roma col traffico turistico alla nuova Alitalia? È l’ultimo esito dell’interminabile crisi del vettore italiano, di cui finalmente emerge la ratio.
Alitalia ha ridotto i voli da Malpensa da 1.250 a 150 la settimana, Lufthansa ha creato una Lufthansa Italia per collegare Malpensa con tutte le città europee, facendone il suo terzo hub, insieme con Francoforte e Monaco. E non c’è nessun dubbio che il programma Lufthansa partirà prima e meglio di quello della nuova Alitalia, che come tutto in Italia traccheggia tra le mille tagliole burocratiche e sindacali. Quando la nuova Alitalia sarà pronta al decollo, non prima di sei mesi, la Malpensa di Lufthansa potrebbe già essere in volo.
Non è detto. Malpensa è soprattutto una promessa andata a male, un potenziale depotenziato. Una storia ormai trentennale della follia che oggi si direbbe leghista. Se su Alitalia incombe la follia sindacale, Malpensa è stata vittima di guerre a non finire tra i tanti Comuni che in qualche modo allo scalo sono interessati. Che hanno bloccato, ritardato, rincarato, tutto ciò che hanno potuto, la terza pista, il tubo del gas, il kerosene, l’autostrada, la ferrovia.
La Lega, però, che ormai domina nelle due province, Milano e Varese, potrebbe essere risolutiva. La Lufthansa a Malpensa è un altro tassello del Nord tedesco, come lo voleva Bossi. Il Lombardo-Veneto, che ha già costituito con la Baviera e la Svevia il quadrato più ricco d’Europa, e quindi del mondo, si libera con Lufthansa finalmente delle forche caudine di Roma.
Alitalia ha ridotto i voli da Malpensa da 1.250 a 150 la settimana, Lufthansa ha creato una Lufthansa Italia per collegare Malpensa con tutte le città europee, facendone il suo terzo hub, insieme con Francoforte e Monaco. E non c’è nessun dubbio che il programma Lufthansa partirà prima e meglio di quello della nuova Alitalia, che come tutto in Italia traccheggia tra le mille tagliole burocratiche e sindacali. Quando la nuova Alitalia sarà pronta al decollo, non prima di sei mesi, la Malpensa di Lufthansa potrebbe già essere in volo.
Non è detto. Malpensa è soprattutto una promessa andata a male, un potenziale depotenziato. Una storia ormai trentennale della follia che oggi si direbbe leghista. Se su Alitalia incombe la follia sindacale, Malpensa è stata vittima di guerre a non finire tra i tanti Comuni che in qualche modo allo scalo sono interessati. Che hanno bloccato, ritardato, rincarato, tutto ciò che hanno potuto, la terza pista, il tubo del gas, il kerosene, l’autostrada, la ferrovia.
La Lega, però, che ormai domina nelle due province, Milano e Varese, potrebbe essere risolutiva. La Lufthansa a Malpensa è un altro tassello del Nord tedesco, come lo voleva Bossi. Il Lombardo-Veneto, che ha già costituito con la Baviera e la Svevia il quadrato più ricco d’Europa, e quindi del mondo, si libera con Lufthansa finalmente delle forche caudine di Roma.
venerdì 24 ottobre 2008
La fine malinconica della piazza
Manifestano gli studenti a piazza Navona, davanti al Senato, ieri giovedì. Oggi la Rai veltroniana dice che erano settemila, i grandi giornali veltroniani trentamila. Chi c’era ne ha contati alcune centinaia. Per buona metà mamme con bambini - di famiglie impegnate, certo. E la piazza era soprattutto triste, quasi sorpresa di tanta mancanza di gioia e fantasia. Nella piazza come nei tg non si sentono altre proteste che quelle manierate dei piccoli funzionari di partito – più spesso è una ragazza assorta, che pensa mentre parla: dirà una lezione imparata?
Ieri in Italia sono state occupate venti facoltà, dice ancora la Rai. La Rai è veltronianamente trionfale, ma venti facoltà sono così tante, su un migliaio?
È più utile alla sinistra dire la verità oppure montarla? C’è da preparare la manifestazione di sabato, e quindi la mobilitazione serve. Ma serve sputtanarsi coi giovani? Il rinnovamento dei quadri di partito è ottima cosa, il ringiovanimento della politica, ma a che pro costruirsi dei cloni, seppure giovani e tutti belli, che ripetono inerti il linguaggio spento di un centralismo democratico che puzza da lontano? Che solo pensano al posto e alla piccola carriera funzionariale che si stanno meritando?
Si può ritenere la grande informazione schierata con Veltroni. E questo sarebbe un segno di forza politica. Ma si può anche pensarla impegnata in proprio a cercarsi un pubblico, che ultimamente la diserta sempre più. Montando ad arte questo o quell’avvenimento. Prima il carovita e la grande povertà in Italia, poi il fallimento delle banche, ora la protesta delle mamme coi bambini. Uno spera sempre che vendano una copia in più, ma l’impressione è che si agitino nel vuoto, da pazzi innocui nel manicomio – aperto, come si deve.
Ieri in Italia sono state occupate venti facoltà, dice ancora la Rai. La Rai è veltronianamente trionfale, ma venti facoltà sono così tante, su un migliaio?
È più utile alla sinistra dire la verità oppure montarla? C’è da preparare la manifestazione di sabato, e quindi la mobilitazione serve. Ma serve sputtanarsi coi giovani? Il rinnovamento dei quadri di partito è ottima cosa, il ringiovanimento della politica, ma a che pro costruirsi dei cloni, seppure giovani e tutti belli, che ripetono inerti il linguaggio spento di un centralismo democratico che puzza da lontano? Che solo pensano al posto e alla piccola carriera funzionariale che si stanno meritando?
Si può ritenere la grande informazione schierata con Veltroni. E questo sarebbe un segno di forza politica. Ma si può anche pensarla impegnata in proprio a cercarsi un pubblico, che ultimamente la diserta sempre più. Montando ad arte questo o quell’avvenimento. Prima il carovita e la grande povertà in Italia, poi il fallimento delle banche, ora la protesta delle mamme coi bambini. Uno spera sempre che vendano una copia in più, ma l’impressione è che si agitino nel vuoto, da pazzi innocui nel manicomio – aperto, come si deve.
Frattini non ha più sponde
Trova difficoltà il ministero degli Esteri a seguire la Francia nella sue ultime evoluzioni in Europa. Il tentativo di prolungare la presidenza francese oltre il semestre. E ora il fondo sovrano, che rompe ogni regola di mercato. C’è sorpresa e anche preoccupazione alla Farnesina, per la mancanza di alternative.
Berlusconi aveva puntato con Frattini a una politica di stretto fiancheggiamento della presidenza Sarkozy. Per sintonia personale e politica. Ma soprattutto per mancanza di alternative. Il governo tedesco non parla con nessuno. Zapatero ha scartato, coprendo le sue difficoltà con l’antitalianismo. E Gordon Brown sembra intenzionato a rilanciare il laburismo, come carta vincente elettoralmente con la crisi: per ora è una porta chiusa.
La linea della Farnesina è sempre filo-francese. È stata rilanciata e praticamente definita la partecipazione di Air France in Alitalia. Va avanti il progetto del nucleare con tecnologia francese. Ma con preoccupazione. E soprattutto con la ricerca convulsa di salvare quello che resta della Ue dopo la duplice offensiva di Sarkozy.
Si rispolvereranno le famose troike, per patrocinare il governo euroscettico della Repubblica Ceca, prossima presidente di ritorno, col governo uscente, cioè con la Francia, e con quello che subentrerà a luglio. Ma sul piano della concorrenza Frattini non ha vie d’uscita: deve incassare il rituale inutile no di Bruxelles al rifinanziamento di Alitalia, e non ha modo di bloccare l’intervento di Parigi a protezione dei suoi campioni nazionali.
Berlusconi aveva puntato con Frattini a una politica di stretto fiancheggiamento della presidenza Sarkozy. Per sintonia personale e politica. Ma soprattutto per mancanza di alternative. Il governo tedesco non parla con nessuno. Zapatero ha scartato, coprendo le sue difficoltà con l’antitalianismo. E Gordon Brown sembra intenzionato a rilanciare il laburismo, come carta vincente elettoralmente con la crisi: per ora è una porta chiusa.
La linea della Farnesina è sempre filo-francese. È stata rilanciata e praticamente definita la partecipazione di Air France in Alitalia. Va avanti il progetto del nucleare con tecnologia francese. Ma con preoccupazione. E soprattutto con la ricerca convulsa di salvare quello che resta della Ue dopo la duplice offensiva di Sarkozy.
Si rispolvereranno le famose troike, per patrocinare il governo euroscettico della Repubblica Ceca, prossima presidente di ritorno, col governo uscente, cioè con la Francia, e con quello che subentrerà a luglio. Ma sul piano della concorrenza Frattini non ha vie d’uscita: deve incassare il rituale inutile no di Bruxelles al rifinanziamento di Alitalia, e non ha modo di bloccare l’intervento di Parigi a protezione dei suoi campioni nazionali.
L'euro come il tarì di Pirandello
Il presidente francese Sarkozy abbatte i simulacri europei. Il fondo sovrano negato all’Europa, su proposta dell’Italia, creandoselo da solo. E alla Repubblica Ceca, o altro paesucolo dell’Est che dovrebbe succedergli nella guida dell’Ue, spiegando irritato che è meglio che non ci provi e che lasci fare a lui.
Il simulacro politico è in effetti debole in Europa, la pari dignità tra i ventisette, l’unanimità, eccetera. Si sa che l’edificio europeo è una piramide, i referendum contro l’unione politica lo hanno sancito criticamente, Sarkozy non fa che riaffermarlo in positivo: chi si accontenta, chi ci ha comunque interesse, ci segua. E questa è tutta la democrazia e l’edificio costituzionale europeo.
