Aggiornato negli Oscar a un anno e mezzo dalla prima uscita, la storia del gruppo dirigente postcomunista ha già bisogno di un nuovo aggiornamento. Di Veltroni Romano dice, come degli altri postcomunisti, che è un millenarista, si sente un predestinato. Gli è mancato di vederli all’opera nel partito Democratico col rozzo centralismo sovietizzante (hanno pure commissariato le federazioni… ), oltre che con la consueta mancanza di un profilo politico e di un’idea delle cose da fare. Romano lo sapeva, che ne sottolinea nell’aggiornamento “il peculiare intreccio di familismo e tribalismo”. Ma la faziosità è diventata oltraggiosa, indirizzandosi sugli stessi alleati, i popolari, i prodiani, i laici, i residui socialisti, che si sono svenati per dare un futuro al postcomunismo.
È questa una storia certo non agiografica, come i compagni di scuola sono abituati a scrivere e a farsi scrivere: la parabola della famiglia berlingueriana, dice Romano in apertura, “si avvia a concludersi senza lasciare un’eredità politica vitale”. Ma nemmeno anodina: pur con taglio storico, attento a tutte le fonti, Romano delinea un percorso postcomunista all’insegna dell’opportunismo, con le note giravolte. Soprattutto di D’Alema e di Veltroni (l’accoppiata di riferimento Bob Kennedy-Berlinguer merita di restare negli annali, oltre a quella più nota del viaggio nei morti, le tombe di Rossetti e don Milani, le Fosse Ardeatine, Bobbio agli ultimi giorni, la Bolognina, tomba del Pci, e la Einaudi quando era passata a Berlusconi). Partendo dalla conclusione che la Fgci di Berlinguer, di questo si tratta, ha perpetuato in realtà il vetero comunismo: Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino “tutti insieme hanno fatto in modo di essere percepiti ancora oggi come eredi del vecchio Pci, a quasi vent’anni dal suo scioglimento”.
Le pezze giustificative sono numerose, alcune anche esilaranti, a ogni passo. Da ultimo D’Alema che va nella City e scopre le virtù del capitalismo, poi se ne dimentica e torna al linguaggio cominformista. O, ricalcando Berlinguer, dice nel 2003 la sinistra nemica: “La sinistra è un male, solo l’esistenza della destra rende questo male sopportabile” - Berlinguer di cui si può aggiungere che resta nella storia per la faziosità estrema, nel demenziale sacrificio di ogni sinistra, compresa la sua, a non si sa bene che cosa. O la doppia verità: contro la Serbia è lecita e anzi opportuna la guerra attiva, con i bombardamenti, benché senza l’avallo dell’Onu, mentre in Iraq, mancando l’avallo dell’Onu, la semplice partecipazione alla ricostruzione è criminosa. O il buonista Veltroni, terzomondista e anti global, che giustifica e anzi esalta i black blok e l’inferno di Genova per il G8.
Questi postcomunisti sono tutto e il contrario di tutto, perché sono sempre berlingueriani, integralisti: “Il morto infine è riuscito ad afferrare il vivo”, nota curialmente Romano. Compreso il culto della personalità, si può aggiungere, che avvinse Berlinguer da vivo ben prima che da morto (gli editoriali sdolcinati di Scalfari, e quante iperboli). Che Veltroni sindaco ha rinverdito con i vecchi sistemi: ogni giorno ha avuto la sua mezza pagina nei grandi giornali romani - un giorno che non aveva argomenti “dotò” un’orfanella di periferia, che invece era una aspirante attrice. O il collateralismo con la Cgil, oltre che con la Lega delle cooperative. E la gestione di Unipol, con il Monte dei Paschi.
Romano salva la “coscienza repubblicana” di D’Alema - della cui Fondazione ItalianiEuropei è stato il direttore. Il solo in effetti che avesse un progetto, quello del ritorno alla politica, del paese normale, e ha tentato di realizzarlo. Ma, poi, dietro D’Alema, Veltroni, Fassino, è il deserto: se hanno evitato di restare seppelliti nelle macerie del Pci, non lasciano a loro volta che rovine. Specie la circonvenzione dell’opinione pubblica, messa in opera dai grandi imprenditori e banchieri proprietari dei giornali, cui si deve in realtà lo tsunami dell’antipolitica, dai postcomunisti cauzionata. I postcomunisti hanno avuto e hanno in gestione una trentina di giornali, almeno due televisioni più il Tg 1, una diecina di radio, e una rigorosa organizzazione delle campagne di stampa (dossier, riprese, rilanci), un centralismo democratico molto attivo e quasi da spionaggio. Che, peraltro, è la loro parte migliore: non si può fare a meno di notare la brillantezza degli interventi di D’Alema (discorsi, libri, interviste) quando glieli scrivevano Rondolino e Velardi – gli altri semplicemente disprezzano l’opinione. Anche su questo D’Alema aveva visto bene. Romano rileva che già nel 1993 affermava: “Un grande partito ha il dovere di dirsi, di comunicare se stesso, di non farsi comunicare dagli altri”. Ma poi anche lui ha creduto di poter gestire i media, mentre ne è stato gestito, osannato nelle cose sbagliate, dannato in quelle buone (“dalemone”). Quanto a Veltroni, ha perso tutte le elezioni che ha gestito come capo partito: le europee del 1999, le regionali del 2000, le politiche del 2001, quando il suo partito scese al minimo storico, le politiche del 2008, le regionali e amministrative in Sardegna e altrove.
Il giudizio di Romano tuttavia non è scontato. La storia di questo gruppo potrebbe anche essere quella di un successo: avendo essi trasformato una bancarotta storica e politica, fino al dimezzamento del voto elettorale, in una vittoria, a loro si potrebbe anche ascrivere speciale sagacia, se non genialità politica. È un fatto: nel 1979 il Pci perde le elezioni, dopo avere avviato l’Italia al declino con cinque anni di compromesso storico, con i governicchi Moro e Andreotti. Nel 1989 scompare il sovietismo, e quindi anche il Pci. Nel 1999 D’Alema a palazzo Chigi chiude il Lungo Golpe di Scalfaro e Borrelli: non è il primo uomo di sinistra a capo del governo, ma è pur sempre il primo postcomunista. Questa è la storia. Nel 2009 l’ex Pci si è trasformato in Pd, annettendosi i democristiani di sinistra, mentre Napolitano è presidente della Repubblica - Napolitano che gli stessi dioscuri di oggi, Veltroni e D’Alema, estromisero dalla successione a Berlinguer, e da un possibile cambiamento del Pci che avrebbe risparmiato tanti lutti all’Italia e alla sinistra. Non sarà l’eredità integrale di Berlinguer, ma è una capacità manovriera superiore.
E d’altra parte non si può fare colpa a loro, benché corresponsabili, di Berlinguer, della sua faziosità eretta a politica. Il cui Pci vive e combatte insieme a noi, ancora dopo vent’anni. Al centro della sua storia-requisitoria, Romano nota che, quando D’Alema va a palazzo Chigi, a ottobre del 1998, sa già che potrà governare il paese ma non il suo partito. Ancora nel 1990 il Pci era filosovietico, ancora nel 1991, fino al golpe di agosto di Gorbaciov con la dissoluzione dell’Urss. Ancora oggi l’Italia è per molti aspetti postsovietica, per l’antiamericanismo, il burocratismo irriformabile, l’inefficienza sindacalizzata negli ospedali, la scuola, i comuni (trasporti, spazzatura, decentramento), anche se i suoi santi non sono solo postcomunisti.
C’è anche da dire che i berlingueriani vengono da lontano, la tradizione giacobina è sempre stata forte nel Pci – la tradizione del mozzare le teste solo perché invise al partito. A partire dal Gramsci leninista in morte di Lenin, che celebra come “il Capo”, nel presupposto che “ogni Stato è una dittatura”. Avendo a suo tempo su “Ordine nuovo” stabilito, dopo Livorno: “Il partito Comunista continua le tradizioni dei giacobini della Rivoluzione francese contro i girondini. I comunisti sono giacobini, ma per l’interesse del proletariato e delle masse rurali tradite dai socialisti”. Ma questa è storia che sarà difficile da scrivere.
Se è possibile una prova d’appello, si può notare che l’eredità immutata del vecchio Pci - di Togliatti oltre che di Berlinguer o della supponenza - viene bene nel regime elettorale plebiscitario che l’antipolitica ha via via costruito, ma l’applicazione è insufficiente o errata. Si può dire che il berlusconismo non ha altro fondamento che l’insufficienza di D’Alema, Veltroni, Fassino, i tre “compagni di scuola” Fgci? Sì, si deve: Berlusconi ha vinto le sue primarie nel 1994, e da allora, malgrado i fendenti ricevuti, dai giornalisti e i giudici compagni, è sempre al comando: ha domato Bossi e Fini, il razzismo e il fascismo, e batte i postcomunisti, largamente, a ogni elezione. L’avversario del postcomunismo in tutti questi anni è stato un imprenditore. Pieno di sé, ma pur sempre limitato nella visione e nel linguaggio. Che un uomo solo, Prodi, è riuscito a battere più volte. Veltroni si è detto trionfatore in primarie di poco conto (settantacinquemila attivisti si sono mobilitati, per trentacinquemila candidati: quattro milioni di votanti per centomila professionisti della politica non sono nemmeno i parenti - e non erano quattro milioni… ), nelle quali in realtà non ha vinto niente, e non si è legittimato dopo, a parte il culto della personalità – la sua galleria di foto su “Repubblica” è da regime sovietico puro.
Ma non c’è solo Berlusconi. I nipoti del Pci si distinguono, al meglio, come grilli parlanti. Che gestiscono in continua perdita l’enorme patrimonio del Partito. Incapaci cioè, non antipatici, forse nemmeno ipocriti. Ochetto era riuscito a salvare il Pci da Mani Pulite. Degli ex giovani, D’Alema si distingue per il tentativo di tesaurizzare il passato, invece di buttarlo, ma poi è quello che suscita le maggiori ripulse e secessioni. Protagonisti della politica rimangono, da quindici anni ormai, gli avanzi di Mani Pulite, Bossi, Fini, Berlusconi e Di Pietro, i meno che mediocri eroi della “rivoluzione italiana”, o milanese. I postcomunisti hanno seccato l’albero della sinistra, che non cresce più e anzi marcisce. Si vede ora che si discute del dopo: non c’è nessuno. Questi postcomunisti sono, come Berlusconi, giganti nella tebaide. Nel deserto che il Lungo Golpe dell’antipolitica ha lasciato in Italia.
Andrea Romano, Compagni di strada, Oscar Mondadori, pp. 181, € 9
venerdì 13 marzo 2009
La verità di Pasolini nelle lettere
Pasolini è in queste lettere, per accenni, dietro le lunghe argomentazioni, tutto quello che critica: amante del lusso e dei consumi, dei premi e degli onori, del sesso facile. È d’altro canto sempre fedele al Pci, che in ogni occasione della sua vita e della sua attività gli è stato contro, anche con violenza, sempre sgradevolmente – l’amabile Calvino lo dice “comunista dolciastro” – anche se se n’è appropriato dopo morto. E questo non è opportunismo, o forse sì. Nell’introduzione Naldini, a proposito di Pasolini che nel buen retiro di Versuta nell’anno fatale 1943 si occupa della tesi di laurea, nota, a proposito del tema scelto, pascoliano: “Un mondo magico, altamente artificiale, falsamente ingenuo, molto vicino al suo gusto”. Il vero Pasolini sarà un commediante? In maschera è felice.
Mancano alcune cose dalla vita di Pasolini, che la corrispondenza mette in rilievo: la guerra, i tedeschi, la durezza del Pci, il padre, cui pure deve molto. Il 12 febbraio 1945 il fratello Guido, partigiano, viene ucciso a tradimento, con accanimento, da altri partigiani. Il 18 Pasolini fonda l’Academiuta de Lenga Furlana, la passione letteraria e la creazione di sé fanno aggio su ogni altro sentimento, di dolore, d’indignazione.
Molte cose in questa scelta di lettere sono peraltro ancora novità, nella persistente agiografia. L’amore del lusso. La creazione del personaggio: di ogni lettera spedita Pasolini teneva la copia carbone, sulla quale apportava a penna le correzioni ortografiche o dell’ultimo minuto dell’originale. Il sentimento religioso: “L’usignuolo della chiesa cattolica” era originariamente “un libretto di meditazioni religiose”. L’incredibile corrispondenza con Calvino sul “sapore meridional-romanesco di tutto il movimento operaio italiano”. O: il cinema è oggettivo, la letteratura è soggettiva, borghese. O: “Ah, fosse il patrimonio semantico della nostra lingua almeno uguale a quello anglosassone e francese!” – e tedesco no? Ma l’italiano ha più sensi, se non ha più parole.
Naldini non è tenero con la figura pubblica del cugino e amico, e tuttavia non se ne stanca: tre o quattro scritti biografici si sono succeduti dopo la curatela delle lettere. Compreso il saggio sulle abitudini sessuali del poeta, brutali, rozze. Un primo moto di distacco Naldini l’aveva avuto col contributo a “Desiderio di Pasolini”, la collettanea pubblicata nel 1990 da Stefano Casi sull’omosessualità “non accettata” del poeta. Qui, a p. 209, i suoi amori devono essere sotto i venti anni, del popolo, casuali e solo occasionali.
Pier Paolo Pasolini, Vita attraverso le lettere
Mancano alcune cose dalla vita di Pasolini, che la corrispondenza mette in rilievo: la guerra, i tedeschi, la durezza del Pci, il padre, cui pure deve molto. Il 12 febbraio 1945 il fratello Guido, partigiano, viene ucciso a tradimento, con accanimento, da altri partigiani. Il 18 Pasolini fonda l’Academiuta de Lenga Furlana, la passione letteraria e la creazione di sé fanno aggio su ogni altro sentimento, di dolore, d’indignazione.
Molte cose in questa scelta di lettere sono peraltro ancora novità, nella persistente agiografia. L’amore del lusso. La creazione del personaggio: di ogni lettera spedita Pasolini teneva la copia carbone, sulla quale apportava a penna le correzioni ortografiche o dell’ultimo minuto dell’originale. Il sentimento religioso: “L’usignuolo della chiesa cattolica” era originariamente “un libretto di meditazioni religiose”. L’incredibile corrispondenza con Calvino sul “sapore meridional-romanesco di tutto il movimento operaio italiano”. O: il cinema è oggettivo, la letteratura è soggettiva, borghese. O: “Ah, fosse il patrimonio semantico della nostra lingua almeno uguale a quello anglosassone e francese!” – e tedesco no? Ma l’italiano ha più sensi, se non ha più parole.
Naldini non è tenero con la figura pubblica del cugino e amico, e tuttavia non se ne stanca: tre o quattro scritti biografici si sono succeduti dopo la curatela delle lettere. Compreso il saggio sulle abitudini sessuali del poeta, brutali, rozze. Un primo moto di distacco Naldini l’aveva avuto col contributo a “Desiderio di Pasolini”, la collettanea pubblicata nel 1990 da Stefano Casi sull’omosessualità “non accettata” del poeta. Qui, a p. 209, i suoi amori devono essere sotto i venti anni, del popolo, casuali e solo occasionali.
Pier Paolo Pasolini, Vita attraverso le lettere
mercoledì 11 marzo 2009
Lo spirito protestante del capitalismo
Il crollo peggiore nella crisi per un lettore compulsivo è quello della stampa anglosassone. L’inaffidabilità e l’impudenza di “Economist”, “Financial Times” e “Wall Street Journal” levano il respiro. In seconda battuta viene il crollo ideologico, il secondo in meno di vent’anni dopo quello del socialismo: come si può essere governati dall’incrocio orrendo di banche, banche d’affari e agenzie di rating di cui i tre giornali, la “coscienza del mercato”, sono la vetrina? Prima, e anche ora nella crisi. Dov’è, qual è il potere di Goldman Sachs e Moody’s, che Tremonti dice i Templari del nuovo millennio? Quello dei soldi, certo, ma… Il terzo crollo è quello dello spirito protestante del capitalismo, inteso in Italia come dirittura morale e lealtà, ma questo si sapeva: non si ruba mai così tanto e impunemente, in buona coscienza, come in quello spirito.
Max Weber in parte non dice lo spirito del capitalismo superiore, non nei confronti delle altre religioni o sette, ma in parte sì: il suo capitalista è il santo della borghesia. Non ha torto la sua sociologia disincantata quando fa del possesso la via alla salvezza: la rivoluzione sociale, le rivoluzioni, si sono sempre anch’esse connotate per la presa di possesso. Ma alla fine è una sociologia patetica: il capitalismo, anche quello della Riforma, specie quello “liberato” della Riforma, non è razionale ma ideologico. E questo, per uno che conosce il mondo, seppure in forma religiosa, è limite molto europeo, anzi tedesco, e forse “ariano”, dell’epoca dei primati nazionali. Oggi saldamente in mano agli anglosassoni, agli Usa con l’appendice britannica, alle banche d’affari, alle agenzie di rating e ai loro santuari giornalistici.
Max Weber in parte non dice lo spirito del capitalismo superiore, non nei confronti delle altre religioni o sette, ma in parte sì: il suo capitalista è il santo della borghesia. Non ha torto la sua sociologia disincantata quando fa del possesso la via alla salvezza: la rivoluzione sociale, le rivoluzioni, si sono sempre anch’esse connotate per la presa di possesso. Ma alla fine è una sociologia patetica: il capitalismo, anche quello della Riforma, specie quello “liberato” della Riforma, non è razionale ma ideologico. E questo, per uno che conosce il mondo, seppure in forma religiosa, è limite molto europeo, anzi tedesco, e forse “ariano”, dell’epoca dei primati nazionali. Oggi saldamente in mano agli anglosassoni, agli Usa con l’appendice britannica, alle banche d’affari, alle agenzie di rating e ai loro santuari giornalistici.
La scienza politica indigente del Pd
Vale la pena rivedere a freddo le reazioni degli intellettuali che il Pd privilegia all’indomani della sconfitta in Sardegna. La sconfitta Sarkozy ha definito un capolavoro di Berlusconi. Ma l’isola era, ed è, saldamente di sinistra: vale la pena chiedersi cosa non ha funzionato.
Il giorno dopo Lucia Annunziata ha aperto “La Stampa” con un innocuo can per laia: “La sinistra ha molte responsabilità nella propria continua sconfitta di questi ultimi anni. Ma nessuna è forse così rilevante quanto la rimozione con cui continua a negarsi la verità su se stessa”, questa è la conclusione. Quale verità non è dato sapere.
Mauro è di malumore, si capisce cha abbia portato “Repubblica” a un vicolo cieco. “Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una "cosa" di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L'Italia sta con Berlusconi”. Tutti coglioni, insomma. E, come conseguenza, il Pd va in frantumi: “Il problema vero è che non c'è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all'intero Paese, cambiandolo”.
Il “Corriere della sera” approssima meglio la verità. Massimo Franco biasima il “primato velleitario” di Veltroni, il primato morale, o civile. E il 18 febbraio, dopo ancora un giorno, Panebianco, che non è veltroniano, vi si avvicina ancora di più: il progetto di Veltroni era “una salutare reazione all’eccesso di frammentazione”, e doveva “dar vita a un amalgama (relativamente) nuovo, fornendo alcune tradizioni politiche in precedenza importanti ma ormai consumate dalla storia”.
La sinistra ha bisogno di una iniziativa politica. E di un minimo comune denominatore organizzativo. Come partito e nella legge elettorale. Ma i suoi intellettuali non glielo consentono – ispiratori, portavoce, trombettieri, guitti. Nessuno che dica che il partito di Veltroni è nuovo e vecchio, molto vecchio. E che era ed è insoddisfacente. Per l’assetto politico nuovo che il paese dal 1991 si sta dando, con i referendum per la governabilità. Tanti scienziati politici attorno al Pd, e nessuno che sappia o dica la verità: che il regime elettorale è ormai plebiscitario, e vince o perde il partito di un capo.
Non è la sola mancanza. Nessuno che dica che la sinistra deve liberarsi dai postcomunisti. Solo lo storico Andrea Romano. Che è però sospettato di non essere buon democratico, forse nemmeno postcomunista. La sinistra deve liberarsi del linguaggio doppio. Deve liberararsi della finzione. Deve liberarsi da se stessa, dalla presunzione di essere migliore. Berlusconi si può battere, è elementare. Possibile che gli intellettuali e scienziati politici del Pd non lo sappiano? Cioè, perché non lo dicono? Sarà che sono amici del giaguaro.
Il giorno dopo Lucia Annunziata ha aperto “La Stampa” con un innocuo can per laia: “La sinistra ha molte responsabilità nella propria continua sconfitta di questi ultimi anni. Ma nessuna è forse così rilevante quanto la rimozione con cui continua a negarsi la verità su se stessa”, questa è la conclusione. Quale verità non è dato sapere.
Mauro è di malumore, si capisce cha abbia portato “Repubblica” a un vicolo cieco. “Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una "cosa" di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L'Italia sta con Berlusconi”. Tutti coglioni, insomma. E, come conseguenza, il Pd va in frantumi: “Il problema vero è che non c'è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all'intero Paese, cambiandolo”.
Il “Corriere della sera” approssima meglio la verità. Massimo Franco biasima il “primato velleitario” di Veltroni, il primato morale, o civile. E il 18 febbraio, dopo ancora un giorno, Panebianco, che non è veltroniano, vi si avvicina ancora di più: il progetto di Veltroni era “una salutare reazione all’eccesso di frammentazione”, e doveva “dar vita a un amalgama (relativamente) nuovo, fornendo alcune tradizioni politiche in precedenza importanti ma ormai consumate dalla storia”.
La sinistra ha bisogno di una iniziativa politica. E di un minimo comune denominatore organizzativo. Come partito e nella legge elettorale. Ma i suoi intellettuali non glielo consentono – ispiratori, portavoce, trombettieri, guitti. Nessuno che dica che il partito di Veltroni è nuovo e vecchio, molto vecchio. E che era ed è insoddisfacente. Per l’assetto politico nuovo che il paese dal 1991 si sta dando, con i referendum per la governabilità. Tanti scienziati politici attorno al Pd, e nessuno che sappia o dica la verità: che il regime elettorale è ormai plebiscitario, e vince o perde il partito di un capo.
Non è la sola mancanza. Nessuno che dica che la sinistra deve liberarsi dai postcomunisti. Solo lo storico Andrea Romano. Che è però sospettato di non essere buon democratico, forse nemmeno postcomunista. La sinistra deve liberarsi del linguaggio doppio. Deve liberararsi della finzione. Deve liberarsi da se stessa, dalla presunzione di essere migliore. Berlusconi si può battere, è elementare. Possibile che gli intellettuali e scienziati politici del Pd non lo sappiano? Cioè, perché non lo dicono? Sarà che sono amici del giaguaro.
Problemi di base - 11
spock
Sulle cause e gli effetti delle guerre
Perché l’Europa fa la guerra in Afghanistan?
Perché l’Europa tra il 1933 e il 1943 si è consegnata agli Stati Uniti? Senza che gli Stati uniti abbiamo mosso un dito, non in senso ostile. Reduci da una crisi profonda e perdurante-…
Fu Hitler un Superagente americano?
Perché l’Inghilterra e la Francia consegnarono il Mediterraneo e il Medio Oriente nel 1956 agli Stati Uniti?
Perché l’Italia ha occupato l’Africa desertica e l’ha chiamata impero?
Ci sarebbe stata la Soluzione Finale se gli Alleati a Casablanca nel 1942 non avessero deciso la resa incondizionata della Germania?
Ci sarebbero state senza Casablanca Yalta, la divisione dell’Europa e le persecuzioni-… sovietiche?
Perché Vittorio Emanuele III non ebbe la fidanzata inglese cui ambiva?
Che Hitler darebbe stato se non avesse avuto il sostegno della società civile, i borghesi, i tecnici Schacht e Speer, gli opinionisti, e dei grandi intellettuali, Schmitt, lo stesso Junger, Heidegger?
Ha fatto più martiri la fede in Cristo, o la Grande Germania, o il comunismo, o Napoleone?
E se la figlia del faraone non avesse tratto fuori dal Nilo la cesta col bambino Mosè, ci sarebbero stati il Decalogo e l’Occidente?
spock@antiit.eu
Sulle cause e gli effetti delle guerre
Perché l’Europa fa la guerra in Afghanistan?
Perché l’Europa tra il 1933 e il 1943 si è consegnata agli Stati Uniti? Senza che gli Stati uniti abbiamo mosso un dito, non in senso ostile. Reduci da una crisi profonda e perdurante-…
Fu Hitler un Superagente americano?
Perché l’Inghilterra e la Francia consegnarono il Mediterraneo e il Medio Oriente nel 1956 agli Stati Uniti?
Perché l’Italia ha occupato l’Africa desertica e l’ha chiamata impero?
Ci sarebbe stata la Soluzione Finale se gli Alleati a Casablanca nel 1942 non avessero deciso la resa incondizionata della Germania?
