L’ipocrisia non cessa e anzi monta nell’affare Englaro, ed è dei laici che ne hanno voluto la morte. Che anche somaticamente ripetono i clichè del clericalismo: l’unzione, le pappagorge, e l’intima soddisfazione della tartufferia. Anche a costo di mettere in crisi le istituzioni più salde: il vulnus inferto alla presidenza della Repubblica e della Camera, che ora, finzione nella finzione, si rimuove, rimarrà indelebile, in diritto e nella costituzione materiale, del fare pretendendo di non fare.
Non una parola di verità dai familiari della donna, che ne hanno con determinazione, con impegno costante, con forti spese, voluto fare un caso ideologico e un precedente. Non dai politici dell’eutanasia, La Malfa, Pannella, Bonino, solitamente coraggiosi. Non dai giudici della Cassazione che sono stati i veri boia della vicenda, con una decisione illegale, di fatto e nelle procedure, senza averne competenza. Col lugubre monito: “Le sentenze si eseguono”, che ne completa lo scavo sovversivo. Su una pseudosentenza, in realtà un arbitrato civile - la cosiddetta volontaria giurisdizione. Si è sempre detto della chiesa, e obiettato, che vulle comandare, ma questo è vero soprattutto degli ipocriti che tengono sotto occupazione la laicità.
Questa ipocrisia è la stessa che, attraverso l’eugenetica costante dei paesi scandinavi e della Francia, arriva fino a Hitler. Si dice di no, ma è così, anche Hitler ragionava – era perfino umano: quando gruppi di madri lo aspettarono alla stazione di Hartheim a fine agosto 1941 per protestare contro la morte misericordiosa, mise fine al programma. Le camere a gas sono state messe a punto per l’eutanasia, la direttiva di Hitler dell’1 settembre 1939 che accordò “una morte misericordiosa” ai malati “incurabili”: con la conseguente Aktion T.4 le cliniche e gli ospedali psichiatrici furono provveduti di camere a gas, e squadre di psichiatri, neurologi, fisiatri esaminarono i candidati caso per caso, anche duemila in due giorni, i morti fino a Hartheim furono settantamila, tutti tedeschi, a tutti gli effetti. Nel caso di specie Hitler è solo questo: è lo Stato a decidere della vita e della morte. Un Hitler di oggi naturalmente, che sarebbe un mago del mercato, un po’ spensierato.
C’è un che di sinistro nel non detto dell’affare Englaro. Una buona morte sarebbe consistita nel prendersi Eluana in casa, e assisterla nei limiti del possibile. Per volerne fare una questione di principio, gli Englaro hanno solo aperto un florido business. Si possono pensare d’ora in poi i familiari deboli alla mercè dei familiari forti, ma è sempre stato così. No, la novità dell’affare è questa, che i veri preti sono i laici.
martedì 10 febbraio 2009
L'Expo dopo Malpensa: monnezza a Milano
Dopo Malpensa l’Expo. Milano, l’unica grande città europea che non riesce a dotarsi di un grande aeroporto, non riesce ora a realizzare l’Expo universale. Una manifestazione che si è aggiudicata principalmente per essere la città candidata dall'Italia, cioè spendendo il nome dell’Italia. E che naturalmente, naufragando, metterà la croce sull’Italia. Magari dopo avere speso inutilmente qualche miliardo di euro. Come già a Malpensa.
“Sempre Milano scarica la sua immondizia sull’Italia”: lo diceva Malaparte ma è vero. È la maniera d’essere della città, che da un ventennio governa il paese, con i suoi giudici, i suoi politici, le sue “idee”. Con quell’incredibile caciquismo tra tutti i suoi capetti, che maschera di federalismo: i presidente della regione, il presidente della provincia, il sindaco, e l’inevitabile Bossi di tutti maestro. Milano non finisce di scaricare sull’Italia la sua superficialità. Tanto applicata all’utile privato, tanto menefreghista nel pubblico e perfino sfottente. È del resto la città che crea l’immagine di ogni realtà in Italia, dalla corruzione all’inefficienza, che dopo vent’anni di strapotere non può che dirsi milanese, e che tuttavia essa allegramente ributta sulle realtà marginali, i ministeri, la camorra, gli onorevoli siciliani, gli ospedali calabresi.
“Sempre Milano scarica la sua immondizia sull’Italia”: lo diceva Malaparte ma è vero. È la maniera d’essere della città, che da un ventennio governa il paese, con i suoi giudici, i suoi politici, le sue “idee”. Con quell’incredibile caciquismo tra tutti i suoi capetti, che maschera di federalismo: i presidente della regione, il presidente della provincia, il sindaco, e l’inevitabile Bossi di tutti maestro. Milano non finisce di scaricare sull’Italia la sua superficialità. Tanto applicata all’utile privato, tanto menefreghista nel pubblico e perfino sfottente. È del resto la città che crea l’immagine di ogni realtà in Italia, dalla corruzione all’inefficienza, che dopo vent’anni di strapotere non può che dirsi milanese, e che tuttavia essa allegramente ributta sulle realtà marginali, i ministeri, la camorra, gli onorevoli siciliani, gli ospedali calabresi.
Il mondo com'è (14)
astolfo
Antifascismo - È stato la forza del fascismo, e non solo per il principio dialettico. Debole, litigioso. Che restringe con la faziosità l’opposizione invece di farla lievitare. Una opposizione divisa, faziosa, può isterilire l’opposizione più vasta degli animi. L’unico suo esito è “Cristo s’è fermato a Eboli”. Ma è stato pubblicato nel 1945.
Islam e Usa – Il conto non è ancora saldato tra l’islam e gli Stati Uniti, c’è qualcosa di oscuro nell’emergere dell’islam a questione mondiale principale. È così che dei quattro handicap con cui la presidenza Obama parte, ben tre, crisi economica a parte, si trovano in campo islamico: l’Afghanistan, che Obama non può perdere, la bomba iraniana, che non può consentire, e una qualche pace in Palestina. Un quarto handicap in campo islamico forse l’ha risolto, in Iraq, ma allora grazie alla determinazione del deprecato Bush.
Oltre che inevitabili, i tre handicap sono allo stato insuperabili. Anche perché gli Usa continuano a non avere una dottrina e una strategia in campo islamico: in questi trent’anni di khomeinismo, hanno continuato a barcamenarsi tra la vecchia dottrina della diga antisovversiva, creata negli anni 1970 con Zia ul Haq in Pakistan, da cui discende l’estremismo talebano e qaedista, e l’appoggio al moderato confessionalismo dell’Arabia Saudita, con cui governano il Libano e, in questa fase, l’Iraq. Non c’è una reale apertura verso l’Iran, che l’Arabia Saudita non consente, e on c’è un’adeguata pressione contro l’Iran e sul Pakistan. La storia dell’armamento nucleare iraniano è perfino singolare, avvenuta in regime di embargo economico, e ignota solo allo spionaggio americano.
Kissinger – Dal Congresso di Vienna ha cavato la globalizzazione. Una persona impacciata, anche nell’espressione, ma con vista acuta e il sangue freddo. Dalla guerra sconfinata perduta in Vietnam e l’implosione dell’America, fu a rischio lo stesso solidissimo impianto costituzionale e istituzionale degli Usa, con l’Europa alle calcagna, dell’Est e dell’Ovest, e il Giappone, e l’America Latina, senza dollaro, fa una cosa semplice: lancia l’amo all’Asia, degli arabi, dell’Islam (di Zia ul Haq), della Cina. Una semplice mossa dell’intelletto, senza la spesa di un centesimo, senza sacrificio di vite umane, senza nemmeno le fanfare per dirlo. E dopo nemmeno vent’anni, a Tien An Men, l’America rinsalda la leadership mondiale annettendosi la Cina. Il Congresso di Vienna gli ha insegnato che ci vuole un padrone nel mondo. Ma che il potere si regge nell’equilibrio, nel mutuo interesse.
Occidente - È superiore perché ha sempre mantenuto spie: mercanti, missionari, agenti provocatori. Persone in grado di dominare le altrui culture come la propria. Gli indiani invece, e gli orientali in genere, compresi gli arabi e gli stessi cinesi, quando incontrano l’Occidente sono capaci solo di restare a bocca aperta. Da sempre vittime del complesso occidentale di superiorità. Qualcuno la rifiuta per un apriori nazionalista, gli altri si fanno servili, tutti riconoscono la superiorità dell’Occidente. Ma, poi, non c’è al mondo somma di libertà, sulla carta e reali, che eguagli quella dell’Occidente, le idee comprese e le religioni.
Russia - Conta la geopolitica e il fatto che la Russia esiste, non si è liquefatta. La cosa è nota alla diplomazia italiana, e sicuramente agli atti di quella del Cremlino, che non si può fare a meno della Russia volendo operare nell’immenso serbatoio di risorse che è il Centro Asia. Dove molte repubbliche di tipo “sovietico” sono sorte dall’Urss, che talvolta fanno dell’antirussismo l’unica ragione d'essere dei loro monocrati. Ma non c'è altra possibilità, volendo operare in quelle immense aree, in una ottica di sviluppo, che portare i capataz locali alla ragione, e cioè alla collaborazione con la Russia. Senza la quale non hanno sbocchi.
Queste cose l'Italia le sa anche per essersi ingolfata con l’Onu, e cioè con gli Usa, nella guerra in Afghanistan, che non si può vincere, e anzi si sta perdendo, senza la sponda sovietica – l’unica sponda contro il terrorismo islamico, qaedista e talebano, è il Pakistan, ed è infido. Ma si è trovata sola a perorare la fine dell’isolamento russo, contro l’ipocrisia dei potenti europei, la Francia, anche quella di Sarkozy, e la Gran Bretagna, che ancora gioca col Cremlino come nella guerra fredda, alla Le Carré – per il solo diletto, peraltro, dei media italiani, a Londra si sono già stancati. Mentre Angela Merkel, come tutti i politici che vengono dal freddo, non sa che voltare istintivamente il capo dall’altro lato.
Ora i grandi gruppi del gas, la Siemens e il Deutsche Bahn fanno campagna perché la Germania tenga conto dell’orso russo. Ma gli Stati Uniti potrebbero arrivare prima a Mosca: senza Bush-Cheney, e la loro strana politica di ostracizzare Mosca perché non è abbastanza democratica, e anzi di assediarla con la Nato, l’ostracismo è probabilmente già finito. L’America, che ha inventato i diritti umani per tenere a bada Mosca, sa come gestirli.
astolfo@antiit.eu
Antifascismo - È stato la forza del fascismo, e non solo per il principio dialettico. Debole, litigioso. Che restringe con la faziosità l’opposizione invece di farla lievitare. Una opposizione divisa, faziosa, può isterilire l’opposizione più vasta degli animi. L’unico suo esito è “Cristo s’è fermato a Eboli”. Ma è stato pubblicato nel 1945.
Islam e Usa – Il conto non è ancora saldato tra l’islam e gli Stati Uniti, c’è qualcosa di oscuro nell’emergere dell’islam a questione mondiale principale. È così che dei quattro handicap con cui la presidenza Obama parte, ben tre, crisi economica a parte, si trovano in campo islamico: l’Afghanistan, che Obama non può perdere, la bomba iraniana, che non può consentire, e una qualche pace in Palestina. Un quarto handicap in campo islamico forse l’ha risolto, in Iraq, ma allora grazie alla determinazione del deprecato Bush.
Oltre che inevitabili, i tre handicap sono allo stato insuperabili. Anche perché gli Usa continuano a non avere una dottrina e una strategia in campo islamico: in questi trent’anni di khomeinismo, hanno continuato a barcamenarsi tra la vecchia dottrina della diga antisovversiva, creata negli anni 1970 con Zia ul Haq in Pakistan, da cui discende l’estremismo talebano e qaedista, e l’appoggio al moderato confessionalismo dell’Arabia Saudita, con cui governano il Libano e, in questa fase, l’Iraq. Non c’è una reale apertura verso l’Iran, che l’Arabia Saudita non consente, e on c’è un’adeguata pressione contro l’Iran e sul Pakistan. La storia dell’armamento nucleare iraniano è perfino singolare, avvenuta in regime di embargo economico, e ignota solo allo spionaggio americano.
Kissinger – Dal Congresso di Vienna ha cavato la globalizzazione. Una persona impacciata, anche nell’espressione, ma con vista acuta e il sangue freddo. Dalla guerra sconfinata perduta in Vietnam e l’implosione dell’America, fu a rischio lo stesso solidissimo impianto costituzionale e istituzionale degli Usa, con l’Europa alle calcagna, dell’Est e dell’Ovest, e il Giappone, e l’America Latina, senza dollaro, fa una cosa semplice: lancia l’amo all’Asia, degli arabi, dell’Islam (di Zia ul Haq), della Cina. Una semplice mossa dell’intelletto, senza la spesa di un centesimo, senza sacrificio di vite umane, senza nemmeno le fanfare per dirlo. E dopo nemmeno vent’anni, a Tien An Men, l’America rinsalda la leadership mondiale annettendosi la Cina. Il Congresso di Vienna gli ha insegnato che ci vuole un padrone nel mondo. Ma che il potere si regge nell’equilibrio, nel mutuo interesse.
Occidente - È superiore perché ha sempre mantenuto spie: mercanti, missionari, agenti provocatori. Persone in grado di dominare le altrui culture come la propria. Gli indiani invece, e gli orientali in genere, compresi gli arabi e gli stessi cinesi, quando incontrano l’Occidente sono capaci solo di restare a bocca aperta. Da sempre vittime del complesso occidentale di superiorità. Qualcuno la rifiuta per un apriori nazionalista, gli altri si fanno servili, tutti riconoscono la superiorità dell’Occidente. Ma, poi, non c’è al mondo somma di libertà, sulla carta e reali, che eguagli quella dell’Occidente, le idee comprese e le religioni.
Russia - Conta la geopolitica e il fatto che la Russia esiste, non si è liquefatta. La cosa è nota alla diplomazia italiana, e sicuramente agli atti di quella del Cremlino, che non si può fare a meno della Russia volendo operare nell’immenso serbatoio di risorse che è il Centro Asia. Dove molte repubbliche di tipo “sovietico” sono sorte dall’Urss, che talvolta fanno dell’antirussismo l’unica ragione d'essere dei loro monocrati. Ma non c'è altra possibilità, volendo operare in quelle immense aree, in una ottica di sviluppo, che portare i capataz locali alla ragione, e cioè alla collaborazione con la Russia. Senza la quale non hanno sbocchi.
Queste cose l'Italia le sa anche per essersi ingolfata con l’Onu, e cioè con gli Usa, nella guerra in Afghanistan, che non si può vincere, e anzi si sta perdendo, senza la sponda sovietica – l’unica sponda contro il terrorismo islamico, qaedista e talebano, è il Pakistan, ed è infido. Ma si è trovata sola a perorare la fine dell’isolamento russo, contro l’ipocrisia dei potenti europei, la Francia, anche quella di Sarkozy, e la Gran Bretagna, che ancora gioca col Cremlino come nella guerra fredda, alla Le Carré – per il solo diletto, peraltro, dei media italiani, a Londra si sono già stancati. Mentre Angela Merkel, come tutti i politici che vengono dal freddo, non sa che voltare istintivamente il capo dall’altro lato.
Ora i grandi gruppi del gas, la Siemens e il Deutsche Bahn fanno campagna perché la Germania tenga conto dell’orso russo. Ma gli Stati Uniti potrebbero arrivare prima a Mosca: senza Bush-Cheney, e la loro strana politica di ostracizzare Mosca perché non è abbastanza democratica, e anzi di assediarla con la Nato, l’ostracismo è probabilmente già finito. L’America, che ha inventato i diritti umani per tenere a bada Mosca, sa come gestirli.
astolfo@antiit.eu
sabato 7 febbraio 2009
Con Napolitano obiettore finisce la Repubblica
Il boia a Udine è all’opera, mentre il capo dello Stato si dichiara obiettore contro un decreto del governo che vorrebbe fermarlo, e il governo lo sfida. Se la prossima settimana, per ipotesi, il Parlamento votasse la legge del governo, il presidente obiettore dovrebbe dimettersi. Non sarà così, nessuno si dimette mai in Italia. Ma dalla lutulenta storia gotica di tutti morti che è diventata la vicenda Englaro, gli ultimi lacerti della prima Repubblica usciranno necrotizzati – anche se la Repubblica è passata indenne a molte esecuzioni di massa, ancora di recente con Scalfaro.