Il simulacro economico era invece sostanziale, e la sua rottura avrà grosse implicazioni. Si rifletterà sulla gestione della concorrenza, centrale al cosiddetto mercato europeo, e sullo stesso euro. Che, già ansimante sulle politiche fiscali e di bilancio, ora non governerà più il credito e la concorrenza. Sarà un denominatore di valore, come il tarì arabo nella Sicilia di Pirandello.
Il risparmio pubblico francese verrà incanalato in un fondo che aiuterà la francesità delle grandi aziende, contro tentativi di raid. Con un ventaglio d’interventi già calcolato in 175 miliardi. È una cifra enorme. E una cosa che va contro le regole della Wto e della Ue. Ma non c’è dubbio che la Francia la realizzerà, magari con il beneplacito della stessa Bruxelles. La concorrenza europea si limiterà squallidamente a sanzionare il piccolo aiuto italiano alla sopravvivenza dell’Alitalia.
L’Europa resterà nuda dopo la crisi, questo si sapeva. Ma la presidenza Sarkozy, con l’attivismo degli ultimi giorni, è come se avesse deciso di picconarla dalle fondamenta. E nessuno tenta di impedirglielo, anzi nessuno se ne preoccupa.
Il simulacro politico è in effetti debole in Europa, la pari dignità tra i ventisette, l’unanimità, eccetera. Si sa che l’edificio europeo è una piramide, i referendum contro l’unione politica lo hanno sancito criticamente, Sarkozy non fa che riaffermarlo in positivo: chi si accontenta, chi ci ha comunque interesse, ci segua. E questa è tutta la democrazia e l’edificio costituzionale europeo.
Il simulacro economico era invece sostanziale, e la sua rottura avrà grosse implicazioni. Si rifletterà sulla gestione della concorrenza, centrale al cosiddetto mercato europeo, e sullo stesso euro. Che, già ansimante sulle politiche fiscali e di bilancio, ora non governerà più il credito e la concorrenza. Sarà un denominatore di valore, come il tarì arabo nella Sicilia di Pirandello.
Il risparmio pubblico francese verrà incanalato in un fondo che aiuterà la francesità delle grandi aziende, contro tentativi di raid. Con un ventaglio d’interventi già calcolato in 175 miliardi. È una cifra enorme. E una cosa che va contro le regole della Wto e della Ue. Ma non c’è dubbio che la Francia la realizzerà, magari con il beneplacito della stessa Bruxelles. La concorrenza europea si limiterà squallidamente a sanzionare il piccolo aiuto italiano alla sopravvivenza dell’Alitalia.
L’Europa resterà nuda dopo la crisi, questo si sapeva. Ma la presidenza Sarkozy, con l’attivismo degli ultimi giorni, è come se avesse deciso di picconarla dalle fondamenta. E nessuno tenta di impedirglielo, anzi nessuno se ne preoccupa.
La Cina, l'islam e la maestrina europea
Sembra una commedia degli equivoci. L’Europa si presenta in grande pompa a Pechino per trattare lo sviluppo del commercio internazionale - dopo trent’anni di globalizzazione - e l’uscita dalla crisi. Nell’occasione inaugura una scuola sino-europea del diritto. E nelle stesse ore il Parlamento europeo insignisce del premio Sakharov il dissidente Hu Jia, in carcere nella stessa Pechino. Non una settimana prima, non una settimana dopo, con l’intento anzi dichiarato di marcare il vertice euro-asiatico.
È il tipico gesto europeo da maestrina. Di chi insegna al mondo le virtù. Ai paesi islamici per così tanto tempo, ora alla Cina, domani magari all’India. Tralasciando la sua pochezza, la sua incapacità, e anche la sua scarsa qualificazione al ruolo, con i tanti cadaveri ancora disseppelliti in casa. Ma è un gesto sinistro in un continente in così rapida perdita di velocità in tutti i campi di confronto, l’etica politica compresa.
L’Europa non riesce a capire che la Cina è una superpotenza, che l’Asia è il centro del mondo. E anzi perpetua, seppure nella veste accattivante dei diritti di libertà, la sua vecchia battaglia di civiltà. Incapace di comprendere l’islam, pur essendosi riempita di mussulmani, e riottosa ad accettare quello che la superpotenza americana sa da vent’anni, da un po’ prima di Tien An Men, che la ricchezza si produce in Asia.
È il tipico gesto europeo da maestrina. Di chi insegna al mondo le virtù. Ai paesi islamici per così tanto tempo, ora alla Cina, domani magari all’India. Tralasciando la sua pochezza, la sua incapacità, e anche la sua scarsa qualificazione al ruolo, con i tanti cadaveri ancora disseppelliti in casa. Ma è un gesto sinistro in un continente in così rapida perdita di velocità in tutti i campi di confronto, l’etica politica compresa.
L’Europa non riesce a capire che la Cina è una superpotenza, che l’Asia è il centro del mondo. E anzi perpetua, seppure nella veste accattivante dei diritti di libertà, la sua vecchia battaglia di civiltà. Incapace di comprendere l’islam, pur essendosi riempita di mussulmani, e riottosa ad accettare quello che la superpotenza americana sa da vent’anni, da un po’ prima di Tien An Men, che la ricchezza si produce in Asia.
giovedì 23 ottobre 2008
L'ebraismo impossibile e le ragioni di Toaff
Toaff ricorda che nel 1971 alla Bar-Illan, la sua università, “di Shoah si parlava poco”. C’era un insegnamento facoltativo, affidato a un medico scampato al lager, una sorta di testimonianza. Dieci anni dopo se ne fece materia d’insegnamento per la sola facoltà di storia, malgrado forti riserve di molti professori. Vent’anni dopo l’insegnamento era obbligatorio per tutti gli iscritti - si allargava e s’imponeva la “tribunalizzazione della storia”. L’esito è che oggi l’ebraismo è Israele, altrove è folklore. La diaspora si è “inventato un altro ebraismo, con l’aureola della santità incorporata all’origine”. Con i compari dell’anti-antisemitismo: “Un ebraismo senza macchia, ma con molta paura. Anzi, ossessionato dalla paura, e alla continua ricerca di difensori a buon mercato o di apologeti ignoranti”. Solo in Israele la storia dell’ebraismo è libera, è storica.
Questo è vero, l’Olocausto si celebra oggi più che mai. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico, ma in difesa di Israele. Si direbbe dunque che l’Olocausto protegge Israele, uno Stato con le sue politiche. Mentre Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
La riduzione della storia ebraica all’antisemitismo e alla Shoah non è in discussione fuori di Israele, se non marginalmente. In Italia, oltre alla traduzione di Finkelstein, "L’industria dell’Olocausto", si ricordano le perplessità di Galli della Loggia, “Se la Shoah oscura l’antifascismo”, e ora le tesi di Marquard e Melloni sulla “tribunalizzazione” della storia, la storia che giudica, la storia che assolve. In Israele invece la politica laica, impersonata ultimamente in Abraham Burg, l’ex presidente della Knesset, figlio del ministro dell’Interno al tempo dell’invasione del Libano, e le università guardano a questa identificazione con aperta insofferenza.
La Shoah entra nel linguaggio comune con la miniserie tv della Nbc nel 1978. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico. La tarda reviviscenza si può dire semmai che giochi in difesa di Israele. Che sia intesa a proteggere Israele, uno Stato con le sue politiche. E invece è un fatto della diaspora: dei luoghi dove le comunità ebraiche sono impiantate, in Europa, nel Nord America, della vigilanza in questi paesi contro l’antisemitismo, della storia dell’antisemitismo. Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
Il libello di Toaff è a tratti un’invettiva, col sigillo del sarcasmo, ben livornese – nelle tradizioni della famiglia. E per questo forse rimasto esso stesso virtuale, a due mesi dall’uscita: è un libro di cui non bisogna parlare, se non per censurarlo. La vicenda clamorosa di "Pasque di sangue" ancora sanguina, se si può dire. C’è stata troppa agitazione, è una lite in famiglia. Ma Toaff è uno storico e bisogna occuparsene. È quello che vogliono del resto i suoi critici, che lo rimproverano appunto di aver scritto un libro di storia. E poi, non c’è libro sull’ebraismo incontestato, se non celebrativo o martirologico. Ma la contestazione contro Toaff va oltre, anche nel caso di questo libretto giustificativo. “Orchestrato” lo definisce Moked, il portale dell’ebraismo italiano. Sul “Riformista” Luca Mastrantonio bolla Toaff come “autonegativista”, che non vuole dire nulla, e denuncia “un’industria editoriale dell’antimemoria”. Per una autodifesa? Giulio Busi, che sul “Sole” parte imputando a Toaff il furto del titolo “Ebraismo virtuale” a Ruth Ellen Gruber, conclude: “Bei tempi quelli in cui Toaff scriveva libri importanti sulla storia degli ebrei italiani, e si accontentava di dieci appassionati lettori”. Gli umori insomma sono suscettibili, tra l’autore e i suoi critici. Ma il libro è anche appassionato - è ben vero che Toaff è raro storico ebreo di storia ebraica - contro il vezzo “di fare dell’ebraismo una mitologica selva oscura di fossili o piangenti”. Per liberare la storia ebraica – gli ebrei – dall’ipocrisia (“Renato” era spesso il convertito).
È una riserva di metodologia, necessaria all’autore, per essere stato accusato di errori di metodo, e al lettore nella produzione univoca sulla colpa e l’olocausto. Specie sul significato del pentitismo, sotto costrizione e per un beneficio. Sottile l’applicazione del “paradigma indiziario” di Carlo Ginzburg, il più aspro critico di Toaff, allo stesso “paradigma indiziario”. Quando alcune confessioni, la tortura e le spiate considera buone perché rientrano nel paradigma, e altre cattive solo perché fuori tema - "indizio" che, è bene ricordarlo, Barthes definisce uno dei componenti di ogni storia, lo scarto, nella vecchia "Introduzione all'analisi strutturale dei racconti", del 1966 (tradotta in AA.VV., "L'analisi del racconto", 1969), l'altro essendo la "funzione", o rapporto simpatetico tra i segmenti lineari del racconto.
