È una storia a tutti gli effetti, ora si sa, non veritiera, e tuttavia sempre viva e vera. La vicenda personale del generale-scrittore Piotr Krasnow, uno dei burattini della Germania, del kaiser e poi di Hitler, contro la Russia sovietica, la sua vicenda politica e quella militare sono diverse da quelle del racconto. Perfino fisicamente il generale è diverso da come lo vuole il narratore di Magris. E tuttavia il racconto è vero, tanto più ora, a fronte del revisionismo sulla guerra dei vinti. È il destino di morte delle minoranze e dei perdenti della storia, indifferentemente con lo zar, con Lenin, col kaiser, con gli inglesi, con Hitler, e di nuovo con gli inglesi. Che portarono alla resa i cosacchi dei tedeschi con la promessa della libertà, e poi li consegnarono a Stalin – al suicidio in massa, molti di essi, con le famiglie, per annegamento nella Drava.
Magris si sdoppia in un narratore senza ruolo nella vita, un prete senza parrocchiani da guidare né assoluzioni da dare, e il più è fatto. Da qui la misura e il senso umano, da uomo di frontiera, senza lo sciovinismo revisionista. E l’orchestrazione narrativa “naturale” degli strumenti filologici (c’è anche un Neris, “assiduo germanista”). Dopo Carlo Ginzburg e il “paradigma indiziario”, prima di altri grandi filologi narratori, Settis, Canfora. Sull’assunto, insieme debole e forte, che “la menzogna è altrettanto reale quanto la verità”, come dice il canonico narratore. Una storia che avrebbe potuto arricchire quella di Magris la racconta Pasolini in una lettera a Luciano Serra, che nel 1945 doveva scrivere un ritratto di Guido, il fratello minore dello scrittore, partigiano della Brigata Osoppo, ucciso a tradimento dai partigiani della Garibaldi: “Guido e Roberto (d’Orlandi) hanno tenuto testa da soli a un centinaio di Cosacchi, che erano andati a rastrellare Musi…, e resistettero fino a che i Cosacchi non si ritirarono”.
Il Magris narratore, benché già illustre germanista, debuttava nel 1984 sulla “Rivista milanese di economia”, house organ della Cariplo, la banca, e ad essa restava per un lustro confinato.
Claudio Magris, Illazioni su una sciabola
domenica 9 novembre 2008
venerdì 7 novembre 2008
La "logica del mercato" è la speculazione
Tanti profeti della crisi sono in circolazione, i “l’avevo detto” due, tre e cinque anni fa. Ma nessuno che azzardi una spiegazione di quanto sta succedendo in Borsa, l’altalena di fenomenali accensioni e altrettanto fenomenali crolli. Mentre alcune cose sono chiare.
Si lascia intendere che la crisi è quella dei mutui, mentre i mutui sono stati in qualche modo assorbiti. Sono stati cancellati dagli attivi delle banche coinvolte, sono minime le ripercussioni sulle altre banche - gli effetti “tossici”. I titoli tossici sono quelli delle gigantesche banche d’affari che hanno infettato il sistema finanziario mondiale con le speculazioni a termine senza adeguate ricoperture. Non più quindi solo il mercato americano, ma anche quello europeo e del resto del mondo. Con i loro compari, i fondi di copertura, hedge funds, che invece che operare per assorbire gli incerti e i movimenti anomali, operano al contrario per provocarli. Speculano cioè, specialisti come sono in short selling: sono loro che movimentano le Borse con le forti oscillazioni, e malgrado la crisi stanno infatti guadagnando, anche molto.
Questo è il secondo aspetto noto, che si tarda però a evidenziare, e anzi si omette. Per un motivo semplice: lo hedging è il mercato. Il mercato è insomma speculazione, ma non si può dire, gli interessi che privilegia sono ancora tanto forti da impedirlo. Il mercato è anche altre cose, è un gioco ordinatore, equilibratore, fra domanda e offerta, ma casuali e non necessarie. La domanda resta per esempio concetto volatile, confinato nella categoria onnivora delle aspettative e le propensioni, di cui nulla si sa finché non si sono manifestate.
La speculazione, la cui definizione è anch’essa sfuggente, ha peraltro un nucleo preciso: è l’elusione delle norme. Speculare di può dire in mille modi, ma nella sostanza è giocare contro le norme, sfruttarne i buchi e la debolezze. Soprattutto avvalendosi della legalità - questa è anche la forza dell’America, mentre altrove lo speculatore è più spesso un bancarottiere dal fiato corto o un ladro. Ora si faranno nuove regole, a otto o a venti, e forse si rifarà Bretton Woods, l'ordinamento monetario mondiale (non si rifarà), ma la speculazione si eserciterà anche contro le nuove regole, non c'è dubbio. A meno di una vigilanza costante.
La speculazione, va infine detto, ha dalla sua, più che il potere o la corruzione, che in molti casi sono anzi esclusi, il fascino della ricchezza rapida, e senza fatica. Contro una posta negativa – il fallimento – che non ha alcun potere dissuasivo, essendo pagato dagli altri. Ma appunto perciò è un atto aggressivo, non a somma zero: è appropriarsi delle risorse altrui. Col consenso, ma estorto. In quanto distorto appunto dalla legalità, dal rispetto formale delle regole.
Il silenzio sull’evidenza è l’esito dell’altra arma della speculazione: la capacità di fare consenso. Anche qui attraverso armi proprie, seppure violente, che tutte si riassumono nella capacità di fare informazione, non sempre di parte. Senza spesa – senza corruzione – e con un esercizio molto indiretto del potere.
Si lascia intendere che la crisi è quella dei mutui, mentre i mutui sono stati in qualche modo assorbiti. Sono stati cancellati dagli attivi delle banche coinvolte, sono minime le ripercussioni sulle altre banche - gli effetti “tossici”. I titoli tossici sono quelli delle gigantesche banche d’affari che hanno infettato il sistema finanziario mondiale con le speculazioni a termine senza adeguate ricoperture. Non più quindi solo il mercato americano, ma anche quello europeo e del resto del mondo. Con i loro compari, i fondi di copertura, hedge funds, che invece che operare per assorbire gli incerti e i movimenti anomali, operano al contrario per provocarli. Speculano cioè, specialisti come sono in short selling: sono loro che movimentano le Borse con le forti oscillazioni, e malgrado la crisi stanno infatti guadagnando, anche molto.
Questo è il secondo aspetto noto, che si tarda però a evidenziare, e anzi si omette. Per un motivo semplice: lo hedging è il mercato. Il mercato è insomma speculazione, ma non si può dire, gli interessi che privilegia sono ancora tanto forti da impedirlo. Il mercato è anche altre cose, è un gioco ordinatore, equilibratore, fra domanda e offerta, ma casuali e non necessarie. La domanda resta per esempio concetto volatile, confinato nella categoria onnivora delle aspettative e le propensioni, di cui nulla si sa finché non si sono manifestate.
La speculazione, la cui definizione è anch’essa sfuggente, ha peraltro un nucleo preciso: è l’elusione delle norme. Speculare di può dire in mille modi, ma nella sostanza è giocare contro le norme, sfruttarne i buchi e la debolezze. Soprattutto avvalendosi della legalità - questa è anche la forza dell’America, mentre altrove lo speculatore è più spesso un bancarottiere dal fiato corto o un ladro. Ora si faranno nuove regole, a otto o a venti, e forse si rifarà Bretton Woods, l'ordinamento monetario mondiale (non si rifarà), ma la speculazione si eserciterà anche contro le nuove regole, non c'è dubbio. A meno di una vigilanza costante.
La speculazione, va infine detto, ha dalla sua, più che il potere o la corruzione, che in molti casi sono anzi esclusi, il fascino della ricchezza rapida, e senza fatica. Contro una posta negativa – il fallimento – che non ha alcun potere dissuasivo, essendo pagato dagli altri. Ma appunto perciò è un atto aggressivo, non a somma zero: è appropriarsi delle risorse altrui. Col consenso, ma estorto. In quanto distorto appunto dalla legalità, dal rispetto formale delle regole.
Il silenzio sull’evidenza è l’esito dell’altra arma della speculazione: la capacità di fare consenso. Anche qui attraverso armi proprie, seppure violente, che tutte si riassumono nella capacità di fare informazione, non sempre di parte. Senza spesa – senza corruzione – e con un esercizio molto indiretto del potere.
Il mondo com'è (13)
astolfo
Antiamericanismo – Non si dissolve con Obama. Non riguarda infatti l’America – tutti sono per gli americani e contro i terroristi mussulmani, anzi contro i mussulmani, piace perfino l’hamburger – ma la libertà e la giusta mercede. L’uguaglianza fa paura – l’uguaglianza nella libertà, garantita e anzi promossa dalla legge. Soprattutto ai notabili delle culture incistate: l’antiamericanismo non è politico o sociale, è culturale. Per questo è possibile stare con Chàvez e Ahmadinejad contro gli Usa.
Contro il "modello Usa" da "bestiame bovino" è forte al fondo in Italia il pregiudizio di Evola, di un mondo che si vorrebbe spiritualista. Che però non lo è, in nessuna misura, tra il pubblico informe della televisone come tra quelle delle librerie Feltrinelli. L’antiamericanismo si può dire, è, la cartina di tornasole del bisogno di libertà, che (non) è un bisogno primario - bisognerebbe aver fatto il passo definitivo, costituzionale, comportamentale, verso un sistema di libertà per porsi congruamente il rispetto della tradizione e della storia.
Si prenda l’abisso italico, che riduce lo sbarco in Sicilia a un fatto di mafia. Con gaudio - la Schadenfreude va ugualmente agli Usa e alla Sicilia. Ma più spesso a opera di siciliani, per una sorta di odio-di-sé meridionale. “Tutti, in Sicilia, (lo) sapevano”, scrive Gaetano Savatteri da ultimo in “La volata di Calò”. Protestando di non crederci, però… “Tutti conoscevano questa storia. Se ne parlava nelle piazze, magari sottovoce. Tutti erano sicuri che fosse andata così, e ancora molti lo sono”. “La volata di Calò” è stata scritta per celebrare una famiglia di industriali isolani, i nipoti di Calogero (“Calò”) Montante, che sono al fronte contro la mafia. Ma della mafia allo scrittore piace dare questa immagine di onnipotenza. Anche perché il libro si regge giusto per questo aneddoto. Dopo il racconto di Camilleri “Una corsa verso la libertà”, che rappresenta gli alleati come truppe di occupazione, con le loro stucchevoli cicche e Lucky Strike.
Un evento di portata mondiale, un passo decisivo nel ribaltamento della guerra ridotto a fatto criminale. Una follia? Ma è anche una negazione della liberazione. Il fascismo eterno che la libertà annega nella perfidia albionica, sia pure agitato da comunisti o ex. Di che mettere in crisi tutto il castello dei diritti umani.
Ciclo – “Abbiamo comprato in Ucraina, abbiamo rilevato le minoranze di Bank of Austria e Hypovereinsbank, nonché il gruppo Capitalia. Nel momento che era il picco del ciclo. Col senno di poi sarebbe stato meglio aspettare”. Così l’amministratore di Unicredit Profumo commenta la crisi della sua banca in Borsa. Ma sono gli acquisti che conformano il ciclo. Il ciclo non evolve per sue proprie logiche. Troppi acquisti, o acquisti troppo cari, determinano i picchi del ciclo, cioè i punti di svolta. Chi troppo spende s’assottiglia.
Complotto – È idea della politica caratteristicamente intellettuale: per voler ricondurre la politica a disegno, la cosiddetta razionalità.
È sindrome molto mediterranea: la congiura è popolare in Grecia e Italia, come già nell’Ellade e nell’impero romano, ed è agitato furbescamente in Africa, nel Medio oriente, in Turchia, in abito islamico insomma, dove è di regola la dissimulazione (taqiya). È però assente in Spagna e Portogallo. Non è quindi un fatto di Nord\Sud. Può essere il derivato di un assetto psicologico, di quello ce si chiama levantinismo. Un fatto di furbizia, quindi, non di razionalità
Conservatore – Il vero conservatore è realista. Il realista è sempre conservatore?
Ebraismo – Ora che è tornato incontestato, si definisce bizzarramente per differenza, e anzi in polemica. Soprattutto nei confronti del cristianesimo e dell’islam, con i quali ha bene o male potuto convivere.
C’è qualcosa di anomalo in questo ebraismo in guerra col mondo intero, specie con l’uso strumentale dell’Olocausto e dell’antisemitismo, e con il revisionismo all’insegna degli antiquati primati nazionali. Non è fondamentalismo. Non c’è il rifiuto delle esperienze altre. Ma la voglia di opporsi sì, arrogandosi il giudizio – il primato.
Europa – Si discute se è in quanto è – è stata – cristiana. Ma l’Europa è laica, quella moderna e contemporanea: per le guerre, la filosofia, la psicologia. Perfino per la fisiologia: l’europa è sterile, compra i figli e i lavoratori. In realtà l’Europa oggi non è: non ha nozione di sé – un’identità (l’Unione Europea è solo una camera di commercio e una clearing house) e non ha un progetto, tenendosi insicura dietro i buoni-cattivi propositi, un esercizio in sentimentalismo. Non è un deserto, non ancora, ma è arida. È l’effetto della morte di Dio, che è fenomeno tipicamente europeo?
Fascismo – Asor Rosa ha scritto sul “Manifesto” il 6 agosto: “Il terzo Governo Berlusconi rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo. Il fascismo, con tutta la sua negatività, costituì il tentativo disostituire a un sistema in aperta crisi, quello liberale, un sistema completamente diverso, quello totalitario. Pochi oggi possono consentire con la natura e gli obbiettivi di quel tentativo; nessuno, però, potrebbe contestarne la radicalità e persino, dentro un certo assai circoscritto ambito di valori, le buone intenzioni”. Berlusconi invece “è il figlio naturale del craxismo; è il figlio naturale dell'affarismo democristiano ultima stagione (ben altri titoli d'onore si possono inscrivere nel blasone storico della Dc)”. È vis polemica? No, Asor Rosa si vuole storico serio. Con Galli della Loggia concorda che “il moralismo vano è fastidioso (lo dico con cognizione di causa, avendo studiato a lungo, e con analogo rigetto, gli antigiolittiani)”. Insomma, ragiona. L’1 ottobre, riprendendo l’argomento sul “Manifesto”, risponde ai critici: “Quali analogie ci possono essere mai tra Berlusconi e Mussolini, tra berlusconismo e fascismo? Ovviamente nessuna: non sono mica scemo. Io non ho inteso - e non ho scritto - che Berlusconi è come Mussolini né che il berlusconismo è come il fascismo: io ho inteso, e scritto che - nella specificità e peculiarità delle rispettive identità - sono peggio”.
Non è una novità, il fascismo c’era già per Togliatti nel 1950, per Concetto Marchesi nel 1955, “clerico-americano”, per “l’Unità” e “Paese sera” nel 1969, il “fascismo Fiat” e “il fascismo delle istituzioni”, e ancora dieci anni dopo c’era “il fascismo delle Br”. Intanto era venuto il compromesso storico e la Dc non è più stata fascista. Asor Rosa dev’essere ben piantato in quella stagione, che assolve la Dc e condanna Craxi. Che una sola cosa fece, ridurre l’inflazione dal 20 al 3 per cento, esito non fascista. Avendo per ministro del Tesoro dalla Dc una figura non di primo piano come Goria. E a difesa dall’inflazione portando addirittura il popolo, quando Lama e la Cgil lo sfidarono col referendum.
Il fascismo è in Italia, paese che è stato fascista con convinzione, uno sfondo invadente, che decolora e deforma la realtà. Di chi lo agita e lo usa – il fascista non ne è intaccato. Fascista è l’avversario, che più spesso è il concorrente politico, il “socialfascista”, nel linguaggio della Terza Internazionale, sopravvissuto all’università. Ma questo è molto fascista: chi va in giro a dare del fascista al suo avversario, forte sempre del suo buon diritto. Forse per sentirsi vivo. Magari dopo essere stato propriamente facsista nel suo piccolo, la fila ala posta, il traffico, il lavoro, la famiglia. La demonizzazione dell’avversario è cardine rivoluzionario fascista, la rivoluzione socialista si vuole critica. Lo spettro del fascismo limita fortemente la democrazia: nell’efficienza, o capacità di agire, nella difesa, nel contrasto della corruzione, nella pacificazione. Agitare il fascismo porta al fascismo. È fascismo.
Globalizzazione – Muore per inadempienza: l’incapacità – l’impossibilità? – di garantire la crescita, e anzi di interpretare, meno che meno regolare, la crisi, in atto da quasi due anni. Non c’è l’albero della ricchezza, e non c’è il moto perpetuo, nemmeno in economia. Ma viene criticata per i motivi sbagliati – non ultimo l’illusione di abbatterla con i propri motivi – e cioè retrogradi. La globalizzazione ha portato più ricchezza all’ex Terso mondo, e non meno. Gliene ha anche dato gli strumenti, tecnici e giuridici, fatto politicamente qualificante. Ha ammesso, perfino protetto, la diversità culturale, ce si tratti dell’organetto arcadico, o della civiltà Inca o Maya, nel senso che ha aperto alle popolazioni e alle culture marginalizzate la possibilità di uscire dal folklore e dall’isolamento. Ha imposto – tentato – un livello minimo di diritti umani, che molte culture contestato, in Africa e in Asia. Ha allargato, non ristretto, la protezione della natura e dell’ambiente.
Poteva fare di più, ma non c’è una domanda qualificata. Mentre c’è – c’era – una radicata opposizione: l’istanza antiglobal è contro, nei fatti, la sua enunciazione dottrinale. Il discorso dei mezzi non è secondario. Che si tratti delle seconde case, delle cacche dei cani, dello sperpero delle immense risorse idriche. Dei vincoli dello spirito di clan, in Africa, in Asia. Dei limiti all’autosfruttamento, attraverso l’emigrazione e la sous-traitance.
Riforma – Solo in Italia è un fatto spirituale, dell’uomo che parla con Dio, e una Gestalt positiva, socializzante, un nuovo Secolo Primo dell’era cristiana. Fin dall’inizio la Riforma fu un affare politico, in Germania, Svizzera, Olanda, Francia, a Praga e altrove, per non parlare dell’anglicanesimo. E poi non c’è l’uomo è il suo Dio – c’è, ma in quanto solitudine, benché presuntuosa. La fede socializza nella specie, se non nel gruppo o nella comunità, anche i mistici e gli eremiti sanno di non essere soli.
Si vuole in Italia rigeneratrice la Riforma, che da lungo tempo ormai è sterile, ha disseccato nella grande patria germanica ogni fede – la fede è esercizio residuale da Uppsala e Rotterdam a Tubinga, per teologi.
Antiamericanismo – Non si dissolve con Obama. Non riguarda infatti l’America – tutti sono per gli americani e contro i terroristi mussulmani, anzi contro i mussulmani, piace perfino l’hamburger – ma la libertà e la giusta mercede. L’uguaglianza fa paura – l’uguaglianza nella libertà, garantita e anzi promossa dalla legge. Soprattutto ai notabili delle culture incistate: l’antiamericanismo non è politico o sociale, è culturale. Per questo è possibile stare con Chàvez e Ahmadinejad contro gli Usa.
Contro il "modello Usa" da "bestiame bovino" è forte al fondo in Italia il pregiudizio di Evola, di un mondo che si vorrebbe spiritualista. Che però non lo è, in nessuna misura, tra il pubblico informe della televisone come tra quelle delle librerie Feltrinelli. L’antiamericanismo si può dire, è, la cartina di tornasole del bisogno di libertà, che (non) è un bisogno primario - bisognerebbe aver fatto il passo definitivo, costituzionale, comportamentale, verso un sistema di libertà per porsi congruamente il rispetto della tradizione e della storia.
Si prenda l’abisso italico, che riduce lo sbarco in Sicilia a un fatto di mafia. Con gaudio - la Schadenfreude va ugualmente agli Usa e alla Sicilia. Ma più spesso a opera di siciliani, per una sorta di odio-di-sé meridionale. “Tutti, in Sicilia, (lo) sapevano”, scrive Gaetano Savatteri da ultimo in “La volata di Calò”. Protestando di non crederci, però… “Tutti conoscevano questa storia. Se ne parlava nelle piazze, magari sottovoce. Tutti erano sicuri che fosse andata così, e ancora molti lo sono”. “La volata di Calò” è stata scritta per celebrare una famiglia di industriali isolani, i nipoti di Calogero (“Calò”) Montante, che sono al fronte contro la mafia. Ma della mafia allo scrittore piace dare questa immagine di onnipotenza. Anche perché il libro si regge giusto per questo aneddoto. Dopo il racconto di Camilleri “Una corsa verso la libertà”, che rappresenta gli alleati come truppe di occupazione, con le loro stucchevoli cicche e Lucky Strike.
