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martedì 9 giugno 2009

Ombre - 21

"Oggi", informa tenero il "Corriere della sera", oggi il giorno dopo le elezioni, la moglie di Berlusconi "dovrebbe raggiungere le amiche del cuore per un paio di giorni a Lodi, dove Floriana Mentasti ha organizzato nella sua bellissima casa di campagna un ritiro tutto "al femminile"". Sembra di sognare. Bruno Mentasti è il grossista di gas che Berlusconi propose sette anni fa a Putin come partner italiano di Gazprom, il gigante mondiale del gas, che si accingeva a prendere il cancelliere uscente Schroeder quale suo consulente per la Germania, e in Italia si stava per alleare con l'Eni, il maggior importatore di gas. E' una delle barzellette di Berlusconi "diplomatico". Mentasti sta all'Eni come un concessionario d'auto alla Fiat, ma adesso sappiamo perché: i Mentasti sono amici sororali della Sua Signora.
C'è da pensarci: non si tratterà ora di far crescere il mercato immobiliare delle ville con parco tra Macherio e Lodi, posti altrimenti piatti e malinconici?

Domenica 7 la "Gazzetta Sportiva" trascura le paginate su Mourinho per darne due mezze all'amministratore della Juventus Blanc. Il quale si ritiene una persona seria, chiamato a gestire correttamente il bilancio di un'azienda medio-grande, e dice a un certo punto: "Quante squadre con i bilanci a posto hanno vinto gli ultimi campionati?" Vuole dire, Blanc, che si fanno bilanci falsi. Ma il giornale di Mou tira via, come già la Procura di Milano, sempre buoni con i milanesi buoni, e chiede: "Avete ancora soldi da investire?" Vuole sapere quanto può chiedere?

Michelle e Carlà s'incontrano a Parigi, era destino, abbiamo la foto attesa, la foto dell'anno, e siamo deiziati, siamo felici, noi una certa Italia, quella dei belli-e-buoni, delle persone civili. Mentre i mariti, che sono quelli che contano, litigano su tutto e, fuori dal gobbo tv, si disprezzano. A noi ci avvince la bellezza. Con fregnonismo.

La crisi americana vede la fine, si legge nei giornali, i disoccupati a maggio sono aumentati di sole 350 mila unità. Che in un anno fanno oltre quattro milioni. Quanti devono essere i nuovi disoccupati perché la crisi sia grave? Certo, nei dodici mesi precedenti i nuovi disoccupati sono stati sei milioni. Ma sei e quattro in due anni fanno dieci milioni di disoccupati. Che dicono che non c'è più produzione, e fanno crollare con i consumi ogni prospettiva di ripresa della produzione stessa. Ma c'è la voglia di dire la crisi conclusa, è questa la Grande Differenza della crisi del 2008 rispetto a quella del 1929: la forza della pubblicità, la voglia di convincere - la pubblicità in senso stretto, quella che fa prosperare i media.
Questo significa anche chi ci ha portato alla crisi ancora fa l’opinione.

Singolari cronache, il 4 giugno, dei maggiori quotidiani sugli arresti operati a Napoli il giorno prima per i rifiuti: benché lunghe, due e tre pagine di giornale, non si capisce niente. Non c’è la camorra di mezzo, non ci sono appalti, non ci sono veleni. Ma ci sono molte intercettazioni, che non dicono nulla. E diciassette arresti.
L’unica cosa che si capisce è che la Procura napoletana vuol essere protagonista, ancora, sempre, dei rifiuti. Cosa si fa, pur di non lavorare.

Beneficati da Berlusconi, l’unico che li abbia nominati a qualcosa – la commissione europea – e li abbia sostenuti e valorizzati, Emma Bonino e il professor Monti non perdono occasione per attaccarlo. Anche dove meriterebbe sostegno: un ruolo per il Parlamento europeo, un minimo di equanimità a Bruxelles. Come già Montanelli, e ora Guzzanti: i benpensanti sempre diventano nemici di Berlusconi, compresi quelli che ne hanno avuto molto, e anzi tutto – Montanelli era un fuoriuscito dal “Corriere”, cacciato dagli stessi cui venti anni dopo darà man forte contro Berlusconi.
A prima vista è un caso della magnanimità che è sempre pericolosa: genera ingratitudine. O è il caso di chi, volendo piacere troppo, ai giovani, ai cantanti, alla moglie, ai figli, ai politici che non osano dichiararsi, dispiace.

Claudio Magris lamenta sul “Corriere” lunedì 1 giugno che non c’è attenzione per l’Europa: “Pochi pensano realmente con passione all’Europa, come invece pensavano e sentivano i suoi padri fondatori”. Padri, fondatori, che scrittura è questa, ma pazienza, sui giornali può capitare. Ma poi Magris esemplifica: “In un articolo uscito l’1.5.2009 sul “Piccolo”, Ferdinando Camon riportava, ad esempio, alcune dichiarazioni che il ministro Brunetta avrebbe rilasciato a una Miss Veneto poi non ammessa fra le candidate al Parlamento”. Ad esempio, non ammessa dal ministro Brunetta? Che avrebbe fatto “dichiarazioni” alla Miss a che fine, pedagogico, giornalistico, di avance? Ahi Magris, che retorica persuasiva – un mito?
Brunetta che è un federalista, uno dei pochi italiani che hanno frequentato l’Europarlamento, per due e forse tre legislature, al cui miglioramento ha dedicato alcuni libri. Magris che non è un trinariciuto qualsiasi, odiatore dei socialisti, ma uno scrittore sensibile. E dunque è vero, il fascismo di sinistra esiste – di cui, com’è noto, non ci sono professi, nessuno è mai stato fascista.

Un fotografo di una certa età, non più spericolato, un fotografo di provincia di cui non abbiamo saputo finora nulla, fotografa da anni Berlusconi da tutti i pizzi nei suoi feudi in Sardegna. Con teleobiettivi grandi come un bazooka, più di un kalashnikov. E se invece di un pesante teleobiettivo avesse tirato fuori proprio un leggero elegante kalashnikov?
O i servizi di sicurezza lo hanno controllato prima?

Erano tituli fino a ieri le epigrafi, preziose testimonianze di fatti, idee e persone incise nella pietra. Oggi sono i titoli nella lingua di Mou. C'è stata un'invasione dei barbari?

Se la crisi riporta l'Europa a destra, anni Venti

L'America nella crisi ha svoltato a sinistra, com'è giusto e anche logico: i più deboli si proteggono. L'Europa invece svolta a destra. Non è "la destra keynesiana che batte il socialismo". La destra di oggi è come quella di ieri, degli anni 1920, che l'Europa in crisi portò alla violenza. Nelle forme cioè non del liberismo, del mercato, degli interessi, non liberali né pratiche, ma di affermazione nazionalista, razziste, xenofobe. Svolta a destra anche l'Europa dell'Est, che a sua volta è discriminata in forme razziste nell'Europa dell'Ovest, i rumeni eccetera. È l'ultima manifestazione dell'Europa che ha perso il mondo? Lo è - anche se ultima può non voler dire né estrema né finale: al peggio non c'è limite.
È il segno della malattia europea, una superiorità quasi biologica: non da conquistare con applicazione, disegno, volontà, e perfezionare, ma un dato elettivo congenito e quasi una predestinazione. Sembra di risentire, in questo dopoguerra, la protervia di Eden e Bidault nel mentre che perdevano con Suez le ultime colonie e ogni ruolo negli affari del mondo: una insensatezza senza limiti. Tanto più si apprezza il lavoro di contenimento che Berlusconi ha fatto su questi umori in Italia, nei confronti della Lega, e con la stessa Lega - che gestisce, nientedimeno, il ministro dell'Interno. All'Italia lasciando malgrado l'infelicissima campagna elettorale di sua moglie e di "Repubbica", una ancora grande volon tà di esprimersi, con la più alta percentuale di voto, in un'Europa disappetente oltre che violenta.
L'Europa porta a destra per un semplice motivo: gli immigrati. Gli extracomunitari (i turchi!) e anche i comunitari. Per un fattore di disordine dunque, più che razziale. Ma che si connota di razzismo, e questo è importante. L'europeo si vuole superiore, anche se a un aotro europeo. E' la debolezza (l'icongruenza) che la costruzione europea non ha saputo o voluto (si pensi alla Francia, o alla Gran Bretagna) sopravanzare, e che dall'allargamento a ventisette ne mina la poca unità che ha realizzato.

E' finita l'era dei berlingueriani

Le elezioni sono state da manuale (perfino in questo sito era tutto scritto
http://www.antiit.com/2009/06/un-voto-contro-franceschini-e-dalema.html
http://www.antiit.com/2009/05/berlusconi-2-non-ce-altro.html
http://www.antiit.com/2009/05/berlusconi-vince-ma-perde-milano-e-in.html)
bastava poco flair politico per sapere cosa stava succedendo, almeno in termini di voto "politico", cioè europeo. Berlusconi e la Lega in lieve frenata nel Lombardo-Veneto, per i problemi che hanno creato a tante categorie di operatori, e anche per lo scarso richiamo delle euroee. Una frana per Berlusconi in Sicilia, da troppo tempo sua fedelissima senza nulla, ma proprio nulla, in cambio, nemmeno una riserva del Milan - allo scontento isolano s'è aggiuto quello ancora più radicale, anche se meno influente nei grandi numeri, della Calabria. E una conferma che il voto di Berlusconi è mobile: l'uomo non è invincibile, e forse nemmeno fascista. Per le amministrative invece, dove il voto "conta", non c'è stata partita, il partito Democratico è frammentato e non raccoglie nulla. Tutto previsto e prevedibile - il pco che il Pd raccoglierà ai ballottaggi, a Bologna, Firenze e Bari è piccola cosa e ampiamente scontata.
Da tempo insomma la sinistra doveva avviare il dopo voto, e d'altra parte quello di Berlusconi è l'unico governo europeo che vince le elezioni: che fare? Non è difficile, c'è solo da ritrovare se stessi. L'anima del Pd è spuria, lo sanno tutti, tra ex comunisti e ex sacrestani, è roba che andava bene nella guerra fredda. Ritrovare cioè la sinistra, che il Pci e post-Pci berlingueriano ha spericolatamente sacrificato ai suoi giudici-giornalisti, ai dipietristi, ai casiniani, a chiunque. Con un ben avvertibile fascismo di sinistra, un'intolleranza feroce per chi non è parte della cordata, nelle Procure, alla Rai, nei giornali, nell'editoria, compiacenti i Murdoch, i Debenedetti, i Soru e altri padrini analogamente opportunisti.
L'avvio non è promettente. Franceschini non s'è accorto di nulla - parla anche come Obama, indistinto, sembra che legga un "gobbo" non suo. E anzi propone la Serracchiani come modello di rinnovamento, una che, a parte il fisico, e a parte l'età non più minorenne, è la sua velina, è una star di YouTube e Facebook. E magari Zappadu, che ci terremo sul gobbo per chissà quanto. Pr far fuori Berlsuconi? No, per impedire che la sinistra respiri. Ora, una sinistra di Zappadu e Serracchiani...
Il partito di "Republica"
La ripartenza si fa da punti assodati. Berlusconi amministrerà l'Italia anche localmente. Col merito, malgrado il calo elettorale, di avere assorbito, unico governante europeo, e ammortizzato il voto razzista e xenofobo tramite la Lega, delegandola addirittura al ministero dell'Interno, che fa leggi forse non eccellenti ma neanche pessime. Mentre resta da vedere che farà Di Pietro, il socio accomandatario di D'Alema e Veltroni - i due lavorano a recuperare l'antipolitca, o non a fomentarla ("dopo di noi il diluvio?"). E un partito, il Pd, che non è riuscito a diventare altro dal partito di "Repubblica", con l'esito che si vede.
Si è sempre scherzato che "Repubblica" porta male alle sinistre, ma non fno a questo punto. Nove punti di distaco da Berlusconi, cinque in più che dodici mesi fa, sono tantissimi. Per non dire della riduzione del partito alla dimensione localistica, senza nemmeno più Torino e il milanese, senza Roma, senza Napoli, forse senza Bari. O del cappotto 17-0 che orna la prima del "Giornale" e che è solo vero. Poiché non è mai troppo tardi, a questo punto il Pd dovrebbe capire che "Repubbica" fa la sua strada, è dopo tutto un giornale - il giornalismo del gruppo L'Espresso è proprio quello di Zappadu, e questo può far male a chi è nato politicamente col celebre settimanale, ma non più di tanto, questi lutti si elaborano rapidamente. Così come fa la sua strada la moglie di Berlusconi, che è dopotutto una signora lombarda, i cui interessi non sono quelli del partito. Anche perché se il distacco europeo è contenuto a solo nove punti, grazie a un elettorato berlusconiano che è del tipo che preferisce il mare, là dove il voto contava, nelle amministrative, il distacco è stato molto più disastroso, incolmabile.
Non si sa come andra' a finire. Ma come dovrebbe e' chiaro a tutti: la sinistra deve ritrovare se stessa mettendo da parte l'eredita' berlingueriana che l'ha occupata e la tiene prigioniera. Ora con la Lega, ora con Di Pietro, ora con gli (ex) sacrestani, popolari e/o casiniani. Magari darsi anche uno spazio di manovra, accettando il fatto che Berlusconi esiste, il suo partito pure, e si sanno muovere in politica, non sono una trovata del diavolo. Magari gia' nel referendum per il maggioritario secco. Magari anche riflettendo che l'Italia e' l'unico paese europeo in cui la deriva razzista e xenofoba e' contenuta, e questo e' Berlusconi, una destra ragionevole. Ma prima naturalmente deve ritrovare se stessa, ritrovare la sinistra, dai socialisti ai verdi, ai lavoratori, ai giovani, ai pensionati. E questo non e' detto, con con i dirigenti che si ritrova, che sono appunto queli che l'hanno condotta alla sconfitta - accantonando l'unico vincente, Prodi.
L'Italia berlusconiana ha votato poco per le europee. Dove cioe' non c'erano province o comuni in ballo. E tuttavia il voto e' stato record in tutta Europa: malgrado tutto, malgrado le insufficienze della stessa Europa e i danni che ci ha inferto, dall'euro al carodenaro. E questo vuol dire che c'e' molto spazio di manovra politico. Avendo naturalmente una politica, qualcosa come una politica.