Toaff pone un problema semplice: se è giusto riscrivere la storia ebraica alla luce dell’Olocausto. Storico non postmoderno, uno che molto caso fa alle fonti, Toaff pensa di no. E non si può dargli torto. Tra i dati di fatto c’è che gli ebrei sono stati nei secoli i nemici dei cristiani – il nemico interno, si direbbe, tanto più indisioso. E di fronte al sospetto e all’odio non si tiravano indietro. Soprattutto era virulento l’odio in ambiente tedesco, e quindi tra gli ebrei ashkenaziti. C’è un effetto di specchio nelle società composite, anche nemiche, gli uni fanno quello che fanno gli altri. L’uso del sangue, a fini farmaceutici e magici, era così comune a cristiani e ebrei, in ambiente germanico, malgrado le interdizioni bibliche. Di questo uso Toaff reitera le prove documentali utilizzate in “Pasque di sangue”, la cui interdizione ha originato questo “Ebraismo virtuale”.
Se la storia ebraica è nell’Olocausto, l’Olocausto non c’è più, anche in questo Toaff ha ragione. “Rifiuto l’idea che tutto, da una vignetta a un saggio, possa tradursi in antisemitismo, si possa trasformare in nuova “Notte dei cristalli”, aveva detto a Titti Marrone sul “Mattino” del 20 maggio, per la riedizione di “Pasque di sangue”. La difesa dall’antisemitismo ha preso il vezzo di rigirare i morti, e buttarli in faccia al mondo. Per la colpa che è di tutti, meno che di noi. La storia ebraica è demandata agli storici dell’antisemitismo, denuncia Toaff, “in genere non ebrei, o ebrei il cui bagaglio culturale è essenzialmente non ebraico”. Anche perché non conoscono l’ebraico, lingua che è oggi marginale ma è quella delle nutritissime fonti. Tra gli storici ebrei la norma è quella del neuropsichiatra-rabbino Gabriel Levi: “Nell’ebreo biblico e postbiblico la storia si chiama generazioni e l’albero genealogico di tutti gli ebrei si declina al futuro”. Commenta Toaff: “Non cercano quindi la storicità del passato, ma la sua eterna immutabile contemporaneità”.
Nella diaspora c’è anche un neo italiano. Tema incidentale della polemica è infatti la riduzione alla Shoah dello stesso multiforme ebraismo italiano. Di quello romano soprattutto. Che fino a ieri si faceva forte della distinta romanità, nell’eloquio, la poesia, la cucina, il culto. Ora questo radicato ebraismo ha rigurgiti d’intolleranza, verso i suoi esponenti forse maggiori: Alessandro Piperno è tollerato, Ariel Toaff interdetto. Mentre vota compatto Alemanno. E dunque? Di nuovo, bisogna aggiungere, c’è pure il patriottismo israeliano. Che non c’era vent’anni fa, anche quindici. Ma insorge giustamente contro kamikaze, hezbollah, qaedisti e Ahmadinejad. Ma Toaff insegna in Israele, dove le ricerche confluite in “Pasque di sangue” sono state oggetto di seminari all’università. È l’immagine di Israele che si riflette nella Shoah, non lo Stato ebraico.
La Colpa nasce dalla non accettazione della storia – nei tedeschi, negli ebrei. È una verità indigeribile, ma non per questo meno vera.
Ariel Toaff, Ebraismo virtuale, Rizzoli, pp.141, € 12
Questo è vero, l’Olocausto si celebra oggi più che mai. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico, ma in difesa di Israele. Si direbbe dunque che l’Olocausto protegge Israele, uno Stato con le sue politiche. Mentre Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
La riduzione della storia ebraica all’antisemitismo e alla Shoah non è in discussione fuori di Israele, se non marginalmente. In Italia, oltre alla traduzione di Finkelstein, "L’industria dell’Olocausto", si ricordano le perplessità di Galli della Loggia, “Se la Shoah oscura l’antifascismo”, e ora le tesi di Marquard e Melloni sulla “tribunalizzazione” della storia, la storia che giudica, la storia che assolve. In Israele invece la politica laica, impersonata ultimamente in Abraham Burg, l’ex presidente della Knesset, figlio del ministro dell’Interno al tempo dell’invasione del Libano, e le università guardano a questa identificazione con aperta insofferenza.
La Shoah entra nel linguaggio comune con la miniserie tv della Nbc nel 1978. Non dunque per una minaccia al popolo ebraico. La tarda reviviscenza si può dire semmai che giochi in difesa di Israele. Che sia intesa a proteggere Israele, uno Stato con le sue politiche. E invece è un fatto della diaspora: dei luoghi dove le comunità ebraiche sono impiantate, in Europa, nel Nord America, della vigilanza in questi paesi contro l’antisemitismo, della storia dell’antisemitismo. Israele sa guardare oltre – dentro, sotto: è un paese che non ha paura, è libero e non opportunista.
Il libello di Toaff è a tratti un’invettiva, col sigillo del sarcasmo, ben livornese – nelle tradizioni della famiglia. E per questo forse rimasto esso stesso virtuale, a due mesi dall’uscita: è un libro di cui non bisogna parlare, se non per censurarlo. La vicenda clamorosa di "Pasque di sangue" ancora sanguina, se si può dire. C’è stata troppa agitazione, è una lite in famiglia. Ma Toaff è uno storico e bisogna occuparsene. È quello che vogliono del resto i suoi critici, che lo rimproverano appunto di aver scritto un libro di storia. E poi, non c’è libro sull’ebraismo incontestato, se non celebrativo o martirologico. Ma la contestazione contro Toaff va oltre, anche nel caso di questo libretto giustificativo. “Orchestrato” lo definisce Moked, il portale dell’ebraismo italiano. Sul “Riformista” Luca Mastrantonio bolla Toaff come “autonegativista”, che non vuole dire nulla, e denuncia “un’industria editoriale dell’antimemoria”. Per una autodifesa? Giulio Busi, che sul “Sole” parte imputando a Toaff il furto del titolo “Ebraismo virtuale” a Ruth Ellen Gruber, conclude: “Bei tempi quelli in cui Toaff scriveva libri importanti sulla storia degli ebrei italiani, e si accontentava di dieci appassionati lettori”. Gli umori insomma sono suscettibili, tra l’autore e i suoi critici. Ma il libro è anche appassionato - è ben vero che Toaff è raro storico ebreo di storia ebraica - contro il vezzo “di fare dell’ebraismo una mitologica selva oscura di fossili o piangenti”. Per liberare la storia ebraica – gli ebrei – dall’ipocrisia (“Renato” era spesso il convertito).
È una riserva di metodologia, necessaria all’autore, per essere stato accusato di errori di metodo, e al lettore nella produzione univoca sulla colpa e l’olocausto. Specie sul significato del pentitismo, sotto costrizione e per un beneficio. Sottile l’applicazione del “paradigma indiziario” di Carlo Ginzburg, il più aspro critico di Toaff, allo stesso “paradigma indiziario”. Quando alcune confessioni, la tortura e le spiate considera buone perché rientrano nel paradigma, e altre cattive solo perché fuori tema - "indizio" che, è bene ricordarlo, Barthes definisce uno dei componenti di ogni storia, lo scarto, nella vecchia "Introduzione all'analisi strutturale dei racconti", del 1966 (tradotta in AA.VV., "L'analisi del racconto", 1969), l'altro essendo la "funzione", o rapporto simpatetico tra i segmenti lineari del racconto.
Toaff pone un problema semplice: se è giusto riscrivere la storia ebraica alla luce dell’Olocausto. Storico non postmoderno, uno che molto caso fa alle fonti, Toaff pensa di no. E non si può dargli torto. Tra i dati di fatto c’è che gli ebrei sono stati nei secoli i nemici dei cristiani – il nemico interno, si direbbe, tanto più indisioso. E di fronte al sospetto e all’odio non si tiravano indietro. Soprattutto era virulento l’odio in ambiente tedesco, e quindi tra gli ebrei ashkenaziti. C’è un effetto di specchio nelle società composite, anche nemiche, gli uni fanno quello che fanno gli altri. L’uso del sangue, a fini farmaceutici e magici, era così comune a cristiani e ebrei, in ambiente germanico, malgrado le interdizioni bibliche. Di questo uso Toaff reitera le prove documentali utilizzate in “Pasque di sangue”, la cui interdizione ha originato questo “Ebraismo virtuale”.
Se la storia ebraica è nell’Olocausto, l’Olocausto non c’è più, anche in questo Toaff ha ragione. “Rifiuto l’idea che tutto, da una vignetta a un saggio, possa tradursi in antisemitismo, si possa trasformare in nuova “Notte dei cristalli”, aveva detto a Titti Marrone sul “Mattino” del 20 maggio, per la riedizione di “Pasque di sangue”. La difesa dall’antisemitismo ha preso il vezzo di rigirare i morti, e buttarli in faccia al mondo. Per la colpa che è di tutti, meno che di noi. La storia ebraica è demandata agli storici dell’antisemitismo, denuncia Toaff, “in genere non ebrei, o ebrei il cui bagaglio culturale è essenzialmente non ebraico”. Anche perché non conoscono l’ebraico, lingua che è oggi marginale ma è quella delle nutritissime fonti. Tra gli storici ebrei la norma è quella del neuropsichiatra-rabbino Gabriel Levi: “Nell’ebreo biblico e postbiblico la storia si chiama generazioni e l’albero genealogico di tutti gli ebrei si declina al futuro”. Commenta Toaff: “Non cercano quindi la storicità del passato, ma la sua eterna immutabile contemporaneità”.