Un evento di portata mondiale, un passo decisivo nel ribaltamento della guerra ridotto a fatto criminale. Una follia? Ma è anche una negazione della liberazione. Il fascismo eterno che la libertà annega nella perfidia albionica, sia pure agitato da comunisti o ex. Di che mettere in crisi tutto il castello dei diritti umani.
Ciclo – “Abbiamo comprato in Ucraina, abbiamo rilevato le minoranze di Bank of Austria e Hypovereinsbank, nonché il gruppo Capitalia. Nel momento che era il picco del ciclo. Col senno di poi sarebbe stato meglio aspettare”. Così l’amministratore di Unicredit Profumo commenta la crisi della sua banca in Borsa. Ma sono gli acquisti che conformano il ciclo. Il ciclo non evolve per sue proprie logiche. Troppi acquisti, o acquisti troppo cari, determinano i picchi del ciclo, cioè i punti di svolta. Chi troppo spende s’assottiglia.
Complotto – È idea della politica caratteristicamente intellettuale: per voler ricondurre la politica a disegno, la cosiddetta razionalità.
È sindrome molto mediterranea: la congiura è popolare in Grecia e Italia, come già nell’Ellade e nell’impero romano, ed è agitato furbescamente in Africa, nel Medio oriente, in Turchia, in abito islamico insomma, dove è di regola la dissimulazione (taqiya). È però assente in Spagna e Portogallo. Non è quindi un fatto di Nord\Sud. Può essere il derivato di un assetto psicologico, di quello ce si chiama levantinismo. Un fatto di furbizia, quindi, non di razionalità
Conservatore – Il vero conservatore è realista. Il realista è sempre conservatore?
Ebraismo – Ora che è tornato incontestato, si definisce bizzarramente per differenza, e anzi in polemica. Soprattutto nei confronti del cristianesimo e dell’islam, con i quali ha bene o male potuto convivere.
C’è qualcosa di anomalo in questo ebraismo in guerra col mondo intero, specie con l’uso strumentale dell’Olocausto e dell’antisemitismo, e con il revisionismo all’insegna degli antiquati primati nazionali. Non è fondamentalismo. Non c’è il rifiuto delle esperienze altre. Ma la voglia di opporsi sì, arrogandosi il giudizio – il primato.
Europa – Si discute se è in quanto è – è stata – cristiana. Ma l’Europa è laica, quella moderna e contemporanea: per le guerre, la filosofia, la psicologia. Perfino per la fisiologia: l’europa è sterile, compra i figli e i lavoratori. In realtà l’Europa oggi non è: non ha nozione di sé – un’identità (l’Unione Europea è solo una camera di commercio e una clearing house) e non ha un progetto, tenendosi insicura dietro i buoni-cattivi propositi, un esercizio in sentimentalismo. Non è un deserto, non ancora, ma è arida. È l’effetto della morte di Dio, che è fenomeno tipicamente europeo?
Fascismo – Asor Rosa ha scritto sul “Manifesto” il 6 agosto: “Il terzo Governo Berlusconi rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo. Il fascismo, con tutta la sua negatività, costituì il tentativo disostituire a un sistema in aperta crisi, quello liberale, un sistema completamente diverso, quello totalitario. Pochi oggi possono consentire con la natura e gli obbiettivi di quel tentativo; nessuno, però, potrebbe contestarne la radicalità e persino, dentro un certo assai circoscritto ambito di valori, le buone intenzioni”. Berlusconi invece “è il figlio naturale del craxismo; è il figlio naturale dell'affarismo democristiano ultima stagione (ben altri titoli d'onore si possono inscrivere nel blasone storico della Dc)”. È vis polemica? No, Asor Rosa si vuole storico serio. Con Galli della Loggia concorda che “il moralismo vano è fastidioso (lo dico con cognizione di causa, avendo studiato a lungo, e con analogo rigetto, gli antigiolittiani)”. Insomma, ragiona. L’1 ottobre, riprendendo l’argomento sul “Manifesto”, risponde ai critici: “Quali analogie ci possono essere mai tra Berlusconi e Mussolini, tra berlusconismo e fascismo? Ovviamente nessuna: non sono mica scemo. Io non ho inteso - e non ho scritto - che Berlusconi è come Mussolini né che il berlusconismo è come il fascismo: io ho inteso, e scritto che - nella specificità e peculiarità delle rispettive identità - sono peggio”.
Non è una novità, il fascismo c’era già per Togliatti nel 1950, per Concetto Marchesi nel 1955, “clerico-americano”, per “l’Unità” e “Paese sera” nel 1969, il “fascismo Fiat” e “il fascismo delle istituzioni”, e ancora dieci anni dopo c’era “il fascismo delle Br”. Intanto era venuto il compromesso storico e la Dc non è più stata fascista. Asor Rosa dev’essere ben piantato in quella stagione, che assolve la Dc e condanna Craxi. Che una sola cosa fece, ridurre l’inflazione dal 20 al 3 per cento, esito non fascista. Avendo per ministro del Tesoro dalla Dc una figura non di primo piano come Goria. E a difesa dall’inflazione portando addirittura il popolo, quando Lama e la Cgil lo sfidarono col referendum.
Il fascismo è in Italia, paese che è stato fascista con convinzione, uno sfondo invadente, che decolora e deforma la realtà. Di chi lo agita e lo usa – il fascista non ne è intaccato. Fascista è l’avversario, che più spesso è il concorrente politico, il “socialfascista”, nel linguaggio della Terza Internazionale, sopravvissuto all’università. Ma questo è molto fascista: chi va in giro a dare del fascista al suo avversario, forte sempre del suo buon diritto. Forse per sentirsi vivo. Magari dopo essere stato propriamente facsista nel suo piccolo, la fila ala posta, il traffico, il lavoro, la famiglia. La demonizzazione dell’avversario è cardine rivoluzionario fascista, la rivoluzione socialista si vuole critica. Lo spettro del fascismo limita fortemente la democrazia: nell’efficienza, o capacità di agire, nella difesa, nel contrasto della corruzione, nella pacificazione. Agitare il fascismo porta al fascismo. È fascismo.
Globalizzazione – Muore per inadempienza: l’incapacità – l’impossibilità? – di garantire la crescita, e anzi di interpretare, meno che meno regolare, la crisi, in atto da quasi due anni. Non c’è l’albero della ricchezza, e non c’è il moto perpetuo, nemmeno in economia. Ma viene criticata per i motivi sbagliati – non ultimo l’illusione di abbatterla con i propri motivi – e cioè retrogradi. La globalizzazione ha portato più ricchezza all’ex Terso mondo, e non meno. Gliene ha anche dato gli strumenti, tecnici e giuridici, fatto politicamente qualificante. Ha ammesso, perfino protetto, la diversità culturale, ce si tratti dell’organetto arcadico, o della civiltà Inca o Maya, nel senso che ha aperto alle popolazioni e alle culture marginalizzate la possibilità di uscire dal folklore e dall’isolamento. Ha imposto – tentato – un livello minimo di diritti umani, che molte culture contestato, in Africa e in Asia. Ha allargato, non ristretto, la protezione della natura e dell’ambiente.
Poteva fare di più, ma non c’è una domanda qualificata. Mentre c’è – c’era – una radicata opposizione: l’istanza antiglobal è contro, nei fatti, la sua enunciazione dottrinale. Il discorso dei mezzi non è secondario. Che si tratti delle seconde case, delle cacche dei cani, dello sperpero delle immense risorse idriche. Dei vincoli dello spirito di clan, in Africa, in Asia. Dei limiti all’autosfruttamento, attraverso l’emigrazione e la sous-traitance.
Riforma – Solo in Italia è un fatto spirituale, dell’uomo che parla con Dio, e una Gestalt positiva, socializzante, un nuovo Secolo Primo dell’era cristiana. Fin dall’inizio la Riforma fu un affare politico, in Germania, Svizzera, Olanda, Francia, a Praga e altrove, per non parlare dell’anglicanesimo. E poi non c’è l’uomo è il suo Dio – c’è, ma in quanto solitudine, benché presuntuosa. La fede socializza nella specie, se non nel gruppo o nella comunità, anche i mistici e gli eremiti sanno di non essere soli.
Si vuole in Italia rigeneratrice la Riforma, che da lungo tempo ormai è sterile, ha disseccato nella grande patria germanica ogni fede – la fede è esercizio residuale da Uppsala e Rotterdam a Tubinga, per teologi.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (25)
Giuseppe Leuzzi
Il progresso e la cultura sono a Milano a ottobre del 2008 “La vedova allegra” alla Scala, che commuove i migliori critici. Con spolvero di Mitteleuropa. E Beckham al Milan. Che Londra rifiuta: non vi è più buono nemmeno per il gossip. L’Italia sarà pure un outlet, e un emporio di roba usata. Ma sempre Milano ci rivende merce scaduta.
“Panorama” rende pubbliche le magagne dell’università di Siena. Il “Corriere della sera” non è da meno, e rende note quelle già note dell’università di Messina. Siena ha sperperato 250 milioni di euro, a favore di amici, parenti e compagni. Ma Messina fa peggio: vuole spendere 80 mila euro per un quadro sul terremoto del 1908.
I milioni non sono migliaia, ma non fa nulla, il “Corriere” ha la penna brillante di Gian Antonio Stella, che del malaffare al Sud sa tutto, e questo basti. Non c’è solo Siena infatti: il Grande Scrittore Stella trova il modo di citare anche Salerno e Teramo, seppure per spese più veniali, quasi alla nostra portata. Tenendosi, rigoroso, sotto il muro di Ancona - Siena non ci sarà nel gornale, s‘immagina, per essere sopra il muro.
Naturalmente ci sono molti giudici a Messina, Salerno e Teramo, per indagare su questi sprechi di migliaia di euro. E anche questo è un aspetto del fatto. Mentre non ci sono giudici a Siena.
Si uccidono a Napoli per caso bambini e giovani mamme, con la giusta esecrazione del “Mattino”, del sindaco e del prefetto, senza emozione. Si uccidono dei camorristi tra di loro, ed è un gran teatro, di come, dove, ci, comprese le fidanzate, le mamme, le nonne, l’intera Italia si sconvolge, si chiede la pena di morte, il governo manda l’esercito.
Si arrestano i sindaci della Piana di Gioia Tauro. Il presidente della Regione Calabria Loiero non si dice sorpreso al Tg 1, “di fronte alla criminalità più potente del pianeta”. Vero o falso? Falso. Ma Loiero è su piazza da trent’anni.
A Taormina sotto un sole di agosto specialmente caldo, molti uomini si aggiravano in tight, con tubino, uno anche con i chiwawa da grembo in braccio. Sono convitati a un matrimonio che si celebra nella chiesa patronale, per poter fare il ricevimento al San Domenico. Sono di Reggio Calabria.
Discorso sulla mafia
La mafia non diventa ceto dirigente per le sue intrinseche debolezze: è questo il punto di vista più proficuo sulla mafia. La mafia si distingue nella storia del crimine per non aver mai raggiunto la legittimazione sociale e politica. Altre forme di criminalità economica si sono legittimate: dall’usura (le grandi famiglie, italiane, tedesche, fiamminghe di fine Medio Evo) ai condottieri, che erano banditi di strada, ai robber barrons che hanno fatto rande il capitale americane di fine Ottocento, alle guerre di corsa, ai mercanti di schiavi, ai ladri di bestiame. Buona parte delle origini del capitali è di natura delittuosa. Mai però mafiosa.
Non si potrebbe pensare a un’Australia colonizzata dai mafiosi. I Borboni hanno creato Castellace, nell’agro di Oppido Mamertina, trasferendovi dei carcerati, ma la composizione e la natura sociale del borgo non è cambiata nei suoi due secoli, di vendette e latrocini perpetrati talvolta a danno di estranei ma sempre consumati in faide. Dove accidentalmente la mafia ha raggiunto posizioni di potere, in Sicilia più volte, a Brooklin, a Perth in Australia, a Hamilton in Canada, e ora nella provincia di Reggio Calabria, nei circondari di Palmi e di Locri, rapidamente le perde in micidiali guerre intestine.
Il motivo è l’indigenza dei mafiosi, morale prima che economica: bisogna essere stupidi, o abietti, per essere mafiosi. È d’uso celebrare una “vecchia mafia” dotata di virtù. Le riflessioni sulla mafia hanno due vizi. Uno è degli studiosi che finiscono per magnificare, non inevitabilmente, l’oggetto il loro oggetto. Un altro è degli scrittori, fino a Sciascia compreso, vittime della retorica dell’orrore, per cui non si può dire bene della mafia – essa non lo consente – ma si può inventarne un’altra, di anziani saggi che amministravano la giustizia.
Solo sul finire del Novecento e in questo secolo la mafia si è avvicinata a qualcosa che si può definire legittimazione. Attraverso i media e, paradossalmente, l’antimafia, dei giudici e dei politici. L’editoria, il cinema e la stampa hanno costruito attorno ai mafiosi, anche ai più rozzi, epopee e fortune. Da molte stagioni ormai i libri di mafia sono best-seller. Sfruttando l’uso dei pentiti, da parte di procuratori dotati di fantasia, per costruire racconti impensabili (i dessous della storia) più che per testimoniare la (propria) violenza. Mentre la semplice idea di Falcone, di una magistratura inquirente specializzata in questioni di mafia, come c’è quella per il diritto di famiglia, per i minori, per i delitti economici, è tralignata presto in quello che Sciascia aveva preventivato: la lotta alla mafia a uso di carriera, a opera degli inquirenti (giudici, ufficiali, prefetti), dei politici, e dei professionisti dell’antimafia nelle varie associazioni, onlus, fondazioni, tutte in qualche modo pagate dallo stato. È in questo contesto che la mafia diventa per la prima volta soggetto sociale. In Calabria e in Sicilia è anzi in molte scuole primarie un pezzo di storia, l’unica conosciuta dai ragazzi attraverso i libri largamente forniti dallo Stato per senso civico, di Violante, Biagi e altri nobili autori.
La mafia non si acquista un potere, né se lo costruisce. Nelle sue farneticazioni Riina, l’uomo delle innumerevoli stragi terroristiche, di politici, magistrati, prefetti, semplici agenti e perfino di opere d’arte, ha potuto pensare di governare attraverso i comunisti. Ammazzando i giudici a loro invisi. Il mafioso è nei fatti violento, corrotto, traditore, impermeabile a ogni forma di cultura o convivenza. Non ha un progetto, né un ordine da imporre, e finisce sempre in carcere o in una faida.
La mafia ha il potere che le danno gli studiosi e i carabinieri. Nessuna mafia ha mai retto a un’azione di contrasto costante, applicata. Non con i metodi del prefetto Mori, basta un sostituto procuratore che abbia un po’ di sangue nelle vene oltre alle pandette – i mafiosi temono i carabinieri e non i giudici perché quelli sanno di che si parla.
Si contavano mille pentiti di mafia quindici ani fa, quando la protezione venne estesa ai collaboratori di giustizia antimafia, e duemila di camorra. Questo per il senso dell’onore.
Il controllo del territorio è l’arma letale che si attribuisce alla mafia. Abbraccia il familismo, l’omertà e altre sottigliezze sociologiche. E porta al controllo della politica, dell’economia, dei battesimi e delle comunioni. Ma la lotta vera alla mafia sarebbe la cassaforte di ogni politica, plebisciti ne nascerebbero. Della lotta vera alla mafia, cioè dei carabinieri, non dei poeti dell’antimafia, di cui i Comuni e i ministeri comprano ampie tirature.
Il progresso e la cultura sono a Milano a ottobre del 2008 “La vedova allegra” alla Scala, che commuove i migliori critici. Con spolvero di Mitteleuropa. E Beckham al Milan. Che Londra rifiuta: non vi è più buono nemmeno per il gossip. L’Italia sarà pure un outlet, e un emporio di roba usata. Ma sempre Milano ci rivende merce scaduta.
“Panorama” rende pubbliche le magagne dell’università di Siena. Il “Corriere della sera” non è da meno, e rende note quelle già note dell’università di Messina. Siena ha sperperato 250 milioni di euro, a favore di amici, parenti e compagni. Ma Messina fa peggio: vuole spendere 80 mila euro per un quadro sul terremoto del 1908.
I milioni non sono migliaia, ma non fa nulla, il “Corriere” ha la penna brillante di Gian Antonio Stella, che del malaffare al Sud sa tutto, e questo basti. Non c’è solo Siena infatti: il Grande Scrittore Stella trova il modo di citare anche Salerno e Teramo, seppure per spese più veniali, quasi alla nostra portata. Tenendosi, rigoroso, sotto il muro di Ancona - Siena non ci sarà nel gornale, s‘immagina, per essere sopra il muro.
Naturalmente ci sono molti giudici a Messina, Salerno e Teramo, per indagare su questi sprechi di migliaia di euro. E anche questo è un aspetto del fatto. Mentre non ci sono giudici a Siena.
Si uccidono a Napoli per caso bambini e giovani mamme, con la giusta esecrazione del “Mattino”, del sindaco e del prefetto, senza emozione. Si uccidono dei camorristi tra di loro, ed è un gran teatro, di come, dove, ci, comprese le fidanzate, le mamme, le nonne, l’intera Italia si sconvolge, si chiede la pena di morte, il governo manda l’esercito.
Si arrestano i sindaci della Piana di Gioia Tauro. Il presidente della Regione Calabria Loiero non si dice sorpreso al Tg 1, “di fronte alla criminalità più potente del pianeta”. Vero o falso? Falso. Ma Loiero è su piazza da trent’anni.
A Taormina sotto un sole di agosto specialmente caldo, molti uomini si aggiravano in tight, con tubino, uno anche con i chiwawa da grembo in braccio. Sono convitati a un matrimonio che si celebra nella chiesa patronale, per poter fare il ricevimento al San Domenico. Sono di Reggio Calabria.
Discorso sulla mafia
La mafia non diventa ceto dirigente per le sue intrinseche debolezze: è questo il punto di vista più proficuo sulla mafia. La mafia si distingue nella storia del crimine per non aver mai raggiunto la legittimazione sociale e politica. Altre forme di criminalità economica si sono legittimate: dall’usura (le grandi famiglie, italiane, tedesche, fiamminghe di fine Medio Evo) ai condottieri, che erano banditi di strada, ai robber barrons che hanno fatto rande il capitale americane di fine Ottocento, alle guerre di corsa, ai mercanti di schiavi, ai ladri di bestiame. Buona parte delle origini del capitali è di natura delittuosa. Mai però mafiosa.
Non si potrebbe pensare a un’Australia colonizzata dai mafiosi. I Borboni hanno creato Castellace, nell’agro di Oppido Mamertina, trasferendovi dei carcerati, ma la composizione e la natura sociale del borgo non è cambiata nei suoi due secoli, di vendette e latrocini perpetrati talvolta a danno di estranei ma sempre consumati in faide. Dove accidentalmente la mafia ha raggiunto posizioni di potere, in Sicilia più volte, a Brooklin, a Perth in Australia, a Hamilton in Canada, e ora nella provincia di Reggio Calabria, nei circondari di Palmi e di Locri, rapidamente le perde in micidiali guerre intestine.
Il motivo è l’indigenza dei mafiosi, morale prima che economica: bisogna essere stupidi, o abietti, per essere mafiosi. È d’uso celebrare una “vecchia mafia” dotata di virtù. Le riflessioni sulla mafia hanno due vizi. Uno è degli studiosi che finiscono per magnificare, non inevitabilmente, l’oggetto il loro oggetto. Un altro è degli scrittori, fino a Sciascia compreso, vittime della retorica dell’orrore, per cui non si può dire bene della mafia – essa non lo consente – ma si può inventarne un’altra, di anziani saggi che amministravano la giustizia.
Solo sul finire del Novecento e in questo secolo la mafia si è avvicinata a qualcosa che si può definire legittimazione. Attraverso i media e, paradossalmente, l’antimafia, dei giudici e dei politici. L’editoria, il cinema e la stampa hanno costruito attorno ai mafiosi, anche ai più rozzi, epopee e fortune. Da molte stagioni ormai i libri di mafia sono best-seller. Sfruttando l’uso dei pentiti, da parte di procuratori dotati di fantasia, per costruire racconti impensabili (i dessous della storia) più che per testimoniare la (propria) violenza. Mentre la semplice idea di Falcone, di una magistratura inquirente specializzata in questioni di mafia, come c’è quella per il diritto di famiglia, per i minori, per i delitti economici, è tralignata presto in quello che Sciascia aveva preventivato: la lotta alla mafia a uso di carriera, a opera degli inquirenti (giudici, ufficiali, prefetti), dei politici, e dei professionisti dell’antimafia nelle varie associazioni, onlus, fondazioni, tutte in qualche modo pagate dallo stato. È in questo contesto che la mafia diventa per la prima volta soggetto sociale. In Calabria e in Sicilia è anzi in molte scuole primarie un pezzo di storia, l’unica conosciuta dai ragazzi attraverso i libri largamente forniti dallo Stato per senso civico, di Violante, Biagi e altri nobili autori.