Ci sarebbero state senza Casablanca Yalta, la divisione dell’Europa e le persecuzioni-… sovietiche?
Perché Vittorio Emanuele III non ebbe la fidanzata inglese cui ambiva?
Che Hitler darebbe stato se non avesse avuto il sostegno della società civile, i borghesi, i tecnici Schacht e Speer, gli opinionisti, e dei grandi intellettuali, Schmitt, lo stesso Junger, Heidegger?
Ha fatto più martiri la fede in Cristo, o la Grande Germania, o il comunismo, o Napoleone?
E se la figlia del faraone non avesse tratto fuori dal Nilo la cesta col bambino Mosè, ci sarebbero stati il Decalogo e l’Occidente?
spock@antiit.eu
Secondi pensieri (23)
zeulig
Anarchico – È conservatore. Ama la tradizione come fondamento della libertà interiore, molto individualista ma un po’ gentleman, per una vita comoda e senza obblighi, piena di tempo, e buoni cibi, buoni vini, aria buona, nella natura se possibile non condivisa.
Antropologia – È forchettate di spaghetti che si arrotolano su se stessi, utile ma imbecille. Per l’imbecillità di pensare (costruire, strutturare, creare) il diverso, e sistematizzarlo con profusione di modelli e strutture, norme e regole che sono tutte eccezioni.
È imperialista ma anche liberatrice, afferma la differenza per il fatto di classificarla.
Cattolicesimo – È la religione più modernizzante, rispetto all’islam, al buddismo, al confucianesimo, alo shintoismo, all’ebraismo, è sempre stata al passo con i tempi. Ora si organizza aziendalmente: adatta liturgie e linguaggi a periodicità brevi, fa studi di marketing, pr e immagine, esibisce simboli à la page (paramenti, musiche, media. Il proprio della religione è ieratico, o deve essa, per universalizzare il messaggio, adattare il linguaggio?
Solo di Dio la chiesa parla come d’immutabile sostanza, con gli insondabili dogmi. Dall’esterno, cioè.
Classico - Ma è il culto dei morti.
Coscienza – Porta dipendenza, dal confessore, dal terapeuta, dalla chimica.
Dio – “Il potere della natura è il potere di Dio, che ha diritto di sovranità su tutte le cose” (Spinoza, “Trattato teo-politico”, cap. XVI). È così: prima della legge non c’è peccato (san Paolo), il discriminante dell’uomo. Ma “il diritto naturale dell’uomo è determinato non dalla ragione ma dal desiderio e dal potere” (Spinoza, ib.). Allora, è Dio duplice, quello della natura e quello della legge? In realtà la legge è umana. Via profeti o messia, ma è un’aspirazione umana, e si realizza come covenant. Dio è quello della natura.
Don Giovanni - È un san Sebastiano vestito. In solitudine è nudo e incerto. Non sarà affare di donne, se alla donne piace collezionare (se per le donne l’amore è curiosità)?
Donna – È stata, è, la malattia (ossessione) della civiltà della crisi, la Mitteleuropa ne era afflitta. Ha portato Freud alla continenza, mentre Otto Weininger, venticinque edizioni in breve tempo di “Sesso e carattere”, e Moebius le concedevano a stento l’umanità, e J.D.Unwin, “Sex and culture”, provava l’assunto di Weininger – lo sviluppo intellettuale legato all’astinenza sessuale in ben ottanta culture.
Eternità – Si chiude nell’arco della vita. Dopo, se c’è, non è più la stessa.
Evoluzione – Presuppone un passato e un futuro, un inizio e una fine.
Filologia – Alla fine, per quanto creativa, è un rifiuto del linguaggio. Come chi volesse riprodurre esattamente il ricamo della nonna e non ricamare. È subordinatrice al quadrato: è abdicazione al chi l’ha detto e al già detto. Ma non si può sapere mai bene che cosa sia stato detto, e quindi è scuola del sospetto – quella che produce insicurezza e non quella del giallo risolutore. Insicurezza cioè subordinazione: ai padroni dell’opinione, della disinformazione, delle trame occulte. Nel Novecento ha coperto l’ipocrisia, il linguaggio doppio che è stato il cancro di quel secolo. La scienza delle parole ha portato alla perdita di significato delle parole, e agli abissi catastrofici che al linguaggio doppio si legano.
Gergo – Si diffonde, come i dialetti, perché è un piccolo muro di cinta, segna l’esclusione: dei refoulés, gli snob, gli stupidi, gli insicuri.
Immortalità – Si rinnova e deperisce, talvolta muore, nella storia, la letteratura, la religione.
Lavoro - È la sopravvivenza. È una condanna per gli ebrei della Bibbia nomadi.
Mito - È una proiezione: all’origine vuole un io molto forte.
Moralismo - È una forma di misantropia, di narcisismo deviato: tutto è marcio non per un criterio di legge ma all’“infuori di me”.
È sempre stato la leva dell’assolutismo in politica, del giudice insindacabile dell’antipolitica. Emerge tra Cinque e Seicento con l’uso di Tacito (moralista si spera sincero e ineccepibile) contro Machiavelli, da parte di gesuiti e protestanti insieme, risolvendo la politica nel potere e stroncando per lungo tempo l’autonomia del politico (diritti di libertà, diritti di possesso, patti).
Morte - È un altro giorno, altrettanto incerto.
Aiuta a vivere.
Popolo - È il peggior nemico di se stesso. Come impiegato di sportello, sbirro, tranviere, ferroviere, portantino – l’inumanità della Usl, struttura democratica e popolare per eccellenza, soprattutto nelle cose che non costano: le lunghe file e le sale d’attesa, le informazioni, le scadenze.
Scienza - Ha dormito per duemila anni,da Euclide a Galileo. Non è esplosa dopo, semplicemente si è svegliata. E si è scoperta vuota: è passata dai postulati ai presupposti, concezioni debolissime della causalità e della verità delle cose.
Televisione - È nata piagnona perché guarda dentro le case.
zeulig@antiit.eu
Anarchico – È conservatore. Ama la tradizione come fondamento della libertà interiore, molto individualista ma un po’ gentleman, per una vita comoda e senza obblighi, piena di tempo, e buoni cibi, buoni vini, aria buona, nella natura se possibile non condivisa.
Antropologia – È forchettate di spaghetti che si arrotolano su se stessi, utile ma imbecille. Per l’imbecillità di pensare (costruire, strutturare, creare) il diverso, e sistematizzarlo con profusione di modelli e strutture, norme e regole che sono tutte eccezioni.
È imperialista ma anche liberatrice, afferma la differenza per il fatto di classificarla.
Cattolicesimo – È la religione più modernizzante, rispetto all’islam, al buddismo, al confucianesimo, alo shintoismo, all’ebraismo, è sempre stata al passo con i tempi. Ora si organizza aziendalmente: adatta liturgie e linguaggi a periodicità brevi, fa studi di marketing, pr e immagine, esibisce simboli à la page (paramenti, musiche, media. Il proprio della religione è ieratico, o deve essa, per universalizzare il messaggio, adattare il linguaggio?
Solo di Dio la chiesa parla come d’immutabile sostanza, con gli insondabili dogmi. Dall’esterno, cioè.
Classico - Ma è il culto dei morti.
Coscienza – Porta dipendenza, dal confessore, dal terapeuta, dalla chimica.
Dio – “Il potere della natura è il potere di Dio, che ha diritto di sovranità su tutte le cose” (Spinoza, “Trattato teo-politico”, cap. XVI). È così: prima della legge non c’è peccato (san Paolo), il discriminante dell’uomo. Ma “il diritto naturale dell’uomo è determinato non dalla ragione ma dal desiderio e dal potere” (Spinoza, ib.). Allora, è Dio duplice, quello della natura e quello della legge? In realtà la legge è umana. Via profeti o messia, ma è un’aspirazione umana, e si realizza come covenant. Dio è quello della natura.
Don Giovanni - È un san Sebastiano vestito. In solitudine è nudo e incerto. Non sarà affare di donne, se alla donne piace collezionare (se per le donne l’amore è curiosità)?
Donna – È stata, è, la malattia (ossessione) della civiltà della crisi, la Mitteleuropa ne era afflitta. Ha portato Freud alla continenza, mentre Otto Weininger, venticinque edizioni in breve tempo di “Sesso e carattere”, e Moebius le concedevano a stento l’umanità, e J.D.Unwin, “Sex and culture”, provava l’assunto di Weininger – lo sviluppo intellettuale legato all’astinenza sessuale in ben ottanta culture.
Eternità – Si chiude nell’arco della vita. Dopo, se c’è, non è più la stessa.
Evoluzione – Presuppone un passato e un futuro, un inizio e una fine.
Filologia – Alla fine, per quanto creativa, è un rifiuto del linguaggio. Come chi volesse riprodurre esattamente il ricamo della nonna e non ricamare. È subordinatrice al quadrato: è abdicazione al chi l’ha detto e al già detto. Ma non si può sapere mai bene che cosa sia stato detto, e quindi è scuola del sospetto – quella che produce insicurezza e non quella del giallo risolutore. Insicurezza cioè subordinazione: ai padroni dell’opinione, della disinformazione, delle trame occulte. Nel Novecento ha coperto l’ipocrisia, il linguaggio doppio che è stato il cancro di quel secolo. La scienza delle parole ha portato alla perdita di significato delle parole, e agli abissi catastrofici che al linguaggio doppio si legano.
Gergo – Si diffonde, come i dialetti, perché è un piccolo muro di cinta, segna l’esclusione: dei refoulés, gli snob, gli stupidi, gli insicuri.
Immortalità – Si rinnova e deperisce, talvolta muore, nella storia, la letteratura, la religione.
Lavoro - È la sopravvivenza. È una condanna per gli ebrei della Bibbia nomadi.
Mito - È una proiezione: all’origine vuole un io molto forte.
Moralismo - È una forma di misantropia, di narcisismo deviato: tutto è marcio non per un criterio di legge ma all’“infuori di me”.
È sempre stato la leva dell’assolutismo in politica, del giudice insindacabile dell’antipolitica. Emerge tra Cinque e Seicento con l’uso di Tacito (moralista si spera sincero e ineccepibile) contro Machiavelli, da parte di gesuiti e protestanti insieme, risolvendo la politica nel potere e stroncando per lungo tempo l’autonomia del politico (diritti di libertà, diritti di possesso, patti).
Morte - È un altro giorno, altrettanto incerto.
Aiuta a vivere.
Popolo - È il peggior nemico di se stesso. Come impiegato di sportello, sbirro, tranviere, ferroviere, portantino – l’inumanità della Usl, struttura democratica e popolare per eccellenza, soprattutto nelle cose che non costano: le lunghe file e le sale d’attesa, le informazioni, le scadenze.
Scienza - Ha dormito per duemila anni,da Euclide a Galileo. Non è esplosa dopo, semplicemente si è svegliata. E si è scoperta vuota: è passata dai postulati ai presupposti, concezioni debolissime della causalità e della verità delle cose.
Televisione - È nata piagnona perché guarda dentro le case.
zeulig@antiit.eu
Stato di natura felino
La favola modesta della natura, dello stato di natura. Che Scaraffia arricchisce di un brillante ritratto dell’autore, al suo modo, tra i Goncourt e Sainte-Beuve.
Hippolyte Taine, Vita e opinioni filosofiche di un gatto, Nottetempo, pp. 45 € 3
Hippolyte Taine, Vita e opinioni filosofiche di un gatto, Nottetempo, pp. 45 € 3
La cosa di Pasolini
Titolo marxiano per un racconto crepuscolare. Di eventi e persone minime, compreso il passaggio in Svizzera o Jugoslavia. Di cui Pasolini pretenderà che era un romanzo “contro De Gasperi”: “Io fui coi braccianti”, dice, “poi lessi Gramsci e Marx”. È possibile. Quali braccianti? “I braccianti friulani in lotta contro i latifondisti, subito dopo la guerra”. Ma non ci sono latinfodisti nel Friuli, e non ci furono lotte. “Il sogno di una cosa”, pubblicato nel 1962 ma scritto allora, si doveva intitolare “I giorni del lodo De Gasperi”, dice lo scrittore nel 1970 (“Al lettore nuovo”), come dire “i giorni dell’ira”. Ma De Gasperi non ne seppe nulla.
Pier Paolo Pasolini, Il sogno di una cosa
Pier Paolo Pasolini, Il sogno di una cosa
lunedì 9 marzo 2009
Pasolini vivo
Il Pasolini essenziale dei precedenti “Pasolini, una vita” e “Come non ci si difende dai ricordi”, di brevi aneddoti e vivi, che dicono tutto: le “vedove” che hanno affollato Casarsa e il cimitero, l’amore adolescenziale del poeta, l’unico della sua vita, il fratello Guido escluso e devoto, la madre innocente di sventura, il precoce ossessivo erotismo, Laura Betti, il complotto, Pelosi (qui curiosamente ascrivendo Sartre ai complottisti, mentre il filosofo per primo e molto persuasivamente il 14 marzo 1976 sul “Corriere della sera” fece dell’assassinio la lettura di Naldini, che Pelosi agì per “pura hybris di fuggire da se stesso”). Naldini non ama la figura pubblica di Pasolini, si sente, le sue furie posticce e contraddittorie, e tuttavia in questi tratteggi del cugino e amico ha maturato una feconda cifra narrativa.
Nico Naldini, Breve vita di Pasolini, Guanda, pp. 152, € 12
Nico Naldini, Breve vita di Pasolini, Guanda, pp. 152, € 12
La verità della poesia popolare
Rassegna della poesia dialettale e popolare, che fu la passione di Pasolini giovane e ancora negli anni 1950 - assortita da recensioni numerose ai poeti. Una ricerca che da sola fa un autore e vale una vita, prima che il poeta si perdesse nel cominformismo, con la pretese dell’anticonformismo – si ritroverà nel cinema. L’esercizio della verità gli è più consono:
alle pp. 47-48 (anche se a margine, in nota - “per scrupolo”, dice): “Uno studio sul “Romanticismo nell’Italia Meridionale” è ancora da farsi e sarebbe assai interessante, se il Romanticismo rimane nel Meridione pura applicazione di formule sentimentali e morali di natura assolutamente contraria a quella indigena; nella cui fenomenologia psicologica mancano quei caratteri “cristiani” immanenti al Romanticismo e che sono tipicamente nordici. La “passione” meridionale non è un dato romantico: come nella “bontà” del meridionale non c’è pietismo. La scena popolaresca o il fato di sangue “romantici” hanno nel Meridione il sapore del mimo o della tragedia greca, anche quando restano involuti nell’equivoco culturale” (il riferimento è a Di Giacomo e altri “italianizzati”).
a p. 203: “La differenza psicologica tra borghese e popolano non è - evidentemente – una contrapposizione di complicazione e semplicità: sicché questo della semplicità sembrerebbe nel Croce un residuo proprio di quella teoria romantica che egli va confutando – e magari proprio nella sua fase rousseauiana –, quando è, semmai, la cultura, ossia la coscienza, a fornire di qualche base psicologica l’uomo, e non certo l’ignoranza (o la cultura primitiva): che lo abbandona, indifeso e violento, alle storture e alle oscurità dei “complessi…. Statisticamente l’enorme maggioranza dei delitti sessuali si dà nei «bassi strati»”. E quindi: “Non conoscendo l’ipocrisia borghese, ma non conoscendo nemmeno la capacità borghese di sincerità, di attitudine alla “confessione”, il cantante popolano si rifugia nella semplicità espansiva del canto… Sicché, a leggere… una scelta rigorosa, … verremmo appunto a configurarci un “canzoniere” quasi di tipo stilnovistico, addirittura aristocratico nella sua allegria di popolani parlanti di lingua”.
Pier Paolo Pasolini, Passione e ideologia
alle pp. 47-48 (anche se a margine, in nota - “per scrupolo”, dice): “Uno studio sul “Romanticismo nell’Italia Meridionale” è ancora da farsi e sarebbe assai interessante, se il Romanticismo rimane nel Meridione pura applicazione di formule sentimentali e morali di natura assolutamente contraria a quella indigena; nella cui fenomenologia psicologica mancano quei caratteri “cristiani” immanenti al Romanticismo e che sono tipicamente nordici. La “passione” meridionale non è un dato romantico: come nella “bontà” del meridionale non c’è pietismo. La scena popolaresca o il fato di sangue “romantici” hanno nel Meridione il sapore del mimo o della tragedia greca, anche quando restano involuti nell’equivoco culturale” (il riferimento è a Di Giacomo e altri “italianizzati”).
a p. 203: “La differenza psicologica tra borghese e popolano non è - evidentemente – una contrapposizione di complicazione e semplicità: sicché questo della semplicità sembrerebbe nel Croce un residuo proprio di quella teoria romantica che egli va confutando – e magari proprio nella sua fase rousseauiana –, quando è, semmai, la cultura, ossia la coscienza, a fornire di qualche base psicologica l’uomo, e non certo l’ignoranza (o la cultura primitiva): che lo abbandona, indifeso e violento, alle storture e alle oscurità dei “complessi…. Statisticamente l’enorme maggioranza dei delitti sessuali si dà nei «bassi strati»”. E quindi: “Non conoscendo l’ipocrisia borghese, ma non conoscendo nemmeno la capacità borghese di sincerità, di attitudine alla “confessione”, il cantante popolano si rifugia nella semplicità espansiva del canto… Sicché, a leggere… una scelta rigorosa, … verremmo appunto a configurarci un “canzoniere” quasi di tipo stilnovistico, addirittura aristocratico nella sua allegria di popolani parlanti di lingua”.
Pier Paolo Pasolini, Passione e ideologia
domenica 8 marzo 2009
Tutto il pil Usa nella crisi
Tra impegni annuali e pluriennali, da fine 2007 il governo Usa e la Federal riserve hanno impegnato contro la crisi dodici miliardi di dollari, quasi un pil annuale degli Usa. Per quattro quinti si tratta di erogazioni o impegni a favore del sistema finanziario, banche e assicurazioni. I fondi già erogati sono poco meno della metà degli stanziamenti, circa 5 mila miliardi, più del pil della Germania, il maggiore in Europa. Non è finita, e anzi prospettive peggiori si annunciano. Il calo del pil sarà nel tempo prevedibile non minore del 4 per cento. I nuovi disoccupati aumentano ogni mese in progressione geometrica, e sono ora a un milione al mese: a quelli dei servizi, che nell’ultima rilevazione hanno portato i posti perduti a quasi 700 mila, si aggiungono quelli dell’industria - meccanica, dei trasporti, dell’energia, e perfino dell’informatica. Citigroup e Bank of America, in aggiunta a General Motors, sono reputate insolventi dal mercato: in due anni la loro capitalizzazione si è ridotta rispettivamente a un ventesimo e a un decimo. La Federal Reserve, che ha mobilitato due terzi delle risorse anticrisi, potrebbe non farcela più. Anche perché, dice il ministro del Tesoro Geithner, ex Federal Reserve, “il sistema finanziario lavora contro la ripresa”, e contemporaneamente “la recessione impone nuove pesanti pressioni sulle banche”. Il piano del predecessore di Geithner, Paulson, quello dei 700 miliardi, è già fallito per quanto riguarda le banche: metà dello stanziamento, quello che è andato alla ricapitalizzazione delle banche, è scomparso senza effetto.
A rischio è ora la tenuta del dollaro, e del sistema globale di credito alla produzione – la globalizzazione. Le banche Usa, d’investimento e di affari, erano centrali nella globalizzazione, con loro è a rischio l’insieme dei rapporti economici internazionali.
A rischio è ora la tenuta del dollaro, e del sistema globale di credito alla produzione – la globalizzazione. Le banche Usa, d’investimento e di affari, erano centrali nella globalizzazione, con loro è a rischio l’insieme dei rapporti economici internazionali.
Il filoislamismo americano
Dunque gli Stati Uniti aprono ai talebani. Non il governo afghano, ma la potenza militare occupante, seppure sotto bandiera Onu. È la conferma della politica filoislamica dell’America. E di un duplice errore. I talebani, che si trovano avallata da Hillary Clinton la loro tesi che il governo Karzai è un fantoccio, non vorranno solo sedersi al tavolo, vorranno tutto il potere. Magari con la promessa di non interferire con le politiche Usa nella regione - è lo schema originario khomeinista, quello che nel 1980 portò gli Usa ad abbandonare lo scià. Il secondo errore sta nel fatto che il governo Karzai è stato eletto, in un processo di modernizzazione della politica afgana, di liberazione dalla rete tribale – che, si condivida o meno, è l’unico contributo positivo che l’Occidente può esportare, positivo nel senso della democrazia.
Ma sono errori? Questo filoislamismo molto imperialista rientra nella politica democratica di disprezzo del mondo, di Wilson, F.D.Roosevelt, Truman, Kennedy, Lyndon Johnson, Carter, Clinton. E naturalmente nella tradizione filoaraba e filoislamica
di Washington. Che rimonta al patrocinio della famiglia Saud nella penisola arabica, e si è allargata a tutta le regione con la guerra di Suez. Sviluppata in entrambi i casi all’insegna dell’anticolonialismo, questa politica è stata poi rafforzata da Kissinger negli anni 1970 col sostegno al radicalismo islamico di Zia ul Haq in Pakistan, contro la penetrazione sovietica e il neutralismo del subcontinente indiano, ritenuto ancillare all’Urss. E poi in tutto il Medio Oriente, khomeinismo compreso, e nel Maghreb, spesso sotto la copertura saudita. Fino a farne, con successo, il fronte avanzato antisovietico con l’Urss in Afghanistan.
Obama e Hillary Clinton riprendono e rendono manifeste queste tradizioni, di aloofness democratica e di filoislamismo. Che gli Stati Uniti non hanno smesso di considerare un indirizzo principale di politica estera - per il petrolio, per la finanza e come area integrabile – anche quando è sfociato nel terrorismo, in Algeria, nel Sudan, in Africa, in Palestina.
Con l’11 settembre questo fronte ha abortito nel rifiuto degli stessi Usa e nel terrorismo. Se ne tenta ora il recupero facendo spazio al nuovo radicalismo, palestinese e talebano. Con prospettive che potrebbero essere buone, anche se l’islam si ritiene a tutti gli effetti non inferiore all’Occidente e all’America. E in realtà anzi superiore - inferiore\superiore è la categoria politica dominante, da sempre, dai tempi del Profeta. Non governabile cioè. Tanto più verso un’apertura come quella americana, che molto presume di sé, quasi padronale. L’apertura appare utilizzabile per un disimpegno dell’America dalle due guerre, ma non per la stabilizzazione dell’area: tra un anno Hillary Clinton avrà perduto lo smalto, la profezia è facile.
Restano comunque fuori l’Iran e il Pakistan, le due potenze nucleari, che ambiscono entrambe a un ruolo di potenza regionale. Gli ayatollah, com’è ormai loro consuetudine da trent’anni, si mostreranno concilianti, ma non sull’atomica. Faranno succedere ad Ahmadinejad una personalità democratica, possibilmente un ayatollah, una persona di grande standing culturale cioè. Ma non recederanno dall’atomica. Quanto al Pakistan, è dubbio se non ha la forza oppure la volontà di fare da santuario al terrorismo qaedista e salafita. Ma tutto lascia propendere per la seconda ipotesi. Nella scienza politica islamica nulla si dà per nulla. Come è di qualsiasi diplomazia, ma nell’islam nessun mezzo è escluso.
Ma sono errori? Questo filoislamismo molto imperialista rientra nella politica democratica di disprezzo del mondo, di Wilson, F.D.Roosevelt, Truman, Kennedy, Lyndon Johnson, Carter, Clinton. E naturalmente nella tradizione filoaraba e filoislamica
di Washington. Che rimonta al patrocinio della famiglia Saud nella penisola arabica, e si è allargata a tutta le regione con la guerra di Suez. Sviluppata in entrambi i casi all’insegna dell’anticolonialismo, questa politica è stata poi rafforzata da Kissinger negli anni 1970 col sostegno al radicalismo islamico di Zia ul Haq in Pakistan, contro la penetrazione sovietica e il neutralismo del subcontinente indiano, ritenuto ancillare all’Urss. E poi in tutto il Medio Oriente, khomeinismo compreso, e nel Maghreb, spesso sotto la copertura saudita. Fino a farne, con successo, il fronte avanzato antisovietico con l’Urss in Afghanistan.
Obama e Hillary Clinton riprendono e rendono manifeste queste tradizioni, di aloofness democratica e di filoislamismo. Che gli Stati Uniti non hanno smesso di considerare un indirizzo principale di politica estera - per il petrolio, per la finanza e come area integrabile – anche quando è sfociato nel terrorismo, in Algeria, nel Sudan, in Africa, in Palestina.