Quella di Udine è un’esecuzione capitale, sia pure a opera di un padre nei confronti di sua figlia, e su ordine dei giudici. La sentenza della Cassazione che decreta la morte di Eluana è ideologica e illegale, basandosi su un atto di volontà che starebbe nello “stile di vita” di una ragazza a diciotto anni - cos’è uno “stile di vita”? di solito è una vita “eccessiva”, fino all’uso dell’ecstasy per ballare in discoteca. Non è peraltro una vera sentenza, essendo il caso di volontaria giurisdizione, una sorta di arbitrato, ma i giudici superbi la fanno valere come tale. E Englaro avrebbe potuto, come tutti, risolvere il caso secondo il decorso naturale della vita, ma ha voluto farne un caso esemplare e un precedente giuridico. Berlusconi lo sa, la legge non consente condanne capitali, e su questo dà battaglia aperta.
Ma l’aspetto giuridico non è prevalente, anche se caratterizzerà il duello con le solite estenuanti diatribe. Del resto, non ci sono giudici in Italia ma cordate di potere, più faziose e determinate anzi di altri gruppi di potere.
Il presidente con i suoi nemici
Berlusconi punta sul disagio reale per questa vicenda, in cui un padre si ostina con le carte bollate e col pregiudizio ideologico a dare la morte a una figlia, e che domani vedrà tanti figli dare la morte ai padri e ai nonni, compassionevolmente certo. Per dare una spallata all’ultimo architrave della Repubblica, il potere esecutivo frazionato e di fatto bloccato. Benché si mostri agitato, è anzi insolitamente calcolato. Il plebiscito elettorale con cui minaccia il capo dello Stato è proceduralmente confuso, ma compatterà nel voto in settimana come niente altro i becchini di casa, compresi quelli ai quali la vicenda pone un reale caso di coscienza - Bossi non rischierà il successo inatteso di otto mesi fa, gli uomini di Fini non sanno quanto durano.
Il presidente della Repubblica si pone a difensore della Costituzione, dei poteri che la Costituzione gli dà, per obiettare in favore del boia di Udine. È una decisione che lui riterrà, caratteristicamente, doverosa ma tre volte paradossale. La sua comprensibile propensione personale per la “buona morte” lo trasforma di fatto in portabandiera del veterocomunismo che ha sempre aborrito, e del partito dei giudici che lo aborre. Per non dire dell'anticlericalismo,
che è il motore vero, non compassionato, della storia Englaro, con i suoi poteri oscuri che in realtà sono palesi se non dichiarati, duri ma non segreti. Napolitano, inoltre, si batte in difesa di un’ingovernabilità su cui da presidente della Camera e cultore della materia ha più volte avuto da ridire. Con l’esito inevitabile di un potere esecutivo finalmente unico, ma senza i necessari contrappesi parlamentari.
Duello di vivi morti
Con i duellanti già in campo è difficile dire chi prevarrà, o anche fare il tifo. Sarà una scena lunga e quindi poco interessante, come tutte quelle tra i vivi morti. E c’è altro di cui occuparsi, con la crisi: della sopravvivenza ora e non del testamento biologico dei nonni o le zie – l’eutanasia è questione di popoli satolli, il grasso ha bisogno di stimoli sempre più trasgressivi. Ma ci sarà alla fine un solo potere esecutivo. Forse non in settimana, come vorrebbe Berlusconi, ci vorrà qualche mese. Un potere esecutivo unico che potrà essere a Palazzo Chigi oppure al Quirinale, ma arriverà senza i necessari contrappesi in Parlamento.
L’esito certo è infatti che giunge a compimento la deriva plebiscitaria, o all’americana, del sistema politico, col “partito del presidente”. Ma senza le guarentigie fermamente fissate dalla costituzione americana per il contropotere parlamentare, e con una giustizia politica.
Quella di Udine è un’esecuzione capitale, sia pure a opera di un padre nei confronti di sua figlia, e su ordine dei giudici. La sentenza della Cassazione che decreta la morte di Eluana è ideologica e illegale, basandosi su un atto di volontà che starebbe nello “stile di vita” di una ragazza a diciotto anni - cos’è uno “stile di vita”? di solito è una vita “eccessiva”, fino all’uso dell’ecstasy per ballare in discoteca. Non è peraltro una vera sentenza, essendo il caso di volontaria giurisdizione, una sorta di arbitrato, ma i giudici superbi la fanno valere come tale. E Englaro avrebbe potuto, come tutti, risolvere il caso secondo il decorso naturale della vita, ma ha voluto farne un caso esemplare e un precedente giuridico. Berlusconi lo sa, la legge non consente condanne capitali, e su questo dà battaglia aperta.
Ma l’aspetto giuridico non è prevalente, anche se caratterizzerà il duello con le solite estenuanti diatribe. Del resto, non ci sono giudici in Italia ma cordate di potere, più faziose e determinate anzi di altri gruppi di potere.
Il presidente con i suoi nemici
Berlusconi punta sul disagio reale per questa vicenda, in cui un padre si ostina con le carte bollate e col pregiudizio ideologico a dare la morte a una figlia, e che domani vedrà tanti figli dare la morte ai padri e ai nonni, compassionevolmente certo. Per dare una spallata all’ultimo architrave della Repubblica, il potere esecutivo frazionato e di fatto bloccato. Benché si mostri agitato, è anzi insolitamente calcolato. Il plebiscito elettorale con cui minaccia il capo dello Stato è proceduralmente confuso, ma compatterà nel voto in settimana come niente altro i becchini di casa, compresi quelli ai quali la vicenda pone un reale caso di coscienza - Bossi non rischierà il successo inatteso di otto mesi fa, gli uomini di Fini non sanno quanto durano.
Il presidente della Repubblica si pone a difensore della Costituzione, dei poteri che la Costituzione gli dà, per obiettare in favore del boia di Udine. È una decisione che lui riterrà, caratteristicamente, doverosa ma tre volte paradossale. La sua comprensibile propensione personale per la “buona morte” lo trasforma di fatto in portabandiera del veterocomunismo che ha sempre aborrito, e del partito dei giudici che lo aborre. Per non dire dell'anticlericalismo,
che è il motore vero, non compassionato, della storia Englaro, con i suoi poteri oscuri che in realtà sono palesi se non dichiarati, duri ma non segreti. Napolitano, inoltre, si batte in difesa di un’ingovernabilità su cui da presidente della Camera e cultore della materia ha più volte avuto da ridire. Con l’esito inevitabile di un potere esecutivo finalmente unico, ma senza i necessari contrappesi parlamentari.
Duello di vivi morti
Con i duellanti già in campo è difficile dire chi prevarrà, o anche fare il tifo. Sarà una scena lunga e quindi poco interessante, come tutte quelle tra i vivi morti. E c’è altro di cui occuparsi, con la crisi: della sopravvivenza ora e non del testamento biologico dei nonni o le zie – l’eutanasia è questione di popoli satolli, il grasso ha bisogno di stimoli sempre più trasgressivi. Ma ci sarà alla fine un solo potere esecutivo. Forse non in settimana, come vorrebbe Berlusconi, ci vorrà qualche mese. Un potere esecutivo unico che potrà essere a Palazzo Chigi oppure al Quirinale, ma arriverà senza i necessari contrappesi in Parlamento.
L’esito certo è infatti che giunge a compimento la deriva plebiscitaria, o all’americana, del sistema politico, col “partito del presidente”. Ma senza le guarentigie fermamente fissate dalla costituzione americana per il contropotere parlamentare, e con una giustizia politica.
Letture - 5
letterautore
Citazione. Si parla con la lettura, per non parlarsi da soli. Si moltiplica nell’isolamento, nella decadenza che è sempre triste.
Manzoni - È carnefice o vittima? Non c’è dubbio, è stato lui a improsare gli italiani, con i suoi preti, e non l’Italia lui, il parigino, conte, cosmopolita, che mai dovette faticare tutta la vita. In Italia si pensava e si scriveva liberamente, con forza, con arguzia, fino a Manzoni e alla sua Milano pauperista, antimperialista, furba. Ma è pure vero che Milano è bigotta. Milano è lavorerio, come disse quel tale.
Molière, o della verità doppia e tripla, relativa, elusiva. Umoresca ma malinconica. In personaggi e situazioni in difetto e insieme nel giusto.
Non mette sul palco il male, la stupidità, l’intrigo, ma lo spettatore. Che perciò si spaesa: deve fare uno sforzo per riprendere la sicurezza del giudizio e tirarsi fuori della scena. Con un atto di ipocrisia, o con l’esame di coscienza, sempre penoso. Che si tratti del misantropo, del tariffo, del borghese, e perfino dell’avaro, o del medico per forza.
Pasolini – Rileggendolo di fila, anche nelle memorie di amici, parenti, estimatori, è un piccolo borghese, irrimediabile (naturaliter cioè, e controvoglia naturalmente). Di estrazione e formazione, come lui stesso diceva, ma anche in proprio. In tutto. Nell’abbigliamento, le frequentazioni, il calcolo, non sempre difensivo. Anche quando ha ragione. Abolire la scuola, che è roba di Papini - che due preti, Ivan Illich e don Milani, argomentavano con ben più ragionata sapienza. O salvare Napoli. E quando ha torto, per l’opportunismo, sapendo cioè di avere torto. La negazione di Palach. La lode dello sbirro, figlio del popolo. La militanza di Partito, che in tutte le occasioni lo ha riprovato - ma è poi un Ersatz del padre rifiutato. Dichiarato in tutto, meno che nell’essenziale. L’amore reciproco con la madre, a esclusione del padre e del fratello. Il fascismo a Bologna. Il sadomasochismo, di cui infine è rimasto vittima. Quanto coraggio a infierire contro la Dc – ha scoperto di sapere, anche lui, come l’Idiota del Cusano. I capelloni. L'aborto. Con un direttore di giornale lezioso ipocrita. Mentre scoppiavano migliaia di bombe. O, mentre si dilettava di creara una Academiuta de lenga furlana, il Friuli era sotto il tallone tedesco, e il fratello giovane Guido, combattente generoso della Resistenza, veniva ucciso a tradimento da comunisti impuniti.
Di un maledettismo che si vuole antropologia. Sempre frettoloso e definitivo, molto inferiore alla sua esperienza vissuta. Maestro e profeta, quale si atteggiava, ma nel risentimento. Nella poesia gnomica (civile) e anche nella narrativa, libero e felice solo nei film classici e nella trilogia, in parte, o grazie a Totò. Con l’imbarazzante “discorso libero indiretto”, la lingua “inventata per esprimere la propria particolare concezione del mondo” – così “buona” e povera di fronte a Brecht. È l’italiano indignato (è quello che, con Montanelli, più si è dimesso dall’Italia). Sapendo che “il conformismo si presenta sempre sotto forma di moralismo scandalizzato”. È in tutto, la durezza e l’indulgenza (“la discrezione e il ritegno non mi abbandonano mai”), un po’ Elettra, che “ora è fascista come\si è fascisti nel cupo rimpianto di errate origini”.
Si può leggerlo da adolescenti, da provinciali, da gente di partito, e allora è un’utopia e una bandiera. Oppure si può leggerlo da lettore di libri e del “Corriere della sera” e trovarlo scrittore da “Battibecco”, l’eterno “maledetto italiano” di Malaparte. Che non è poco, ma non ne fa l’Uomo del Secolo. E ancora: Malaparte era anticonformista per carattere, atteggiato ma ironico, in Pasolini il moralismo appare sincero e violento. Nella parte migliore: quando ama le borgate, e quando le disprezza, delle stesse facendone una trasposizione magica - quella che distingueva le narrazioni di Bontempelli e Alvaro, seppure mai citate a suo proposito.
Piccolo borghese non significa nulla. Se non, appunto, la tigna. Piccolo borghese era una categoria nel secondo Ottocento analoga al filisteo, chi non aveva gusto per il bello. Con il Cominform e il Comintern è diventata una cateoria propagandistica. Quando tutto si sarà quietato, Pasolini rimarrà un buon intellettuale di partito - del Partito? O forse un commediante. Solo in maschera si vede felice - Naldini, introducendone la raccolta di lettere, nota della sua scelta di una tesi su Pascoli: “un mondo magico, altamente artificiale, falsamente ingenuo, molto vicino al suo gusto”.
Scrivere - È un atto di “mobilitazione totale”, con la levée en masse, le strategie, le tattiche, le marce, gli schieramenti, i duelli. La mobilitazione dell’uomo pacifico, per immagine.
Insufficiente per i combattenti reali, quelli delle guerre – con l’eccezione di Cesare. Il combattente, quando ha vinto oppure si arrende, perde, con la convinzione, ogni forza. Napoleone, che sempre ordinava “Qu’on se fasse tuer”, fatevi uccidere piuttosto che arrendervi, lo certifica, che non si uccise alla resa e fu scrittore mediocre – quanto a Cesare, non fu quello degli “Astérix”, un farfallone e uno spaccone, non un militare sul campo?
Nella formazione dello scrittore pubblicare viene prima di scrivere: lo scrittore è schiavo dell’editore, e non c’è liberazione possibile. È la cesura nella natura, fisica, della scrittura, fra la scrittura di oggi e quella di cui si legge fino a Proust.Ma già nell’Ottocento la formazione era di tipo nuovo, l’opinione contava più dell’autore, o della scrittura. È lo scrittore-intellettuale rispetto allo scrittore-autore, e il mercato rispetto al diletto. Che anche quando era intellettuale (Leopardi, Manzoni) era sempre molto autoriale.
Invece dell’esercizio e le buone letture, conta la società. Le buone frequentazioni, riviste, circoli, partiti, “caffè”, case editrici, giornali. Anche noiose o indigeste.
Sogni – Narrare i sogni è d’uso dopo Freud, in letteratura dopo “Giardini e strade”, la mobilitazione ambigua di Jünger nella guerra totale e finale. Col trionfo nella “Insostenibile leggerezza dell’essere”. Una coincidenza porta alla lettura contemporanea di tre narrative piene di sogni. Che gli autori esumano e illustrano in funzione non terapeutica ma affabulatoria. Inerte, della stessa natura dei sogni. Sia i sogni che i racconti dei sogni non riescono, malgrado Freud, a prendere vita. O a causa di Freud.
letteautore@antiit.eu
Citazione. Si parla con la lettura, per non parlarsi da soli. Si moltiplica nell’isolamento, nella decadenza che è sempre triste.
Manzoni - È carnefice o vittima? Non c’è dubbio, è stato lui a improsare gli italiani, con i suoi preti, e non l’Italia lui, il parigino, conte, cosmopolita, che mai dovette faticare tutta la vita. In Italia si pensava e si scriveva liberamente, con forza, con arguzia, fino a Manzoni e alla sua Milano pauperista, antimperialista, furba. Ma è pure vero che Milano è bigotta. Milano è lavorerio, come disse quel tale.
Molière, o della verità doppia e tripla, relativa, elusiva. Umoresca ma malinconica. In personaggi e situazioni in difetto e insieme nel giusto.
Non mette sul palco il male, la stupidità, l’intrigo, ma lo spettatore. Che perciò si spaesa: deve fare uno sforzo per riprendere la sicurezza del giudizio e tirarsi fuori della scena. Con un atto di ipocrisia, o con l’esame di coscienza, sempre penoso. Che si tratti del misantropo, del tariffo, del borghese, e perfino dell’avaro, o del medico per forza.
Pasolini – Rileggendolo di fila, anche nelle memorie di amici, parenti, estimatori, è un piccolo borghese, irrimediabile (naturaliter cioè, e controvoglia naturalmente). Di estrazione e formazione, come lui stesso diceva, ma anche in proprio. In tutto. Nell’abbigliamento, le frequentazioni, il calcolo, non sempre difensivo. Anche quando ha ragione. Abolire la scuola, che è roba di Papini - che due preti, Ivan Illich e don Milani, argomentavano con ben più ragionata sapienza. O salvare Napoli. E quando ha torto, per l’opportunismo, sapendo cioè di avere torto. La negazione di Palach. La lode dello sbirro, figlio del popolo. La militanza di Partito, che in tutte le occasioni lo ha riprovato - ma è poi un Ersatz del padre rifiutato. Dichiarato in tutto, meno che nell’essenziale. L’amore reciproco con la madre, a esclusione del padre e del fratello. Il fascismo a Bologna. Il sadomasochismo, di cui infine è rimasto vittima. Quanto coraggio a infierire contro la Dc – ha scoperto di sapere, anche lui, come l’Idiota del Cusano. I capelloni. L'aborto. Con un direttore di giornale lezioso ipocrita. Mentre scoppiavano migliaia di bombe. O, mentre si dilettava di creara una Academiuta de lenga furlana, il Friuli era sotto il tallone tedesco, e il fratello giovane Guido, combattente generoso della Resistenza, veniva ucciso a tradimento da comunisti impuniti.