La mafia non si acquista un potere, né se lo costruisce. Nelle sue farneticazioni Riina, l’uomo delle innumerevoli stragi terroristiche, di politici, magistrati, prefetti, semplici agenti e perfino di opere d’arte, ha potuto pensare di governare attraverso i comunisti. Ammazzando i giudici a loro invisi. Il mafioso è nei fatti violento, corrotto, traditore, impermeabile a ogni forma di cultura o convivenza. Non ha un progetto, né un ordine da imporre, e finisce sempre in carcere o in una faida.
La mafia ha il potere che le danno gli studiosi e i carabinieri. Nessuna mafia ha mai retto a un’azione di contrasto costante, applicata. Non con i metodi del prefetto Mori, basta un sostituto procuratore che abbia un po’ di sangue nelle vene oltre alle pandette – i mafiosi temono i carabinieri e non i giudici perché quelli sanno di che si parla.
Si contavano mille pentiti di mafia quindici ani fa, quando la protezione venne estesa ai collaboratori di giustizia antimafia, e duemila di camorra. Questo per il senso dell’onore.
Il controllo del territorio è l’arma letale che si attribuisce alla mafia. Abbraccia il familismo, l’omertà e altre sottigliezze sociologiche. E porta al controllo della politica, dell’economia, dei battesimi e delle comunioni. Ma la lotta vera alla mafia sarebbe la cassaforte di ogni politica, plebisciti ne nascerebbero. Della lotta vera alla mafia, cioè dei carabinieri, non dei poeti dell’antimafia, di cui i Comuni e i ministeri comprano ampie tirature.
mercoledì 5 novembre 2008
Il presidente alieno e la scoperta dell'America
È morto l’antiamericanismo. Sarà questo l’effetto maggiore delle elezioni americane sull’Europa latina, l’Italia in primo luogo, la Francia, la Spagna. Non negativo, se libera il giudizio dal pregiudizio. Si moltiplicano le meraviglie e le lodi dell’America, un paese che in massa, pagando di tasca propria, si è scelto un presidente giovane e solo, e per di più nero. Votandolo poi compatta, anche i bianchi, latini e ebrei inclusi. Uno che in Italia, dice Toni Morrison, romanziera premio Nobel, ancora aspetterebbe la cittadinanza. Quello che farà Obama da presidente sarà un altro discorso: probabilmente farà bene, forse farà male, ma da uomo che entra nella normalità politica. Ora è importante scoprire che mezza Europa, Italia compresa, riconosce infine l’America democratica, sessanta e oltre anni dopo esserne stata liberata dai suoi fascismi. Obama ha già fatto un miracolo.
Altri però non sono da escludere. Chi ha visto la Cnn zigzagando col telecomando la notte di martedì ha percepito la verità di queste elezioni. Per effetto di una giornalista che, stando a Chicago, era presente in studio a Washington. E parlava, si muoveva, gesticolava, come se ci fosse. Clonizzata. La sua figura era ricostituita punto per punto sull’immagine piatta come fanno i fonditori sui modellini degli scultori, grazie alle macchine elettroniche che hanno sostituito la cinepresa. Obama ha vinto come un alieno sul mondo infetto. Spazzando via i concorrenti, e più nelle primarie contro Hillary Clinton, che nella competizione contro McCain. Un candidato solo, fuori dell’establishment, e da tutti i pronostici, senza ricette miracolose, anzi prosaicamente impegnato a non fare promesse, ha imposto la necessità di sé. Raccogliendo più fondi di qualsiasi altro candidato mai alla presidenza, una montagna di piccole somme, un centinaio, o qualche diecina, di dollari a testa. Ed è questo di lui che lascia esterrefatto, o appassionato, il mondo, non il presidente giovane e nero. Come una apparizione, se non un messo di un altro mondo.
Ma la sua vera vittoria è stata nelle primarie. Sponsorizzato da Edward Kennedy, parte non piccola del gruppo di potere democratico, pe un motivo preciso: era il candidato ideale, per età, figura, storia familiare, e parla anche preciso e perfetto come un modello. Era un vincente perfetto contro l'anziano McCain - che con la stagionata Hillary se la sarebbe giocata alla pari - e lo è stato. Ha puntato sul carisma divistico che fa, bene e male, la cifra e la misura della cultura americana, ed ha sfondato. Ora è presidente, che in America significa che dovrà pensare e decidere da solo, e questo resta tutto da scoprire.
Altri però non sono da escludere. Chi ha visto la Cnn zigzagando col telecomando la notte di martedì ha percepito la verità di queste elezioni. Per effetto di una giornalista che, stando a Chicago, era presente in studio a Washington. E parlava, si muoveva, gesticolava, come se ci fosse. Clonizzata. La sua figura era ricostituita punto per punto sull’immagine piatta come fanno i fonditori sui modellini degli scultori, grazie alle macchine elettroniche che hanno sostituito la cinepresa. Obama ha vinto come un alieno sul mondo infetto. Spazzando via i concorrenti, e più nelle primarie contro Hillary Clinton, che nella competizione contro McCain. Un candidato solo, fuori dell’establishment, e da tutti i pronostici, senza ricette miracolose, anzi prosaicamente impegnato a non fare promesse, ha imposto la necessità di sé. Raccogliendo più fondi di qualsiasi altro candidato mai alla presidenza, una montagna di piccole somme, un centinaio, o qualche diecina, di dollari a testa. Ed è questo di lui che lascia esterrefatto, o appassionato, il mondo, non il presidente giovane e nero. Come una apparizione, se non un messo di un altro mondo.
Ma la sua vera vittoria è stata nelle primarie. Sponsorizzato da Edward Kennedy, parte non piccola del gruppo di potere democratico, pe un motivo preciso: era il candidato ideale, per età, figura, storia familiare, e parla anche preciso e perfetto come un modello. Era un vincente perfetto contro l'anziano McCain - che con la stagionata Hillary se la sarebbe giocata alla pari - e lo è stato. Ha puntato sul carisma divistico che fa, bene e male, la cifra e la misura della cultura americana, ed ha sfondato. Ora è presidente, che in America significa che dovrà pensare e decidere da solo, e questo resta tutto da scoprire.
"Economist" e "Ft" a guardia dei ladri
In un’intervista perfetta con Federico De Rosa sul “Corriere” domenica Ruggero Magnoni ha spiegato la verità del crack bancario. Riguarda le banche d’affari. Riguarda alcune di esse, Lehman Brothers è la più importante, che il governo americano ha sacrificato. Mentre Merrill Lynch è stata salvata dallo stesso governo, anche se a un costo tre volte superiore. E Goldman Sachs ci ha guadagnato. Goldman Sachs è la banca d’affari da cui proviene il ministero del Tesoro Usa, Paulson, che ha gestito fallimenti e salvataggi.
La crisi non è quella dei mutui, quella era stata a tutti gli effetti assorbita. La crisi è delle banche d’affari e dei loro innumerevoli brokerages, nei quali tutto il mondo è coinvolto. Lo strapotere, finito della polvere, delle banche d’affari Usa è derivato dalla loro abilità di trovare “la soluzione a ogni esigenza finanziaria”, e dalla libertà loro colpevolmente concessa di fare “tutto, dallo advisory, al brokerage, al credito, ai derivati, agli hedge fund, alle analisi”. Non è l’ultimo motivo per cui l’America ha votato massicciamente contro i repubblicani di Bush.
Ma la colpa non è di Bush, o perlomeno non solo del presidente uscente, degli affaristi che ha imbarcato al governo. Le banche d’affari sono sempre con noi. Impegnate in questo momento nella redazione delle nuove regole, che dovrebbe partire col vertice di Washington la settimana prossima. In Europa il loro ruolo è del resto inalterato. Anche perché esse mantengono un ruolo condizionante anche nell’informazione economica. In paesi deboli nell’informazione come l’Italia, e in quelli forti.
Sono le banche d’affari che pilotano, con le indiscrezioni, giornali forti come il “Financial Times” e l’“Economist”. Il fatto è notorio. Ed è riscontrabile: ogni campagna d’informazione si rivelerà, a uno-due mesi, opera di una o più banche di affari contro altre, quella che avevano in mano l’affare da sabotare o da conquistare. Oppure si può vedere leggendo il non detto.
Si continua a rubare
Si risollevano le sorti politiche di Brown in Inghilterra perché è intervenuto prima e più rapidamente di ogni altro a salvare le grandi banche. Col pauso delle vestali del mercato, “Economist” e “Financial Times”. Senza un cenno di autocritica dei due giornali. Che sono fatti dalle banche d’affari, e dai compari di queste banche, gli istituti di rating. Dai grandi ladri all’origine degli ammanchi senza precedenti che hanno svuotato il mercato. E porteranno a una reazione a catena di fallimenti, non esclusi le stesse vestali del mercato e della dirittura morale, “Economist” e “Financial Times”. Ma senza allarmi, né mea culpa.
Che il senso morale britannico sia jingoista, si sapeva: Londra è la migliore. Ma che il nocciolo della corruzione sia ancora protetto significa che la crisi, per quanto grave, lascia inalterato l’assetto degli affari. Si rubava, cioè, e si continua a rubare.
La crisi non è quella dei mutui, quella era stata a tutti gli effetti assorbita. La crisi è delle banche d’affari e dei loro innumerevoli brokerages, nei quali tutto il mondo è coinvolto. Lo strapotere, finito della polvere, delle banche d’affari Usa è derivato dalla loro abilità di trovare “la soluzione a ogni esigenza finanziaria”, e dalla libertà loro colpevolmente concessa di fare “tutto, dallo advisory, al brokerage, al credito, ai derivati, agli hedge fund, alle analisi”. Non è l’ultimo motivo per cui l’America ha votato massicciamente contro i repubblicani di Bush.
Ma la colpa non è di Bush, o perlomeno non solo del presidente uscente, degli affaristi che ha imbarcato al governo. Le banche d’affari sono sempre con noi. Impegnate in questo momento nella redazione delle nuove regole, che dovrebbe partire col vertice di Washington la settimana prossima. In Europa il loro ruolo è del resto inalterato. Anche perché esse mantengono un ruolo condizionante anche nell’informazione economica. In paesi deboli nell’informazione come l’Italia, e in quelli forti.
Sono le banche d’affari che pilotano, con le indiscrezioni, giornali forti come il “Financial Times” e l’“Economist”. Il fatto è notorio. Ed è riscontrabile: ogni campagna d’informazione si rivelerà, a uno-due mesi, opera di una o più banche di affari contro altre, quella che avevano in mano l’affare da sabotare o da conquistare. Oppure si può vedere leggendo il non detto.
Si continua a rubare
Si risollevano le sorti politiche di Brown in Inghilterra perché è intervenuto prima e più rapidamente di ogni altro a salvare le grandi banche. Col pauso delle vestali del mercato, “Economist” e “Financial Times”. Senza un cenno di autocritica dei due giornali. Che sono fatti dalle banche d’affari, e dai compari di queste banche, gli istituti di rating. Dai grandi ladri all’origine degli ammanchi senza precedenti che hanno svuotato il mercato. E porteranno a una reazione a catena di fallimenti, non esclusi le stesse vestali del mercato e della dirittura morale, “Economist” e “Financial Times”. Ma senza allarmi, né mea culpa.
Che il senso morale britannico sia jingoista, si sapeva: Londra è la migliore. Ma che il nocciolo della corruzione sia ancora protetto significa che la crisi, per quanto grave, lascia inalterato l’assetto degli affari. Si rubava, cioè, e si continua a rubare.
Letture - 2
letterautore
Baudelaire - Ha straordinaria, costante, carica positiva, benché i suoi temi siano il peccato, il male, la malattia, la morte. Quanto pessimista, al confronto, l’entusiasmo di Rimbaud, e non per la vicenda umana.
Dante – Si può leggere “La Vita Nuova” come un romanzo fantasmatico: la proposta di un’ubbia prima che diventi una psicosi. Con una donna lontana, intangibile.
Vernon Lee, cui “La vita nuova” ha suggerito il racconto lungo “A Phantom Lover”, e un saggio su Dante tra Medio Evo e Rinascimento, è piuttosto del parere che la passione di Dante per Beatrice nasce da un amore appassionato e non casto. Insomma reale. “La Vita Nuova” allora non sarebbe fantasmatico. Anche il personaggio del racconto, una signora che vive tra i fantasmi, ritiene l’amore della “Vita Nuova” possibile: “Molto raro, ma può esistere”. Meritandosi però dall’alter ego della scrittrice questo rimbrotto: “Ho paura che avete letto molta letteratura buddista”. Che apre un nuovo filone di esegesi, bisognerà rifare lo Scartazzini.
Si può dirlo vittima della Bibbia. Dell’esegetica biblica, del testo, la lettera, l’allegoria, la morale, la metafora, l’anagogia, la tropologia. Moltiplicata laicamente dall’università.
Franco Cordelli scrive di “Dante, Benigni e i fiorini” sul “Corriere della sera”oggi 5 novembre: «”Dante è un poeta eterno”. Lui lo ha sempre sentito come un suo amico. “Qualunque cosa si dica su Dante va bene, perché è un contributo che diamo alla poesia, alla bellezza, alla gioia di vivere”. Ma, chiediamoci, “questo Dante Alighieri,chi era?”. In effetti, su Dante si sa davvero poco. D lui non è rimasta una firma, un’orma, il numero di scarpe, la taglia del vestito”. A prescindere dal fatto che erano altri tempi, quando Dante scrisse la Divina Commedia, era “giovane giovane”, era “uno che portava perfino dei bei pantaloni allegri e colorati”. Lui, nulla sa dell’eterno poeta, questo particolare lo sa. Perché e come? Perché nel Medioevo, “che a torto viene descritto come un periodo buio e tremendo”, al contrario “si usavano molto i colori”. Il Medioevo, dice, “era un epoca spettacolare: Firenze era la Wall Street del Duecento”. Per lui, Roberto Benigni, con ogni evidenza, colori, bellezza, eternità, lo spettacolo insomma – tutto qui confluisce, “nel fiorino he era una monta fortissima”.
Cordelli trascrive Benigni sembra con sarcasmo. Perché?
L’“Inferno” è una galleria di orrori, da museo della tortura. Voltaire diceva per questo Dante un pazzo e la sua opera “mostruosa”. Come lo pensava il figlio Pietro. L’“Inferno” è il suo giudizio universale, su cui Dante siede quale Dio vendicativo, temperato solo per la forma dal timorato Virgilio. Lo sfogo di un uomo solo, e senza futuro, che non ha affetti, e forse più nemmeno amici. Tollerato dai mecenati appunto che perché pazzo, cioè poeta.
Nel 1865 l’università di Harvard minacciò di togliere le commesse e i fondi al suo editore se avesse pubblicato la traduzione della "Commedia" che Longfellow andava a terminare, la prima in America, col contributo di James Lowell e Oliver Holmes. Benché Longfellow fosse stato a lungo professore alla stessa università. È il plot di “Il circolo Dante”, un giallo, ma è vero. Il poema non andava pubblicato tradotto per essere Dante medievale, scolastico, cattolico. E il poema una commedia, scritta in volgare anziché dottamente in latino, e a lieto fine.
C’è una lettura volgare della “Commedia” quale luogo di turpidini e anche oscena, di violenza, il genere horror, non disprezzabile – anche se lettura, fatalmente, da romanzo popolare.
Delfino – Antonio, morto il mese scorso, era scrittore pieno di umori della “montagna”, l’Aspromonte, ai cui piedi era nato e viveva. Di lui aveva già detto Corrado Alvaro, l’autore suo conterraneo (entrambi sono di San Luca) e prediletto, nel primo numero de “L’Espresso”, il 2 ottobre 1955: “I calabresi sono, con tutta la loro scontrosità, gente di umore, e scoprono facilmente l’ironia delle cose, specie nelle faccende ufficiali”.
Dumas – È narratore, felice, disincarnato. Attraverso l’ironia, l’accumulo,la sproporzione: prende le distanze dalla realtà che crea, a differenza di un Hugo, uno Stendhal, di Thomas Mann, Proust, Céline, che la loro stessa narrazione emoziona. Dumas vi si rappresenta, per il gusto del teatro – lo stesso che ne fa la tecnica: stacchi, sorprese, accelerazioni, rallentamenti.
Più istruttiva è la sua differenza da Balzac, che ha lo stesso gusto disincanato della narrazione, ma da “sociologo” (giornalista) e non da teatrante.
O si racconta meglio, con più inventiva e sveltezza, avendo i creditori alla porta? Che si può immaginare al contrario: si hanno i creditori alla porta per essere narratori.
Gobetti – Disse liberale, cioè anarchica, la rivoluzione leninista. Ma voleva dire bolscevica.
Manzoni – È – sarà – il primo scrittore del nulla. È uno storico, nei “Promessi sposi” non c’è alcuna traccia del sacro. Vi è indotta, da padre Angelini e la Morcelliana, e per la trentennale o quarantennale sua applicazione a qualche inno sacro, applicazione cioè faticosa, ma non c’è nel romanzo. Nemmeno nelle lunghe scene di morte.
Uno che non ha amato le mogli, e neppure le figlie, e forse odiava la madre – la disprezzava. Come Tolstòj, che però era appassionato, non contava le virgole.
Il romanzo storico è invenzione, è un romanzo. Ma è esso stesso parte della storia. E più quando è inventato.
La filologia di Manzoni è doppiamente dubbia. Il suo Seicento è il suo pessimismo, la fede critica o incerta, il Risorgimento (antispagnolismo), la pietà lombarda. La sua presa durevole è certo l’ideologia. Ma con le pezze d’appoggio della storia: è arduo repertoriarlo nell’invenzione. Questo è il difetto del romanzo ma fa l’ideologia italiana.
I romanzi storici di Walter Scott sono totalmemte d’invenzione, e per questo popolari senza essere insegnati a scuola, godibili. Sono anch’essi opera ideologica, andando incontro alle pulsioni dell’epoca: la formazione dell’eroe imperiale britannico, sotto le vesti del Robin Hood liberatore (imperialismo), l’invenzione della tradizione scozzese (nazionalismo), l’insularità (superiorità). Ma più sono opere di storia in quanto abbelliscono e propagandano un essere-che-non-c’è, la voglia d’illudersi.
Sciascia – Di Sciascia dice Matteo Collura, “Il maestro di Regalpetra”, 174: “Il sentire siciliano ne affilerà lo scetticismo”. Marc Ambroise, che ne collaziona le opere: “La sua è l’eresia dell’eresia”. Insomma il pessimismo. Del pessimismo, “di cui tanto si parla a mio carico”, diceva lo stesso Sciascia. E anche: “Che colpa ha lo specchio, diceva Gogol, se i nostri visi sono storti? Ma anche lui è causa della sua stessa febbre”.
Sciascia non era pessimista: lui riteneva che la mafia si potesse sconfiggere – che la Sicilia potesse e volesse sconfiggere la mafia. Fatalista è il Gattopardo. Sciascia criticava la politica nei fatti: il fascismo, l’occupazione americana, la Dc regionale (ma non Reina, Mattarella figli, Nicolosi) e nazionale, anche il Pci. Fece da deputato un buon lavoro, pragmatico, efficace.
La colpa di Sciascia può essere un’altra: la sua giustizia – “Il Contesto” – è metafisica. La giustizia sono i giudici, la categoria più corrotta dell’Italia corrotta.
La “linea della palma” che sale e occupa l’Italia, e anzi il mondo, è in buona parte opera di Sciascia. La chiave la dà egli stesso a Marcelle Padovani, nel libro dallo stesso titolo, 1979: “Scrivo su di me, per me e talvolta contro di me. Prendiamo ad esempio questa realtà siciliana nella quale vivo: un buon numero dei suoi componenti io li disapprovo e li condanno, ma li vedo con dolore e «dal di dentro»; il mio «essere siciliano» soffre indicibilmente del gioco dei massacro che perseguo”. Questo è perfetto, è l’attrattiva di Sciascia, ed è detto perfettamente. Ma poi Sciascia continua: “Quando denuncio la mafia, nello stesso tempo soffro perché in me, come in qualsiasi siciliano, continuano a essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso”. E questo è logicamente assurdo, oltre che ingiusto – il sentire siciliano è sentire mafioso?