Con l’11 settembre questo fronte ha abortito nel rifiuto degli stessi Usa e nel terrorismo. Se ne tenta ora il recupero facendo spazio al nuovo radicalismo, palestinese e talebano. Con prospettive che potrebbero essere buone, anche se l’islam si ritiene a tutti gli effetti non inferiore all’Occidente e all’America. E in realtà anzi superiore - inferiore\superiore è la categoria politica dominante, da sempre, dai tempi del Profeta. Non governabile cioè. Tanto più verso un’apertura come quella americana, che molto presume di sé, quasi padronale. L’apertura appare utilizzabile per un disimpegno dell’America dalle due guerre, ma non per la stabilizzazione dell’area: tra un anno Hillary Clinton avrà perduto lo smalto, la profezia è facile.
Restano comunque fuori l’Iran e il Pakistan, le due potenze nucleari, che ambiscono entrambe a un ruolo di potenza regionale. Gli ayatollah, com’è ormai loro consuetudine da trent’anni, si mostreranno concilianti, ma non sull’atomica. Faranno succedere ad Ahmadinejad una personalità democratica, possibilmente un ayatollah, una persona di grande standing culturale cioè. Ma non recederanno dall’atomica. Quanto al Pakistan, è dubbio se non ha la forza oppure la volontà di fare da santuario al terrorismo qaedista e salafita. Ma tutto lascia propendere per la seconda ipotesi. Nella scienza politica islamica nulla si dà per nulla. Come è di qualsiasi diplomazia, ma nell’islam nessun mezzo è escluso.
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (31)
Giuseppe Leuzzi
Hanno benevolmente salvato, senza spendere una lira, su invito perentorio della Banca d’Italia, la Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, per prima, poi quella delle Puglie, quindi i banchi di Sicilia e di Napoli. Guadagnandoci, evidentemente, poiché non se ne sono lagnate, ma sempre col cipiglio del salvatore suo malgrado, per la solita malintesa solidarietà con il Sud. Di propria iniziativa invece le grandi banche di Milano hanno rilevato le banche dei paesi dell’Est, in Polonia, Ungheria, Bulgaria, Croazia, paesi baltici. Le hanno pagate, anche molto caro, e ora per esse temono il fallimento. Ma mai una critica.
Nella rubrica che apre un mensile pubblicitario del “Corriere della sera” Ernesto Galli della Loggia dice l’autostrada in Calabria infestata dalla ‘ndrangheta - “da casello a casello” dice il titolo, ma questo è un errore, non ci sono caselli. È così, spiega lo storico, perché Fanfani che ne varò i lavori, parlava da fascista. E perché “le oligarchie politiche calabresi” ne imposero un percorso interno invece che “la linea costiera”.
Galli della Loggia è forse il miglior storico contemporaneista dell’Italia, non pregiudicato, che ha elaborato su molti aspetti tracce importanti. Ma a Sud non ci vede bene. Nel 1992 voleva che si recintasse col filo spinato. Nel quadro di un suo indimenticabile decalogo contro la mafia, per il quale lo Stato doveva rendere impossibile la vita al Sud, tagliando acqua, elettricità, telefono e patente.
Sarà la passione – Galli della Loggia non è il solo. Ma lo storico non sa, per esempio, l’inattendibilità del pentito di mafia singolo, senza riscontri. Non sa la natura speciale del pentito di mafia calabrese. Non sa che l’autostrada fu costruita in pochi, pochissimi, anni – la metà di quelli che ci sono voluti per il passante di Mestre, 475 chilometri pieni di gallerie e viadotti, contro 32 piani. E così via. Né sa che l’autostrada, per fortuna, ha risparmiato “la linea costiera” calabrese, anche se non tutta.
Sembra non sapere dle resto nemmeno come si fanno gli appalti in Italia, e questo è grave. Si appella ai “cittadini della Calabria e di molte altre zone del Sud”, ai quali chiede, a “questi nostri connazionali”, di darsi una regolata. Altrimenti, dice, “prima o poi (e più prima che poi) il resto del Paese non ne potrà più dei loro problemi, li abbandonerà a loro stessi”, eccetera eccetera. Cioè, non si rende conto, lo storico, che sarebbe meglio prima che dopo, che il Sud si liberi finalmente del sistema italiano di fare gli appalti. Sa Galli della Loggia come si fanno gli appalti a Roma, dove vive, o a Milano, la capitale morale d’Italia?
Ma, poi, Galli della Loggia cita l’Antimafia, la commissione parlamentare. E uno non può dargli torto, è l’Antimafia che scrive, nella relazione 2008: “La ‘ndrangheta controlla metro per metro, casello per casello, grazie a una spartizione-accordo, i lavori perenni di ammodernamento e di ampliamento della struttura, sostenuti da finanziamenti pubblici nazionali ed europei interminabili, con continui incrementi di previsioni di spesa e relativi aggiornamenti di bandi di gara”. Siccome questo non è vero, si conferma che l’Antimafia è in realtà uno dei più grossi promotori della mafia – un onest’uomo legge le sue relazioni e dice: “Che ci sto a fare?”. Ben protetto, e anzi immunizzato (alcuni dei suoi presidenti e membri autorevoli sono stati e sono percettori dei voti mafiosi, non innocenti). Ma resta il dubbio: se è come dice l’Antimafia, tutte le imprese che hanno l’appalto dell’Anas per l’ammodernamento, le maggiori imprese nazionali, del Nord, sono allora della ‘ndrangheta.
Perché non si fa una storia dell’Antimafia?
Il Sud per i viaggiatori inglesi del secondo Settecento era il Sud della Francia, povero, sporco, in rovina. “Chambéry, la capitale della Savoia”, scrive il dottor Burney (“Viaggio musicale in Italia”), è una poverissima città, senza commercio, piena di fannulloni e mendicanti”. Nel “ricco vescovado” di Saint-Jean de Maurienne, ai piedi del Moncenisio, la cui ragguardevolissima rendita raggiunge le 22 mila sterline annue, “la gente vive allo stato quasi selvaggio: una sola camera basta a tutta la famiglia, compresi muli, asini, vacche e maiali” – oggi Saint-Jean de Maurienne è rinomata stazione di sci.
Anche in Italia, in tutto il Nord prealpino, il dottor Burney non trova che “polvere, sporcizia, ragnatele, pulci, cimici”. Tra Torino e Milano la campagna è infestata di “fuorilegge”, ladri assassini.
La Calabria è per Pasolini studioso della poesia dialettale (“Il Reame”, saggio del 1952 raccolto in “Passione e ideologia”), “isola anch’essa, come la Sardegna e la Corsica, tanto da avere con queste strette analogie geografiche e umane, e più isola della Sicilia”. Intuizione affascinante, che il poeta confina stranamente tra parentesi.
A conclusione delle cinque pagine che Pasolini dedica alla poesia dialettale in Calabria altre poche righe che valgono una storia della letteratura, e una storia civile e politica. Pasolini concorda con altri critici che la poesia dialettale calabrese è umanistica e borghese. “Ma”, spiega, “questa contaminazione col dialetto di tutta una cultura umanistica e borghese non è senza coerenza con tutta la Calabria: questa gentilezza, questa civiltà che lievitano ingenuamente i versi dei calabresi non sono essenzialmente diverse dalla gentilezza e dalla civiltà della più autentica poesia popolare; e forse bisognerà mettere tale fenomeno in relazione con l’italianizzazione recente della Calabria (in cui il greco dei Bizantini si era sovrapposto senza soluzione di continuità a quello antichissimo della Magna Grecia), per cui l’italiano importato in Calabria era già un italiano colto (e, inoltre, l’antico spirito “greco” sussisterebbe quale ideale struttura di questo dialetto recente): sì che non si danno nenie più vicine a quelle del Sannazzaro delle nenie cantate dalle madri calabresi”. Le nenie colte del latinista Sannazzaro.
Il resto delle cinque pagine è un’illustrazione del saggio di Corrado Alvaro, “L’anima del Calabrese”, che apriva il numero speciale del “Ponte”, la rivista fiorentina, sulla Calabria, settembre-ottobre 1950. Con una notazione anch’essa ancora vera, cioè nuova (naturalmente tra parentesi): l’anima del calabrese, dice Pasolini, “Alvaro delinea con eccezionale acume e umanità (meglio certo di quanto, in senso realistico, abbia fatto nel suo per altri versi importante Gente in Aspromonte)”. Sulla Calabria Pasolini ritorna, con altre cinque pagine, nel saggio sulla poesia popolare, dopo aver riscoperto, a Martano (Lecce) e Bova (Reggio Calabria) un canto grecanico quasi identico sul tema della bella e la pulce.
Sempre a margine, questa volta in nota, Pasolini osserva anche non c’è romanticismo nella passione meridionale, né pietismo nella bontà: “Uno studio sul “Romanticismo nell’Italia Meridionale” è ancora da farsi e sarebbe assai interessante, se il Romanticismo rimane nel Meridione pura applicazione di formule sentimentali e morali di natura assolutamente contraria a quella indigena; nella cui fenomenologia psicologica mancano quei caratteri “cristiani” immanenti al Romanticismo e che sono tipicamente nordici. La “passione” meridionale non è un dato romantico: come nella “bontà” del meridionale non c’è pietismo. La scena popolaresca o il fatto di sangue “romantici” hanno nel Meridione il sapore del mimo o della tragedia greca, anche quando restano involuti nell’equivoco culturale” (il riferimento è a Di Giacomo e altri romantici napoletani”.
Nello stesso libro, “Passione e ideologia”, Pasolini precisa in fine, recensendo nel 1957 Zanzotto: “Si sa che le aree marginali e le isole sono linguisticamente conservatrici”. E questa è la mancanza, che si sente così forte, della Calabria culta: non essere conservatrice come la sua lingua sarebbe. Non elaborare le radici, e quindi non vivere. Per legarsi invece saprofiticamente a Roma, a Milano, a ogni esperienza altra.
Suonatori dalla Calabria trova il dottor Burney nel 1770 a Napoli: “Poco prima del Natale suonatori girovaghi giungono a Napoli dalla Calabria: … cantano di solito accompagnati da una chitarra e da un violino, che non è appoggiato alla spalla ma tenuto in basso”.
Nessuno sa chi fossero, che fine abbiano fatto, che strumento fosse il violino tenuto basso, la storia (in Calabria) non esiste.
Tracce ampie lascia il dottor Burney: “Paisiello ha introdotto qualcuna di queste musiche nella sua opera comica che si sta ora rappresentando (“Le trame per amore”, n.d.r.). Piccinni mi promise di procurarmi alcune di queste appassionate melodie popolari”. Che quindi erano trascritte.
Hanno benevolmente salvato, senza spendere una lira, su invito perentorio della Banca d’Italia, la Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, per prima, poi quella delle Puglie, quindi i banchi di Sicilia e di Napoli. Guadagnandoci, evidentemente, poiché non se ne sono lagnate, ma sempre col cipiglio del salvatore suo malgrado, per la solita malintesa solidarietà con il Sud. Di propria iniziativa invece le grandi banche di Milano hanno rilevato le banche dei paesi dell’Est, in Polonia, Ungheria, Bulgaria, Croazia, paesi baltici. Le hanno pagate, anche molto caro, e ora per esse temono il fallimento. Ma mai una critica.
Nella rubrica che apre un mensile pubblicitario del “Corriere della sera” Ernesto Galli della Loggia dice l’autostrada in Calabria infestata dalla ‘ndrangheta - “da casello a casello” dice il titolo, ma questo è un errore, non ci sono caselli. È così, spiega lo storico, perché Fanfani che ne varò i lavori, parlava da fascista. E perché “le oligarchie politiche calabresi” ne imposero un percorso interno invece che “la linea costiera”.
Galli della Loggia è forse il miglior storico contemporaneista dell’Italia, non pregiudicato, che ha elaborato su molti aspetti tracce importanti. Ma a Sud non ci vede bene. Nel 1992 voleva che si recintasse col filo spinato. Nel quadro di un suo indimenticabile decalogo contro la mafia, per il quale lo Stato doveva rendere impossibile la vita al Sud, tagliando acqua, elettricità, telefono e patente.
Sarà la passione – Galli della Loggia non è il solo. Ma lo storico non sa, per esempio, l’inattendibilità del pentito di mafia singolo, senza riscontri. Non sa la natura speciale del pentito di mafia calabrese. Non sa che l’autostrada fu costruita in pochi, pochissimi, anni – la metà di quelli che ci sono voluti per il passante di Mestre, 475 chilometri pieni di gallerie e viadotti, contro 32 piani. E così via. Né sa che l’autostrada, per fortuna, ha risparmiato “la linea costiera” calabrese, anche se non tutta.
Sembra non sapere dle resto nemmeno come si fanno gli appalti in Italia, e questo è grave. Si appella ai “cittadini della Calabria e di molte altre zone del Sud”, ai quali chiede, a “questi nostri connazionali”, di darsi una regolata. Altrimenti, dice, “prima o poi (e più prima che poi) il resto del Paese non ne potrà più dei loro problemi, li abbandonerà a loro stessi”, eccetera eccetera. Cioè, non si rende conto, lo storico, che sarebbe meglio prima che dopo, che il Sud si liberi finalmente del sistema italiano di fare gli appalti. Sa Galli della Loggia come si fanno gli appalti a Roma, dove vive, o a Milano, la capitale morale d’Italia?
Ma, poi, Galli della Loggia cita l’Antimafia, la commissione parlamentare. E uno non può dargli torto, è l’Antimafia che scrive, nella relazione 2008: “La ‘ndrangheta controlla metro per metro, casello per casello, grazie a una spartizione-accordo, i lavori perenni di ammodernamento e di ampliamento della struttura, sostenuti da finanziamenti pubblici nazionali ed europei interminabili, con continui incrementi di previsioni di spesa e relativi aggiornamenti di bandi di gara”. Siccome questo non è vero, si conferma che l’Antimafia è in realtà uno dei più grossi promotori della mafia – un onest’uomo legge le sue relazioni e dice: “Che ci sto a fare?”. Ben protetto, e anzi immunizzato (alcuni dei suoi presidenti e membri autorevoli sono stati e sono percettori dei voti mafiosi, non innocenti). Ma resta il dubbio: se è come dice l’Antimafia, tutte le imprese che hanno l’appalto dell’Anas per l’ammodernamento, le maggiori imprese nazionali, del Nord, sono allora della ‘ndrangheta.
Perché non si fa una storia dell’Antimafia?
Il Sud per i viaggiatori inglesi del secondo Settecento era il Sud della Francia, povero, sporco, in rovina. “Chambéry, la capitale della Savoia”, scrive il dottor Burney (“Viaggio musicale in Italia”), è una poverissima città, senza commercio, piena di fannulloni e mendicanti”. Nel “ricco vescovado” di Saint-Jean de Maurienne, ai piedi del Moncenisio, la cui ragguardevolissima rendita raggiunge le 22 mila sterline annue, “la gente vive allo stato quasi selvaggio: una sola camera basta a tutta la famiglia, compresi muli, asini, vacche e maiali” – oggi Saint-Jean de Maurienne è rinomata stazione di sci.
Anche in Italia, in tutto il Nord prealpino, il dottor Burney non trova che “polvere, sporcizia, ragnatele, pulci, cimici”. Tra Torino e Milano la campagna è infestata di “fuorilegge”, ladri assassini.
La Calabria è per Pasolini studioso della poesia dialettale (“Il Reame”, saggio del 1952 raccolto in “Passione e ideologia”), “isola anch’essa, come la Sardegna e la Corsica, tanto da avere con queste strette analogie geografiche e umane, e più isola della Sicilia”. Intuizione affascinante, che il poeta confina stranamente tra parentesi.
A conclusione delle cinque pagine che Pasolini dedica alla poesia dialettale in Calabria altre poche righe che valgono una storia della letteratura, e una storia civile e politica. Pasolini concorda con altri critici che la poesia dialettale calabrese è umanistica e borghese. “Ma”, spiega, “questa contaminazione col dialetto di tutta una cultura umanistica e borghese non è senza coerenza con tutta la Calabria: questa gentilezza, questa civiltà che lievitano ingenuamente i versi dei calabresi non sono essenzialmente diverse dalla gentilezza e dalla civiltà della più autentica poesia popolare; e forse bisognerà mettere tale fenomeno in relazione con l’italianizzazione recente della Calabria (in cui il greco dei Bizantini si era sovrapposto senza soluzione di continuità a quello antichissimo della Magna Grecia), per cui l’italiano importato in Calabria era già un italiano colto (e, inoltre, l’antico spirito “greco” sussisterebbe quale ideale struttura di questo dialetto recente): sì che non si danno nenie più vicine a quelle del Sannazzaro delle nenie cantate dalle madri calabresi”. Le nenie colte del latinista Sannazzaro.
Il resto delle cinque pagine è un’illustrazione del saggio di Corrado Alvaro, “L’anima del Calabrese”, che apriva il numero speciale del “Ponte”, la rivista fiorentina, sulla Calabria, settembre-ottobre 1950. Con una notazione anch’essa ancora vera, cioè nuova (naturalmente tra parentesi): l’anima del calabrese, dice Pasolini, “Alvaro delinea con eccezionale acume e umanità (meglio certo di quanto, in senso realistico, abbia fatto nel suo per altri versi importante Gente in Aspromonte)”. Sulla Calabria Pasolini ritorna, con altre cinque pagine, nel saggio sulla poesia popolare, dopo aver riscoperto, a Martano (Lecce) e Bova (Reggio Calabria) un canto grecanico quasi identico sul tema della bella e la pulce.
Sempre a margine, questa volta in nota, Pasolini osserva anche non c’è romanticismo nella passione meridionale, né pietismo nella bontà: “Uno studio sul “Romanticismo nell’Italia Meridionale” è ancora da farsi e sarebbe assai interessante, se il Romanticismo rimane nel Meridione pura applicazione di formule sentimentali e morali di natura assolutamente contraria a quella indigena; nella cui fenomenologia psicologica mancano quei caratteri “cristiani” immanenti al Romanticismo e che sono tipicamente nordici. La “passione” meridionale non è un dato romantico: come nella “bontà” del meridionale non c’è pietismo. La scena popolaresca o il fatto di sangue “romantici” hanno nel Meridione il sapore del mimo o della tragedia greca, anche quando restano involuti nell’equivoco culturale” (il riferimento è a Di Giacomo e altri romantici napoletani”.
Nello stesso libro, “Passione e ideologia”, Pasolini precisa in fine, recensendo nel 1957 Zanzotto: “Si sa che le aree marginali e le isole sono linguisticamente conservatrici”. E questa è la mancanza, che si sente così forte, della Calabria culta: non essere conservatrice come la sua lingua sarebbe. Non elaborare le radici, e quindi non vivere. Per legarsi invece saprofiticamente a Roma, a Milano, a ogni esperienza altra.
Suonatori dalla Calabria trova il dottor Burney nel 1770 a Napoli: “Poco prima del Natale suonatori girovaghi giungono a Napoli dalla Calabria: … cantano di solito accompagnati da una chitarra e da un violino, che non è appoggiato alla spalla ma tenuto in basso”.
Nessuno sa chi fossero, che fine abbiano fatto, che strumento fosse il violino tenuto basso, la storia (in Calabria) non esiste.
Tracce ampie lascia il dottor Burney: “Paisiello ha introdotto qualcuna di queste musiche nella sua opera comica che si sta ora rappresentando (“Le trame per amore”, n.d.r.). Piccinni mi promise di procurarmi alcune di queste appassionate melodie popolari”. Che quindi erano trascritte.
lunedì 2 marzo 2009
La bomba iraniana, jeu de dupes?
C’è un’aria da presa per i fondelli, in gergo diplomatico un jeu de dupes, su questo terribile Iran che si fa la bomba nucleare. Un esito al quale tutti sembrano confluire per fatalità. Compreso in certo modo lo stesso Iran, che pure da tempo, dai tempi dello scià, ha ambizioni di potenza militare. È un evento infatti che da tempo si potrebbe disinnescare, ma nessuno lo fa.
Gli Usa conoscono gli ayatollah, gli ayatollah conoscono gli Usa meglio di chiunque altro. Gli Usa sanno che dovrebbe dare qualcosa all’Iran, gli ayatollah se lo aspettano e ci hanno diritto, ma niente succede.
L’Italia ha la posizione giusta, tra Iran, Russia e Usa, perché la partita è a tre. Così come è a tre in Afghanistan, anche questo la Farnesina o sa e lo dice, dove non si possono sconfiggere i talebani senza passare da Mosca. Tutto noto dunque, tutto risaputo, e nodi non irrisolubili. Al centro dell'Asia che è la nuova frontiera del mondo.
Ma gli Usa mettono in campo quintetti e quartetti, tutto meno che seguire il ragionamento italiano. Che se non ha forza o potenza contrattuale, è però inopinabile. Gli Usa hanno da moltianni agli Esteri una ministra, che non può quindi dare pacche sulle spalle. Ma i sorrisi agretti di Rice e Clinton a Frattini e D’Alema sono più che rilevatori. È come se gli Usa, col terrorismo e le guerre, ben due contemporaneamente, in terra islamica, continuassero a giocare con l’islam, in Palestina, nella penisola arabica, nell’Arco della crisi, per tenere sotto il sionismo, alto il prezzo dell’energia, a rischio disintegrazione l’India e la Cina. Non è così, ma è come se, l’effetto è quello.
La prova del nove è la Russia. La politica antirussa dell’America è inconcepibile, e perfino assurda. È la Russia che darà, se la darà, la bomba all’Iran. E non è sempre stato così: la bomba iraniana non ci sarebbe stata, nemmeno come minaccia, se Bush avesse mantenuto l’atteggiamento di apertura del 2000-2001 verso Putin e la Russia.
Gli Usa conoscono gli ayatollah, gli ayatollah conoscono gli Usa meglio di chiunque altro. Gli Usa sanno che dovrebbe dare qualcosa all’Iran, gli ayatollah se lo aspettano e ci hanno diritto, ma niente succede.
L’Italia ha la posizione giusta, tra Iran, Russia e Usa, perché la partita è a tre. Così come è a tre in Afghanistan, anche questo la Farnesina o sa e lo dice, dove non si possono sconfiggere i talebani senza passare da Mosca. Tutto noto dunque, tutto risaputo, e nodi non irrisolubili. Al centro dell'Asia che è la nuova frontiera del mondo.
Ma gli Usa mettono in campo quintetti e quartetti, tutto meno che seguire il ragionamento italiano. Che se non ha forza o potenza contrattuale, è però inopinabile. Gli Usa hanno da moltianni agli Esteri una ministra, che non può quindi dare pacche sulle spalle. Ma i sorrisi agretti di Rice e Clinton a Frattini e D’Alema sono più che rilevatori. È come se gli Usa, col terrorismo e le guerre, ben due contemporaneamente, in terra islamica, continuassero a giocare con l’islam, in Palestina, nella penisola arabica, nell’Arco della crisi, per tenere sotto il sionismo, alto il prezzo dell’energia, a rischio disintegrazione l’India e la Cina. Non è così, ma è come se, l’effetto è quello.
La prova del nove è la Russia. La politica antirussa dell’America è inconcepibile, e perfino assurda. È la Russia che darà, se la darà, la bomba all’Iran. E non è sempre stato così: la bomba iraniana non ci sarebbe stata, nemmeno come minaccia, se Bush avesse mantenuto l’atteggiamento di apertura del 2000-2001 verso Putin e la Russia.
Consolidare il debito
Consumare il capitale è il meccanismo della rovina - Più debito contro la crisi? - Dalla marco-lira all’inedia - Se la spesa pubblica è oltre la metà del pil - Che cos’è una cassa d’ammortamento - S.Weil: «Abbozzo di una teoria della bancarotta» - La storia comincia nel 1976 - Il punto forte: l’Italia non può morire - Trent’anni sotto il mobbing delle agenzie di rating - L’euro non è una moneta, è un trattato - La più colossale speculazione mai montata - L’Europa Bovary – La guardia al bidone: il dollaro debole è forte, e l’euro forte è debole
Astolfo
Signor ministro,
ci liberi dal debito.
Lo faccia subito, con un taglio netto.
Faccia la sola cosa di sinistra che ancora le resta da fare.
Faccia la sola cosa cristiana in Europa, ben più del preambolo alla costituzione che gli spiriti liberi non vogliono: il nostro peccato è il debito, il paradiso è privarsene – la nostra crisi è il debito, la liberazione è dal debito. Tanto più se non è tempo di economisti ma di bibbie, come lei va dicendo. Già Nicolas Oresme, vescovo di Lisieux, insegnava nel Trecento la dottrina semplicissima, e quanto vera, che la moneta non appartiene al principe e dunque al governo ma alla comunità.
Lei meglio di tutti sa, lo dimostra, che questa crisi è piena di trappole. E che, anche con Obama, la signoria è sempre quella, della gente di denaro - salvare una banca in tre rate, o un’assicurazione, che facile speculazione! L’ammortamento (consolidamento, riduzione) del debito pubblico corrisponde nella teoria a un’espropriazione del capitale, e a un riscatto forzato eseguito a spese dei detentori dei titoli dello stesso debito. Ma, tali Robin Hoood, di fronte a un tale governo del mondo è giusto mettersi fuori legge.