sabato 6 giugno 2009

L'Enel (l'industria) batte la crisi

Aumento di capitale ampiamente sottoscritto in quattro giorni, l’Enel fa un passo decisivo in una situazione critica. Il ricorso al mercato nel generale scetticismo dei consulenti d’affari, sulle strategie di crescita del gruppo elettrico, specie nella crisi profonda e perdurante dei mercati finanziari, ha vinto senza resistenze - un aumento record di capitale in Italia, e probabilmente il maggiore nei mercati mondiali da un anno a questa parte. Effetto delle condizioni di particolare favore, a uno sconto non rifiutabile, su un prezzo ben inferiore alle quotazioni originarie, di cui una quota consistente è ripagata a breve dal dividendo 2009. Effetto anche delle scarse opportunità di investimento per il tipico azionista Enel, uno che in alternativa ha i bot. Ma effetto anche della strana crisi.
La sfiducia massima è riposta nei mercati finanziari, compresi gli stessi consulenti d’affari che fanno l’opinione, ma nel fondo c’è la tenuta dell’industria – vedi i casi della Fiat e ora dell’Enel. Per una tranquilla certezza più che per una voglia. Lo strano di questa crisi è che non c’è stata la corsa alla tesaurizzazione, la liquidità è sempre abbondante, malgrado il credit crunch (ma quello è l mondo delle banche - che intanto raddoppiano le tariffe dei servizi: non le incrementano, del cinque, del dieci per cento, semplicemente le raddoppiano, sotto l'occhio benevolente della Banca d'Italia, il loro gendarme…. ). Questa crisi è come in un film, in cui i cattivi si confrontano come i buoni, e la rappresentazione sembra funzionare.

Virtuosismi in bicicletta

Un gioiello, e più per il “Coppi e Bartali” di Gianni Mura che lo accompagna che per quello di Malaparte, d’autore. Che invece fa un inno alla bicicletta, quasi spontaneo, da collezione.
Curzio Malaparte, Coppi e Bartali, Adelphi, pp. 56, € 5,50

Il mondo com'è - 18

astolfo

Civile – Società civile è una tautologia: socievolezza è civiltà. Ma non innocua: i buoni sentimenti sono in politica traditori. Per essi si diventa tiranni, e spie, traditori, assassini, qualcosa sempre di brutto. Chiudersi nel privato esaltandolo, e insieme pretendendo di essere migliore interprete e gestore della cosa pubblica, produce al meglio un volgare superomismo del tipo “signora mia!”. La politica è esercizio duro. Illuminato, colto, appassionato, ma freddo: deve muovere la macchina della storia, il potere, gli affari, e perfino, attraverso l’etica che è il fondamento delle leggi, i sentimenti.

Durezza - La politica della durezza (esclusiva), Marx, Nietzsche, Heidegger, è tedesca, non c'è in Machiavelli né in Hobbes.

Elettronica – Ha raddoppiato il costo della vita. Lo ha triplicato, con la manutenzione, e i ricambi originali. Come già la meccanica. E su questo presupposto si espande in ragione geometrica. Inspiegabilmente da un punto di vista razionale, di razionalità economica, dello sforzo minimo. La chimica invece, che riduceva costantemente prezzi e costi, scompare.
La partita dell’elettronica si gioca, come per la meccanica, sulla moltiplicazione del tempo e delle opportunità, e la riduzione dello spazio. E, contrariamente alla chimica e alla stessa meccanica, sulla pulizia-polizia. L’elettronica come l’eden: più tempo, più opportunità, più pulizia, più ordine. Ma è un’industria che, per la prima volta, asservisce più che liberare, a una catena produttiva costosa, complessa, interconnessa (monopolista), eterodiretta. Dando l’illusione della libertà estrema – non è ognuno il centro della comunicazione?

Giustizia - È somministrazione di pene. A ogni delitto si commisura una pena, e questo la giustizia amministra. Ma viene presentata come ricerca della verità. In tale veste è politica, deteriore perché non dichiarata, non qualificata, e non responsabile.
Nell’uso italiano è quella dell’arbitro di calcio: procuratore della Repubblica e insieme giudice, e anche un po’ maestro di scuola (gli arbitri amano le paternali).

Islam – Ha ancora la forza del Vecchio testamento: l’attesa ferma, la certezza, perché il mondo è sacro, è Dio. Che lo tiene unito anche nel proselitismo e nelle sette.
Non è irrazionale. L’ipotesi ce il mondo è sacro non è irrazionale.

Israele – Ha celebrato i sessant’anni, ma non la maturità – la pace con se stessa. Perché nasce da un atto di conquista, interinato. E perché la cultura ebraica – la psicologia – prospera per tradizione consolidata in simbiosi con l’Altro – una religione esclusiva, legata al sangue, ha prodotto l’unico vero cosmopolitismo.

Occidente – Nasce da una sconfitta, a opera dei greci. È il luogo del tramonto del sole, e della morte, in letteratura, al cinema, nella psicologia, nella filosofia.
Per l’abbondanza? È l’abbondanza che invoglia alla depressione (mancanza)? Non è la religione: non c’è cultura della morte (disfacimento) nella religione. Nemmeno nei cuori trafitti dei cattolici o nei riti prevalentemente funerari degli asiatici. O è un riflesso fisico, del sole che cade? Forse è semplicemente un tramonto marxiano, della cattiva coscienza.

È la cultura dell’autoaffermazione. Dei marginali, all’origine, dei provinciali, quando nell’appendice europea finivano coloro che per un qualche motivo non avevano posto nel corpaccione asiatico. Con l’agonismo contro il tempo, e col sistema logico, che privilegia il risparmio (affluenza), il progresso (moderno), il complesso. Mediante la forma espressiva del pep talk, l’autoconvicimento o autogratificazione: il giornalismo, la pubblicità, il voto, e l’esicasmo o giaculatoria, la ritualità come automatismo. Per questo la decadenza vi è rischiosa: spegne il motore.

È la cultura della decadenza, il culto del passato, della rovina, della morte. Dappertutto altrove invecchia e muore la natura, ma non la cultura.
È l’effetto del movimento a freccia, che il bersaglio intermedio sia fallito o sia centrato: c’è impazienza per il passato, che si vendica. L’Occidente è un arciere in corsa affrettato, che si vendica: capisce poco.

Forse non include abbastanza, ma è il solo mondo e la sola cultura che include.

Olocausto - Non è unico, con gli ebrei essendo stato perseguito lo sterminio anche degli zingari, i testimoni di Geova, gli slavi. Crimine contro l’umanità è certamente anche Hiroshima. E lo sono i bombardamenti, anche alleati, delle popolazioni civili.
L’unicità dell’Olocausto ha una valenza politica per Israele. Ma può – potrebbe – risultare utile anche alla cristianità, in Europa.

Pentiti – Indurre al ricordo è facile.

Tre pedigree sono stati ricostruiti per i mafiosi pentiti: l’untore manzoniano, l’infame, il sovveritore (terrorista). Ma il pentito opera nella legge, in combutta con l’inquirente. Il suo modello è il pentito dei processi politici, anch’essi legali, che dopo la guerra sono stati e sono comunisti – sovietici, castristi, asiatici – e islamici: il pentito si pente per un fine, processuale e politico.
Il modello è in Fortini, “Asia Maggiore”, dove racconta il processo a Hu Feng. Prima Hu Feng viene sotto accusa per le poesia. Poi per gli scritti teorici. Quindi per l’orientamnto politico. Infine, per il passato, dove si trova naturalmente di tutto. Qui intervengono i pentiti. Colore che, nati dal nulla, sono da credere perché si accusano degli stessi delitti di cui accusano Hu Feng.

È un mondo senza luce, sebbene magnificato da eccellenti autori di best-seller e dalle eccellenti tribune dell’antimafia. Sempre cupo, denso, senza trasparenza, senza un bagliore – nemmeno di violenza, la violenza vi è sorda. Perché è un mondo circolare, ce rimanda a se stesso. L’antimafia dovrebbe essere altra, radicalmente, dalla mafia – dal raggiro, il sopruso, la vendetta, la furbizia impunite. È vecchio e insolubile il dilemma della giustizia, che, egualizzando, elimina le distanze e quindi le diversità, tra bene e male. Ma è una necessità dolorosa, e essa stessa malefica.

Settecento – Faceva contenti i re e i maghi, sbugiardandoli – li teneva a distanza, in punta di penna.
Mai l’intellettuale è stato più libero – più influente. Con un artificio del tutto intellettuale, la lingua: l’autonomia (la libertà) garantendosi con la lingua. Compatta, semplice, significativa, senza abbellimenti e senza eccessi, di creste retoriche o profondismi psicologici (la psicologia non porta a nulla, è tautologica). Quindi inattaccabile. Ma efficace, molto più dei proclami ottocenteschi e dei piani novecenteschi. Da qui la stima perdurante dell’intellettuale, che invece da due secoli non conta nulla.

Sinistra – È falsa. È luttuosa – triste, pessimista. È moralista – la sessuofobia è nella mente della donna di sinistra. È vendicativa: personifica il nemico, odia le persone.
Non è ottimista, ecco dov’è l’inganno: non crea, non sviluppa, non libera.

