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sabato 2 maggio 2009

Roma tra Israele e Iran

Si apre a Roma una tornata di rapporti indiretti tra Iran e Israele, col fine condiviso di svelenire la questione nucleare e quella Hamas. Non una mediazione, l'Italia non ha nulla da offrire alle parti in causa, né idee risolutive da suggerire, ma una iniziativa di buona volontà. Teheran ha dato la sua disponibilità e quella del nuovo governo israeliano verrà saggiata in settimana con l’arrivo a Roma del neo ministro degli Esteri Lieberman, apparentemente un irriducibile. I precedenti, se non risolutivi nel caso specifico, sono di buon auspicio per quello che la Farnesina definisce un approccio: la diplomazia italiana è già riuscita a riavvicinare la Libia agli Usa, e ha aperto la strada al riconoscimento reciproco tra la Libia e Israele.
Il tentativo sul fronte Iran-Israele si propone molto più modesto. Con l’intento di avviare rapporti forse non risolutivi, ma neanche formali. I due paesi del resto non sono mai stati realmente nemici, non al modo dell’Iran con l’Iraq di Saddam, per esempio, e anzi in qualche modo Teheran riconosce e protegge la sua minoranza ebraica. È un gioco di “chiama e rispondi” tra nemici disponibili, o cavie volontarie, che Franco Frattini ha deciso di favorire. La non-indisponiblità iniziale facendo presagire una buona intenzione di fondo reciproca di arrivare a un modus vivendi stabile.
È un’iniziativa “locale”, tra paesi vicini del Mediterraneo, tra i quali l’Iran si annovera. Con l’intento di promuovere un disgelo, tra i due soggetti chiave in questa fase della questione palestinese. È un’iniziativa che Frattini prende in autonomia rispetto a Bruxelles, anche se in linea con la politica genericamente negoziale dell’Unione europea. Il cui risultato potrebbe essere una carta da visita non di maniera, sostanziale, con la nuova presidenza americana.

Scudéry, bugiarda antenata di Proust

La menzogna è maschio in francese, ma ne trattano qui sensibili signore, con l’ausilio di La Fontaine, Pellisson, Sarrasin - il titolo d’esordio di Madeleine de Scudéry è peraltro “Lettres masculines”. Concludendo, come si deve, in favore della verità, “anima della probità”. L’anima della clarté, quale si vuole la Francia. “E tuttavia”, dice l’autora, “ci sono più mentitori di quanto credessi”. Ce n’è che si inventano: inventano titoli di nobiltà, relazioni importanti, influenze, ricchezze, e gli anni. Perché il paradosso del mentitore (tutti i cretesi sono bugiardi, dice Epimenide cretese) è anche quello della verità:
“- Se si stabilisse una volta la verità nel mondo, riprese Plotina (l’autora), non vi si direbbe quasi più nulla di quello che vi si dice.
- Ciò significa, ribatté Amilcare (Jean-François Sarrasin), che non bisogna fidarsi troppo delle vostre parole”.
Il tutto nel deserto delle passioni. Oggetto unicamente, allora e dopo, di dissezione, all’ombra della fatale raison cartesiana, “il più radicale misconoscimento della poesia che s’incontri nella storia del pensiero umano” (G. Gentile).
Mademoiselle de Scudéry si dedicò in vecchiaia (morì a 94 anni), quando i romanzi non andavano più, al genere gossip si direbbe oggi, delle varie moralità, pubblicando cinque serie di “Conversazioni” su argomenti disparati – in buona parte estratti dai suoi voluminosi romanzi di dodici e passa tomi. Animando un suo proprio salotto, in parte autonomo da quello di Rambouillet, che è il prototipo di tutti i salotti letterari, al quale La Fontaine e gli altri facevano capo.
Madeleine de Scudéry è il modello delle “preziose”, le donne intellettuali che Molière ridicolizzò. Che però furono centrali, si direbbe oggi, per l’instaurazione della letteratura francese, la scrittura e lo spirito Francia che conosciamo - la “preziosità”, notava Barthes, benché seppellita da Boileau, Molière e La Bruyère, fa la letteratura del Seicento, “se nel 1663 una raccolta di poesie galanti della contessa di Suze aveva avuto quindici ristampe di tomi multipli” (la contessa, nipote dell'ammiraglio Coligny, aveva anch'essa un suo proprio salotto, oltre a frequentare Rambouillet). La breve introduzione di Sylvie Robic ribalta un mondo, la proiezione della modernità centrando in Francia sul secondo Seicento, prima e più che sul Settecento. E introduce nello stesso spirito ottimi neologismi piani nel vocabolario di genere, quali autora e scrittora, auteure, écrivaine - il francese non ha scrittrice né autrice, a tre secoli dalle non ridicole “preziose”, del cui senso pratico c’è dunque sempre bisogno, per quanto anticonformista.
Degno di nota, benché Robic trascuri totalmente il fatto, è che il rinnovamento francese fu opera di una coscienza critica, nonché femminile, italiana di origine. Tre italiane fondarono infatti e presiedettero il famoso hotel di Rambouillet: il fatto era sottolineato a fine Ottocento da J.E.Spingarn, lo studioso americano che, in "A history of literary criticism in the Renaissance", illustrò nel 1899 il ruolo tutto italiano nella nascita della coscienza critica. Le tre dame erano Giulia Savelli, sposata al marchese Pisani de Vivonne, italiano di origine ma diplomatico francese, la loro figlia Caterina de Vivonne, nata a Roma, marchesa di Rambouillet per matrimonio, e Maria dei Medici, che volle nel palazzo del Lussemburgo lo stesso salotto (una sfilata di saloni) della marchesa di Rambouillet. L'hotel di Rambouillet era in realtà palazzo Pisani, vicino al Louvre, dove ora è il Palais Royal. Ancora Proust sarà deluso, essendo andato alla ricerca delle sorgenti della Vivonne ("una specie di lavatoio quadrato da cui montavano delle bolle"), ma in senso metaforico sbagliava - non ci sarebe stato Proust senza Scudéry.
Madeleine de Scudéry, Du mensonge, Rivages, pp. 95, €6,60

Ma il Corpo del capo è santo

L’ennesimo articolo, lungo, contro Berlusconi. Belpoliti vuole ridurre Berlusconi alla celebrità warholiana, “ognuno ha diritto al suo quarto d’ora d celebrità. In un testo che non è ghiribizzo d’autore, si vuole di scienza sociale. Al fine di scongiurare che ce lo teniamo fino al 2020, come capo dello Stato dopo la presidenza del consiglio. Ma col risultato di favorire il sortilegio – la scienza politica vuole impegno, intelligenza. L’assunto è solo doveroso, l’occasione sprecata: c’è un’occupazione quasi materiale, ingombrante, della politica, schiacciante. Da parte di corpi estranei. Un’occupazione che da un lato viene dalla mutazione genetica della politica stessa. Da corpo articolato, perfino puntiforme, e flessibile, in ammasso indistinto e massiccio, come vuole la moderna propaganda – le tecniche della comunicazione. Ma per altro verso viene dall’utilizzo abile, intelligente (appropriato?) di queste tecniche.
Belpoliti sa che la tecnica (la comunicazione) è neutra. Ma dissolve la politica, che è fatti, nella lettura dello storione che Berlusconi si è costruito per le elezioni del 2001, i suoi detti e le sue pose fotografiche. Perché “il creatore della neotelevisione ama così tanto le sue fotografie”? è l’assunto di Belpoliti. Perché è un cialtrone è la risposta ovvia, camuffata per 150 pagine. E non ce n’era bisogno. Belpoliti era riuscito a scrivere un saggio su due foto di Moro, e ci deve avere preso gusto. E questo è tutto, Berlusconi poi vende, più di Moro.
L’assunto vero è che il “corpo” c’è. Odora, del buon odore del corpo dei santi. Si fa toccare, nelle “passeggiate”. Fa miracoli, specie tra le donzelle. E unto, in qualche modo – a questo punto del Signore, poiché non ci spieghiamo altrimenti il suo successo, il tanto amore per quest’uomo, la fiducia che ingenera con le sue apparenti cialtronate. Kantorowicz non avrebbe difficoltà a riconoscerlo. Belpoliti no.
Il vero “corpo del capo” è l’occupazione della politica, fisica, materiale. La mutazione della politica, che era riflessiva e d’improvviso è assertiva. Il suo salto da critica a carisma, da saggezza a improntitudine, da intelligenza a glamour – il tema è forse la natura segreta del glamour. In questo senso il “corpo del capo” va berlusconizzato. Ma anche qui in gloria di Berlusconi, gli altri essendo comparse, imitatori tardivi. Il Capo che si proietta nei candidati: li sceglie uno per uno, secondo categorie immaginarie (merceologiche) definite, il giovane, il bello, il saggio, la mamma, in proporzioni prestabilite, tre di questo, quattro di quello, o anche individualità caratterizzate, Sgarbi a Locri, Zeffirelli a Catania, Jannuzzi a Milano Centro, e tutti poi annichilisce nella figura del Capo – nelle sue decisioni. Un fatto molto evidente (Sgarbi ne ha fatto la satira in tv: “Volete la bella fica? Eccola qua”, fuori dal cestino, “la volete rossa?, allora eccola”, cambio di parrucche…). E anche semplice, da capire, da analizzare. Ma è vero che Berluconi “si vende”.
Marco Belpoliti, La foto di Moro, Nottetempo, pp. 24, € 3
Marco Belpoliti, Il Corpo del capo, Guanda, pp. 153 € 12