Nella diaspora c’è anche un neo italiano. Tema incidentale della polemica è infatti la riduzione alla Shoah dello stesso multiforme ebraismo italiano. Di quello romano soprattutto. Che fino a ieri si faceva forte della distinta romanità, nell’eloquio, la poesia, la cucina, il culto. Ora questo radicato ebraismo ha rigurgiti d’intolleranza, verso i suoi esponenti forse maggiori: Alessandro Piperno è tollerato, Ariel Toaff interdetto. Mentre vota compatto Alemanno. E dunque? Di nuovo, bisogna aggiungere, c’è pure il patriottismo israeliano. Che non c’era vent’anni fa, anche quindici. Ma insorge giustamente contro kamikaze, hezbollah, qaedisti e Ahmadinejad. Ma Toaff insegna in Israele, dove le ricerche confluite in “Pasque di sangue” sono state oggetto di seminari all’università. È l’immagine di Israele che si riflette nella Shoah, non lo Stato ebraico.
La Colpa nasce dalla non accettazione della storia – nei tedeschi, negli ebrei. È una verità indigeribile, ma non per questo meno vera.
Ariel Toaff, Ebraismo virtuale, Rizzoli, pp.141, € 12
Cinquecento esuberi all'Espresso - e Murdoch?
Saranno trecento gli esuberi a fine anno, forse cinquecento, al gruppo L’Espresso-la Repubblica. Due-tre volte i 150 esuberi che il comunicato ufficiale ipotizza. Il consiglio d’ieri sulla trimestrale ha preventivato un peggioramento sostanziale nel quarto trimestre, soprattutto della pubblicità, per effetto della crisi. Ma ha preso atto che la crisi è solo in parte congiunturale. Sia la pubblicità che la diffusione, a parere dello stesso editore del gruppo, Carlo De Benedetti, rifletteranno negativamente la ridefinizione in corso dei ruoli della carta stampata. In attesa che nuove formule o indirizzi consentano il rilancio, l’equilibrio del conti va raggiunto tagliando i costi. Su un totale di 3.410 dipendenti, già ridotti di una cinquantina negli ultimi sei mesi, occupati, gli esuberi previsti sono, secondo De Benedetti, un sacrificio trascurabile e sopportabile. Se fossero risolutivi: il futuro dei giornali preoccupa seriamente l’editore.
Scontata è peraltro l’opinione a “Repubblica” che De Benedetti abbia da tempo scientemente sacrificato il giornale al “Corriere della sera”. Abbia interrotto la corsa scalfariana alla leadership in edicola, accontentandosi della nicchia, in cambio della riconoscenza della Rizzoli Corriere della sera, che ne pubblica le riflessioni, e della Milano che conta.
De Benedetti ha preso anche la gestione del gruppo, in parte per sottolineare la difficoltà del momento e assumersi l’onere dei tagli, e in parte per separare le attività editoriali dal resto del gruppo di famiglia. Il progetto si sta facendo strada di un’integrazione dei giornali con altri soggetti dei media, legati alla televisione e al suo forte mercato pubblicitario. Il passo fatto con All Music, il canale tv, e Radio DeeJay, non consente l’integrazione necessaria, e da solo è un costo. Col passato governo Berlusconi, quando pareva che la Rai sarebbe stata privatizzata, De Benedetti era il candidato numero uno a Rai 1. Ora la scelta resta tra Telecom e Sky – Mediaset è fuori gara per ragioni di anti-monopolio. E cioè, considerata la condizione residuale delle attività mediatiche di Telecom, solo di Rupert Murdoch, un editore che ha sempre voglia d’imbarcarsi nei giornali.
Scontata è peraltro l’opinione a “Repubblica” che De Benedetti abbia da tempo scientemente sacrificato il giornale al “Corriere della sera”. Abbia interrotto la corsa scalfariana alla leadership in edicola, accontentandosi della nicchia, in cambio della riconoscenza della Rizzoli Corriere della sera, che ne pubblica le riflessioni, e della Milano che conta.
De Benedetti ha preso anche la gestione del gruppo, in parte per sottolineare la difficoltà del momento e assumersi l’onere dei tagli, e in parte per separare le attività editoriali dal resto del gruppo di famiglia. Il progetto si sta facendo strada di un’integrazione dei giornali con altri soggetti dei media, legati alla televisione e al suo forte mercato pubblicitario. Il passo fatto con All Music, il canale tv, e Radio DeeJay, non consente l’integrazione necessaria, e da solo è un costo. Col passato governo Berlusconi, quando pareva che la Rai sarebbe stata privatizzata, De Benedetti era il candidato numero uno a Rai 1. Ora la scelta resta tra Telecom e Sky – Mediaset è fuori gara per ragioni di anti-monopolio. E cioè, considerata la condizione residuale delle attività mediatiche di Telecom, solo di Rupert Murdoch, un editore che ha sempre voglia d’imbarcarsi nei giornali.
Ombre - 7
Palermo assolve Calogero Mannino ripetutamente, dopo averlo perseguito per un quindicennio per mafia. “Tanti pentiti e nessuna prova”, dice lo stesso Mannino. È così: i pentiti nell’intreccio mafia-politica hanno sempre fallito. Con Andreotti e con Mancini prima, e ora si aspetta Dell’Utri.
Efficaci e a volte risolutivi contro altri mafiosi, i pentiti di mafia sono inefficaci contro i politici. Pur essendo a ogni processo sempre numerosi, venti-trenta. L’altra singolarità è che, pur essendo tanti, i pentiti conoscono nei casi dei politici sempre una o due cose, le stesse, tutti quanti. Come di un sentito dire.
Antonio Gnoli vuol fare dire a Cabibbo, “Repubblica” di giovedì 23, che la scienza è incompatibile con la fede. Antonio ha gli strumenti per sapere che la cosa è compatibile – malgrado questo o quel papa, e magari la chiesa tutta. Ma il lettore di “Repubblica” evidentemente no. Gnoli deve perfino piegarsi a fare dell’eutanasia una scienza, un progresso.
Giovedì sono morte una diecina di persone nel cagliaritano per un temporale, e le Borse sono crollate. Ma “Repubblica” spara dieci pagine sulla protesta degli studenti, con la polizia a scuola eccetera, e tutti i giornali radio e i telegiornali, per tutta la giornata, compreso il Tg 4, non trovano altro argomento.
“Repubblica” si conferma la regina del giornalismo, anzi l’imperatrice: non c’è altro giornalismo che il suo. Non solo gli argomenti, anche gli orientamenti (il “taglio”) “Repubblica” impone – gli orientamenti discendono dall’ottica come gli eventi sono presentati, dal “taglio”. Anche ai giornali di orientamento avverso.
Veltroni divorzia da Di Pietro. Titolo su tre colonne in pagina interna, pari – le pagine pari si vedono meno. Casini accusa Berlusconi. Due colonne, ma in prima pagina, di spalla.
C’è il regime in Italia? In un certo senso sì, se una delle forme del regime è la propaganda: c’è nei giornali della sinistra, che appartengono ai maggiori capitalisti del paese, concorrenti di Berlusconi, nei confronti dei simpatizzanti di sinistra, ai quali fanno credere l’incredibile.
Il presidente Napolitano venerdì 17 si spende per la riforma della scuola. E per la moratoria sull’ambiente, beninteso solo fino al superamento della crisi economica. Insomma, cauziona il governo.
Il Tg 3 apre sull’ambiente, affermando che Napolitano rimprovera il governo. E fa seguire una lunga pappardella da Bruxelles, con dichiarazioni di questo e di quello, che “condannano” l’Italia: per l’ambiente, per la scuola, e anche per le classi differenziate d’italiano, che gli immigrati invece tanto apprezzano. È masochismo? È incapacità? È follia.
Venerdì 17 le scuole hanno manifestato a Roma contro il governo. Gli insegnanti del liceo romano Mariani si sono esibiti in corteo con una stella gialla sul petto. Per “vantare” irridenti una minaccia di sterminio.
Scarsa sensibilità? Questa è proprio stupidità. Ma sono i professori del miglior liceo romano.
Andrea Tarquini, nella corrispondenza per “Repubblica” sul caso di Kundera, se è stato o no una spia comunista, rievoca martedì 14 “gli anni tragici ed eroici della nascita del regime a Praga”. Un regime che nasce eroicamente? Forse Tarquini intendeva dire l’eroismo degli oppositori del regime? No, dice che il partito Comunista aveva le sue buone ragioni, dopo la vittoria nelle “libere elezioni”. Elezioni libere con un regime, che aveva fatto un colpo di Stato?
Andrea è persona colta, difficile che si sia imbrogliato nella fretta di scrivere la corrispondenza, le cose note emergono d’istinto. È però, è stato, un socialista, proviene dall’“Avanti!”, e a “Repubblica” per farsi perdonare questa tara molti atti di contrizione sono necessari.
Romano Prodi non trova di meglio, domenica 12, che recarsi in visita da Ahmadinejad a Teheran. Siccome dirige una task force dell’Onu per l’Africa, avrà pensato che Teheran è sulla strada per il continente nero? Succede, la geografia è dopo Berlinguer materia suppletiva. O non ha voluto coraggiosamente negarsi ogni possibilità di tornare in politica, sia pure al Quirinale? Sarebbe in linea con la famosa scelta di sabbatico a tempo indefinito, nonostante l’Onu. Quello all’Onu è infatti un incarico che gi è piovuto addosso per caso, lui non l’ha brigato, anzi nemmeno si è candidato.
Venerdì 10 le scuole manifestano contro il governo. A Roma davanti al ministero occupano la strada alcune centinaia di studenti. Occupano la carreggiata del tram n. 8, lasciando libera quella delle automobili, e degli autobus. Gli interventi, scanditi per circa un’ora e mezza, fino alle 11,30, sono “professionali”, da praticanti politici.
Le cronache diranno che i partecipanti a Roma erano quarantamila, “per gli organizzatori”. Un giornale non ha il dovere di esercitare un minimo, facile, semplice, controllo? Oppure l’ha esercitato, ma si allinea – c’è ancora la “linea”.