Ci si può chiedere in che mondo Sciascia – lo scrittore siciliano – viva. O il suo pessimismo è di maniera, dell’Autore che gioca alla decadenza – gioca, perché di suo è fertile, creativo, operoso. Da “traggediatore” siciliano, che col disprezzo del mondo se ne fa padrone? Ma Sciascia non si diverte. Potrebbe invece essere semplicemente il provinciale, Sciascia sta bene a Parigi, benissimo, che la sua insoddisfatta condizione proietta sul mondo. Ma questo è la questione Sciascia, della lettura dell’opera e dello scrittore, non della mafia.
Condivide però anch’egli una concezione della mafia sbagliata. Per tre motivi. 1) La mafia non ha nulla a che vedere con la giustizia. Né la mafia antica né quella nuova. La mafia è legata all’interesse, quindi alla sopraffazione e alla violenza. In tutt’e tre le sue espressioni, la mafia propriamente detta, la ‘ndrangheta e la camorra. In Italia e all’estero. Non c’è lealtà nella mafia se non c’è la convenienza, né c’è amicizia o riconoscimento del bene fatto. I mafiosi hanno sempre tradito senza angosce per interesse – anche prima della legge che premia i pentiti. La vecchia ‘ndrangheta, fino agli anni 1950, si dava un cerimoniale legato alla giustizia, ma era solo violenta, soprattutto al suo interno. 2) Non c’è omertà, le società locali non sono legate alla mafia. Nemmeno le parentele, se non al livello infimo della società. C’è una denuncia continua, febbrile, perfino paranoica, dei soprusi, un tentativo costante di venirne a capo senza rimetterci l’anima. Non c’è molta attesa nei carabinieri e nei giudici, a parte le denunce d’obbligo, ma non si vede il perché: l’omertà consente a giudici e carabinieri in Calabria, Sicilia e Campania di non far nulla in attesa che il denunciante dimostri anzitutto di non essere mafioso. Chiunque ne ha avuto anche minima esperienza, per un furto d’auto o un “dispetto”, lo sa. 3) La mafia non è un fatto culturale, è un fenomeno criminale. Non c’è in tutta la Sicilia, in tutta la Calabria o in tutto il napoletano. La Sicilia ha una grande cultura urbana che ne rifugge. Metà dell’isola ne è stata esente fino agli anni Cinquanta. Ha un vasto ceto imprenditoriale e forti capitali che ne vanno immuni. Ha zone industriali importanti, dell’informatica, dell’auto, della petrolchimica, nonché dell’agricoltura (agrumi, primizie, vino) e dell’agroindustria, e del turismo che ne sono esenti. In Campania se si esce dal triangolo Napoli-Baia-Caserta non c’è alcuna cultura dell’illegalità perché non c’è l’illegalità: a Benevento, in Irpinia, e nel vastissimo salernitano, da Positano a Paestum, al Cilento e a Sapri – ma già il Vesuvio respira, e la costiera sorrentina. In Calabria la mafia non c’era fino agli anni Cinquanta: c’era una onorata società che sbrigava piccoli traffici, guardianie, contrabbando, biglietti falsi, non entrava negli affari, negli appalti, nelle compravendite, nelle attività produttive. Dopo quarant’anni di occupazione delle terre, contributi comunitari, appalti, tangenti, sequestri di persona, delitti innumerevoli contro la proprietà, tutti impuniti, la ‘ndrangheta controlla in Calabria fino ai pranzi per le prime comunioni. Ma non è nata con la Calabria e i calabresi, è nata con l’impunità. Lo stesso in Puglia: la trasformazione dei contrabbandieri locali in “sacra corona unita” o organizzazioni mafiose è degli anni 1970.
Chi conosce la mafia di prima persona queste cose le sa. Un quarto falso pilastro, che sta crollando perché interrotto negli anni 1990 a metà della fabbricazione, ne conferma comunque la natura non ineluttabile: la terribilità della mafia (la mafia più potente dello Stato, la mafia più radicata della coscienza civile, l’imprendibilità dei latitanti, il riciclaggio inafferrabile). Tra gli assassini di dalla Chiesa e di Falcone e Borsellino, un periodo lungo dieci anni, questo pilastro è stato costruito alacremente, ma ora ognuno sa che i latitanti, se ricercati, si prendono. Le cupole si dissolvono, le famiglie si frantumano, la delazione è generalizzata. Non si elimina il delitto, ma questo non c’entra con le tre, o quattro, presunte proprietà della mafia, il delitto sempre si ripropone. Anche in forme mafiose.
La sociologia fatica a recepire la realtà perché lavora su una concrezione di false verità difficile da scardinare. La falsa mafia è in parte dovuta a elaborazione autonoma di “traggediatori” siciliani, con aggiunte napoletane, di finta sentimentalità. In parte maggiore è cultura da colonizzati: la mafia è stata - ed è – soprammessa dall’Italia unita. In qualche caso da siciliani espatriati, che hanno mediato e fatto proprie troppe e non disinteressate semplificazioni. Questa falsa mafia è inattaccabile perché è compattata a tutti i livelli, dalla banca, la chiesa, la giustizia, agli articoli di giornale: tutto è mafia, anche l’abuso edilizio, o il falso invalido. Non c’è paragone tra gli abusi delle riviere liguri, o adriatiche, e quelli della Sicilia, ma un articolo sullo scempio edilizio in Italia partirà sempre da Agrigento e dalla Valle dei Templi – che è invece il parco archeologico meglio tenuto dell’Europa, e probabilmente del mondo, oltre che esageratamente affascinante. Sciascia, purtroppo, ci credeva: non di avere in quanto siciliano delle colpe, ma di essere il più colpevole di tutti.
Baudelaire - Ha straordinaria, costante, carica positiva, benché i suoi temi siano il peccato, il male, la malattia, la morte. Quanto pessimista, al confronto, l’entusiasmo di Rimbaud, e non per la vicenda umana.
Dante – Si può leggere “La Vita Nuova” come un romanzo fantasmatico: la proposta di un’ubbia prima che diventi una psicosi. Con una donna lontana, intangibile.
Vernon Lee, cui “La vita nuova” ha suggerito il racconto lungo “A Phantom Lover”, e un saggio su Dante tra Medio Evo e Rinascimento, è piuttosto del parere che la passione di Dante per Beatrice nasce da un amore appassionato e non casto. Insomma reale. “La Vita Nuova” allora non sarebbe fantasmatico. Anche il personaggio del racconto, una signora che vive tra i fantasmi, ritiene l’amore della “Vita Nuova” possibile: “Molto raro, ma può esistere”. Meritandosi però dall’alter ego della scrittrice questo rimbrotto: “Ho paura che avete letto molta letteratura buddista”. Che apre un nuovo filone di esegesi, bisognerà rifare lo Scartazzini.
Si può dirlo vittima della Bibbia. Dell’esegetica biblica, del testo, la lettera, l’allegoria, la morale, la metafora, l’anagogia, la tropologia. Moltiplicata laicamente dall’università.
Franco Cordelli scrive di “Dante, Benigni e i fiorini” sul “Corriere della sera”oggi 5 novembre: «”Dante è un poeta eterno”. Lui lo ha sempre sentito come un suo amico. “Qualunque cosa si dica su Dante va bene, perché è un contributo che diamo alla poesia, alla bellezza, alla gioia di vivere”. Ma, chiediamoci, “questo Dante Alighieri,chi era?”. In effetti, su Dante si sa davvero poco. D lui non è rimasta una firma, un’orma, il numero di scarpe, la taglia del vestito”. A prescindere dal fatto che erano altri tempi, quando Dante scrisse la Divina Commedia, era “giovane giovane”, era “uno che portava perfino dei bei pantaloni allegri e colorati”. Lui, nulla sa dell’eterno poeta, questo particolare lo sa. Perché e come? Perché nel Medioevo, “che a torto viene descritto come un periodo buio e tremendo”, al contrario “si usavano molto i colori”. Il Medioevo, dice, “era un epoca spettacolare: Firenze era la Wall Street del Duecento”. Per lui, Roberto Benigni, con ogni evidenza, colori, bellezza, eternità, lo spettacolo insomma – tutto qui confluisce, “nel fiorino he era una monta fortissima”.
Cordelli trascrive Benigni sembra con sarcasmo. Perché?
L’“Inferno” è una galleria di orrori, da museo della tortura. Voltaire diceva per questo Dante un pazzo e la sua opera “mostruosa”. Come lo pensava il figlio Pietro. L’“Inferno” è il suo giudizio universale, su cui Dante siede quale Dio vendicativo, temperato solo per la forma dal timorato Virgilio. Lo sfogo di un uomo solo, e senza futuro, che non ha affetti, e forse più nemmeno amici. Tollerato dai mecenati appunto che perché pazzo, cioè poeta.
Nel 1865 l’università di Harvard minacciò di togliere le commesse e i fondi al suo editore se avesse pubblicato la traduzione della "Commedia" che Longfellow andava a terminare, la prima in America, col contributo di James Lowell e Oliver Holmes. Benché Longfellow fosse stato a lungo professore alla stessa università. È il plot di “Il circolo Dante”, un giallo, ma è vero. Il poema non andava pubblicato tradotto per essere Dante medievale, scolastico, cattolico. E il poema una commedia, scritta in volgare anziché dottamente in latino, e a lieto fine.
C’è una lettura volgare della “Commedia” quale luogo di turpidini e anche oscena, di violenza, il genere horror, non disprezzabile – anche se lettura, fatalmente, da romanzo popolare.
Delfino – Antonio, morto il mese scorso, era scrittore pieno di umori della “montagna”, l’Aspromonte, ai cui piedi era nato e viveva. Di lui aveva già detto Corrado Alvaro, l’autore suo conterraneo (entrambi sono di San Luca) e prediletto, nel primo numero de “L’Espresso”, il 2 ottobre 1955: “I calabresi sono, con tutta la loro scontrosità, gente di umore, e scoprono facilmente l’ironia delle cose, specie nelle faccende ufficiali”.
Dumas – È narratore, felice, disincarnato. Attraverso l’ironia, l’accumulo,la sproporzione: prende le distanze dalla realtà che crea, a differenza di un Hugo, uno Stendhal, di Thomas Mann, Proust, Céline, che la loro stessa narrazione emoziona. Dumas vi si rappresenta, per il gusto del teatro – lo stesso che ne fa la tecnica: stacchi, sorprese, accelerazioni, rallentamenti.
Più istruttiva è la sua differenza da Balzac, che ha lo stesso gusto disincanato della narrazione, ma da “sociologo” (giornalista) e non da teatrante.
O si racconta meglio, con più inventiva e sveltezza, avendo i creditori alla porta? Che si può immaginare al contrario: si hanno i creditori alla porta per essere narratori.
Gobetti – Disse liberale, cioè anarchica, la rivoluzione leninista. Ma voleva dire bolscevica.
Manzoni – È – sarà – il primo scrittore del nulla. È uno storico, nei “Promessi sposi” non c’è alcuna traccia del sacro. Vi è indotta, da padre Angelini e la Morcelliana, e per la trentennale o quarantennale sua applicazione a qualche inno sacro, applicazione cioè faticosa, ma non c’è nel romanzo. Nemmeno nelle lunghe scene di morte.
Uno che non ha amato le mogli, e neppure le figlie, e forse odiava la madre – la disprezzava. Come Tolstòj, che però era appassionato, non contava le virgole.
Il romanzo storico è invenzione, è un romanzo. Ma è esso stesso parte della storia. E più quando è inventato.
La filologia di Manzoni è doppiamente dubbia. Il suo Seicento è il suo pessimismo, la fede critica o incerta, il Risorgimento (antispagnolismo), la pietà lombarda. La sua presa durevole è certo l’ideologia. Ma con le pezze d’appoggio della storia: è arduo repertoriarlo nell’invenzione. Questo è il difetto del romanzo ma fa l’ideologia italiana.
I romanzi storici di Walter Scott sono totalmemte d’invenzione, e per questo popolari senza essere insegnati a scuola, godibili. Sono anch’essi opera ideologica, andando incontro alle pulsioni dell’epoca: la formazione dell’eroe imperiale britannico, sotto le vesti del Robin Hood liberatore (imperialismo), l’invenzione della tradizione scozzese (nazionalismo), l’insularità (superiorità). Ma più sono opere di storia in quanto abbelliscono e propagandano un essere-che-non-c’è, la voglia d’illudersi.
Sciascia – Di Sciascia dice Matteo Collura, “Il maestro di Regalpetra”, 174: “Il sentire siciliano ne affilerà lo scetticismo”. Marc Ambroise, che ne collaziona le opere: “La sua è l’eresia dell’eresia”. Insomma il pessimismo. Del pessimismo, “di cui tanto si parla a mio carico”, diceva lo stesso Sciascia. E anche: “Che colpa ha lo specchio, diceva Gogol, se i nostri visi sono storti? Ma anche lui è causa della sua stessa febbre”.
Sciascia non era pessimista: lui riteneva che la mafia si potesse sconfiggere – che la Sicilia potesse e volesse sconfiggere la mafia. Fatalista è il Gattopardo. Sciascia criticava la politica nei fatti: il fascismo, l’occupazione americana, la Dc regionale (ma non Reina, Mattarella figli, Nicolosi) e nazionale, anche il Pci. Fece da deputato un buon lavoro, pragmatico, efficace.
La colpa di Sciascia può essere un’altra: la sua giustizia – “Il Contesto” – è metafisica. La giustizia sono i giudici, la categoria più corrotta dell’Italia corrotta.
La “linea della palma” che sale e occupa l’Italia, e anzi il mondo, è in buona parte opera di Sciascia. La chiave la dà egli stesso a Marcelle Padovani, nel libro dallo stesso titolo, 1979: “Scrivo su di me, per me e talvolta contro di me. Prendiamo ad esempio questa realtà siciliana nella quale vivo: un buon numero dei suoi componenti io li disapprovo e li condanno, ma li vedo con dolore e «dal di dentro»; il mio «essere siciliano» soffre indicibilmente del gioco dei massacro che perseguo”. Questo è perfetto, è l’attrattiva di Sciascia, ed è detto perfettamente. Ma poi Sciascia continua: “Quando denuncio la mafia, nello stesso tempo soffro perché in me, come in qualsiasi siciliano, continuano a essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso”. E questo è logicamente assurdo, oltre che ingiusto – il sentire siciliano è sentire mafioso?
Ci si può chiedere in che mondo Sciascia – lo scrittore siciliano – viva. O il suo pessimismo è di maniera, dell’Autore che gioca alla decadenza – gioca, perché di suo è fertile, creativo, operoso. Da “traggediatore” siciliano, che col disprezzo del mondo se ne fa padrone? Ma Sciascia non si diverte. Potrebbe invece essere semplicemente il provinciale, Sciascia sta bene a Parigi, benissimo, che la sua insoddisfatta condizione proietta sul mondo. Ma questo è la questione Sciascia, della lettura dell’opera e dello scrittore, non della mafia.
Condivide però anch’egli una concezione della mafia sbagliata. Per tre motivi. 1) La mafia non ha nulla a che vedere con la giustizia. Né la mafia antica né quella nuova. La mafia è legata all’interesse, quindi alla sopraffazione e alla violenza. In tutt’e tre le sue espressioni, la mafia propriamente detta, la ‘ndrangheta e la camorra. In Italia e all’estero. Non c’è lealtà nella mafia se non c’è la convenienza, né c’è amicizia o riconoscimento del bene fatto. I mafiosi hanno sempre tradito senza angosce per interesse – anche prima della legge che premia i pentiti. La vecchia ‘ndrangheta, fino agli anni 1950, si dava un cerimoniale legato alla giustizia, ma era solo violenta, soprattutto al suo interno. 2) Non c’è omertà, le società locali non sono legate alla mafia. Nemmeno le parentele, se non al livello infimo della società. C’è una denuncia continua, febbrile, perfino paranoica, dei soprusi, un tentativo costante di venirne a capo senza rimetterci l’anima. Non c’è molta attesa nei carabinieri e nei giudici, a parte le denunce d’obbligo, ma non si vede il perché: l’omertà consente a giudici e carabinieri in Calabria, Sicilia e Campania di non far nulla in attesa che il denunciante dimostri anzitutto di non essere mafioso. Chiunque ne ha avuto anche minima esperienza, per un furto d’auto o un “dispetto”, lo sa. 3) La mafia non è un fatto culturale, è un fenomeno criminale. Non c’è in tutta la Sicilia, in tutta la Calabria o in tutto il napoletano. La Sicilia ha una grande cultura urbana che ne rifugge. Metà dell’isola ne è stata esente fino agli anni Cinquanta. Ha un vasto ceto imprenditoriale e forti capitali che ne vanno immuni. Ha zone industriali importanti, dell’informatica, dell’auto, della petrolchimica, nonché dell’agricoltura (agrumi, primizie, vino) e dell’agroindustria, e del turismo che ne sono esenti. In Campania se si esce dal triangolo Napoli-Baia-Caserta non c’è alcuna cultura dell’illegalità perché non c’è l’illegalità: a Benevento, in Irpinia, e nel vastissimo salernitano, da Positano a Paestum, al Cilento e a Sapri – ma già il Vesuvio respira, e la costiera sorrentina. In Calabria la mafia non c’era fino agli anni Cinquanta: c’era una onorata società che sbrigava piccoli traffici, guardianie, contrabbando, biglietti falsi, non entrava negli affari, negli appalti, nelle compravendite, nelle attività produttive. Dopo quarant’anni di occupazione delle terre, contributi comunitari, appalti, tangenti, sequestri di persona, delitti innumerevoli contro la proprietà, tutti impuniti, la ‘ndrangheta controlla in Calabria fino ai pranzi per le prime comunioni. Ma non è nata con la Calabria e i calabresi, è nata con l’impunità. Lo stesso in Puglia: la trasformazione dei contrabbandieri locali in “sacra corona unita” o organizzazioni mafiose è degli anni 1970.
Chi conosce la mafia di prima persona queste cose le sa. Un quarto falso pilastro, che sta crollando perché interrotto negli anni 1990 a metà della fabbricazione, ne conferma comunque la natura non ineluttabile: la terribilità della mafia (la mafia più potente dello Stato, la mafia più radicata della coscienza civile, l’imprendibilità dei latitanti, il riciclaggio inafferrabile). Tra gli assassini di dalla Chiesa e di Falcone e Borsellino, un periodo lungo dieci anni, questo pilastro è stato costruito alacremente, ma ora ognuno sa che i latitanti, se ricercati, si prendono. Le cupole si dissolvono, le famiglie si frantumano, la delazione è generalizzata. Non si elimina il delitto, ma questo non c’entra con le tre, o quattro, presunte proprietà della mafia, il delitto sempre si ripropone. Anche in forme mafiose.
La sociologia fatica a recepire la realtà perché lavora su una concrezione di false verità difficile da scardinare. La falsa mafia è in parte dovuta a elaborazione autonoma di “traggediatori” siciliani, con aggiunte napoletane, di finta sentimentalità. In parte maggiore è cultura da colonizzati: la mafia è stata - ed è – soprammessa dall’Italia unita. In qualche caso da siciliani espatriati, che hanno mediato e fatto proprie troppe e non disinteressate semplificazioni. Questa falsa mafia è inattaccabile perché è compattata a tutti i livelli, dalla banca, la chiesa, la giustizia, agli articoli di giornale: tutto è mafia, anche l’abuso edilizio, o il falso invalido. Non c’è paragone tra gli abusi delle riviere liguri, o adriatiche, e quelli della Sicilia, ma un articolo sullo scempio edilizio in Italia partirà sempre da Agrigento e dalla Valle dei Templi – che è invece il parco archeologico meglio tenuto dell’Europa, e probabilmente del mondo, oltre che esageratamente affascinante. Sciascia, purtroppo, ci credeva: non di avere in quanto siciliano delle colpe, ma di essere il più colpevole di tutti.
Secondi pensieri (20)
zeulig
Amore – C’è poco nei classici. Niente anzi nella letteratura romana, durata sei secoli. Non in senso romantico, e nemmeno in quello di corrispondenza dei sensi. Lo introduce il cristianesimo: l’amore è Dio. Ma presto e a lungo negandolo come corrispondenza dei sensi. Una limitazione radicale e estrema, ma per quale legge? A quale fine superiore?
È del corpo: dell’immagine del corpo (del ricordo, della fantasia), e del corpo vivente. L’immagine che fu fissata nel Cinquecento secondo i canoni del nudo e quelli religiosi, che i gesuiti congiunsero, che “sempre trassero profitto dalla umana fragilità e conciliarono sensualità e fede”. Questo ancora Berenson lo sapeva - ma gia le cose cambiavano, il laicismo infettandosi di puritanesimo.
