Mantiene la vivezza del debutto fulminante, nel 1992 a ventitrè anni, questa storia di cartilagini e di avatar, che inaugura la galleria dei nichilisti freddi à la Nothomb, ventriloqui, rigurgitanti. Dell’“estetica del vomito” contro “la letteratura degli stati d’animo, detti sentimenti”. La cartilagine è “l’articolazione che permette di andare in avanti, ma anche indietro, aprendo l’accesso all’eternità”. E la scrittura è “una gigantesca cartilagine verbale” - una metaforissima, dopo il vituperio di prammatica della metafora, con i simboli e la dialettica. Ipotizzandone la nullità, prima ancora di uscire, nell’“epoca della malafede”, in un mondo di “lettori non lettori”, a partire dall’“Iliade” e dall’“Odissea”, e di “uomini-rana” che attraversano un libro “senza prendere una goccia d’acqua” – quindici anni fa, oggi si direbbe “persone-rana”. Quanto agli avatar, essi ritornano in epoca non sospetta, Internet era solo una ipotesi.
Amèlie, nome eletto come la protagonista Léopoldine, e persona che s’indovina generosa, perché il genio è generoso, fa distinto Settecento. Che potrebbe essere la cifra del Millennio. Pur evocando Céline, non ne ha la corporeità. Anche quando fa rivivere, come qui, il sogno dell’infanzia. Senza l’incontinenza, ecco, che giustamente rimprovera a madame de Lafayette. Sul principio che “amare è difettivo”: si coniuga solo al singolare, anche nelle forme plurali, “se due persone dicono di amarsi, l’una delle due deve sparire per ristabilire il singolare”. La coniugazine è l’esistenza, la coniugazione del verbo: “Se la coniugazione non esistesse, non avremmo neanche coscienza di essere individui distinti”. Non viceversa. E l’assassinio è “rapido e pulito” perché “il classicismo non commette mai peccati di gusto”.
E tuttavia il libro, il racconto, s’interrompe a metà. Quando il ruolo di eversore, tenuto dal protagonista scrittore, grasso, pieno, passa alla sua contestatrice, svelta, dissolvente. C’è la novità, paradossalmente, dove c’è il ruolo: lo scrittore può solo essere architetto, con tutto il suo dichiarato nichilismo, se è un indagato o un correo non è niente, non rende.
Amélie Nothomb, Igiene dell’assassino
venerdì 31 luglio 2009
Mani Pulite e batoste nell'antica Roma
Anche i Romani prendevano batoste, ma all’epoca la cosa non si pubblicizzava, i nemici degli sconfitti più spesso trovavano utile non avvantaggiarsi. Per il resto quell’anno 186 a.C., in cui il grosso dell’esercito romano fu ridotto male dai Liguri-Apuani nella gola appenninica detta Saltus Marcius, dal nome del console sconfitto Quinto Marcio Filippo, sembra oggi, la storia è immutabile. Il tranello riuscì in un anno funestato dai presagi, che consigliarono ai consoli di trascurare la "pacificazione" dell'Iberia per curare la politica interna: a Roma e dintorni cadevano pietre dal cielo e fuoco che si attaccava alle vesti, un ermafrodito di manifestò in Umbria, evento molto infausto, e una prostituta, Ispala Fescennia, si prestò a una comoda quasi guerra civile contro gli Emili-Scipioni, famiglia prominente colta e innovatrice.
Invece della guerra, Roma fece lo scandalo dei Baccanali: come per Ispala, dichiarata “pentita”, furono istituiti premi in denaro per altri pentiti denuncianti, che consentirono migliaia di arresti, metà dei quali assortiti da pena di morte, a meno di pentimento seguito da delazione, la quale comportava la remissione della pena e, a sua volta, premi in denaro, insomma Mani Pulite, Marcio era Borrelli, Roma sembrava Milano. Una vicenda famosa, che Tito Livio, a differenza dell’imboscata al Saltus Marcius, narra per esteso, al libro XXXIX, capp. 8-19. I Romani perdettero nella gola tra i sette e i novemila uomini. Il Marcio-Borrelli disperse successivamente l’esercito: la cosa si faceva dopo una vittoria, in territorio “pacificato”, il console lo fece per non consentire la conta dei morti.