Di un maledettismo che si vuole antropologia. Sempre frettoloso e definitivo, molto inferiore alla sua esperienza vissuta. Maestro e profeta, quale si atteggiava, ma nel risentimento. Nella poesia gnomica (civile) e anche nella narrativa, libero e felice solo nei film classici e nella trilogia, in parte, o grazie a Totò. Con l’imbarazzante “discorso libero indiretto”, la lingua “inventata per esprimere la propria particolare concezione del mondo” – così “buona” e povera di fronte a Brecht. È l’italiano indignato (è quello che, con Montanelli, più si è dimesso dall’Italia). Sapendo che “il conformismo si presenta sempre sotto forma di moralismo scandalizzato”. È in tutto, la durezza e l’indulgenza (“la discrezione e il ritegno non mi abbandonano mai”), un po’ Elettra, che “ora è fascista come\si è fascisti nel cupo rimpianto di errate origini”.
Si può leggerlo da adolescenti, da provinciali, da gente di partito, e allora è un’utopia e una bandiera. Oppure si può leggerlo da lettore di libri e del “Corriere della sera” e trovarlo scrittore da “Battibecco”, l’eterno “maledetto italiano” di Malaparte. Che non è poco, ma non ne fa l’Uomo del Secolo. E ancora: Malaparte era anticonformista per carattere, atteggiato ma ironico, in Pasolini il moralismo appare sincero e violento. Nella parte migliore: quando ama le borgate, e quando le disprezza, delle stesse facendone una trasposizione magica - quella che distingueva le narrazioni di Bontempelli e Alvaro, seppure mai citate a suo proposito.
Piccolo borghese non significa nulla. Se non, appunto, la tigna. Piccolo borghese era una categoria nel secondo Ottocento analoga al filisteo, chi non aveva gusto per il bello. Con il Cominform e il Comintern è diventata una cateoria propagandistica. Quando tutto si sarà quietato, Pasolini rimarrà un buon intellettuale di partito - del Partito? O forse un commediante. Solo in maschera si vede felice - Naldini, introducendone la raccolta di lettere, nota della sua scelta di una tesi su Pascoli: “un mondo magico, altamente artificiale, falsamente ingenuo, molto vicino al suo gusto”.
Scrivere - È un atto di “mobilitazione totale”, con la levée en masse, le strategie, le tattiche, le marce, gli schieramenti, i duelli. La mobilitazione dell’uomo pacifico, per immagine.
Insufficiente per i combattenti reali, quelli delle guerre – con l’eccezione di Cesare. Il combattente, quando ha vinto oppure si arrende, perde, con la convinzione, ogni forza. Napoleone, che sempre ordinava “Qu’on se fasse tuer”, fatevi uccidere piuttosto che arrendervi, lo certifica, che non si uccise alla resa e fu scrittore mediocre – quanto a Cesare, non fu quello degli “Astérix”, un farfallone e uno spaccone, non un militare sul campo?
Nella formazione dello scrittore pubblicare viene prima di scrivere: lo scrittore è schiavo dell’editore, e non c’è liberazione possibile. È la cesura nella natura, fisica, della scrittura, fra la scrittura di oggi e quella di cui si legge fino a Proust.Ma già nell’Ottocento la formazione era di tipo nuovo, l’opinione contava più dell’autore, o della scrittura. È lo scrittore-intellettuale rispetto allo scrittore-autore, e il mercato rispetto al diletto. Che anche quando era intellettuale (Leopardi, Manzoni) era sempre molto autoriale.
Invece dell’esercizio e le buone letture, conta la società. Le buone frequentazioni, riviste, circoli, partiti, “caffè”, case editrici, giornali. Anche noiose o indigeste.
Sogni – Narrare i sogni è d’uso dopo Freud, in letteratura dopo “Giardini e strade”, la mobilitazione ambigua di Jünger nella guerra totale e finale. Col trionfo nella “Insostenibile leggerezza dell’essere”. Una coincidenza porta alla lettura contemporanea di tre narrative piene di sogni. Che gli autori esumano e illustrano in funzione non terapeutica ma affabulatoria. Inerte, della stessa natura dei sogni. Sia i sogni che i racconti dei sogni non riescono, malgrado Freud, a prendere vita. O a causa di Freud.
letteautore@antiit.eu
giovedì 5 febbraio 2009
Problemi di base - 9
spock
Adamo e Eva furono creati infanti, come Romolo e Remo, oppure a un a certa età?
Perché Dio non si è riposato prima?
Perché bisogna fare la fila alla posta, da cinquant’anni?
Dio che conosce tutte le risposte, perché non ci dice le domande?
In quale stagione fu creato il mondo?
C’erano i giorni, le settimane, i mesi, quando Dio creò il mondo?
E Adamo, creatura unica, non sarà nato Narciso?
Dove è andata a finire Eva?
E Adamo, è poi morto?
Perché ogni cocomero è diverso dall’altro?
spock@antiit.eu
Adamo e Eva furono creati infanti, come Romolo e Remo, oppure a un a certa età?
Perché Dio non si è riposato prima?
Perché bisogna fare la fila alla posta, da cinquant’anni?
Dio che conosce tutte le risposte, perché non ci dice le domande?
In quale stagione fu creato il mondo?
C’erano i giorni, le settimane, i mesi, quando Dio creò il mondo?
E Adamo, creatura unica, non sarà nato Narciso?
Dove è andata a finire Eva?
E Adamo, è poi morto?
Perché ogni cocomero è diverso dall’altro?
spock@antiit.eu
Secondi pensieri (22)
zeulig
Amore - È costante nella storia più della natura di Dio e di ogni altra legge morale.
È ritenuto insoddisfacente, ma l’alternativa che si cerca, contrattualistica, è inconsistente. O agghiacciante, dovendo essere coercitiva.
Se assoluto, è invenzione intellettuale. Romantica, ma del genere intellettuale: riflessiva a metà. È il frutto, avvelenato, degli otia, il tramite della dépense – l’uomo non è mai pratico Le donne, e gli uomini politici, ne conoscono invece i limiti.
L’amore assoluto entra nella storia con la nobilitazione della borghesia, insieme con lo sport, il viaggio, la conversazione, e altre superfetazioni. È parte costitutiva dela nobiltà dello spirito, quando ce n’era una.
Angeli – Non volano. Appaiono.
Dio – Originariamente quello morto, quello di Nietzsche, era il Dio cristiano. Quello che muore da qualche tempo è il mondo in realtà: la morte di Dio è la morte del mondo. Per disappetenza, più che altro: la disperazione da sazietà è un po’ confusa.
Diritti – Si fanno valere contro lo Stato ma li fa valere lo Stato. Possono valere contro gli usi, la tradizione, la mentalità, contro la discriminazione razziale, o sessuale, o naturale (animali, piante), ma sempre in ultima istanza contro lo Stato: i diritti sono degli individui, anche quelli di genere e razziali. C’è in questo una contraddizione, che fa capire l’insufficienza che l’epoca dei diritti presenta per le libertà, anche se non la spiega.
Resta ancora da risolvere il problema dello Stato.
Fede – Si crede sempre, anche quando non si crede. La più profonda depressione, il rifiuto più radicale del mondo, si genera ed è possibile nel suo alveo. Si crede anche nell’annullamento d sé, che è un atto di grande disperata volontà.
Se è un imprinting, è il più solido e universale. O non è la forma della mente? Il meccanismo della vita della mente, un altro modo di dire la sopravvivenza
O è nella natura delle cose – Jünger: “Il visibile contiene tutti i segni che conducono all’invisibile”.
Immortali – Sono le cellule dei tumori del sangue, e per questo mortali.
Iniziazione – È l’ingresso alle forme della vita non familiari. Altrettanto “naturali” che la famiglia, ma non protette dalla corazza natale: il sesso, il lavoro, il potere – si potrebbe parlarne in termini di totem e tabù, ma ormai a nessun fine, giusto per parlarne.
Si forma se c’è la predisposizione, un nucleo di fede originario – di credenze, sentimenti, intuizioni.
È necessario che avvenga con procedure buone (riconosciute, favorevoli), altrimenti una parte notevole dell’esperienza viene impedita, o cade nel rifiuto e la deiezione. I vecchi esami di maturità - le forme esoteriche di iniziazione – erano protettivi.
Lavoro – Non c’è, né si trova. Si crea: il lavoro, anche del manovale, è creazione.
Legge – Quella di Cristo è la verità. Una cosa da iniziati, per la quale bisogna cioè avere fede. Magari nei diritti umani, checché essi siano.
È in questo suo senso la forza della legge nei paesi antichi, in Cina, in Inghilterra, in Francia. Negli Usa anche, dove il Paese è recente, e la popolazione si rinnova incessantemente, ma la fede è la stessa dei Padri Fondatori. Gli altri hanno bisogno dileggi incessantemente aggiornate, sia pure in forma di costituzioni, e non sono più del manganello.
Parola – È sempre trainante. Se il dilemma dell’uovo o della gallina si applica al linguaggio, l’uovo parola viene senz’altro prima dell’uomo che la articola. Anche oggi che il linguaggio è inespressivo, non significante. È sempre nella tenaglia delle parole: la parola non significante fa l’uso non significante delle parole.
Cosa disse Materazzi a Zidane. Nulla secondo Materazzi, troppo secondo Zidane. “Ogni amplificazione del suono è una modificazione del senso”, Carl Schmitt avvertiva difendendosi a Norimberga. La parola non è l’asino che si attacca a un qualche anello, è l’asino, l’anello, e la corda o la catena.
zeulig@antiit.eu
Amore - È costante nella storia più della natura di Dio e di ogni altra legge morale.
È ritenuto insoddisfacente, ma l’alternativa che si cerca, contrattualistica, è inconsistente. O agghiacciante, dovendo essere coercitiva.
Se assoluto, è invenzione intellettuale. Romantica, ma del genere intellettuale: riflessiva a metà. È il frutto, avvelenato, degli otia, il tramite della dépense – l’uomo non è mai pratico Le donne, e gli uomini politici, ne conoscono invece i limiti.
L’amore assoluto entra nella storia con la nobilitazione della borghesia, insieme con lo sport, il viaggio, la conversazione, e altre superfetazioni. È parte costitutiva dela nobiltà dello spirito, quando ce n’era una.
Angeli – Non volano. Appaiono.
Dio – Originariamente quello morto, quello di Nietzsche, era il Dio cristiano. Quello che muore da qualche tempo è il mondo in realtà: la morte di Dio è la morte del mondo. Per disappetenza, più che altro: la disperazione da sazietà è un po’ confusa.
Diritti – Si fanno valere contro lo Stato ma li fa valere lo Stato. Possono valere contro gli usi, la tradizione, la mentalità, contro la discriminazione razziale, o sessuale, o naturale (animali, piante), ma sempre in ultima istanza contro lo Stato: i diritti sono degli individui, anche quelli di genere e razziali. C’è in questo una contraddizione, che fa capire l’insufficienza che l’epoca dei diritti presenta per le libertà, anche se non la spiega.
Resta ancora da risolvere il problema dello Stato.
Fede – Si crede sempre, anche quando non si crede. La più profonda depressione, il rifiuto più radicale del mondo, si genera ed è possibile nel suo alveo. Si crede anche nell’annullamento d sé, che è un atto di grande disperata volontà.
Se è un imprinting, è il più solido e universale. O non è la forma della mente? Il meccanismo della vita della mente, un altro modo di dire la sopravvivenza
O è nella natura delle cose – Jünger: “Il visibile contiene tutti i segni che conducono all’invisibile”.
Immortali – Sono le cellule dei tumori del sangue, e per questo mortali.
Iniziazione – È l’ingresso alle forme della vita non familiari. Altrettanto “naturali” che la famiglia, ma non protette dalla corazza natale: il sesso, il lavoro, il potere – si potrebbe parlarne in termini di totem e tabù, ma ormai a nessun fine, giusto per parlarne.
Si forma se c’è la predisposizione, un nucleo di fede originario – di credenze, sentimenti, intuizioni.
È necessario che avvenga con procedure buone (riconosciute, favorevoli), altrimenti una parte notevole dell’esperienza viene impedita, o cade nel rifiuto e la deiezione. I vecchi esami di maturità - le forme esoteriche di iniziazione – erano protettivi.
Lavoro – Non c’è, né si trova. Si crea: il lavoro, anche del manovale, è creazione.
Legge – Quella di Cristo è la verità. Una cosa da iniziati, per la quale bisogna cioè avere fede. Magari nei diritti umani, checché essi siano.
È in questo suo senso la forza della legge nei paesi antichi, in Cina, in Inghilterra, in Francia. Negli Usa anche, dove il Paese è recente, e la popolazione si rinnova incessantemente, ma la fede è la stessa dei Padri Fondatori. Gli altri hanno bisogno dileggi incessantemente aggiornate, sia pure in forma di costituzioni, e non sono più del manganello.
Parola – È sempre trainante. Se il dilemma dell’uovo o della gallina si applica al linguaggio, l’uovo parola viene senz’altro prima dell’uomo che la articola. Anche oggi che il linguaggio è inespressivo, non significante. È sempre nella tenaglia delle parole: la parola non significante fa l’uso non significante delle parole.
Cosa disse Materazzi a Zidane. Nulla secondo Materazzi, troppo secondo Zidane. “Ogni amplificazione del suono è una modificazione del senso”, Carl Schmitt avvertiva difendendosi a Norimberga. La parola non è l’asino che si attacca a un qualche anello, è l’asino, l’anello, e la corda o la catena.
zeulig@antiit.eu
Rutelli contadino polacco
Vanno ormai in ordine sparso, i cattolici del Partito democratico, perplessi su ogni aspetto della attualità, non solo più sula gestione del partito. Divisi sulla questione Englaro e perfino sul testamento biologico, su Napoli, sulla giustizia, dopo gli ultimi recenti affondi contro di loro, e su Casini, che riemerge al loro orizzonte. Non parlano, e questo indicherebbe che sono più allo sbando che combattivi, perplessi sul Pd ma più ancora sulla loro rappresentatività, che pure fino a un paio di anni fa era cospicua.
Nel loro seguito si respira aria di smobilitazione: non pochi cercano collocazione. Qualcuno con Veltroni direttamente, qualcuno con Casini, e qualcuno con Lombardo. Perseguitati dal ricordo, malinconico più che ironico, dei cattolici comunisti che il sovietismo polacco si apparentava come Partito dei contadini. Giusto per poter dire la Dieta pluralista. La depressione è tale che nessuno ricorda che quella Polonia aveva in seno, per dire, il futuro Giovanni Paolo II, che poi sbaragliò il sistema comunista, praticamente da solo.
Rutelli appare, e non lo nega, il più disperato di tutti. Combattivo - è il solo - ma sulla difensiva e, si vede, poco convinto. Scomparsi sono i Fioroni, Marini, Bindi - è scomparso peraltro pure Parisi, che se si vuole un ulivista e non un ex Dc. Rutelli è in posizione difficile per via dei giudici, e della gestione del Pd. Da presidente del Copasir deve giudicare gli atti del De Magistris che da Napoli ne chiede il rinvio a giudizio. Vorrebbe poterne dire male, ma dovrebbe essere sostenuto dal Partito. E il Partito, come ha sperimentato personalmente ad aprile contro Alemanno, non è affidabile, nessuna solidarietà, in nessuna forma, gli è pervenuta.
Nel loro seguito si respira aria di smobilitazione: non pochi cercano collocazione. Qualcuno con Veltroni direttamente, qualcuno con Casini, e qualcuno con Lombardo. Perseguitati dal ricordo, malinconico più che ironico, dei cattolici comunisti che il sovietismo polacco si apparentava come Partito dei contadini. Giusto per poter dire la Dieta pluralista. La depressione è tale che nessuno ricorda che quella Polonia aveva in seno, per dire, il futuro Giovanni Paolo II, che poi sbaragliò il sistema comunista, praticamente da solo.