Viviamo da vent’anni stringendo la cinghia, ogni giorno di più. Frustati da soavi ministri spagnoli di Bruxelles, con il tre per cento del pil che il novantanove per cento degli italiani non sa cos’è ma capisce che è un mostro brutto. Poi il feticcio si è scoperto abbattuto da tutti i suoi animatori, compresi i ministri spagnoli di Bruxelles, e il tre per cento è solo rimasto convenienza dell’aborrito governo nazionale. Ministro, faccia un altro passo, anche andando se necessario a Bruxelles: li mandi a quel paese.
Il Patto di stabilità non si tocca, dice lei, sarebbe “demenziale”. Non esagera: l’euro deve rafforzarsi nella crisi, se è la moneta di tutti in Europa, e una corazza contro l’instabilità, e non soccombere. Ma un differenziale di un punto e mezzo sul Bund è insostenibile: il debito, già caro, diventa carissimo, e un’indebita aria d’insolvenza lumeggia sinistra sull’economia. E se non domani, dopodomani il suo ennesimo prestito potrebbe andare deserto, a favore del Bund, e di Obama. E allora? Un po’ di sussiego, coraggio, chi gioca d’anticipo suda meno.
Arrivati a questo punto, e nel mezzo di una crisi che non durerà meno di un decennio, soluzioni radicali ci vogliono. Senza crescita i conti pubblici non si governano, il debito cresce – questo lei non lo dice ma lo sa. Ma il debito blocca la crescita. Il circolo vizioso va interrotto.
Ci vuole una soluzione europea? E chi lo dice, Almunia – o si chiama Solbes? Si sa che il timbro del cancelliere tedesco ci vuole sempre, anche se l’Europa non esiste, e noi non vogliamo dispiacere alla Germania. Ma se i tassi sono fissati dalla Bce, e l’indebitamento da Bruxelles, ogni paese è ancora sovrano nel debito, non c’è un debito europeo – mentre il timbro tedesco è svalutato, che alla signora Merkel comunque, personalmente, non gliene può fregare di meno. Ci si può chiedere anche che euro è, se il Bot costa un punto e mezzo più del Bund. Ma questo è un altro discorso.
Non c’è economia col debito
Non c’è economia flessibile, liberata dal vincolo fiscale, con un debito pubblico alto. È il fondamento del “Catechismo” di Jean-Baptiste Say e dell’economia politica che Say fonda, la prima e una delle poche cose che la scienza economica sa: “Il debito pubblico è una maniera di consumare dei capitali i cui interessi sono pagati dalla nazione”.
“Il reddito totale di una nazione è aumentato o diminuito dai prestiti pubblici?
“È diminuito, perché ogni capitale che si consuma trascina la perdita del reddito che aveva procurato….
“Se io avessi valorizzato, o un imprenditore avesse valorizzato per me, un capitale di 10.000 franchi, ne avrei ricavato un interesse di 500 franchi che non sarebbe costato niente a nessuno, perché sarebbe venuto da una produzione di valore. Si lanci un prestito e io presti questa somma al governo. Essa non serve più a una produzione di valore; non fornisce più un reddito; e se il governo mi paga 500 franchi d’interesse è forzando i produttori, agricoltori, manifatturieri, o commercianti, a sacrificare una parte dei loro redditi per soddisfarmi. Invece di due redditi di cui la società avrebbe profittato (quello di 500 franchi del mio capitale impiegato produttivamente, e quello di 500 franchi prodotto dall’attività del contribuente), non resta più che quello del contribuente, che il governo mi trasferisce dopo aver consumato per sempre il mio capitale”.
Due redditi invece di uno è il principio della crescita. Consumare il capitale è il meccanismo della rovina.
Ministro, colga l’occasione, ci liberi del fardello. La strada maestra sarebbe toglierci di dosso la Pubblica Amministrazione, il fardello della burocrazia, che è il vero motore del deficit. Organici in soprannumero, inoperosi e anzi sabotatori, firme plurime per ogni matita che si compera, per sancire il potere del ricatto, appalti che nessun giudizio universale potrà mai lavare, non basterà l’inferno. Gli Stati Uniti, i padroni del mondo, pare facciamo la contabilità nazionale, la più affidabile per ogni studioso, con soli duecento contabili; lei quanti ce n’ha, al ministero, alla Ragioneria, all’Istat, all’Isco o come altro si chiama? Certo, la contabilità è importante, tutto Maastricht, cioè l’euro, cioè l’Europa, si basa sulla contabilità. Ma, poiché non può liberarci dal governo, ci liberi almeno dal debito.
Faccia senza timore. Tanto più che il debito non è più la rendita degli Italiani di Carli, il famoso governatore libertino della Banca d’Italia, e del pensoso Ciocca – oggi ne detengono, glielo mostreremo, non più del dieci per cento. Non si lasci influenzare dagli economisti, che sono giornalisti mancati – i Giavazzi Mieli li usa per sollazzare Milano, che quando si parla di soldi, come lei sa, gode. E agisca senza esitazioni, l’intendenza seguirà, malgrado gli andreotti in maschera che l’attorniano, i mugwump televisivi, e i draghi della Banca d’Italia. Ha la maggioranza, anche nella minoranza. E questa è roba da vero governo.
Anche perché ci vuole un governo di destra per farlo (“ci vuole un governo di destra per fare le cose di sinistra”, si potrebbe aforizzare rivoltando l’Avvocato Agnelli). Anche perché, bisogna aggiungere, non è che la sinistra abbia governato molto in Europa: nel secolo scorso in Germania solo venti anni e mezzo, e sei e mezzo in condominio con la destra, in Gran Bretagna ventidue anni e mezzo, in Francia appena sedici (più due a sostegno del radicale Herriot, uno che finirà a Vichy con Pétain), in Italia venti, ma solo in condominio, mettendo assieme il centro-sinistra, il compromesso storico e l’Ulivo. Ma questo non vuol dire. Nel Novecento solo Poincaré e Mussolini hanno abbattuto il debito pubblico.
Ministro, faccia il nuovo Solone, come direbbe la Weil, e ci rimetta i debiti.
O il buon Padre. La liberazione dal debito è la prima preghiera del cristiano al Padre Nostro: rimetti a noi i nostri debiti. L’Italia non ha comunque alternative: è schiacciata dal debito da ormai vent’anni, e prossima all’asfissia. Il tempo sarebbe maturo, e la crisi propizia, a una qualche forma di consolidamento del debito, senza la quale l’Italia non potrà mai sopravvivere e rilanciarsi, meno che mai in una crisi mondiale così grave. Anche per scongiurare l’incubo che i governi Berlusconi, con ampie maggioranze e tutto, liberali, pimpanti, accorti, appassionati, sociali, portino male. La prima volta per il cattivissimo Scalfaro, la seconda per Osama, che è tutto dire, il diavolo, e ora per i titoli tossici. Ce lo deve.
Lo dice anche Davos, lo dice l’Fmi: “Tagliare i tassi non basta, ci vogliono politiche di bilancio espansive”. E dunque? Si lamenta che il Belpaese non è più quello. Niente più grazia, solo musoneria. E ronde, vendette, razzismi, vaffa, coi tromboni moralisti a ogni canto. Ma i percettori di reddito fisso, dipendenti e pensionati, tre famiglie su cinque, vengono da due crisi da strozzinaggio. Quella del 2002, del passaggio dalla lira all’euro, in cui tutto all’improvviso raddoppiò di prezzo, e quella del 2007-2008, col caro-petrolio e il caro-denaro. Nel mezzo il fisco di Padoa Schioppa, duemila euro in più l’anno a famiglia, due punti e mezzo di pil in più in un anno e mezzo, 37 milioni di euro.
Non siamo i soli. La Germania, per dire, che sempre ci viene buttata sui coglioni, si sarà pure gonfiata all’esportazione, ma ha impoverito i tedeschi. Noi, è vero, non ci siamo nemmeno gonfiati all’esportazione. Ma perché: che made in Italy è, se viene da un paese fallimentare? Ci pensi, questo è un serpente che si morde la coda: un tedesco può girare il mondo e dare lezioni di qualità, robustezza, ecologia, e farsele pagare, anche se le sue macchine si fermano ogni cinque minuti. Lei magari vende macchine che non si fermano per cinque anni – la mia Alfa non si è ancora fermata dopo sette anni – ma nessuno ci crede.
Ma non questo è importante – non è giusto, ha ragione, lagnarsi. Bisogna guardare alla sostanza delle cose.
Il potenziale distruttivo della crisi è ancora contenuto dall’economia globale. La Cina sterilizza quantitativi enormi di dollari, a fini disinflattivi all’interno. È così che mantiene ancora un valore, ancorché basso, alla moneta americana. E così i fondi sovrani dell’Asia e del petrolio. Ma domani? La Cina detiene la chiave del valore del dollaro, con riserve in valuta americana per 650 miliardi (erano 610 prima della crisi). Non sa cosa farsene, ma la Cina è il paese più prevedibilmente cooperativo ala stabilità internazionale: nei circa venticinque anni dacché Washingon ha lanciato la globalizzazione, ha spiegato al “Financial Times” il vice-presidente della Bcc, Li Ruogo, la Cina non ha mai creato un problema. Rivalutare lo yuan potrebbe convenire, visto che la Cina ha un tasso di risparmio del 40 per cento del debito, mentre la manodopera, malgrado una demografia insufficiente, costa ancora sui 500 yuan al mese, cinquanta euro, il 3 per cento dell’Europa e degli Usa. Ma la Cina sta al suo ruolo, che è quello di produttore a basso prezzo per i gruppi occidentali che controllano i mercati: dopo il tessile, le calzature e l’alimentare, punta ad assorbire i personal computer, la chimica, l’acciaio e le automobili. Ma fino a quando?
Se la Cina e l’Asia hanno molto margine, per l’Europa non ci sono molti modi per chiudere la crisi, dopo la stagnazione lunga ormai cinque anni. Non ce ne sono nemmeno due. C’è solo da sterilizzare una parte del debito pubblico, attraverso una qualche forma di consolidamento, l’unico modo per allentare la camicia di forza che la Fortezza Europa si è cucita addosso col supereuro e il Patto di stabilità. Il Giappone ha seguito il cammino inverso, l’allargamento della spesa pubblica senza limiti (il debito è ora al 160, se non al 170, per cento del pil), ma è una strada meno plausibile in regimi politici meno monocratici, e comunque l’Europa non può permettersi quindici anni di sterili rilanci come è successo in Giappone.
L’Italia vive anch’essa da quindici anni, prima della crisi, da quando è entrata nel circolo virtuoso dell’euro, in una sostanziale stagflazione, seppure non dichiarata, non tecnicamente dichiarabile: un aumento costante ed elevato dei prezzi, al consumo e di produzione, in un’economia stagnante, come investimenti e valore aggiunto. La cui crescita supera di decimali lo zero, tavola solo per accorgimenti contabilistici e statistici, con l’effetto di prosciugare il reddito disponibile. Il ristagno è anzi più antico, di un ventennio, da quando l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi volle la marco-lira, per raddrizzare la schiena agli italiani, che poi il filantropo Soros ruppe col famoso attacco al ribasso del triste autunno del 1992. Dalla marco-lira all’inedia, questa è tutta la storia recente, non edificante a nessun fine.
Il mercato vuole profitti, e le aziende li pagano, ma non investono, non a sufficienza per stare realmente nel mercato. I salari sono da troppi anni ai livelli più bassi dell’Ue per tassi di crescita, e ora lo sono in assoluto (con il buon quinto della forza lavoro schiavizzata, quella degli immigrati, si può dire senza sbagliare che il monte salari è appiattito), e questo non fa bene alla distribuzione del reddito e al consumo. Il risparmio si è fortemente ridotto. I prezzi aumentano costantemente ben più di quanto la metodologia Eurostat registri. Creando molti nuovi poveri tra i pensionati. Che dopo i dissennati tagli all’occupazione degli anni 1996-1997, con due milioni di posti di lavoro perduti, sono cresciuti a un quarto della popolazione, e a oltre la metà della popolazione attiva. L’euro, che doveva e deve essere lo scudo contro l’inflazione, ne è stata invece una delle cause, al momento della sua introduzione, e poi col caro denaro, senza mai reale concorrenza.
È una crisi che nel corpo umano si direbbe da costipazione. Per l’indigeribilità del debito. Le stesse cause esterne sono ingovernabili perché il debito è eccessivo. Bisogna liberare risorse per l’investimento pubblico – pensi quanto gli italiani le sarebbero grati. E ridurre il peso multiforme schiacciante del debito sul mercato finanziario. Sui tassi d’interesse, il credito, i prezzi. Trasformando le virtù posticce, delle sacre carte di Bruxelles e i loro ministri spagnoli, in vizi, per arrivare alla vera virtù. Giusto la lezione di Mandeville, Marx, Carli, e gli altri libertini.
Ci pensi, in un colpo solo riduce, anzi elimina, la morsa del debito sull’economia e sulla felicità degli italiani. Dopo che, sotto il governo del suo illuminato predecessore, la spesa pubblica è salita, per la prima volta nella storia, e caso unico al mondo, a oltre la metà del pil. Altri si deliziano a dichiarare morto il pil, furbi: se si allarga la base, pensano, in Francia, in America, insomma se si moltiplica il pil, se un qualche professore ci autorizza a dirci più ricchi, molto più ricchi, il debito non pesa più. Lei li prenda in contropiede, dichiari morto il debito. Farà felice Almunia, o è Solbes?, insomma il nostro amico spagnolo a Bruxelles. E restaurerà saldo il primato dell’Italia.
La bancarotta non è una novitàSul consolidamento decida lei, ci sorprenda. Tutti sono una purga, ma è sempre meglio prenderla in una volta se elimina la costipazione di una vita.
Qualche precedente può essere utile per i suoi fans. Eccolo.
Nel 1926, richiamato alla presidenza del consiglio dei ministri per risolvere una crisi di eccezionale gravità che bloccava il funzionamento dello Stato, Raymond Poincaré fece il 3 agosto una “manovra” da undici miliardi di franchi, cioè impose undici miliardi di nuove tasse. E il 7 agosto creò una Cassa d’ammortamento del debito pubblico che, prendendo il testimone dai Monopoli di Stato, utilizzerà le tasse sul fumo e le lotterie per ammortizzare i buoni della difesa nazionale 1914-18, e rimborsare anticipatamente o convertire le rendite anteguerra, più le anticipazioni, rateizzandole, della Banque de France. Lo Stato riprese a funzionare e dopo diciotto mesi Poincaré poté varare il franco che porta il suo nome, e che per oltre mezzo secolo è stato il mark-up della tesaurizzazione - nonché il tema di dottorato di A.O.Hirschmann, il ragguardevole cognato di Eugenio Colorni e Altiero Spinelli, “Il franco Poincaré”.
Il 21 giugno 1928 alla Camera dei Deputati Poincaré ricordava lo scoraggiamento dell’Assemblea due anni prima, quando aveva cominciato a delineare il piano fiscale, e i risultati acquisiti: “La politica d’ammortamento e di consolidamento facoltativo non è stata affatto, come si è preteso talvolta per ignoranza o malafede, una politica d’indebitamento. Essa è consistita, al contrario, nella sostituzione di prestiti rimborsabili a breve termine, e di conseguenza minacciosi e pericolosi, con prestiti a lungo termine automaticamente ammortizzabili, che non hanno, di conseguenza, niente di minaccioso. Con l’effetto di rafforzare rapidamente il credito dello Stato”. Nonché le esportazioni, valendo il franco Poincaré un quinto del vecchio franco germinal.
In precedenza lo stesso Poincaré, non volendo affrontare il problema, aveva puntato sui debiti di guerra della Germania, come se fossero esigibili, col suo famigerato “la Germania pagherà”, in quella che chiamava “Verdun finanziaria”, Verdun essendo la Vittorio Veneto della Francia. Esagerando, era arrivato a sostenere che la Germania alimentava l’inflazione per sottrarsi agli impegni. Per questo, a gennaio del 1923, occupò militarmente la Ruhr, come “pegno di produzione”. La Germania si fermò, non poteva nemmeno riscaldarsi, e si ebbe l’iperinflazione. Il cui effetto, oltre la fame dei tedeschi, fu il crollo del franco, e dello stesso Poincaré, nella primavera del 1924. Il Cartello delle sinistre che gli succedette, presieduto dal radicale Herriot, lo Zapatero dell’epoca, si inimicò col suo acceso laicismo i cattolici, che decisero di non sottoscrivere più un franco del debito, e la Banque de France. La Francia andava avanti con gli anticipi della banca centrale. La quale era però privata, e doveva far guadagnare i suoi duecento azionisti. Che erano le duecento famiglie più ricche della Francia, molto religiose, cattoliche e calviniste. Il Cartello di Herriot vivacchiò un paio d’anni, ma dovette cedere al cosiddetto “muro dei soldi”: non era mai successo che un governo in Francia cadesse per una questione di soldi.
In Italia Mussolini aveva adottato una Cassa per l’Ammortamento del Debito Pubblico interno dello Stato – dopo avere beneficiato dell’abbuono del debito estero contratto in guerra dall’Italia con Stati uniti e Gran Bretagna – un anno prima di Poincaré. Ma con effetti non risolutivi, anche se la situazione era notevolmente stabilizzata in Italia rispetto al resto d’Europa.
Dopo la Grande Guerra, l’Italia più che la Germania sembrava predestinata a un rapido fallimento. Nel 1914 il debito pubblico era il 75 per cento del pil. Nel 1918 era il 150 per cento del pil. Un primo tentativo di ammortamento del debito, con la patrimoniale fortemente progressiva del 1920, fallì: il gettito fu esiguo. Le cose si trascinarono fino al fascismo, sotto il quale com'è noto riguadagnò all'Italia la fiducia degli ambienti internazionali, specie di quelli finanziari. Mussolini, col suo ministro De Stefani, ricavò molto più della patrimoniale con la riduzione della spesa, e il contenimento delle tasse. Nel 1926 De Stefani poté vantare un debito pubblico al 50 per cento del pil. Ma sapendo che era per effetto soprattutto del condono del debito estero da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Da qui il progetto di una Cassa d’Ammortamento, che il nuovo ministro del Tesoro Volpi realizzerà un anno dopo. Abbastanza per riportare la lira nel gold standard, con la famosa Quota Novanta (92 lire, esattamente, per una sterlina).
Nel 1936, per finanziare la guerra in Etiopia, Mussolini emise un prestito doppiamente forzoso sugli immobili. I proprietari di immobili furono obbligati a sottoscrivere un prestito venticinquennale in proporzione al valore degli immobili stessi. Una imposta immobiliare straordinaria fu levata per il sevizio del nuovo debito.
Le vie della finanza sono imperscrutabili, dal punto di vista della giustizia e della politica. La "manovra" di Mussolini nel 1936 è certo roba da fascismo, seppure anticapitalista: il prestito forzoso è odioso, e anche autoritario. E tuttavia è meglio, è meno ingiusto e più democratico, di una imposizione fiscale elevata, la più elevata al mondo, che a ogni manovra – ogni sei mesi – si aumenta.
Nel 2005 l’ex ministro delle Finanze Guarino ha proposto un consolidamento sotto forma di una società per azioni, alla quale conferire i tanti attivi non esigibili dello Stato. Una società privata, fuori cioè dello Stato. In grado di produrre utili, e di raccogliere quindi un conveniente numero di sottoscrittori privati. Questo grazie al conferimento di un patrimonio che Guarino stimava in 450 miliardi, pari al 35 per cento del debito (di allora). Forse addirittura in 600 miliardi, pari al 45 per cento del debito, che così sarebbe sceso sotto la soglia virtuosa del 60 per cento del pil.
Era una stima prudente: il patrimonio pubblico, dello Stato e degli enti locali, si valuta in 1.800 miliardi. Togliendo dal computo i beni artistici, e quelli locali, difficilmente mobilitabili, l’Agenzia del Demanio calcolava all’epoca che beni per 450 miliardi si potevano agevolmente mettere sul mercato: partecipazioni, quotate e non, immobili, crediti. Il debito sarebbe stato abbattuto a mano a mano che le quote di Debito Spa venivano vendute agli investitori. Per un controvalore stimato appunto fra i 450 e i 600 miliardi.
Il professor Guarino era un ex democristiano, senza più autorità, per di più ministro dell’infausto governo Amato nel 1992, e la sua proposta non ebbe fortuna. Lei stesso ridusse l’attivo ipotetico della Debito Spa a 60 miliardi, e poi non ne fece nulla. Inoltre, Guarino prevedeva che fossero le banche e le grandi imprese italiane ad avviare il successo di Debito Spa nel mercato, prendendone una quota di almeno il 10 per cento, e oggi le banche non sono in condizione di farlo, né le grandi imprese totalmente private, Fiat, Telecom, Pirelli, Autostrade, eccetera. La pratica, da lei passata al governo Prodi, fu affossata perché “economicamente priva di senso”. Ma il professor Messori, consulente di Prodi a palazzo Chigi, riteneva che in forma specializzata e non aggregata, con una serie di holding e non una sola, il progetto potesse riuscire.
Una Cassa d’ammortamento è, insegna Jean-Baptiste Say, al cap. 30, “Sui prestiti pubblici”, del suo “Catechismo d’economia politica”, “un mezzo per sostenere il credito del governo”:
“Che cos’è una cassa d’ammortamento?
“Quando si mette un’imposta per pagare gli interessi di un prestito, la si mette un po’ più alta di quanto è necessario per pagare questi interessi, e l’eccedente è confidato a una cassa speciale che si chiama cassa d’ammortamento, la quale lo utilizza per riacquistare ogni anno, ai corsi di mercato, una parte delle rendite pagate dallo Stato. I ratei delle rendite riscattati dalla cassa d’ammortamento sono quindi versati in questa cassa, che li impiega, così come la quota di imposte che le viene attribuita a questo scopo, per il riacquisto di una nuova quantità delle rendite”.
Say non amava il debito pubblico: “Un governo che vende delle rendite per appropriarsene il prezzo vende in realtà il reddito dei cittadini”. Non molti anni prima del suo “Catechismo”, nel 1776, una Cassa d’ammortamento era stata creata, col favore di Turgot, a fronte di un debito pubblico che all’improvviso apparve colossale, con lo scopo di rassicurare i sottoscrittori. Malgrado la Cassa, la Francia finì nella Rivoluzione. E la Rivoluzione, che si può anche dire provocata dall’instabilità finanziaria, finì negli assignats, cioè nella cancellazione della moneta.
A questo riguardo è utile un appunto di Simone Weil al tempo del breve governo del Fronte Popolare delle sinistre in Francia, tra il 1936 e il 1938, che lei stessa intitolava «Abbozzo di una teoria della bancarotta»:
“La parola «bancarotta» è una di quelle che si usano con imbarazzo, che suonano male, come adulterio o truffa. Quando si pronuncia riguardo alle finanze del proprio paese, si parla volentieri di «bancarotta umiliante». Si possono cercare scuse a una bancarotta, si possono trovare ragioni di attenuare tale o tale responsabilità, ma nessuno pensa che la bancarotta non proceda in qualche maniera da un peccato; nessuno considera che essa possa costituire un fenomeno normale. Già il vecchio Cefalo, per far capire a Socrate che aveva condotto una vita irreprensibile, gli diceva : « Non ho ingannato nessuno, e ho pagato i miei debiti». Socrate, maligno, dubitava che questa fosse un definizione sufficiente della giustizia. Il cittadino medio – e noi siamo per la maggior parte del tempo cittadini medi – applica volentieri allo stato il criterio di Cefalo, almeno per quanto concerne il secondo punto; perché sul primo, nessuno chiede a un governo di non mentire.
“Proudhon, nella luminosa opera di gioventù intitolata “Che cos’è la proprietà?” prova col ragionamento più semplice e più evidente che l’idea del buon Cefalo è un’assurdità. L’idea fondamentale di Proudhon, in questo libretto troppo ignorato, è che la proprietà non è cattiva, né ingiusta, ma impossibile. E intende per proprietà non il diritto di possedere un bene qualunque, ma il diritto molto più importante di prestarlo a interesse, qualsiasi forma prenda questo interesse: affitto, mezzadria, rendita, dividendo.
“La dimostrazione di Prudhon riposa su una legge matematica molto chiara. La messa a frutto del capitale implica una progressione geometrica. Il capitale, non rendesse che l’1 per cento, s’accrescerebbe tuttavia secondo una progressione geometrica in ragione di 1+ . Ogni progressione geometrica genera grandezze astronomiche con una rapidità che sorpassa l’immaginazione. Un calcolo semplice mostra che un capitale che non rendesse che l’interesse derisorio dell’1 per cento raddoppia in un secolo, e si moltiplica per sette in due secoli; e con l’interesse ancora modesto del 3 per cento è centuplicato nello stesso spazio di tempo. È dunque matematicamente impossibile che tutti gli uomini di un paese siano virtuosi alla maniera di Cefalo per due secoli: anche se una porzione relativamente piccola dei beni mobili e immobili fosse affittata o investita a interesse, è matematicamente impossibile che il valore di questa porzione centuplichi in alcune generazioni. Se è necessario all’ordine sociale che i debiti siano pagati, è più necessario ancora che i debiti non siamo pagati.