Esemplare libro di storia locale, con una documentazione formidabile, e un uso anche accorto delle fonti. E tuttavia la storia locale non si libera dai noti limiti del genere. Tutti legati allo autodidattismo, con tanto entusiasmo e poca disciplina, al rovescio della storia ufficiale, disappetente. Con l’assurdo, quindi, ripetuto parallelo tra i Liguri e Apuani e i Dakota, i Cheyenne, eccetera, con tanto di Cavallo Pazzo e Toro Seduto. Non la sola caduta.
Lorenzo Marcuccetti, Saltus Marcius. La sconfitta di Roma contro la nazione Ligure-Apuana, petrartedizioni, pp.309, €25
Invece della guerra, Roma fece lo scandalo dei Baccanali: come per Ispala, dichiarata “pentita”, furono istituiti premi in denaro per altri pentiti denuncianti, che consentirono migliaia di arresti, metà dei quali assortiti da pena di morte, a meno di pentimento seguito da delazione, la quale comportava la remissione della pena e, a sua volta, premi in denaro, insomma Mani Pulite, Marcio era Borrelli, Roma sembrava Milano. Una vicenda famosa, che Tito Livio, a differenza dell’imboscata al Saltus Marcius, narra per esteso, al libro XXXIX, capp. 8-19. I Romani perdettero nella gola tra i sette e i novemila uomini. Il Marcio-Borrelli disperse successivamente l’esercito: la cosa si faceva dopo una vittoria, in territorio “pacificato”, il console lo fece per non consentire la conta dei morti.
Esemplare libro di storia locale, con una documentazione formidabile, e un uso anche accorto delle fonti. E tuttavia la storia locale non si libera dai noti limiti del genere. Tutti legati allo autodidattismo, con tanto entusiasmo e poca disciplina, al rovescio della storia ufficiale, disappetente. Con l’assurdo, quindi, ripetuto parallelo tra i Liguri e Apuani e i Dakota, i Cheyenne, eccetera, con tanto di Cavallo Pazzo e Toro Seduto. Non la sola caduta.
Lorenzo Marcuccetti, Saltus Marcius. La sconfitta di Roma contro la nazione Ligure-Apuana, petrartedizioni, pp.309, €25
La scuola di dialetto è tutta invidia
Con apprensione il “Corriere della sera” ha lanciato la questione dialetto, dedicando l’apertura mercoledì alla richiesta della Lega di formare insegnanti di dialetto. Sono a rischio l’unità, il Risorgimento, l’innovazione tecnologica, le tre i del cavaliere milanese, oggi quattro con l’idiozia, il solito argomentare stanco degli ultimi venti anni. È il pendolo: un giorno il “Corriere” ci impone la Lega, e il giorno dopo la denigra, per lasciarci nell’incertezza.
E' pure vero che la Lega ama sparale sempre grosse, è un modo di sentirsi vivi che piace, non solo al Nord-Est suo feudo. Ma non dispiacerebbe a nessuno che Milano si manifestasse per una volta quella che è, incapace d’imparare l’inglese, e forte dove si sente protetta. Se non fosse che è l’ennesima manifestazione d’invidia: Milano, l’eletta della nazione, invidia il detestato Sud, dove si parla dialetto con gusto, per non riuscire ad imparare nemmeno l’italiano, cosa che anche un bambino sa fare.
Questa non si sapeva, ma non è una novità. Già da tempo Milano invidia a Napoli il dialetto che vuole la traduzione in sovrimpressione, delle canzoni e dei film. Che è cioè un’altra lingua, e ben efficace. A Roma il romanesco. Ogni estate da molti anni la Lega propone di eliminare dalla rai gli speaker e i presentatori che parlano romano, e di ridurre i finanziamenti al cinema, dove di solito si parla romano. E alla Sicilia il dialetto con cui fa letteratura da storia se non da manuale, da Cielo d’Alcamo a Verga e Ignazio Buttitta, che la sua poesia più famosa dedica proprio alla difesa della parlata dialettale. Nonché ad Andrea Camilleri – eh sì: lo scrittore e il personaggio più letti di tutta la storia libraria scrivono e parlano e pensano in dialetto. Non solo la cucina, quindi, il sole e la strafottenza, il vero portamento elegante, ma anche la sicumera con cui si chiudono a riccio Milano invidia ai terroni.