Rutelli appare, e non lo nega, il più disperato di tutti. Combattivo - è il solo - ma sulla difensiva e, si vede, poco convinto. Scomparsi sono i Fioroni, Marini, Bindi - è scomparso peraltro pure Parisi, che se si vuole un ulivista e non un ex Dc. Rutelli è in posizione difficile per via dei giudici, e della gestione del Pd. Da presidente del Copasir deve giudicare gli atti del De Magistris che da Napoli ne chiede il rinvio a giudizio. Vorrebbe poterne dire male, ma dovrebbe essere sostenuto dal Partito. E il Partito, come ha sperimentato personalmente ad aprile contro Alemanno, non è affidabile, nessuna solidarietà, in nessuna forma, gli è pervenuta.
martedì 3 febbraio 2009
Un Corallo per Cabello
È il “Corallo” delle feste, la grande narrativa Einaudi. Che inaugura la letteratura senza parole. In avvertenza spiegando: “Alessandro Baricco ha scritto la sua Intervista Impossibile insieme a Victoria Cabello, immaginando che a condurre l’Intervista sul palco fosse la stessa Cabello, storica veejay di Mtv e uno dei volti giovani più apprezzati della televisione italiana. Victoria Cabello è stata una delle Iene dell’omonimo programma televisivo e ha condotto un’edizione del festival di Sanremo. Attualmente su Mtv è la padrona di casa del talk show Very Victoria”.
Nient’altro di losco tra i due. E comunque lei non ha colpa. Forse è la stessa che a Sanremo un paio d'anni fa si faceva adorare i piedi da uno stravolto Travolta, una che fa professione di spirito, mordace, salace, audace eccetera.
Baricco e Cabello scelgono, dunque sono secondo la bandella, Rossini.
Baricco-Cabello e altri, Corpo a corpo. Interviste impossibili, Einaudi, I Coralli, pp. 220, € 16
Nient’altro di losco tra i due. E comunque lei non ha colpa. Forse è la stessa che a Sanremo un paio d'anni fa si faceva adorare i piedi da uno stravolto Travolta, una che fa professione di spirito, mordace, salace, audace eccetera.
Baricco e Cabello scelgono, dunque sono secondo la bandella, Rossini.
Baricco-Cabello e altri, Corpo a corpo. Interviste impossibili, Einaudi, I Coralli, pp. 220, € 16
Berlusconi vuole Fiat in ginocchio
Non solo gennaio e febbraio, anche marzo dovrà essere un mese apocalittico per la Fiat. Le vendite, che a gennaio sono diminuite di un terzo rispetto al già asfittico gennaio 2008, a febbraio si dimezzeranno. E a marzo chissà, anche la Fiat dovrà mordere la polvere, e dichiararsi come le altre case in rosso profondo. A quel punto, forse, Berlusconi prenderà i provvedimenti che sempre si annunciano e si rinviano per l’industria automobilistica, che più o meno sono quelli che si prendono ogni paio d’anni dal 1996. Non ci vuole la sfera di cristallo per sapere che il prossimo consiglio dei ministri non varerà l’annunciata rottamazione delle Euro 1 e Euro 2. E probabilmente nemmeno il successivo. Del resto, i collaboratori non ne fanno un mistero, e altra gente comunque all’orecchio di Palazzo Chigi, un po’ perplessi, un po’ incuriositi dalla forza delle passioni in politica. Berlusconi, nonché viaggiare in Audi, vuole la Fiat il crisi, l’amico-nemico di una vita, che col giovane Elkann e il non più giovane Montezemolo lo ha da ultimo sfidato perfino in campo politico, nel campo centrista che è un po’ il suo feudo. E poco importa che un mondo complesso, industriale, commerciale e finanziario, si fermi e arretri, perda reddito a aggravi le casse sociali, Berlusconi vuole la sua vendetta. Si trincera dietro l’Unione europea, ma per dileggio: tutti sanno che non c’è un piano europeo e non ci sarà. Il presidente del consiglio, solitamente piacione, è ora beffardo e cinico, e vuole anche mostrarsi tale.
L’Italia, come si sa, è l’unico paese europeo che non ha varato sostegni al mercato dell’auto.
Il governo tedesco ha salvato tre mesi fa la Opel, che ora è in grado di fare un concorrenza straordinaria alla Fiat sugli stessi segmenti economici. In Francia Sarkozy ha varato le sue misure due mesi fa, e così il mercato dell’auto si è contratto a gennaio solo del 7 per cento, contro il meno 32 per cento dell’Italia. La Spagna, altro grande produttore di automobili, pu essendo in una situazione finanziaria gravissima e prossima alla bancarotta, è riuscita con i sussidi a limitare il calo di mercato al 4 per cento. Dopo il bagno di dodici mesi fa, certo, la sola cosa che Berlusconi invidierà a Zapatero.
L’Italia, come si sa, è l’unico paese europeo che non ha varato sostegni al mercato dell’auto.
Il governo tedesco ha salvato tre mesi fa la Opel, che ora è in grado di fare un concorrenza straordinaria alla Fiat sugli stessi segmenti economici. In Francia Sarkozy ha varato le sue misure due mesi fa, e così il mercato dell’auto si è contratto a gennaio solo del 7 per cento, contro il meno 32 per cento dell’Italia. La Spagna, altro grande produttore di automobili, pu essendo in una situazione finanziaria gravissima e prossima alla bancarotta, è riuscita con i sussidi a limitare il calo di mercato al 4 per cento. Dopo il bagno di dodici mesi fa, certo, la sola cosa che Berlusconi invidierà a Zapatero.
I viaggi nella memoria della non vita
Le storie della vita che sfianca sono viaggi. Magris usa magistralmente questo topos perfino ovvio, nei racconti come nei racconti di viaggi, “Danubio” e “L’infinito viaggiare”. Non vite però, queste dei racconti, di personaggi supponenti e mediocri: Enrico Mreule qui, l’amico di Michelstaedter, che si segnala per aver lasciato a Carlo l’improvvida pistola.
Magris costruisce un monumento alla memoria di uno che risulta aver corso l’avventura in Patagonia, mentre la Patagonia ha guardato da lontano, e più di metà della vita ha passato semimuto a piedi scalzi, lo zimbello del paese. Un tipo non mitteleuropeo ma tedesco, Magris lo condivide per certi aspetti con Svevo ma non con Joseph Roth: vago e determinato. Uno che ama i Lieder e disprezza l’opera, e l’italiano, la sua lingua quotidiana, dice “conciliante e insolvente”, mentre il tedesco è, col greco, “l’unica lingua”.
Di tali personaggi, di Mreule come del generale Krassnov di “Illazioni”, Magri estrae l'io interiore, a volte possessivo (“Illazioni”), a volte divorante, come lo è stato per i fratelli Michelstaedter, anche senza la pistola. Nel caso di Mreule, piccolo barabba della piccola Salvore, oggi Savudrije, uno strambo tollerato, al tempo del fascismo, poi dei titini, infine dei croati. Lo estrae con naturalezza, dalle vite segrete e incolori, come se esse si imponessero allo scrittore. È tutto molto moderno, contemporaneo, questo essere del non essere. Ma il germanesimo è nel caso calzante, anche in biografie a esso estranee, se questo io interiore è invenzione di Lutero, agostiniano integrale.
Incidentalmente è citato Girolamo Vitelli, il papirologo con cui Michelstaedter ha studiato la retorica a Firenze. Un incontro immaginifico ma perduto nella narrazione, sia qui per Magris, che per Luciano Canfora, l’altro filologo grande narratore, che incontra spesso Vitelli nella sua monumentale biografia di Goffredo Coppola (“Il papiro di Dongo”), ma non Carlo.
Magris, Un altro mare
Magris costruisce un monumento alla memoria di uno che risulta aver corso l’avventura in Patagonia, mentre la Patagonia ha guardato da lontano, e più di metà della vita ha passato semimuto a piedi scalzi, lo zimbello del paese. Un tipo non mitteleuropeo ma tedesco, Magris lo condivide per certi aspetti con Svevo ma non con Joseph Roth: vago e determinato. Uno che ama i Lieder e disprezza l’opera, e l’italiano, la sua lingua quotidiana, dice “conciliante e insolvente”, mentre il tedesco è, col greco, “l’unica lingua”.
Di tali personaggi, di Mreule come del generale Krassnov di “Illazioni”, Magri estrae l'io interiore, a volte possessivo (“Illazioni”), a volte divorante, come lo è stato per i fratelli Michelstaedter, anche senza la pistola. Nel caso di Mreule, piccolo barabba della piccola Salvore, oggi Savudrije, uno strambo tollerato, al tempo del fascismo, poi dei titini, infine dei croati. Lo estrae con naturalezza, dalle vite segrete e incolori, come se esse si imponessero allo scrittore. È tutto molto moderno, contemporaneo, questo essere del non essere. Ma il germanesimo è nel caso calzante, anche in biografie a esso estranee, se questo io interiore è invenzione di Lutero, agostiniano integrale.
Incidentalmente è citato Girolamo Vitelli, il papirologo con cui Michelstaedter ha studiato la retorica a Firenze. Un incontro immaginifico ma perduto nella narrazione, sia qui per Magris, che per Luciano Canfora, l’altro filologo grande narratore, che incontra spesso Vitelli nella sua monumentale biografia di Goffredo Coppola (“Il papiro di Dongo”), ma non Carlo.
Magris, Un altro mare
sabato 31 gennaio 2009
L'opinione pubblica in epoca plebiscitaria (2)
(Il testo seguente, sulla sostituzione della “tecnica” alla “politica” nell’informazione in regime plebiscitario, si leggeva nel 1932, al § 74, di “Der Arbeiter” di Ernst Jünger – testo da Jünger riproposto nel 1963, su insistenza di Heidegger (tradotto per ultimo da Guanda nel 2004))
L’offensiva contro l’indipendenza della stampa è una forma specifica dell’offensiva contro l’individuo borghese. Non può dunque essere condotta dai partiti, ma solo da un tipo di umanità che ha perso il gusto di questo genere d’indipendenza. Bisogna essere molto coscienti che la censura resta un mezzo insufficiente e che può anche favorire un affinamento e una cattiveria accresciuta dello stile individualista. Tuttavia il tipo(1) dispone di mezzi più estesi di quelli che lo Stato dominante tenta d’impiegare per difendersi quando ha fatto il suo tempo. Piuttosto che utilizzare la possibilità d’impadronirsi dei grandi mezzi d’informazione, trae profitto dallo stile con cui si esprime l’opinione individuale, che tende a diventare noioso e sorpassato. Quando si apre per caso una collezione di giornali degli anni 1830, meraviglia la quantità infinitamente superiore di sostanza che vi si esprime giorno dopo giorno. In questi articoli vive ancora qualcosa del vecchio artigianato.
In questo contesto, si assiste a due fenomeni molto istruttivi: da una parte la decadenza dell’editoriale e della critica, dall’altra l’interesse crescente per quelle rubriche in cui, come nella parte consacrata allo sport, le differenze di opinione individuale giocano un ruolo molto più ridotto – lo stesso l’interesse per le foto. Questo interesse si indirizza all’uso di mezzi particolarmente propri al tipo.
Si spera che una lingua precisa e univoca sarà utilizzata, uno stile fattuale di natura matematica adatto al XXmo secolo. Il giornalista appare in questo spazio come un sostenitore del carattere specializzato del lavoro, i cui compiti sono definiti e circoscritti dal carattere totale del lavoro, e quindi dallo Stato che ne è il rappresentante. All’interno di questo spazio univoco, i simboli sono di natura oggettiva, e l’opinione pubblica non vi è l’opinione di una massa composta da individui, ma il sentimento vitale di un mondo molto chiuso, molto uniforme. Ciò che affascina, è molto meno il punto di vista dell’osservatore che la cosa o l’avvenimento stesso, e di conseguenza si chiede all’informazione di comunicare il sentimento della presenza immediata nel tempo e nello spazio.
La coscienza morale del giornalista risiede qui in un massimo di esattezza descrittiva. Si manifesta con una precisione di stile che testimonia che la pretesa di effettuare un lavoro intellettuale ricopre più di un solo modo di parlare. Il fatto decisivo è qui, come abbiamo detto, che l’individuo borghese è sostituito dal tipo. E come era del tutto indifferentemente che l’individuo preso isolatamente si comportasse da conservatore o da rivoluzionario, la semplice apparizione del tipo apporta un consolidamento del mondo del lavoro, quale che sia il campo in cui interviene.
Questa apparizione coincide con un certo stadio dei mezzi tecnici, appropriato. È solo per il tipo che l’uso di questi mezzi possiede il senso di un atto di dominio. Come il giornalista cessa di essere un individuo borghese per trasformarsi in tipo, così la stampa cessa di essere un organo della libertà d’opinione per divenire l’organo di un mondo del lavoro univoco e rigoroso.
Questo s’intravede nella maniera diversa come si leggono oggi i giornali. Il giornale non ha più una cerchia di lettori nel senso antico, e si può riprendere a proposito della trasformazione del suo pubblico ciò che si è detto del pubblico del teatro e del cinema. Anche la lettura non si accorda più col concetto di svago: essa presenta piuttosto i segni del carattere specializzato del lavoro. Ciò si vede chiarissimamente nei posti dove si possono osservare i lettori, i trasporti in comune, il cui utilizzo costituisce già una forma di lavoro. S’indovina osservandoli n’atmosfera insieme vigile e istintiva, che ben si adatta a un servizio d’informazione di precisione e rapidità estreme. Si vuole avvertire mentre si legge l’impressione che il mondo si trasforma, ma questa trasformazione resta nello stesso tempo costante, nel senso di un’alternanza di segnali multicolori che si sorvolano rapidamente. Sono informazioni all’interno di uno spazio in cui l’avvenimento si distingue come una presenza di cui ogni atomo è colpito con la velocità di una corrente elettrica. È evidente che tutto ciò che è individuale vi è risentito sempre più come assurdo. Bisogna anche ammettere che la diversità degli organi d’informazione tende a confondersi, almeno nella misura in cui riposa sulle differenza tra i partiti o tra la città e la campagna.
(continua)
(1)Il termine tipo, e gli analoghi figura, totale, costruzione organica, sono usati da Jünger “anarca” di quegli anni nel senso esoterico della “legge del sigillo” di Salomone o “legge dell’esagramma”, simboleggiata dalla stella a sei punte, che tratta della corrispondenza degli opposti (v. Fulvio Rendhell, Trattato di alta magia, p.87). Nell’appendice Jünger spiega in nota: “Il grado di riuscita nell’utilizzo di concetti organici come figura, tipo, costruzione organica, totale, si misura dal modo con cui essi si utilizzano secondo la legge del sigillo e dell’impronta. Il modo di utilizzo non è in piano, è verticale. Così, ogni grandezza in seno alla gerarchia ha una figura ed è nello stesso tempo espressione della figura. In questo contesto interviene anche una luce particolare sull’identità della potenza e della rappresentazione. Si riconosce inoltre il tipo dal fatto che può dispiegare una vita propria, che può cioè crescere.
Questi concetti sono delle note per aiutare la comprensione, non sono essi che ci importano. Si può senz’altro dimenticarli o accantonarli una volta che siano stati utilizzati come grandezza di lavoro per capire una certa realtà che sussiste malgrado e aldilà di ogni concetto. Questa realtà dev’essere interamente distinta dalla sua descrizione: il lettore deve vedere attraverso la descrizione come attraverso un sistema ottico”.
L’offensiva contro l’indipendenza della stampa è una forma specifica dell’offensiva contro l’individuo borghese. Non può dunque essere condotta dai partiti, ma solo da un tipo di umanità che ha perso il gusto di questo genere d’indipendenza. Bisogna essere molto coscienti che la censura resta un mezzo insufficiente e che può anche favorire un affinamento e una cattiveria accresciuta dello stile individualista. Tuttavia il tipo(1) dispone di mezzi più estesi di quelli che lo Stato dominante tenta d’impiegare per difendersi quando ha fatto il suo tempo. Piuttosto che utilizzare la possibilità d’impadronirsi dei grandi mezzi d’informazione, trae profitto dallo stile con cui si esprime l’opinione individuale, che tende a diventare noioso e sorpassato. Quando si apre per caso una collezione di giornali degli anni 1830, meraviglia la quantità infinitamente superiore di sostanza che vi si esprime giorno dopo giorno. In questi articoli vive ancora qualcosa del vecchio artigianato.