Ateismo - È – può essere – solo cinico. Specchia la distruzione del mondo e della storia. L’ottimismo della volontà e il progresso sono divini, presumano pure di sostituirsi a Dio.
Caos – Perché non sarebbe un attributo di Dio?
Dopotutto è una forma di razionalità.
Corpo - È anima. Nella pittura e nei fatti. Fino al Cinquecento Cristo si rappresentava nel corpo, nudo, mentre gli altri crocefissi, i ladroni per esempio, si dipingevano bardati. Nudo è il mistero dell’incarnazione, anche il Bambino Gesù e spesso nudo. E la Madonna: in Tirolo e Lombardia capita di vederla seminuda, dalla cintola in su. Secondo l’argomento agostiniano “piedi in terra, testa in cielo”, i piedi essendo sineddoche per genitali. Kant visionario lo riconosce, dopo aver azzardato che “il materialismo, se ben si considera, uccide tutto”, aggiungendo: “L’appello ai principi immateriali è il rifugio della filosofia pigra”.
Poi il corpo è stato disgiunto dal corpo. Per una perdita di senso prima che di desiderio. La liberta facile dev’essere sospetta. Si è nudi come si è vestiti, secondo certi canoni. Ma si era nudi essendo vestiti, o viceversa, vestiti nella nudità. Il nudo era fantastico, simbolico, il colore variabile di una
tinta, il proteismo delle forme. Nuda era pure la guerra: i Centauri si preparano alla lotta nei cartoni di Michelangelo poltroneggiando nudi al fiume. E s’abbrancano viziosi i giovanotti - era prima o dopo la battaglia? Pure Leonida alle Termopili sta col pisello al vento, nella pittura di David.
Oggi il corpo è funzionale all’atto, all’erezione. Schopenhauer, nella celebre chiosa che l’atto della generazione sta al mondo come la parola sta all’enigma, il grande arreton, con l’eta, il palese mistero del non detto, ricorda la tradizione che, da Plinio a Goethe, biasima l’atto, davvero
non olimpico, e poco o nulla conoscitivo. Se non menoma lo stesso piacere: quanti, potendolo, godono facendo l’amore? Il corpo crea problemi, per metà o più della vita. Il sesso è selettivo, e antidemocratico: lega la liberta.
Ma bisogna riconoscerlo: il corpo è anima. Dopo Marsilio Ficino, e prima. Altrimenti è pelle e ossa, e acqua. Ma oggi nessuno nota più un dito, il collo, una mano, le maniere, la voce, né saprebbe distinguerli. Bastano le circonferenze e la lunghezza della coscia. Espresse in pollici, che
nessuno sa cosa siano. Nel sesso si perde la lentezza agreste dell’operare, si e sempre al di la della cosa fatta. Il piacere è il presente, la ricerca del piacere va per intervalli brevi, abbreviati, nervosi. Che è pure un modo di essere, e si applica a ogni altro contatto o sapere, sentimentale e politico,
poetico, d’affari e, pare, perfino religioso - si torna agli dei molteplici, rinnovabili. Giorgione è di prima dell’avvento del sesso.
Si dica pure il corpo della donna. Le donne non sono mai state tanto figurate come ultimamente,
sia pure per far spendere – sperma-denaro, l’immaginario a volte è prosaico. È possibile che non ce ne siano più tra breve, le fiammate preludono all’estinzione del fuoco. I segni della desertificazione sono molteplici: le tecniche, la ripetizione, l’accumulo, il madonnismo, l’amore del cane e della solitudine, per parlarsi rispondendosi, il telefono, per esserci senza esserci, la materialità immateriale. Dev’essere per questo che le donne, pratiche, tesaurizzano, come gli scoiattoli di Disney. La sessualità dell’orgasmo, che l’uomo riduce a pompa, è disegno di distruzione. Mentre per lui dovrebbe essere ben di più, articolazione di se stessi, esperienza, apprendimento. Il rapporto fisico è per il maschio paragonabile, attesta la Mead, “alla capacità della donna di compiere l’intero ciclo riproduttivo, la concezione, la gestazione e il parto”. L’io semplificato, uomo o donna, è disegno coerente - è la democrazia occidentale: dare tutto a tutti togliendone il meglio. Lo scoprimento è atto di liberta restrittivo.
Dio – Da morto, ha moltiplicato i suoi sacerdoti, e le chiese.
La complessità sovrasta la ragione.
Don Giovanni – Quello di Kierkegaard desidera perché è desiderato, è il seduttore sedotto. Le sue strategie e tattiche sono avviluppate in una tela i desideri che non sa contrastare, delle Cordelie, delle Donne Anna evidentemente, parricide, oltre che delle Donne Elvira.
Fisica – Si vuole metafisica. La fisica contemporanea dell’indeterminatezza, della complessità o del caos – sempre però entro il principio di Einstein che “niente è lasciato al caso, Dio non gioca a dadi”: è metafisica in quanto si pone problemi di cui non può venire a capo, che è lo specifico di quel campo della conoscenza da sempre chiamato metafisica. Anche quando è sperimentale: l’infinitamente piccolo che i particellari rincorrono per dare corpo alla materia vuole in realtà sconfinare nel nulla – questo è il momento del passaggio che ricerca. Anche se vi impegna investimenti miliardari, macchine lunghe chilometri, e diecine di migliaia di persone per decennio.
Individuo - L’individuo è un punto, un granello di sabbia, ma la memoria, certo, nei linguaggi, nelle cellule, gli dà consistenza e forza. Come l’ombra puntiforme che si dilata nel declinare del giorno. La storia è persistente.
Italiano – È stato insegnato dal pulpito, religioso e laico,per questo è artificioso.
Modernità – È il progetto, il nuovo, l’attesa. La contemporaneità invece è l’ordinario, deludente.
La modernità moltiplica i veleni e ne rincorre gli antidoti, consapevolmente. Più spesso rincorre antidoti ai veleni che gli stessi antidoti hanno creato. La contemporaneità li consuma.
Come concetto è inconsistente: è l’accelerazione di una costante. Non ci sono tradizioni non innovative. La vera innovazione – duratura, radicata, che fa tendenza – s’innesta a una tradizione, cresce da un modo d’essere.
Quando ha esaurito la necessaria funzione di affermare il presente nei confronti del passato – la vivenza – è solo ideologia e vuoto programma, la parodia di Prometeo.
C’è l’antimodernità passatista e quella critica (filosofia, sociologia) nel nome di un’idea o metodologia, (criterio di) misurazione (efficienza, produttività, finalizzazione-compimento). Ma antimoderna è soprattutto la modernità, intesa come categoria avulsa, di sradicamento, cancellazione, negazione, decisa e anzi giudice nell’incertezza.
È buona parte della storia degli Stati Uniti – l’impressione che vadano di corsa: la tribunalizzazione della storia, in senso pratico, imperialista, da Wilson a Truman, i miti facili dell’illimitatezza, della tecnica, la volontà, la libertà. La virtù – mito - dell’assenza di controlli e di limiti – il West -, di capacità critica, istruzione, equilibrio; lo spirito settario e aggressivo dell’uomo e il suo dio.
Storia - È eterna per non avere un cuore, e neppure il cervello.
zeulig@gmail.com
Amore – C’è poco nei classici. Niente anzi nella letteratura romana, durata sei secoli. Non in senso romantico, e nemmeno in quello di corrispondenza dei sensi. Lo introduce il cristianesimo: l’amore è Dio. Ma presto e a lungo negandolo come corrispondenza dei sensi. Una limitazione radicale e estrema, ma per quale legge? A quale fine superiore?
È del corpo: dell’immagine del corpo (del ricordo, della fantasia), e del corpo vivente. L’immagine che fu fissata nel Cinquecento secondo i canoni del nudo e quelli religiosi, che i gesuiti congiunsero, che “sempre trassero profitto dalla umana fragilità e conciliarono sensualità e fede”. Questo ancora Berenson lo sapeva - ma gia le cose cambiavano, il laicismo infettandosi di puritanesimo.
Ateismo - È – può essere – solo cinico. Specchia la distruzione del mondo e della storia. L’ottimismo della volontà e il progresso sono divini, presumano pure di sostituirsi a Dio.
Caos – Perché non sarebbe un attributo di Dio?
Dopotutto è una forma di razionalità.
Corpo - È anima. Nella pittura e nei fatti. Fino al Cinquecento Cristo si rappresentava nel corpo, nudo, mentre gli altri crocefissi, i ladroni per esempio, si dipingevano bardati. Nudo è il mistero dell’incarnazione, anche il Bambino Gesù e spesso nudo. E la Madonna: in Tirolo e Lombardia capita di vederla seminuda, dalla cintola in su. Secondo l’argomento agostiniano “piedi in terra, testa in cielo”, i piedi essendo sineddoche per genitali. Kant visionario lo riconosce, dopo aver azzardato che “il materialismo, se ben si considera, uccide tutto”, aggiungendo: “L’appello ai principi immateriali è il rifugio della filosofia pigra”.
Poi il corpo è stato disgiunto dal corpo. Per una perdita di senso prima che di desiderio. La liberta facile dev’essere sospetta. Si è nudi come si è vestiti, secondo certi canoni. Ma si era nudi essendo vestiti, o viceversa, vestiti nella nudità. Il nudo era fantastico, simbolico, il colore variabile di una
tinta, il proteismo delle forme. Nuda era pure la guerra: i Centauri si preparano alla lotta nei cartoni di Michelangelo poltroneggiando nudi al fiume. E s’abbrancano viziosi i giovanotti - era prima o dopo la battaglia? Pure Leonida alle Termopili sta col pisello al vento, nella pittura di David.
Oggi il corpo è funzionale all’atto, all’erezione. Schopenhauer, nella celebre chiosa che l’atto della generazione sta al mondo come la parola sta all’enigma, il grande arreton, con l’eta, il palese mistero del non detto, ricorda la tradizione che, da Plinio a Goethe, biasima l’atto, davvero
non olimpico, e poco o nulla conoscitivo. Se non menoma lo stesso piacere: quanti, potendolo, godono facendo l’amore? Il corpo crea problemi, per metà o più della vita. Il sesso è selettivo, e antidemocratico: lega la liberta.
Ma bisogna riconoscerlo: il corpo è anima. Dopo Marsilio Ficino, e prima. Altrimenti è pelle e ossa, e acqua. Ma oggi nessuno nota più un dito, il collo, una mano, le maniere, la voce, né saprebbe distinguerli. Bastano le circonferenze e la lunghezza della coscia. Espresse in pollici, che
nessuno sa cosa siano. Nel sesso si perde la lentezza agreste dell’operare, si e sempre al di la della cosa fatta. Il piacere è il presente, la ricerca del piacere va per intervalli brevi, abbreviati, nervosi. Che è pure un modo di essere, e si applica a ogni altro contatto o sapere, sentimentale e politico,
poetico, d’affari e, pare, perfino religioso - si torna agli dei molteplici, rinnovabili. Giorgione è di prima dell’avvento del sesso.
Si dica pure il corpo della donna. Le donne non sono mai state tanto figurate come ultimamente,
sia pure per far spendere – sperma-denaro, l’immaginario a volte è prosaico. È possibile che non ce ne siano più tra breve, le fiammate preludono all’estinzione del fuoco. I segni della desertificazione sono molteplici: le tecniche, la ripetizione, l’accumulo, il madonnismo, l’amore del cane e della solitudine, per parlarsi rispondendosi, il telefono, per esserci senza esserci, la materialità immateriale. Dev’essere per questo che le donne, pratiche, tesaurizzano, come gli scoiattoli di Disney. La sessualità dell’orgasmo, che l’uomo riduce a pompa, è disegno di distruzione. Mentre per lui dovrebbe essere ben di più, articolazione di se stessi, esperienza, apprendimento. Il rapporto fisico è per il maschio paragonabile, attesta la Mead, “alla capacità della donna di compiere l’intero ciclo riproduttivo, la concezione, la gestazione e il parto”. L’io semplificato, uomo o donna, è disegno coerente - è la democrazia occidentale: dare tutto a tutti togliendone il meglio. Lo scoprimento è atto di liberta restrittivo.
Dio – Da morto, ha moltiplicato i suoi sacerdoti, e le chiese.
La complessità sovrasta la ragione.
Don Giovanni – Quello di Kierkegaard desidera perché è desiderato, è il seduttore sedotto. Le sue strategie e tattiche sono avviluppate in una tela i desideri che non sa contrastare, delle Cordelie, delle Donne Anna evidentemente, parricide, oltre che delle Donne Elvira.
Fisica – Si vuole metafisica. La fisica contemporanea dell’indeterminatezza, della complessità o del caos – sempre però entro il principio di Einstein che “niente è lasciato al caso, Dio non gioca a dadi”: è metafisica in quanto si pone problemi di cui non può venire a capo, che è lo specifico di quel campo della conoscenza da sempre chiamato metafisica. Anche quando è sperimentale: l’infinitamente piccolo che i particellari rincorrono per dare corpo alla materia vuole in realtà sconfinare nel nulla – questo è il momento del passaggio che ricerca. Anche se vi impegna investimenti miliardari, macchine lunghe chilometri, e diecine di migliaia di persone per decennio.
Individuo - L’individuo è un punto, un granello di sabbia, ma la memoria, certo, nei linguaggi, nelle cellule, gli dà consistenza e forza. Come l’ombra puntiforme che si dilata nel declinare del giorno. La storia è persistente.
Italiano – È stato insegnato dal pulpito, religioso e laico,per questo è artificioso.
Modernità – È il progetto, il nuovo, l’attesa. La contemporaneità invece è l’ordinario, deludente.
La modernità moltiplica i veleni e ne rincorre gli antidoti, consapevolmente. Più spesso rincorre antidoti ai veleni che gli stessi antidoti hanno creato. La contemporaneità li consuma.
Come concetto è inconsistente: è l’accelerazione di una costante. Non ci sono tradizioni non innovative. La vera innovazione – duratura, radicata, che fa tendenza – s’innesta a una tradizione, cresce da un modo d’essere.
Quando ha esaurito la necessaria funzione di affermare il presente nei confronti del passato – la vivenza – è solo ideologia e vuoto programma, la parodia di Prometeo.
C’è l’antimodernità passatista e quella critica (filosofia, sociologia) nel nome di un’idea o metodologia, (criterio di) misurazione (efficienza, produttività, finalizzazione-compimento). Ma antimoderna è soprattutto la modernità, intesa come categoria avulsa, di sradicamento, cancellazione, negazione, decisa e anzi giudice nell’incertezza.
È buona parte della storia degli Stati Uniti – l’impressione che vadano di corsa: la tribunalizzazione della storia, in senso pratico, imperialista, da Wilson a Truman, i miti facili dell’illimitatezza, della tecnica, la volontà, la libertà. La virtù – mito - dell’assenza di controlli e di limiti – il West -, di capacità critica, istruzione, equilibrio; lo spirito settario e aggressivo dell’uomo e il suo dio.
Storia - È eterna per non avere un cuore, e neppure il cervello.
zeulig@gmail.com
sabato 1 novembre 2008
Il modello Siena - che il "Corriere" imputa a Messina
“Panorama” ha reso pubbliche le magagne dell’università di Siena. Il “Corriere della sera” non è da meno, e rende note quelle già note dell’università di Messina. Siena ha sperperato 250 milioni di euro, a favore di amici, parenti e compagni. Ma Messina fa peggio: vuole spendere 80 mila euro per un quadro sul terremoto del 1908.
I milioni non sono migliaia, ma non fa nulla, il “Corriere” ha la penna brillante di Gian Antonio Stella, che del malaffare al Sud sa tutto, e questo basti. Non c’è solo Siena infatti: il Grande Scrittore Stella trova il modo di citare anche Salerno e Teramo, seppure per spese più veniali, quasi alla nostra portata. Tenendosi, rigoroso, sotto il muro di Ancona - Siena non ci sarà nel giornale, s‘immagina, per essere sopra il muro.
Naturalmente ci sono molti giudici a Messina, Salerno e Teramo, per indagare su questi sprechi di migliaia di euro. E anche questo è un aspetto del fatto. Mentre non ci sono giudici a Siena.
Ma non solo per il “Corriere”, anche per i giornali toscani di sinistra Siena non c’è, se non in poche righe. E questo è un altro aspetto del problema. Si aprono sedi inutili, si danno consulenze inutili, e si moltiplicano gli incarichi (130 bibliotecari, otto segretarie per il rettore, diciannove addetti alle relazioni esterne…) secondo un modello di corruzione dolce che si ritrova in ogni amministrazione in Toscana e nel Centro Italia. Applicato appunto alla cultura (la comunicazione), all’ambiente, alla sanità, ai settori trainanti delle economie mature, che sono le stelle del sottogoverno.
I milioni non sono migliaia, ma non fa nulla, il “Corriere” ha la penna brillante di Gian Antonio Stella, che del malaffare al Sud sa tutto, e questo basti. Non c’è solo Siena infatti: il Grande Scrittore Stella trova il modo di citare anche Salerno e Teramo, seppure per spese più veniali, quasi alla nostra portata. Tenendosi, rigoroso, sotto il muro di Ancona - Siena non ci sarà nel giornale, s‘immagina, per essere sopra il muro.
Naturalmente ci sono molti giudici a Messina, Salerno e Teramo, per indagare su questi sprechi di migliaia di euro. E anche questo è un aspetto del fatto. Mentre non ci sono giudici a Siena.
Ma non solo per il “Corriere”, anche per i giornali toscani di sinistra Siena non c’è, se non in poche righe. E questo è un altro aspetto del problema. Si aprono sedi inutili, si danno consulenze inutili, e si moltiplicano gli incarichi (130 bibliotecari, otto segretarie per il rettore, diciannove addetti alle relazioni esterne…) secondo un modello di corruzione dolce che si ritrova in ogni amministrazione in Toscana e nel Centro Italia. Applicato appunto alla cultura (la comunicazione), all’ambiente, alla sanità, ai settori trainanti delle economie mature, che sono le stelle del sottogoverno.
Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush - 2
“Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush” titolava questo sito il 9 aprile, dopo una prima avvisaglia il 17 gennaio. Il crack delle banche ha accelerato il rientro, ma le ragioni sono sempre quelle: “La triplice confluenza sul caro-petrolio che ha caratterizzato la seconda presidenza Bush, una produzione limitata di greggio Opec, la speculazione a termine, e la rincorsa dei paesi Opec sul dollaro debole, dovrebbe cessare col 2008“. La politica degli alti prezzi dell’energia è divenuta insostenibile nel prosieguo dell’anno, e in concomitanza col crack finanziario, per l’economia americana.
Col “partito dei texani” il ritorno del mercato dell’energia a valori normali avrebbe colpito la Russia di Putin, diceva ancora questo sito, e così è. Mosca deve soccorrere i suoi grandi konzern del petrolio e del gas, così come Bush deve rifinanziare le sue banche. La rivalutazione del dollaro ha solo in parte compensato il rientro dei prezzi del greggio - + 20 per cento circa per il dollaro sull‘euro, contro il - 60 per cento del petrolio.
Indenni al rientro sono praticamente le compagnie petrolifere, e quelle del settore energia che hanno riserve di petrolio o gas. L‘artificiosità del caro-idrocarburi è certificata dalle politiche di contabilizzazione delle compagnie. Che non hanno mai rivalutato le loro riserva a 160 dollari al barile. Riserve e scorte si trovano nel patrimonio delle compagnie a 60-70 dollari al barile. Che è il valore atteso del prezzo base del petrolio per il medio periodo.
Del crack bancario si può dire che in gran parte è vittima dell'uso avventuroso dei derivati sulle materie prime, quelle energetiche in particolare. Il tracollo è iniziato con le banche di affari, qualcuna fallita, altre salvate, ma tutte fallite a mano a mano che gli impegni speculativi sono venuti al pettine. La crisi dei mutui era stato in qualche modo assorbita, la speculazione a termine sul greggio e il gas è invece stata micidiale.
Col “partito dei texani” il ritorno del mercato dell’energia a valori normali avrebbe colpito la Russia di Putin, diceva ancora questo sito, e così è. Mosca deve soccorrere i suoi grandi konzern del petrolio e del gas, così come Bush deve rifinanziare le sue banche. La rivalutazione del dollaro ha solo in parte compensato il rientro dei prezzi del greggio - + 20 per cento circa per il dollaro sull‘euro, contro il - 60 per cento del petrolio.
Indenni al rientro sono praticamente le compagnie petrolifere, e quelle del settore energia che hanno riserve di petrolio o gas. L‘artificiosità del caro-idrocarburi è certificata dalle politiche di contabilizzazione delle compagnie. Che non hanno mai rivalutato le loro riserva a 160 dollari al barile. Riserve e scorte si trovano nel patrimonio delle compagnie a 60-70 dollari al barile. Che è il valore atteso del prezzo base del petrolio per il medio periodo.