Slavi – Nessuno è più naturalmente eccessivo degli slavi, in amore, fantasia, violenza – non di maniera, intellettualisticamente, come invece siamo noi euroamericani, del Gotama Cristo, culture giuridiche della società e della salvezza.

astolfo@antiit.eu

giovedì 4 giugno 2009

Le false partenze di Obama il Buono

Non ha avuto un debutto facile, col fallimento della General Motors, nientedimeno, e una possibile guerra nucleare in Medio Oriente. Ma di più Obama ha fatto di suo: come la mula del Berni, sta sollevando le pietre per inciamparvi dentro. Vittima della stessa voglia di piacere e compiacere che lo ha portato al successo: patronizing è la sua divisa, Obama passerà alla storia come il Buono, ma lo sta mettendo in un imbuto, e con lui il mondo.
Una falsa partenza Obama ha avuto con la crisi. Occupandosi delle banche, che non ne avevano bisogno, mentre invece è tutta l’industria americana che rischia di fermarsi, con la General Motors, l’energia (l’energia verde purtroppo fattura poco), e la stessa informatica. Una falsa partenza ha avuto con la Corea del Nord. Che vuol essere trattata col bastone, e non con gli squittii della signora Clinton. È così che dopo un lungo sonno Pyongyang può di nuovo pensare di annettersi Seul, l’impensabile. Una tripla falsa partenza ha avuto in Medio Oriente.
Obama ha convocato il governo israeliano a Washington, per chiedergli uno Stato palestinese. Non era sbagliato. Ma lo è diventato alla seconda mossa, il reverente omaggio ai rais e capataz arabi, col presidente degli Usa che si scomoda apposta per loro. E più per il deferente linguaggio - benché sempre informe, monotono, di chi legge sul “doppio gobbo” laterale, a destra e sinistra alternatamente - che usa in loro omaggio. Sta esaltando cioè il peggio del mondo arabo, e ancora non lo sa, perché è come se chiedesse loro perdono. Gli Stati Uniti non sono in guerra col mondo arabo, che anzi hanno sempre protetto, contro l’Europa, contro il sovietismo, contro la sovversione. Hanno solo protetto anche Israele, come è loro dovere – e come è ancora loro interesse. Il presidente degli Stati Uniti non è il papa e non ha mea culpa da recitare, perché tanto siamo colpevoli. Né ha un dialogo interreligioso da intrattenere. Non ha neanche della crociate da farsi perdonare, o delle scorrerie e avanzate turche da memorizzare, perché no. L’islam è adulto, è ricco, è forte, e quello di cui ha bisogno sono atti conclusivi, non le pacche sulle spalle per ottenerne dei bravo! bis! per il giubilo della piazza, che solo ne alimentano la sterile immarcescibile superbia.
Il risultato immediato è che nessuna pace sarà possibile. Tanto meno quella a due stati che Obama ha decretato prima di mediarla. Perché gli arabi non sono pronti, e Israele ora meno che mai. Un altro presidente, Carter, ha tentato al primo mandato una mediazione, ed ha ottenuto Camp David, il solo buon risultato in una guerra ormai di sessanta anni, la pace fra Israele e Il Cairo. Ma aveva a segretario di Stato un duro, Brzesinski, e non la signora Clinton, che non sembra capire come va il mondo. Fare il primo passo isolando Israele non è prenessa di nessuna trattativa - e uno scenario perfino si intravvede in cui Obama, che tanto ama essere popolare, non sarà rieletto.
Il tributo ai potentati arabi è fatto anche per irritare l’Iran. Un risultato concreto dle suo triplice errore sarà che l’Iran non si arresta e anzi avanza col programma nucleare. Nel mondo degli ayatollah tanta arrendevolezza ha un solo significato: incrementare la diffidenza, e lo spazio di manovra. Non ci vorrà molto per saperlo: dopo le elezioni, anche se faranno eleggere un moderato, non c’è dubbio che incrementeranno il contenzioso nucleare. Non c’era altra ragione per sperimentare due settimane fa il missile a lunga gittata. Che, anche se l’Iran dovesse, in cambio della luna, firmare il trattato di non proliferazione nucleare, comunque resta negli arsenali. Ma Obama non l’ha capito.

Secondi pensieri (26)

zeulig

Amore - Ha pochi anni, prima non c’era.

Incostante, è immutabile. Non è darwiniano.

Corpo
- Per il cristiano è tutto. Gesù Cristo è venuto in veste di guaritore, itinerante. Guariva lo spirito guarendo il corpo.

Dio – Per prima cosa è motivo di sfida, prima ancora della creazione. Quando era solo nei cili con gli angeli, anche questi lo sfidavano.

Filosofia – L’approccio razionale - con escursioni fantastiche che sono estensioni della razionalità (rovesciamenti, enucleazioni, focalizzazioni, e anche le religioni e i buoni sentimenti) - alla vicenda umana è inconcludente, è manifesto. Non c’è risposta perchè non ci può essere, è evidente. Forse un altro approccio potrebbe essere più concludente - più umano - della razionalità: il silenzio, o la violenza, il disordine. Non quello della scienza, dei “sistemi” disordinati, che usa il caos per arrivare a una ragione, ma la deriva all’inutile, all’insignificante.
O allora la vicenda umana, con tutte le sue estensioni logiche e oniriche, non è altro che una concrezione occidentale, come è avvenuto di altre specie animali altrettanto complesse, e altrettanto passeggere, in rapporto ai tempi dell'universo. L’uomo ha un inizio, perché non dovrebbe avere una fine.

Giornalismo – Abolisce il tempo, esercitandosi sull’istante. Anche se con sincronie e reminiscenze, ma volutamente senza memoria, l’arte di narrare il presente su esercita sul vuoto, se il presente è un essere in fieri, un’attesa, un continuo rinnovo.
È il presente il vuoto? Può esserlo, se è evento senza coordinate, temporali e spaziali – un prima e un dopo, un nord e un sud. La realtà è sempre residua, ed è la storia.

Identità – La crisi è essenzialmente letteraria, da Pirandello a Tabucchi, da Joyce a Bernhard. Di un personaggio, l’Autore, che si vuole fortemente identificato, seppure nella sua crisi.
La crisi è una tecnica di ricerca, un compiacimento estetico, un artificio narrativo (espositivo): l’Autore afferma orgoglioso l’incertezza del suo affermarsi.

Immagine – È, si dice, di qualcosa. Invece è di sé, uno specchio: Ovvero: quel qualcosa è l’Immagine.
Il rapporto è chiaro in pittura. La cosa (il soggetto) può solo interessare alla catalogazione iconografica, alle indagini sulla committenza, ma è, per storici e contemporanei, la sua immagine.

Incredulità – La Riforma è ritenuta volgarmente in Italia la rivoluzione della libertà. Ma altre strade ha percorso la verità in Occidente: Tommaso moro, Erasmo, Spinoza. Anche se dalla Riforma ha mediato, involontariamente, l’incredulità. L’incredulità non è principio etico, ma con essa la verità (libertà) si deve confrontare. Significativamente diverso è stato il Percorso della Riforma (v. Novalis, Max Weber).

Malinconia – Origina nelle pause. Voltandosi indietro, inevitabile si vedrà tutto quello che è stato e non sarà – da cui la vita come occasione perduta.

Misticismo – Wittgenstein, che parte da una logica pura, vi approda. È amore di se stessi, consolatorio. Al più alto grado, è vero.
Ogni metafisica vi approda: la realtà si trasforma da ente in simbolo. Esprime una forma di logica allegorica, di conoscenza per evasione, o volontaria.

Morte - È inaffidabile. Come il tempo, che ne è materia: si può essere morti anche ieri. E vivi dopo due millenni.

Sogni – Sono storie, dettagliate, teatrali o filmiche. Frammenti di storie, ripetuti, esagerati, e pieni del senso completo delle storie, che quindi sta in agguato, dietro. Oppure segnali: vibrazioni, stimoli, anch’essi ritornanti. Oppure reiterazioni ossessive. Tutti linguaggi ripetitivi, benché in immagine, manierati, e non inventivi. Sempre sono un fatto nervoso, per la ripetizione.

Sono ancillari. Da analista se uno se ne serve per l’analista, da poeta se fa il poeta, da filosofo, da narratore, da viaggiatore perfino, da metalmeccanico che uno fa il metalmeccanico, e ossessivi, depressivi, liberatori, raramente. Sono rivelatori ex post: partendo da esigenze e punti di osservazione post-stabiliti, quelli felici non essendo specialmente interessati – la felicità, per quanto rara, è piena.
Ma hanno sempre effetto cumulativo. Il che potrebbe voler dire ce liberano i felici e opprimono i depressi e i deboli.

Storia – Quella del popolo non si può fare. Quella materiale sì, ma non riguarda il popolo, se non come gli eventi naturali. Quella della mentalità no, è falsa ed è prepotente – alla stessa maniera degli archivi liberi popolari: è l’iniezione di messaggi sempre eterodiretti su una massa informe di notizie.
Dei periodi popolari la storia non c’è. Dell’alto Medio Evo, o dell’Italia democristiana. Non negli annali e nemmeno nella pietra, anche se i conglomerati casilini, tiburtini e tuscolani sono ben piantati e parlanti. I popoli entrano nella storia tramite la sovversione, altrimenti si lasciano fare.

Scaccia la vita: giorno dopo giorno, minuto su minuto, la respinge, la sommerge nella memoria. Che è la vita. La vita è la storia – che quindi si nega, respingendosi nella memoria.

Non è un ritorno, se non si può riportare il tempo indietro. La storia ti si attacca addosso.

È vagabonda, diverte molto gli storici. Ma, diceva Orfeo, è una palude.

Diverte molto gli storici forse perché, stando a Freud, è finita nell’infanzia, dopo è rimozione, invidia, aggressività, transfert. O è già finita nella vita prenatale? Allora è biologia?

La storia degli uomini è diversa da quella dell’universo: questa è democratica, uguale per tutti gli elementi, anche se selettiva, quella premia il successo – che è solo apparentemente una tautologia, direbbe Darwin.

I tanti discorsi che se ne fanno sono inconcludenti perché in realtà vogliono fissare la storia, Cioè fermarla, abbatterla, una contraddizione.

zeulig@antiit.eu

Letture - 9

letterautore

Freud – Ha creato un altro occhio sulla realtà. Una terapia che è una forma di conoscenza. Che la realtà però complica e non semplifica (spiega): è un’estetica, sotto le forme della mitologia, la storia, l’ermeneutica, non una logica.
L’estetica è una forma di conoscenza. Non razionale. Freud ha puntato sulla realtà un occhio non razionale. Molto attraente e quindi molto potente. Ma la sua terapia presenta come un fatto conoscitivo, semplificatorio e semplificante, obiettivo e quindi incontestabile, mentre è un teatro, sia d’immagini che di schemi dialogici: parlante-muto, lapsus, complessi, transfert – soprattutto di significati, ogni cosa significando sempre un’altra.

Come terapeuta è un santone e un ciarlatano. Alla pari dei neurologi e gli psichiatri ma senza i loro apparati statistici e le pratiche consolidate, solo parole in libertà e libere associazioni, e interpretazioni ugualmente libere. I casi tragicomici, i guariti suicidi. La povertà è testimoniata dal linguaggio: nessun concetto nuovo, se non formule ambigue e non significanti.