In questo contesto, si assiste a due fenomeni molto istruttivi: da una parte la decadenza dell’editoriale e della critica, dall’altra l’interesse crescente per quelle rubriche in cui, come nella parte consacrata allo sport, le differenze di opinione individuale giocano un ruolo molto più ridotto – lo stesso l’interesse per le foto. Questo interesse si indirizza all’uso di mezzi particolarmente propri al tipo.
Si spera che una lingua precisa e univoca sarà utilizzata, uno stile fattuale di natura matematica adatto al XXmo secolo. Il giornalista appare in questo spazio come un sostenitore del carattere specializzato del lavoro, i cui compiti sono definiti e circoscritti dal carattere totale del lavoro, e quindi dallo Stato che ne è il rappresentante. All’interno di questo spazio univoco, i simboli sono di natura oggettiva, e l’opinione pubblica non vi è l’opinione di una massa composta da individui, ma il sentimento vitale di un mondo molto chiuso, molto uniforme. Ciò che affascina, è molto meno il punto di vista dell’osservatore che la cosa o l’avvenimento stesso, e di conseguenza si chiede all’informazione di comunicare il sentimento della presenza immediata nel tempo e nello spazio.
La coscienza morale del giornalista risiede qui in un massimo di esattezza descrittiva. Si manifesta con una precisione di stile che testimonia che la pretesa di effettuare un lavoro intellettuale ricopre più di un solo modo di parlare. Il fatto decisivo è qui, come abbiamo detto, che l’individuo borghese è sostituito dal tipo. E come era del tutto indifferentemente che l’individuo preso isolatamente si comportasse da conservatore o da rivoluzionario, la semplice apparizione del tipo apporta un consolidamento del mondo del lavoro, quale che sia il campo in cui interviene.
Questa apparizione coincide con un certo stadio dei mezzi tecnici, appropriato. È solo per il tipo che l’uso di questi mezzi possiede il senso di un atto di dominio. Come il giornalista cessa di essere un individuo borghese per trasformarsi in tipo, così la stampa cessa di essere un organo della libertà d’opinione per divenire l’organo di un mondo del lavoro univoco e rigoroso.
Questo s’intravede nella maniera diversa come si leggono oggi i giornali. Il giornale non ha più una cerchia di lettori nel senso antico, e si può riprendere a proposito della trasformazione del suo pubblico ciò che si è detto del pubblico del teatro e del cinema. Anche la lettura non si accorda più col concetto di svago: essa presenta piuttosto i segni del carattere specializzato del lavoro. Ciò si vede chiarissimamente nei posti dove si possono osservare i lettori, i trasporti in comune, il cui utilizzo costituisce già una forma di lavoro. S’indovina osservandoli n’atmosfera insieme vigile e istintiva, che ben si adatta a un servizio d’informazione di precisione e rapidità estreme. Si vuole avvertire mentre si legge l’impressione che il mondo si trasforma, ma questa trasformazione resta nello stesso tempo costante, nel senso di un’alternanza di segnali multicolori che si sorvolano rapidamente. Sono informazioni all’interno di uno spazio in cui l’avvenimento si distingue come una presenza di cui ogni atomo è colpito con la velocità di una corrente elettrica. È evidente che tutto ciò che è individuale vi è risentito sempre più come assurdo. Bisogna anche ammettere che la diversità degli organi d’informazione tende a confondersi, almeno nella misura in cui riposa sulle differenza tra i partiti o tra la città e la campagna.
(continua)
(1)Il termine tipo, e gli analoghi figura, totale, costruzione organica, sono usati da Jünger “anarca” di quegli anni nel senso esoterico della “legge del sigillo” di Salomone o “legge dell’esagramma”, simboleggiata dalla stella a sei punte, che tratta della corrispondenza degli opposti (v. Fulvio Rendhell, Trattato di alta magia, p.87). Nell’appendice Jünger spiega in nota: “Il grado di riuscita nell’utilizzo di concetti organici come figura, tipo, costruzione organica, totale, si misura dal modo con cui essi si utilizzano secondo la legge del sigillo e dell’impronta. Il modo di utilizzo non è in piano, è verticale. Così, ogni grandezza in seno alla gerarchia ha una figura ed è nello stesso tempo espressione della figura. In questo contesto interviene anche una luce particolare sull’identità della potenza e della rappresentazione. Si riconosce inoltre il tipo dal fatto che può dispiegare una vita propria, che può cioè crescere.
Questi concetti sono delle note per aiutare la comprensione, non sono essi che ci importano. Si può senz’altro dimenticarli o accantonarli una volta che siano stati utilizzati come grandezza di lavoro per capire una certa realtà che sussiste malgrado e aldilà di ogni concetto. Questa realtà dev’essere interamente distinta dalla sua descrizione: il lettore deve vedere attraverso la descrizione come attraverso un sistema ottico”.
Mitteleuropa ossessionata da Mosca
Nella crisi, un ponte utile sarebbe con Mosca. Che ha molti beni primari, e questa volta mostra di regge meglio al crollo, rispetto a dieci anni fa, dei prezzi delle fonti di energia. Ma mezza Europa non parla con Mosca. La Polonia in primis, che è quella che più ne avrebbe da guadagnare: i governi di Varsavia, di destra o di sinistra, preferiscono invece fare la sentinella armata di un improbabile Occidente alla frontiera con la Russia. Il complesso Ucraina è ancora forte presso tutti i paesi della ex sfera sovietica. Per superarlo Putin ha fatto accettare da Gazprom un compromesso per il gas oneroso, e presto insostenibile, ma senza effetti di rilievo: la Mitteleuropa si ricostituisce e si rinsalda quotidianamente in un qualche motivo di attrito con Mosca, quella della Russia è una ossessione insuperabile a Est. Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria vivono esse pure come se gli eserciti di Mosca fossero sempre pronti ad aggredire.
In Ungheria Mosca sta procedendo al secondo salvataggio di Malev, la linea aerea, con Aeroflot dopo gli Abramovich, e a condizioni estremamente più favorevoli alla compagnia ungherese rispetto a quelle che air France prevedeva per esempio per Alitalia, ma è un intervento risentito come una ingerenza. Per il gas ritorna il progetto Nabucco, di portare in Europa il gas del bacino del Caspio con una condotta che attraversi una diecina di paesi ma non la Russia - progetto da cui anche Teheran si è defilata. E si fantastica di progetti nucleari per i quali nessuno ha nemmeno un percento delle risorse che sarebbero necessarie.
Ma è l’Europa nel suo complesso che non può dialogare con Mosca. Per la Merkel furiosa che non vuole. Il cancelliere Merkel, molto pragmatica in tutto, è insofferente a Mosca. Si dice perché Mosca ha come consigliere per l’energia l’ex cancelliere socialista Schröder, da lei sconfitto quattro anni fa. Ma non è questo, Angela Merkel odia Mosca a fiuto, a pelle, in quanto ex della Germania Est. La diplomazia europea è stata congelata per la sua insofferenza. E anche gli affari, quelli tedeschi. Le società del gas, E.on e Ruhrgas, la Siemens, il Deutsche Bahn ci vedono l’eldorado, un mercato formidabile d approvvigionamento e di sbocco, ma la Merkel gira la testa dall’altro lato.
In Ungheria Mosca sta procedendo al secondo salvataggio di Malev, la linea aerea, con Aeroflot dopo gli Abramovich, e a condizioni estremamente più favorevoli alla compagnia ungherese rispetto a quelle che air France prevedeva per esempio per Alitalia, ma è un intervento risentito come una ingerenza. Per il gas ritorna il progetto Nabucco, di portare in Europa il gas del bacino del Caspio con una condotta che attraversi una diecina di paesi ma non la Russia - progetto da cui anche Teheran si è defilata. E si fantastica di progetti nucleari per i quali nessuno ha nemmeno un percento delle risorse che sarebbero necessarie.
Ma è l’Europa nel suo complesso che non può dialogare con Mosca. Per la Merkel furiosa che non vuole. Il cancelliere Merkel, molto pragmatica in tutto, è insofferente a Mosca. Si dice perché Mosca ha come consigliere per l’energia l’ex cancelliere socialista Schröder, da lei sconfitto quattro anni fa. Ma non è questo, Angela Merkel odia Mosca a fiuto, a pelle, in quanto ex della Germania Est. La diplomazia europea è stata congelata per la sua insofferenza. E anche gli affari, quelli tedeschi. Le società del gas, E.on e Ruhrgas, la Siemens, il Deutsche Bahn ci vedono l’eldorado, un mercato formidabile d approvvigionamento e di sbocco, ma la Merkel gira la testa dall’altro lato.
Non si può dire ma è bancarotta
Sarà detta la crisi del silenzio: è la novità di questa crisi, pure così profonda e manifesta, far finta di nulla. Lo stesso teatrino di Davos, dei grandi interessi, non se lo nasconde. Ma si vuole che il silenzio sia arma migliore contro la crisi. Come se la crisi fosse di fiducia e bastasse rassicurare i consumatori.
Il morbo inglese
Ci sono già sette grandi falliti in Europa, otto con Londra. Col Giappone che per la prima volta va in rosso, e manda in rosso le miracolose Sony e Toyota. Mentre gli Stati Uniti, il motore dell’economia globale, dove la produzione è un buco nero, stanno in piedi per il miracoloso Obama. Per lo svuotamente di quasi tutte le grandi banche, tra mutui e futures. E perché quella dei mutui non è una questione tecnica: la partita di giro immobiliare è quella ce tiene su tutte le economie, in tutti i settori, finanza, industrie (edilizia e tutti i materiali, edili, mobili, infissi, arredamento), commemrcio.
Sei paesi sono tecnicamente falliti, Islanda, Irlanda, Grecia, Ungheria, i paesi baltici. La Gran Bretagna è più solida ma non se la passa meglio. La sterlina è ai minimi, e ci sono liti per un posto di lavoro, la guerra agli italiani della raffineria non è jingoismo. La situazione è tanto più preoccupante in quanto il governo britannico non conta nulla: il primo ministro Brown, che a settembre aveva rimproverato il ministro del Tesoro americano Paulson per l’insufficienza del piano di rilancio dell’economia, ha speso tutto senza ottenere niente.
Presi i soldi del governo per evitare il fallimento, la Royal Bank of Scotòland fa campagna contro lo stesso governo, che non si impicci – una banca che era riuscita a fare un debito di duecento miliardi di sterline, in un solo anno!, solo due anni fa, quando già i mercati scricchiolavano. Si dice il sistema finanziario europeo relativamente al riparo dalla bancarotta americana, ma ciò non è vero, perché Londra è in Europa. Rbs, per dire, infetta le banche olandesi, e tutte insieme infettano la Germania e l’Italia. Ma in Europa soprattutto lo stordimento è forte, e la reazione lenta, e inadeguata: Bruxelles aspetta i governi, i governi aspettano Bruxelles, e dopo è tardi - già ora lo è.
Istituzioni dannose
Piace dire che questa crisi non sarà come le altre perché le istituzioni ne hanno coscienza e sono attrezzate. Ma è vero in parte, le istituzioni sono inerti. Impacciati gli Usa, per il passaggio dei poteri, e per il bisogno del neo presidente di caratterizzarsi politicamente - Obama per ora pensa ai poveri e non all’economia. Del tutto inutili, e forse dannose, le istituzioni europee, la banca centrale e la commissione. Come già in Giappone negli anni 1990 la Bce dimostra l’inutilità della politica monetaria basata sul tasso di sconto quando le banche sono tecnicamente fallite. Con un patrimonio cioè che ogni giorni si assottiglia di fronte all’inesigibilità del cattivo credito da esse stesse alimentato. Ci vollero dieci anni per l’economia nipponica per guarire, salvo ricadere nella stessa malattia dieci anni dopo, e non di meno ci vorrà per gli Stati Uniti e per l’Europa.
Il sostegno del reddito non è la social card
In Italia la crisi è come tutto, Eluana, Villari, le piogge, un fatto di potere. La spaventosa soluzione di Alitalia getta brutte ombre sul comparto meccanico. La Fiat lo sa, che cerca la salvezza nel mercato più difficile, gli Usa. Gli Elkann-Montezemolo hanno a lungo contestato Berlusconi, e Berlusconi cerca la sua piccola vendetta, e questo è tutto. Tremonti ha delle idee, e a quanto ha detto finora (piano europeo, bad bank, ricapitalizzazione delle banche) anche molto buone. Ma non può applicarle all’Italia perché con può intervenire sull’industria, per lo scoglio Fiat. Trecento milioni sono nulla. In ritardo sugli altri paesi europei, e dopo che le vendite di gennaio si saranno dimezzate rispetto a quelle, già non alte, di un anno fa, e anche febbraio sarà stato compromesso. Non si fa, il Capo non vuole. E comunque si prospettano cifre irrisorie, da social card, quando la Germania di Angela Merkel ha stanziato già un mese fa 1,5 miliardi per i soli acquisti di auto nuove. Nel quadro di un pacchetto di stimolo di cinquanta miliardi. Con altri due miliardi a garanzia dei debiti Opel. E addirittura ipotizza la crisi come una possibilità di moltiplicare la presenza tedesca sui mercati mondiali. Politicanteria da tempi di crisi, ma è un linguaggio che può permettersi, poiché decide e agisce. Mettendo comunque in costituzione un tetto dello 0,5 per cento del pil all’indebitamento pubblico ogni anno. Grazie al ripianamento, dopo vent’anni, del debito della Germania Est.
Consolidare il debito
Nulla del genere può permettersi l’Italia. Ma il tempo sarebbe maturo, e la crisi propizia, a una qualche forma di consolidamento del debito, senza la quale l’Italia non potrà mai sopravvivere e rilanciarsi, meno che mai in una crisi mondiale così grave. Con la crisi che durerà dieci anni non c'è altra remissione possibile dal debito, e talvolta conviene anticipare le soluzioni - giocare di anticipo. Roba da vero governo, quindi fuori dal dibattito di idee, nonché dalla cose da fare. Ma pure sull’ordinaria amministrazione il governo vivacchia, preso dalle intercettazioni, da De Magistris e da Villari.
Non si interviene sul reddito, se non per le cifre ridicole della social card, e non alla produzione. Si parla di restrizione ulteriori ai pensionamenti mentre invece la previdenza sarebbe utilissima come sostegno al reddito: più pensionamenti, anche a condizioni di minor favore, senza divieti di cumulo dei redditi, per liberare risorse nelle imprese, e lavoro giovane.
Il morbo inglese
Ci sono già sette grandi falliti in Europa, otto con Londra. Col Giappone che per la prima volta va in rosso, e manda in rosso le miracolose Sony e Toyota. Mentre gli Stati Uniti, il motore dell’economia globale, dove la produzione è un buco nero, stanno in piedi per il miracoloso Obama. Per lo svuotamente di quasi tutte le grandi banche, tra mutui e futures. E perché quella dei mutui non è una questione tecnica: la partita di giro immobiliare è quella ce tiene su tutte le economie, in tutti i settori, finanza, industrie (edilizia e tutti i materiali, edili, mobili, infissi, arredamento), commemrcio.
Sei paesi sono tecnicamente falliti, Islanda, Irlanda, Grecia, Ungheria, i paesi baltici. La Gran Bretagna è più solida ma non se la passa meglio. La sterlina è ai minimi, e ci sono liti per un posto di lavoro, la guerra agli italiani della raffineria non è jingoismo. La situazione è tanto più preoccupante in quanto il governo britannico non conta nulla: il primo ministro Brown, che a settembre aveva rimproverato il ministro del Tesoro americano Paulson per l’insufficienza del piano di rilancio dell’economia, ha speso tutto senza ottenere niente.
Presi i soldi del governo per evitare il fallimento, la Royal Bank of Scotòland fa campagna contro lo stesso governo, che non si impicci – una banca che era riuscita a fare un debito di duecento miliardi di sterline, in un solo anno!, solo due anni fa, quando già i mercati scricchiolavano. Si dice il sistema finanziario europeo relativamente al riparo dalla bancarotta americana, ma ciò non è vero, perché Londra è in Europa. Rbs, per dire, infetta le banche olandesi, e tutte insieme infettano la Germania e l’Italia. Ma in Europa soprattutto lo stordimento è forte, e la reazione lenta, e inadeguata: Bruxelles aspetta i governi, i governi aspettano Bruxelles, e dopo è tardi - già ora lo è.