Del crack bancario si può dire che in gran parte è vittima dell'uso avventuroso dei derivati sulle materie prime, quelle energetiche in particolare. Il tracollo è iniziato con le banche di affari, qualcuna fallita, altre salvate, ma tutte fallite a mano a mano che gli impegni speculativi sono venuti al pettine. La crisi dei mutui era stato in qualche modo assorbita, la speculazione a termine sul greggio e il gas è invece stata micidiale.
Ombre - 8
Paginate stellari giovedì 31 sull’abominevole Craxi e il dimenticato Spadolini. Che seppero evitare la guerra alla Libia nel 1986 - a differenza di chi si precipitò a bombardare la Serbia nel 1999. Senza scodinzolare alla tenda di Gheddafi, come la Seconda Repubblica farà con Andreotti, Prodi, D’Alema, Berlusconi. Alla tenda di uno la cui ambizione è di emulare Mussolini “duce del Mediterraneo“, sul cavallo bianco.
Ci costringono quasi a rimpiangere la Prima Repubblica. Ma è vero che la Seconda Repubblica resterà irrimediabile epoca di mediocrità - se ci sarà una Seconda Repubblica nella storia: ci potrebbe essere una lunga deriva, il golpe abortito di Scalfaro e Mediobanca.
È dunque guerra tra il Belgio e l’Italia sulla protezione dell’ambiente. A parte il ridicolo, c’è l’ipocrisia, che evidentemente accompagna ogni evento dell’Unione. La querelle si sa già come andrà a finire: con una moratoria degli impegni di Kyoto, al vertice di fine anno. L’Italia si è preso il ruolo del cattivo, e gli altri, che non vedono l’ora di rinviare gli impegni, quella dei Robin Hood. Ma l’ipocrisia si esercita, appunto, sulle cose buone.
La protezione dell‘ambiente è una di queste cose buone. È di tutti, non solo dei belli-e-buoni. Ma per i belli-e-buoni è anche una cornucopia, di progettini, affarucci, opere spesso a nessun fine, se non l’arricchimento. Perché, chi può contestare gli “investimenti per l’ambiente”?
Non c’è più la prima pagina sul ”Corriere della sera” per Bill Emmott, l’ex direttore dell’“Economist” che faceva le copertine contro Berlusconi. C’è solo il taglio basso nella pagina dei commenti, tra i quattro o cinque ivi ospitati. Con un “Berlusconi fa bene: l’ottimismo serve” a corpo 48 sopra un pezzullo stiracchiato che piega perché i governanti in tempo di calamità devono sorridere.
L’arcigno ex direttore nomina Berlusconi di passata, nel build up del suo osanna a Osama. E forse non sa che Bazoli, e quindi il “Corriere”, sono in tregua con Berlusconi. Ma la sua nuova carriera di opinionista dell’Italia, e il lauto assegno del “Corriere”, varranno bene l’amato calice dell’osanna al disprezzato tycoon.
E tuttavia fa sempre impressione vedere sul maggiore giornale nazionale, anche se in taglio basso, in veste di salomone un ex direttore del settimanale così strettamente legato alle banche di affari e agli istituti di rating, le maggiori bande di ladri della storia, che il mondo stanno portando al lastrico.
L‘Expo a Milano e la ricapitalizzazione “a gratis” delle banche hanno fatto di Berlusconi il re di Milano, è a questo che il realista Bazoli si è piegato - l’Expo vale bene quindici miliardi di affari immobiliari. Ma è singolare come il puro e duro “Corriere” di Fiengo & co. ha subito fiutato l’ottimismo di Emmott-Berlusconi, malgrado le tante pagine che il giornale giustamente dedica alla crisi, “peggiore che nel 1929“. Il suo magazine di vita “Style” è andato subito a cercare gli eletti che, tra Milano e Napoli, le due città sono sempre più in simbiosi, fanno le giacche da uomo “a partire da” 2.000 euro.
“Una manifestazione oceanica che esonda da piazza Esedra e piazza del Popolo”, titola “il Manifesto”, “È arrivata l’alta marea”.
La “forza tranquilla” e il “paese normale” cedono il posto al cipiglio stentoreo noto, appena modernizzato dall’“esonda” dei vigili del fuoco. Per essere benevolenti, questa è la sinistra a cui piace vociare, per assolversi. Per mettersi l’animo in pace, come ogni buona zitella abitudinaria. Un po' ignorante, perché si confonde a ogni starnuto col Sessantotto. Ma bisogna anche sapere che questi si mettono in marcia, a milioni, per andare a Roma ad ascoltare il capo. Perfino per Cofferati si sono mossi, a milioni, che vuol'essere un mediocre.
Tra gli sprechi dell’università di Siena, che ha accumulato un buco di 250 milioni di euro, ci sono 1350 impiegati - per mille insegnanti: più di quelli del Monte dei Paschi, tradizionale feudatario di Siena. Ci sono costose e inutilizzate sedi distaccate a Arezzo, San Giovanni Valdarno (cioè Arezzo), Colle al d’Elsa (cioè Siena) e Follonica. Con iscritti in calo del 20 per cento. Ma soprattutto splende Pontignano: nell’ex certosa “lavorano” 41 dipendenti, con premio di produzione, in attesa che torni a conclave l’Ulivo di Prodi, per il quale le porte sono state aperte un paio di volte dopo il costosissimo restauro. Forse non sanno che l’Ulivo non c’è più.
Il progresso e la cultura sono a Milano “La vedova allegra” alla Scala, che commuove i migliori critici. Con spolvero di Mitteleuropa e Belle Epoque. E Beckham al Milan. Che Londra rifiuta, non vi è più buono nemmeno per il gossip. L’Italia sarà pure un outlet, e un emporio di roba usata. Ma sempre Milano ci rivende merce scaduta.
Una corrispondenza da New York del “Manifesto” informa il 31 ottobre che Alexander Stille ha pubblicato sul settimanale “New Yorker” un ritratto di Berlusconi. Intitolato “Girls! Girls! Girls!”. Il ritratto, spiega la corrispondenza, spiega che Berlusconi non è l’”instancabile Don Juan” dipinto dai suoi sostenitori, “capace di soddisfare due o tre donne in una volta”, no, è solo un “drogato di pompini e misteriose iniezioni”. Insomma, lui vorrebbe essere Don Giovanni, e invece è un piccolo Clinton.
Alexander Stille, informa la corrispondenza, è professore alla scuola di giornalismo della Columbia University of New York. Ma è anche figlio di Ugo Stille, il corrispondente da New York del “Corriere della sera”, di cui poi è stato direttore. Figlio doppio in un certo senso, perché Stille era un non de plume del padre e il figlio ha adottato anche quello. E questo, che da noi è una nobile genealogia, non baronaggio, non va bene in America.
Forse per questo il settimanale indica l‘articolo come “Una lettera da Roma“. E non consente che si legga sul suo sito, unico del ricco indice, nel numero del 3 novembre.
A trenta giorni dallo storico articolo di Asor Rosa sul “Ventennio di Berlusconi”, l’1 ottobre, c’è posto sul “Manifesto” per l’intervento a sostegno di Piero Bevilacqua. Il quale giustamente attacca Berlusconi, che ha corrotto la società civile. E conclude: “Io sento di assumermi, come storico, la responsabilità di affermare che neppure sotto la dittatura fascista il lavoro umano in Italia ha conosciuto le forme di degradazione, precarietà, umiliazione patite nell’ultimo ventennio nella cornice di uno stato formalmente democratico”. E informalmente?
Autore di una benemerita "Storia della Calabria" per le scuole, Bevilacqua è approdato alla Sapienza a Lettere al tempo di Asor Rosa. Che molti nell'ateneo romano dicono ancora "fascista", benché da tempo a riposo. E dunque il giudizio dello storico è giusto: si dà del fascista a tutti, perché non a Berlusconi?
Gianfranco Fini si è immerso nelle acque di Giannutri ad agosto. Bagno proibito, e multa - la storia è nota. Ma a novembre l‘indignazione resta grande a Livorno e Viareggio, e “Il Tirreno“ ospita un forum periodico sull‘argomento. Nell‘ultima ondata di proteste la multa è giudicata irrisoria, 206 euro.
Gli italiani sono mediamente i più longevi al mondo, dopo i giapponesi. Ogni anno si sa, si dice, da più anni. E ogni anno si pubblicano paginate sul perché i giapponesi sono longevi: sono pagine pronte?
Ci costringono quasi a rimpiangere la Prima Repubblica. Ma è vero che la Seconda Repubblica resterà irrimediabile epoca di mediocrità - se ci sarà una Seconda Repubblica nella storia: ci potrebbe essere una lunga deriva, il golpe abortito di Scalfaro e Mediobanca.
È dunque guerra tra il Belgio e l’Italia sulla protezione dell’ambiente. A parte il ridicolo, c’è l’ipocrisia, che evidentemente accompagna ogni evento dell’Unione. La querelle si sa già come andrà a finire: con una moratoria degli impegni di Kyoto, al vertice di fine anno. L’Italia si è preso il ruolo del cattivo, e gli altri, che non vedono l’ora di rinviare gli impegni, quella dei Robin Hood. Ma l’ipocrisia si esercita, appunto, sulle cose buone.
La protezione dell‘ambiente è una di queste cose buone. È di tutti, non solo dei belli-e-buoni. Ma per i belli-e-buoni è anche una cornucopia, di progettini, affarucci, opere spesso a nessun fine, se non l’arricchimento. Perché, chi può contestare gli “investimenti per l’ambiente”?
Non c’è più la prima pagina sul ”Corriere della sera” per Bill Emmott, l’ex direttore dell’“Economist” che faceva le copertine contro Berlusconi. C’è solo il taglio basso nella pagina dei commenti, tra i quattro o cinque ivi ospitati. Con un “Berlusconi fa bene: l’ottimismo serve” a corpo 48 sopra un pezzullo stiracchiato che piega perché i governanti in tempo di calamità devono sorridere.
L’arcigno ex direttore nomina Berlusconi di passata, nel build up del suo osanna a Osama. E forse non sa che Bazoli, e quindi il “Corriere”, sono in tregua con Berlusconi. Ma la sua nuova carriera di opinionista dell’Italia, e il lauto assegno del “Corriere”, varranno bene l’amato calice dell’osanna al disprezzato tycoon.
E tuttavia fa sempre impressione vedere sul maggiore giornale nazionale, anche se in taglio basso, in veste di salomone un ex direttore del settimanale così strettamente legato alle banche di affari e agli istituti di rating, le maggiori bande di ladri della storia, che il mondo stanno portando al lastrico.
L‘Expo a Milano e la ricapitalizzazione “a gratis” delle banche hanno fatto di Berlusconi il re di Milano, è a questo che il realista Bazoli si è piegato - l’Expo vale bene quindici miliardi di affari immobiliari. Ma è singolare come il puro e duro “Corriere” di Fiengo & co. ha subito fiutato l’ottimismo di Emmott-Berlusconi, malgrado le tante pagine che il giornale giustamente dedica alla crisi, “peggiore che nel 1929“. Il suo magazine di vita “Style” è andato subito a cercare gli eletti che, tra Milano e Napoli, le due città sono sempre più in simbiosi, fanno le giacche da uomo “a partire da” 2.000 euro.
“Una manifestazione oceanica che esonda da piazza Esedra e piazza del Popolo”, titola “il Manifesto”, “È arrivata l’alta marea”.
La “forza tranquilla” e il “paese normale” cedono il posto al cipiglio stentoreo noto, appena modernizzato dall’“esonda” dei vigili del fuoco. Per essere benevolenti, questa è la sinistra a cui piace vociare, per assolversi. Per mettersi l’animo in pace, come ogni buona zitella abitudinaria. Un po' ignorante, perché si confonde a ogni starnuto col Sessantotto. Ma bisogna anche sapere che questi si mettono in marcia, a milioni, per andare a Roma ad ascoltare il capo. Perfino per Cofferati si sono mossi, a milioni, che vuol'essere un mediocre.
Tra gli sprechi dell’università di Siena, che ha accumulato un buco di 250 milioni di euro, ci sono 1350 impiegati - per mille insegnanti: più di quelli del Monte dei Paschi, tradizionale feudatario di Siena. Ci sono costose e inutilizzate sedi distaccate a Arezzo, San Giovanni Valdarno (cioè Arezzo), Colle al d’Elsa (cioè Siena) e Follonica. Con iscritti in calo del 20 per cento. Ma soprattutto splende Pontignano: nell’ex certosa “lavorano” 41 dipendenti, con premio di produzione, in attesa che torni a conclave l’Ulivo di Prodi, per il quale le porte sono state aperte un paio di volte dopo il costosissimo restauro. Forse non sanno che l’Ulivo non c’è più.
Il progresso e la cultura sono a Milano “La vedova allegra” alla Scala, che commuove i migliori critici. Con spolvero di Mitteleuropa e Belle Epoque. E Beckham al Milan. Che Londra rifiuta, non vi è più buono nemmeno per il gossip. L’Italia sarà pure un outlet, e un emporio di roba usata. Ma sempre Milano ci rivende merce scaduta.
Una corrispondenza da New York del “Manifesto” informa il 31 ottobre che Alexander Stille ha pubblicato sul settimanale “New Yorker” un ritratto di Berlusconi. Intitolato “Girls! Girls! Girls!”. Il ritratto, spiega la corrispondenza, spiega che Berlusconi non è l’”instancabile Don Juan” dipinto dai suoi sostenitori, “capace di soddisfare due o tre donne in una volta”, no, è solo un “drogato di pompini e misteriose iniezioni”. Insomma, lui vorrebbe essere Don Giovanni, e invece è un piccolo Clinton.
Alexander Stille, informa la corrispondenza, è professore alla scuola di giornalismo della Columbia University of New York. Ma è anche figlio di Ugo Stille, il corrispondente da New York del “Corriere della sera”, di cui poi è stato direttore. Figlio doppio in un certo senso, perché Stille era un non de plume del padre e il figlio ha adottato anche quello. E questo, che da noi è una nobile genealogia, non baronaggio, non va bene in America.
Forse per questo il settimanale indica l‘articolo come “Una lettera da Roma“. E non consente che si legga sul suo sito, unico del ricco indice, nel numero del 3 novembre.
A trenta giorni dallo storico articolo di Asor Rosa sul “Ventennio di Berlusconi”, l’1 ottobre, c’è posto sul “Manifesto” per l’intervento a sostegno di Piero Bevilacqua. Il quale giustamente attacca Berlusconi, che ha corrotto la società civile. E conclude: “Io sento di assumermi, come storico, la responsabilità di affermare che neppure sotto la dittatura fascista il lavoro umano in Italia ha conosciuto le forme di degradazione, precarietà, umiliazione patite nell’ultimo ventennio nella cornice di uno stato formalmente democratico”. E informalmente?
Autore di una benemerita "Storia della Calabria" per le scuole, Bevilacqua è approdato alla Sapienza a Lettere al tempo di Asor Rosa. Che molti nell'ateneo romano dicono ancora "fascista", benché da tempo a riposo. E dunque il giudizio dello storico è giusto: si dà del fascista a tutti, perché non a Berlusconi?
Gianfranco Fini si è immerso nelle acque di Giannutri ad agosto. Bagno proibito, e multa - la storia è nota. Ma a novembre l‘indignazione resta grande a Livorno e Viareggio, e “Il Tirreno“ ospita un forum periodico sull‘argomento. Nell‘ultima ondata di proteste la multa è giudicata irrisoria, 206 euro.
Gli italiani sono mediamente i più longevi al mondo, dopo i giapponesi. Ogni anno si sa, si dice, da più anni. E ogni anno si pubblicano paginate sul perché i giapponesi sono longevi: sono pagine pronte?
Problemi di base - 6
Perché non si riconosce a Solidarnosc’ e ai polacchi la spinta definitiva alla caduta del comunismo – perché sono cattolici?
Perché la filosofia non ride?
Che cos’è la bellezza - uno si chiede dopo aver letto Eco?
Perché la mafia si è fermata a Provenzano, trent’anni fa?
Perché la polizia ci fa paura?
Perché i migliori boia sono i giudici – più puliti, più freddi, e inattaccabili?
Perché i giornalisti fanno parlare Mourinho, per paginate, che non vuole farsi intervistare?
Che cos’è l’Anorthosis?
Quali montagne poteva scalare Maometto nella penisola arabica?
Perché la filosofia non ride?
Che cos’è la bellezza - uno si chiede dopo aver letto Eco?
Perché la mafia si è fermata a Provenzano, trent’anni fa?
Perché la polizia ci fa paura?
Perché i migliori boia sono i giudici – più puliti, più freddi, e inattaccabili?
Perché i giornalisti fanno parlare Mourinho, per paginate, che non vuole farsi intervistare?
Che cos’è l’Anorthosis?
Quali montagne poteva scalare Maometto nella penisola arabica?
Islam senza libertà
È un libro che non dà quello che promette, benché garantito da Andrea Romano, che l’ha voluto, e dedicato a importanti studiosi: “A Franco Cardini,\a Umberto Eco (e a sua moglie)”: non sappiamo chiudendolo dov’è la libertà nell’islam – non c’è (ma la moglie di Eco, non avrà un nome?).
È un articolo prolisso sui sette nemici di Ramadan (laici, destre, femministe, gay, israeliani, estremisti mussulmani, esperti di terrorismo). Un’autodifesa, faticosa. L’islam non da ora è la seconda religione in Europa. Ma Ramadan la vuole col fastidioso noi e voi.
Bello e poliglotta, professore a Oxford, dopo essere stato preside di liceo a Ginevra a ventitrè anni, nipote del fondatore dei Fratelli Mussulmani in Egitto, ma svizzero di quarta generazione, rinato nel 1990 a vita nuova con l’islam, che ha studiato in venti mesi appassionati al Cairo, il personaggio è principe dei talk show, e questo è tutto. Un’imbarazzante serie di note sul vuoto rimanda a libri, siti, discorsi, articoli, incarichi dell’autore, e perfino a un “prossimo libro”, o due, dello stesso.
Volendo, si può aggiungere che non è colpa sua. L'islam che imperversa è molto occidentale, del tipo di Occidente che questo stesso islam contesta: elettronica, internet, 007, molti soldi, e il presenzialismo, il gusto di apparire più che di essere. In estate, un sondaggio sugli intellettuali più influenti del pianeta delle autorevoli riviste "Foreign Policy" (Usa) e "Prospect" (Gran Bretagna), sui cento nomi che le stesse proponevano, ha visto ai primi dieci posti i mussulmani. Tutti i mussulmani proposti. Tutti sconosciuti eccetto Yunus, il banchiere dei poveri. Con nessun contributo alla cultura o allo stesso islam. Ma si votava per e-mail. E i candidati italiani delle due riviste, per intendersi, erano Eco e Gianni Riotta.
Tariq Ramadan, Islam e libertà, Einaudi, pp. 143, €9
È un articolo prolisso sui sette nemici di Ramadan (laici, destre, femministe, gay, israeliani, estremisti mussulmani, esperti di terrorismo). Un’autodifesa, faticosa. L’islam non da ora è la seconda religione in Europa. Ma Ramadan la vuole col fastidioso noi e voi.
Bello e poliglotta, professore a Oxford, dopo essere stato preside di liceo a Ginevra a ventitrè anni, nipote del fondatore dei Fratelli Mussulmani in Egitto, ma svizzero di quarta generazione, rinato nel 1990 a vita nuova con l’islam, che ha studiato in venti mesi appassionati al Cairo, il personaggio è principe dei talk show, e questo è tutto. Un’imbarazzante serie di note sul vuoto rimanda a libri, siti, discorsi, articoli, incarichi dell’autore, e perfino a un “prossimo libro”, o due, dello stesso.
Volendo, si può aggiungere che non è colpa sua. L'islam che imperversa è molto occidentale, del tipo di Occidente che questo stesso islam contesta: elettronica, internet, 007, molti soldi, e il presenzialismo, il gusto di apparire più che di essere. In estate, un sondaggio sugli intellettuali più influenti del pianeta delle autorevoli riviste "Foreign Policy" (Usa) e "Prospect" (Gran Bretagna), sui cento nomi che le stesse proponevano, ha visto ai primi dieci posti i mussulmani. Tutti i mussulmani proposti. Tutti sconosciuti eccetto Yunus, il banchiere dei poveri. Con nessun contributo alla cultura o allo stesso islam. Ma si votava per e-mail. E i candidati italiani delle due riviste, per intendersi, erano Eco e Gianni Riotta.