La figlia dell’operaio e sindacalista Guido Rossa, comunista, è sola, anche se non rancorosa, a criticare la grazia di Sarkozy alla terrorista non pentita Petrella che ha assassinato suo padre, nelle due pagine che il “Corriere della sera” dedica all’evento. La storia è della Petrella giovane, in fotoritratti accattivanti, e delle sorelle italo-francesi Bruni Tedeschi, l’attrice che la Petrella impersonò in un film torinese sulle Br, e la cantante che ha sposato il presidente francese, che hanno passato l’estate a consolare la terrorista, e il suo dossier hanno fatto riconsiderare a Sarkozy, il capofila della destra francese.
Dov’è la destra e dov’è la sinistra? Può darsi che la Petrella sia ammalata, e la storia finisce qui. Del resto, le Bruni Tedeschi hanno confortato la Petrella con la grazia – la mancata estradizione equivale alla grazia – e col rosario.
Efficaci e a volte risolutivi contro altri mafiosi, i pentiti di mafia sono inefficaci contro i politici. Pur essendo a ogni processo sempre numerosi, venti-trenta. L’altra singolarità è che, pur essendo tanti, i pentiti conoscono nei casi dei politici sempre una o due cose, le stesse, tutti quanti. Come di un sentito dire.
Antonio Gnoli vuol fare dire a Cabibbo, “Repubblica” di giovedì 23, che la scienza è incompatibile con la fede. Antonio ha gli strumenti per sapere che la cosa è compatibile – malgrado questo o quel papa, e magari la chiesa tutta. Ma il lettore di “Repubblica” evidentemente no. Gnoli deve perfino piegarsi a fare dell’eutanasia una scienza, un progresso.
Giovedì sono morte una diecina di persone nel cagliaritano per un temporale, e le Borse sono crollate. Ma “Repubblica” spara dieci pagine sulla protesta degli studenti, con la polizia a scuola eccetera, e tutti i giornali radio e i telegiornali, per tutta la giornata, compreso il Tg 4, non trovano altro argomento.
“Repubblica” si conferma la regina del giornalismo, anzi l’imperatrice: non c’è altro giornalismo che il suo. Non solo gli argomenti, anche gli orientamenti (il “taglio”) “Repubblica” impone – gli orientamenti discendono dall’ottica come gli eventi sono presentati, dal “taglio”. Anche ai giornali di orientamento avverso.
Veltroni divorzia da Di Pietro. Titolo su tre colonne in pagina interna, pari – le pagine pari si vedono meno. Casini accusa Berlusconi. Due colonne, ma in prima pagina, di spalla.
C’è il regime in Italia? In un certo senso sì, se una delle forme del regime è la propaganda: c’è nei giornali della sinistra, che appartengono ai maggiori capitalisti del paese, concorrenti di Berlusconi, nei confronti dei simpatizzanti di sinistra, ai quali fanno credere l’incredibile.
Il presidente Napolitano venerdì 17 si spende per la riforma della scuola. E per la moratoria sull’ambiente, beninteso solo fino al superamento della crisi economica. Insomma, cauziona il governo.
Il Tg 3 apre sull’ambiente, affermando che Napolitano rimprovera il governo. E fa seguire una lunga pappardella da Bruxelles, con dichiarazioni di questo e di quello, che “condannano” l’Italia: per l’ambiente, per la scuola, e anche per le classi differenziate d’italiano, che gli immigrati invece tanto apprezzano. È masochismo? È incapacità? È follia.
Venerdì 17 le scuole hanno manifestato a Roma contro il governo. Gli insegnanti del liceo romano Mariani si sono esibiti in corteo con una stella gialla sul petto. Per “vantare” irridenti una minaccia di sterminio.
Scarsa sensibilità? Questa è proprio stupidità. Ma sono i professori del miglior liceo romano.
Andrea Tarquini, nella corrispondenza per “Repubblica” sul caso di Kundera, se è stato o no una spia comunista, rievoca martedì 14 “gli anni tragici ed eroici della nascita del regime a Praga”. Un regime che nasce eroicamente? Forse Tarquini intendeva dire l’eroismo degli oppositori del regime? No, dice che il partito Comunista aveva le sue buone ragioni, dopo la vittoria nelle “libere elezioni”. Elezioni libere con un regime, che aveva fatto un colpo di Stato?
Andrea è persona colta, difficile che si sia imbrogliato nella fretta di scrivere la corrispondenza, le cose note emergono d’istinto. È però, è stato, un socialista, proviene dall’“Avanti!”, e a “Repubblica” per farsi perdonare questa tara molti atti di contrizione sono necessari.
Romano Prodi non trova di meglio, domenica 12, che recarsi in visita da Ahmadinejad a Teheran. Siccome dirige una task force dell’Onu per l’Africa, avrà pensato che Teheran è sulla strada per il continente nero? Succede, la geografia è dopo Berlinguer materia suppletiva. O non ha voluto coraggiosamente negarsi ogni possibilità di tornare in politica, sia pure al Quirinale? Sarebbe in linea con la famosa scelta di sabbatico a tempo indefinito, nonostante l’Onu. Quello all’Onu è infatti un incarico che gi è piovuto addosso per caso, lui non l’ha brigato, anzi nemmeno si è candidato.
Venerdì 10 le scuole manifestano contro il governo. A Roma davanti al ministero occupano la strada alcune centinaia di studenti. Occupano la carreggiata del tram n. 8, lasciando libera quella delle automobili, e degli autobus. Gli interventi, scanditi per circa un’ora e mezza, fino alle 11,30, sono “professionali”, da praticanti politici.
Le cronache diranno che i partecipanti a Roma erano quarantamila, “per gli organizzatori”. Un giornale non ha il dovere di esercitare un minimo, facile, semplice, controllo? Oppure l’ha esercitato, ma si allinea – c’è ancora la “linea”.
La figlia dell’operaio e sindacalista Guido Rossa, comunista, è sola, anche se non rancorosa, a criticare la grazia di Sarkozy alla terrorista non pentita Petrella che ha assassinato suo padre, nelle due pagine che il “Corriere della sera” dedica all’evento. La storia è della Petrella giovane, in fotoritratti accattivanti, e delle sorelle italo-francesi Bruni Tedeschi, l’attrice che la Petrella impersonò in un film torinese sulle Br, e la cantante che ha sposato il presidente francese, che hanno passato l’estate a consolare la terrorista, e il suo dossier hanno fatto riconsiderare a Sarkozy, il capofila della destra francese.
Dov’è la destra e dov’è la sinistra? Può darsi che la Petrella sia ammalata, e la storia finisce qui. Del resto, le Bruni Tedeschi hanno confortato la Petrella con la grazia – la mancata estradizione equivale alla grazia – e col rosario.
martedì 21 ottobre 2008
Veltroni in piazza contro i suoi
Per Veltroni è una sfida, ma non a Berlusconi: vuole contare i suoi, dimostrare che è sempre il leader del Pd. È questo il significato della manifestazione romana, che viene confermata malgrado i tanti mal di pancia. La manifestazione raccoglierà certamente i milioni, la Rai e i giornali padronali sono mobilitati, e la scuolla offre un comodo approdo a una manfestazione che non lo aveva. Veltroni ha peraltro con sé, oltre ai media, gli ex stati maggiori diessini, da lui rinnovati, e in questa componente del Pd il concetto di manifestazione è sempre legato alla folla “oceanica”. Ma gli resta difficile impressionate tutti gli altri.
La mobilitazione a sinistra è fiacca. E all’interno del Pd tutte le varie fronde, di D’Alema, Marini, Parisi e Sircana (Prodi), stanno lavorando contro. Cioè non stanno lavorando affatto. Solo i dalemiani si mobilitano, ma con l’intento di essere sempre presenti, per potere eventualmente raccogliere le spoglie. I cattolici sono tiepidi: nessuna organizzazione di base si è mobilitata, e gli stessi leader sono perplessi sul patrocinio da continuare a dare a Veltroni. I grandi giornali fiancheggiatori sono tiepidi.
La manifestazione apre nei fatti il congresso del Pd. Per il quale Veltroni vuole una partenza a razzo. È un decisionista, non un uomo di compromessi, e non intende negoziare con le correnti e i capi corrente. Ma il rischio boomerang è elevato - anche per la mobilitazione oceanica in corso. Non da parte di D'Alema, che non ha commosso gli ex diessini con i sarcasmi del Berlusconi "faccio di tolla" e di Brunetta "energumeno tascabile". Ma per gli ex popolari questo Pd è, specie in Lombardia, in Emilia e nella Toscana, un'esperienza già fallita.
La mobilitazione a sinistra è fiacca. E all’interno del Pd tutte le varie fronde, di D’Alema, Marini, Parisi e Sircana (Prodi), stanno lavorando contro. Cioè non stanno lavorando affatto. Solo i dalemiani si mobilitano, ma con l’intento di essere sempre presenti, per potere eventualmente raccogliere le spoglie. I cattolici sono tiepidi: nessuna organizzazione di base si è mobilitata, e gli stessi leader sono perplessi sul patrocinio da continuare a dare a Veltroni. I grandi giornali fiancheggiatori sono tiepidi.
La manifestazione apre nei fatti il congresso del Pd. Per il quale Veltroni vuole una partenza a razzo. È un decisionista, non un uomo di compromessi, e non intende negoziare con le correnti e i capi corrente. Ma il rischio boomerang è elevato - anche per la mobilitazione oceanica in corso. Non da parte di D'Alema, che non ha commosso gli ex diessini con i sarcasmi del Berlusconi "faccio di tolla" e di Brunetta "energumeno tascabile". Ma per gli ex popolari questo Pd è, specie in Lombardia, in Emilia e nella Toscana, un'esperienza già fallita.