Istituzioni dannose
Piace dire che questa crisi non sarà come le altre perché le istituzioni ne hanno coscienza e sono attrezzate. Ma è vero in parte, le istituzioni sono inerti. Impacciati gli Usa, per il passaggio dei poteri, e per il bisogno del neo presidente di caratterizzarsi politicamente - Obama per ora pensa ai poveri e non all’economia. Del tutto inutili, e forse dannose, le istituzioni europee, la banca centrale e la commissione. Come già in Giappone negli anni 1990 la Bce dimostra l’inutilità della politica monetaria basata sul tasso di sconto quando le banche sono tecnicamente fallite. Con un patrimonio cioè che ogni giorni si assottiglia di fronte all’inesigibilità del cattivo credito da esse stesse alimentato. Ci vollero dieci anni per l’economia nipponica per guarire, salvo ricadere nella stessa malattia dieci anni dopo, e non di meno ci vorrà per gli Stati Uniti e per l’Europa.
Il sostegno del reddito non è la social card
In Italia la crisi è come tutto, Eluana, Villari, le piogge, un fatto di potere. La spaventosa soluzione di Alitalia getta brutte ombre sul comparto meccanico. La Fiat lo sa, che cerca la salvezza nel mercato più difficile, gli Usa. Gli Elkann-Montezemolo hanno a lungo contestato Berlusconi, e Berlusconi cerca la sua piccola vendetta, e questo è tutto. Tremonti ha delle idee, e a quanto ha detto finora (piano europeo, bad bank, ricapitalizzazione delle banche) anche molto buone. Ma non può applicarle all’Italia perché con può intervenire sull’industria, per lo scoglio Fiat. Trecento milioni sono nulla. In ritardo sugli altri paesi europei, e dopo che le vendite di gennaio si saranno dimezzate rispetto a quelle, già non alte, di un anno fa, e anche febbraio sarà stato compromesso. Non si fa, il Capo non vuole. E comunque si prospettano cifre irrisorie, da social card, quando la Germania di Angela Merkel ha stanziato già un mese fa 1,5 miliardi per i soli acquisti di auto nuove. Nel quadro di un pacchetto di stimolo di cinquanta miliardi. Con altri due miliardi a garanzia dei debiti Opel. E addirittura ipotizza la crisi come una possibilità di moltiplicare la presenza tedesca sui mercati mondiali. Politicanteria da tempi di crisi, ma è un linguaggio che può permettersi, poiché decide e agisce. Mettendo comunque in costituzione un tetto dello 0,5 per cento del pil all’indebitamento pubblico ogni anno. Grazie al ripianamento, dopo vent’anni, del debito della Germania Est.
Consolidare il debito
Nulla del genere può permettersi l’Italia. Ma il tempo sarebbe maturo, e la crisi propizia, a una qualche forma di consolidamento del debito, senza la quale l’Italia non potrà mai sopravvivere e rilanciarsi, meno che mai in una crisi mondiale così grave. Con la crisi che durerà dieci anni non c'è altra remissione possibile dal debito, e talvolta conviene anticipare le soluzioni - giocare di anticipo. Roba da vero governo, quindi fuori dal dibattito di idee, nonché dalla cose da fare. Ma pure sull’ordinaria amministrazione il governo vivacchia, preso dalle intercettazioni, da De Magistris e da Villari.
Non si interviene sul reddito, se non per le cifre ridicole della social card, e non alla produzione. Si parla di restrizione ulteriori ai pensionamenti mentre invece la previdenza sarebbe utilissima come sostegno al reddito: più pensionamenti, anche a condizioni di minor favore, senza divieti di cumulo dei redditi, per liberare risorse nelle imprese, e lavoro giovane.
venerdì 30 gennaio 2009
Obama e la democrazia plebiscitaria
Dopo Obama e la sorpresa americana, la capacità dell’America di rinnovarsi, grande è il cruccio in Italia per la politica stantia. Dove però, anche se Sartori non lo sa, lo scienziato americanista, la novità c’è da tempo, ed è impersonata da Berlusconi. Col suo partito del presidente. Che Prodi, l’unico che l’abbia capito con Berlusconi, ha copiato, con successo. E Veltroni, copia di Prodi, con insuccesso. L’America è giunta a Barack Obama dopo un trentennio di “partiti del presidente”. Le presidenziali si giocano fra due-tre partiti del presidente, fra chi riesce a stregare i votanti con la campagna elettorale di un anno, e molti outsider hanno vinto, Carter, Reagan e Clinton prima di Obama.
Il fatto è poco percepito in Italia. Dove gli studiosi sanno degli Usa che hanno la costituzione per eccellenza della divisione dei poteri, e per la riforma delle istituzioni in Italia si dibattono fra il semipresidenzialismo francese, in cui la figura carismatica del candidato è ancora mediata e costruita dentro i partiti, o il maggioritario tedesco, dove i partiti e le coalizioni di partiti sono preponderanti. Mentre le ultime cinque campagne elettorali, l’ultimo quindicennio, sono state combattute distintamente fra partiti del presidente. Non per la proprietà dei media (la Mediaset di Berlusconi, la Rai di Prodi) e le carnevalate, ma per l’organizzazione. Tutto come in America. Anzi più che in America: in Italia la organizzazione del consenso su basi plebiscitarie non è la deriva della democrazia monteschieviana dei Padri Fondatori, sensibilissimi alla divisione e al bilanciamento dei poteri, ma un surrogato ai partiti dopo la loro implosione venti anni fa. Una via di fuga affrettata, dopo la fine del Pci per il crollo del comunismo sovietico, e la cancellazione degli altri partiti da parte del partito dei giudici, anche se si pretende una innovazione del sistema costituzionale sotto le insegne dello Stato decisionista, efficiente, e trasparente.
Presidenzialismo interrotto
Feste e talk show incidono, ma in quanto parte di una organizzazione del consenso di distinto tipo plebiscitario: attorno a un personaggio, per il carisma (energie positive, magnetismo, forza) e non per il programma, per consenso diretto e non mediato, ai fini del decisionismo, checché esso voglia dire - per una scienza politica esoterica. Il caso di Obama è da manuale, essendo la più potente creazione fantastica immaginabile, new media inclusi, orchestrata da un establishment (Chicago) che è il cuore duro del capitale americano, ferro e banche, mercato e protezionismo, e non la filantropica Silicon Valley, anche se altrettanto visionaria, seppure agevolata dalla emotività di donne e ragazzi, il 70 per cento degli elettori. I partiti anche in Italia sono macchine elettorali locali, coi loro potenti capoccioni comunali, provinciali, regionali, procacciatori di voti, i vecchi signori delle tessere. E un leader nazionale che di volta in volta li seduce o li coarta. Prodi anzi da questo punto di vista si può dire il migliore americano, ma Berlusconi è durato di più.
L’Italia naturalmente non è l’America. Ma perché si è fermata a metà: all’americanismo totale nei Comuni, le Province e le Regioni, o al presidenzialismo plebiscitario, dimezzato al governo centrale. Una volta eletto, il presidente in America è il numero uno in tutti i sensi, decide, comanda, e si farà rieleggere. In Italia una volta eletto il capo non conta nulla, la presidenza del consiglio dei ministri è residuo sabaudo, quando centro del potere si voleva la corona, e ora e niente. Si è avuto quindi Prodi spazzato via da Bertinotti o Mastella, Berlusconi da Follini (da Follini!).
Ma anche qui Berlusconi ora innova. A sinistra Veltroni ha puntato sulle primarie, l’investitura dal basso per ridurre alla ragione i riottosi e i capataz locali, per ppoi imporre il vecchio centralismo democratico che è il suo habitus mentale, ma ha fallito – praticamente ha fallito. Berlusconi invece va come un rullo compressore. Ponendo la museruola si suoi partitini con la fiducia su ogni votazione che comporti una spesa. Mentre politicamente gioca le sue fazioni l’una contro l’altra, con cinismo anche dichiarato, che capiscano chi comanda.
Il Parlamento irriformabile
È una situazione al limite della costituzionalità, dice il Capo dello Stato. Ma il presidente Napolitano da presidente della Camera ha avuto presente soprattutto l’esigenza di porre rimedio agli eccessi del parlamentarismo, ed è stato probabilmente, grazie all’uso accorso dei regolamenti, il presidente della Camera più “produttiva” della storia della Repubblica - pur essendo ingombra da quotidiani avvisi di reato. Il problema è questo, il fatto è noto, se ne discute da oltre vent’anni, e non è solubile: il Parlamento, che ha “americanizzato” rapidamente e con larghe maggioranze gli enti locali, non ne vuole sapere di “americanizzare” se stesso. Anche se il potere di legiferare è, ciò malgrado, al 99 per cento del governo. Anzi al 98 per cento, se ci sono 44 leggi di iniziativa governativa per ognuno di iniziativa parlamentare. E anche se la riforma delle procedure aiuterebbe il parlamentarismo: limitare le sessioni, limitare i dibattiti, limitare i passaggi parlamentari (commissioni consultive, commissioni deliberanti, una Camera, una seconda, e ritorno alla prima, e magari alla seconda). Darsi un minimo di efficienza e di ragione d’essere, altra che la nocività.
Il fatto è poco percepito in Italia. Dove gli studiosi sanno degli Usa che hanno la costituzione per eccellenza della divisione dei poteri, e per la riforma delle istituzioni in Italia si dibattono fra il semipresidenzialismo francese, in cui la figura carismatica del candidato è ancora mediata e costruita dentro i partiti, o il maggioritario tedesco, dove i partiti e le coalizioni di partiti sono preponderanti. Mentre le ultime cinque campagne elettorali, l’ultimo quindicennio, sono state combattute distintamente fra partiti del presidente. Non per la proprietà dei media (la Mediaset di Berlusconi, la Rai di Prodi) e le carnevalate, ma per l’organizzazione. Tutto come in America. Anzi più che in America: in Italia la organizzazione del consenso su basi plebiscitarie non è la deriva della democrazia monteschieviana dei Padri Fondatori, sensibilissimi alla divisione e al bilanciamento dei poteri, ma un surrogato ai partiti dopo la loro implosione venti anni fa. Una via di fuga affrettata, dopo la fine del Pci per il crollo del comunismo sovietico, e la cancellazione degli altri partiti da parte del partito dei giudici, anche se si pretende una innovazione del sistema costituzionale sotto le insegne dello Stato decisionista, efficiente, e trasparente.
Presidenzialismo interrotto
Feste e talk show incidono, ma in quanto parte di una organizzazione del consenso di distinto tipo plebiscitario: attorno a un personaggio, per il carisma (energie positive, magnetismo, forza) e non per il programma, per consenso diretto e non mediato, ai fini del decisionismo, checché esso voglia dire - per una scienza politica esoterica. Il caso di Obama è da manuale, essendo la più potente creazione fantastica immaginabile, new media inclusi, orchestrata da un establishment (Chicago) che è il cuore duro del capitale americano, ferro e banche, mercato e protezionismo, e non la filantropica Silicon Valley, anche se altrettanto visionaria, seppure agevolata dalla emotività di donne e ragazzi, il 70 per cento degli elettori. I partiti anche in Italia sono macchine elettorali locali, coi loro potenti capoccioni comunali, provinciali, regionali, procacciatori di voti, i vecchi signori delle tessere. E un leader nazionale che di volta in volta li seduce o li coarta. Prodi anzi da questo punto di vista si può dire il migliore americano, ma Berlusconi è durato di più.
L’Italia naturalmente non è l’America. Ma perché si è fermata a metà: all’americanismo totale nei Comuni, le Province e le Regioni, o al presidenzialismo plebiscitario, dimezzato al governo centrale. Una volta eletto, il presidente in America è il numero uno in tutti i sensi, decide, comanda, e si farà rieleggere. In Italia una volta eletto il capo non conta nulla, la presidenza del consiglio dei ministri è residuo sabaudo, quando centro del potere si voleva la corona, e ora e niente. Si è avuto quindi Prodi spazzato via da Bertinotti o Mastella, Berlusconi da Follini (da Follini!).
Ma anche qui Berlusconi ora innova. A sinistra Veltroni ha puntato sulle primarie, l’investitura dal basso per ridurre alla ragione i riottosi e i capataz locali, per ppoi imporre il vecchio centralismo democratico che è il suo habitus mentale, ma ha fallito – praticamente ha fallito. Berlusconi invece va come un rullo compressore. Ponendo la museruola si suoi partitini con la fiducia su ogni votazione che comporti una spesa. Mentre politicamente gioca le sue fazioni l’una contro l’altra, con cinismo anche dichiarato, che capiscano chi comanda.
Il Parlamento irriformabile
È una situazione al limite della costituzionalità, dice il Capo dello Stato. Ma il presidente Napolitano da presidente della Camera ha avuto presente soprattutto l’esigenza di porre rimedio agli eccessi del parlamentarismo, ed è stato probabilmente, grazie all’uso accorso dei regolamenti, il presidente della Camera più “produttiva” della storia della Repubblica - pur essendo ingombra da quotidiani avvisi di reato. Il problema è questo, il fatto è noto, se ne discute da oltre vent’anni, e non è solubile: il Parlamento, che ha “americanizzato” rapidamente e con larghe maggioranze gli enti locali, non ne vuole sapere di “americanizzare” se stesso. Anche se il potere di legiferare è, ciò malgrado, al 99 per cento del governo. Anzi al 98 per cento, se ci sono 44 leggi di iniziativa governativa per ognuno di iniziativa parlamentare. E anche se la riforma delle procedure aiuterebbe il parlamentarismo: limitare le sessioni, limitare i dibattiti, limitare i passaggi parlamentari (commissioni consultive, commissioni deliberanti, una Camera, una seconda, e ritorno alla prima, e magari alla seconda). Darsi un minimo di efficienza e di ragione d’essere, altra che la nocività.
Cristina Campo, musa funebre di Alvaro
Carteri, dell’allegra brigata degli scrittori di Bovalino, nella famigerata locride, con Mario La Cava e Antonio Delfino, e il confinante sanlucoto Stefano De Fiores, il mariologo, vuole Alvaro credente, ancorché laico. Ma riesce un racconto vivissimo, tra il gotico e la passione della letteratura divorante, della “Ultima, lunga notte di Corrado Alvaro”, vegliato da Cristina Campo, l’amante a se stessa ignota.
Giovanni Carteri, La Lunga notte di Corrado Alvaro, Rubbettino, pp. 73, € 4
Giovanni Carteri, La Lunga notte di Corrado Alvaro, Rubbettino, pp. 73, € 4
Barlaam, il Leibniz di Seminara
Ottimo esempio di storia locale “alta”, da parte di un avvocato di paese, insegnante di liceo. Che arricchisce e “supera” gli studi che Giovanni Gentile dedicò a Barlaam, dopo secoli d’ignoranza. Al Concilio Tridentino Barlaam fu creduto due, uno d’Oriente e uno d’Occidente. Per lo studioso gesuita Marcel Viller, storico della filocalia, autore del “Dictionnaire de spiritualité ascétique et mystique”, Barlaam era un secolo fa un israelita, che adorava contemporaneamente sia Geova che Baal. Il recupero è opera di un albanese di Sicilia, Giuseppe Schirò, e di uno di Calabria, Cassiano. Nel quadro di un ritorno alle radici greche che si origina in Grecia, nel recupero del bizantinismo che si fa da un trentennio, e non in Italia. E in particolare del monachesimo.
Il monachesimo è stato ed è molto diffuso nella chiesa ortodossa greca. Un solo ordine monastico si registra, quello di san Basilio. Che però, diviso in due osservanze, il cenobitico, o comunitario, e l'idiorrittmico, o individuale, raccoglie entità molto diverse, per qualità, organizzazione, capacità. E' un grande ordine, ma con una gerarchia molto allentata e con espressioni diverse, dall'eremita incontrollabile ai monasteri spesso localizzati in zone desolate e impervie, le Meteore, il monte Athos. Un po' è anche vittima della latinità. Tanto più per non avere i basiliani, in Grecia come in Calabria, curato gli archivi, pur operando alla perpetuazione degli scritti antichi, al contrario di quanto hanno fatto i monasteri occidentali, una delle fonti documentarie più ampie. Ma quella dei basiliani è una storia da scrivere.