Tariq Ramadan, Islam e libertà, Einaudi, pp. 143, €9
giovedì 30 ottobre 2008
Processo alla storia-processo
Lo storico giudice di Carlo Ginzburg come uno sbirro? Ci sono due storie al tornante del millennio, la storia come spettacolo in tribunale e la storia dell’inquirente, quello per il quale ogni evento è comunque delittuoso, dovendo essere oggetto d’indagine sul modello poliziesco. La seconda non può essere vera e non è consolante, se non come un qualsiasi giallo. Mentre la prima si dissolve nel gossip, lo spamming invadente dell‘età elettronica, di parole e immagini, nel dissolvimento di ogni principio di verità e responsabilità. In tutto somigliante alla storia negata del nazista di Primo Levi, che risponde con un “hier ist kein warum”, non c’è un perché.
Se lo storico è giudice
C’è un uso distorto della storia, di cui la concomitante uscita dell’“Appello di Blois”, sottoscritto da quasi mille storici di 43 paesi, dà un senso definito. È la storia fissata dalle leggi, “che non si può disconoscere”, e di conseguenza non si può più nemmeno indagare. Sono leggi politicamente di sinistra, secondo il vecchio gergo: le tante fatte in Europa che fissano l’Olocausto, contro il negazionismo, e quelle francesi che fissano la tratta e il genocidio degli armeni. A protezione cioè delle vittime. Ma che finiscono per intralciare la ricerca storica, e quindi la storia. L’associazione Liberté pour l’histoire, che ha lanciato l’appello, è stata creata tre anni da Pierre Nora, socialista, proprio per combattere questa limitazione. Ma c’è di più, di più insidioso.
I saggi qui riuniti vogliono fare giustizia della “tribunalizzazione” della storia in altro senso. Dell’“uso” della storia per fare giustizia, spiega Melloni, del paradigma indiziario, e della concomitante mentalità del complotto. Anche al livello più alto del paradigma, la narrazione della storia, in cui Ginzburg eccelle. Della storia che non si fa, del passato che non passa. Anche citando l’ambiguo Ricoeur: “La storia vuole fare della memoria una sua provincia”, una violazione del tempo che si fa violenta quando la storia è storia del tempo che viviamo.
Ma i due termini della questione alla fine confluiscono, nella commistione tra storico e giudice - sia esso o no legislaore - implicita nel paradigma. Della storia come arringa avvocatesca, sia pure di pubblico ministero, in teoria impegnato alla verità dei fatti. Con la quale si finisce per favorire, dice Melloni con Giovanni Miccoli, lo storico de I dilemmi e i silenzi di Pio XII, “l’idea che quei fatti si collocano al di fuori della portata e della misura degli uomini comuni”. E in parallelo fare giustizia della riduzione della storia del Novecento e dell’ebraismo alla Shoah, con il corollario della Colpa imprescrittibile. Con la conseguenza paradossale che quella “storia che non passa” diventa anche una storia che non è avvenuta, non per gli epigoni e i contemporanei. Se non nelle forme dominanti del gossip, per essere cioè opera di folli, di forze demoniache, del male assoluto, di oscuri complotti.
La categoria dell’“uso pubblico della storia” risale al 1986, coniata da Jürgen Habermas nel quadro della Historikerstreit, la disputa degli storici, contro Ernst Nolte che il nazismo per ultimo disse una reazione al bolscevismo. Ma non si dà un momento della storia in cui non se ne sia fatto un uso politico. Alberto Melloni, storico del cristianesimo, si assume in questo libro a quattro mani, che lui stesso ha impiantato, il ruolo del guastatore. Esordisce con “la storia universale è il giudizio universale”, di Schiller, che Hegel imporrà come criterio principe di filosofia della storia. Cui oppone la “prosaica” verità di “un cantautore” - Francesco De Gregori: “La storia dà torto e dà ragione”, e “la storia siamo noi”. Ma ha da dire una cosa seria, e i testi di Marquard a supporto, sebbene anch’essi brillanti, sono fortemente argomentati. “Per la storia della tribunalizzazionme della storia” di Melloni, e i due “esoneri” di Marquard che confluiscono nel libro, “Motivi di teodicea nella filosofia dell‘epoca moderna“ e “L‘uomo nella filosofia del XVIII secolo“, sono tre densi saggi inattuali. Per la radicale diversa prospettiva che introducono nella storia e nella storiografia.
Il filosofo stuntman
Diversa rispetto a quelle del tornante del millennio. Che comunque sono insoddisfacenti per i loro stessi teorici e fautori.Una ricerca come Pasque di sangue, costruita col paradigma indiziario di Ginzburg, incontra la più convinta condanna dello stesso Ginzburg: ci vogliono - ci sono - interdizioni. Niente è da dire del giacobinismo spammato nelle cronache, e più a opera e beneficio degli avidi, i filibustieri, i furbi, i maestri della corruzione, gli (ex) compagni di strada. Dei padroni insomma della audience. Su una umanità di gusci, che sono tanto protetti e ricchi quanto sono apprensivi e avidi, di libri vuoti, di cartaveline.
L’argomento è sensibile. La storia da farsi essendo quella del fascismo, della Shoah, del comunismo - a cui bisognerà aggiungere l’uso della Bomba, i bombardamenti programmati di vittime civili, e forse lo stesso concetto di guerra totale. Insomma, tutto il Novecento e la contemporaneità. Ma è una storia che non si fa perché è una storia che non passa, questo l’argomento comune ai due autori. “Vige la legge”, Marquard, p.76, “della crescente pervasività dei residui”: più migliora il resto, “tanto più virulento diventa… il negativo che resta“.
È l’effetto della postmodernità - dell’età dell’acquario?. Una riedizione della ciclica depressione goduriosa dell’Occidente. Sopra la quale lo storico Melloni e il filosofo Marquard cavalcano in allegria per esserne esenti. Per essere credenti nell’epoca della incroyance? Marquard vede il filosofo “stuntman dell’esperto”, la controfigiura di chi ne sa nelle situazioni pericolose.
"Si giustifichi"
La tribunalizzazoone della storia è la trasformazione della domanda di Leibniz, “perché esiste qualcosa invece di niente?”, in “con che diritto esiste qualcosa invece di niente?”Con la conseguente inimputabilità, attraverso le nuove filosofie, o un bisogno di esonero: il bene che viene dal male. “Si giustifichi” è la legge dell’uomo moderno. È il principio della Riforma, che per questo ha bandito le opere. Marquard ricorda a questo proposito Heine, che con la solita chiarezza nel 1835 riportò il giacobinismo al teutonismo: “Come in Francia qualunque diritto, così in Germania qualunque pensiero deve giustificarsi”. Il Robespierre tedesco, notava Heine, era stato Kant.
La tribunalizzazione è accentuata dalla “onnipotenza della modernità”, che espunge l’impotenza e il dolore. Fino alla triviale e al banale, che ci perseguita da Norimberga. Per l’immagine che fa aggio su qualsiasi verità, e la comunicazione ridotta a chiacchiera, dei blog, le chat, i forum, i reality e i talk show. Lieve ma invadente e sostiutiva: occupa gli spazi, espunge la riflessione e la comprensione - dopo tanta rete, reality e talk show, la leggerezza cara a Savinio e Calvino va riconsiderata. Le immagini, nota Melloni, sono macigni: giudice insindacabile al tribunale della storia è oggi la televisione. Non il documento in archivio, ma l’immagine a casa.
Contro lo spamming invadente, “lo storico migliore” di Melloni “non è quello che ingenuamente arretra nell’afasia, nella polverizzazione microscopica, in qualche forma di par condicio della memoria, ma quello che riesce a disilludere chi chiede sentenza, a far emergere il valore del dettaglio, la parzialità della fonte, chi sa rendere preziose le aporie, sa valorizzare le contraddizioni e, al contrario del tribunale, sa che solo il giudice apre un dossier come se , dopo anni o dopo secoli, esso fosse rimasto identico e perciò « vero» ”.
Se Norimberga è un’assoluzione
La laicizzazione della storia porta dalla seconda metà dell’Ottocento all’“uso pubblico della storia”, nel senso di una magistratura. Norimberga ha avuto un precedente nel tentativo del presidente Wilson di giudicare il kaiser dopo il 1918. Dopo il 1945 la storia si fa in tribunale. Melloni cita Norimberga, Tokyo, Gerusalemme, Francoforte. Ma il più paradigmatico è Palermo, dove a Giorgio Galli, in qualità di storico, l’accusa commissiona la prova principe a carico di Andreotti processato per mafia, una ricerca storica. Che l’assoluzione boccerà, chiudendo il circolo della tribunalizzazione viziosa. L’idea di Norimberga, lanciata nel 1940 da Roosevelt, all’inizio della guerra, e sancita a Londra, a guerra che appare perduta ma prima della Soluzione Finale, il 13 gennaio 1942., è un processo simbolico, a carico di dodici militari e dodici civili. Di una sola parte in guerra. Non ci sono fascisti, ustascia, ucraini, ungheresi tra gli incolpati. Con effetti in superficie indifferenti e al profondo molto negativi.
Il primo e più profondo è la Colpa che non passa. Come uscire dalla Colpa, la condanna sterile, Melloni si fa dire da Christian Meier, lo storico di Da Atene a Auschwitz e L'arte politica della tragedia greca, suo riferimento in più punti, dal cui insegnamento deduce: “Nessun dubbio sul fatto che il comprendere, il comprendere che « dice tutto» di Bloch, inizi dopo la condanna e serva a rendere il passato sopportabile (in contrapposizione al passato rimosso dal mito e dall’oblio)”. E: “Solo ciò che può essere «sopportato» può anche essere «conosciuto storicamente» da chi viene dopo un passato, anche dopo il più recente dei passati”.
Effetti anche paradossali può far rilevare Melloni in conseguenza della tribunalizzazione. L’assassinio di Mussolini ha evitato un processo. L’Italia è così l’unico paese sconfitto a non avere processato il suo passato. Non l'hanno fatto gli americani, non c’è una Norimberga contro il fascismo, non l’ha fatto l’Italia. Se non per alcuni nazisti, sottufficiali o subalterni. I casi truci la Repubblica li chiuse in un armadio al ministero della Difesa, con le porte contro il muro. Amnistia, amnesia. L’amnistia la voleva Umberto di Savoia all’atto dell’ascesa al trono. Anche sulla guerra civile, c’è stato Pavone e poi niente: la “ricerca” è stata lasciata ai giornalisti, per vendere qualche copia. Non è stato fatto il processo ai crimini comunisti in Europa, pure efferati. E Mengaldo titola “La vendetta è il racconto” le testimonianze e riflessioni sulla Shoah, la storia più traumatica.
La teodicea laica
Ma un effetto su tutti Marqiard e Melloni a sorpresa fanno emergere da questa contemporaneità tribunalizia e vacua: il suo apparentamento alla dismessa teodicea, di quando la storia era la rivelazione di Dio. Critici e anzi sarcastici, benché credenti, in quanto è da due scoli e mezzo, dal 1750, una labile teodicea laica. Che, se aiuta e fomenta il progresso tecnico, si adopera a escludere il male, a metterlo da parte, mediante la storia tribunalizia. Mediante il risarcimento (del male), il criterio base della “Teodicea” di Leibniz: del male gnoseologico (la curiosità trasformata da dissipazione in virtù), estetico (l’emozione, la metafora, il mito, l’esotico, il selvaggio, il fanciullesco, il femminile), morale (il peccato originale pegno di libertà, l’asocialità come creatività, Nietzsche: la ribellione è creatività), fisico (la fatica, il lavoro, la stessa penuria in Malthus), metafisico (mutamento). Mentre il bene tradizionale viene trasformato in male.
Marquard ha due pagine magistrali sul bisogno di Dio, spiegato da Leibniz nella Teodicea”, le cui insufficienze saranno addebitate nel secondo Settecento da Kant all’uomo e da Fichte alla storia, dopo che Rousseau aveva rilevato il distacco della cultura dalla natura, e il terremoto di Lisbona nel 1755 gli aveva dato ragione. Mentre nel 1764 debuttava la letteratura horror, e nel 1965 la filosofia della storia. Il progresso è Dio, dicevano Hegel e Tocqueville. Non può esserlo, obiettava Ranke, altrimenti chi è nato prima è discriminato. Ma si restava sempre in quell’ambito. Marquard ritrova nella contemporaneità tutti i motivi della teodice prima del disincanto, che la “Teodices” di Leibniz sistematizza: il risarcimento, la compensazione, l’esonero. Singolare recupero. Non immotivato. La “tribunalizzazione della storia” vedendo (Melloni, p.47) “non solo come figura che sostituisce e secolarizza la teodicea, ma come un concreto appello del diritto penale e perfino costituzionale alla storia, affinché essa legittimi l’adesione e l’identità politica, in quel vuoto dello ius publicum europaeum presentito da Carl Schmitt”. Una nuova forma di teodicea, laica, per riempire il vuoto della secolarizzazione.
La tribunalizzazione è il tentativo della storia secolarizzata di darsi una morale. Una debolezza, che Melloni condanna d’acchito: “Sicché, alla fine, dopo aver certo esonerato l’uomo con la stessa fragile eleganza con cui la teodicea esonerava Dio, non ci si ritrova fra le mani una tesi filosofica, ma un legame pericolosamente solido fra giudizio storico e giudizio penale”.
Marquard, Melloni, La storia che giudica, la storia che assolve, Laterza, pp.162, € 16
Se lo storico è giudice
C’è un uso distorto della storia, di cui la concomitante uscita dell’“Appello di Blois”, sottoscritto da quasi mille storici di 43 paesi, dà un senso definito. È la storia fissata dalle leggi, “che non si può disconoscere”, e di conseguenza non si può più nemmeno indagare. Sono leggi politicamente di sinistra, secondo il vecchio gergo: le tante fatte in Europa che fissano l’Olocausto, contro il negazionismo, e quelle francesi che fissano la tratta e il genocidio degli armeni. A protezione cioè delle vittime. Ma che finiscono per intralciare la ricerca storica, e quindi la storia. L’associazione Liberté pour l’histoire, che ha lanciato l’appello, è stata creata tre anni da Pierre Nora, socialista, proprio per combattere questa limitazione. Ma c’è di più, di più insidioso.
I saggi qui riuniti vogliono fare giustizia della “tribunalizzazione” della storia in altro senso. Dell’“uso” della storia per fare giustizia, spiega Melloni, del paradigma indiziario, e della concomitante mentalità del complotto. Anche al livello più alto del paradigma, la narrazione della storia, in cui Ginzburg eccelle. Della storia che non si fa, del passato che non passa. Anche citando l’ambiguo Ricoeur: “La storia vuole fare della memoria una sua provincia”, una violazione del tempo che si fa violenta quando la storia è storia del tempo che viviamo.
Ma i due termini della questione alla fine confluiscono, nella commistione tra storico e giudice - sia esso o no legislaore - implicita nel paradigma. Della storia come arringa avvocatesca, sia pure di pubblico ministero, in teoria impegnato alla verità dei fatti. Con la quale si finisce per favorire, dice Melloni con Giovanni Miccoli, lo storico de I dilemmi e i silenzi di Pio XII, “l’idea che quei fatti si collocano al di fuori della portata e della misura degli uomini comuni”. E in parallelo fare giustizia della riduzione della storia del Novecento e dell’ebraismo alla Shoah, con il corollario della Colpa imprescrittibile. Con la conseguenza paradossale che quella “storia che non passa” diventa anche una storia che non è avvenuta, non per gli epigoni e i contemporanei. Se non nelle forme dominanti del gossip, per essere cioè opera di folli, di forze demoniache, del male assoluto, di oscuri complotti.
La categoria dell’“uso pubblico della storia” risale al 1986, coniata da Jürgen Habermas nel quadro della Historikerstreit, la disputa degli storici, contro Ernst Nolte che il nazismo per ultimo disse una reazione al bolscevismo. Ma non si dà un momento della storia in cui non se ne sia fatto un uso politico. Alberto Melloni, storico del cristianesimo, si assume in questo libro a quattro mani, che lui stesso ha impiantato, il ruolo del guastatore. Esordisce con “la storia universale è il giudizio universale”, di Schiller, che Hegel imporrà come criterio principe di filosofia della storia. Cui oppone la “prosaica” verità di “un cantautore” - Francesco De Gregori: “La storia dà torto e dà ragione”, e “la storia siamo noi”. Ma ha da dire una cosa seria, e i testi di Marquard a supporto, sebbene anch’essi brillanti, sono fortemente argomentati. “Per la storia della tribunalizzazionme della storia” di Melloni, e i due “esoneri” di Marquard che confluiscono nel libro, “Motivi di teodicea nella filosofia dell‘epoca moderna“ e “L‘uomo nella filosofia del XVIII secolo“, sono tre densi saggi inattuali. Per la radicale diversa prospettiva che introducono nella storia e nella storiografia.
Il filosofo stuntman
Diversa rispetto a quelle del tornante del millennio. Che comunque sono insoddisfacenti per i loro stessi teorici e fautori.Una ricerca come Pasque di sangue, costruita col paradigma indiziario di Ginzburg, incontra la più convinta condanna dello stesso Ginzburg: ci vogliono - ci sono - interdizioni. Niente è da dire del giacobinismo spammato nelle cronache, e più a opera e beneficio degli avidi, i filibustieri, i furbi, i maestri della corruzione, gli (ex) compagni di strada. Dei padroni insomma della audience. Su una umanità di gusci, che sono tanto protetti e ricchi quanto sono apprensivi e avidi, di libri vuoti, di cartaveline.
L’argomento è sensibile. La storia da farsi essendo quella del fascismo, della Shoah, del comunismo - a cui bisognerà aggiungere l’uso della Bomba, i bombardamenti programmati di vittime civili, e forse lo stesso concetto di guerra totale. Insomma, tutto il Novecento e la contemporaneità. Ma è una storia che non si fa perché è una storia che non passa, questo l’argomento comune ai due autori. “Vige la legge”, Marquard, p.76, “della crescente pervasività dei residui”: più migliora il resto, “tanto più virulento diventa… il negativo che resta“.
È l’effetto della postmodernità - dell’età dell’acquario?. Una riedizione della ciclica depressione goduriosa dell’Occidente. Sopra la quale lo storico Melloni e il filosofo Marquard cavalcano in allegria per esserne esenti. Per essere credenti nell’epoca della incroyance? Marquard vede il filosofo “stuntman dell’esperto”, la controfigiura di chi ne sa nelle situazioni pericolose.
"Si giustifichi"
La tribunalizzazoone della storia è la trasformazione della domanda di Leibniz, “perché esiste qualcosa invece di niente?”, in “con che diritto esiste qualcosa invece di niente?”Con la conseguente inimputabilità, attraverso le nuove filosofie, o un bisogno di esonero: il bene che viene dal male. “Si giustifichi” è la legge dell’uomo moderno. È il principio della Riforma, che per questo ha bandito le opere. Marquard ricorda a questo proposito Heine, che con la solita chiarezza nel 1835 riportò il giacobinismo al teutonismo: “Come in Francia qualunque diritto, così in Germania qualunque pensiero deve giustificarsi”. Il Robespierre tedesco, notava Heine, era stato Kant.
La tribunalizzazione è accentuata dalla “onnipotenza della modernità”, che espunge l’impotenza e il dolore. Fino alla triviale e al banale, che ci perseguita da Norimberga. Per l’immagine che fa aggio su qualsiasi verità, e la comunicazione ridotta a chiacchiera, dei blog, le chat, i forum, i reality e i talk show. Lieve ma invadente e sostiutiva: occupa gli spazi, espunge la riflessione e la comprensione - dopo tanta rete, reality e talk show, la leggerezza cara a Savinio e Calvino va riconsiderata. Le immagini, nota Melloni, sono macigni: giudice insindacabile al tribunale della storia è oggi la televisione. Non il documento in archivio, ma l’immagine a casa.
Contro lo spamming invadente, “lo storico migliore” di Melloni “non è quello che ingenuamente arretra nell’afasia, nella polverizzazione microscopica, in qualche forma di par condicio della memoria, ma quello che riesce a disilludere chi chiede sentenza, a far emergere il valore del dettaglio, la parzialità della fonte, chi sa rendere preziose le aporie, sa valorizzare le contraddizioni e, al contrario del tribunale, sa che solo il giudice apre un dossier come se , dopo anni o dopo secoli, esso fosse rimasto identico e perciò « vero» ”.