È buon scrittore, ma più spesso ai limiti del ridicolo: i sogni, i lapsus, i motti di spirito, Leonardo, Godiva, Mosè… È estremamente romantico sul versante maschile, Fliess, Adler, Jung (svenimenti, tradimenti), ha concezione sottilmente servile della donna e spregiativa (con l’eccezione di Lou Salomé, che però è ben “maschile”). Che non a caso “suicida”, acculandola al sesso. Riscrittore fantasioso dei miti, ma quanto impoverendoli!

Ridicolizza la ragione laica, fino al ludibrio – a volte, sembra, compiaciuto. Dando a intendere d’intronizzarla. Elimina ogni capacità di scoperta e gioia – l’unico self-help nel transito – per un grigio schiavismo, che tale è la terapia che mai libera. Il mondo avendo ridotto a colpa in ogni sua forma. Niente più famiglia (intimità, aiuto, società), niente amore, gratitudine, simpatia. Nulla più di gratuito e non egoista.
Ha annullato, con i suoi mitologemi, tutta la tradizione. Quella occidentale ma anche quella umana: ogni spazio di libertà. Sogni-sonni impianta mostruosi come quelli di Goya. In un mondo dissoluto: piatto e biagio. Dove solo campeggia – lui saprebbe perché – il sesso.

Gadda – Il barocco è parente del romantico, direbbe A.Huxley (Along the road, 104). E: barocco e romantico sono espressioni naturali della commedia: Ariosto, Rabelais, Nashe, Balzac, Dickens, Rowlandson, Goya, Doré, Daumier.
Bizzarra scelta. Ma più vera che non: nel barocco si esprime anche il semplice comico, dai maccheronici ai berneschi, e il modesto (ben educato) manierismo. È vera comunque per Gadda. Anche nelle due considerazioni complementari: 1) solo nei geni, Marlowe, Shakespeare, Michelangelo, Rembrandt, il barocco ha effetti seri; 2) in epoca più tarda l’effetto è grottesco: si tenta di esprimere cose tragiche con uno stile essenzialmente comico.
Gadda dove si colloca? Lo stile essenzialmente comico gli serve per dare dimensioni tragiche a eventi inessenziali - la vita in villa, i metronotte, le risposte sgarbate alla mamma… Mentre tace i grandi fatti: la guerra, la prima e la seconda, il fascismo durante il fascismo, l’anticomunismo dopo, una scelta pure precisa, l’omossesualità. Gadda veste in doppiopetto, è amico cerimonioso, è calcolato nel giudizio: il dato biografico – Gadda è borghese – è rilevante.
È un romantico, frenato ma inguaribile. Un sentimentale, anzi, la sua filosofia lo conferma. Tragico è il suo rapporto con le realtà, come per tutti i romantici (Manzoni escluso, che infatti non è romantico sebbene tale si dichiari). Che è in costante fibrillazione, se non in sospetto. Da un punto di vista esagerato: moralistico, razionalistico in senso stretto, perfino ordinatorio, oppure mistico. E sempre disperato, perché vissuto in modo “soggettivo oggettivante”, come quell’anguilla della natura.

Giallo – Non è la storia di un delitto di cui si trova il colpevole. È la storia di come lo si trova, aperta essa a ogni soluzione. Il giallo ha fortuna perché introduce nel delitto – che è sordido, è la cronaca grama e deprimente – la libertà sotto forma d’indagine, la fantasia, il fascino del metodo della scoperta. Sherlock Holmes, Marlowe, Poirot, Nero Wolfe, Pepe Carvalho prosperano perché moltiplicano l’inverosimile – Poirot, il migliore, è tre volte sorprendente, perché è insignificante e per di più belga, quando i belgi erano argomento di barzelletta.

Gli indizi non esistono. Non come segni di colpa. Anche nella diagnosi medica (molto si è scritto sugli influssi della pratica medica nelle deduzioni di Conan Doyle) l’anamnesi non porta in nessun posto: l’occhio clinico deve valere sopra gli indizi. La loro funzione è semmai di puntelli ex post, e ha carattere esplicativo (o giustificativo, ma allora è perché gli indizi non reggono bene). Lo stesso nelle indagini: l’inquirente sente il colpevole, e su questo costruisce l’accusa, ordina la caccia, preordina l’azione.
La colpa che non discende da flagranza di reato è sempre presunta. Anche quella che discende da confessione. È su questo, su questa area immensa d’incertezza, che s’innesta la fortuna del giallo, del delitto con colpevole.

Letteratura – Era ordine e conoscenza, è disordine (mercato: della lettura, della critica, dei segni). Di cui si dice che è un prolungamento (approfondimento) della conoscenza. Ma questa è sempre ordinativa, anche del disordine, del brutto, del male.

Lettura – Ridá vita alla scrittura.

Machiavelli - È il Plutarco dell’“ideologia” italiana: pettegolo anche, e accidioso, ma anarchico, avido di libertà. L’Ottocento, che ha disprezzato Plutarco, ha seppellito Machiavelli sotto le sue smanie, al storia erudita e la politica scientista – Machiavelli subisce ancora la tara di essere stato l’eroe del positivismo.

Tomasi di Lampedusa – “Il Gattopardo” è titolo fortemente connotato: è titolo suo o dell’editore? Cambia molto la lettura del libro. Se Tomasi pensava alla Sicilia in termini così fortemente critici, come ogni buon siciliano approfittatore di regime – appaltatore, gabellotto – o del circolo della caccia. O se era polemicamente addolorato per la scomparsa-non scomparsa di un mondo, la persistenza di un negativo.

Virtù – Non è rappresentabile, non si può narrare la virtù, il lavoro ben fatto, l’affetto corrisposto. Il lettore è un cannibale, un po’ invidioso, vorrebbe poter essere crudele, traditore, egoista, torturatore, almeno nell’immaginazione, mentre sta seduto, uomo nero, dark woman. La virtù che s’insegna del resto nessuno la pratica. Non nella storia, e quindi nemmeno nella poesia.
Il romanzo borghese, dei buoni sentimenti, è in particolare fatto di paraculaggini. Proust ne è pieno, Joyce, Musil, Céline – molte nel senso proprio del termine, non potendosi più infilzare, squartare, mozzare le teste, il bravo borghese si compiace d’improsare il prossimo, è tutta qui la voga dell’improsatura, in affari e nell’amore, dell’adulterio, della trasgressione - il buon borghese si vuole sadico per difetto, sadico in quel punto preciso.

letterautore@antiit.eu

martedì 2 giugno 2009

Cristina o la magnificenza dell'inutile

Cristina Campo è scomoda ai più, anzi comoda solo a poche amiche, che poi ne ebbero il culto. Perché è la letteratura, anche nelle virgole, e in ogni soffio. Anche nella fede, che ebbe costante, benché si ritenesse convertita nel 1964. Inquietante è la fede nella letteratura. Pura, depurata delle fatiche della pubblicazione, le attese, le delusioni, i rancori. Intatta sempre, cristallina. Come la scrittura. E lieve, malgrado le miserie fisiche. Ma insopportabile? Cristina fu devota a molti, in forme squisite, invidiabili, ma non c’è specchio – a parte quelli postumi. Amante temibile, di Leone Traverso, Mario Luzi, Elémire Zola, benché spirituale, e di molte donne. Sempre buona e molto saggia, ma aspra e anche tagliente. Un’esistenza spirituale se mai ve ne furono, che fu infine vittima di tre zii superstiti, emersi a tumulazione avvenuta per impadronirsi dei suoi risparmi, per il privilegio della legge, i quali ne vendettero i libri, i mobili e i quadri, e ne buttarono via le carte, cioè la posterità – non sanno nemmeno se ci fossero carte e se sono state buttate via.
Cristina, divenuta famosa per l’irruente difesa della liturgia (il sacro, la tradizione) contro la desacralizzazione voluta da Paolo VI, cosa su cui i molti oggi le danno ragione, fu in vita e a lungo per questo trascurata o irrisa. Ma soprattutto pesa l’identità, da essa stessa individuata, tra santità e genio. E la bellezza, sempre, aggiunge Pieracci. La diligenza di Longhi e Contini, la sprezzatura di Baldesar Castiglione. Teorica anzi temibile della sprezzatura, quella cosa che, quando si dice e si richiede, è già il suo contrario, come sapeva lo stesso Castiglione che la parola inventò e definì. C’è infatti, c’era anche nel suo grande amico Emo di Capodilista, non ingiustificata, “diffidenza per la grazia della negligenza, della sprezzatura” (Pieracci). E tuttavia oggi Cristina si legge, meglio di prima.
“Opera magnifica e inutile”, dice i suoi scritti rari Mario Luzi. Ma allora, poeta, non serve più la parola, la letteratura? È l’inutilità che è magnifica.
Cristina Di Stefano, Belinda e il mostro, vita segreta di Cristina Campo
Margherita Pieracci Harwell, Cristina Campo e i suoi amici

La Germania era spensierata

La coprolalia di Mozart ragazzo è di Goethe fino ai trent’anni, e in qualche poesia sparsa anche successiva. La Germania è decisamente un’altra prima della normalizzazione ottocentesca (prussiana? nazionalista? filosofica?).
Goethe, Poesie erotiche

Montalbano in bella vista

Una storia senza storia. Per di più con molto sangue – Camilleri “si adegua” allo splatter in voga. Che dà però la chiave, nella lettura che impone travolgente, del successo di Montalbano, tutto nei particolari: i contorni, le caratterizzazioni, le fantasie, le ovvietà. Specie nel personaggio principale, che è qui spiegato in dettaglio: antisiciliano (tutti mafiosi), antitaliano (tutti scemi), tribale, antifemminista, autoritario. Una ricetta che funziona per il lettore rapido, che non vuol essere distratto, e per il degustatore. Il fascino è anche di un personaggio desueto, in tempi di politicamente corretto. Anche l’aneddoto, in sé non travolgente (il capomafia cattivissimo con passione transessuale), è più che divertente: conferma un Camilleri autore “leggero”, e in questi casi, quando bisogna raccontare la mafia, eccezionalmente vero – non terribilista cioè. Ma più in generale, Camilleri sfonda perché è, eccezionalmente, realista: rappresenta la Sicilia, e il Sud, quali sono.
Montalbano in un certo senso è un mistero, che abbia tanto successo. Come l’investigatore del suo omonimo Mantalbàn, Pepe Carvalho, è simpatico ma di nessun carattere. Non sniffa, non porta il cilicio, raramente scopa e sempre costretto: non ha passioni, se non ultimamente, Berlusconi, e ha una fidanzata ma la tiene lontana,anche a costo di trucchi complicati, e senza che si possa dirlo nemmeno ricchione. Per cui uno ha il sospetto che il vero Montalbano sia Zingaretti, col suo regista Sironi e il produttore Degli Esposti che l’hanno fatto vivere al cinema, in sé sarebbe una non persona. Invece no, Montalbano un tempo era al Sud il “fascistone”, un capoccione dotato di molto ego (si dice personalità) e che non bada a nessuno, al procuratore, al questore, al vescovo, all'onorevole, una sorta di anarchico dell'ordine.
Ma Montalbano non è solo Sicilia, o Sud, essendo anche un tipo politico. E uno, sotto le apparenze provinciali e tradizionali, molto contemporaneo. Camilleri, che è antiberlusconiano di prima fila, potrebbe cominciare a interrogarsi da qui, dal suo personaggio: la fidanzata introdotta per lunghe pagine e di colpo trascurata, puro dileggio, ragazze e checche ricattabili e ricattate, politicanti mai puliti o intelligenti, questure di trogloditi.
Andrea Camilleri, La danza del gabbiano, Sellerio, pp. 261, € 13