Ombre - 18

“Repubblica” apre mercoledì e giovedì drammaticamente su Berlusconi:
“Veronica attacca Berlusconi”, martedì, “veline candidate: “è ciarpame””.
“Berlusconi cede: via le veline”, il giorno dopo.
Martedì “Repubblica” aveva avviato le ostilità facendo la spia sulla visita di Berlusconi a una ragazza a Napoli che festeggiava i diciott’anni.
Erano i giorni in cui la peste suina contagiava gli Usa, e la Fiat comprava la Chrsyler. Anche il terremoto non era finito in Abruzzo.
Mai Berlusconi avrebbe potuto immaginare più interesse per le sue candidate belle e giovani. Grazie anche al grido di dolore di “Medea” sua moglie, con i figli al seno.
È “Repubblica”, faro delle sinistre, che crea la storia, l’avviluppa, e poi la scioglie, coartando i suoi lettori? O sono i lettori di “Repubblica”, compresa la moglie di Berlusconi, che vogliono queste storie?

Si può anche pensare “Repubblica”, nonché non più “Le Monde”, un giornale scandalistico. Giovedì completava la spiata con le foto della diciottenne, e di sua madre. Che Berlusconi, dice, chiamano “papino”. D’obbligo le ipotesi: è la ragazza figlia adulterina? è l’amante (lei o a madre)? o non c'entra la camorra (il padre)? Nessuna delle tre vera, direbbe Guzzanti figlio.

Ma se è così sia siamo solo all’inizio dell’ennesima storiaccia berlusconiana – si tratta di sbarrare a Berlusconi il Quirinale, per il quale ci vogliono ancora quattro anni. La Medea di Arcore potrà scrivere, o raccontare confidenzialmente, a “Repubblica” i suoi strazi di moglie tradita, le perversioni del marito, sadico, pedofilo, violentatore dei figli, gli assassinii perpetrati o ordinati, i conti segreti. Mentre “l’Espresso” avrà foto a profusione per l’ennesimo “corpo del capo”, il fotoromanzo berlusconiano, genere a grande richiesta.
La cosa non è senza lati positivi, se sovverrà alla crisi dei giornali. Inoltre, dà una cornice infine adeguata al grand-guignol che è la cifra della buonissima Milano, e forse ce ne libera.
Ma il rischio è forte che, il cappone Berlusconi ridiventando così gallo, la Medea-Veronica non ce lo imponga a vita. Scatenando il feroce antifemminismo degli italiani, e di metà delle italiane.

L’infanta di Spagna in visita a Parigi è celebrata su tutte le prime pagine di dietro, con la signora Sarkozy, mentre salgono le scale all’Eliseo – una foto lusinghiera, bisogna dire, anche se in diverso modo, per entrambe.
Ponderati articoli delle giornaliste più impegnate commentano la foto, sui diversi colori, tessuti, tagli, sarti, e i modelli delle scarpe delle signore.

Milano ha vinto l’Expo 2015 col programma “nutrire il pianeta, energia per la vita”. Dopo un anno e mezzo non ha fatto nulla, ma questo non importa. Diana Bracco, industriale farmaceutica, presidente dell’Assolombarda e della società di Milano Expo 2015 (Soge) spiega anzi al “Corriere” che è stato fatto moltissimo: riunioni in serie, “al limite dell’esaurimento per chi come me ragiona con la logica d’impresa”. Che tutto quindi va bene. E che saranno creati “settantamila nuovi posti di lavoro”. Nel 2150?
In genere non si parla dell’Expo, che Milano ha voluto a scapito del resto d’Italia, e per la quale non fa nulla, eccetto che litigare. Milano tratta molto soprattutto i problemi degli altri.

Dice il Procuratore Capo dell’Aquila in tv dopo il terremoto: “A parte che, se ci saranno illegalità, chi le ha commesse non sarà indagato ma subito arrestato”.
A parte che?

Viene spesso in tv il Procuratore Capo dell’Aquila e assicura che vigilerà contro le infiltrazioni mafiose nella ricostruzione. In una zona fra le più civili d’Italia, meno violente.
Bisogna “vigilare” contro la mafia per andare in tv? Anche i giornali, se “vigilano”, è contro la mafia. O per non dire che era meglio vigilare sulla costruzione interminabile dell’ospedale, su quella affrettata della casa dello studente, sulla ristrutturazione della prefettura?

Salvatore Settis passa la Settimana Santa sul “Tirreno” a vituperare, in quanto residente di quella cittadina, il sindaco di San Vincenzo per le villette a schiera. È stanco delle beghe ministeriali, a favore di ministeriali neghittosi, quando non impegnati a occupare graziosamente palazzi demaniali. Il sindaco, anch’egli democratico, risponde che l’ambiente è protetto, come no, ma lo sviluppo ci vuole.
Per chi San Vincenzo è un toponimo, in quarant’anni di transumanza su e giù per l’Aurelia, il luogo era verde e ora è ocra, del colore delle villette, come tutta l’Aurelia prima e dopo Grosseto e la sua provincia: Santa Marinella o Tarquinia, Populonia e San Vincenzo. È cioè la prova di un mistero: che un’istituzione, per giunta labile, la provincia, “faccia” il paesaggio, con le attitudini e la mentalità. Una differenza non c’era, poniamo un secolo fa, tra il grossetano o il viterbese, a Sud, e il livornese a Nord, ora è robusta.

Si moltiplicano nell’alto Lazio e in Toscana, nelle province di Siena e di Livorno, le colline coperte di villette a schiera, per lo “sviluppo popolare”, come abitazioni o investimento modico. Ma sono complessi sigillati, sempre intatti e muti: sono stati costruiti fuori tempo? Da trent’anni la seconda casa ha perso richiamo, per la scoperta delle vacanze in pillole dapprima, tutto compreso, invece della villeggiatura, e dall’infausto 1992 per le tasse.
È qui la tristezza che le colline occupate inducono. Non le villette al posto delle pinete, ogni paesaggio acquista personalità col tempo, e il bosco si ricostituisce. Ma lo spreco di risorse, compreso a questo punto anche il verde originario. L’incapacità di coniugare il sesto senso dell’iniziativa libera col bisogno di prevedere e programmare il futuro.

mercoledì 29 aprile 2009

Le milanesi preferiscono l'islam

Il burqa no, si privilegia l’eleganza griffata. Come le mogli degli sceicchi e degli emiri, peraltro. Per il resto le mogli milanesi privilegiano in tutto l’islam. Le mogli dei politici. Fatto il figlio, dimenticano il marito. La serie è ormai lunga, la moglie di Berlusconi che si dice “vittima” del marito si inscrive in una lunga lista, tanto lunga da costituire un caso sociologico ben distinto. Da Craxi a Bossi e ai tanti padani che si sono dovuti trasferire a Roma, per eccesso di successo, le mogli li lasciano soli: si ha successo in politica a una certa età, e a quell’età le signore milanesi preferiscono starsene tra donne, ben provviste naturalmente.
C’è questo tipo di matriarcato sotto il maschilismo della sharia, delle api regine che cancellano il maschio. È comunque certo che l’islam è amato dalla donne islamiche. Il sostegno delle donne al khomeinismo, a ogni forma di radicalismo, è stato ed è massiccio. Quando lo scià impose la parità dei sessi, nel lavoro e in società, quello fu il suo più grande passo verso la destituzione: le donne non gli perdonarono di doversi mescolare in pubblico con gli uomini, dare la mano, andare a lavorare in ministeri e commissariati di polizia. La casa e i figli, con opportuna dotazione, anche di cosmetici, abiti e ogni altra civetteria (il chirurgo estetico, la prima alla Scala, il guru, etc.), fanno un orizzonte sempre riposante in Oriente.
Insomma bisogna distinguere, ha ragione la signora Berlusconi che, pur padrona di tante televisioni, critica le veline ("tutte troie") e le verità televisive. C’è un islam televisivo, e c’è l’Oriente. Quello vero, da cui viene l’Occidente. Mentre qui, malgrado la frenesia, nulla è cambiato da duemilacinquecento anni, da quando c’è la storia, con Aristofane e “Medea”. Un esempio, questa, di donna islamica ante litteram, che mette in campo i figli per farsi scudo del padre (e per altri fini meno nobili: vendetta, investimento, e perfino castrazione, poveri figli).