Se Norimberga è un’assoluzione
La laicizzazione della storia porta dalla seconda metà dell’Ottocento all’“uso pubblico della storia”, nel senso di una magistratura. Norimberga ha avuto un precedente nel tentativo del presidente Wilson di giudicare il kaiser dopo il 1918. Dopo il 1945 la storia si fa in tribunale. Melloni cita Norimberga, Tokyo, Gerusalemme, Francoforte. Ma il più paradigmatico è Palermo, dove a Giorgio Galli, in qualità di storico, l’accusa commissiona la prova principe a carico di Andreotti processato per mafia, una ricerca storica. Che l’assoluzione boccerà, chiudendo il circolo della tribunalizzazione viziosa. L’idea di Norimberga, lanciata nel 1940 da Roosevelt, all’inizio della guerra, e sancita a Londra, a guerra che appare perduta ma prima della Soluzione Finale, il 13 gennaio 1942., è un processo simbolico, a carico di dodici militari e dodici civili. Di una sola parte in guerra. Non ci sono fascisti, ustascia, ucraini, ungheresi tra gli incolpati. Con effetti in superficie indifferenti e al profondo molto negativi.
Il primo e più profondo è la Colpa che non passa. Come uscire dalla Colpa, la condanna sterile, Melloni si fa dire da Christian Meier, lo storico di Da Atene a Auschwitz e L'arte politica della tragedia greca, suo riferimento in più punti, dal cui insegnamento deduce: “Nessun dubbio sul fatto che il comprendere, il comprendere che « dice tutto» di Bloch, inizi dopo la condanna e serva a rendere il passato sopportabile (in contrapposizione al passato rimosso dal mito e dall’oblio)”. E: “Solo ciò che può essere «sopportato» può anche essere «conosciuto storicamente» da chi viene dopo un passato, anche dopo il più recente dei passati”.
Effetti anche paradossali può far rilevare Melloni in conseguenza della tribunalizzazione. L’assassinio di Mussolini ha evitato un processo. L’Italia è così l’unico paese sconfitto a non avere processato il suo passato. Non l'hanno fatto gli americani, non c’è una Norimberga contro il fascismo, non l’ha fatto l’Italia. Se non per alcuni nazisti, sottufficiali o subalterni. I casi truci la Repubblica li chiuse in un armadio al ministero della Difesa, con le porte contro il muro. Amnistia, amnesia. L’amnistia la voleva Umberto di Savoia all’atto dell’ascesa al trono. Anche sulla guerra civile, c’è stato Pavone e poi niente: la “ricerca” è stata lasciata ai giornalisti, per vendere qualche copia. Non è stato fatto il processo ai crimini comunisti in Europa, pure efferati. E Mengaldo titola “La vendetta è il racconto” le testimonianze e riflessioni sulla Shoah, la storia più traumatica.
La teodicea laica
Ma un effetto su tutti Marqiard e Melloni a sorpresa fanno emergere da questa contemporaneità tribunalizia e vacua: il suo apparentamento alla dismessa teodicea, di quando la storia era la rivelazione di Dio. Critici e anzi sarcastici, benché credenti, in quanto è da due scoli e mezzo, dal 1750, una labile teodicea laica. Che, se aiuta e fomenta il progresso tecnico, si adopera a escludere il male, a metterlo da parte, mediante la storia tribunalizia. Mediante il risarcimento (del male), il criterio base della “Teodicea” di Leibniz: del male gnoseologico (la curiosità trasformata da dissipazione in virtù), estetico (l’emozione, la metafora, il mito, l’esotico, il selvaggio, il fanciullesco, il femminile), morale (il peccato originale pegno di libertà, l’asocialità come creatività, Nietzsche: la ribellione è creatività), fisico (la fatica, il lavoro, la stessa penuria in Malthus), metafisico (mutamento). Mentre il bene tradizionale viene trasformato in male.
Marquard ha due pagine magistrali sul bisogno di Dio, spiegato da Leibniz nella Teodicea”, le cui insufficienze saranno addebitate nel secondo Settecento da Kant all’uomo e da Fichte alla storia, dopo che Rousseau aveva rilevato il distacco della cultura dalla natura, e il terremoto di Lisbona nel 1755 gli aveva dato ragione. Mentre nel 1764 debuttava la letteratura horror, e nel 1965 la filosofia della storia. Il progresso è Dio, dicevano Hegel e Tocqueville. Non può esserlo, obiettava Ranke, altrimenti chi è nato prima è discriminato. Ma si restava sempre in quell’ambito. Marquard ritrova nella contemporaneità tutti i motivi della teodice prima del disincanto, che la “Teodices” di Leibniz sistematizza: il risarcimento, la compensazione, l’esonero. Singolare recupero. Non immotivato. La “tribunalizzazione della storia” vedendo (Melloni, p.47) “non solo come figura che sostituisce e secolarizza la teodicea, ma come un concreto appello del diritto penale e perfino costituzionale alla storia, affinché essa legittimi l’adesione e l’identità politica, in quel vuoto dello ius publicum europaeum presentito da Carl Schmitt”. Una nuova forma di teodicea, laica, per riempire il vuoto della secolarizzazione.
La tribunalizzazione è il tentativo della storia secolarizzata di darsi una morale. Una debolezza, che Melloni condanna d’acchito: “Sicché, alla fine, dopo aver certo esonerato l’uomo con la stessa fragile eleganza con cui la teodicea esonerava Dio, non ci si ritrova fra le mani una tesi filosofica, ma un legame pericolosamente solido fra giudizio storico e giudizio penale”.
Marquard, Melloni, La storia che giudica, la storia che assolve, Laterza, pp.162, € 16
Il referendum contro il grembiulino
Gelmini non aveva fatto in tempo a evocarlo, nelle interviste agostane, che il grembiulino faceva mostra di sé in tutte le vetrine d’Italia, in infinite fogge, in molteplici colori, in misure per tutti, anche per le maestre grasse. Se ne potrebbe inferire un complotto, l’ennesimo, fra la Gelmini, i grembiulai e i negozianti, contro la società civile. Con corredo di mamme comprate, quelle del grembiulino. Se non del famoso Gelli… Oppure un colpo di genio, un ultimo - l‘ultimo? - di questa Italia depressa e decaduta, specie degli efficientissimi artigiani napoletani che “Gomorra“ dice camorra, che in pochi giorni sono stati in grado non solo di fabbricare milioni di grembiulini, ma anche di farli trovare in tutta Italia. Quando un pacco raccomandato espresso con le Poste ci impiega almeno dieci giorni solo per andare da Roma a Ostia. Senza contare quindi la confezione, e la lunga attesa per la spedizione.
Ora, per questo il referendum di Veltroni contro il grembiulino appare ai più malinconico. Perché censura, col suggello della società civile e delle mamme, quelle contro il grembiulino, questo - ultimo? - sprazzo di creatività italiana e napoletana. Di cui insomma dobbiamo vergognarci. Se non, quasi quasi, andare a votare contro. Cioè per il grembiulino. E a questo punto anche per il voto in condotta, che tanto dispiace alle mamme trepide.
Certo, we can. Ma che ne direbbe Obama? Non avrebbe fatto meglio Veltroni a mandarci al referendum contro i tagli alla scuola? O i tagli all‘università? O anche solo contro i tagli alla ricerca? Qui tra l‘altro era anche semplice: bastava dire “votate no all‘emendamento Brunetta“. O lui è contro il grembiule, e il voto in condotta, e a favore dell’emendamento?
P.S.- Il referendum non è consentito sule leggi di bilancio. Ma sulla sopravvivenza dell‘università sì.
Ora, per questo il referendum di Veltroni contro il grembiulino appare ai più malinconico. Perché censura, col suggello della società civile e delle mamme, quelle contro il grembiulino, questo - ultimo? - sprazzo di creatività italiana e napoletana. Di cui insomma dobbiamo vergognarci. Se non, quasi quasi, andare a votare contro. Cioè per il grembiulino. E a questo punto anche per il voto in condotta, che tanto dispiace alle mamme trepide.
Certo, we can. Ma che ne direbbe Obama? Non avrebbe fatto meglio Veltroni a mandarci al referendum contro i tagli alla scuola? O i tagli all‘università? O anche solo contro i tagli alla ricerca? Qui tra l‘altro era anche semplice: bastava dire “votate no all‘emendamento Brunetta“. O lui è contro il grembiule, e il voto in condotta, e a favore dell’emendamento?
P.S.- Il referendum non è consentito sule leggi di bilancio. Ma sulla sopravvivenza dell‘università sì.
lunedì 27 ottobre 2008
Tagliata la fisica bianca e la ricerca nucleare
È argomento di molta ironia tra i fisici italiani, pure in questi giorni che li vedono al centro della protesta contro l’abolizione della ricerca scientifica. E uno che avrebbe fatto infuriare Berlusconi, per l’evidente ricaduta beffarda. L’istituto di ricerca che per primo cadrà sotto la scure del governo è quello nucleare, l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare.
L’ironia, e la beffa, sta nel fatto che il governo si è impegnato, con la stessa determinazione che usa contro la ricerca, a rilanciare il nucleare in Italia. Facile argomentare che “Berlusconi pensa di fare il nucleare coi battilamiera”. Ma con un codicillo ancora più insidioso: tagliando l’Infn il governo taglia la vena aorta della fisica “bianca”, la creatura prediletta di Zichichi e altri fisici dello stesso colore. Che peraltro hanno sempre avuto, e vorrebbero mantenerla col ministro delle Attività Produttive, il bianchissimo Scajola, una leadership incontestata in tutti i campi del settore energia.
Nel passato governo Berlusconi Letizia Moratti tagliò la fisica “rossa”, l’Infm, l’Istituto nazionale di fisica della materia, accorpandolo al Cnr, dove rientrava sotto il controllo bianco. Nessuno protestò, in nessuna piazza, e anzi Zichichi e i suoi amici scesero in campo con dichiarazioni pubbliche a favore del governo. Ora la beffa. Che molti giurano non sarà fatta passare liscia a Berlusconi.
L’ironia, e la beffa, sta nel fatto che il governo si è impegnato, con la stessa determinazione che usa contro la ricerca, a rilanciare il nucleare in Italia. Facile argomentare che “Berlusconi pensa di fare il nucleare coi battilamiera”. Ma con un codicillo ancora più insidioso: tagliando l’Infn il governo taglia la vena aorta della fisica “bianca”, la creatura prediletta di Zichichi e altri fisici dello stesso colore. Che peraltro hanno sempre avuto, e vorrebbero mantenerla col ministro delle Attività Produttive, il bianchissimo Scajola, una leadership incontestata in tutti i campi del settore energia.
Nel passato governo Berlusconi Letizia Moratti tagliò la fisica “rossa”, l’Infm, l’Istituto nazionale di fisica della materia, accorpandolo al Cnr, dove rientrava sotto il controllo bianco. Nessuno protestò, in nessuna piazza, e anzi Zichichi e i suoi amici scesero in campo con dichiarazioni pubbliche a favore del governo. Ora la beffa. Che molti giurano non sarà fatta passare liscia a Berlusconi.
"Economist" e "Financial Times" a guardia dei ladri
Si risollevano le sorti politiche di Brown in Inghilterra perché è intervenuto prima e più rapidamente di ogni altro a salvare le grandi banche. Col pauso delle vestali del mercato, “Economist” e “Financial Times”. Senza un cenno di autocritica dei due giornali. Che sono stati fatti (e forse lo sono ancora) dalle banche d’affari, e dai compari di queste banche, gli istituti di rating. Dai grandi ladri cioè all’origine degli ammanchi senza precedenti che hanno svuotato il mercato. E porteranno a una reazione a catena di fallimenti, non esclusi gli stessi santoni del mercato e della dirittura morale, “Economist” e “Financial Times”.
Per un quindicennio i due grandi giornali si sono fatti con le indiscrezioni pilotate delle banche d’affari. Per questo o quell’affare, oppure contro questo o contro quello. Affari come ora si sa banditeschi, di cui i due giornali sono stati i complici – e possono essere le vittime. Ma non c’è in essi alcuna autocritica.
Che il senso morale britannico sia jingoista, si sapeva: Londra è la migliore. Ma che il nocciolo della corruzione sia ancora protetto significa che la crisi, per quanto grave, lascia inalterato l’assetto degli affari. Si rubava, cioè, e si continua a rubare.
Per un quindicennio i due grandi giornali si sono fatti con le indiscrezioni pilotate delle banche d’affari. Per questo o quell’affare, oppure contro questo o contro quello. Affari come ora si sa banditeschi, di cui i due giornali sono stati i complici – e possono essere le vittime. Ma non c’è in essi alcuna autocritica.
Che il senso morale britannico sia jingoista, si sapeva: Londra è la migliore. Ma che il nocciolo della corruzione sia ancora protetto significa che la crisi, per quanto grave, lascia inalterato l’assetto degli affari. Si rubava, cioè, e si continua a rubare.
La ricerca fa litigare Gelmini e Brunetta
La Gelmini contro Brunetta. Maroni contro Gelmini e Brunetta. Ci sono stati errori nella riforma della scuola e dell’università, “sovraesposizioni”: all’interno del governo si cominciano a fare i conti. Maroni, pur condividendo sia il decreto Gelmini che l’emendamento Brunetta, non ci sta ad “alzare il livello dello scontro”, come usava dire: le forze dell’ordine hanno consegne ferree di evitare qualsiasi forma di violenza. “Niente martiri”, avrebbe detto il titolare dell’Interno. Che esclude comunque l’impiego della forza pubblica per assicurare la continuità della didattica contro eventuali occupazioni, anche se prolungate.
Ma il problema non è tanto l’impiego della forza pubblica, che non sarebbe in agenda, quanto il carattere punitivo e eccessivo di cui sono stati caricati gli interventi sulla scuola e l’università. Gelmini tenta da qualche giorno, al Senato e nelle interviste, di recuperare la dimensione politica dei suoi decreti. E si lamenta in privato degli atteggiamenti ultimativi che invece Brunetta esibirebbe. Solo per tenere fede, afferma, alla sua immagine di mangiasprechi. Mentre Brunetta dal canto suo ritiene di essere stato intrappolato, col famoso emendamento tagliaricerca, dall’establishment ministeriale. Un emendamento che egli avrebbe proposto senza valutarne appunto l’impatto sulla ricerca scientifica.
Ma il problema non è tanto l’impiego della forza pubblica, che non sarebbe in agenda, quanto il carattere punitivo e eccessivo di cui sono stati caricati gli interventi sulla scuola e l’università. Gelmini tenta da qualche giorno, al Senato e nelle interviste, di recuperare la dimensione politica dei suoi decreti. E si lamenta in privato degli atteggiamenti ultimativi che invece Brunetta esibirebbe. Solo per tenere fede, afferma, alla sua immagine di mangiasprechi. Mentre Brunetta dal canto suo ritiene di essere stato intrappolato, col famoso emendamento tagliaricerca, dall’establishment ministeriale. Un emendamento che egli avrebbe proposto senza valutarne appunto l’impatto sulla ricerca scientifica.
La nuova Alitalia sarà Lufthansa
Il Nord col traffico d’affari a Lufthansa, e Roma col traffico turistico alla nuova Alitalia? È l’ultimo esito dell’interminabile crisi del vettore italiano, di cui finalmente emerge la ratio.
Alitalia ha ridotto i voli da Malpensa da 1.250 a 150 la settimana, Lufthansa ha creato una Lufthansa Italia per collegare Malpensa con tutte le città europee, facendone il suo terzo hub, insieme con Francoforte e Monaco. E non c’è nessun dubbio che il programma Lufthansa partirà prima e meglio di quello della nuova Alitalia, che come tutto in Italia traccheggia tra le mille tagliole burocratiche e sindacali. Quando la nuova Alitalia sarà pronta al decollo, non prima di sei mesi, la Malpensa di Lufthansa potrebbe già essere in volo.
Non è detto. Malpensa è soprattutto una promessa andata a male, un potenziale depotenziato. Una storia ormai trentennale della follia che oggi si direbbe leghista. Se su Alitalia incombe la follia sindacale, Malpensa è stata vittima di guerre a non finire tra i tanti Comuni che in qualche modo allo scalo sono interessati. Che hanno bloccato, ritardato, rincarato, tutto ciò che hanno potuto, la terza pista, il tubo del gas, il kerosene, l’autostrada, la ferrovia.
La Lega, però, che ormai domina nelle due province, Milano e Varese, potrebbe essere risolutiva. La Lufthansa a Malpensa è un altro tassello del Nord tedesco, come lo voleva Bossi. Il Lombardo-Veneto, che ha già costituito con la Baviera e la Svevia il quadrato più ricco d’Europa, e quindi del mondo, si libera con Lufthansa finalmente delle forche caudine di Roma.
Alitalia ha ridotto i voli da Malpensa da 1.250 a 150 la settimana, Lufthansa ha creato una Lufthansa Italia per collegare Malpensa con tutte le città europee, facendone il suo terzo hub, insieme con Francoforte e Monaco. E non c’è nessun dubbio che il programma Lufthansa partirà prima e meglio di quello della nuova Alitalia, che come tutto in Italia traccheggia tra le mille tagliole burocratiche e sindacali. Quando la nuova Alitalia sarà pronta al decollo, non prima di sei mesi, la Malpensa di Lufthansa potrebbe già essere in volo.
Non è detto. Malpensa è soprattutto una promessa andata a male, un potenziale depotenziato. Una storia ormai trentennale della follia che oggi si direbbe leghista. Se su Alitalia incombe la follia sindacale, Malpensa è stata vittima di guerre a non finire tra i tanti Comuni che in qualche modo allo scalo sono interessati. Che hanno bloccato, ritardato, rincarato, tutto ciò che hanno potuto, la terza pista, il tubo del gas, il kerosene, l’autostrada, la ferrovia.
La Lega, però, che ormai domina nelle due province, Milano e Varese, potrebbe essere risolutiva. La Lufthansa a Malpensa è un altro tassello del Nord tedesco, come lo voleva Bossi. Il Lombardo-Veneto, che ha già costituito con la Baviera e la Svevia il quadrato più ricco d’Europa, e quindi del mondo, si libera con Lufthansa finalmente delle forche caudine di Roma.
venerdì 24 ottobre 2008
La fine malinconica della piazza
Manifestano gli studenti a piazza Navona, davanti al Senato, ieri giovedì. Oggi la Rai veltroniana dice che erano settemila, i grandi giornali veltroniani trentamila. Chi c’era ne ha contati alcune centinaia. Per buona metà mamme con bambini - di famiglie impegnate, certo. E la piazza era soprattutto triste, quasi sorpresa di tanta mancanza di gioia e fantasia. Nella piazza come nei tg non si sentono altre proteste che quelle manierate dei piccoli funzionari di partito – più spesso è una ragazza assorta, che pensa mentre parla: dirà una lezione imparata?
Ieri in Italia sono state occupate venti facoltà, dice ancora la Rai. La Rai è veltronianamente trionfale, ma venti facoltà sono così tante, su un migliaio?
È più utile alla sinistra dire la verità oppure montarla? C’è da preparare la manifestazione di sabato, e quindi la mobilitazione serve. Ma serve sputtanarsi coi giovani? Il rinnovamento dei quadri di partito è ottima cosa, il ringiovanimento della politica, ma a che pro costruirsi dei cloni, seppure giovani e tutti belli, che ripetono inerti il linguaggio spento di un centralismo democratico che puzza da lontano? Che solo pensano al posto e alla piccola carriera funzionariale che si stanno meritando?
Si può ritenere la grande informazione schierata con Veltroni. E questo sarebbe un segno di forza politica. Ma si può anche pensarla impegnata in proprio a cercarsi un pubblico, che ultimamente la diserta sempre più. Montando ad arte questo o quell’avvenimento. Prima il carovita e la grande povertà in Italia, poi il fallimento delle banche, ora la protesta delle mamme coi bambini. Uno spera sempre che vendano una copia in più, ma l’impressione è che si agitino nel vuoto, da pazzi innocui nel manicomio – aperto, come si deve.
Ieri in Italia sono state occupate venti facoltà, dice ancora la Rai. La Rai è veltronianamente trionfale, ma venti facoltà sono così tante, su un migliaio?
È più utile alla sinistra dire la verità oppure montarla? C’è da preparare la manifestazione di sabato, e quindi la mobilitazione serve. Ma serve sputtanarsi coi giovani? Il rinnovamento dei quadri di partito è ottima cosa, il ringiovanimento della politica, ma a che pro costruirsi dei cloni, seppure giovani e tutti belli, che ripetono inerti il linguaggio spento di un centralismo democratico che puzza da lontano? Che solo pensano al posto e alla piccola carriera funzionariale che si stanno meritando?
Si può ritenere la grande informazione schierata con Veltroni. E questo sarebbe un segno di forza politica. Ma si può anche pensarla impegnata in proprio a cercarsi un pubblico, che ultimamente la diserta sempre più. Montando ad arte questo o quell’avvenimento. Prima il carovita e la grande povertà in Italia, poi il fallimento delle banche, ora la protesta delle mamme coi bambini. Uno spera sempre che vendano una copia in più, ma l’impressione è che si agitino nel vuoto, da pazzi innocui nel manicomio – aperto, come si deve.
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