Critici che odiano i film

“Per fare buone le polpette bisogna bagnarsi le mani”, dice il protagonista. Il regista non deve averne avuto il tempo. Ma bisogna pure capirlo: una polpetta di una polpetta non può venire bene.
Si è fatto il film in fretta per sfruttare il successo dei libroni – un film che è la cucitura di un serial tv. E tutto vi è più irreale che nell’irreale romanzo. Con in più le torture, il genere splatter è ingrediente indispensabile nei film teutonici, che il primo romanzo della trilogia ci risparmiava.
È solo prova della disonestà dei critici, che evidentemente non vedono i film.
Niels Arden Oplev, Uomini che odiano le donne

lunedì 1 giugno 2009

Un voto contro, Franceschini e D'Alema

Non votare o votare a sinistra. Per fare i conti con D’Alema, e con la supponenza democristiana. Alle amministrative (forse) no, ma alle europee sì. A Roma, a Firenze e a Torino è marcata la diffidenza della base diessina nei confronti di Franceschini e di D’Alema. Ombre ci sono anche a Bologna e in altre piazzeforti emiliane, seppure mitigate dalla fiducia in Bersani. Massimo D’Alema non ha più l’aureola dell’ex Pci che per primo e unico ha governato l’Italia da palazzo Chigi, e un altro ex Pci ha portato alla presidenza della Repubblica: è visto ora nelle vesti del king maker dello stesso Franceschini, e nel dissolvimento del partito nelle trame democristiane. Che per molti sono una sorta di tradimento. Per D’Alema non sono comunque più i tempi di quando ordinò al Mugello di votare Di Pietro, e tutti i sessantamila compagni della circoscrizione andarono diligenti a votarlo.
Non è la vendetta di Veltroni, che si è veramente eclissato, ma di quelli che una volta si sarebbero chiamati i miglioristi. Chi nella svolta riformista ci ha creduto, sapendo anche che era una lunga marcia verso la socialdemocrazia, e non si riconosce nell’opportunismo e nei giochi infiniti di potere, e anzi si sente tradito. Che ha nostalgia della politica e delle scelte discusse. Gli scontenti sembrano maggioranza, forse perché ne parlano apertamente nei circoli e nelle associazioni. Sono più vecchi che giovani, più legati alle questioni del lavoro, del governo, dell’amministrazione, che non alle vendette della moglie di Berlusconi. A Bologna peraltro è rimarchevole pure il silenzio di Prodi, che non vuole neanche lui identificarsi con i cascami della sinistra Dc.

Medea a Milano e il problema capitale

La lettura dei pettegolezzi su Berlusconi, seppure sapida, è singolarmente ininteressante. Perché è già nota la conclusione? Sua moglie, che non gliela dà da anni, dopo aver distrutto i figli, ne distruggerà il regno e lo lascerà disfatto. È il canovaccio di Medea, l’odio delle donne per gli uomini - basta vedere lo starzio cui Margherita, la figlia prediletta di Gianni Agnelli, sottopone la figura del padre e il patrimonio di famiglia. Ma è storia anche molto milanese: il tipo Medea furoreggia tra le ricche milanesi o quelle che vogliono diventarlo, loro la usano solo per quello. Il canovaccio della "Donna lombarda", la romanza più popolare, che a un certo punto si deve liberare del marito. Nulla di avventuroso, insomma, tutta roba che sapevamo: non ci sono amanti celebri a Milano, donne o uomini, storiacce di passione, solo rancori e patrimoni - la moglie di Berlusconi ha chiuso le porte quanto il marito non ha vendto tutto a Murdoch per costituire una rendita ai tre figli di lei, e anzi ha introdotto in azienda i deu figli della prima moglie.
Le milanesi si capiscono al confronto con le ricche americane. Le quali si sposano per il patrimonio (i patti patrimoniali sono l’essenza dei loro matrimoni), pure loro, ma si sposano anche per sollazzarsi. E quando non ne possono più del primo marito ne sposano un secondo, un terzo, un quarto. Curano gli interessi, ma si divertono. Le ricche milanesi no, loro si sorprenderebbero molto di essere la "donna lombarda" della romanza, ma ugualmente non si divertono: dalla contessa Bellentani alla Gucci, e alle tante mogli che non seguono i mariti politici a Roma. Con la scusa magari che Roma è ladrona, mentre invece la temono, non sanno uscire fuori dal tinello di Gadda, nemmeno mettere due parole in fila. Per cui questa Italia ormai da un ventennio politicamente tutta milanese è fonte di molte tragedie, mentre prima non prendeva le storie di letto sul serio – da questo punto di vista sarebbe giusto che si prendessero anche la capitale: tutti a Milano.

È il “Corriere” di D’Alema (e del cardinale)

Un navigatore solitario, Schiavi, e un appassionato di web, con una solida trequarti diessina, anzi dalemiana: Fontana promosso condirettore, e Macaluso, più la spumeggiante Barbara Stefanelli, che fa pure quota rosa – oltre che per fare maggioranza in un ipotetico areopago: tre vice-direttori a due. Si precisa con i vice-direttori il senso dell’avvicendamento, il secondo in dieci anni, tra Mieli e de Bortoli alla direzione del “Corriere della sera”: la gestione liberal di Mieli passa a quella vecchio compromesso storico, sotto le specie di D'Alema e del cardinale, di de Bortoli. Con un ruolo come da prassi inverso per i direttori: per la macchina compromissoria tritasassi un sorridente liberal alla direzione.
Tra Mieli e de Bortoli non c’è in realtà un mutamento di linea, se non per il diverso carattere dei due, più accomodante de Bortoli. Ci sarà meno Olocausto e meno Israele. E più arcivescovado, con i valori della vita, che peraktro sembrano incontrare il gusto dei milanesi, che si riaffezionano al giornale dopo le sbandate estremiste. Ci sarà anche meno Lega. Ma non è un rivoluzionamento. Il giornale è sempre più di Bazoli, il banchiere cattolico bresciano che in pochi anni ha rivoluzionato la finanza e il potere di Milano, a lungo laici.
Lo scambio Mieli-de Bortoli è stato rifatto per allontanare dalla vice-direzione i due laici, Di Vico e Battista, spiriti troppo critici per il “Corriere”. Che per questo li immola e li santifica. E con loro a cascata Cevasco e gli altri liberi battitori. Senza nessuna reazione peraltro dalla redazione. Che è più pluralista oggi rispetto agli anni di piombo della gestione Fiengo, ma un po’ per la crisi e un po’ per la diversa mentalità generazionale si disinteressa della linea del giornale.
Il “Corriere” resta in area democratica, presidiata dal solido Perricone, ma con un netto colpo di barra: oggi l’amministratore delegato è più dalemiano che ulivista (prodiano). De Bortoli, che dieci anni fa, quando D’Alema era in auge, ebbe con lui scontri prolungati, sia al “Corriere” sia, dopo, al “Sole”, addirittura con cause per danni, ha subito disposto nella sua nuova vesta una lunga “anticipazione” di un libro per altri versi ignoto di D’Alema, “Il mondo nuovo”. Che poi è andato a presentare a Torino, alla Fiera del Libro.
Il cardinale servirà a riportare il giornale nel cuore dei milanesi, frastornati da Berlusconi. Il cambiamento politico è invece in dierzione più diessina che democratica alla Rutelli-Veltroni. Come già dieci anni fa, Massimo D’Alema è tornato nel cuore dei banchieri di Milano che gestiscono il gruppo del “Corriere”, Bazoli e Geronzi – allora c’era Cuccia. Personalità diverse e anche inconciliabili, i due banchieri, ma uniti dalla stessa filosofia (che è poi quella dell’Avvocato Agnelli, il personaggio di maggior successo della Repubblica): affari a destra, cuore a sinistra. Che è più divertente, quando non costa.

sabato 30 maggio 2009

Made in Germany senza appeal

Questo sito si diceva sicuro all’inizio della trattativa (http://www.antiit.com/2009/05/fiat-1-niente-italia-in-germania.html) che mai la Fiat avrebbe avuto Opel, per motivi “razziali”: mezza Germania sarebbe morta dalla vergogna. Il partito del Nord, del Kulturkampf, della Germania über alles (le tre cose coincidono, coincidono) ha avuto facile gioco di Baviera e Svevia, i socialisti e i metalmeccanici dei cristiano-democratici e sociali – che, al solito melliflui, si accontentano di vincere le elezioni. La soluzione è stata quella che si sapeva: meglio un compratore inesistente, ma gestito da austriaci, che uno competente, ma italiano. Anche a costo di doversi confrontare col non amato Putin, che si vorrebbe il dominus della soluzione Magna.
La gara è tuttavia una sconfitta per la superiorità germanica: una delle sue più grandi aziende non ha avuto in realtà acquirenti. Non interessati a ogni costo, nemmeno determinati. Compresi gli stessi russi, ai quali è andata in regalo. E questo non per altro, ma proprio perché l’azienda è tedesca. Basta vedere il diverso impegno sulla Chrysler, il cui salvataggio è certo più difficile della Opel. Non molti si fidano della Germania. Con tutto il parlare che si fa di mercato, libero scambio, unione europea, la Germania è un mercato chiuso. Attraverso la cogestione sindacale delle aziende, i regolamenti sanitari e ambientali, flessibili ma molto inflessibili, il gioco della autorità sovrapposte, federali e statali (la notte della Cancelleria ne è stata la farsa). E una sovranità, soprattutto, intangibile. A Bruxelles, nella Wto, e ovunque. Non negoziabile: la Germania è il paese che fa quello che vuole, con cui si dialoga di meno. Meno che con la Russia e con la Cina, che è tutto dire. Benevolente a volte, ma nulla di dovuto.
Un secondo aspetto che inficia la superiorità è che, dopo la Opel, la Germania resterà über alles dentro la Germania. D’ora in poi non le sarà facile allargarsi negli Usa, e anche in Europa.

A Sud del Sud - a Sud di nessun Nord (36)

Giuseppe Leuzzi
Osserva madame de Staël in “Corinne ou de l’Italie”: “Il culto della Vergine è particolarmente caro agli Italiani e a tutte le nazioni del Mezzogiorno; sembra allearsi, in qualche modo, a ciò che c’è di più caro e di più sensibile nell’affezione per le donne”. Il passo ha colpito anche Craufurd Tait Ramage, il viaggiatore scozzese, che lo cita in “The Nooks and by-ways of Italy” p. 86, concludendo: “Madame de Staël ha ragione”. Tutto questo si diceva, da conoscitori sul campo, nel primo Ottocento. Bisognerà rifare la sociologia. 

Avendo scoperto a ottantacinque anni la Magna Grecia, Borges se ne dice emozionato. E si ricorda commosso che Snorri Sturluson, il cantore dell’“Edda”, la saga nordica, arrivato all’etimologia del dio Thor, il Giove del Nord, che anch’esso dà il nome al Giovedì-Thursday, afferma che era in origine fratello di Ettore, per l’assonanza dei nomi, e figlio di Priamo: “Naturalmente l’etimologia è falsa, ma è quel desiderio che conta…”, dice Borges: “Sturluson scriveva in Islanda, e là ci si voleva in qualche modo legare al Sud, avvicinarsi all’Eneide… Partecipare della cultura mediterranea”. Lo stesso desiderio, dice Borges, è in altra parola fondamentale: Vaterland-Motherland, che traduce il concetto latino di patria: “Non è questa un’idea che avessero i germani, giacché per loro ciò che contava era appartenere a una certa tribù ed essere fedeli a un determinato capo”. Che un argentino scopra la Magna Grecia attraverso Snorri Turluson, questa è un’altra parte della storia. 

 La mafia dev’essere potente, potentissima, ultrapotente. Fare la politica del Tesoro e quella degli Esteri, oltre che quella dell’Interno e dei partiti tutti, senza distinzione. Più quella della Casa Bianca, e del Cremlino suo feudo. Perché così sarà ultrapotente l’antimafia. 