Bernardo Massari di Seminara, che si farà monaco col nome di Barlaam, letterato e diplomatico del Trecento, al centro a Bisanzio di un importante progetto unionista con Roma, maestro di greco di Petrarca, nonché maestro di Leonzio Pilato, altro grecista illustre, che accompagnò Boccaccio nei lunghi tentativi di traduzione di Omero, emerge in questo studio persuasivamente come filosofo precursore di Leibniz, in una vasta produzione solo in piccola parte edita. Con le nozioni di lògoi ousiòdeis, i concetti puri, e di giudizi, axiòmata, che consentono di conoscere gli enti, l’universale (to katholon) e l’individuale (ta kathékasta), l’essere: “immagini e reminiscenze delle ragioni teoretiche e demiurgiche che il Creatore predispose agli enti indivisibilmente e singolarmente, (per cui) diciamo che questi sono di per sé anteriori, e dimostrano ciò che esiste nel mondo fisico”.
L’intelletto, riassume Cassiano, non è la tabula rasa di Aristotele, possiede dei concetti e dei giudizi che rendono possibile e inverano la conoscenza. La conoscenza è quindi apriori. Ma non soltanto: ci sono delle “congiunzioni”, dei ponti con i fatti e gli eventi. “L’intelletto attivo e gli oggetti intelligibili stimolano una relazione di reciproco rapporto. Quando, cioè, l’intelletto attivo è tale da poter capire gli oggetti intelligibili, e gli oggetti intelligibili sono tali da poter essere capiti dall’intelletto. Si dice allora che l’intelletto si congiunge con questo oggetti in maniera conforme”. Una dottrina della conoscenza, nota Cassiano, che supera sia il platonismo che l’aristotelismo, anche se all’apparenza ne sembra un’ibridazione, è cioè originale, e prelude all’innatismo virtuale leibniziano.
Barlaam aveva ragione anche in materia di fede. La materia per la quale fu sfidato e vinto a Bisanzio da Nicéforo Gregoras e Gregorio Palamas, monaci localmente più potenti. Nicèforo Gregoras, che usava riscrivere sull’attualità le sue opere, comprese le lettere, non ha buona fama tra i bizantinologi. Ma col prossimo santo Palamas, e col gran ciambellano Cantacuzeno, che col bigottismo si aprì la strada al trono, ebbero facilmente ragione di Barlaam, in tre o quattro sinodi appositamente convocati contro di lui. Il fondamento della conoscenza divina è semplicemente la fede, Barlaam ribatteva caustico ai teologi bizantini che lo accusavano di essere uno scolastico latino mascherato di ortodossia: “Ogni dichiarazione, pronunciata dai venerabili Padri e concernente la divinità, avrà per noi la stessa efficacia che ha, per chi è pratico di geometria, il principio, la nozione universale, l’assioma. Non ci sarà quindi motivo di accertarla tramite sillogismi”.
Gli sfidanti ebbero ragione di Barlaam soprattutto per il motivo che egli sarebbe stato una quinta colonna della latinità in terra romea. Ma Barlaam, dice Petrarca, tanto era dotto in greco quanto indigente in latino (poverissimo: Vir, ut locupletissimus graecae, sic romanae facundiae pauperissimus). Ma non è vero nemmeno questo, Lenormant lo giudica “per i suoi tempi notabilissimo in latino per la parte linguistica”. Esperto, oltre che dei filosofi greci, di Tommaso d’Aquino e dell’ultimo nominalismo scolastico. Abate (igumeno) a Costantinopoli di uno dei conventi più importanti per i greci, quello di S.Salvatore, ma ambasciatore e mediatore per conto del papa, oltre che alla fine vescovo. Schirò, che lo ha riportato in luce insieme con Gentile, argomenta piano: dovette avere qualità e prestigio prima di salpare per Tessalonica e Costantinopoli, per ricoprirvi posizioni di prestigio.
Ma Barlaam fatica a uscire dalla trascuratezza nella quale è caduto tutto il mondo bizantino in Italia. Le sue lettere da vescovo di Gerace, pastorali e diplomatiche, lo attestano buon scrittore di latino, si può dire per l'autorità di Gentile. Fu vescovo di Gerace dal 1342 peraltro su raccomandazione del Petrarca stesso, molto influente ad Avignone col papa Clemente VI, e di re Roberto. Al Petrarca, argomenta Gentile in "Studi sul Rinascimento", trasmise la prima conoscenza, prerinascimentale, di Platone.
Domenico Cassiano, Barlaam Calabro, Nuova Arberia, pp.98, € 8
Il monachesimo è stato ed è molto diffuso nella chiesa ortodossa greca. Un solo ordine monastico si registra, quello di san Basilio. Che però, diviso in due osservanze, il cenobitico, o comunitario, e l'idiorrittmico, o individuale, raccoglie entità molto diverse, per qualità, organizzazione, capacità. E' un grande ordine, ma con una gerarchia molto allentata e con espressioni diverse, dall'eremita incontrollabile ai monasteri spesso localizzati in zone desolate e impervie, le Meteore, il monte Athos. Un po' è anche vittima della latinità. Tanto più per non avere i basiliani, in Grecia come in Calabria, curato gli archivi, pur operando alla perpetuazione degli scritti antichi, al contrario di quanto hanno fatto i monasteri occidentali, una delle fonti documentarie più ampie. Ma quella dei basiliani è una storia da scrivere.
Bernardo Massari di Seminara, che si farà monaco col nome di Barlaam, letterato e diplomatico del Trecento, al centro a Bisanzio di un importante progetto unionista con Roma, maestro di greco di Petrarca, nonché maestro di Leonzio Pilato, altro grecista illustre, che accompagnò Boccaccio nei lunghi tentativi di traduzione di Omero, emerge in questo studio persuasivamente come filosofo precursore di Leibniz, in una vasta produzione solo in piccola parte edita. Con le nozioni di lògoi ousiòdeis, i concetti puri, e di giudizi, axiòmata, che consentono di conoscere gli enti, l’universale (to katholon) e l’individuale (ta kathékasta), l’essere: “immagini e reminiscenze delle ragioni teoretiche e demiurgiche che il Creatore predispose agli enti indivisibilmente e singolarmente, (per cui) diciamo che questi sono di per sé anteriori, e dimostrano ciò che esiste nel mondo fisico”.
L’intelletto, riassume Cassiano, non è la tabula rasa di Aristotele, possiede dei concetti e dei giudizi che rendono possibile e inverano la conoscenza. La conoscenza è quindi apriori. Ma non soltanto: ci sono delle “congiunzioni”, dei ponti con i fatti e gli eventi. “L’intelletto attivo e gli oggetti intelligibili stimolano una relazione di reciproco rapporto. Quando, cioè, l’intelletto attivo è tale da poter capire gli oggetti intelligibili, e gli oggetti intelligibili sono tali da poter essere capiti dall’intelletto. Si dice allora che l’intelletto si congiunge con questo oggetti in maniera conforme”. Una dottrina della conoscenza, nota Cassiano, che supera sia il platonismo che l’aristotelismo, anche se all’apparenza ne sembra un’ibridazione, è cioè originale, e prelude all’innatismo virtuale leibniziano.
Barlaam aveva ragione anche in materia di fede. La materia per la quale fu sfidato e vinto a Bisanzio da Nicéforo Gregoras e Gregorio Palamas, monaci localmente più potenti. Nicèforo Gregoras, che usava riscrivere sull’attualità le sue opere, comprese le lettere, non ha buona fama tra i bizantinologi. Ma col prossimo santo Palamas, e col gran ciambellano Cantacuzeno, che col bigottismo si aprì la strada al trono, ebbero facilmente ragione di Barlaam, in tre o quattro sinodi appositamente convocati contro di lui. Il fondamento della conoscenza divina è semplicemente la fede, Barlaam ribatteva caustico ai teologi bizantini che lo accusavano di essere uno scolastico latino mascherato di ortodossia: “Ogni dichiarazione, pronunciata dai venerabili Padri e concernente la divinità, avrà per noi la stessa efficacia che ha, per chi è pratico di geometria, il principio, la nozione universale, l’assioma. Non ci sarà quindi motivo di accertarla tramite sillogismi”.
Gli sfidanti ebbero ragione di Barlaam soprattutto per il motivo che egli sarebbe stato una quinta colonna della latinità in terra romea. Ma Barlaam, dice Petrarca, tanto era dotto in greco quanto indigente in latino (poverissimo: Vir, ut locupletissimus graecae, sic romanae facundiae pauperissimus). Ma non è vero nemmeno questo, Lenormant lo giudica “per i suoi tempi notabilissimo in latino per la parte linguistica”. Esperto, oltre che dei filosofi greci, di Tommaso d’Aquino e dell’ultimo nominalismo scolastico. Abate (igumeno) a Costantinopoli di uno dei conventi più importanti per i greci, quello di S.Salvatore, ma ambasciatore e mediatore per conto del papa, oltre che alla fine vescovo. Schirò, che lo ha riportato in luce insieme con Gentile, argomenta piano: dovette avere qualità e prestigio prima di salpare per Tessalonica e Costantinopoli, per ricoprirvi posizioni di prestigio.
Ma Barlaam fatica a uscire dalla trascuratezza nella quale è caduto tutto il mondo bizantino in Italia. Le sue lettere da vescovo di Gerace, pastorali e diplomatiche, lo attestano buon scrittore di latino, si può dire per l'autorità di Gentile. Fu vescovo di Gerace dal 1342 peraltro su raccomandazione del Petrarca stesso, molto influente ad Avignone col papa Clemente VI, e di re Roberto. Al Petrarca, argomenta Gentile in "Studi sul Rinascimento", trasmise la prima conoscenza, prerinascimentale, di Platone.
Domenico Cassiano, Barlaam Calabro, Nuova Arberia, pp.98, € 8
giovedì 29 gennaio 2009
Ombre - 13
La Procura e il Gip di Roma, che tra l’altro è una donna, lasciano libero uno stupratore, dicendo: “È la legge”. La Corte di Appello e il Tar di Milano invece dicono che Eluana deve morire, ciò che la legge espressamente vieta, appellandosi alla ragionevolezza. La questione morale è la stessa questione morale, dei tutori inflessibili della pubblica moralità. Senza equilibrio, senza rettitudine. L’ubriachezza e la droga, che le legge dice aggravanti, la Procura e il Gip a Roma considerano invece attenuanti.
Dei Casamonica e dei Tredicine, clan del sottobosco affaristico di Roma, si dice in questura e nei giornali che sono abruzzesi. Il politicamente corretto non consente di dire che sono (ex) nomadi. Ma possono essere indifferentemente abruzzesi. Il politicamente corretto è scorretto.
De Magistris giudice di Napoli sancisce che Rutelli è in combutta con Romeo, l’imprenditore di cui convalida l’arresto, con quello che è a tutti gli effetti un primo giudizio di condanna. Ma Rutelli presiede a Roma il Comitato per i servizi d’informazione, che deve giudicare (condannare) l’operato di De Magistris procuratore della Repubblica, che fece intercettare mezza Italia.
Essendoci Napoli di mezzo, si sa che è tutto teatro. Ma, ritornello, la questione morale è la questione morale stessa.
Ahmadinejad è di origini ebraiche, denuncia a Teheran un politico moderato. Nell’abiezione non ci sono limiti, essendo essa sempre, di qualsiasi natura, un falso concetto: non si toccava mai il fondo nell’“arianesimo”, o la purezza della razza, e nel sovietismo fino a ieri, e oggi nell’antisemtisimo, e nella questione morale – i cui campioni, uno a uno, e le cui argomentazioni aprono sempre nuovi abissi.
Fare la guerra al Brasile per Battisti è opera dei pupi. È però vero che alcuni dei brasiliani che vogliono Battisti un martire della libertà sono stati rifugiati politici rispettati, e anzi ospiti privilegiati, anche se non cantavano, in Italia durante la dittatura militare. Più o meno negli stessi anni di piombo. Neppure un Lula in stato alterato potrà sostenere che i due esili hanno la stessa natura. Ma potrebbero essere collegati, anche questo è vero.
Battisti, un killer freddo, è patrocinato dalle sorelle Bruni, le esiliate d’Italia, protetto da Lula, il presidente compagno del Brasile, sostenuto dai giornali impegnati, si sente tra le righe, manovrato dai servizi francesi, che sempre hanno manovrato contro i cugini transalpini, e contro nessun altro in Europa, in alcuni casi anche scopertamente, Enrico Mattei, Oas, Cabinda, Ustica, il centro studi Hypérion del capo brigatista Moretti. Battisti si atteggia al genere Tarantino, o camorra napoletana, del killer che sghignazza mentre spara, deprecato ma evidentemente condiviso.
Dove sono i confini della barbarie, sia pure tra “noi e loro”, bene e male, legge e crimine? Grosse falle si dovrebbero aprire nel discorso delle mafie.
Ci vorranno tre giudici per ogni decisione – escluse, forse, le multe. Una “riforma” che “la Repubblica” definisce “magistratura depotenziata”. Ma moltiplicherà per tre il numero dei magistrati, e l’incubo.
Capita d’incontrare nella stessa giornata cinque amici, a vario titolo compagni, contenti di aver visto nei telegiornali di Arte e Al Jazeera la manifestazione dei clandestini a Lampedusa come prima notizia e il governo italiano accusato di razzismo. Il dispiacere per l’uso degli africani della politicantaglia italiana, dopo lo sfruttamento dei negrieri libici, si raddoppia per la perfidia del giornalismo, impunita, e si triplica per lo smarrimento di ogni lume critico. È la barbarie?
“Veltroni s’adegua! Con i baffi alla Fiorello spera in un posto a Sky anche lui”. Vincino scherza, ma che la politica della sinistra sia fatta da Murdoch, e alla Murdoch, è incredibilmente vero.
“Rai, revocata nomina di Villari. Passo indietro dei partiti”, titola “Repubblica”. O non è al contrario?
Si dice anche che la rimozione del presidente della Commissione Rai è anticostituzionale e non ha precedenti. Questo non è vero: il presidente della Repubblica Leone fu rimosso per un accordo tra la Dc e il Pci (Leone evitò gentilmente la fatica ai due partiti dimettendosi). La novità è che ora si trovano costituzionalisti che lo dicano, un po’ di democrazia nel compromesso che ci governa è entrata.
Un goal in fuorigioco e un rigore negato alla Roma: un altro regalo all’Inter degli “arbitri giovani” di Gussoni e Collina. Errori, certo. A senso unico, certo. Ma perché la “Gazzetta dello Sport” non ne parla, che pure fa tanta moviola, e “Repubblica” e il “Corriere” solo nella cronaca di Roma?,
“Il principe e il burino”. Gioca molto su questi archetipi l’editore Ciarrapico, ora senatore, con Madron sul “Sole” di domenica 18. Senza spiegare che la storia è invece tutta Banca di Roma. Come peraltro si sa. Di due imprenditori non molto capaci, o fortunati, di cui la banca ha organizzato a più riprese il salvataggio e il rilancio. Fino all’epoca Geronzi, il sorridente deus ex machina del nuovo business romano, particolarmente attento all’editoria, e al lodo Mondadori. Nella famosa mediazione per la casa editrice fra De Benedetti e Berlusconi, Ciarrapico era in realtà Geronzi – che nel 1994 compirà l’opera salvando Berlusconi dai debiti che ne minacciavano il fallimento.
Dopo Villari presidente di qualcosa alla Rai, due giornalisti che litigano in tv, Annunziata e Santoro. È tutta qui l’Italia che uno vorrebbe impegnata, democratica, di sinistra. I due giornalisti sono importanti, pezzi grossi della televisione, ma che hanno mai fatto, di cui ci si ricordi? E cosa rappresentano, a parte le protezioni politiche – non si può dire nemmeno appartenenze, le rifiutano?
C’erano abbastanza prove per arrestare Del Turco sei mesi fa. Ma non abbastanza per fare ora il processo. La vera questione morale è la stessa questione morale, dei tutori inflessibili della pubblica moralità.