Norman Douglas Casanova omofilo

Douglas lo considerava il suo libro più importante, anche se ha scritto di meglio. È pieno di luoghi, Siena gelata, Firenze antipatica, Levanto felice “zona di guerra”. Di situazioni – come imboscarsi a Londra per evitare la guerra. E di personaggi. Anche importanti: Ouida, Malwida von Meysenburg, il vecchio Ramage. Di Craufurd Tait Ramage, il primo viaggiatore inglese, in realtà scozzese, come scozzese è Douglas, e il più perspicace anche se affrettato, dell’Italia meridionale, negli anni 1820, quello che più ha lasciato traccia nei futuri viaggiatori, Douglas fa il suo interlocutore. Non senza i soliti sorprendenti punti di vista. L’usignuolo meridionale, importuno alle ore antelucane, non ha nulla del melodioso usignolo inglese. Ponendo l’interrogativo se la letteratura non è tutto – e niente.
Ma più che altro la felicità del ricordo viene dagli incontri. Molti giovani allietano il bighellonaggio di Douglas in Italia, troppo vecchio per andare al fronte, durante la Grande Guerra. Senza altra traccia se non, dice Douglas, le “ore liete” - un filone erotico sempre e solo sessuale, che arriverà fino a Pasolini. Non ancora “caprese”, Douglas se ne compiace come un piccolo Casanova omofilo Norman Douglas, Alone. In viaggio per l’Italia

Le due dimensioni di Fruttero

Carlo Fruttero è la voce garbata del celebre duo. Lontano dallo zolfo mentale, sociale, fisico, che appestava i racconti a quattro mani con Lucentini, seppure ingentiliti dal torinese Fruttero. Da “A che punto è la notte”, per dire, macbethiano già nel titolo. Fruttero si diverte a rifare i linguaggi della testimone, la figlia, la migliore amica, la barista, la giornalista, la bidella, la carabiniera, la vecchia contessa. E a estrarre l’impensabile dalla normalità. Da linguaggi cioè che sono la televisione, in copia. Senza nervi, e senza neppure spessore. Il Fruttero letterato ambizioso della gioventù potrebbe pretendere di avere scritto il vero romanzo a due dimensioni, la flatlandia di Abbott.
Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti, Mondadori, pp. 198, € 12

martedì 28 aprile 2009

La modernità di Simone Weil

La modernità è la tradizione. Non c’è futuro senza radicamento.
Due terzi del libro, che forse per questo non ha avuto fortuna e ora si riedita, sono presi dalla sradicamento, della città, della campagna, della patria. Nell’ottica della sconfitta e della difficile resistenza a Hitler, da New York dove la filosofa si era rifugiata e poi da Londra, dov’è morta di tubercolosi, cioè di debolezza, nello stesso 1943 in cui febbrilmente scriveva. Questa parte contingente ha forse segnato il destino di un libro che invece si rilegge come una colossale costruzione etica. Le pagine ancora più vive della filosofia del Novecento sul modo di essere dell’uomo nella natura e nella storia.
Numerose ne sono le tracce, storiche e di pensiero. Più vive perché inesplorate. L’eredità arida della romanità, dell’imperialismo feroce, rilevata nei danni persistenti alla religione, la scienza, l’assetto sociale (legge, giustizia, potere, o sovranità). In filigrana, attraverso gli accenni degli storici greci schiavi dei romani. E con tagli vigorosi al conformismo: la sterilità della forza che tradisce la forza, a causa della schiavitù (possesso) come ragione di vita, annientando la religione e la vera cultura – la ricerca.
Il genio puro. La storia impura. La virtù che s’insegna ma non si pratica, non in un solo episodio della storia, eccettuati tre o quattro.
L’argomento centrale della fede che è scienza. La scienza greca, la nostra scienza – “l’investigazione scientifica non è che una forma della contemplazione religiosa”.
La religione della domenica, svuotata dallo scientismo. Che pure è piccola cosa.
La natura del miracolo.
La Provvidenza generale, impersonale, sui buoni e sui cattivi (Matteo, Marco) e la miserabile Provvidenza speciale, degli ex voto, dei calciatori quando entrano in campo, dei calciatori quando segnano un goal, e di Manzoni - “ogni interpretazione provvidenziale della storia è di un grado eccezionale di stupidità”.
Il mondo determinato dalla perfetta obbedienza: è questo il senso della fede, e la via della scienza.
Qua e là la rilettura dell’hitlerismo, che troppo ritarda.
La vera psicologia, la vera sociologia, che introiettano la necessità del lavoro e della morte: “Le forze di quaggiù sono sovranamente determinate dalla necessità; la necessità è costituita da relazioni che sono pensieri; di conseguenza la forza che è sovrana qui è sovranamente determinata dal pensiero. L’uomo è una creatura pensante: è dal lato di ciò che comanda alla forza”.
Simone Weil, La prima radice, SE, pp.288, € 24

Le origini di Alvaro

Alvaro nasce e sarà, in quanto giornalista e linguista, il primo scrittore-viaggiatore del Novecento (il secondo, Arbasino, ne ripercorre molte maniere, e perfino alcuni lessemi – anche se non saprà chi è Alvaro). Ma con un distinto senso delle radici, benché sofferto, della famiglia, del paese. Questa raccolta di una parte dei testi che egli scrisse per il “Mondo”, in prevalenza da Parigi (c’è anche una prima prova di traduzione di Proust) dà corpo duraturo, benché accennato, irriflesso, alle nostalgie dello scrittore. Nel quadro delle frequentazioni internazionali, Proust, Pirandello, Copeau, Crémieux, ritornano San Luca, il padre, i fratelli, la madre-donna. L’introduzione di Anne-Christine Faitrop-Porta, lunga un quarto della raccolta, ne rileva i motivi, assortendoli della bibliografia di tutti gli articoli di Alvaro per “Il Mondo”.
Ci sono anche molti elzeviri, genere oggi in disuso. Non lunghi, una paginetta, ma densi. Del rifiuto della “letteratura”? Non dicono infatti niente, ma usavano molto, per il bello stile.
Corrado Alvaro, Lettere parigine e altri scritti 1922-1925

lunedì 27 aprile 2009

Dopo la Juve Baldini attacca la Roma

Non c’è una cordata tedesca, o svizzero-tedesca, che vuole comprare la Roma, meno che mai il proprietario della Porsche, c’è Franco Baldini. Che però, allo stato, non può, e forse non vuole, comprare, ma divertirsi sicuramente sì. L’ex direttore sportivo della squadra capitolina ha architettato l’anno scorso la fantomatica cordata Soros, con un avvocato newyorchese che non chiedeva nemmeno il rimborso spese. Ora prova col playboy Flick, un altro che non si prende la briga di smentire, insieme con un procuratore di calciatori, la cordata tedesco-svizzero-romana è tutta qui.
Oggi come un anno fa la manovra ha un solo obettivo: speculare sul titolo, poiché sull'As Roma in Borsa si può farlo liberamente. E in subordine, perché no, svilire l’As Roma in debolendo la proprietà attuale, della famiglia Sensi che per la squadra si è svenata. Baldini è quello che era: un procuratore di calciatori, famoso per essersi inventato un in esistente passaporto italiano di Recoba.
Tutto questo è un fatto noto, anche se non se ne parla. Baldini non è mai apparso dietro la cordata Soros, e appare molto di striscio dietro quella Flick, ma di entrambi gli affari sono fonti giornalisti notorimente suoi confidenti. È una bizzarria, più che un azzardo o uno scherzo, ma a Roma e sull'As Roma può succedere. È poi Baldini non è la coscienza del calcio italiano? È anche facile: Baldini, che non ha nulla da fare a Londra, dove si trova al seguito di Capello, pur essendo pagato dalla federazione inglese, si diverte a sovvertire ogni regola del calcio, con i suoi fidati giornalisti romani e alla “Gazzetta dello sport”.
Speculazione
Resta da capiare la ratio di queste voci. Senza escludere la voglia di fare male: Baldini è un genio del calcio, che dopo avere affossato la Juventus affossa ora la Roma - del calcio come s’intende in Italia, molto intrigante. Ma l’uomo è anche interlocutore privilegiato delle forze dell’ordine, il confidente che ha costruito per intero tutto lo scandalo Moggi, il suo concorrente. È insomma un virtuoso, uno che vuole salvare il calcio. E dunque bisognerà che i Sensi si arrendano. Fino ad ora ne hanno beneficiato, anche loro: le cordate di Baldini hanno fruttato notevolissimi sbalzi del titolo in Borsa, con notevoli plusvalenze per i bene informati, al rialzo e al ribasso - la Roma è quotata in Borsa, proprio come la Juventus. Ma, prima o poi, è facile scommessa che ci sarà una Roma targata Baldini. Magari dalla B, se qualcuno alla Consob vorrà infine vedere le carte – questo è il vero mistero di entrambe le misteriose vicende: come mai il titolo non è stato sospeso in Borsa.