Lega 
C’è sempre uno che è più meridionale degli altri. “«Forse è anche un po’ troppo rustico nei modi, non trovi?», disse Buddenbrook al console. «Eh, che vuoi, è un meridionale», disse il console soffiando il fuoco nella stanza” Il meridionale dei “Buddenbrook” viene da Monaco di Baviera, che era ed è la città più ricca della Germania, al centro della regione più ricca, ma innominabile per un amburghese. L’amburghese è anche poco tedescofilo e piuttosto anglofilo. Così come i lombardi, o i veneti, che a correnti alterni si scoprono tedeschi. Bisogna sempre guardare in alto. 
 Il patriottismo delle piccole patrie è in chiave leghista il “narcisismo delle piccole differenze” di Freud. C’è un particolare piacere, notava Freud, nell’odiare, disprezzare, perseguitare, o quanto meno ridicolizzare, il vicino più prossimo: i portoghesi per gli spagnoli, i tedeschi del Sud per i tedeschi del Nord. Il fatto è che Bossi ci ha tolto, a mezza Italia se non a tre quarti, la tradizione. Non ci sono più i punti di appoggio, quasi tutti lombardi: i Foscolo, i Monti, i Parini, i Manzoni, gli Amatore Sciesa, i Viva Verdi, e forse anche Cavour. Resiste stranamente Garibaldi: per l’aspetto ribaldo?

Sicilia 
Nel 1984 Borges è stato a Palermo e ha scoperto che i siciliani si dicono normanni. Non capisco perché, si dice. No sa che cos’altro i siciliani dicono di se stessi. 

 Dice Aragon di Quasimodo: “In Quasimodo la Sicilia spiega il mondo”. Che è semplice. Ma è anche ambivalente: che la Sicilia spieghi il mondo è ambizione non soltanto di Quasimodo ma di tutti i siciliani. Ed è inutile cercare se è fondata: è folle, affascinante. 

 La Sicilia sarà sempre stata una colonia, come dice il Gattopardo. Li mettono dentro senza riguardi come mosche appena scoprono che sono siciliani, banchieri, cavalieri del lavoro, poliziotti, prefetti, perfino giudici – ci hanno tentato con Falcone. 

Può darsi che i siciliani siano tutti corrotti e stupidi. Ma è improbabile. Li inchiodano con la sicilianità: la mafia come carta moschicida, a nessun costo. E se avessero la schiena incurvata, con tutte le loro grandezzate e spietatezze? 

Non sanno non essere eccessivi. Il vescovo Quadrarius Famidius non li amava. Il vescovo normanno di Palermo, che costruì la cattedrale, in una lettera definisce i siciliani “astuti nel far del male e neutri di fronte all’offesa”. 

 Ai bambini francesi, secondo Valéry Larbaud “Color di Roma”, 48), si usava dire che “soprattutto le api italiane sono cattive”. Ma venivano dalla Sicilia. 

 Milano 
Una Medea in riva al Lario non fa freddura. Nonché sembrare improbabile - ci vogliono per questo passioni forti. E d’altra parte la moglie di Berluconi è una Medea atipica: vuole sì distruggere i figli e il marito, ma senza essere stata tradita. 

Le donne delle tragedie, Medea, Fedra, Didone, vogliono essere prima abbandonate – Antigone no, ma lei era proprio la figlia di Edipo. La moglie di Berlusconi no: ha l’addetto stampa, interviene alle elezioni, e ha abbandonato lei per prima il marito, giustificandosi col porcile di Roma che è maleodorante. In questo è, senza freddura, una vera Medea di Lombardia, dove la più forte passione è il calcolo. 

 È a Milano e non a Napoli, dice Dionisotti nella sua “Geografia e storia della letteratura”, p. 170, il destino dell’Italia, già nel Quattrocento. Quando Milano decadde, passando di mano in mano, si ebbe il sacco di Roma, la fine della politica medicea, la fine di Firenze, eccetera.

 Tornerà questo triste passato con la moglie di Berlusconi? “Noemi è una ragazza che abbiamo portato avanti con amore e siamo orgogliosi di lei e di come si comporta. Nessuno può smentire questo, da Veronica Lario in giù”, dice il signor Letizia, ospitato dal “Mattino” di Napoli per un’intervista riparatrice: “Per il resto credo che ognuno debba guardare dentro casa sua e non in quella degli altri”. 

Nella farsa dei Berlusconi un po’ di buonsenso. Ma non per il “Corriere della sera”. Sul giornale di Milano Fulvio Bufi ne dà notizia così: “Mia figlia è illibata. Ricordatevi questa parola: illibata”. E basta. Vogliono ironizzare, Bufi e il giornale, e noi sappiamo perché. Mentre che in casa di Veronica-Medea Lario-Berlusconi le figlie fingano di studiare e facciano figli veri, con chi capita, questo non è materia d’ironia né fa notizia. 

 Le due Moratti, la moglie del petroliere, sindaco di Milano, e la moglie del presidente dell’Inter, si fronteggiano da Santoro sulla gestione dell’Expo 2015. La Moratti dell’Inter, che al Forte dei Marmi, dove ha la villa più sontuosa, si candida per Rifondazione, attacca la cognata per le speculazioni edilizie. La Moratti sindaco ribatte: “Alle ultime elezioni eri in lista col mio avversario, il prefetto Bruno Ferrante. E Ferrante lavora con il gruppo Ligresti”. Poche righe sui grandi giornali, e nessun commento. Nessuno sdegno da parte dell’incredibile Stella, che se la cosa avesse avuto odore di meridione ci avrebbe ammannito almeno un paio di paginate. I fratelli Moratti, e le loro mogli, non sono nemici e anzi si frequentano. Mourinho, l’allenatore dell’Inter, che lo onora con l’ingaggio più alto al mondo, anche se ha fatto sfigurare la squadra di fronte all’Anorthosis, dice e ripete quanto il Real Madrid sia squadra più bella e affascinante dell’Inter. Il patron dell’Inter Moratti risponde allungandogli e migliorandogli l’ingaggio. È Milano: ragiona a calci in culo. 
 Rabelais ha un préstinateur, uno a metà tra il predestinato è l’impostore. Il neologismo viene riferito a Calvino, ma potrebbe ben essere l’ambrosiano. L’ex ministro Lucio Stanca confida la verità a Roberto Gervaso sul “Messaggero”, l’Expo milanese del 2015 è un investimento colossale: “L’Expo vale tre volte il ponte di Messina, si spenderanno quindici miliardi”. leuzzi@antiit.eu

venerdì 29 maggio 2009

Il Muro non è caduto vent'anni fa

Si celebra di tutto, perfino il decennale della morte di Wolfendotir, scrittrice islandese, per dire, ce ne sarà una, ma non i venti anni della caduta del Muro. Venti anni fa fuggivano i giovani e i non più giovani, in treno, in macchina, in barca e a piedi, dall’Ungheria, dalla Cecoslovacchia, dalla Polonia, dalla Germania Orientale, mentre i kapò del sovietismo allargavano le braccia rassegnati. Lilli Gruber ne intervistava pure che esibivano un sorriso umano e si candidavano a libere elezioni. Ma nessuna celebrazione se ne fa.
Dopo quasi un secolo si è ristabilita nel 1989 in Europa una situazione di pace non guerreggiata, e niente, la cosa non merita un ricordo. Nemmeno per l’estate, stagione solitamente vuota di eventi, se ne preannunciano: ricostruzioni, convegni, memorie speciali, libri, saggi. Non a Bruxelles, che naturalmente non esiste, ma neppure in Germania e in Italia, dove il silenzio si sente. Forse perché la caduta del Muro ha coinciso con il crollo del comunismo sovietico, e questo non si può celebrare: Germania e Italia sono Paesi per i quali il sovietismo è caduto ma non nei cuori. In Germania nel vecchio cuore di pietra anarchico, in Italia nel conformismo parrocchiale.
Ed è ancora la parte migliore della storia. Perché sicuramente verrà riesumato Gorbaciov, se non è morto, l’unica faccia presentabile di settant’anni di storia. E si dirà: visto, non tutto era bacato, il mercato ci ha portato alla crisi. L’oblio non è trascurabile, è una forma dell’ipocrisia: non si fa la storia (non c’è stata una storia libera del sovietismo, in venti anni), e anzi si contrabbanda con uno slogan, una faccia. Da sinistra: la sinistra, che si è formata politicamente per portare la verità nella storia, si esaurisce in piccoli artifici pubblicitari. Si può parlare di crisi del comunsimo, è vero, ma solo se riguarda la Cina e Tienanmen, che, non sappiamo bene cosa è successo, ma ci può commuovere tutti: la Cina è lontana.