“Dacché esistono la moneta e il prestito a interesse, l’umanità oscilla tra queste due necessità contraddittorie, e sempre con un’incoscienza degna di ammirazione. Se ci si divertisse a riprendere tutta la storia conosciuta presentandola come la storia dei debiti pagati e non pagati, si arriverebbe a capire buona parte dei grandi avvenimenti passati. Ognuno sa che, per esempio, la riforma di Solone a Atene, o la creazione dei tribuni a Roma, sono effetti dei torbidi provocati dall’indebitamento eccessivo della popolazione. Che si tratti della popolazione o dello Stato, non c’è stato mai altro rimedio all’indebitamento che l’abolizione dei debiti, aperta o mascherata…
“La nozione di contratto tra lo Stato e i singoli è un’assurdità in un’epoca come questa”.
La storia comincia nel 1976
La storia del debito che ci asfissia comincia nel 1976, quando il dottor Vittorio Barattieri, giovane funzionario della Banca d’Italia, assistente di Rinaldo Ossola, scopre nella contabilità un buco di venticinquemila miliardi. Scandalo, eccetera. Anche perché quell’anno la Banca d’Italia non aveva un dollaro in cassa, e l’oro Andreotti si apprestava a dare in pegno alla Bundesbank, neppure apprezzato e anzi disprezzato dal cancelliere Helmut Schmidt. Ma il debito pubblico italiano era ancora al 57,60 per cento del pil nel 1980, perfino sotto il parametro che sarà il capestro di Maastricht.
Dieci anni dopo il buco di Barattieri aveva fatto valanga, e il debito era al 95 per cento del pil (94,70). Il balzo maggiore si ebbe nel quinquennio 1983-88, dal 64 al 90 per cento. Corrispondente al governo Craxi, con le due code, iniziale e finale, di Fanfani e De Mita.
Il secondo balzo si ebbe nel triennio 1992-1994, con l’aumento del debito dal 98 al 121,56 per cento del pil. Ai livelli cui l’aveva portato il Buonanima nel triennio fatale 1940-42. E da cui, con Maastricht, l’euro, la cinghia stretta e tutto quanto, riesce arduo scendere. Anche perché non si vede all’orizzonte una guerra (perduta) che abbatta il debito - e poi non la vorremmo, questa volta la impediremmo.
Nel quinquennio 1983-1988 il debito aumentò con un fine. Craxi ne ebbe bisogno nel momento in cui eliminava l’odiosissima imposta da inflazione - tanto odiata che un referendum lo incoraggiò ad abolire la contingenza, l’aumento automatico dei salari. E se creò nuovo debito, creò anche nuovo sviluppo: nel 1988 la crescita era del 4 per cento, reale.
Ora non restano che macerie.
Paghiamo 6 miliardi di euro al mese di interessi.
Tirando la cinghia a ogni bilancio annuale con un avanzo primario – più entrate che spese, se non si considerano gli interessi da pagare sul debito.
Contemporaneamente, cresce il fisco. Che è, diretto e indiretto, centrale e locale, uno dei più alti al mondo, sicuramente il più alto nell’Unione europea, i decantati paesi scandinavi della probità fiscale compresi. Incommensurabile se si contasse anche l’odiosissima tassa da inflazione. Che lei dice di governare e ridurre, ma sa benissimo che l’accresce con i ticket sanitari e scolastici, e l’aumento a piacere delle tariffe locali, la spazzatura, l’acqua, i canoni, i censi (sì, la prima casa è esclusa, ma la seconda è raddoppiata) – mentre il suo illuminato predecessore aveva aumentato i bolli, le tariffe, le accise, le ammende, le addizionali Irpef, e i coefficienti catastali. Sì, c’è l’erosione e c’è l’elusione, che sono odiose ai più, ma ineliminabili, lei lo sa, perché sono difese ultime, la borsa per la vita.
La storia, in breve, è di una serie ventennale di “manovre”, praticamente tutte le leggi finanziarie, più altrettante correzioni semestrali. Che hanno disseccato l’Italia e gli italiani. Tutte corrette, tutte armonizzate con Bruxelles, tutte virtuose, e tutte feroci.
La “manovra” sembra democratica, ed era infatti la ricetta preferita di Visco, l’esattore di Prodi: viene discussa e approvata in Parlamento, e nessun presidente della Repubblica vi ha mai obiettato. Ma una “manovra” è un prestito forzoso ogni sei mesi. Dia retta al Mulino, ministro, il think tank della sinistra, il loro manualetto di “Debito pubblico”, a cura del professor Musu, è assolutorio, anzi incitatorio, e categorico: “Il risanamento finanziario connesso a un processo di riduzione del debito pubblico può essere paragonato alla produzione di un bene pubblico, di un bene cioè del quale tutti i cittadini possono godere simultaneamente e in modo non reciprocamente esclusivo”.
E poi c’è la verità, più dura del macigno di prammatica: l’Unione monetaria europea è partita con un handicap che ancora non ha cancellato. I programmi di stabilizzazione forzata sono generalmente falliti nel mondo, e non sono mai riusciti in regime politico democratico (le eccezioni sono i paesi del Sud-Est asiatico, la stessa Cina, il Cile di Pinochet). E oggi, morfologicamente, non c’è differenza tra il rigido programma di Maastricht e la Sanierung con cui i governi austriaco e tedesco ritennero attorno al 1925 di avere stabilizzato la moneta e l’economia. Finì nella disoccupazione di massa e nella barbarie. Lo ricorda una studiosa che ha vissuto abbastanza a lungo per fare le due esperienze, la sociopsicologa Marie Jahoda. Nel 1933, andando alle fonti della crisi austriaca, rilevava gli stessi segnali di oggi: incuria e disservizi urbani, moltiplicazione della delinquenza spicciola, degli homeless di varia natura, della droga, licenziamenti a valanga, in un quadro generale depressivo, con scarsa o nulla capacità di reazione. La storia naturalmente non si ripete. Ma i rischi non sono per questo cancellati.
L’avanzo primario non è un artificio contabile. Non c’è altro paese europeo, e probabilmente al mondo, che vanti un attivo, fra entrate e spese così consistente come quello dell’Italia e così costante. Se ironia si vuole fare sulla “favola”, come la chiama la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, dell’Italia virtuosa, o è la “Süddeutsche Zeitung”?, solo in questo senso è possibile: che negli anni Novanta, da quando ha sottoscritto gli impegni di Maastricht per l’Unione monetaria, l'Italia ha fatto molto, sicuramente troppo.
Il tasso di attività è da tempo ridotto. La disoccupazione è bassa, ma anche il tasso di occupazione si è ridimensionato: quasi la metà della popolazione è inattiva. E non c’è modo di riprendere l’attività, se non con un cambiamento radicale.
Il debito rende inefficaci anche misure espansive come la riduzione delle tasse. Questo lo dice la teoria della neutralità del debito pubblico, ma non è un fatto dottrinale, ognuno lo capisce: l’effetto espansivo della riduzione delle tasse è più che compensato dall’anticipazione di maggiori imposte, qualcuno deve pur pagare gli interessi. Questo si sa da Ricardo, quindi da un paio di secoli: non c’è alternativa all’aumento delle tasse per finanziare il debito. Si può finanziarlo con più debito, ma alla fine ci vorranno più tasse.
Reagan, con Friedmann, sembrava avere rovesciato Ricardo con l’economia della domanda, che è l’equivalente delle magnifiche sorti e progressive, della panacea universale, del paese di bengodi. L’economia della domanda non sposta, l’illusione è la stessa che sempre ha originato un debito pubblico: ci si indebita, nella famiglia e nell’impresa, nell’ipotesi di guadagnare di più, produrre abbastanza reddito per cancellare il debito e investire. È il mercato. Ma non funziona così nello Stato: l’economia della domanda non scioglie il nodo del debito, e Friedman è con Ricardo, contro il circolo vizioso debito-tasse.
C’era inoltre e ora non c’è più la storia del debito che era la rendita degli italiani. Né lo è più nemmeno per la banche. Si è sempre saputo che le banche italiane facevano i bilanci sedute sugli interessi dei Bot. Ora non più, da un decennio questo non è più vero. Ora i titoli italiani rimpinguano gli investitori internazionali, ciò che ne resta. Nel 1995 solo l’11 per cento era in mano agli investitori esteri, il 50 per cento era delle famiglie italiane, e il 39 per cento delle banche. Ora il 59 per cento è in mano agli investitori esteri, l’11 per cento alle famiglie, il 30 per cento alle banche.
Lo spostamento è stato voluto e favorito. Si è sempre detto che allargando la quota dei non residenti si poteva allungare la vita del debito, riducendone marginalmente i costi. Non c’è stata insomma un’invasione con conseguente occupazione. Ma ora il debito costituisce un comodo investimento per i fondi e le banche estere, ciò che ne resta, e l’Italia è prigioniera delle loro prefiche. Il che complica la questione. Sono prefiche altisonanti, “Economist”, “Financial Times”, “Wall Street Journal”, di cui lei ben conosce il cinismo, che hanno propiziato, assistito e osannato il baratro mondiale in cui siamo precipitati, e si eccitano anche ora che il mondo è in gramaglie. Ma sull’Italia si permettono uno sguardo censorio - perché l'Italia è papalina, latina, meridionale, immorale, eccetera, il solito armamentario degli affaristi.
Ci sarà dunque da combattere. Ma bisogna pur opporsi al diavolo, anche se è un giornale inglese, puttaniere di razza. E le due o tre società di ratingramericane, tenutarie occhiute del facoltosissimo mercato, che a ogni bellezza trovano questa o quella imperfezione, e delle bagascie avide di casa fanno madonne. Quante triplici A a pagamento, con autovalutazioni dei rischi, da parte di queste matrone del mercato. Che lo hanno tenuto e lo tengono in pugno, peggio delle mafie, attraverso ogni virgola delle sue autorevoli prefiche, gestori privilegiati di ogni segreto, e i declassamenti. Una vera industria del ricatto.
Il consolidamento non sarà insomma benvenuto, tocca interessi potenti. Che in Italia si fanno rappresentare anche in Banca d’Italia. Lei stesso, imprevidente, ha voluto le banche d’affari in Banca d’Italia, perché nessuno sospettasse che l’Italia non voleva stare nel mercato, nevvero? Ma ora il mercato è scomparso, come alle tre carte. E dall’Italia non c’è più nulla da spremere, si toccano organi vitali. Ecco, questo è il suo punto forte, anzi imbattibile: l’Italia non può morire.
Ragioniamo. Il potere di fare male è infinito, questo si sapeva anche prima di Hobbes. Ma le prefiche che possono farle, a parte qualche vignetta contro Berlusconi? Hanno fottuto mezzo mondo, e non hanno finito: se li becchiamo, li attaccheremo ai lampioni – ci pensi: sa perché la sua bad bank non si fa? perché non hanno finito di fregarci, e i maggiori buggeratori sono i finti vergini dei giornali, Bill Emmott prende mille euro per due cartelle. O ci faccia caso, l’Italia è sempre stata per questi fratelli il malato d’Europa: a fine 1800, la tonnellata di carbone la facevano pagare tre volte più cara che in Gran Bretagna, dicendo l’Italia un pagatore non affidabile, negli anni Trenta l’Italia non è affidabile perché non ha il carbone, negli anni Settanta ha troppa inflazione, dagli anni Novanta ha il debito, e non ha respiro. Trent’anni sotto il mobbing delle agenzie di rating, che annidano i peggiori malfattori della storia, non solo dell’economia.
Ministro, insomma, ci pensi. Oggi un italiano su quattro è pensionato, a reddito fisso e, purtroppo, immutabile, cioè in continuo calo in termini reali. Degli altri tre italiani, solo uno e mezzo è attivo, e l’uno, il salariato, ha un reddito stagnante e incerto. Non può pensare di crescere con i professionisti e le partite Iva, che dal suo punto di vista, di governante provvido, sono fatti apposti per eludere, erodere, e celare risorse. Non può durare, e infatti il cavallo non beve più, si lascia morire d’inedia. L’Italia non ha più la sanità, non ha più scuola, non ha più vie di comunicazione, cablatura, strade, metropolitane, neppure il tram si può permettere, e ha la barbarie - per costruire trenta chilometri di autostrada, in pianura, ci vogliono dieci anni, per una linea di tram sette, tutti ci devono guadagnare qualcosa, tutti banditi di strada.
L’euro forte con l’inflazione
Bisogna fare il consolidamento che è mancato al varo dell’euro. Al momento in cui, per trattato internazionale, si è cambiata la storia, dandosi regole contabili radicalmente diverse e rigidamente vincolanti, sarebbe stato necessario e opportuno liquidare i carichi pendenti. La cosa non si fece per la pavidità dei governati italiani di allora, e per la cecità della Bundesbank di Tietmeyer, il banchiere del papa, e poi di Welteke, la controfigura di Hans Eichel, il ministro delle Finanze che volle la camicia di forza del Patto di stabilità. Ma il problema si è aggravato e non risolto.
L’euro non è soltanto una diversa politica monetaria per alcuni paesi membri, tra essi l’Italia. È anche una politica monetaria vincolistica, rafforzata dal Patto di stabilità. Unicamente vincolistica, non ha altre ricette, e per questo necrofora. Il raffronto quotidiano tra la Federal Reserve americana e la Banca centrale europea lo dice chiaro, anche ai profani: in America c’è una banca centrale che ragiona e talvolta sbaglia, in Europa un consorzio di burocrati che non può sbagliare perché è già morto. L’euro non è una moneta, è un trattato.
Sarà, ammesso che duri, o sarà stata, la moneta più sterile che si ricordi, in questo senso una vera moneta di ferro. Asfittica, regressiva. Quante sciocchezze non si dicono e non si fanno a Bruxelles all’insegna della stabilità, l’elenco sarebbe sterminato. L’euro è stato per l’Italia quindici anni, o sono già diciassette?, di sacrifici di cui non si vede il vantaggio. Nemmeno in termini di costo della vita: i paesi che vivono col dollaro deprezzato hanno meno inflazione dell’Europa. L’euro che vale mille lire ma ne costa duemila, una serie interminabile di manovre restrittive (più tasse meno spese) per il molosso euro, e il supereuro che proteggerebbe l’Europa dall’inflazione ma non dai rincari a ripetizione delle materie prime che si comprano in dollari svalutati, il petrolio e i suoi derivati, le granaglie, il caffé, il ferro, il rame (l’occhio dell’uomo della strada non percepisce la differenza tra più caro e meno caro, non senza ragione).
La storia breve della moneta europea è tutta qui. Non fosse per la mancata accettazione, perdurante costante, di come il cambio iniziale delle monete nazionali su quella comune europea in rapporto di uno a due fu ed è un errore. Concettuale, per chi veniva da una vita dal marco e dalle mille lire, ed economico. Fondando una politica monetaria che non può essere che restrittiva, cioè una non politica. Quanto allo scudo contro il rincaro delle materie prime che la moneta forte avrebbe costutuito, è più che evidente che è un caso di effetto che è invece la causa: il petrolio non sarebbe salito a 160 dollari il barile se il dollaro non fosse stato compresso dalla innaturale moneta europea.
Se poi si guarda con l’occhio di fuori è anche peggio. C’è una grande area della globalizzazione, del commercio mondiale, ed è il dollaro. E c’è al suo interno un’area, l’Europa, che si ritiene più virtuosa, più solida, più protetta contro l’inflazione, la tassa dei poveri, più avanzata tecnicamente, insomma “più migliore”. Ma le cose non stanno così. Il dollaro offre talmente tanti vantaggi, in termini di grandezza del mercato, e di flessibilità e convenienza, o contenimento globale dei costi, da assorbire le spinte inflazionistiche della sua debolezza, specie sulle materie prime, e rilanciarsi. L’euro sovrano invece è una palla al piede, che imprigiona l’economia: se assorbe in parte l’inflazione del dollaro, lo fa al costo d’isterilire la produzione. Come uno che è virtuoso perché si è castrato.
All’origine fu l’uno che si fece due. L’uno che si fa due è biblico, nietzscheano, misteriosofico – non è evangelico ma non importa. Ha valenza insomma profetica, che si è abbattuta sull’Europa devastante, per colpe certo pregresse. Il perché non lo sappiamo, i padri dell’euro sono reticenti in materia, la creazione dell’euro non è entrata nell’epopea europea. Possiamo dire che erano bene intenzionati. Qualcuno è ancora in vita, magari un giudice gliene chiederà conto. Certamente l’euro è stato un castigo, ed è inutile chiedersi perché, le colpe non mancano mai. Ma ci sarà un giorno un giudice anche per l’euro.
La parità sarebbe stata con il marco, su cui le altre monete avevano modellato nel tempo il loro peso specifico, la corona danese, che vista la parata si è chiamata fuori, il fiorino, il franco belga, la lira, la peseta, lo stesso franco francese, la corona svedese. Invece si è voluto sopravalutarlo. Una buona moneta si conquista sul campo il suo valore, invece l’euro si è voluto da subito eroico. Ufficialmente per prevenire l’inflazione. Che non c’era. In realtà per provocarla, anche se un sistema compiacente di rilevazione dei prezzi l’ha mascherata. Il giudice accerterà un giorno nella creazione dell’euro la più colossale speculazione mai montata, una vera e propria truffa in danno dei consumatori, e più ancora dei percettori di reddito fisso, a beneficio del mercato, il commercio cioè e la finanza. Da questa truffa l’Europa non si è più ripresa.
Che l’euro abbia ingessato l’Europa non c’è dubbio. Tutti vogliamo bene a Ciampi e alla Banca d’Italia, ma non va taciuto che la lira è stata sopravvalutata al di là di ogni utopia pedagogica. Si vuole l’euro una moneta forte. Ma è la forza di chi andrebbe a morte per eccesso di energia. O forte come le zanzare, una sanguisuga, succiasangue: l’onore è tenere altro il cambio con il dollaro, con gran sollazzo dell’America, e altissimo il numero dei disoccupati, molti degli occupati essendo peraltro flessibili, cioè con lavoro occasionale e mal retribuito.
La politica dei cambi ha il fine di sterilizzare l’effetto monetario, di non sopravvalutarlo – e anche di non sottovalutarlo – nei confronti dei concorrenti. L’Italia ha sopravvissuto sottovalutando la lira, e questo è all’origine dei suoi problemi di debito. La politica della Bce invece sopravvaluta l’euro nei confronti delle economie concorrenti, tutte saggiamente adagiate sul dollaro, ancorché la maggior parte di esse siano regolate da politiche generali anti-americane, dalla Cina all’Iran. Lo fa per il nobile scopo di stabilizzare il debito. Ma in realtà lo ha accresciuto, con il costo del denaro, e per la sua parte reso irredimibile.
Questa è la verità dell’euro. Troppo indigesta per i nostri palati di piccoli politicanti. Ma gli altri aspetti della crisi, su cui gli economisti si esercitano alla radio e ai talk-show non sono da meno.
L’Europa in realtà c’è, poiché c’è l’euro. Che la saggezza acquisita vuole solo benefico: dove saremmo finiti se non ci fosse stato l’euro? Non si può sapere. Ma il carovita col caromoneta, questa è tutta la storia dell’euro, che storia è questa? Un tempo l’inflazione portava svalutazione, i due fenomeni si compensavano, sia pure non in modo virtuoso. Oggi l’inflazione va con la rivalutazione, e anzi per troppi aspetti ne è l’effetto: non sarà l’euro, invenzione senza precedenti, ad aver creato questa miscela senza precedenti? Insomma: non sarà stato l’euro, questo euro, la causa dell’inflazione?
La situazione è inedita. Ma l’euro è inedito. E più ancora la pervicace stolidità monetarista che gli sta dietro – che non possiamo nemmeno più imputare alla Bundesbank, da tempo i tedeschi hanno preso le distanze dall’ideologia dell’euro. Che cosa giustifica la forza dell’euro se non un’errata politica monetaria, che si vorrebbe a protezione dall’inflazione? Non la produttività, che in Europa cresce meno che negli Usa e nelle nuove potenze asiatiche, e in alcuni paesi europei, Italia in testa, è stagnante da vent’anni. Non il diverso potere d’acquisto, comparativamente inferiore in Europa rispetto all’area del dollaro, anche molto inferiore. Non, evidentemente, il tasso della crescita economica, che nell’Europa dell’Unione monetaria raramente ha passato l’1 per cento. È un fatto di reflazione forzata e insensata, di cui l’Italia ha già fatto le spese nel 1992, quando una politica di rivalutazione della lira sul marco portò al disastro.
Si dice il contrario: l’euro forte ha attutito i rincari internazionali dei beni che si negoziano in dollari, petrolio e materie prime alimentari. Ma la verità è che la causa prima di questi rincari è un euro troppo forte rispetto alla moneta che fa i valori delle materie prime. È l’assenza di una politica nei confronti del dollaro che non fosse il tasso divaricante d’interesse, al punto da raddoppiare-dimezzare il tasso di cambio in pochi mesi. Anche nel caso, che piace in Italia, del complotto: che il dollaro sia stato di proposito indebolito dalle autorità americane, dalla Federal Reserve in combutta con la presidenza. A ogni riduzione dei tassi Usa, se reputata competitiva, si doveva rispondere con analoga riduzione dei tassi Ue.
Si dice che i tassi elevati sono una barriera contro l’inflazione. Ma il contrario è pure vero: gli Usa non hanno avuto più inflazione della Ue, col dollaro debole, e hanno mantenuto a lungo alta la crescita, della produzione e dei consumi, all’interno e nel mondo. Né è peggiorata l’inflazione delle grandi economie asiatiche agganciate al dollaro, che anch’esse hanno subito il caro petrolio e il caro materie prime.
La politica dell’albagia sul dollaro è più imbelle o suicida? Non riconoscere il dollaro, l’area del dollaro, dove si esprimono il benessere e la crescita mondiali e si fanno gli affari, è insensato. Dacché ci sono le politiche monetarie si è sempre puntato al concerto, all’incontro, alla massimizzazione degli interessi reciproci, se non all’accordo. A meno di non farsi la guerra. Che l’Europa non vuole e non sa fare. Perfino l’avida Francia di Poincaré riconobbe il diritto della Germania alla stabilizzazione dei prezzi e a una politica monetaria. L’Europa invece, che si vuole cattivissima, sull’euro s’è lasciata intrappolare dagli americani, che essa ritiene di disprezzare - si sa come è andata: gli Usa hanno coniato la “Fortezza Europa”, uno slogan, con le solite idiozie del mercato di quattrocento milioni, dei primati, della storia, eccetera, e l’Europa ci ha creduto. L’Europa ha creduto e crede di poter fare da sola, sputando sulla globalizzazione.
Ragioniamo un momento a bocce ferme, fuori dalla crisi. In passato avevamo l’inflazione e la svalutazione. Il meccanismo si riproduceva perversamente, ma non incrudeliva come ora con la coppia avversa, inflazione e rivalutazione, contro i pensionati e i salariati. Oggi la politica monetaria si vuole onesta, leale ai propositi, ma non ha rotto la spirale. La riproduce anzi, per altre ragioni, in altre forme, raddoppiando il danno. Anzi, lo triplica: il reddito fisso paga il carovita, il carodenaro, e l’economia ferma, senza investimenti, con meno occupazione e meno reddito, complessivo e per occupato. Cos’altro è un disastro?
L’Europa BovaryCi siamo permessi una visione di come la vita sarebbe semplice se l’Europa non fosse l’Europa – o se l’Europa non ci fosse. Di nessun senso pratico, quindi, né teorico, se non di dispetto, che la libertà tiene in grande sospetto. Il consolidamento non è possibile in Europa, l’Unione è un’interminabile burocrazia, che tutto sfilaccia. E ha sottratto all’Europa la funzione di governo, l’autonomia delle decisioni, seppure meditate. È tuttavia possibile nella sfera nazionale, la residua sfera di autonomia nella quale la gestione del debito rientra per intiero. Come i fallimenti Parmalat e Alitalia. Del resto, ha l’Europa ha chiesto il suo parere, signor ministro, per accantonare il Patto di stabilità – was ist das? Né lo ha chiesto ad Almunia, o Solbes, insomma allo spagnolo che fa la guardia a Bruxelles. È che l’Europa è una “certa Europa”. Tedesca, si dice, ma in realtà non è nemmeno quello.
Ma forse non è solo uno scherzo, o un sogno. La Commissione Barroso potrebbe proporre, perché no, e la Bce elaborare, un consolidamento del debito pubblico europeo. Che è ormai palesemente, dopo cinque anni di stagnazione, di ostacolo all’economia e all’occupazione, l’unico ostacolo, benché vitalmente condizionante. Le leggi ci sono ora in Europa per il contenimento degli sprechi (assistenza, previdenza, ammortizzatori sociali), per la flessibilità del lavoro e dei suoi costi, la domanda in qualche modo regge, il risparmio pure, ma “il cavallo non beve”: non si è investito, e ora la produzione e l’occupazione si contraggono. La causa è solo una, il freno drastico imposto alla domanda pubblica, che è parte del mercato e ne è una parte condizionante (sanità, istruzione, formazione, ricerca, opere pubbliche). Il freno è necessario, ma è stato tirato tutto in una volta e ha portato la macchina al blocco.