Non c'è guerra giusta contro il terrorismo
L’ex direttrice, fino al 1996, dei servizi segreti inglesi dice “sproporzionata” in una intervista al Guardian il 18 ottobre la risposta americana e occidentale al terrorismo islamico. E afferma che i servizi segreti occidentali erano contrari alla guerra in Iraq e alla reazione seguita agli attentati. Singolare posizione, e anzi sciocca, se non fosse che fa sempre piacere uscire in pensione dall’anonimato, e devi criticare l’America se vuoi uscire sul Guardian – che la pensionata immortala in fotografia come Eva nel paradiso terreste. Ma l’intervista riflette una posizione per l’appunto condivisa, non dal solo Guardian, e una posizione che si vuole di saggezza. Anche se non tiene conto di alcuni assunti ormai scontati per tutti. Inoltre, impegna a definire il terrorismo e, di nuovo, la guerra giusta.
I servizi al governo
In un giornale che non fosse il Guardian e in un paese che non fosse la Gran Bretagna, con un solido impianto democratico, l’impudenza di Stella Rimington sarebbe pure golpista. In una con i servizi russi, che hanno preso stabilmente la guida del paese, e col Mossad, che ora ci prova con la Livni, anche i servizi segreti inglesi cercano di piazzarsi stabilmente sul terreno della politica.
Contro la riservatezza d’obbligo, e invece di cercare informazioni e prevenire il terrorismo, e semmai chiedere scusa e mettersi a tacere, Stella Rimington e la sua successora Eliza Manningham-Buller, che la regina ha nobilitato, in pensione dall’anno scorso, si occupano di criticare il governo. Fustigatrici della “retorica della guerra al terrorismo”. Senza dire come il terrorismo, che loro non hanno combattuto, va fronteggiato.
Il giudizio politico della Rimington è testimoniato d’acchito dalla sua posizione sull’11 settembre: “Un incidente terroristico come un altro”. E il terrorismo a Londra? È stato causato dalla guerra in Iraq: se si guarda “a ciò che gli arrestati o i video dei suicidi dicono sulle loro motivazioni”. Roba da non credere. Ma il fatto è da segnalare perché l’invasione di campo sicuramente farà tendenza.
Il terrorismo
L’evidenza, nel caso del terrorismo islamico, come di quello arabo-palestinese, e di quello brigatista, ha alcuni punti fermi:
1) Il terrorismo è un nemico ninja, sconosciuto e segreto. Fa anzi della segretezza la sua arma principale.
2) Il terrorismo è ultimamente sconosciuto soprattutto ai servizi segreti, di cui pure è l’interfaccia, più che il nemico. A New York, a Londra, a Madrid la colpa delle stragi è dei servizi segreti - in Italia e in Germania invece i servizi (forse) sono stati più attivi o capaci. Si può anche dire – finalmente riconoscere – che i servizi dicono e fanno l’ovvio: quello che l’opinione pubblica dice, la politica diffusa. Esemplare il caso della Cia: aperta e quasi rivoluzionaria alla fondazione, contro il fascismo e il comunismo, poi violentemente di destra, e infine, messa per questo sotto accusa al Congresso, irenica, sempre più “di sinistra”.
3) Il terrorismo islamico opera ovunque, non solo in Europa e negli Usa: Sudan, Kenya, Egitto, perfino la mite Tunisia, l’Arabia Saudita (ma non gli Emirati, che pure non hanno polizia: gli emiri pagano?), il Pakistan, l’Indonesia.
4) Il terrorismo è un nemico interno. Quello islamico lo è anche in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna, per le comunità islamiche che vi sono ampie, dai due milioni in su.
5) Il terrorismo è per definizione estremista e impolitico. Non negozia, a nessuna condizione. Fu il caso anche del sequestro di Aldo Moro, la cosiddetta trattativa fu in realtà una non trattativa.
6) Il terrorismo non vuole una cosa, vuol’essere noi. Nella prospettiva rivoluzionaria, di rovesciare un ordinamento o un assetto che ritiene nemico.
7) Il terrorismo a carattere bellico, con capacità di distruzione cioè analogo alla guerra, sia delle persone che delle strutture, e dell’ambiente, ribalta i diritti umani. Si propone esso stesso come strumento dei diritti umani. E non può essere contrastato se non con mezzi limitati, al riparo dei diritti umani.
La guerra giusta
Ma per questo stesso motivo la risposta al terrorismo non può che essere massiccia. Gli Stati non possono combattere il terrorismo con le armi del terrorismo, segretezza e violenza indiscriminata, sarebbe illegale e non è etico. La reazione britannica al terrorismo irlandese – era probabilmente l’epoca di Stella Rimington a capo dell’MI 5 – è stata quasi sempre illegale, anche se nessun tribunale se n’è mai occupato.
La guerra limitata del resto non esiste, commisurata all’effetto che si vuole raggiungere senza le “vittime innocenti” - tutte le vittime di una guerra sono innocenti. La guerra è un’azione cieca, con l’obiettivo di mettere in campo sempre un po’ più di violenza del nemico, e la guerra migliore è quella che mette in campo il potenziale massimo.
Non c’è guerra che non si pretenda giusta. Ma bisogna intendersi sulle cose. Ultimamente la fanno le tribù, in Africa, in Medio Oriente e nei Balcani. E gli Usa nel nome dei diritti umani. La facevano le repubbliche, i principati, gli imperi, le classi sociali, le idee, per un interesse. Carl Schmitt nel “Nomos della terra”, rifacendosi a Erasmo, e ai posteriori Bodin e Alberico Gentile, che a loro volta facevano tesoro delle guerre di religione, la riduce a una sorta di “guerra lecita”. Insomma, regolata dal diritto internazionale, quanto al riconoscimento dei belligeranti, o alla “aequalitas tra justi hostes”. Niente a che vedere con la sistemazione di san Tommaso, della guerra che è giusta quando è sostenuta da un’autorità che è riconosciuta ed è combattuta per una giusta causa e con una giusta intenzione. L’ultima guerra giusta in Europa, prima di quella alla Serbia nel 1998, era stata la Dottrina Breznev.
Bobbio ha avuto problemi, pur difendendo la guerra alla Serbia, a caratterizzare la guerra giusta. I conservatori in Germania, Carl Schmitt, Ernst Jünger, pur bellicisti, escludevano la categoria. La guerra della Società delle Nazioni non è più guerra, c’è un “daltonismo umanitario”, rilevava già nel 1932 Jünger nell’“Arbeiter”. Sotto l’ombrello internazionale è possibile fare guerre giuste, a buon diritto, e derubricarle a penetrazione pacifica, azione di polizia, e ora difesa dei diritti umani. Ma già negli anni Trenta i Diritti Umani campeggiavano nella retorica: i manifesti di Mussolini lo proclamavano Ambasciatore di Pace e Difensore dei Diritti Umani.
In Serbia i bombardamenti hanno ucciso alcune migliaia di civili, per liberare la Serbia dal suo presidente Milosevic, poi dichiarato criminale di guerra, e per liberare i kossovari che non volevano essere liberati (meglio la Serbia che l’Albania), e non l’avevano richiesto, con l’eccezione di un fronte di liberazione creato da un mafioso.
Il diritto di (non) intervento è stato rimodulato nell’“unificazione” del mondo conseguente alla caduta del comunismo, sulla base dei diritti umani, che sono ora il fondamento etico di ogni politica. Il papa Giovanni Paolo II, che ha abbattuto il comunismo, ha teorizzato l’“ingerenza umanitaria” come “diritto d’intervento” ai diplomatici il 16 gennaio 1993. Ma non c’è criterio per far passare i diritti umani come criterio di giustizia. Oggi Roma direbbe che Cartagine è da distruggere perché immola i bambini, e questa sarebbe la sola novità.
I mezzi giusti
Ogni guerra pone, in diritto oltre che di fatto, il problema dei mezzi. L'interesse impone il principio economico, del minimo costo per il massimo effetto. Il diritto pone quello dei “mezzi giusti”, proporzionati cioè allo scontro. È un aspetto del più generale concetto di guerra giusta, che propriamente indaga le cause della guerra, e quindi i fini.
In questi termini, di cause e fini, la guerra giusta – assente dalla guerra dell’Europa e degli Usa alla Serbia nel 1999 – è stata animatamente discussa nel 1990-91, nel conflitto del Golfo. Concetto cristiano e non romano, abbozzato da sant'Agostino e poi approfondito filosoficamente da una lunga tradizione, da San Tommaso a Grozio, a Kant e a Bobbio, è fondamentalmente quella sostenuta per una giusta causa con giusta intenzione. Ma la causa è fortemente variata nei secoli. Fino alle concezioni belliciste del romanticismo, quello tedesco sopratutto: la guerra fatto estetico universale (Novalis), sviluppo morale dell'umanità (Fichte), materializzazione dello Spirito del mondo nei diversi spiriti dei popoli che si avvicendano (Hegel). ricetta per popoli infiacchiti (Nietzsche). Per arrivare alla guerra preventiva per fini umanitari, quali sono quelle degli Stati Uniti e dei “volenterosi” in Irak, e quella della Nato in Afghanistan, per conto dell’Onu. Entrambe azionate dalla lotta al terrorismo che la funzionaria britannica critica.
L’Onu e la Nato proclamano oggi il diritto d'intervento contro quello che era un cardine del diritto, il non intervento negli affari interni di uno Stato. Fra i due ambiti giuridici opposti della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che protegge gli individui contro gli Stati oppressori, e della Carta dell'Onu che invece previene e proibisce la guerra, comprese evidentemente le guerre preventive - documenti entrambi dello spirito del tempo.
Sull’ammissibilità della guerra umanitaria i pareri sono fortemente divisi. “Gli argomenti addotti per legittimare l’uso umanitario della forza sono poco convincenti e pericolosi”, fu la posizione in America, quando Clinton volle la guerra alla Serbia, di un ex decano di diritto internazionale della Columbia University, Louis Henkin. Mentre Jack Goldsmith, sempre in America, della Chicago Law School, pur concordando che i critici dell'intervento umanitario “dispongono certo di forti argomenti giuridici”, ritenne che “esiste un'eccezione sul piano consuetudinario e pratico”. Certamente nel caso del terrorismo, quando ha santuari degli Stati.