Centro-sinistra? "L'Unità" non l'ha detto

C’è spazio per tutto, le canzoni, i film, le crisi di coscienza del Pci, Arbasino, Camilla Cederna, Deaglio, ma per il centro-sinistra solo di striscio, a proposito di un disegno di legge di Lombardi e della programmazione (fallita) di Giolitti - anche Morandi c’è, ma è Gianni. Non c’è altro spazio per l’esperienza centrale della modernizzazione nella Repubblica: il sistema sanitario nazionale? lo statuto dei lavoratori? il diritto di famiglia, senza gli NN e le ragazze madri? i parchi nazionali? Sotto il termine vago peraltro di riformismo, il Psi non esiste. Più che una storia, sembra un lungo articolo dell’“Unità” anni Cinquanta, quella che faceva la realtà.
L’autore, Crainz, curatore di Enzo Forcella, ha tutta l’aria di essere un (ex) socialista. È anche una buona ragione per essere un ex storico?
Guido Crainz, Storia del miracolo italiano

Le tre metamorfosi di Camilleri

Infaticabile (è ormai a un libro a settimana, a meno che non avesse i cassetti stracolmi), ma pieno di fascino, Camilleri costruisce la sua terza metamorfosi, dopo “Maruzza Musumeci” e “Il casellante”. Genere lontano dalla contemporaneità, e tuttavia riuscito: fresco, agile, sorprendente il giusto. Roba da storia della letteratura. Tanto più sorprendente per essere scritto in quella lingua falsa che Camilleri ha adottato come sua con Montalbano: un dialetto italianizzato, e viceversa, che i professionisti della provincia siciliana privilegiano, quale segno di autenticità e modernità insieme, ma che non è una lingua per nessuno, tanto meno per i caprari del racconto - lingua peraltro comprensibile solo in Sicilia (e in Calabria, che si è latinizzata un paio di millenni fa via Sicilia).
Ciò malgrado, terza sorpresa, il racconto è stato a lungo in vetta alle classifiche di vendita. E dunque non è vero che il Sud non legge.
Andrea Camilleri, Il sonaglio, Sellerio, pp.197, € 12

La scoperta di Scerbanenco

Un’ambientazione esotica, Boston d’inverno, approssimativa come nel “Ballo in maschera”, l’opera di Somma e Verdi, ma qui negli anni 1930, con personaggi falsi pure nei nomi, un Faletti di settanta, ottant’anni fa, ma una vicenda pure persuasiva, un giallo al modo della Christie di Poirot – “indovinate chi tra i presenti?”. Una grande capacità narrativa per uno scrittore che l’editoria inflessibile ha costretto a lavura’.
Scerbanenco era di destra, e per questo non è potuto diventare il Simenon italiano, come ambiva, non a torto – fu confinato ai “femminili”. Il modello Simenon era anche lui di destra, ma era franco-belga.
Scerbanenco era famoso giallista in Francia negli anni 1950. Ora, dopo cinquant’anni. questo è possibile anche in Italia.
Giorgio Scerbanenco, La bambola cieca, Sellerio, pp. 283, € 13

sabato 25 aprile 2009

De Benedetti taglia a "Repubblica"

Riposti i piani di rilancio, con un mutamento di direzione alla corazzata “la Repubblica” (per mancanza di un nome che desse affidamento), De Benedetti punta a risanare i conti del gruppo L'Espresso attraverso la ristrutturazione, che sarà incentrata sullo stesso quotidiano principe del suo gruppo. I piani sono già pronti. Sono con poche variazioni quelli che l'amministratore delegato Marco Benedetto non si è sentito di applicare, e per questo è stato sostituito da Monica Mondardini, che è nuova al gruppo, e alla sua tradizione finora ininterrotta di espansione e identificazione con i dipendenti..Prevedono uno sfoltimento consistente degli organici, anche giornalistici attraverso i prepensionamenti e gli scivoli con contratto di collaborazione. E in più la revisione della formula del giornale: dell'inserto “settimanale” quotidiano, e delle cronache, locali e nazionali. Per alcune cronache locali, a Napoli e Palermo, che non danno oi rientri pubblicitari e di diffusone attesi, si cercher un coinvolgimento maggiore dei consoci locali.
Il quotidiano “la Repubblica” è, nell'ambito del gruppo, l'unico attivo. I sindacati potrebbero quindi eccepire a uno stato di crisi centrato su un ramo d'azienda attivo. Ma già nella crisi precedente della carta stampata, a metà degli anni Novanta, il quotidiano poté procedere, benché fosse in forte sviluppo, contendendo al “Corriere della sera” il primato delle vendite, a una serie indolore di prepensionamenti – a carico cioè dell'Inpgi, la previdenza dei giornalisti. Ottenne senza sforzo il riconosdcimento dello stato di crisi dall'allora ministro del Lavoro Tiziano Treu,
La ristrutturazione è ora in dispensabile perché la crisi al gruppo L'Espresso è forte. L'aumento di capitale deliberato, benché simbolico, limitato a due milioni di euro e proposto ai gestori, indica che presto sarà necessaria una ricapitaloizzazione, a meno di un abbattimento rapido dei costi. I risultati del primo trimestre 2009 del resto, che De Benedetti non ha drammatizzato nella presentazione, parlano da soli. Il fatturato è in calo del 18 per cento. Per effetto della contrazione della pubblicità (meno 26,8 per cento) dei periodici, e della diffusione degli stessi periodici (mewno 24,6 per crento all'“Espresso”). Nei quotidiani i risultati sono lievemente migliori, per effetto della tenuta delle testate regionali. “la Repubblica” ha ridotto la diffusione del 21,4 per cento. A fronte della riduzione di un quin to dei ricavi, il margine operativo si è contratto di quasi tre volte tanto, del 53 per cento. È questa per De Benedetti la conferma che la struttura dei costi è appesantita.
Gli interventi operati finora, blandi, sono stati senza effetto. Il personale risukta diminuito di 190 unità rispetto a marzo 2008, e di 78 unità rspetto a dicembre. Il 2008, seppure chiuso con un modesto utile, di venti milioni, aveva già registrato un crollo della redditività del 74,8 per cento rispetto al 2007.

Rcs vuole un'altra "legge Rizzoli"

Ristorni sull'acquisto della certa forse no. Ma sì a tutti gli altri incentivi pubblici al taglio dei costi: prepensionamenti, sia ll'Inps che all'Inpgi, prolungamenti della cassa integrazione, e forse detassazione delle buonuscite o scivoli. Gli azionisti Rcs hanno escluso, per ora, un aumento di capitale, ma solo in attesa che il governo vari una nUova “legge Rizzoli”, un provvedimento come quello che nel 1981, al momento del passaggio della Rizzoli-Corriere della sera al gruppo Mediobanca-Fiat, consentì il salvataggio della stampa quotidiana, anche allora in calo di diffusione e di pubblicità.
La legge in realtà c'è, l'imperitura 416 del 5 agosto 1981, e anzi un mese fa è stata "raddoppiata" dal decreto Milleproroghe. Vale ora pure per la stampa periodica, e non più solo per i quotidiani e le agenzie di stampa, e ha avuto il plafond raddoppiato, da dieci a venti milioni di euro, a cui l'Inpgi, la previdenza dei giornaliusti potrà accedere presso il Tesoro per finanziare i prepensionamenti (ogni prepensionamento si calcola costi all'Inpgi mediamente mezzo milione di euro). Ma starà al governo riconoscere caso per caso lo stato di crisi aziendale per avere accesso agli ammortizzatori straordinari. Nonché provvedere alla moratoria o all'abbattimento fiscale.
La prima richiesta di “misure straordinarie” è stata lasciata al patron del gruppo L'Espresso, Carlo De Benedetti, l'editore cioè di un gruppo specializzato nella critica incessante al governo. Questo approccio sembrerebbe indicare negli editori scarsa preoccupazione – anche se si sa che Berlusconi e De Benedetti, se si sono più volte fregati reciprocamente gli affari, hanno pure tentato più volte di farli in sieme. Ma i soci Rcs sono tutti molto attivi, ognuno con i suoi referenti politici, per l'adozione di misure straordinarie di alleggerimento dei costi. I conti Rs sono migliori di quelli del gruppo concorrente L'Espresso, ma la tendenza negativa si accentua in questa prima parte dell'anno, e i soci temono di dover mettere presto mano al portafogli a meno di tagli drastici ai costi – la ricapitalizzazione è stata esclusa “per ora”.
Il pressing dei soci Rcs è discreto e non insistente, ma più di un socio confida di sapere che il presidente del consiglio ha una speciale affezione per il “Corriere della sera” e la “Gazzetta dello sport”. A Berlusconi il sindacato presenta il cambio di direzione, col ritorno a via Solferino di Ferruccio de Bortoli, come un ritorno a un giornalismo equanime tra i due fronti politici.