Si vede in modo trasparente in Germania. Il Patto di stabilità, voluto da quel governo in aggiunta alle clausole di Maastricht come condizione per accettare l’entrata nell’euro dell’Italia, paese di tradizioni monetarie lassiste, ha portato i disoccupati in Germania da tre a quattro milioni e mezzo (disoccupati veri, senza impieghi in nero e ammortizzatori familiari), oltre a far perdere ai proponenti cristiano-democratici due elezioni di seguito – e se poi hanno vinto è avvenuto “in discesa”, per il disorientamento e le divisioni dei socialisti. Il rimedio non dovrebbe tardare: l’Europa ha perso, dopo il crollo del 2001, sei anni di forte ripresa internazionale, ha perso opportunità e sta perdendo stabilmente quote di mercato. E il rimedio è solo europeo, le leggi di bilancio e finanziarie nazionali mostrano la loro inadeguatezza, nessuna Finanziaria può ormai modificare l’economia. Si continua a pensare il debito pubblico in termini nazionali, come istituzionalmente è per le leggi di bilancio, mentre è in realtà, concettualmente e materialmente, attraverso le clausole di Maastricht e il patto di stabilità, europeo.
Molti rimedi sono stati peraltro approntati negli interstizi che Maastricht, il Patto di stabilità e la Bce ancora consentono: con le riforme fiscali, soprattutto in Germania, e con la riduzione degli oneri contributivi sul lavoro, che è anche una maniera surrettizia di ridurre i regimi previdenziali. Inoltre, malgrado tutto, l’Europa mantiene un potenziale finanziario, una duttilità imprenditoriale, e un’innovatività tecnologica che, se valessero per il loro peso specifico, la terrebbero al riparo dalla crisi. Ma c’è il debito. Il passo decisivo sarebbe allentare, concordemente ma significativamente, il vincolo del debito, rendendo “normale” l’avanzo primario, al netto dagli interessi, e non più una questione ogni anno di “lacrime e sangue”. Senza rischi per l’inflazione poiché la tendenza è stata per troppi anni, da molto prima della crisi, alla deflazione. La miniriforma di primavera del Patto di stabilità è insignificante, anche per l’unico Paese che potrebbe avvantaggiarsene, che è l’Italia. Non si può concorrere altrimenti con gli Usa, che accrescono il debito ogni anno di più del 5 per cento del pil (senza effetti inflattivi), tenendo così anche il dollaro artificialmente basso.
Si è sempre detto che questa è l’Europa dei banchieri, dei banchieri centrali, ed è vero. Tanto più nel caso dell’Italia. È chiaro che l’Italia non può in alcun modo allentare l’adesione all’euro, ma l’eurodisagio è reale per tutti, consumatori ed esportatori. Molti lutti si potevano evitare all’adesione. Non è stato fatto, e pazienza. Ma l’Italia dovrebbe ora essere con quelle forze in Europa che vogliono fare politica e non fare la guardia al tabernacolo.
Leggendo i commenti, l’ultimo gollismo sembra essersi rifugiato, a guerra perduta, in Italia. Ma non c’è dubbio su qual è l’unica strada per l’Europa e per l’Italia: una decisa immersione nella mondializzazione. La colpa non è delle resistenze sociali al cambiamento, la cui sommatoria è anzi positiva, di disponibilità, ma della sterile guardia al bidone franco-tedesca, di due paesi – o due governi, ma non cambia molto – stanchi.
È la crisi colpa delle banche? È colpa del petrolio? È colpa della mancata riforma politica? È colpa del debito pubblico, del blocco del debito pubblico.
Si dice che è colpa dell’America, ma non ci creda. “Non detta più legge sull’economia, il declino dell’America è già iniziato”. Non è così - e del resto l’intervistato di “Repubblica” il 7 gennaio 2008, l’economista Eichengreen, non lo dice. Il titolo viene buono per spiegare come il declino dell’America sia iniziato “già” cinquant’anni fa, o sessanta, con il Piano Marshall col quale la stessa America si volle far fare concorrenza dall’Europa.
Sembra assurdo parlare di differenze, vantaggi, handicap, quando il crollo è generale. E invece è essenziale. Il modello americano è aperto, e “si fa” concorrenza armando i suoi concorrenti, prima l’Europa, poi l’Asia, il Giappone negli anni 1970-80, la Cina dopo Tien An Men. Ma non è questo il problema: il problema è che il dollaro debole è forte, e l’euro forte è debole. Stimolare la concorrenza equivale per l’America a indebitarsi commercialmente – significa poter usufruire del sistema di produzione mondiale per favorire il consumatore americano. Pagando, se possibile, con dollari sempre meno cari. Che i concorrenti prescelti di volta in volta trovano nel complesso accettabili, se non convenienti. Magari rifacendosi con acquisti diretti negli Usa a prezzi svalutati dal dollaro - l’Europa negli anni 1970, il Giappone con larghezza negli anni 1980, e ora i fondi sovrani asiatici, il nuovo capitalismo di Stato. Tutto ciò per dire che l’Europa è fuori dal mondo. Poi finisce che la signora Clinton va a discutere la crisi con l’Asia, e l’Europa riscopre l’America.
L’Europa è ferma ormai da quasi un quindicennio, da Maastricht. Un atto di virtù che è una castrazione. In omaggio a un tutto privato che è solo assurdo. Con privatizzazioni, cioè, o regalate o onerosissime (Umts), e con sgravi fiscali per i ricchi, compensati dai tagli agli ammortizzatori sociali, alla sanità, alla previdenza, all’istruzione. In spregio cioè della stessa dottrina del liberismo contemporaneo, della curva della domanda signora del mercato. Perché i ricchi non hanno niente più da comprare, e quel poco che spendono incide solo, economicamente, sull’inflazione. Mentre il blocco della spesa sociale blocca la domanda complessiva. E con l’istruzione ridotta assicura che questo blocco sarà per sempre.
Prima della crisi l’economia in Europa ristagnava per due fatti semplici. Uno è l’enorme vantaggio competitivo acquisito dall’America nell’ultimo quindicennio, con la flessibilità e gli incrementi imbattibili di produttività nelle presidenze Clinton, con la politica dell’indebitamento nelle presidenze Bush. L’altro è l’ancoraggio di Cina e India al dollaro, oltre che a condizioni di produzioni tanto innovative tecnicamente quanto arretrate nella dinamica del salario, e quindi avvantaggiate nei costi, e di fatto protette da ogni concorrenza. Colpe specifiche si fanno all’Europa, per le rigidità che mantiene in campo sociale (pensioni, sanità) e nel lavoro. Ma questo è vero solo in parte: l’Europa ha capito con ritardo e di malavoglia la globalizzazione – l’asse Usa-Asia per semplificare – e ancora stenta ad accettarla. Sono i noti difetti dell’albagia franco-tedesca che la domina, e che si trovano specchiati nella condotta assolutistica della Banca centrale europea, tanto più con la presidenza del francese Trichet. L’euro è inteso come il sacrario di un tempio che forze malvagie assediano senza sosta.
Stando le cose come stanno, è un’epoca insensata per l’Europa, del grande freddo. Fra l’era della siccità o, alternativamente, dei ghiacci che si sciolgono ai poli – e poi magari si ricostituiranno? Piove così tanto, e l’Europa si bagna. Mentre gli immigrati si moltiplicano, fanno comodo a un paio d’euro l’ora ma preoccupano, non ci sarà un disegno d’invasione, islamico, arabo, rumeno?, e abbiamo bisogno delle ronde, tutti sbirri. Mentre i migliori europei scappano, se appena possono, anche così lontano come il Canada, o la Nuova Zelanda. L’Europa vive in una sorta di Ancien Régime di prefiche, nobilastri e snob che fosse sopravvissuto pieno di se stesso, col suo immutabile principio del non intaccare il capitale nel mentre che lo annienta.
È assurdo, perché l’Europa resta pur sempre la maggiore area di reddito e di consumo del mondo. Ma è talmente “stupida” – arrogante, burocratica, inerte – che nessuno se la fila più. La rigidità monetaria da sola fa l’Europa un’orrida vecchia signora. Visti da Pechino, Tokyo o Washington, il Patto di stabilità (c’è ancora?) e la Bce sono più dissuasivi di qualsiasi morbo politico o economico – si potrebbe anche dire, ma non è materia di scherzo, che la Germania sta ottenendo con questo euro di ferro quella liquidazione dell’Europa cui ha costantemente operato nel Novecento.
Certo, non bisogna disperare: finché siamo vivi non siamo morti. Ma l’Europa vive nell’irrealtà, ministro, e serve anche a poco: non s’illuda e ne prenda le distanze. Ricca come non mai, è sempre la più ricca del mondo, ma di passioni ormai fanées. Ormai da un secolo, irrimediabile. Non ha intelligenza, se non dissolutrice. L’ultima volta che l’Europa fu qualcosa fu comunista, ed è ormai preistoria.
Che civiltà è quella che ha bisogno degli immigrati e non vuole accoglierli? Salvo che per pagarli due o tre euro l’ora, in quella che è a tutti gli effetti la più grande tratta di esseri umani al mondo, nel Terzo millennio, la più cruenta, la più cinica. Nello schiavismo si veniva razziati, e poi mantenuti, gratis, per l’Europa il viaggio della morte si paga, da mille a cinquemila dollari, il reddito dell’aspettativa di vita in Africa o Asia, di un’intera famiglia, e l’unico futuro assicurato è quello sotto i ponti. Che economia è quella che limita le colture, anzi finanzia la non coltivazione (il maggese), e riduce la produzione di latte e di carne, in tempi di prezzi triplicati di cereali, legumi, latte, carne, e quasi di carestia. Per far guadagnare bene i coltivatori francesi di granaglie, i vaccai bavaresi e olandesi, i porcilai bretoni, piccole rendite. Un’agricoltura in cui, a fine 2007, dei 42 centesimi al litro incassati dal produttore di latte 25 andavano al cartone. Per produttore intendendosi Parmalat o Granarolo, non il bovaro (al supermercato lo stesso latte si pagava 1,60 euro!). Che Fortezza è quella che si acquatta dietro la Germania, che dopo la sconfitta la politica estera considera una noia, professandosi pacifista, e la confida agli Stati Uniti. Alla potenza cioè che odia. Non senza ragione, dacché tutte le direttrici di politica estera americana vanno contro l’Europa: la globalizzazione con l’area del dollaro, l’Arco della Crisi o Medio Oriente (Palestina, Iraq, Afghanistan), il terrorismo islamico, ancora di marca Usa in molti posti, il Kossovo, il petrolio, la Russia, la World Trade Organization.
Ma, poi, qui non si tratta di costruire l’Europa, si tratta di sopravvivere.
Rimpiangeremo la globalizzazione, nel mondo compartimentato che la crisi lascerà. Dove chi ha più fieno nella propria stalla più mangia. Detesteremo l’orrido isolazionismo della Bce, che ha fatto dell’euro un feticcio, stupido ma tossico. E ci diremo infine “americani”, dopo tanta irridente superbia, se l’America, come sta facendo, andrà a fondo. Dopo avere impegnato in un anno e mezzo contro la crisi dodici miliardi di dollari, quasi un suo pil annuale, a nessun effetto. Per quattro quinti spariti nel sistema finanziario. Mentre tremano i fondi pensione e le rendite finanziarie, nelle quali gli americani tradizionalmente investono i loro risparmi. E la disoccupazione si accresce al ritmo di un milione di posti lavoro al mese. Ma bisognerà essere vivi per pensare tutto questo, per continuare a guardare la storia dal di fuori, come l’Europa che ci tocca vivere si compiace di fare. E per sopravvivere bisognerà abbattere qualche falso idolo.
Astolfo
Signor ministro,
ci liberi dal debito.
Lo faccia subito, con un taglio netto.
Faccia la sola cosa di sinistra che ancora le resta da fare.
Faccia la sola cosa cristiana in Europa, ben più del preambolo alla costituzione che gli spiriti liberi non vogliono: il nostro peccato è il debito, il paradiso è privarsene – la nostra crisi è il debito, la liberazione è dal debito. Tanto più se non è tempo di economisti ma di bibbie, come lei va dicendo. Già Nicolas Oresme, vescovo di Lisieux, insegnava nel Trecento la dottrina semplicissima, e quanto vera, che la moneta non appartiene al principe e dunque al governo ma alla comunità.
Lei meglio di tutti sa, lo dimostra, che questa crisi è piena di trappole. E che, anche con Obama, la signoria è sempre quella, della gente di denaro - salvare una banca in tre rate, o un’assicurazione, che facile speculazione! L’ammortamento (consolidamento, riduzione) del debito pubblico corrisponde nella teoria a un’espropriazione del capitale, e a un riscatto forzato eseguito a spese dei detentori dei titoli dello stesso debito. Ma, tali Robin Hoood, di fronte a un tale governo del mondo è giusto mettersi fuori legge.
Viviamo da vent’anni stringendo la cinghia, ogni giorno di più. Frustati da soavi ministri spagnoli di Bruxelles, con il tre per cento del pil che il novantanove per cento degli italiani non sa cos’è ma capisce che è un mostro brutto. Poi il feticcio si è scoperto abbattuto da tutti i suoi animatori, compresi i ministri spagnoli di Bruxelles, e il tre per cento è solo rimasto convenienza dell’aborrito governo nazionale. Ministro, faccia un altro passo, anche andando se necessario a Bruxelles: li mandi a quel paese.
Il Patto di stabilità non si tocca, dice lei, sarebbe “demenziale”. Non esagera: l’euro deve rafforzarsi nella crisi, se è la moneta di tutti in Europa, e una corazza contro l’instabilità, e non soccombere. Ma un differenziale di un punto e mezzo sul Bund è insostenibile: il debito, già caro, diventa carissimo, e un’indebita aria d’insolvenza lumeggia sinistra sull’economia. E se non domani, dopodomani il suo ennesimo prestito potrebbe andare deserto, a favore del Bund, e di Obama. E allora? Un po’ di sussiego, coraggio, chi gioca d’anticipo suda meno.
Arrivati a questo punto, e nel mezzo di una crisi che non durerà meno di un decennio, soluzioni radicali ci vogliono. Senza crescita i conti pubblici non si governano, il debito cresce – questo lei non lo dice ma lo sa. Ma il debito blocca la crescita. Il circolo vizioso va interrotto.
Ci vuole una soluzione europea? E chi lo dice, Almunia – o si chiama Solbes? Si sa che il timbro del cancelliere tedesco ci vuole sempre, anche se l’Europa non esiste, e noi non vogliamo dispiacere alla Germania. Ma se i tassi sono fissati dalla Bce, e l’indebitamento da Bruxelles, ogni paese è ancora sovrano nel debito, non c’è un debito europeo – mentre il timbro tedesco è svalutato, che alla signora Merkel comunque, personalmente, non gliene può fregare di meno. Ci si può chiedere anche che euro è, se il Bot costa un punto e mezzo più del Bund. Ma questo è un altro discorso.
Non c’è economia col debito
Non c’è economia flessibile, liberata dal vincolo fiscale, con un debito pubblico alto. È il fondamento del “Catechismo” di Jean-Baptiste Say e dell’economia politica che Say fonda, la prima e una delle poche cose che la scienza economica sa: “Il debito pubblico è una maniera di consumare dei capitali i cui interessi sono pagati dalla nazione”.
“Il reddito totale di una nazione è aumentato o diminuito dai prestiti pubblici?
“È diminuito, perché ogni capitale che si consuma trascina la perdita del reddito che aveva procurato….
“Se io avessi valorizzato, o un imprenditore avesse valorizzato per me, un capitale di 10.000 franchi, ne avrei ricavato un interesse di 500 franchi che non sarebbe costato niente a nessuno, perché sarebbe venuto da una produzione di valore. Si lanci un prestito e io presti questa somma al governo. Essa non serve più a una produzione di valore; non fornisce più un reddito; e se il governo mi paga 500 franchi d’interesse è forzando i produttori, agricoltori, manifatturieri, o commercianti, a sacrificare una parte dei loro redditi per soddisfarmi. Invece di due redditi di cui la società avrebbe profittato (quello di 500 franchi del mio capitale impiegato produttivamente, e quello di 500 franchi prodotto dall’attività del contribuente), non resta più che quello del contribuente, che il governo mi trasferisce dopo aver consumato per sempre il mio capitale”.
Due redditi invece di uno è il principio della crescita. Consumare il capitale è il meccanismo della rovina.
Ministro, colga l’occasione, ci liberi del fardello. La strada maestra sarebbe toglierci di dosso la Pubblica Amministrazione, il fardello della burocrazia, che è il vero motore del deficit. Organici in soprannumero, inoperosi e anzi sabotatori, firme plurime per ogni matita che si compera, per sancire il potere del ricatto, appalti che nessun giudizio universale potrà mai lavare, non basterà l’inferno. Gli Stati Uniti, i padroni del mondo, pare facciamo la contabilità nazionale, la più affidabile per ogni studioso, con soli duecento contabili; lei quanti ce n’ha, al ministero, alla Ragioneria, all’Istat, all’Isco o come altro si chiama? Certo, la contabilità è importante, tutto Maastricht, cioè l’euro, cioè l’Europa, si basa sulla contabilità. Ma, poiché non può liberarci dal governo, ci liberi almeno dal debito.
Faccia senza timore. Tanto più che il debito non è più la rendita degli Italiani di Carli, il famoso governatore libertino della Banca d’Italia, e del pensoso Ciocca – oggi ne detengono, glielo mostreremo, non più del dieci per cento. Non si lasci influenzare dagli economisti, che sono giornalisti mancati – i Giavazzi Mieli li usa per sollazzare Milano, che quando si parla di soldi, come lei sa, gode. E agisca senza esitazioni, l’intendenza seguirà, malgrado gli andreotti in maschera che l’attorniano, i mugwump televisivi, e i draghi della Banca d’Italia. Ha la maggioranza, anche nella minoranza. E questa è roba da vero governo.
Anche perché ci vuole un governo di destra per farlo (“ci vuole un governo di destra per fare le cose di sinistra”, si potrebbe aforizzare rivoltando l’Avvocato Agnelli). Anche perché, bisogna aggiungere, non è che la sinistra abbia governato molto in Europa: nel secolo scorso in Germania solo venti anni e mezzo, e sei e mezzo in condominio con la destra, in Gran Bretagna ventidue anni e mezzo, in Francia appena sedici (più due a sostegno del radicale Herriot, uno che finirà a Vichy con Pétain), in Italia venti, ma solo in condominio, mettendo assieme il centro-sinistra, il compromesso storico e l’Ulivo. Ma questo non vuol dire. Nel Novecento solo Poincaré e Mussolini hanno abbattuto il debito pubblico.
Ministro, faccia il nuovo Solone, come direbbe la Weil, e ci rimetta i debiti.
O il buon Padre. La liberazione dal debito è la prima preghiera del cristiano al Padre Nostro: rimetti a noi i nostri debiti. L’Italia non ha comunque alternative: è schiacciata dal debito da ormai vent’anni, e prossima all’asfissia. Il tempo sarebbe maturo, e la crisi propizia, a una qualche forma di consolidamento del debito, senza la quale l’Italia non potrà mai sopravvivere e rilanciarsi, meno che mai in una crisi mondiale così grave. Anche per scongiurare l’incubo che i governi Berlusconi, con ampie maggioranze e tutto, liberali, pimpanti, accorti, appassionati, sociali, portino male. La prima volta per il cattivissimo Scalfaro, la seconda per Osama, che è tutto dire, il diavolo, e ora per i titoli tossici. Ce lo deve.
Lo dice anche Davos, lo dice l’Fmi: “Tagliare i tassi non basta, ci vogliono politiche di bilancio espansive”. E dunque? Si lamenta che il Belpaese non è più quello. Niente più grazia, solo musoneria. E ronde, vendette, razzismi, vaffa, coi tromboni moralisti a ogni canto. Ma i percettori di reddito fisso, dipendenti e pensionati, tre famiglie su cinque, vengono da due crisi da strozzinaggio. Quella del 2002, del passaggio dalla lira all’euro, in cui tutto all’improvviso raddoppiò di prezzo, e quella del 2007-2008, col caro-petrolio e il caro-denaro. Nel mezzo il fisco di Padoa Schioppa, duemila euro in più l’anno a famiglia, due punti e mezzo di pil in più in un anno e mezzo, 37 milioni di euro.
Non siamo i soli. La Germania, per dire, che sempre ci viene buttata sui coglioni, si sarà pure gonfiata all’esportazione, ma ha impoverito i tedeschi. Noi, è vero, non ci siamo nemmeno gonfiati all’esportazione. Ma perché: che made in Italy è, se viene da un paese fallimentare? Ci pensi, questo è un serpente che si morde la coda: un tedesco può girare il mondo e dare lezioni di qualità, robustezza, ecologia, e farsele pagare, anche se le sue macchine si fermano ogni cinque minuti. Lei magari vende macchine che non si fermano per cinque anni – la mia Alfa non si è ancora fermata dopo sette anni – ma nessuno ci crede.
Ma non questo è importante – non è giusto, ha ragione, lagnarsi. Bisogna guardare alla sostanza delle cose.
Il potenziale distruttivo della crisi è ancora contenuto dall’economia globale. La Cina sterilizza quantitativi enormi di dollari, a fini disinflattivi all’interno. È così che mantiene ancora un valore, ancorché basso, alla moneta americana. E così i fondi sovrani dell’Asia e del petrolio. Ma domani? La Cina detiene la chiave del valore del dollaro, con riserve in valuta americana per 650 miliardi (erano 610 prima della crisi). Non sa cosa farsene, ma la Cina è il paese più prevedibilmente cooperativo ala stabilità internazionale: nei circa venticinque anni dacché Washingon ha lanciato la globalizzazione, ha spiegato al “Financial Times” il vice-presidente della Bcc, Li Ruogo, la Cina non ha mai creato un problema. Rivalutare lo yuan potrebbe convenire, visto che la Cina ha un tasso di risparmio del 40 per cento del debito, mentre la manodopera, malgrado una demografia insufficiente, costa ancora sui 500 yuan al mese, cinquanta euro, il 3 per cento dell’Europa e degli Usa. Ma la Cina sta al suo ruolo, che è quello di produttore a basso prezzo per i gruppi occidentali che controllano i mercati: dopo il tessile, le calzature e l’alimentare, punta ad assorbire i personal computer, la chimica, l’acciaio e le automobili. Ma fino a quando?
Se la Cina e l’Asia hanno molto margine, per l’Europa non ci sono molti modi per chiudere la crisi, dopo la stagnazione lunga ormai cinque anni. Non ce ne sono nemmeno due. C’è solo da sterilizzare una parte del debito pubblico, attraverso una qualche forma di consolidamento, l’unico modo per allentare la camicia di forza che la Fortezza Europa si è cucita addosso col supereuro e il Patto di stabilità. Il Giappone ha seguito il cammino inverso, l’allargamento della spesa pubblica senza limiti (il debito è ora al 160, se non al 170, per cento del pil), ma è una strada meno plausibile in regimi politici meno monocratici, e comunque l’Europa non può permettersi quindici anni di sterili rilanci come è successo in Giappone.
L’Italia vive anch’essa da quindici anni, prima della crisi, da quando è entrata nel circolo virtuoso dell’euro, in una sostanziale stagflazione, seppure non dichiarata, non tecnicamente dichiarabile: un aumento costante ed elevato dei prezzi, al consumo e di produzione, in un’economia stagnante, come investimenti e valore aggiunto. La cui crescita supera di decimali lo zero, tavola solo per accorgimenti contabilistici e statistici, con l’effetto di prosciugare il reddito disponibile. Il ristagno è anzi più antico, di un ventennio, da quando l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi volle la marco-lira, per raddrizzare la schiena agli italiani, che poi il filantropo Soros ruppe col famoso attacco al ribasso del triste autunno del 1992. Dalla marco-lira all’inedia, questa è tutta la storia recente, non edificante a nessun fine.
Il mercato vuole profitti, e le aziende li pagano, ma non investono, non a sufficienza per stare realmente nel mercato. I salari sono da troppi anni ai livelli più bassi dell’Ue per tassi di crescita, e ora lo sono in assoluto (con il buon quinto della forza lavoro schiavizzata, quella degli immigrati, si può dire senza sbagliare che il monte salari è appiattito), e questo non fa bene alla distribuzione del reddito e al consumo. Il risparmio si è fortemente ridotto. I prezzi aumentano costantemente ben più di quanto la metodologia Eurostat registri. Creando molti nuovi poveri tra i pensionati. Che dopo i dissennati tagli all’occupazione degli anni 1996-1997, con due milioni di posti di lavoro perduti, sono cresciuti a un quarto della popolazione, e a oltre la metà della popolazione attiva. L’euro, che doveva e deve essere lo scudo contro l’inflazione, ne è stata invece una delle cause, al momento della sua introduzione, e poi col caro denaro, senza mai reale concorrenza.