Niente avventura, divertimento, atletismo, solo interminabili pagliettismi su fuori gioco di un millimetro, e chi ha spinto chi. Per un esercizio di vera furbizia: basta far vedere venti volte il fuori gioco di una squadra e una o mai quello dell’avversaria e il giudizio è fatto. Ai tempi della Juventus imbattibile di Capello Calciopoli era già nelle cronache di Sky, di Canessa e Bergomi, un romanista e un interista: non c’era favore alla Juventus che non si rivedesse venti volte, non c’era torto che si rivedesse mai.
Con Sky, tv a pagamento, una risposta c’è: non pagare le partite. Con le tv pubbliche gli spettatori sono indifesi e violentati. Da gente che non è stupida, è più furba.
Dei Casamonica e dei Tredicine, clan del sottobosco affaristico di Roma, si dice in questura e nei giornali che sono abruzzesi. Il politicamente corretto non consente di dire che sono (ex) nomadi. Ma possono essere indifferentemente abruzzesi. Il politicamente corretto è scorretto.
De Magistris giudice di Napoli sancisce che Rutelli è in combutta con Romeo, l’imprenditore di cui convalida l’arresto, con quello che è a tutti gli effetti un primo giudizio di condanna. Ma Rutelli presiede a Roma il Comitato per i servizi d’informazione, che deve giudicare (condannare) l’operato di De Magistris procuratore della Repubblica, che fece intercettare mezza Italia.
Essendoci Napoli di mezzo, si sa che è tutto teatro. Ma, ritornello, la questione morale è la questione morale stessa.
Ahmadinejad è di origini ebraiche, denuncia a Teheran un politico moderato. Nell’abiezione non ci sono limiti, essendo essa sempre, di qualsiasi natura, un falso concetto: non si toccava mai il fondo nell’“arianesimo”, o la purezza della razza, e nel sovietismo fino a ieri, e oggi nell’antisemtisimo, e nella questione morale – i cui campioni, uno a uno, e le cui argomentazioni aprono sempre nuovi abissi.
Fare la guerra al Brasile per Battisti è opera dei pupi. È però vero che alcuni dei brasiliani che vogliono Battisti un martire della libertà sono stati rifugiati politici rispettati, e anzi ospiti privilegiati, anche se non cantavano, in Italia durante la dittatura militare. Più o meno negli stessi anni di piombo. Neppure un Lula in stato alterato potrà sostenere che i due esili hanno la stessa natura. Ma potrebbero essere collegati, anche questo è vero.
Battisti, un killer freddo, è patrocinato dalle sorelle Bruni, le esiliate d’Italia, protetto da Lula, il presidente compagno del Brasile, sostenuto dai giornali impegnati, si sente tra le righe, manovrato dai servizi francesi, che sempre hanno manovrato contro i cugini transalpini, e contro nessun altro in Europa, in alcuni casi anche scopertamente, Enrico Mattei, Oas, Cabinda, Ustica, il centro studi Hypérion del capo brigatista Moretti. Battisti si atteggia al genere Tarantino, o camorra napoletana, del killer che sghignazza mentre spara, deprecato ma evidentemente condiviso.
Dove sono i confini della barbarie, sia pure tra “noi e loro”, bene e male, legge e crimine? Grosse falle si dovrebbero aprire nel discorso delle mafie.
Ci vorranno tre giudici per ogni decisione – escluse, forse, le multe. Una “riforma” che “la Repubblica” definisce “magistratura depotenziata”. Ma moltiplicherà per tre il numero dei magistrati, e l’incubo.
Capita d’incontrare nella stessa giornata cinque amici, a vario titolo compagni, contenti di aver visto nei telegiornali di Arte e Al Jazeera la manifestazione dei clandestini a Lampedusa come prima notizia e il governo italiano accusato di razzismo. Il dispiacere per l’uso degli africani della politicantaglia italiana, dopo lo sfruttamento dei negrieri libici, si raddoppia per la perfidia del giornalismo, impunita, e si triplica per lo smarrimento di ogni lume critico. È la barbarie?
“Veltroni s’adegua! Con i baffi alla Fiorello spera in un posto a Sky anche lui”. Vincino scherza, ma che la politica della sinistra sia fatta da Murdoch, e alla Murdoch, è incredibilmente vero.
“Rai, revocata nomina di Villari. Passo indietro dei partiti”, titola “Repubblica”. O non è al contrario?
Si dice anche che la rimozione del presidente della Commissione Rai è anticostituzionale e non ha precedenti. Questo non è vero: il presidente della Repubblica Leone fu rimosso per un accordo tra la Dc e il Pci (Leone evitò gentilmente la fatica ai due partiti dimettendosi). La novità è che ora si trovano costituzionalisti che lo dicano, un po’ di democrazia nel compromesso che ci governa è entrata.
Un goal in fuorigioco e un rigore negato alla Roma: un altro regalo all’Inter degli “arbitri giovani” di Gussoni e Collina. Errori, certo. A senso unico, certo. Ma perché la “Gazzetta dello Sport” non ne parla, che pure fa tanta moviola, e “Repubblica” e il “Corriere” solo nella cronaca di Roma?,
“Il principe e il burino”. Gioca molto su questi archetipi l’editore Ciarrapico, ora senatore, con Madron sul “Sole” di domenica 18. Senza spiegare che la storia è invece tutta Banca di Roma. Come peraltro si sa. Di due imprenditori non molto capaci, o fortunati, di cui la banca ha organizzato a più riprese il salvataggio e il rilancio. Fino all’epoca Geronzi, il sorridente deus ex machina del nuovo business romano, particolarmente attento all’editoria, e al lodo Mondadori. Nella famosa mediazione per la casa editrice fra De Benedetti e Berlusconi, Ciarrapico era in realtà Geronzi – che nel 1994 compirà l’opera salvando Berlusconi dai debiti che ne minacciavano il fallimento.
Dopo Villari presidente di qualcosa alla Rai, due giornalisti che litigano in tv, Annunziata e Santoro. È tutta qui l’Italia che uno vorrebbe impegnata, democratica, di sinistra. I due giornalisti sono importanti, pezzi grossi della televisione, ma che hanno mai fatto, di cui ci si ricordi? E cosa rappresentano, a parte le protezioni politiche – non si può dire nemmeno appartenenze, le rifiutano?
C’erano abbastanza prove per arrestare Del Turco sei mesi fa. Ma non abbastanza per fare ora il processo. La vera questione morale è la stessa questione morale, dei tutori inflessibili della pubblica moralità.
Niente avventura, divertimento, atletismo, solo interminabili pagliettismi su fuori gioco di un millimetro, e chi ha spinto chi. Per un esercizio di vera furbizia: basta far vedere venti volte il fuori gioco di una squadra e una o mai quello dell’avversaria e il giudizio è fatto. Ai tempi della Juventus imbattibile di Capello Calciopoli era già nelle cronache di Sky, di Canessa e Bergomi, un romanista e un interista: non c’era favore alla Juventus che non si rivedesse venti volte, non c’era torto che si rivedesse mai.
Con Sky, tv a pagamento, una risposta c’è: non pagare le partite. Con le tv pubbliche gli spettatori sono indifesi e violentati. Da gente che non è stupida, è più furba.
Berlusconi vuole Fiat a Canossa
La crisi e il regime
La Fiat è infine scesa a Roma, Marchionne ha rotto il folle stallo, dove però Berlusconi non si è fatto trovare. Marchionne era peraltro accompagnato da Montezemolo, che è quanto di più indigesto si può presentare a Berlusconi. La commedia degli equivoci, tra i forti “antiberlusconiani di centro” di Torino, degli Elkann con Montezemolo, e il governo si perpetua. Mentre nessuno compra macchine in attesa che il governo vari gli incentivi. L’auto perderà non si sa se sessantamila o trecentomila posti di lavoro. E comunque ha già affossato la produzione industriale e tutti gli indici. Sembra di sognare.
Viene dal capo il rinvio del pacchetto anticrisi per l’auto. Che si farà in ritardo sugli altri paesi europei, e dopo che le vendite di gennaio si saranno dimezzate rispetto a quelle, già non alte, di un anno fa, e anche febbraio sarà stato compromesso. Con cifre peraltro irrisorie, da social card, quando la Germania di Angela Merkel ha stanziato già un mese fa 1,5 miliardi per i soli acquisti di auto nuove - nel quadro di un pacchetto di stimolo di cinquanta miliardi. Tanta tempestività per le banche, e per la contrattualità, intervento l’uno sostanzioso l’altro complesso, e completo attendismo invece per misure di poco costo per lo Stato e sperimentate da dodici anni: non c’è un ordine, ma Tremonti e Scajola sanno che Berlusconi vuole ridurre tutti i margini di redditività che la Fiat si era conquistati per una volta sul mercato. Il gruppo italiano è ora solo un terzo, meno di un terzo, del mercato dell’auto, dalla componentistica all’assistenza, ma il difficile rapporto Fiat-Berlusconi ha fatto a farà perdere ancora tempo prezioso.
Berlusconi si è scelto distintamente un ruolo politico, e non parla di affari, non in pubblico. Anche della crisi si limita a sottolineare gli aspetti politici, di fiducia, ma sa tutto e decide per tutti. Nella crisi sa naturalmente che non può non intervenire. Parla di giustizia, di federalismo, di Rai, di intercettazioni, ma pensa e opera sui fatti della crisi, ora in particolare su quelli della meccanica. Un’altra Alitalia, moltiplicata per dieci o cento, non va con la sua natura piaciona, oltre che con i voti. Ma si prende la sua piccola vendetta, al coperto della Lega, che "assolutamente" non vuole aiuti a Torino. Non ha ricevuto Marchionne. Alla riunione per gli aiuti all’auto mercoledì ha fatto convocare cani e porci eccetto la Fiat. E l’ha fatta chiudere con un rinvio. Finirà tardi e male, per nessun altro motivo che la politica. Non un orientamento politico diverso dall’altro, ma una ripicca, di gruppi e persone per il potere. In questo il regime c’è, eccome.
La Fiat è infine scesa a Roma, Marchionne ha rotto il folle stallo, dove però Berlusconi non si è fatto trovare. Marchionne era peraltro accompagnato da Montezemolo, che è quanto di più indigesto si può presentare a Berlusconi. La commedia degli equivoci, tra i forti “antiberlusconiani di centro” di Torino, degli Elkann con Montezemolo, e il governo si perpetua. Mentre nessuno compra macchine in attesa che il governo vari gli incentivi. L’auto perderà non si sa se sessantamila o trecentomila posti di lavoro. E comunque ha già affossato la produzione industriale e tutti gli indici. Sembra di sognare.
Viene dal capo il rinvio del pacchetto anticrisi per l’auto. Che si farà in ritardo sugli altri paesi europei, e dopo che le vendite di gennaio si saranno dimezzate rispetto a quelle, già non alte, di un anno fa, e anche febbraio sarà stato compromesso. Con cifre peraltro irrisorie, da social card, quando la Germania di Angela Merkel ha stanziato già un mese fa 1,5 miliardi per i soli acquisti di auto nuove - nel quadro di un pacchetto di stimolo di cinquanta miliardi. Tanta tempestività per le banche, e per la contrattualità, intervento l’uno sostanzioso l’altro complesso, e completo attendismo invece per misure di poco costo per lo Stato e sperimentate da dodici anni: non c’è un ordine, ma Tremonti e Scajola sanno che Berlusconi vuole ridurre tutti i margini di redditività che la Fiat si era conquistati per una volta sul mercato. Il gruppo italiano è ora solo un terzo, meno di un terzo, del mercato dell’auto, dalla componentistica all’assistenza, ma il difficile rapporto Fiat-Berlusconi ha fatto a farà perdere ancora tempo prezioso.
Berlusconi si è scelto distintamente un ruolo politico, e non parla di affari, non in pubblico. Anche della crisi si limita a sottolineare gli aspetti politici, di fiducia, ma sa tutto e decide per tutti. Nella crisi sa naturalmente che non può non intervenire. Parla di giustizia, di federalismo, di Rai, di intercettazioni, ma pensa e opera sui fatti della crisi, ora in particolare su quelli della meccanica. Un’altra Alitalia, moltiplicata per dieci o cento, non va con la sua natura piaciona, oltre che con i voti. Ma si prende la sua piccola vendetta, al coperto della Lega, che "assolutamente" non vuole aiuti a Torino. Non ha ricevuto Marchionne. Alla riunione per gli aiuti all’auto mercoledì ha fatto convocare cani e porci eccetto la Fiat. E l’ha fatta chiudere con un rinvio. Finirà tardi e male, per nessun altro motivo che la politica. Non un orientamento politico diverso dall’altro, ma una ripicca, di gruppi e persone per il potere. In questo il regime c’è, eccome.
Raiume, l'Italia piagnona di Bernabei
Radio Uno sabato mattina, nella trasmissione che supplisce “Radio anch’io”, dà voce ai problemi degli ascoltatori sulle novità che li riguardano, la social card, il digitale terrestre, eccetera. Ma non fornisce le soluzioni ai problemi che si manifestano, con le solite spiegazioni e i consigli dei responsabili, gli esperti, i sottosegretari, eccetera, dà solo voce alle lamentele. Che tutte hanno ragione, anche quelle palesemente superficiali, irritate, pregiudiziali, faziose. È l’ideologia Rai, un tempo si sarebbe detto della piccola borghesia: il mugugno ha ragione. L’ha inventata Bernabei, l’inventore della Rai, e da cinquant’anni governa l’Italia.
È questa ideologia, il raiume, che rende il paese ingovernabile, depresso, anarcoide, la vera opposizione di ogni governo. È una tradizione. Uno scrittore inglese ha scoperto che la lagna è comune all’Europa di oggi, scrivendoci sopra un brillante “Il potere della lagna”. Col sottotitolo: “Perché viviamo in una società paranoica”. Ma il fondo è ben più remoto e solido in Italia, che confluì nel piagnonismo e tuttora fa di Gerolamo Savonarola, personaggio per molti aspetti infame, un eroe e un santo.
Di Ettore Bernabei è già stato detto che è l’uomo che ha creato la lingua e il linguaggio della Repubblica, attraverso la televisione. Ma non si è detto abbastanza. Il linguaggio che tiene l’Italia nell’ansia, e quindi nel bisogno, ecco il controllo. Il toscano-lombardo che Manzoni vagheggiava, Bernabei se ne può dire l’esecutore testamentario, con la stessa ideologia: i poveri sono anche poveri di spirito. Muoiono più spesso degli altri, e vivono senza un raggio di luce. Parlano ma non capiscono. Inoltre, sono tutti buoni. Con lo stesso abuso dell’ironia, e le freddure nella bocca sbagliata.
Bernabei è anche noto per avere inventato le quote di partito e le carature, incarnando egli stesso il “sistema”, quello che sarà la “lottizzazione”, o occupazione del potere: portato alla Rai da Fanfani per la comune ascendenza toscana, dopo essere stato il segretario di Andreotti, di Fanfani arcinemico.
È questa ideologia, il raiume, che rende il paese ingovernabile, depresso, anarcoide, la vera opposizione di ogni governo. È una tradizione. Uno scrittore inglese ha scoperto che la lagna è comune all’Europa di oggi, scrivendoci sopra un brillante “Il potere della lagna”. Col sottotitolo: “Perché viviamo in una società paranoica”. Ma il fondo è ben più remoto e solido in Italia, che confluì nel piagnonismo e tuttora fa di Gerolamo Savonarola, personaggio per molti aspetti infame, un eroe e un santo.
Di Ettore Bernabei è già stato detto che è l’uomo che ha creato la lingua e il linguaggio della Repubblica, attraverso la televisione. Ma non si è detto abbastanza. Il linguaggio che tiene l’Italia nell’ansia, e quindi nel bisogno, ecco il controllo. Il toscano-lombardo che Manzoni vagheggiava, Bernabei se ne può dire l’esecutore testamentario, con la stessa ideologia: i poveri sono anche poveri di spirito. Muoiono più spesso degli altri, e vivono senza un raggio di luce. Parlano ma non capiscono. Inoltre, sono tutti buoni. Con lo stesso abuso dell’ironia, e le freddure nella bocca sbagliata.
Bernabei è anche noto per avere inventato le quote di partito e le carature, incarnando egli stesso il “sistema”, quello che sarà la “lottizzazione”, o occupazione del potere: portato alla Rai da Fanfani per la comune ascendenza toscana, dopo essere stato il segretario di Andreotti, di Fanfani arcinemico.
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