giovedì 23 aprile 2009

Il referendum di Berlusconi

Non è stato promosso da Berlusconi, che anzi lo fa votare all'apparenza riluttante, ma non c'è dubbio che l'ultimo referendum maggioritario di Mario Segni sarà l'ennesimo successo per il presidente del consiglio. Il referendum che si propone sarà un passo decisivo verso l'elezione diretta del capo dell'esecutivo, col premio di maggioranza al partito che prende un voto più degli altri. Non più alla coalizione, al singolo partito. Il referendum è stato proposto contro una legge del governo Berlusconi, ma va nel senso da lui auspicato, non recepito nella legge per le resistenze dei bossiani e dei casiniani. Il Pd dichiaratamente, Berlusconi in pectore, i due maggiori partiti tifano per il referendum.
Il referendum anticipa e in buona misura decide la modifica dell'esecutivo nel senso dell'elezione diretta del capo del governo, che Berlusconi non riesce a realizzare per le resistenze dei poteri costituiti, istituzionali ed economici: un solo partito vincerà le elezioni, e in pratica è come se si votasse per il suo capo come capo del governo. Che non dovrà quindi più mediare tra i vari partiti della coalizione, né subirne i con dizionamenti. È un passaggio decisivo al bipolarismo, col premierato, come nel sistema britannico, se non con l’elezione diretta del capo del governo.
Dopo il referendum Berlusconi potrà fare a meno della Lega e della Sicilia di Lombardo. E la prospettiva non sarà senza conseguenze sul voto in Lombardia e in Sicilia, due regioni molto sensibili al voto utile. La ruota del maggioritario e del premierato sarà inarrestabile.
Questo lo sanno tutti, lo capiscono tutti, e tutti lo voteranno, non c'è dubbio: la tendenza al maggioritario è sempre forte tra gli elettori. Con un voto referendario che, per essere associato a un voto amministrativo, ha buone possibilità di superare il quorum, contravvenendo alla fase di stanca, di disillusione, che da qualche anno circonda i referendum. Ma per settimane abbiamo sentito Berlusconi accusato di non volerlo, quando si sa che ne sarà il primo beneficiario. Accusato dai partiti che col referendum probabilmente scompariranno, Rifondazione, i Comunisti, i dipietristi, i casiniani, i verdi, i radicali. Il secondo quesito del referendum impone infatti uno sbarramento elettorale elevato.
Tutto chiaro, tutto noto. Ma non si sa se è un caso di eutanasia, se addebitare l'esito al senso di sacrificio finale dei partiti, non si dice che il suicidio è l'atto di libertà supremo, o all'antiberrlusconismo ottuso in cui Lor Signori intrappolano l'opinione pubblica.