È una crisi che nel corpo umano si direbbe da costipazione. Per l’indigeribilità del debito. Le stesse cause esterne sono ingovernabili perché il debito è eccessivo. Bisogna liberare risorse per l’investimento pubblico – pensi quanto gli italiani le sarebbero grati. E ridurre il peso multiforme schiacciante del debito sul mercato finanziario. Sui tassi d’interesse, il credito, i prezzi. Trasformando le virtù posticce, delle sacre carte di Bruxelles e i loro ministri spagnoli, in vizi, per arrivare alla vera virtù. Giusto la lezione di Mandeville, Marx, Carli, e gli altri libertini.
Ci pensi, in un colpo solo riduce, anzi elimina, la morsa del debito sull’economia e sulla felicità degli italiani. Dopo che, sotto il governo del suo illuminato predecessore, la spesa pubblica è salita, per la prima volta nella storia, e caso unico al mondo, a oltre la metà del pil. Altri si deliziano a dichiarare morto il pil, furbi: se si allarga la base, pensano, in Francia, in America, insomma se si moltiplica il pil, se un qualche professore ci autorizza a dirci più ricchi, molto più ricchi, il debito non pesa più. Lei li prenda in contropiede, dichiari morto il debito. Farà felice Almunia, o è Solbes?, insomma il nostro amico spagnolo a Bruxelles. E restaurerà saldo il primato dell’Italia.
La bancarotta non è una novitàSul consolidamento decida lei, ci sorprenda. Tutti sono una purga, ma è sempre meglio prenderla in una volta se elimina la costipazione di una vita.
Qualche precedente può essere utile per i suoi fans. Eccolo.
Nel 1926, richiamato alla presidenza del consiglio dei ministri per risolvere una crisi di eccezionale gravità che bloccava il funzionamento dello Stato, Raymond Poincaré fece il 3 agosto una “manovra” da undici miliardi di franchi, cioè impose undici miliardi di nuove tasse. E il 7 agosto creò una Cassa d’ammortamento del debito pubblico che, prendendo il testimone dai Monopoli di Stato, utilizzerà le tasse sul fumo e le lotterie per ammortizzare i buoni della difesa nazionale 1914-18, e rimborsare anticipatamente o convertire le rendite anteguerra, più le anticipazioni, rateizzandole, della Banque de France. Lo Stato riprese a funzionare e dopo diciotto mesi Poincaré poté varare il franco che porta il suo nome, e che per oltre mezzo secolo è stato il mark-up della tesaurizzazione - nonché il tema di dottorato di A.O.Hirschmann, il ragguardevole cognato di Eugenio Colorni e Altiero Spinelli, “Il franco Poincaré”.
Il 21 giugno 1928 alla Camera dei Deputati Poincaré ricordava lo scoraggiamento dell’Assemblea due anni prima, quando aveva cominciato a delineare il piano fiscale, e i risultati acquisiti: “La politica d’ammortamento e di consolidamento facoltativo non è stata affatto, come si è preteso talvolta per ignoranza o malafede, una politica d’indebitamento. Essa è consistita, al contrario, nella sostituzione di prestiti rimborsabili a breve termine, e di conseguenza minacciosi e pericolosi, con prestiti a lungo termine automaticamente ammortizzabili, che non hanno, di conseguenza, niente di minaccioso. Con l’effetto di rafforzare rapidamente il credito dello Stato”. Nonché le esportazioni, valendo il franco Poincaré un quinto del vecchio franco germinal.
In precedenza lo stesso Poincaré, non volendo affrontare il problema, aveva puntato sui debiti di guerra della Germania, come se fossero esigibili, col suo famigerato “la Germania pagherà”, in quella che chiamava “Verdun finanziaria”, Verdun essendo la Vittorio Veneto della Francia. Esagerando, era arrivato a sostenere che la Germania alimentava l’inflazione per sottrarsi agli impegni. Per questo, a gennaio del 1923, occupò militarmente la Ruhr, come “pegno di produzione”. La Germania si fermò, non poteva nemmeno riscaldarsi, e si ebbe l’iperinflazione. Il cui effetto, oltre la fame dei tedeschi, fu il crollo del franco, e dello stesso Poincaré, nella primavera del 1924. Il Cartello delle sinistre che gli succedette, presieduto dal radicale Herriot, lo Zapatero dell’epoca, si inimicò col suo acceso laicismo i cattolici, che decisero di non sottoscrivere più un franco del debito, e la Banque de France. La Francia andava avanti con gli anticipi della banca centrale. La quale era però privata, e doveva far guadagnare i suoi duecento azionisti. Che erano le duecento famiglie più ricche della Francia, molto religiose, cattoliche e calviniste. Il Cartello di Herriot vivacchiò un paio d’anni, ma dovette cedere al cosiddetto “muro dei soldi”: non era mai successo che un governo in Francia cadesse per una questione di soldi.
In Italia Mussolini aveva adottato una Cassa per l’Ammortamento del Debito Pubblico interno dello Stato – dopo avere beneficiato dell’abbuono del debito estero contratto in guerra dall’Italia con Stati uniti e Gran Bretagna – un anno prima di Poincaré. Ma con effetti non risolutivi, anche se la situazione era notevolmente stabilizzata in Italia rispetto al resto d’Europa.
Dopo la Grande Guerra, l’Italia più che la Germania sembrava predestinata a un rapido fallimento. Nel 1914 il debito pubblico era il 75 per cento del pil. Nel 1918 era il 150 per cento del pil. Un primo tentativo di ammortamento del debito, con la patrimoniale fortemente progressiva del 1920, fallì: il gettito fu esiguo. Le cose si trascinarono fino al fascismo, sotto il quale com'è noto riguadagnò all'Italia la fiducia degli ambienti internazionali, specie di quelli finanziari. Mussolini, col suo ministro De Stefani, ricavò molto più della patrimoniale con la riduzione della spesa, e il contenimento delle tasse. Nel 1926 De Stefani poté vantare un debito pubblico al 50 per cento del pil. Ma sapendo che era per effetto soprattutto del condono del debito estero da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Da qui il progetto di una Cassa d’Ammortamento, che il nuovo ministro del Tesoro Volpi realizzerà un anno dopo. Abbastanza per riportare la lira nel gold standard, con la famosa Quota Novanta (92 lire, esattamente, per una sterlina).
Nel 1936, per finanziare la guerra in Etiopia, Mussolini emise un prestito doppiamente forzoso sugli immobili. I proprietari di immobili furono obbligati a sottoscrivere un prestito venticinquennale in proporzione al valore degli immobili stessi. Una imposta immobiliare straordinaria fu levata per il sevizio del nuovo debito.
Le vie della finanza sono imperscrutabili, dal punto di vista della giustizia e della politica. La "manovra" di Mussolini nel 1936 è certo roba da fascismo, seppure anticapitalista: il prestito forzoso è odioso, e anche autoritario. E tuttavia è meglio, è meno ingiusto e più democratico, di una imposizione fiscale elevata, la più elevata al mondo, che a ogni manovra – ogni sei mesi – si aumenta.
Nel 2005 l’ex ministro delle Finanze Guarino ha proposto un consolidamento sotto forma di una società per azioni, alla quale conferire i tanti attivi non esigibili dello Stato. Una società privata, fuori cioè dello Stato. In grado di produrre utili, e di raccogliere quindi un conveniente numero di sottoscrittori privati. Questo grazie al conferimento di un patrimonio che Guarino stimava in 450 miliardi, pari al 35 per cento del debito (di allora). Forse addirittura in 600 miliardi, pari al 45 per cento del debito, che così sarebbe sceso sotto la soglia virtuosa del 60 per cento del pil.
Era una stima prudente: il patrimonio pubblico, dello Stato e degli enti locali, si valuta in 1.800 miliardi. Togliendo dal computo i beni artistici, e quelli locali, difficilmente mobilitabili, l’Agenzia del Demanio calcolava all’epoca che beni per 450 miliardi si potevano agevolmente mettere sul mercato: partecipazioni, quotate e non, immobili, crediti. Il debito sarebbe stato abbattuto a mano a mano che le quote di Debito Spa venivano vendute agli investitori. Per un controvalore stimato appunto fra i 450 e i 600 miliardi.
Il professor Guarino era un ex democristiano, senza più autorità, per di più ministro dell’infausto governo Amato nel 1992, e la sua proposta non ebbe fortuna. Lei stesso ridusse l’attivo ipotetico della Debito Spa a 60 miliardi, e poi non ne fece nulla. Inoltre, Guarino prevedeva che fossero le banche e le grandi imprese italiane ad avviare il successo di Debito Spa nel mercato, prendendone una quota di almeno il 10 per cento, e oggi le banche non sono in condizione di farlo, né le grandi imprese totalmente private, Fiat, Telecom, Pirelli, Autostrade, eccetera. La pratica, da lei passata al governo Prodi, fu affossata perché “economicamente priva di senso”. Ma il professor Messori, consulente di Prodi a palazzo Chigi, riteneva che in forma specializzata e non aggregata, con una serie di holding e non una sola, il progetto potesse riuscire.
Una Cassa d’ammortamento è, insegna Jean-Baptiste Say, al cap. 30, “Sui prestiti pubblici”, del suo “Catechismo d’economia politica”, “un mezzo per sostenere il credito del governo”:
“Che cos’è una cassa d’ammortamento?
“Quando si mette un’imposta per pagare gli interessi di un prestito, la si mette un po’ più alta di quanto è necessario per pagare questi interessi, e l’eccedente è confidato a una cassa speciale che si chiama cassa d’ammortamento, la quale lo utilizza per riacquistare ogni anno, ai corsi di mercato, una parte delle rendite pagate dallo Stato. I ratei delle rendite riscattati dalla cassa d’ammortamento sono quindi versati in questa cassa, che li impiega, così come la quota di imposte che le viene attribuita a questo scopo, per il riacquisto di una nuova quantità delle rendite”.
Say non amava il debito pubblico: “Un governo che vende delle rendite per appropriarsene il prezzo vende in realtà il reddito dei cittadini”. Non molti anni prima del suo “Catechismo”, nel 1776, una Cassa d’ammortamento era stata creata, col favore di Turgot, a fronte di un debito pubblico che all’improvviso apparve colossale, con lo scopo di rassicurare i sottoscrittori. Malgrado la Cassa, la Francia finì nella Rivoluzione. E la Rivoluzione, che si può anche dire provocata dall’instabilità finanziaria, finì negli assignats, cioè nella cancellazione della moneta.
A questo riguardo è utile un appunto di Simone Weil al tempo del breve governo del Fronte Popolare delle sinistre in Francia, tra il 1936 e il 1938, che lei stessa intitolava «Abbozzo di una teoria della bancarotta»:
“La parola «bancarotta» è una di quelle che si usano con imbarazzo, che suonano male, come adulterio o truffa. Quando si pronuncia riguardo alle finanze del proprio paese, si parla volentieri di «bancarotta umiliante». Si possono cercare scuse a una bancarotta, si possono trovare ragioni di attenuare tale o tale responsabilità, ma nessuno pensa che la bancarotta non proceda in qualche maniera da un peccato; nessuno considera che essa possa costituire un fenomeno normale. Già il vecchio Cefalo, per far capire a Socrate che aveva condotto una vita irreprensibile, gli diceva : « Non ho ingannato nessuno, e ho pagato i miei debiti». Socrate, maligno, dubitava che questa fosse un definizione sufficiente della giustizia. Il cittadino medio – e noi siamo per la maggior parte del tempo cittadini medi – applica volentieri allo stato il criterio di Cefalo, almeno per quanto concerne il secondo punto; perché sul primo, nessuno chiede a un governo di non mentire.
“Proudhon, nella luminosa opera di gioventù intitolata “Che cos’è la proprietà?” prova col ragionamento più semplice e più evidente che l’idea del buon Cefalo è un’assurdità. L’idea fondamentale di Proudhon, in questo libretto troppo ignorato, è che la proprietà non è cattiva, né ingiusta, ma impossibile. E intende per proprietà non il diritto di possedere un bene qualunque, ma il diritto molto più importante di prestarlo a interesse, qualsiasi forma prenda questo interesse: affitto, mezzadria, rendita, dividendo.
“La dimostrazione di Prudhon riposa su una legge matematica molto chiara. La messa a frutto del capitale implica una progressione geometrica. Il capitale, non rendesse che l’1 per cento, s’accrescerebbe tuttavia secondo una progressione geometrica in ragione di 1+ . Ogni progressione geometrica genera grandezze astronomiche con una rapidità che sorpassa l’immaginazione. Un calcolo semplice mostra che un capitale che non rendesse che l’interesse derisorio dell’1 per cento raddoppia in un secolo, e si moltiplica per sette in due secoli; e con l’interesse ancora modesto del 3 per cento è centuplicato nello stesso spazio di tempo. È dunque matematicamente impossibile che tutti gli uomini di un paese siano virtuosi alla maniera di Cefalo per due secoli: anche se una porzione relativamente piccola dei beni mobili e immobili fosse affittata o investita a interesse, è matematicamente impossibile che il valore di questa porzione centuplichi in alcune generazioni. Se è necessario all’ordine sociale che i debiti siano pagati, è più necessario ancora che i debiti non siamo pagati.
“Dacché esistono la moneta e il prestito a interesse, l’umanità oscilla tra queste due necessità contraddittorie, e sempre con un’incoscienza degna di ammirazione. Se ci si divertisse a riprendere tutta la storia conosciuta presentandola come la storia dei debiti pagati e non pagati, si arriverebbe a capire buona parte dei grandi avvenimenti passati. Ognuno sa che, per esempio, la riforma di Solone a Atene, o la creazione dei tribuni a Roma, sono effetti dei torbidi provocati dall’indebitamento eccessivo della popolazione. Che si tratti della popolazione o dello Stato, non c’è stato mai altro rimedio all’indebitamento che l’abolizione dei debiti, aperta o mascherata…
“La nozione di contratto tra lo Stato e i singoli è un’assurdità in un’epoca come questa”.
La storia comincia nel 1976
La storia del debito che ci asfissia comincia nel 1976, quando il dottor Vittorio Barattieri, giovane funzionario della Banca d’Italia, assistente di Rinaldo Ossola, scopre nella contabilità un buco di venticinquemila miliardi. Scandalo, eccetera. Anche perché quell’anno la Banca d’Italia non aveva un dollaro in cassa, e l’oro Andreotti si apprestava a dare in pegno alla Bundesbank, neppure apprezzato e anzi disprezzato dal cancelliere Helmut Schmidt. Ma il debito pubblico italiano era ancora al 57,60 per cento del pil nel 1980, perfino sotto il parametro che sarà il capestro di Maastricht.
Dieci anni dopo il buco di Barattieri aveva fatto valanga, e il debito era al 95 per cento del pil (94,70). Il balzo maggiore si ebbe nel quinquennio 1983-88, dal 64 al 90 per cento. Corrispondente al governo Craxi, con le due code, iniziale e finale, di Fanfani e De Mita.
Il secondo balzo si ebbe nel triennio 1992-1994, con l’aumento del debito dal 98 al 121,56 per cento del pil. Ai livelli cui l’aveva portato il Buonanima nel triennio fatale 1940-42. E da cui, con Maastricht, l’euro, la cinghia stretta e tutto quanto, riesce arduo scendere. Anche perché non si vede all’orizzonte una guerra (perduta) che abbatta il debito - e poi non la vorremmo, questa volta la impediremmo.
Nel quinquennio 1983-1988 il debito aumentò con un fine. Craxi ne ebbe bisogno nel momento in cui eliminava l’odiosissima imposta da inflazione - tanto odiata che un referendum lo incoraggiò ad abolire la contingenza, l’aumento automatico dei salari. E se creò nuovo debito, creò anche nuovo sviluppo: nel 1988 la crescita era del 4 per cento, reale.
Ora non restano che macerie.
Paghiamo 6 miliardi di euro al mese di interessi.
Tirando la cinghia a ogni bilancio annuale con un avanzo primario – più entrate che spese, se non si considerano gli interessi da pagare sul debito.
Contemporaneamente, cresce il fisco. Che è, diretto e indiretto, centrale e locale, uno dei più alti al mondo, sicuramente il più alto nell’Unione europea, i decantati paesi scandinavi della probità fiscale compresi. Incommensurabile se si contasse anche l’odiosissima tassa da inflazione. Che lei dice di governare e ridurre, ma sa benissimo che l’accresce con i ticket sanitari e scolastici, e l’aumento a piacere delle tariffe locali, la spazzatura, l’acqua, i canoni, i censi (sì, la prima casa è esclusa, ma la seconda è raddoppiata) – mentre il suo illuminato predecessore aveva aumentato i bolli, le tariffe, le accise, le ammende, le addizionali Irpef, e i coefficienti catastali. Sì, c’è l’erosione e c’è l’elusione, che sono odiose ai più, ma ineliminabili, lei lo sa, perché sono difese ultime, la borsa per la vita.
La storia, in breve, è di una serie ventennale di “manovre”, praticamente tutte le leggi finanziarie, più altrettante correzioni semestrali. Che hanno disseccato l’Italia e gli italiani. Tutte corrette, tutte armonizzate con Bruxelles, tutte virtuose, e tutte feroci.
La “manovra” sembra democratica, ed era infatti la ricetta preferita di Visco, l’esattore di Prodi: viene discussa e approvata in Parlamento, e nessun presidente della Repubblica vi ha mai obiettato. Ma una “manovra” è un prestito forzoso ogni sei mesi. Dia retta al Mulino, ministro, il think tank della sinistra, il loro manualetto di “Debito pubblico”, a cura del professor Musu, è assolutorio, anzi incitatorio, e categorico: “Il risanamento finanziario connesso a un processo di riduzione del debito pubblico può essere paragonato alla produzione di un bene pubblico, di un bene cioè del quale tutti i cittadini possono godere simultaneamente e in modo non reciprocamente esclusivo”.
E poi c’è la verità, più dura del macigno di prammatica: l’Unione monetaria europea è partita con un handicap che ancora non ha cancellato. I programmi di stabilizzazione forzata sono generalmente falliti nel mondo, e non sono mai riusciti in regime politico democratico (le eccezioni sono i paesi del Sud-Est asiatico, la stessa Cina, il Cile di Pinochet). E oggi, morfologicamente, non c’è differenza tra il rigido programma di Maastricht e la Sanierung con cui i governi austriaco e tedesco ritennero attorno al 1925 di avere stabilizzato la moneta e l’economia. Finì nella disoccupazione di massa e nella barbarie. Lo ricorda una studiosa che ha vissuto abbastanza a lungo per fare le due esperienze, la sociopsicologa Marie Jahoda. Nel 1933, andando alle fonti della crisi austriaca, rilevava gli stessi segnali di oggi: incuria e disservizi urbani, moltiplicazione della delinquenza spicciola, degli homeless di varia natura, della droga, licenziamenti a valanga, in un quadro generale depressivo, con scarsa o nulla capacità di reazione. La storia naturalmente non si ripete. Ma i rischi non sono per questo cancellati.
L’avanzo primario non è un artificio contabile. Non c’è altro paese europeo, e probabilmente al mondo, che vanti un attivo, fra entrate e spese così consistente come quello dell’Italia e così costante. Se ironia si vuole fare sulla “favola”, come la chiama la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, dell’Italia virtuosa, o è la “Süddeutsche Zeitung”?, solo in questo senso è possibile: che negli anni Novanta, da quando ha sottoscritto gli impegni di Maastricht per l’Unione monetaria, l'Italia ha fatto molto, sicuramente troppo.
Il tasso di attività è da tempo ridotto. La disoccupazione è bassa, ma anche il tasso di occupazione si è ridimensionato: quasi la metà della popolazione è inattiva. E non c’è modo di riprendere l’attività, se non con un cambiamento radicale.
Il debito rende inefficaci anche misure espansive come la riduzione delle tasse. Questo lo dice la teoria della neutralità del debito pubblico, ma non è un fatto dottrinale, ognuno lo capisce: l’effetto espansivo della riduzione delle tasse è più che compensato dall’anticipazione di maggiori imposte, qualcuno deve pur pagare gli interessi. Questo si sa da Ricardo, quindi da un paio di secoli: non c’è alternativa all’aumento delle tasse per finanziare il debito. Si può finanziarlo con più debito, ma alla fine ci vorranno più tasse.
Reagan, con Friedmann, sembrava avere rovesciato Ricardo con l’economia della domanda, che è l’equivalente delle magnifiche sorti e progressive, della panacea universale, del paese di bengodi. L’economia della domanda non sposta, l’illusione è la stessa che sempre ha originato un debito pubblico: ci si indebita, nella famiglia e nell’impresa, nell’ipotesi di guadagnare di più, produrre abbastanza reddito per cancellare il debito e investire. È il mercato. Ma non funziona così nello Stato: l’economia della domanda non scioglie il nodo del debito, e Friedman è con Ricardo, contro il circolo vizioso debito-tasse.
C’era inoltre e ora non c’è più la storia del debito che era la rendita degli italiani. Né lo è più nemmeno per la banche. Si è sempre saputo che le banche italiane facevano i bilanci sedute sugli interessi dei Bot. Ora non più, da un decennio questo non è più vero. Ora i titoli italiani rimpinguano gli investitori internazionali, ciò che ne resta. Nel 1995 solo l’11 per cento era in mano agli investitori esteri, il 50 per cento era delle famiglie italiane, e il 39 per cento delle banche. Ora il 59 per cento è in mano agli investitori esteri, l’11 per cento alle famiglie, il 30 per cento alle banche.
Lo spostamento è stato voluto e favorito. Si è sempre detto che allargando la quota dei non residenti si poteva allungare la vita del debito, riducendone marginalmente i costi. Non c’è stata insomma un’invasione con conseguente occupazione. Ma ora il debito costituisce un comodo investimento per i fondi e le banche estere, ciò che ne resta, e l’Italia è prigioniera delle loro prefiche. Il che complica la questione. Sono prefiche altisonanti, “Economist”, “Financial Times”, “Wall Street Journal”, di cui lei ben conosce il cinismo, che hanno propiziato, assistito e osannato il baratro mondiale in cui siamo precipitati, e si eccitano anche ora che il mondo è in gramaglie. Ma sull’Italia si permettono uno sguardo censorio - perché l'Italia è papalina, latina, meridionale, immorale, eccetera, il solito armamentario degli affaristi.
Ci sarà dunque da combattere. Ma bisogna pur opporsi al diavolo, anche se è un giornale inglese, puttaniere di razza. E le due o tre società di ratingramericane, tenutarie occhiute del facoltosissimo mercato, che a ogni bellezza trovano questa o quella imperfezione, e delle bagascie avide di casa fanno madonne. Quante triplici A a pagamento, con autovalutazioni dei rischi, da parte di queste matrone del mercato. Che lo hanno tenuto e lo tengono in pugno, peggio delle mafie, attraverso ogni virgola delle sue autorevoli prefiche, gestori privilegiati di ogni segreto, e i declassamenti. Una vera industria del ricatto.
Il consolidamento non sarà insomma benvenuto, tocca interessi potenti. Che in Italia si fanno rappresentare anche in Banca d’Italia. Lei stesso, imprevidente, ha voluto le banche d’affari in Banca d’Italia, perché nessuno sospettasse che l’Italia non voleva stare nel mercato, nevvero? Ma ora il mercato è scomparso, come alle tre carte. E dall’Italia non c’è più nulla da spremere, si toccano organi vitali. Ecco, questo è il suo punto forte, anzi imbattibile: l’Italia non può morire.
Ragioniamo. Il potere di fare male è infinito, questo si sapeva anche prima di Hobbes. Ma le prefiche che possono farle, a parte qualche vignetta contro Berlusconi? Hanno fottuto mezzo mondo, e non hanno finito: se li becchiamo, li attaccheremo ai lampioni – ci pensi: sa perché la sua bad bank non si fa? perché non hanno finito di fregarci, e i maggiori buggeratori sono i finti vergini dei giornali, Bill Emmott prende mille euro per due cartelle. O ci faccia caso, l’Italia è sempre stata per questi fratelli il malato d’Europa: a fine 1800, la tonnellata di carbone la facevano pagare tre volte più cara che in Gran Bretagna, dicendo l’Italia un pagatore non affidabile, negli anni Trenta l’Italia non è affidabile perché non ha il carbone, negli anni Settanta ha troppa inflazione, dagli anni Novanta ha il debito, e non ha respiro. Trent’anni sotto il mobbing delle agenzie di rating, che annidano i peggiori malfattori della storia, non solo dell’economia.