In questa incertezza assume rilievo il tema intermedio dei mezzi, anche per gli effetti devastanti che i nuovi armamenti possono avere. Il tribunale di Norimberga e quello dell'Aja hanno istituzionalizzato il problema dei mezzi. Per adeguati s'intende coerenti e diretti con l’obiettivo della guerra. Chi volesse fare guerra alla Macedonia, per ipotesi, invadendo l'Albania o la Bulgaria, uscirebbe evidentemente dal diritto. Gli Stati Uniti sono stati molto criticati su questo aspetto per aver combattuto il comunismo sovietico intervenendo direttamente in Guatemala, Grenada e Nicaragua, e indirettamente in Brasile e Cile. Il concetto di proporzionato o conguo è più semplice: non si può usare l'atomica per conquistare un fortino abbandonato.
Adeguatezza e congruità dei mezzi rimandano ai fini più che alle cause della guerra - alle intenzioni buone. Fine della guerra è ovviamente la vittoria. Ma sul concetto di vittoria gli Stati Uniti, che a lungo si erano tenuti volutamente fuori degli affari internazionali, in base al precetto di addio di George Washington nel 1796 (“la regola aurea dei nostri rapporti con le nazioni straniere sia di avere con loro i minimi rapporti politici”), hanno introdotto nella storia e nel diritto un concetto nuovo. Fortemente differenziato da quello tradizionale, a cui i governi e l’opinione europea si attengono, che è quello della cancellazione dell'offesa. Gli Stati Uniti hanno introdotto la “resa incondizionata”, o totale.
Fu il presidente Roosevelt a incardinare negli affari internazionali questa categoria. Alla conferenza di Casablanca, nel gennaio 1943, impose la “resa incondizionata” quale unica via d'uscita dalla guerra con la Germania e il Giappone, a un Churchill recalcitrante, per il quale la sconfitta tedesca era nei fatti e la guerra si poteva chiudere più rapidamente con meno danni. Compreso, tra questi, l’arrivo di Stalin a Berlino. L’annuncio di Rooesevelt a Casablanca offrirà materia alla storia revisionista: se non sarebbe stato possibile altrimenti evitare il sacrificio di altri 4-5 milioni di uomini, tra lager e fronte, la distruzione della Germania (con l'arrivo di Stalin a Berlino), i 13 milioni di tedeschi profughi dall'Est, le bombe di Hiroshima e Nagasaki. Ma la vittoria fino all’annientamento dell’avversario è, sotto la leadership americana, principio dominante. Il Nemico è la Forza del male. E ogni discorso sui mezzi adeguati e proporzionati diventa superfluo.
C’è dunque – c’era - fra Europa e Stati Uniti una diversa percezione del diritto. Fraintesa per un difetto di ottica: l'Europa continua a guardare gli Stati Uniti come a una sua proiezione, mentre gli Usa guardano all’Europa come a uno dei quattro o cinque scacchieri mondiali nei quali impegnano la loro leadership, a oriente e a occidente della dorsale americana. Si può anche dire degli Usa quello che Junius (Luigi Einaudi), nel tentativo di spiegarsi “il mistero dell'intervento americano in Europa”, diceva sul “Corriere della sera” della Germania nel 1918: “È una terribile creatrice di guerre, l’idea della libertà illimitata”. Tuttavia, se il discorso delle cause giuste - e dei fini - rimane vago, quello dei mezzi è sostanziale e univoco.
È il caso della guerra al terrorismo, che presenta cause legittime. È guerra di reazione, difensiva. Ma in questo quadro anche preventiva e cieca, essendo il nemico segreto, sfuggente, invisibile – agli stessi servizi segreti. Il problema che si può porre è: sono i bombardamenti espedienti e congrui alla guerra al terrorismo – lo furono nell’ultima guerra dell’Europa in Europa, contro i cittadini di Belgrado per liberarli da Milosevic? Specie quelli americani, che per regolamento, per il principio della minima perdita di mezzi impone di sganciare le bombe da cinquemila metri di altezza. L’aviazione peraltro non ha mai vinto una guerra – può solo prepararla, o completarla con l’annientamento.
La guerra e la pace sono - dovrebbero essere - decisioni diplomatice, prese cioè nella pancia più fredda della pubblica amministrazione, e seguire regole precise, scacchistiche. Solo in queste senso la guerra può essere giusta, se ha uno scopo definito e accettabile, e ad esso indirizza impegni congrui, non necessariamente distruttivi.
I diritti umanitari si vogliono sostituire a quelli naturali. Alla teodicea, si sarebbe detto un tempo, che il terrorismo islamico tenta di restaurare. Il diritto alla liberazione dei popoli come i diritti individuali, all’aborto, l’eutanasia, la procreazione artificiale, la clonazione, l’adozione libera. A quelli naturali mancano le tre virtù virtù teologali: la carità o compassione, la speranza, la fede. La volontà di alleviare le sofferenze di tutti, o di migliorare il mondo. Non si possono opporre ai diritti umanitari, né questi da considerare da meno dei diritti naturali – la medicina c’è anche in natura. È però vero che i diritti umani tendono all’annullamento (suicidio): a infrangere cioè la loro stessa natura vincolistica, di paletti e miglioramenti da introdurre nella natura bruta. Compresa quella che si ammanta di religione.
I servizi al governo
In un giornale che non fosse il Guardian e in un paese che non fosse la Gran Bretagna, con un solido impianto democratico, l’impudenza di Stella Rimington sarebbe pure golpista. In una con i servizi russi, che hanno preso stabilmente la guida del paese, e col Mossad, che ora ci prova con la Livni, anche i servizi segreti inglesi cercano di piazzarsi stabilmente sul terreno della politica.
Contro la riservatezza d’obbligo, e invece di cercare informazioni e prevenire il terrorismo, e semmai chiedere scusa e mettersi a tacere, Stella Rimington e la sua successora Eliza Manningham-Buller, che la regina ha nobilitato, in pensione dall’anno scorso, si occupano di criticare il governo. Fustigatrici della “retorica della guerra al terrorismo”. Senza dire come il terrorismo, che loro non hanno combattuto, va fronteggiato.
Il giudizio politico della Rimington è testimoniato d’acchito dalla sua posizione sull’11 settembre: “Un incidente terroristico come un altro”. E il terrorismo a Londra? È stato causato dalla guerra in Iraq: se si guarda “a ciò che gli arrestati o i video dei suicidi dicono sulle loro motivazioni”. Roba da non credere. Ma il fatto è da segnalare perché l’invasione di campo sicuramente farà tendenza.
Il terrorismo
L’evidenza, nel caso del terrorismo islamico, come di quello arabo-palestinese, e di quello brigatista, ha alcuni punti fermi:
1) Il terrorismo è un nemico ninja, sconosciuto e segreto. Fa anzi della segretezza la sua arma principale.
2) Il terrorismo è ultimamente sconosciuto soprattutto ai servizi segreti, di cui pure è l’interfaccia, più che il nemico. A New York, a Londra, a Madrid la colpa delle stragi è dei servizi segreti - in Italia e in Germania invece i servizi (forse) sono stati più attivi o capaci. Si può anche dire – finalmente riconoscere – che i servizi dicono e fanno l’ovvio: quello che l’opinione pubblica dice, la politica diffusa. Esemplare il caso della Cia: aperta e quasi rivoluzionaria alla fondazione, contro il fascismo e il comunismo, poi violentemente di destra, e infine, messa per questo sotto accusa al Congresso, irenica, sempre più “di sinistra”.
3) Il terrorismo islamico opera ovunque, non solo in Europa e negli Usa: Sudan, Kenya, Egitto, perfino la mite Tunisia, l’Arabia Saudita (ma non gli Emirati, che pure non hanno polizia: gli emiri pagano?), il Pakistan, l’Indonesia.
4) Il terrorismo è un nemico interno. Quello islamico lo è anche in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna, per le comunità islamiche che vi sono ampie, dai due milioni in su.
5) Il terrorismo è per definizione estremista e impolitico. Non negozia, a nessuna condizione. Fu il caso anche del sequestro di Aldo Moro, la cosiddetta trattativa fu in realtà una non trattativa.
6) Il terrorismo non vuole una cosa, vuol’essere noi. Nella prospettiva rivoluzionaria, di rovesciare un ordinamento o un assetto che ritiene nemico.
7) Il terrorismo a carattere bellico, con capacità di distruzione cioè analogo alla guerra, sia delle persone che delle strutture, e dell’ambiente, ribalta i diritti umani. Si propone esso stesso come strumento dei diritti umani. E non può essere contrastato se non con mezzi limitati, al riparo dei diritti umani.
La guerra giusta
Ma per questo stesso motivo la risposta al terrorismo non può che essere massiccia. Gli Stati non possono combattere il terrorismo con le armi del terrorismo, segretezza e violenza indiscriminata, sarebbe illegale e non è etico. La reazione britannica al terrorismo irlandese – era probabilmente l’epoca di Stella Rimington a capo dell’MI 5 – è stata quasi sempre illegale, anche se nessun tribunale se n’è mai occupato.
La guerra limitata del resto non esiste, commisurata all’effetto che si vuole raggiungere senza le “vittime innocenti” - tutte le vittime di una guerra sono innocenti. La guerra è un’azione cieca, con l’obiettivo di mettere in campo sempre un po’ più di violenza del nemico, e la guerra migliore è quella che mette in campo il potenziale massimo.
Non c’è guerra che non si pretenda giusta. Ma bisogna intendersi sulle cose. Ultimamente la fanno le tribù, in Africa, in Medio Oriente e nei Balcani. E gli Usa nel nome dei diritti umani. La facevano le repubbliche, i principati, gli imperi, le classi sociali, le idee, per un interesse. Carl Schmitt nel “Nomos della terra”, rifacendosi a Erasmo, e ai posteriori Bodin e Alberico Gentile, che a loro volta facevano tesoro delle guerre di religione, la riduce a una sorta di “guerra lecita”. Insomma, regolata dal diritto internazionale, quanto al riconoscimento dei belligeranti, o alla “aequalitas tra justi hostes”. Niente a che vedere con la sistemazione di san Tommaso, della guerra che è giusta quando è sostenuta da un’autorità che è riconosciuta ed è combattuta per una giusta causa e con una giusta intenzione. L’ultima guerra giusta in Europa, prima di quella alla Serbia nel 1998, era stata la Dottrina Breznev.