Democrazia plebiscitaria

“Non riusciamo a fondare nulla di nuovo perché non riusciamo a superare il passato”, dice Galli della Loggia sul “Corriere della sera” mercoledì 15. È ben detto, e sembra ineccepibile. Ma è vero solo in piccola misura. Per i Galli della Loggia cioè, chi progetta il passato e il futuro, perfettibili e anzi perfetti. L'Italia invece ha già scelto, ripetutamente, attraverso una serie ormai lunga di referendum: ha scelto di essere governata. È stata la decisione della Lombardia, con la quale essa ha sovvertito e preso in pugno l'Italia – con l'ausilio dei valorosi giudici partenopei. Con la Lega dapprima – che lo stesso “Corriere della sera” nello stesso giorno celebra come “il partito più antico”, ripercorrendone le vicende con affetto, il partito più eversivo della storia repubblicana – e poi con Berlusconi, il lombardo più riuscito. Con il contributo di capi politici non disprezzabili, Mario Segni, Pannella, Ochetto, Di Pietro, Nanni Moretti - o sì?
Il partito del Capo
Tutte le leggi elettorali sono state rifatte per portare alla elezione diretta del capo, sia esso il sindaco, il presidente della provincia, e il cosiddetto governatore regionale. Alla elezione, senza la mediazione dei partiti, di uno che poi decide in autonomia il suo programma, e si sceglie gli assessori, sempre senza obblighi verso i partiti, e nemmeno filo diretto con loro. Tutti i sistemi elettorali sono stati improntati alla scelta del capo, di uno in grado di decidere senza condizionamenti, perché investito dal voto plebiscitario.
Dal voto popolare, a voler essere precisi. Anche perché questo aggettivo ha pur semrpe una valenza positiva. La gente, i common people, l’uomo comune, in Italia squalificato dalla scienza politica togliattiana e da Guglielmo Giannini, è entità rispettabili in America, dove il regime plebiscitario ha trionfato da almeno un trentennio, da Reagan, sui partiti. Il New Deal ne ha creato la figura, Frank Capra l’ha celebrato nei film, il filosofo John Dewey gli dà dignità. Mentre lo sdegno contro l’uomo comune, oggi berlusconiano, ieri democristiano, politicamente detto il Centro, è, quando è sincero, il residuo del notabilato politico più che degli ex partiti di massa, lo stesso che si proclama società civile, una cosa quindi poco onorevole.
La stessa politica è “organizzata” sull’uomo. Da quindici anni attorno a Berlusconi costantemente, con l’antiberlusconismo. Non contro questa o quella politica del fronte berlusconiano, ma attorno all’uomo, e anzi al personaggio. Che Berlusconi impersona e gli viene fatto impersonare. E non c’è altra politica. Compiacente anche una stampa d’opinione che privilegia il gossip come i giornalastri scandalistici – perché questa è la natura di Milano, dove si fanno i giornali, perché questo vuole il mercato dei giornali, eccetera: ma questo è un altro problema.
L'Italia peraltro, benché “lombarda”, non è un caso isolato. La tendenza della democrazia è alla semplificazione delle scelte elettorali. In vista del rafforzamento dei poteri di governo. Mediante la riduzione delle candidature a due o pochi nomi, attraverso un processo di selezione preventivo, e un sistema di candidature aperto. In Italia ciò avviene con alcune carature specifiche. Contro la partitocrazia (l'antipolitica), le oligarchie (i poteri forti) e l’autotutela delle istituzioni (Pubblica Amministrazione, organi di autogoverno, presidenza della Repubblica). E con un correttivo: il riflesso antifascista (antimonocratico), l'ipersensibilità all'esercizio del potere. Un'ambivalenza che si esprime in una serie ormai lunga di referendum antiparlamentari, e nella scelta libera e semplificata di candidature personalizzate attraverso le primarie. Con una prevalenza cioè per la governabilità. Che fa aggio costantemente, da quasi venti anni, sulle resistenze dei titolari anomali delle funzioni esecutive, il Parlamento, la giustizia, la presidenza della Repubblica, benché queste siano supportate subdolamente dall'opinione pubblica, quella che si vuole la società civile, con l'argomento della vigilanza antifascista.
Il lombardismoIl pessimismo di Galli della Loggia non è isolato: dopo Obama e la sorpresa americana, la capacità dell’America di rinnovarsi, grande è il cruccio in Italia per la politica stantia. Dove però, anche se il professor Sartori affetta di non saperlo, lo scienziato americanista, la novità c’è da tempo, ed è impersonata da Berlusconi. Col suo partito del presidente. Che Prodi, l’unico che l’abbia capito con Berlusconi, ha copiato, con successo. E Veltroni, copia di Prodi, con insuccesso.
Il ”miracolo”Obama in America, di un presidente giovane, inesperto, sconosciuto, e per giunta figlio di un africano che l'ha rinnegato, in un paese fino a non molto tempo fa segregazionista, si spiega con questo semplice fatto, il “partito del presidente”. Obama è un risarcimento, di una storia infame di cui l'America ha voluto sgravarsi, ma non è più di una rockstar - non lo era alla elezione - cui sia stato dato lo scettro di comando. Non è il primo, Carter, Reagan, Clinton, e tanti governatori, Schwarzenegger per tutti, personaggi di nessun peso politico specifico, sono stati in vario modo piccole star. Le presidenziali americane si giocano fra due-tre partiti del presidente, fra chi riesce a stregare i votanti con la campagna elettorale di un anno, e molti outsider hanno vinto.
Il fatto è poco percepito in Italia. Dove gli studiosi sanno degli Usa che hanno la costituzione per eccellenza della divisione dei poteri. E per la riforma delle istituzioni in Italia si dibattono fra il semipresidenzialismo francese, in cui la figura carismatica del candidato è ancora mediata e costruita dentro i partiti, e il maggioritario tedesco, dove i partiti e le coalizioni di partiti sono preponderanti. Mentre le ultime cinque elezioni sono state in Italia combattute distintamente fra partiti del presidente. Non per la proprietà dei media (la Mediaset di Berlusconi, la Rai di Prodi) e le carnevalate, ma per un intento organizzativo preciso. Tutto come in America. Anzi più che in America: in Italia l'organizzazione del consenso su basi plebiscitarie non è la deriva della democrazia monteschieviana dei Padri Fondatori, sensibilissimi alla divisione e al bilanciamento dei poteri, né un surrogato ai partiti dopo la loro implosione venti anni fa. Non è una via di fuga affrettata, dopo la fine del Pci per il crollo del comunismo sovietico, e la cancellazione degli altri partiti da parte del partito dei giudici, ma una innovazione del sistema costituzionale sotto le insegne dello Stato decisionista, efficiente, e trasparente, che quella fine ha promosso con l'opinione pubblica e l'apparato repressivo “giustizialisti”, e affrettato con i referendum.
Feste in piazza, adunate oceaniche e talk show incidono, ma in quanto parte di una organizzazione del consenso di distinto tipo plebiscitario: attorno a un personaggio, per il carisma (energie positive, magnetismo, forza) e non per il programma, per consenso diretto e non mediato, ai fini del decisionismo, checché esso voglia dire - per una scienza politica esoterica. Il caso di Obama è da manuale, essendo la più potente creazione fantastica immaginabile, new media inclusi, orchestrata da un establishment (Chicago) che è il cuore duro del capitale americano, ferro e banche, mercato e protezionismo, e non la filantropica Silicon Valley, anche se altrettanto visionaria, seppure agevolata dalla emotività di donne e ragazzi, il 70 per cento degli elettori. Ma anche in Italia i partiti sono ormai macchine elettorali locali, coi loro potenti capoccioni comunali, provinciali, regionali, procacciatori di voti, i vecchi signori delle tessere. E un leader nazionale che di volta in volta li seduce o li coarta. Prodi anzi da questo punto di vista si può dire il migliore americano, ma Berlusconi è durato di più.
Il “lombardismo” italiano è un pronto, anche se insufficiente, adeguamento a queste tendenze. Il "lombardismo" in politica significa che c'è un mercato anche della politica. Lo rende cioè evidente, il mercato della politica c'è sempre stato in regime democratico, come conquista, gestione, scambio del voto. Ora c'è una politica di mercato. Volta cioè a conquistare il voto non con i programmi ma con l’immagine, l’impressione che il candidato lascia, fugace, a fiuto, a pelle: la promessa è nell'apparenza, la buona impressione, le altre doti sono secondarie. La stessa eloquenza si configura sull'immagine: frasi brevi, concetti semplici. La dote maggiore della politica di mercato essendo il giovanilismo. Inaugurato dei Democratici negli Usa con Clinton, subito trasferito a Roma da Goffredo Bettini con Rutelli, e elevato a sistema da Berlusconi, che personalmente sceglie i suoi candidati, ai Comuni, alle Regioni, al Parlamento, e il criterio principale è che devono essere belli, meglio se inesperti: l'affidabilità sta nella bella presenza prima che nell'accortezza, l'intuizione, l'esperienza, il giudizio, l'equilibrio. Nella stessa politica di mercato si iscrive il femminismo, con candidate e posti riservati per donne belle e giovani più che sperimentate o capaci.
Si chiamano tendenze ma non sono casuali. Sono scelte, appunto, di mercato - mirate, si dice volgarmente. Ma sono possibili perché incontrano una domanda. D'innegabile connotazione democratica, essendo il giovanilismo e il femminilismo intesi a recuperare alla politica i giovani e le donne. Hanno funzione pedagogica, ancorché limitata. Inoltre, semplificano la selezione politica e le danno una qualche trasparenza, contro i vecchi professionisti della politica, o del sottogoverrno, se non altro come ricambio generazionale, e avvicinano l'elettorato alle scelte, seppure in momenti limitati – aprono i santuari chiusi della politica e, si compiacerebbe un economista liberale, allargano gli ingressi.
La Resistenza conservatrice
L’Italia naturalmente non è l’America. Ma perché si è fermata a metà: all’americanismo totale, o presidenzialismo plebiscitario, nei Comuni, le Province e le Regioni, dimezzato al governo centrale. Una volta eletto, il presidente in America è il numero uno in tutti i sensi, decide, comanda, e si farà rieleggere - può dare un indirizzo al governo per un arco lungo di tempo, otto anni. In Italia una volta eletto il capo non conta nulla, la presidenza del consiglio dei ministri è residuo sabaudo, quando centro del potere si voleva la corona, e ora è niente: chiunque lo può rimuovere, anche un ministro di second'ordine, o un qualsiasi politicante della sua coalizione.
Anche qui Berlusconi innova. Prodi e Veltroni hanno puntato sulle primarie, l’investitura dal basso per ridurre alla ragione i riottosi e i capataz locali, per poi imporre il vecchio centralismo democratico, ma hanno fallito – praticamente hanno fallito. Berlusconi invece va come un rullo compressore. Ponendo la museruola si suoi partitini con la fiducia su ogni votazione che comporti una spesa. E ogni decisione, anche minima, prendendo per decreto, che si applica subito anche senza il voto parlamentare, il più delle volte senza alcuna urgenza.
È un metodo al limite della costituzionalità, come sempre obiettano i presidenti della Repubblica. Napolitano lo fa con più insistenza degli altri, anche se da presidente della Camera ha sentito l’esigenza di porre rimedio agli eccessi di parlamentarismo, e probabilmente è stato, grazie all’uso accorso dei regolamenti, il presidente della Camera più “produttiva” della storia della Repubblica, benché ingombra da quotidiani avvisi di reato. La critica presidenziale costantemente si presta a scandalizzare l’opinione. E tuttavia l’esigenza “produttivistica” va avanti uguale, indifferente al colore del governo, tanto è necessaria.
Il problema è questo, il fatto è noto, se ne discute da oltre vent’anni, e non è solubile: il Parlamento, che ha “americanizzato” rapidamente e con larghe maggioranze gli enti locali, non ne vuole sapere di “americanizzare” se stesso. Anche se il potere di legiferare è, ciò malgrado, al 99 per cento del governo. Anzi al 98 per cento, se ci sono 44 leggi di iniziativa governativa per ognuno di iniziativa parlamentare. E anche se la riforma delle procedure aiuterebbe il parlamentarismo: limitare le sessioni, limitare i dibattiti, limitare i passaggi parlamentari (commissioni consultive, commissioni deliberanti, una Camera, una seconda, e ritorno alla prima, e magari alla seconda). Darsi un minimo di efficienza e di ragione d’essere, altra che la nocività.
Non è un problema nuovissimo, è anzi al centro della migliore scienza politica europea da un secolo in qua, e cioè dall'adozione del suffragio universale. A partire da Mosca e Pareto, Max Weber, Schmitt, Júnger, Simone Weil, Hannah Arendt, il problema centrale delle democrazie è come conciliare l'assemblearismo col bisogno di governo. L’esigenza è stata recepuita da tutte le costituzioni e i sistemi elettorali europei, con l'eccezione non esemplare del Belgio, che ha da qualche tempo più vacanze di governo che governi.
In Italia la tendenza è semmai più forte che altrove, forse proprio perché disattesa, con pretesti sempre meno plausibili, da ultimo l'antiberlusconismo. Non è sbagliato supporre che otto italiani su dieci, forse nove, di destra e di sinistra, con lìecezione dei soli razzisti, siano stati per Obama, l'innovazone totale, nella campagna elettorale e alle elezioni. Tale è la voglia di finirla con i compromessi, i distinguo, i rinvii, con la politica politicante.