Berlusconi 2: dell'antipolitica il re è lui

Ci si interroga ancora, dopo quindici anni, sui motivi del successo di Berlusconi. Per il populismo si diceva, ma non ha funzionato. Per la politica spettacolo si dice, ma non funziona: Berlusconi come uomo di teatro è un flop, e anzi si danneggia. A meno che per teatro non si intenda la Commedia dell'arte, di cui gli italiani furono maestri, ma si pensava di un tempo antico: dei suoi personaggi buffi e delle sue situazioni Berlusconi è interprete sempre azzeccato. Ciò spiega tra l'altro le sue esagerazioni, quelle uscite che si pensano dannose e invece non lo danneggiano. Ma allora non è tanto di teatro che si parla, quanto del fatto che l'Italia vive ancora al ritmo e ai canoni della Commedia dell'arte - per mancanza di meglio? per scelta di vita?
Si potrebbe anche parlarne seriamente, malgrado il boccaccesco che gli viene ora riversato addosso (mancava, questo sito lo ha tempestivamente segnalato). Le elezioni del 2008 hanno manifestato in modo perfino eccessivo la vera ratio del voto al centro-destra: l'attenzione del centro-destra verso i problemi. I problemi di oggi, non quelli di ieri: il governo della spazzatura e dei terremoti, e della globalizzazione in qualche misura, le schiavitù fiscali, la sicurezza, di polizia e economica, contro la speculazione e i paradisi fiscali, più opportunità per il lavoro autonomo, più previdenza, meglio distribuita, più certezza processuale se non normativa, e quello che rimane del welfare. Altro che fascismo, questo sarebbe un governo minimo, e tuttavia è singolarmente mancante, se non per la politica, sia pure in forma di "uscite" estemporanee, di Berlusconi. Il vero fascismo sarebbe oggi l’estremismo dei vecchi baroni dell’università e dell’editoria, e degli agitatori di piazza, sia pure televisivi, al solo fine della audience, per la battuta, per potersi dire migliori. Che non sono di sinistra – se sono fascisti! Ma che la sinistra si beve avidamente, questa sinistra che respira solo con la Rai, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, il business più spericolato, e l’anticlericalismo. Ma non è tempo di parlarne, non ancora.
Berlusconi prospera per la sbrigativa personalizzazione dell’esecutivo, cioè per la principale obiezione delle opposizioni? E' possibile, gli si oppongono Montesquieu molto immaginari: presidenti della Repubblica subalterni al Csm, partiti dinamitardi delle Camere, con l’irrisione, le assenze, gli emendamenti a migliaia, e giornaloni pierini di nessun credito. È insomma tempo di aggiornare la biografia dell’uomo che ci governa (http://www.antiit.com/2007/11/il-mondo-com-2.html).
Sempre si dice che Berlusconi è un profittatore, un trafficante, un evasore fiscale e un corruttore, nonché un fascista e un capomafia, ma con cautela, poiché è uno che qualche volta ha perduto le elezioni e le altre volte si è fatto eleggere regolarmente, e allora bisognerebbe dire che gli italiani sono ladri e fascisti, come fanno all’“Economist”, la bibbia del ladri, quando sono sobri. Oppure dimettersi da italiano, e altre cose lacrimevoli. Ed è vero che è in lotta con i giudici. Ai quali minaccia sempre una riforma che poi non fa, e quindi non si sa se non è un gioco delle parti, tra giocatori un po' cialtroni. Roba loro, insomma. Ma è difficile credere che siano solo dovuti e casuali gli avvisi di reato che arrivano il giorno in cui si apre una campagna elettorale, oppure tre giorni prima del voto, o il giorno prima di una Conferenza Onu sulla criminalità, o il giorno della Conferenza mondiale sulla fame. O il giorno dopo che un sindaco vezzeggiato ma incapace è finito al ballottaggio. Non con una pratica formale ma con anticipazioni e indiscrezioni ai coraggiosi quotidiani "Repubblica" e "Corriere della sera". E uno vorrebbe poter non pagare così lauti stipendi, roba da parlamentari della Repubblica, a magistrati felloni o goliardi, per statuto irresponsabili e intoccabili.
Il segreto è, forse, che questo egomaniaco un po’ cialtrone ha i piedi per terra, è l’unico che ce li ha. Che sa che c’è la crisi. Che la crisi è grave. Che i rischi sono enormi. Che sa che c’è stato il terremoto. Che c’è un partito dei giudici, catastrofico (affari a Milano, spazzatura a Napoli, veleni a Palermo). Ma soprattutto sa che vige l'antipolitica, che rivoluzionari della Seconda Repubblica sguazzano nell'antipolitica, e questo gioco sa condurre molto meglio di loro. Lasciandoli a sghignazzare e, sotto l’indignazione, a divertirsi: con i processi farsa alla Mills, che ha tutto della spia inglese, con la sua propria moglie, la Medea di Macherio, col Milan che non vince, con l’odio, specie quello uterino contro le ministre, che ha voluto giovani, brave e belle. E c'è a questo punto fondato il sospetto che l'uomo resterà di qualche spessore nel ruolo di federatore nazionale, dopo le sbandate della Lega, che potevano avere ben altro esito (le pacificazione di Formigoni e di Galan in Lombardia e nel Veneto sono a ogni effetto miracolose, la barbarie era già instaurata). E, seppure al coperto dei suoi interessi, di rianimatore della politica: riforma fiscale, della giustizia, degli appalti, della deburocratizzazione, che non ha fatto, né tentato di fare, ma ha sempre riproposto. Inefficiente, questo sì.
Mediocrità, stupidità? È questo il segreto del successo di Berlusconi: la mediocrità degli avversari, l'antipolitica è un brutto virus, non ultimo Franceschini, uno che al meglio è confuso. Anche lui, come tutti bisogna dire, con la presunzione che Berlusconi debba restituire i voti - quasi che essi fossero segnati, bel concetto di democrazia. E per questo alla rincorsa del Centro inafferrabile. Invece di ricostituire una salda e affidabile sinistra, cui il Centro inafferrabile si aggrapperà - il Centro è per natura incerto, e pusillanime. Una sinistra che solo sa esprimersi coi giornalisti-giudici.
In un clima di generale ipocrisia, è vero - è su questo che Berlusconi, eccessivo e perfino volgare qual è, capitalizza. Dove vige la retorica della prevaricazione, la scintillante invenzione di Umberto Eco ("A passo di gambero", pp. 53 segg.) sulla base di Tucidide, del discorso di Pericle e del discorso degli ateniesi ai Meli: ho, abbiamo, il diritto di prevaricare perché sono, siamo, i migliori. Retorica che sembra ingiusta, bisogna aggiungere, ma è insidiosa: il merito ha ancora parte nella giustizia, nella redistribuzione. Senza contare che la stessa giustizia - a ciascuno il suo - si può intendere in tanti modi oltre che l'egualitarismo. E' anche difficile peraltro pretendere da un milanese che sia come gli altri. E' così che gli ateniesi potevano, bontà loro, spiegare ai Meli: noi abbiamo il diritto di imporre la forza perché incarniamo il governo migliore.
Ma, poi, tutto questo, il discorso di Pericle e quello degli ateniesi, sono brodo di Tucidide, retore abile quanto altri mai, che però, per mero carrierismo, la sua città Atene aveva tradito nella guerra contro Sparta - o comunque per questo era stato ostracizzato e visse in esilio. C'è anche questo da considerare, il discorso delle fonti: c'è in campo un Berlusconi, per dire, un tipo non raccomandabile, e c'è il suo nemico Murdoch, uno che chiamano lo Squalo. Mentre noi siamo ancora al discorso dei "compagni di strada", per cui corrotti e grassatori possono dirsi amici, se non compagni, se combattono la stessa lotta.
Il sovietismo che non è morto
Dopo il populismo, non sapendo che pesci pigliare, la scienza che non si vuole piegare alla evidenza ha messo di moda la sospensione della politica. Un concetto che dice solo l’indigenza dell’analisi (o scienza della) politica: Berlusconi può essere solo la prosecuzione della politica con altri mezzi, à la Clausewitz. Non più, ovviamente, quella dei minuettisti piroettanti sull’orlo della corruzione, del compromesso storico, col basso continuo dei sordidi procuratori della Repubblica, ma l’irrompere degli interessi. Quando Berlusconi parla di sé è talmente sbruffone che si resta interdetti, più che ridere o censurarlo. Ma se uno passa anche solo qualche giornata al Nord dell’Appennino sa che esprime una furia generale: tanti, tutti, farebbero la pelle a tutti i politicanti, i minuettisti cioè della glossa e della polizia giudiziaria.
L’Italia che “salta” da sinistra a destra, con costanza, da quindici anni, con fatica, barcamenandosi tra i mille ostacoli posti dalla vecchia politica delle consorterie, lo fa per stare in linea con il nuovo assetto mondiale, il passaggio globale al mercato e quindi alla destra – senza obiezione possibile, giacché ne è protagonista la Cina comunista. Ma l’Italia lo è in modo speciale: 1) abolendo la politica; non solo i partiti di massa ma ogni espressione politica, individuale e di circolo, di idee, di programmi, di bisogni; 2) affidandosi a uno che non si sa cos’è ma sicuramente è un impolitico. Di Berlusconi non si può trattare che per scherzo, e tuttavia è uno scherzo che dura, fatto tanto più straordinario per un pubblico poco propenso ai cambiamenti, poco succube alle tendenze (acquario, gossip, stupidità), e anzi critico e ipercritico. Berlusconi è uno schiaffo che il pubblico dà alla non politica italiana.
Se così è – è così – il rebus italiano è in realtà manifesto. Il “salto” dalla sinistra a questa incredibile destra origina dal golpe del 1992. Dalla mancata autocritica del partito Comunista. Nonché non sciogliersi (ha solo cambiato nome), il vecchio Pci: 1) si è trasformato in un partito di potere (dossier, ricatti, spregiudicatezza), attraverso le dirigenze dei giornali e alcune Procure della Repubblica; 2) ha imposto una generazione dura a morire di personaggi incapaci; 3) ha obliterato ogni concorrenza fuori dell’ex Pci, sempre attraverso i media e le Procure; 4) ha detto e fatto tutto e il contrario di tutto, sulla scuola, l’università, la sanità, il lavoro, le pensioni.
Eccetto che per l’uso delle armi, tutti gli ingredienti del golpe sono stati usati, con la complicità della marionetta Scalfaro: carcerazioni in massa, condanne senza processi, Parlamenti disciolti. È solo qui la sinistra, nell’uso della forza, nelle redazioni e nelle Procure. Residuale dunque – anche se, in questa forma, si può dire un miracolo che raccolga ancora un voto su quattro.
Quando Berlusconi attacca i "comunisti", lo farà per ridere, ma morde. Giocando al “re è nudo” vince, senza barare. Così quando accusa Rai 3 di ostilità: una cosa che tutti vedono, ma Rai e il Pd si affannano a negare. Sylos Labini ha voluto intitolato il suo ultimo libro “Berlsuconi e gli anticorpi”, all’editore spiegando: “I «berlusconi» ci sono ovunque, da noi mancano gli anticorpi”. Avrebbe potuto dire, se avesse voluto vedere, che mancano perché questa è l’Italia della sua stessa rivoluzione legale, l’Italia di Milano – al coperto dei giudici napoletani.
Poi ci sono i fatti, oltre cioè la retorica cominfomista. Nessun commentatore, anche onesto, ama soffermarvisi, ma il fatto è evidente, forse paradossale ma perno ormai consolidato del “ciclo berlusconiano”. L'ultima (non) incongruenza della destra berlusconiana è che beneficia di alcuni milioni, fra i quattro e i cinque, di voti di sinistra: molti socialisti, i repubblicani, non pochi verdi e radicali. L’evidenza è che ci sono in questo governo di destra più socialisti che in qualsiasi altro governo della Repubblica. Con Brunetta, Frattini, Tremonti, Sacconi, Bonaiuti, Stefania Craxi, Eugenia Roccella. E Chiara Moroni, Margherita Boniver, De Michelis, i tanti giuslavoristi che hanno dato un qualche assetto al mercato del lavoro, da Marco Biagi a Michele Tiraboschi. Sono necessari per combattere lasovietizzazione persistente del Paese. Che c'è, e pesante anche per un non liberale, dalla fila alle Poste al controllo dei media, pubblici e privati, e combatterla è una risorse politica evidentemente pagante.
Ritorna a questo proposito il Berlusconi usurpatore caro alla vecchia Dc, in tutte le sue forme. Che ne sarebbe stato della destra senza Berlusconi. Berlusconi ha occupato un posto non suo, solo perché era libero. E altrettali. E invece senza Berlusconi ci sarebbe stato molto più di cui preoccuparsi, questa destra è un problema. Fini, Casini, Bossi sono solo stati capaci d'impedire al governo di governare, le tre volte che hanno vinto le elezioni, questa ovviamente compresa. Non di fare una legge invece di un'altra, ma semplicemente di fare qualsiasi legge. Bossi un po' meno degli altri due, meno vanitoso, meno principino, meno piccolo Andreotti, ma, insomma, Bossi senza Berlusconi è meglio non pensarci. Né Fini né casini hanno mai avuto un'idea, un progetto, un disegno di legge, né hanno promosso perdonalità di governo affidabili. Tengono dei partiti come piedistalli e basta, epitome della politica talk show.