Bobbio ha avuto problemi, pur difendendo la guerra alla Serbia, a caratterizzare la guerra giusta. I conservatori in Germania, Carl Schmitt, Ernst Jünger, pur bellicisti, escludevano la categoria. La guerra della Società delle Nazioni non è più guerra, c’è un “daltonismo umanitario”, rilevava già nel 1932 Jünger nell’“Arbeiter”. Sotto l’ombrello internazionale è possibile fare guerre giuste, a buon diritto, e derubricarle a penetrazione pacifica, azione di polizia, e ora difesa dei diritti umani. Ma già negli anni Trenta i Diritti Umani campeggiavano nella retorica: i manifesti di Mussolini lo proclamavano Ambasciatore di Pace e Difensore dei Diritti Umani.
In Serbia i bombardamenti hanno ucciso alcune migliaia di civili, per liberare la Serbia dal suo presidente Milosevic, poi dichiarato criminale di guerra, e per liberare i kossovari che non volevano essere liberati (meglio la Serbia che l’Albania), e non l’avevano richiesto, con l’eccezione di un fronte di liberazione creato da un mafioso.
Il diritto di (non) intervento è stato rimodulato nell’“unificazione” del mondo conseguente alla caduta del comunismo, sulla base dei diritti umani, che sono ora il fondamento etico di ogni politica. Il papa Giovanni Paolo II, che ha abbattuto il comunismo, ha teorizzato l’“ingerenza umanitaria” come “diritto d’intervento” ai diplomatici il 16 gennaio 1993. Ma non c’è criterio per far passare i diritti umani come criterio di giustizia. Oggi Roma direbbe che Cartagine è da distruggere perché immola i bambini, e questa sarebbe la sola novità.
I mezzi giusti
Ogni guerra pone, in diritto oltre che di fatto, il problema dei mezzi. L'interesse impone il principio economico, del minimo costo per il massimo effetto. Il diritto pone quello dei “mezzi giusti”, proporzionati cioè allo scontro. È un aspetto del più generale concetto di guerra giusta, che propriamente indaga le cause della guerra, e quindi i fini.
In questi termini, di cause e fini, la guerra giusta – assente dalla guerra dell’Europa e degli Usa alla Serbia nel 1999 – è stata animatamente discussa nel 1990-91, nel conflitto del Golfo. Concetto cristiano e non romano, abbozzato da sant'Agostino e poi approfondito filosoficamente da una lunga tradizione, da San Tommaso a Grozio, a Kant e a Bobbio, è fondamentalmente quella sostenuta per una giusta causa con giusta intenzione. Ma la causa è fortemente variata nei secoli. Fino alle concezioni belliciste del romanticismo, quello tedesco sopratutto: la guerra fatto estetico universale (Novalis), sviluppo morale dell'umanità (Fichte), materializzazione dello Spirito del mondo nei diversi spiriti dei popoli che si avvicendano (Hegel). ricetta per popoli infiacchiti (Nietzsche). Per arrivare alla guerra preventiva per fini umanitari, quali sono quelle degli Stati Uniti e dei “volenterosi” in Irak, e quella della Nato in Afghanistan, per conto dell’Onu. Entrambe azionate dalla lotta al terrorismo che la funzionaria britannica critica.
L’Onu e la Nato proclamano oggi il diritto d'intervento contro quello che era un cardine del diritto, il non intervento negli affari interni di uno Stato. Fra i due ambiti giuridici opposti della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che protegge gli individui contro gli Stati oppressori, e della Carta dell'Onu che invece previene e proibisce la guerra, comprese evidentemente le guerre preventive - documenti entrambi dello spirito del tempo.
Sull’ammissibilità della guerra umanitaria i pareri sono fortemente divisi. “Gli argomenti addotti per legittimare l’uso umanitario della forza sono poco convincenti e pericolosi”, fu la posizione in America, quando Clinton volle la guerra alla Serbia, di un ex decano di diritto internazionale della Columbia University, Louis Henkin. Mentre Jack Goldsmith, sempre in America, della Chicago Law School, pur concordando che i critici dell'intervento umanitario “dispongono certo di forti argomenti giuridici”, ritenne che “esiste un'eccezione sul piano consuetudinario e pratico”. Certamente nel caso del terrorismo, quando ha santuari degli Stati.
In questa incertezza assume rilievo il tema intermedio dei mezzi, anche per gli effetti devastanti che i nuovi armamenti possono avere. Il tribunale di Norimberga e quello dell'Aja hanno istituzionalizzato il problema dei mezzi. Per adeguati s'intende coerenti e diretti con l’obiettivo della guerra. Chi volesse fare guerra alla Macedonia, per ipotesi, invadendo l'Albania o la Bulgaria, uscirebbe evidentemente dal diritto. Gli Stati Uniti sono stati molto criticati su questo aspetto per aver combattuto il comunismo sovietico intervenendo direttamente in Guatemala, Grenada e Nicaragua, e indirettamente in Brasile e Cile. Il concetto di proporzionato o conguo è più semplice: non si può usare l'atomica per conquistare un fortino abbandonato.
Adeguatezza e congruità dei mezzi rimandano ai fini più che alle cause della guerra - alle intenzioni buone. Fine della guerra è ovviamente la vittoria. Ma sul concetto di vittoria gli Stati Uniti, che a lungo si erano tenuti volutamente fuori degli affari internazionali, in base al precetto di addio di George Washington nel 1796 (“la regola aurea dei nostri rapporti con le nazioni straniere sia di avere con loro i minimi rapporti politici”), hanno introdotto nella storia e nel diritto un concetto nuovo. Fortemente differenziato da quello tradizionale, a cui i governi e l’opinione europea si attengono, che è quello della cancellazione dell'offesa. Gli Stati Uniti hanno introdotto la “resa incondizionata”, o totale.
Fu il presidente Roosevelt a incardinare negli affari internazionali questa categoria. Alla conferenza di Casablanca, nel gennaio 1943, impose la “resa incondizionata” quale unica via d'uscita dalla guerra con la Germania e il Giappone, a un Churchill recalcitrante, per il quale la sconfitta tedesca era nei fatti e la guerra si poteva chiudere più rapidamente con meno danni. Compreso, tra questi, l’arrivo di Stalin a Berlino. L’annuncio di Rooesevelt a Casablanca offrirà materia alla storia revisionista: se non sarebbe stato possibile altrimenti evitare il sacrificio di altri 4-5 milioni di uomini, tra lager e fronte, la distruzione della Germania (con l'arrivo di Stalin a Berlino), i 13 milioni di tedeschi profughi dall'Est, le bombe di Hiroshima e Nagasaki. Ma la vittoria fino all’annientamento dell’avversario è, sotto la leadership americana, principio dominante. Il Nemico è la Forza del male. E ogni discorso sui mezzi adeguati e proporzionati diventa superfluo.
C’è dunque – c’era - fra Europa e Stati Uniti una diversa percezione del diritto. Fraintesa per un difetto di ottica: l'Europa continua a guardare gli Stati Uniti come a una sua proiezione, mentre gli Usa guardano all’Europa come a uno dei quattro o cinque scacchieri mondiali nei quali impegnano la loro leadership, a oriente e a occidente della dorsale americana. Si può anche dire degli Usa quello che Junius (Luigi Einaudi), nel tentativo di spiegarsi “il mistero dell'intervento americano in Europa”, diceva sul “Corriere della sera” della Germania nel 1918: “È una terribile creatrice di guerre, l’idea della libertà illimitata”. Tuttavia, se il discorso delle cause giuste - e dei fini - rimane vago, quello dei mezzi è sostanziale e univoco.
È il caso della guerra al terrorismo, che presenta cause legittime. È guerra di reazione, difensiva. Ma in questo quadro anche preventiva e cieca, essendo il nemico segreto, sfuggente, invisibile – agli stessi servizi segreti. Il problema che si può porre è: sono i bombardamenti espedienti e congrui alla guerra al terrorismo – lo furono nell’ultima guerra dell’Europa in Europa, contro i cittadini di Belgrado per liberarli da Milosevic? Specie quelli americani, che per regolamento, per il principio della minima perdita di mezzi impone di sganciare le bombe da cinquemila metri di altezza. L’aviazione peraltro non ha mai vinto una guerra – può solo prepararla, o completarla con l’annientamento.
La guerra e la pace sono - dovrebbero essere - decisioni diplomatice, prese cioè nella pancia più fredda della pubblica amministrazione, e seguire regole precise, scacchistiche. Solo in queste senso la guerra può essere giusta, se ha uno scopo definito e accettabile, e ad esso indirizza impegni congrui, non necessariamente distruttivi.
I diritti umanitari si vogliono sostituire a quelli naturali. Alla teodicea, si sarebbe detto un tempo, che il terrorismo islamico tenta di restaurare. Il diritto alla liberazione dei popoli come i diritti individuali, all’aborto, l’eutanasia, la procreazione artificiale, la clonazione, l’adozione libera. A quelli naturali mancano le tre virtù virtù teologali: la carità o compassione, la speranza, la fede. La volontà di alleviare le sofferenze di tutti, o di migliorare il mondo. Non si possono opporre ai diritti umanitari, né questi da considerare da meno dei diritti naturali – la medicina c’è anche in natura. È però vero che i diritti umani tendono all’annullamento (suicidio): a infrangere cioè la loro stessa natura vincolistica, di paletti e miglioramenti da introdurre nella natura bruta. Compresa quella che si ammanta di religione.
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