In Italia, ridotto alla formula schmittiana del decisionismo, volgarizzato da Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega (dopo una stagione socialista, al seguito della Grande Riforma di Craxi), il bisogno di governo viene ascritto dai benpensanti a colpa della “rivoluzione conservatrice” di teutonica memoria, e per questo dannato e liquidato. Quando non attribuiti a Gelli, alla P 2, a traffichini di ogni specie. O imputato a fascismo – senza ridere: prima che da Asor Rosa, questo fascismo è stato argomentato da Norberto Bobbio, il padre della scienza politica italiana, che equiparò Berlusconi a Mussolini nel “Dialogo intorno alla Repubblica” del 2001, con Maurizio Viroli. Mentre Berlusconi, se ne ha la tentazione, non la manifesta: i suoi governi si sono caratterizzati semmai da un eccesso di prudenza, e formidabili dietro-front - ma, poi, Viroli è uno che presentava se stesso in un precedente libro Laterza come “geniale storico delle idee”, a Princeton, luogo come si sa dei geni.
Salvare la democrazia da se stessa
Il problema della governabilità è invece un tentativo di salvare la democrazia da se stessa, considerato che negli anni 1930, a pochi anni dall'adozione generalizzata del suffragio universale, l’Europa arrivò a contare una trentina di regimi fascisti (28 nel 1938) – tra le perplessità degli stessi conservatori dichiarati Júnger e Schmitt. La necessaria vigilanza contro la tentazione dell'“uomo forte” si è peraltro tradotta in Italia nella dannazione, prima che di Berlusconi, di De Gasperi, Fanfani e Craxi, i soli politici della Repubblica che hanno fatto qualcosa, qualcosa di buono.
Il terreno si vuole specialmente delicato perché insidiato in Italia dalla storia recente. Ma il fascismo è morto ormai da settant'anni. Di più pesa invece, oltre che l'interesse fazioso, la superficiale sociologia politica dei partiti e del voto, ferma a Rousseau. Simone Weil lo spiega, con la consueta chiarezza, nel “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”, scritto nel 43, al tempo del massimo impegno contro il nazismo. La democrazia, “il nostro ideale repubblicano”, deriva dal “Contratto sociale” di Rousseau, dalla nozione di “volontà generale”. Individuarla non è facile, si sa, poiché è lo spirito di verità e giustizia. “Rousseau pensava che nella maggioranza dei casi un volere comune a tutto un popolo è conforme nei fatti alla giustizia, per via della mutua neutralizzazione e compensazione delle passioni particolari”. Questo non basta naturalmente, nessuno giurerebbe sui plebisciti. Rousseau stesso pone condizioni alla volontà generale. “La prima è che nel momento in cui il popolo prende coscienza di una delle sue volontà e la esprime non sia presente alcuna specie di passione collettiva”. Perché “la passione collettiva è un impulso al crimine e alla menzogna”.Indistintamente.
S.Weil non fa distinzione tra destra e sinistra, o tra liberali, come dice, repubblicani, socialisti e comunisti. La passione politica è totalitaria e confonde i termini, “il totalitarismo è menzogna”: “Quante volte, in Germania, nel 1932, un comunista e un nazista, parlando per la strada, devono essere stati colti da vertigini mentali constatando che erano d’accordo su ogni punto!” Se non si considera che comunisti e nazisti evitano di fare strada insieme (ma si può dire che per questo si evitano, per non dover concordare).
Il ragionamento della filosofa va avanti sillogisticamente, e si chiude perentorio in apertura: “Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva”. È costruito per determinare le passioni dei suoi membri. Ha come fine primo e ultimo “la sua propria crescita”. Il sillogismo, in cui la conclusione corrobora (invera) le premesse, è inconsueto per S.Weil. Segno che nel 1943, a Londra, dov’era con la Resistenza, aveva già motivo di preoccuparsi. Esso in parte non è vero (era vero per il partito Comunista, da S.Weil sempre temuto). Ma può essere utile per capire la crisi della politica, suicidata dai partiti di quel tipo.
L'eccezione italiana
In questo quadro, la malinconia di Galli della Loggia, e dello scienziato Sartori, si giustifica. Anche l’Italia ha recepito le inquietudini del resto dell'Europa, ma non vuole assolutamente riformare il governo: tutti i sistemi elettorali sono stati riformati nel senso della governabilità eccetto il più importante, quello del capo del governo nazionale. Per il quale ci vuole una modifica della costituzione, e dunque la maggioranza dei due terzi del Parlamento. Che c’è nel paese e tra gli stessi partiti, ma non è mai coagulata in Parlamento, per sospetto “antiparlamentarismo”, quando non per fascismo. E resta improbabile, stanti i rapporti di forza attuali nei poteri che contano, nell'opinione pubblica cioè e nelle istituzioni,
Le istituzioni sono dominate da una presidenza della Repubblica irresponasbile, lunga ben sette anni, pilastro dell'apparato repressivo, e interfaccia privilegiato dell'opinione pubblica. La quale (telegiornali, talk show, giornali, libri, università) è a sua volta dominata da gruppi d'interesse (banche, uomini d'affari, associazioni d'imprenditori) che, pur chiedendo un governo governante, in realtà non lo vogliono, coprendosi con l'insorgenza fascista. È “legittimo rafforzare il governo”, afferma caratteristicamente il presidente della Repubblica Napolitano il 22 aprile, ma, ammonisce, “la denuncia dell'ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie” - e aggiunge, sempre caratteristicamente: “Non lo dico io, l’ha detto Bobbio”.
L'opinione pubblica è da sempre la valvola del potere, più del suffragio universale. È determinante in regime elettorale presidenziale, plebiscitario. Obama ha vinto le elezioni contro Hillary Clinton, una del suo stesso partito, e le ha vinte con la comunicazione. Con la naturalezza davanti alle telecamere assicuratagli da un doppio “gobbo”, a destra e a sinistra invece che frontale, che gli consente di leggere muovendo il capo con naturalezza. E utilizzando intensamente i new media, dai forum agli sms e agli mms. Con i new media Obama si è guadagnato l’attenzione dei giovani, che gli hanno vinto importanti caucuses, decisivi per spostare i voti statali, nelle primarie.
Ma in Italia l’opinione pubblica ha forme e ruoli ambigui. Ha sollecitato per tutta la storia della Repubblica un governo stabile, con la critica costante della "partitocrazia", ma affossando indistintamente ogni tentativo di arrivarci. L’opinione si pone a supplenza della politica debole, in funzione magisteriale e di difesa. Ma la politica è indebolita proprio dai media, da rappresentazioni false di ogni questione, grande e piccola, dei giudici, del testamento biologico, del grembiulino. Volutamente false, si veda l’ottica da guerra civile che viene imposta agli eventi anche minimi, da guelfi e ghibellini, da capuleti e montecchi, eccetera. Per ridicolizzare l’azione di governo, per impedire anche solo lo spostamento di una scrivania in un ministero – specie se della Cultura. Anche quando il voto popolare è netto, la maggioranza resta così sempre debole nel suo compito più proprio, che è il governo – la politica è l’arte del governo, anche nelle assemblee parlamentari. Da qui il gran numero di referendum, che l’opinione presenta come “antipolitici” ma che in realtà sono ben politici, poiché vanno al nocciolo del problema nazionale: semplificare le scelte e rafforzare l’esecutivo.
Questa ambivalenza è una costante non innocente, e anzi va ascritta a un progetto politico: è il progetto del “governo attraverso la crisi”, per dirla con Andreotti, giustamente cinico. Per la nota filologia dei criminali furbi: colpire negando. I media in Italia vogliono dire padronato, De Benedetti, la Fiat, le banche e la Confindustria, prima che Berlusconi. Sono loro, i “centri di potere”, che invocano un esecutivo attivo, salvo attaccarlo preventivamente implacabili quando uno se ne prospetta.
Caratteristicamente, questa opinione critica si esercita sull’antiberlusconismo. E sulla lode alternativa di Bossi, o di Fini, o Di Pietro. In quel “sistema” della “seconda Repubblica” che il professor Sartori liquida come “il sultanato” – non senza harem. Ma trascurando di dire che questo è l’esito della “rivoluzione italiana”, cui la stessa opinione sempre inneggia: è la “rivoluzione italiana” - ma è lombarda - di Mani Pulite che ha prodotto statisti del calibro di Bossi, Fini, Berlusconi e Di Pietro, che ci governano da ben quindici anni.
L'esecutivo centrale resta così sospeso, oggi come ieri, all'hobbesiano “potere di ricatto” di questo o quel politico. Talvolta montato dai media, dagli interessi che manovrano l'opinione. Il capo del governo è un mero presidente del consiglio dei ministri, senza alcun potere istituzionale, solo l'autorevolezza politica. Nella legislatura 2001-1006 si fece una quasi crisi di governo perché l'ex giornalista Follini, un personaggio che non era neppure un politico e non era in Parlamento, diventasse vice-presidente del consiglio.
Il fenomeno Berlusconi
È qui la chiave del successo di Berlusconi. Una chiave doppia: perché agita, come i refendari, l’esigenza di un governo responsabile, ma a questo fine ha già modellato la politica, creando il suo proprio partito del capo, anche se per un numero ormai lungo di elezioni – il partito del capo americano è propriamente un partito di una-due elezioni. Berlusconi ha beneficiato dell'antipolitica (referendaria, dipietrista, leghista prima maniera). E beneficia della fine dell'antipolitica, ora che la spregiudicatezza e l’aria fritta non pagano più – è qui l’insorgenza nel Pd di un Franceschini, che, come dice Berlusconi, è un democristiano, è cioè qualcosa.
Il partito del capo è d'altra parte generalizzato nei fatti, se non in diritto. Con l'eccezione del partito Democratico di Veltroni, esperienza che si può dire fallita, tutta la politica si è riorganizza in forme allentate e deboli, attraverso i partiti del capo. Per questo anche la politica si è frammentata, e resta confusa. Nel quadro dell'esigenza politica più diffusa e costante della storia italiana: l'esigenza di un governo stabile, designato direttamente dal voto. Era lo snodo principale della Grande Riforma, il progetto di Craxi, vecchio di venticinque anni. Reso successivamente più urgente dalla legislazione federalista, che ha bisogno di un interlocutore centrale riconoscibile. Avversato da più parti al momento della sua realizzazione, talvolta dai suoi stessi patrocinatori, come l’ex partito del presidente Napolitano, e come il partito degli imprenditori, che non c’è ma è molto attivo. Ma mai contraddetto, se non da piccole frange, senza richiamo, e senza nemmeno convinzione.
La deriva plebiscitaria resta per più aspetti minacciosa. Nel vasto Terzo mondo, cioè nel mondo fuori dell'area euro-americana, essa ha infettato e interrotto le democrazie emergenti. Mentre nell'area euro-americana, se è farsesco il richiamo al fascismo, alla violenza dichiarata, non sono però limpide le procedure dell'opinione pubblica, non solo in Italia – tutte le procedure di formazione dell'opinione, compresi i caucuses Internet, e il doppio gobbo laterale dei discorsi di Obama in tv Ma è d'altra parte vero, in principio e di fatto, che la democrazia vuol’essere governata, e che un esecutivo debole è all’origine dei traumi della storia italiana, il fascismo e la corruzione, pre- e post-Mani Pulite.
E tuttavia il passato che non passa è piccola cosa. È forte nei numeri, ha poteri di blocco anche decisivi, e domina i media, ma non il giudizio. La Cgil che periodicamente organizza manifestazioni a Roma di milioni d persone, lo fa a beneficio dei suoi segretari generali, della loro carriera politica, e lo sa. Gli ex Pci che non hanno fatto autocosceinza, e anzi si ritengono nel giusto, anche se non sanno di che, sono un numero sempre considerevole, uno su quattro, E tuttavia non contano niente. Amministrano mezza Italia, controllano l'informazione, e impongono al lavoro, soprattutto alla Pubblica Amministrazione, l'assurdo difensivismo della Cgil, ma senza idee e senza risultati. E senza differenziarsi dai berlusconiani, se non per la litigiosità, in tutti gli enti locali e a Roma (corre nti). Senza contare che nella cultura politica degli ex Pci, e nel giudizio dei loro capi, un governo ci vuole. L’opposizione reale è solo degli ex Dc, per la non disprezzabile avversione al centralismo, ma anche per l’inveterato vizio della Dc post-fanfaniana di governare non governando – Pannella li direbbe sfascisti: crearsi potere contrattuale attraverso il rinvio, l'eccezione, l’inapplicabilità per eccesso di minuziosità.
La polemica sul referendum elettorale, un intreccio di paradossi, ne è la spia. Si accusa di non volerlo Berlusconi, che in vece ne sarà il primo beneficiario. Lo accusano non soltanto i Democratici, che sono referendari, quindi strumentalmente, ma anche i partiti che se passerà il referendum probabilmente scompariranno, l'ex Rifondazione, i Comunisti, i dipietristi, i casiniani, i verdi. Il referendum che si propone sarà un passo decisivo al plebiscitarismo, col premio di maggioranza al partito che prende un voto più degli altri. Non più alla coalizione, al singolo partito. È un passaggio decisivo al bipolarismo, col premierato, come nel sistema britannico, se non con l’elezione diretta del presidente. Con effetto sicuramente moltiplicatore in tale direzione. Dopo il referendum Berlusconi potrà fare a meno della Lega e della Sicilia di Lombardo. E la prospettiva non sarà senza conseguenze sul voto in Lombardia e in Sicilia, due regioni molto sensibili al voto utile. La ruota del maggioritario e del premierato sarà inarrestabile.