Al suo primo governo Berlusconi diede un’impronta liberale, trovandosene a mal partito, tra l’ideologia dei buoni ragazzi Martino, Marzano, Urbani, Biondi, Costa, e i lazzi dell’Avvocato, ma ebbe il coraggio di nominare Emma Bonino e il professor Monti alla Commissione europea. Il secondo inefficientissimo governo Berlusconi del 2001 fu dominato dal democristianesimo: dei Letta, Fini, Fazio, Casini, Follini, Scajola, e l'incubo ancora persiste. Il terzo Berlusconi è marcatamente, forsennatamente, riformista, e quindi ha come riferimento i socialisti, con la Gelmini di Comunione e Liberazione. Acculando l'opposione di sinistra al blocco delle riforme che pure dovrebbe e vorrebbe fare. Ma a Fini non sta bene, e benché sia presidente della Camera fa di tutto per indebolirlo.
Ma, poi, Fini e Casini non sono nulla. Per quanto riguarda la destra, di Berlusconi si può solo dire che ha irreggimentato – non provocato - la massa populista e razzista che altrove, in Francia, in Germania, alimenta fazioni politiche forsennate. All’insegna del perbenismo, che però è meglio delle squadracce. Due volte ha domato la Lega, il partito del Milano. Dall’8,7 per cento del voto alle elezioni del 1992, Bossi era cresciuto al 10,1 nel 1996, per le macchinazioni di Scalfaro. Con Berlusconi è sceso al 4 per cento, il 3,9 nel 2001 e il 4,2 nel 2006. Nel 2008 ha raddoppiato, ma dopo due anni di centro-sinistra, portandosi di nuovo all’8,3 per cento.
Mentre si può argomentare che questa sinistra è diventata destra. Che non sarebbe una novità, le ambivalenze sinistra-destra hanno connotato tutto il Novecento, il secolo ideologico, e sono ormai una forma mentis - Fini, almirantiano, che diventa leader della sinistra, o la sinistra che marcatamente, forsennatamente, blocca le riforme per tentare di affossare Berlusconi. Ma, restando nell’ambito della costituzionalità e della moralità politica, ciò sempre denota un cambiamento. Non tanto dell’opinione – raramente si muta un’opinione – ma dei riferimenti. Succede che tanti moderati votano a sinistra se la sinistra assicura la legalità e il buongoverno. Per quale altro motivo mai tanti destrorsi professi sono colonne della sinistra, Di Pietro, Travaglio, Zucconi, D'Avanzo? Mentre tanti riformisti – i socialisti, se sono ancora qualcosa, sono riformisti, per l’efficienza e il buon lavoro delle istituzioni – devono votare a destra.
Il mondo politico tutto si perde nel reality quotidiano televisivo, mostrandosi per quello che è, senza qualità. E Berlusconi diventa un gigante solo per fare le cose che per ruolo deve fare – non al meglio, lo sanno tutti che è inadeguato. Può pure dire che questo parlamentarismo è inutile. Che è la verità, anch’essa a tutti nota: è di un livello così basso che tutti i legislatori di Berlusconi, Brunetta, Gelmini, Carfagna, per non dire di Sacconi e Tremonti, giganteggiano al confronto. Di fronte, Berlusconi ha un Pd(C), un partito 'dde che? Una formazione affrettata di vecchi berlingueriani, spregiatori dell’universo, settari, furbi, che non sanno che la guerra è perduta, e di ex democristiani che li temono e li odiano. Con le ali marcianti Casini e Di Pietro, ed è tutto dire. Il Tg 1 di questi anni resterà nelle cineteche come un “Metropolis” seriale di piccoli mostri: di facce assurde che dicono cose assurde, per di più col cipiglio del papa in trono.
Dopodichè, e anche per questo, resta il fatto che l’Italia di Berlusconi non sa riprendersi dal golpe, non è pacificata, non è bella. Non ha risolto nessuno dei suoi tanti problemi, la scuola, l’università, la giustizia, i trasporti urbani, e ne ha aggiunto altri, la sanità, la viabilità, l’efficienza pubblica, senza “porsi il problema” del debito. Immersa nei vizi di sempre. Inefficienza, corruzione, evasione.
Golpe continuo giudiziario
Nell’attesa dell’alba vale tuttavia la pena, benché l’esercizio sia rischioso, tentare di capire perché Berlusconi vince facile. Intanto, è una vittima. Berlusconi e i suoi, Fini, Bossi, sono il lascito della “rivoluzione giudiziaria” che ha annientato quindici anni fa la politica. Una controrivoluzione (ma fu un golpe, dei giudici con Scalfaro, che se è qualcosa è un giudice, l’ultimo che ha comminato la pena di morte in Italia, beghini e collo torto quale si professa) da cui l’Italia fatica a riaversi: non c’è democrazia senza politica, il voto è rassegnato. C’è peraltro a Milano una questione morale fortissima nella magistratura, a petto della quale le leggi ad hominem di Berlusconi sono senz’altro legittima difesa: avere assistito anche a una sola udienza del falso processo Mills genera una repulsione fisica, non per Berlusconi.
Berlusconi ha vissuto, da milanese sopraffattore, una brutta storia di sopraffazioni. Un signore che si siede a palazzo Chigi con tutte le sue aziende e un campo sterminato d’interessi. Portando a giustificazione la difficile successione tra i figli di due matrimoni. Di che stropicciarsi gli occhi. Ma peggio per i suoi nemici. Per quanto svergognato, questo stesso signore è stato vittima di una campagna violentissima contro la tv gratuita o commerciale: “Interrompe le emozioni”, e altre stronzate. E ben due refererendum contro questa stessa tv, che ha vinto. Roba certamente da “comunisti” – due referendum per chiudere una televisione, Mussolini non avrebbe osato tanto, forse Stalin, ma Stalin, certo, non avrebbe fatto un referendum. Senza che nessun sindacato o teorico della libertà di espressione pronunciasse nemmeno una mezza parola di difesa, nemmeno una barzelletta se ne poteva fare. Contro una Procura e una Guardia di finanza che a Milano per quindici anni hanno avuto occhi solo per lui: nessuno ruba a Milano, com’è noto, solo Berlusconi. Negli stessi anni in cui sparivano intere aziende, come la Rizzoli-Corriere della Sera, la Sme un paio di volte, Telecom Italia, e altre giocavano impunemente alle tre carte, Tiscali, Saras, Seat Pagine Gialle anch’essa un paio di volte.
C’è un’illegalità generale, di cui Berlusconi è una parte, non preminente. Non della corruzione per esempio, né delle pratiche antisindacali, sui salari o sui contatti. Nella cajenna milanese, semmai, Berlusconi brilla per lo stellone, che a questo punto è da ritenersi una prova speciale di abilità, se non un segno divino. Più volte lo ha fatto col banchiere di De Benedetti, Ruggero Magnoni – quello che per De Benedetti s’inventò Omnitel, una cosa costruita nel 1989 per comprarsi dal direttore generale del Tesoro Draghi una licenza dei telefonini durante la campagna elettorale del 1994 per 750 miliardi, per venderla l’ano dopo a Mannesmann per 14 mila miliardi. Magnoni nella prima metà del 1994 ha trovato un compratore per Telepiù, la tv a pagamento di Fininvest che Draghi fece dichiarare illegale, il magnate sudafricano Rupert. A metà 1994 Fininvest-Mediaset rischiavano il fallimento, con oltre quattromila miliardi di debito, ma Cesare Geronzi se ne fece provvisoriamente carico alla Banca di Roma. Finché nella seconda metà dell’anno Magnoni, insieme col produttore tunisino Ben Ammar, non mise insieme un ricco parterre di acquirenti della minoranza di Mediaset, Rupert, al Waleed e Leo Kirch, con 1.250 miliardi.
Il rifiuto della partitocrazia
Altre evidenze. Non c’è paragone, quanto a moralità negli affari, tra il Berlusconi paladino della destra e un De Benedetti cavaliere della sinistra, di cui non si sommano i tradimenti, le incursioni, le vendette, i veri e propri imbrogli (la Sme). Eppure di quest’ultimo la sinistra compromessa ha fatto e fa un eroe, un profeta, un portabandiera. Uno legge la squallida indagine di Boccassini e Colombo sulla Sme, il misfatto degli anni Ottanta, e trasecola. Dell’improntitudine più che della faziosità. Di fautori storici dell’antipolitica (il governo dei tecnici, il governo dei professori, la società civile, il emico Berlusconi) che si erigono proditoriamente a difensori del parlamentarismo quale baluardo della democrazia. Certo che la democrazia e la Costituzione sono parlamentari, ma non dei Parlamenti maneggioni di Lor Signori. Il fatto è che rappresenta la sinistra non è di sinistra. Anche perché la sinistra, cessato il togliattismo (il cesaroleninismo) non sa che pensare,se non fomentare l’odio - è un morto vivente, dopo un suicidio, un incubus.
Berlusconi è, sgradevole, uno che sa di che si parla. Per il protagonismo, ma anche per il pragmatismo. Non è male sapere di che si sta parlando o si parlerà. Anche nei suoi pavoneggiamenti in politica estera. Come il famoso patrocinio dell’europeità della Russia, sostenuto davanti al suo “carissimo amico” Bush jr, sapendo cioè che gli Usa saboteranno sempre un asse eurorusso. Sa quali sono i tempi e le loro curvature in discussione, sa palarne compiutamente a braccio. È prolisso, l’opposto cioè di come usa nelle aziende e nei consigli d’amministrazione, ma forse per meglio rappresentarsi i termini del problema di sta parlando. E tuttavia è meglio del ronron indistinto in burocratese dei politici, avulsi dalla realtà e ad essa non interessati, solo al politicking.
Ha un distinto senso delle cose reali anche nel linguaggio. Da una lato ancora Berlinguer, con l’emergenza (lavoro, casa, futuro, donna, gay, bambini, anziani, influenza, incidenti stradali…), dall’altro un (tentativo di) governo, col minimo danno possibile. All’insegna del futuro che è qui, e contro l’insicurezza – che altro ci sta a fare un governo? Da un lato le “priorità”, di Berlinguer e La Malfa, esclusive: la spesa pubblica, il debito, la riforma sempre, e le opere pubbliche, quelle nostre, quelle degli altri invece non lo sono, e c’è perfino la priorità prioritaria. Un modo come un altro per non fare, con la coscienza pulita. Mentre, again, un governo che si sta a fare se non fa?
Sa il fatto fondamentale dell’epoca, che il processo di decisione politico va semplificato. Il fenomeno del plebiscitarismo, importato in Italia nelle forme americane, con le primarie, i circoli, i gruppi d’interesse e d’influenza, la scelta del candidato. L’immagine (sarto, parrucchiere, visagista) che Berlusconi cura ossessivo, come tutta la politica di accentramento dell’attenzione sulla propria persona, non è civetteria, è una strategia. La funzione principale di un partito è di scegliersi un candidato. La categoria del populismo è inadatta per un uomo d’affari, che se è qualcosa è un calcolatore. Lo stesso la sospensione della politica, l’idiozia maggiore – la politica non tollera il vuoto. Berlusconi, per come si presenta, è un adattamento alla politica plebiscitaria. Alla politica democraticamente nata dai referendum. Che non ci sono stati per nulla, per un capriccio di Pannella o di Segni, come poi di Achille Ochetto e Di Pietro, ma sono stati e sono, anche nell’assenteismo, l’espressione migliore degli umori popolari. E tutti, a lungo, con coerenza, hanno fatto blocco sul rifiuto della partitocrazia.
Si può anche dire che l’Italia, come sempre laboratorio d’innovazione, ha mutato gli assetti dell’espressione politica in Occidente. Anche se questo non c’è scritto nell’“Economist” o “Le Monde”, anche se l’ha fatto con Berlusconi. Il plebiscitarismo, la politica incarnata in una persona, seppure con vincoli e contrappesi, libera la politica dalla proliferazione e dall’ipocrisia, ne riduce comunque l’area (sottogoverno, lottizzazione, spoglie), supera nell’azione di governo la dicotomia destra-sinistra, che è al fondo una gabbia e non una ispirazione, una dialettica involutiva e non innovativa, e sopratutto facilita l’attribuzione delle responsabilità. Il plebiscitarismo si è affermato in Italia in risposta alla proliferazione dei partiti, e in favore della governabilità. In questo senso, affermando una leadership, caratterizza anche l’opposizione, la obbliga a caratterizzarsi, ad animarsi. È un modello che è stato presto adottato in Gran Bretagna, da Blair e ora da Cameron, in Francia da Sarkozy, ed è il modello attorno a cui si è costruito il personaggio Obama.
Dopodichè, resta il fatto che l’Italia di Berlusconi non sa riprendersi dal golpe, non è pacificata, non è bella. Non ha risolto nessuno dei suoi tanti problemi, la scuola, l’università, la giustizia, i trasporti urbani, e ne ha aggiunto altri, la sanità, la viabilità, l’efficienza pubblica, senza “porsi il problema” del debito. Immersa nei vizi di sempre. Inefficienza, corruzione, evasione.