Ministro, insomma, ci pensi. Oggi un italiano su quattro è pensionato, a reddito fisso e, purtroppo, immutabile, cioè in continuo calo in termini reali. Degli altri tre italiani, solo uno e mezzo è attivo, e l’uno, il salariato, ha un reddito stagnante e incerto. Non può pensare di crescere con i professionisti e le partite Iva, che dal suo punto di vista, di governante provvido, sono fatti apposti per eludere, erodere, e celare risorse. Non può durare, e infatti il cavallo non beve più, si lascia morire d’inedia. L’Italia non ha più la sanità, non ha più scuola, non ha più vie di comunicazione, cablatura, strade, metropolitane, neppure il tram si può permettere, e ha la barbarie - per costruire trenta chilometri di autostrada, in pianura, ci vogliono dieci anni, per una linea di tram sette, tutti ci devono guadagnare qualcosa, tutti banditi di strada.
L’euro forte con l’inflazione
Bisogna fare il consolidamento che è mancato al varo dell’euro. Al momento in cui, per trattato internazionale, si è cambiata la storia, dandosi regole contabili radicalmente diverse e rigidamente vincolanti, sarebbe stato necessario e opportuno liquidare i carichi pendenti. La cosa non si fece per la pavidità dei governati italiani di allora, e per la cecità della Bundesbank di Tietmeyer, il banchiere del papa, e poi di Welteke, la controfigura di Hans Eichel, il ministro delle Finanze che volle la camicia di forza del Patto di stabilità. Ma il problema si è aggravato e non risolto.
L’euro non è soltanto una diversa politica monetaria per alcuni paesi membri, tra essi l’Italia. È anche una politica monetaria vincolistica, rafforzata dal Patto di stabilità. Unicamente vincolistica, non ha altre ricette, e per questo necrofora. Il raffronto quotidiano tra la Federal Reserve americana e la Banca centrale europea lo dice chiaro, anche ai profani: in America c’è una banca centrale che ragiona e talvolta sbaglia, in Europa un consorzio di burocrati che non può sbagliare perché è già morto. L’euro non è una moneta, è un trattato.
Sarà, ammesso che duri, o sarà stata, la moneta più sterile che si ricordi, in questo senso una vera moneta di ferro. Asfittica, regressiva. Quante sciocchezze non si dicono e non si fanno a Bruxelles all’insegna della stabilità, l’elenco sarebbe sterminato. L’euro è stato per l’Italia quindici anni, o sono già diciassette?, di sacrifici di cui non si vede il vantaggio. Nemmeno in termini di costo della vita: i paesi che vivono col dollaro deprezzato hanno meno inflazione dell’Europa. L’euro che vale mille lire ma ne costa duemila, una serie interminabile di manovre restrittive (più tasse meno spese) per il molosso euro, e il supereuro che proteggerebbe l’Europa dall’inflazione ma non dai rincari a ripetizione delle materie prime che si comprano in dollari svalutati, il petrolio e i suoi derivati, le granaglie, il caffé, il ferro, il rame (l’occhio dell’uomo della strada non percepisce la differenza tra più caro e meno caro, non senza ragione).
La storia breve della moneta europea è tutta qui. Non fosse per la mancata accettazione, perdurante costante, di come il cambio iniziale delle monete nazionali su quella comune europea in rapporto di uno a due fu ed è un errore. Concettuale, per chi veniva da una vita dal marco e dalle mille lire, ed economico. Fondando una politica monetaria che non può essere che restrittiva, cioè una non politica. Quanto allo scudo contro il rincaro delle materie prime che la moneta forte avrebbe costutuito, è più che evidente che è un caso di effetto che è invece la causa: il petrolio non sarebbe salito a 160 dollari il barile se il dollaro non fosse stato compresso dalla innaturale moneta europea.
Se poi si guarda con l’occhio di fuori è anche peggio. C’è una grande area della globalizzazione, del commercio mondiale, ed è il dollaro. E c’è al suo interno un’area, l’Europa, che si ritiene più virtuosa, più solida, più protetta contro l’inflazione, la tassa dei poveri, più avanzata tecnicamente, insomma “più migliore”. Ma le cose non stanno così. Il dollaro offre talmente tanti vantaggi, in termini di grandezza del mercato, e di flessibilità e convenienza, o contenimento globale dei costi, da assorbire le spinte inflazionistiche della sua debolezza, specie sulle materie prime, e rilanciarsi. L’euro sovrano invece è una palla al piede, che imprigiona l’economia: se assorbe in parte l’inflazione del dollaro, lo fa al costo d’isterilire la produzione. Come uno che è virtuoso perché si è castrato.
All’origine fu l’uno che si fece due. L’uno che si fa due è biblico, nietzscheano, misteriosofico – non è evangelico ma non importa. Ha valenza insomma profetica, che si è abbattuta sull’Europa devastante, per colpe certo pregresse. Il perché non lo sappiamo, i padri dell’euro sono reticenti in materia, la creazione dell’euro non è entrata nell’epopea europea. Possiamo dire che erano bene intenzionati. Qualcuno è ancora in vita, magari un giudice gliene chiederà conto. Certamente l’euro è stato un castigo, ed è inutile chiedersi perché, le colpe non mancano mai. Ma ci sarà un giorno un giudice anche per l’euro.
La parità sarebbe stata con il marco, su cui le altre monete avevano modellato nel tempo il loro peso specifico, la corona danese, che vista la parata si è chiamata fuori, il fiorino, il franco belga, la lira, la peseta, lo stesso franco francese, la corona svedese. Invece si è voluto sopravalutarlo. Una buona moneta si conquista sul campo il suo valore, invece l’euro si è voluto da subito eroico. Ufficialmente per prevenire l’inflazione. Che non c’era. In realtà per provocarla, anche se un sistema compiacente di rilevazione dei prezzi l’ha mascherata. Il giudice accerterà un giorno nella creazione dell’euro la più colossale speculazione mai montata, una vera e propria truffa in danno dei consumatori, e più ancora dei percettori di reddito fisso, a beneficio del mercato, il commercio cioè e la finanza. Da questa truffa l’Europa non si è più ripresa.
Che l’euro abbia ingessato l’Europa non c’è dubbio. Tutti vogliamo bene a Ciampi e alla Banca d’Italia, ma non va taciuto che la lira è stata sopravvalutata al di là di ogni utopia pedagogica. Si vuole l’euro una moneta forte. Ma è la forza di chi andrebbe a morte per eccesso di energia. O forte come le zanzare, una sanguisuga, succiasangue: l’onore è tenere altro il cambio con il dollaro, con gran sollazzo dell’America, e altissimo il numero dei disoccupati, molti degli occupati essendo peraltro flessibili, cioè con lavoro occasionale e mal retribuito.
La politica dei cambi ha il fine di sterilizzare l’effetto monetario, di non sopravvalutarlo – e anche di non sottovalutarlo – nei confronti dei concorrenti. L’Italia ha sopravvissuto sottovalutando la lira, e questo è all’origine dei suoi problemi di debito. La politica della Bce invece sopravvaluta l’euro nei confronti delle economie concorrenti, tutte saggiamente adagiate sul dollaro, ancorché la maggior parte di esse siano regolate da politiche generali anti-americane, dalla Cina all’Iran. Lo fa per il nobile scopo di stabilizzare il debito. Ma in realtà lo ha accresciuto, con il costo del denaro, e per la sua parte reso irredimibile.
Questa è la verità dell’euro. Troppo indigesta per i nostri palati di piccoli politicanti. Ma gli altri aspetti della crisi, su cui gli economisti si esercitano alla radio e ai talk-show non sono da meno.
L’Europa in realtà c’è, poiché c’è l’euro. Che la saggezza acquisita vuole solo benefico: dove saremmo finiti se non ci fosse stato l’euro? Non si può sapere. Ma il carovita col caromoneta, questa è tutta la storia dell’euro, che storia è questa? Un tempo l’inflazione portava svalutazione, i due fenomeni si compensavano, sia pure non in modo virtuoso. Oggi l’inflazione va con la rivalutazione, e anzi per troppi aspetti ne è l’effetto: non sarà l’euro, invenzione senza precedenti, ad aver creato questa miscela senza precedenti? Insomma: non sarà stato l’euro, questo euro, la causa dell’inflazione?
La situazione è inedita. Ma l’euro è inedito. E più ancora la pervicace stolidità monetarista che gli sta dietro – che non possiamo nemmeno più imputare alla Bundesbank, da tempo i tedeschi hanno preso le distanze dall’ideologia dell’euro. Che cosa giustifica la forza dell’euro se non un’errata politica monetaria, che si vorrebbe a protezione dall’inflazione? Non la produttività, che in Europa cresce meno che negli Usa e nelle nuove potenze asiatiche, e in alcuni paesi europei, Italia in testa, è stagnante da vent’anni. Non il diverso potere d’acquisto, comparativamente inferiore in Europa rispetto all’area del dollaro, anche molto inferiore. Non, evidentemente, il tasso della crescita economica, che nell’Europa dell’Unione monetaria raramente ha passato l’1 per cento. È un fatto di reflazione forzata e insensata, di cui l’Italia ha già fatto le spese nel 1992, quando una politica di rivalutazione della lira sul marco portò al disastro.
Si dice il contrario: l’euro forte ha attutito i rincari internazionali dei beni che si negoziano in dollari, petrolio e materie prime alimentari. Ma la verità è che la causa prima di questi rincari è un euro troppo forte rispetto alla moneta che fa i valori delle materie prime. È l’assenza di una politica nei confronti del dollaro che non fosse il tasso divaricante d’interesse, al punto da raddoppiare-dimezzare il tasso di cambio in pochi mesi. Anche nel caso, che piace in Italia, del complotto: che il dollaro sia stato di proposito indebolito dalle autorità americane, dalla Federal Reserve in combutta con la presidenza. A ogni riduzione dei tassi Usa, se reputata competitiva, si doveva rispondere con analoga riduzione dei tassi Ue.
Si dice che i tassi elevati sono una barriera contro l’inflazione. Ma il contrario è pure vero: gli Usa non hanno avuto più inflazione della Ue, col dollaro debole, e hanno mantenuto a lungo alta la crescita, della produzione e dei consumi, all’interno e nel mondo. Né è peggiorata l’inflazione delle grandi economie asiatiche agganciate al dollaro, che anch’esse hanno subito il caro petrolio e il caro materie prime.
La politica dell’albagia sul dollaro è più imbelle o suicida? Non riconoscere il dollaro, l’area del dollaro, dove si esprimono il benessere e la crescita mondiali e si fanno gli affari, è insensato. Dacché ci sono le politiche monetarie si è sempre puntato al concerto, all’incontro, alla massimizzazione degli interessi reciproci, se non all’accordo. A meno di non farsi la guerra. Che l’Europa non vuole e non sa fare. Perfino l’avida Francia di Poincaré riconobbe il diritto della Germania alla stabilizzazione dei prezzi e a una politica monetaria. L’Europa invece, che si vuole cattivissima, sull’euro s’è lasciata intrappolare dagli americani, che essa ritiene di disprezzare - si sa come è andata: gli Usa hanno coniato la “Fortezza Europa”, uno slogan, con le solite idiozie del mercato di quattrocento milioni, dei primati, della storia, eccetera, e l’Europa ci ha creduto. L’Europa ha creduto e crede di poter fare da sola, sputando sulla globalizzazione.
Ragioniamo un momento a bocce ferme, fuori dalla crisi. In passato avevamo l’inflazione e la svalutazione. Il meccanismo si riproduceva perversamente, ma non incrudeliva come ora con la coppia avversa, inflazione e rivalutazione, contro i pensionati e i salariati. Oggi la politica monetaria si vuole onesta, leale ai propositi, ma non ha rotto la spirale. La riproduce anzi, per altre ragioni, in altre forme, raddoppiando il danno. Anzi, lo triplica: il reddito fisso paga il carovita, il carodenaro, e l’economia ferma, senza investimenti, con meno occupazione e meno reddito, complessivo e per occupato. Cos’altro è un disastro?
L’Europa BovaryCi siamo permessi una visione di come la vita sarebbe semplice se l’Europa non fosse l’Europa – o se l’Europa non ci fosse. Di nessun senso pratico, quindi, né teorico, se non di dispetto, che la libertà tiene in grande sospetto. Il consolidamento non è possibile in Europa, l’Unione è un’interminabile burocrazia, che tutto sfilaccia. E ha sottratto all’Europa la funzione di governo, l’autonomia delle decisioni, seppure meditate. È tuttavia possibile nella sfera nazionale, la residua sfera di autonomia nella quale la gestione del debito rientra per intiero. Come i fallimenti Parmalat e Alitalia. Del resto, ha l’Europa ha chiesto il suo parere, signor ministro, per accantonare il Patto di stabilità – was ist das? Né lo ha chiesto ad Almunia, o Solbes, insomma allo spagnolo che fa la guardia a Bruxelles. È che l’Europa è una “certa Europa”. Tedesca, si dice, ma in realtà non è nemmeno quello.
Ma forse non è solo uno scherzo, o un sogno. La Commissione Barroso potrebbe proporre, perché no, e la Bce elaborare, un consolidamento del debito pubblico europeo. Che è ormai palesemente, dopo cinque anni di stagnazione, di ostacolo all’economia e all’occupazione, l’unico ostacolo, benché vitalmente condizionante. Le leggi ci sono ora in Europa per il contenimento degli sprechi (assistenza, previdenza, ammortizzatori sociali), per la flessibilità del lavoro e dei suoi costi, la domanda in qualche modo regge, il risparmio pure, ma “il cavallo non beve”: non si è investito, e ora la produzione e l’occupazione si contraggono. La causa è solo una, il freno drastico imposto alla domanda pubblica, che è parte del mercato e ne è una parte condizionante (sanità, istruzione, formazione, ricerca, opere pubbliche). Il freno è necessario, ma è stato tirato tutto in una volta e ha portato la macchina al blocco.
Si vede in modo trasparente in Germania. Il Patto di stabilità, voluto da quel governo in aggiunta alle clausole di Maastricht come condizione per accettare l’entrata nell’euro dell’Italia, paese di tradizioni monetarie lassiste, ha portato i disoccupati in Germania da tre a quattro milioni e mezzo (disoccupati veri, senza impieghi in nero e ammortizzatori familiari), oltre a far perdere ai proponenti cristiano-democratici due elezioni di seguito – e se poi hanno vinto è avvenuto “in discesa”, per il disorientamento e le divisioni dei socialisti. Il rimedio non dovrebbe tardare: l’Europa ha perso, dopo il crollo del 2001, sei anni di forte ripresa internazionale, ha perso opportunità e sta perdendo stabilmente quote di mercato. E il rimedio è solo europeo, le leggi di bilancio e finanziarie nazionali mostrano la loro inadeguatezza, nessuna Finanziaria può ormai modificare l’economia. Si continua a pensare il debito pubblico in termini nazionali, come istituzionalmente è per le leggi di bilancio, mentre è in realtà, concettualmente e materialmente, attraverso le clausole di Maastricht e il patto di stabilità, europeo.
Molti rimedi sono stati peraltro approntati negli interstizi che Maastricht, il Patto di stabilità e la Bce ancora consentono: con le riforme fiscali, soprattutto in Germania, e con la riduzione degli oneri contributivi sul lavoro, che è anche una maniera surrettizia di ridurre i regimi previdenziali. Inoltre, malgrado tutto, l’Europa mantiene un potenziale finanziario, una duttilità imprenditoriale, e un’innovatività tecnologica che, se valessero per il loro peso specifico, la terrebbero al riparo dalla crisi. Ma c’è il debito. Il passo decisivo sarebbe allentare, concordemente ma significativamente, il vincolo del debito, rendendo “normale” l’avanzo primario, al netto dagli interessi, e non più una questione ogni anno di “lacrime e sangue”. Senza rischi per l’inflazione poiché la tendenza è stata per troppi anni, da molto prima della crisi, alla deflazione. La miniriforma di primavera del Patto di stabilità è insignificante, anche per l’unico Paese che potrebbe avvantaggiarsene, che è l’Italia. Non si può concorrere altrimenti con gli Usa, che accrescono il debito ogni anno di più del 5 per cento del pil (senza effetti inflattivi), tenendo così anche il dollaro artificialmente basso.
Si è sempre detto che questa è l’Europa dei banchieri, dei banchieri centrali, ed è vero. Tanto più nel caso dell’Italia. È chiaro che l’Italia non può in alcun modo allentare l’adesione all’euro, ma l’eurodisagio è reale per tutti, consumatori ed esportatori. Molti lutti si potevano evitare all’adesione. Non è stato fatto, e pazienza. Ma l’Italia dovrebbe ora essere con quelle forze in Europa che vogliono fare politica e non fare la guardia al tabernacolo.
Leggendo i commenti, l’ultimo gollismo sembra essersi rifugiato, a guerra perduta, in Italia. Ma non c’è dubbio su qual è l’unica strada per l’Europa e per l’Italia: una decisa immersione nella mondializzazione. La colpa non è delle resistenze sociali al cambiamento, la cui sommatoria è anzi positiva, di disponibilità, ma della sterile guardia al bidone franco-tedesca, di due paesi – o due governi, ma non cambia molto – stanchi.
È la crisi colpa delle banche? È colpa del petrolio? È colpa della mancata riforma politica? È colpa del debito pubblico, del blocco del debito pubblico.
Si dice che è colpa dell’America, ma non ci creda. “Non detta più legge sull’economia, il declino dell’America è già iniziato”. Non è così - e del resto l’intervistato di “Repubblica” il 7 gennaio 2008, l’economista Eichengreen, non lo dice. Il titolo viene buono per spiegare come il declino dell’America sia iniziato “già” cinquant’anni fa, o sessanta, con il Piano Marshall col quale la stessa America si volle far fare concorrenza dall’Europa.
Sembra assurdo parlare di differenze, vantaggi, handicap, quando il crollo è generale. E invece è essenziale. Il modello americano è aperto, e “si fa” concorrenza armando i suoi concorrenti, prima l’Europa, poi l’Asia, il Giappone negli anni 1970-80, la Cina dopo Tien An Men. Ma non è questo il problema: il problema è che il dollaro debole è forte, e l’euro forte è debole. Stimolare la concorrenza equivale per l’America a indebitarsi commercialmente – significa poter usufruire del sistema di produzione mondiale per favorire il consumatore americano. Pagando, se possibile, con dollari sempre meno cari. Che i concorrenti prescelti di volta in volta trovano nel complesso accettabili, se non convenienti. Magari rifacendosi con acquisti diretti negli Usa a prezzi svalutati dal dollaro - l’Europa negli anni 1970, il Giappone con larghezza negli anni 1980, e ora i fondi sovrani asiatici, il nuovo capitalismo di Stato. Tutto ciò per dire che l’Europa è fuori dal mondo. Poi finisce che la signora Clinton va a discutere la crisi con l’Asia, e l’Europa riscopre l’America.
L’Europa è ferma ormai da quasi un quindicennio, da Maastricht. Un atto di virtù che è una castrazione. In omaggio a un tutto privato che è solo assurdo. Con privatizzazioni, cioè, o regalate o onerosissime (Umts), e con sgravi fiscali per i ricchi, compensati dai tagli agli ammortizzatori sociali, alla sanità, alla previdenza, all’istruzione. In spregio cioè della stessa dottrina del liberismo contemporaneo, della curva della domanda signora del mercato. Perché i ricchi non hanno niente più da comprare, e quel poco che spendono incide solo, economicamente, sull’inflazione. Mentre il blocco della spesa sociale blocca la domanda complessiva. E con l’istruzione ridotta assicura che questo blocco sarà per sempre.
Prima della crisi l’economia in Europa ristagnava per due fatti semplici. Uno è l’enorme vantaggio competitivo acquisito dall’America nell’ultimo quindicennio, con la flessibilità e gli incrementi imbattibili di produttività nelle presidenze Clinton, con la politica dell’indebitamento nelle presidenze Bush. L’altro è l’ancoraggio di Cina e India al dollaro, oltre che a condizioni di produzioni tanto innovative tecnicamente quanto arretrate nella dinamica del salario, e quindi avvantaggiate nei costi, e di fatto protette da ogni concorrenza. Colpe specifiche si fanno all’Europa, per le rigidità che mantiene in campo sociale (pensioni, sanità) e nel lavoro. Ma questo è vero solo in parte: l’Europa ha capito con ritardo e di malavoglia la globalizzazione – l’asse Usa-Asia per semplificare – e ancora stenta ad accettarla. Sono i noti difetti dell’albagia franco-tedesca che la domina, e che si trovano specchiati nella condotta assolutistica della Banca centrale europea, tanto più con la presidenza del francese Trichet. L’euro è inteso come il sacrario di un tempio che forze malvagie assediano senza sosta.
Stando le cose come stanno, è un’epoca insensata per l’Europa, del grande freddo. Fra l’era della siccità o, alternativamente, dei ghiacci che si sciolgono ai poli – e poi magari si ricostituiranno? Piove così tanto, e l’Europa si bagna. Mentre gli immigrati si moltiplicano, fanno comodo a un paio d’euro l’ora ma preoccupano, non ci sarà un disegno d’invasione, islamico, arabo, rumeno?, e abbiamo bisogno delle ronde, tutti sbirri. Mentre i migliori europei scappano, se appena possono, anche così lontano come il Canada, o la Nuova Zelanda. L’Europa vive in una sorta di Ancien Régime di prefiche, nobilastri e snob che fosse sopravvissuto pieno di se stesso, col suo immutabile principio del non intaccare il capitale nel mentre che lo annienta.
È assurdo, perché l’Europa resta pur sempre la maggiore area di reddito e di consumo del mondo. Ma è talmente “stupida” – arrogante, burocratica, inerte – che nessuno se la fila più. La rigidità monetaria da sola fa l’Europa un’orrida vecchia signora. Visti da Pechino, Tokyo o Washington, il Patto di stabilità (c’è ancora?) e la Bce sono più dissuasivi di qualsiasi morbo politico o economico – si potrebbe anche dire, ma non è materia di scherzo, che la Germania sta ottenendo con questo euro di ferro quella liquidazione dell’Europa cui ha costantemente operato nel Novecento.
Certo, non bisogna disperare: finché siamo vivi non siamo morti. Ma l’Europa vive nell’irrealtà, ministro, e serve anche a poco: non s’illuda e ne prenda le distanze. Ricca come non mai, è sempre la più ricca del mondo, ma di passioni ormai fanées. Ormai da un secolo, irrimediabile. Non ha intelligenza, se non dissolutrice. L’ultima volta che l’Europa fu qualcosa fu comunista, ed è ormai preistoria.
Che civiltà è quella che ha bisogno degli immigrati e non vuole accoglierli? Salvo che per pagarli due o tre euro l’ora, in quella che è a tutti gli effetti la più grande tratta di esseri umani al mondo, nel Terzo millennio, la più cruenta, la più cinica. Nello schiavismo si veniva razziati, e poi mantenuti, gratis, per l’Europa il viaggio della morte si paga, da mille a cinquemila dollari, il reddito dell’aspettativa di vita in Africa o Asia, di un’intera famiglia, e l’unico futuro assicurato è quello sotto i ponti. Che economia è quella che limita le colture, anzi finanzia la non coltivazione (il maggese), e riduce la produzione di latte e di carne, in tempi di prezzi triplicati di cereali, legumi, latte, carne, e quasi di carestia. Per far guadagnare bene i coltivatori francesi di granaglie, i vaccai bavaresi e olandesi, i porcilai bretoni, piccole rendite. Un’agricoltura in cui, a fine 2007, dei 42 centesimi al litro incassati dal produttore di latte 25 andavano al cartone. Per produttore intendendosi Parmalat o Granarolo, non il bovaro (al supermercato lo stesso latte si pagava 1,60 euro!). Che Fortezza è quella che si acquatta dietro la Germania, che dopo la sconfitta la politica estera considera una noia, professandosi pacifista, e la confida agli Stati Uniti. Alla potenza cioè che odia. Non senza ragione, dacché tutte le direttrici di politica estera americana vanno contro l’Europa: la globalizzazione con l’area del dollaro, l’Arco della Crisi o Medio Oriente (Palestina, Iraq, Afghanistan), il terrorismo islamico, ancora di marca Usa in molti posti, il Kossovo, il petrolio, la Russia, la World Trade Organization.
Ma, poi, qui non si tratta di costruire l’Europa, si tratta di sopravvivere.
Rimpiangeremo la globalizzazione, nel mondo compartimentato che la crisi lascerà. Dove chi ha più fieno nella propria stalla più mangia. Detesteremo l’orrido isolazionismo della Bce, che ha fatto dell’euro un feticcio, stupido ma tossico. E ci diremo infine “americani”, dopo tanta irridente superbia, se l’America, come sta facendo, andrà a fondo. Dopo avere impegnato in un anno e mezzo contro la crisi dodici miliardi di dollari, quasi un suo pil annuale, a nessun effetto. Per quattro quinti spariti nel sistema finanziario. Mentre tremano i fondi pensione e le rendite finanziarie, nelle quali gli americani tradizionalmente investono i loro risparmi. E la disoccupazione si accresce al ritmo di un milione di posti lavoro al mese. Ma bisognerà essere vivi per pensare tutto questo, per continuare a guardare la storia dal di fuori, come l’Europa che ci tocca vivere si compiace di fare. E per sopravvivere bisognerà abbattere qualche falso idolo.
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