martedì 21 aprile 2009

L'Onu è islamica - e razzista?

Un terzo dei membri dell'Onu è di religione islamica, o a forte presenza islamica: 45 paesi membri, sui 192 totali, sono islamici, altri quindici (tra essi grandi paesi come l'India, la Nigeria, la stessa Cina) hanno una presenza islamica che condiziona le scelte nazionali. Si spiega anche così la sceneggiata dell'Onu a Ginevra contro il razzismo. Con l'iraniano Ahmadinejad protagonista, che tra gli applausi accusa Israele di razzismo. Il giorno in cui gli ebrei ricordano l'Olocausto.
L'accoglienza compiaciuta del presidente svizzero ad Ahmadinejad il giorno prima. La risata divertita di Ban Ki-moon al passaggio di Ahmadinejad il giorno dopo. Due foto la dicono lunga sull'Onu delle buone coscienze, che è niente più del servilismo dei suoi burocrati. O del confuso laicismo occidentale, che è a sua volta niente o poco più dell'anticlericalismo e dell'ateismo. Più del miserabile scodinzolamento dello svizzero Hans-Rudolf Merz, è sinistra la risata di Ban Ki-moon: poiché Ahmadinejad parla unicamente il farsì, la risata del segretario generale coreano può essere espressione solo dell'assoluto razzismo della sua cultura nazionale – come di quella giapponese, o cinese..
La connotazione islamica non è indifferente. Anche nei paesi più lontani dalla sharia , dal clericalismo islamico, come il Marocco, la Giordania o la Siria, la religione è un fattore identitario forte. È anzi il fattore coesivo maggiore, e tutto sommato il più democratico. Per quanto lontani dal sentimento religioso, come il presidente tunisino Ben Alì o il siriano Assad, i governanti di paesi a prevalenza islamica si ritengono obbligati all'osservanza della comunità di fede. In base alla quale, per quanto divisi sulle singole questioni, si sentono obbligati al reciproco interesse. Pur non contando su un blocco, non monolitico e anzi più spesso diviso, l'islam è il sesto membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Se non è compatto su nessun tema di politica internazionale, è tuttavia un sentimento di cui l'Onu deve tenere conto per ogni aspetto dell'infinita negoziazione che ne fa l'esistenza.

Chiedere i danni ai giudici napoletani

I giudici di Roma che dicono irrilevanti le intercettazioni napoletane a carico di Saccà e Berlusconi si riservano di decidere sulla distruzione delle intercettazioni stesse. Che a questo punto sono una prova a carico della Procura napoletana. I giudici romani non procederanno mai contro gli intercettatori: giudice non mangia giudice. E, certo, non si può portare in tribunale l'apparato repressivo, quando non usa il kalashnikov. Ma la Repubblica dovrebbe pur pretendere un qualche risarcimento da questi giudici che si atteggiano a paglietta, a Napoli e altrove, a grandi fratelli, furbi, faziosi nel migliore dei casi, strafottenti, e di “tutto meglio che lavorare” fanno una bandiera,
I sei mesi d'intercettazioni del telefono di Saccà – che aveva scelto Napoli come sede di Rai Fiction per portare lavoro e decoro alla città... - sono stati una distrazione non incolpevole di forze di polizia giudiziaria, di soldi e di attenzione nel momento in cui il territorio della Procura era sommerso di rifiuti. Così come la Procura antimafia della stessa città si era distratta per due anni per controllare i telefonini di Moggi – 120 mila pagine di trascrizioni... Ma, poi, non è questa la Procura che ha cacciato il Procuratore capo Cordova per poter non lavorare? Complice il Csm del galantuomo Ciampi, purtroppo: non bisogna illudersi. Non c'è in nessuna legge o consuetudine che le Procure della Repubblica possano divertirsi a spese della Repubblica, e che spese!, c'è solo nel loro potere di ricatto verso chi dovrebbe sancrne il corretto funzionamento.

lunedì 20 aprile 2009

Problemi di base - 12

spock

Napolitano, che presiede il Csm, non legge i giornali?

Perché non ci dice chi ha messo le bombe, dal 1969?

Sono le bombe che hanno portato al terrorismo? O che altro? Chi?

Con chi ce l'ha il presidente Napolitano?
Con se stesso?

Perché ci costringono a difendere Berlusconi?

Quand’è che una mela, che stiamo mangiando, non è più una mela?

Quand’è che un uomo non è più un uomo?

Perché si dice che la chiesa ha detto che la terra è tonda? La chiesa non l'ha detto.

Perché si dicono le bugie?

Chi è (era) Bonaventura Tecchi?

Perché si scrivono libri? E si pubblicano?

Perché si leggono?

spock@antiit.eu