La soluzione della questione meridionale
Questo è un fatto. Ma non negativo, dal punto di vista risorgimentale, e anzi potrebbe entrare nei programmi, ancora vuoti, del Comitato di studiosi del centocinquantenario: la proposta potrebbe finalmente risolvere la questione meridionale. Proprio nel momento in cui la questione meridionale insorge con prepotenza, con sicuri gladiatori tipo Micciché, benché ingrassato, Lombardo, nomen omen, e Bassolino, anzi pure con Loiero. Una piccola trasformazione che potrebbe infine dopo due secoli, o sono millenni, disinnescare il divario Nord-Sud. Se Milano pensasse in dialetto, si ristabilirebbero condizioni di parità con Napoli e la Sicilia.
È noto che la dilettazione a pensare e scrivere localmente va di pari passo con due fenomeni che oggi più non si citano per la vergogna ma che hanno avuto fino a ieri cultori illustri, la napoletanità e la sicilitudine. Quella centrata sull’anema e core, questa sulla metafisica, due falsi, se non erano prese per il culo del protervo Nord. Di cui non si può dire che siano all’origine del divario Nord-Sud, ma sicuramente ne sono espressione. Con la connessa difficoltà a pensare un’altra latina, sia pure l’italiano facile facile, per la comune ascendenza latina. Il sardo, che non è latino, non ha difficoltà a imparare l’italiano, così che l’isola pietrosa è meglio amministrata e ben più ricca della ferace Campania, della Sicilia che la storia più antica dell’Europa e dell’Ocidente, e della Calabria che ha il suo stesso chilometraggio marino. Ma questo non importa. Ora, se si creasse un lombardismo, con gli zoccoli, gli olmi, le sciure palanche e i cumenda, il divario, chissà, si ridurrebbe.
E' pure vero che la Lega ama sparale sempre grosse, è un modo di sentirsi vivi che piace, non solo al Nord-Est suo feudo. Ma non dispiacerebbe a nessuno che Milano si manifestasse per una volta quella che è, incapace d’imparare l’inglese, e forte dove si sente protetta. Se non fosse che è l’ennesima manifestazione d’invidia: Milano, l’eletta della nazione, invidia il detestato Sud, dove si parla dialetto con gusto, per non riuscire ad imparare nemmeno l’italiano, cosa che anche un bambino sa fare.
Questa non si sapeva, ma non è una novità. Già da tempo Milano invidia a Napoli il dialetto che vuole la traduzione in sovrimpressione, delle canzoni e dei film. Che è cioè un’altra lingua, e ben efficace. A Roma il romanesco. Ogni estate da molti anni la Lega propone di eliminare dalla rai gli speaker e i presentatori che parlano romano, e di ridurre i finanziamenti al cinema, dove di solito si parla romano. E alla Sicilia il dialetto con cui fa letteratura da storia se non da manuale, da Cielo d’Alcamo a Verga e Ignazio Buttitta, che la sua poesia più famosa dedica proprio alla difesa della parlata dialettale. Nonché ad Andrea Camilleri – eh sì: lo scrittore e il personaggio più letti di tutta la storia libraria scrivono e parlano e pensano in dialetto. Non solo la cucina, quindi, il sole e la strafottenza, il vero portamento elegante, ma anche la sicumera con cui si chiudono a riccio Milano invidia ai terroni.
La soluzione della questione meridionale
Questo è un fatto. Ma non negativo, dal punto di vista risorgimentale, e anzi potrebbe entrare nei programmi, ancora vuoti, del Comitato di studiosi del centocinquantenario: la proposta potrebbe finalmente risolvere la questione meridionale. Proprio nel momento in cui la questione meridionale insorge con prepotenza, con sicuri gladiatori tipo Micciché, benché ingrassato, Lombardo, nomen omen, e Bassolino, anzi pure con Loiero. Una piccola trasformazione che potrebbe infine dopo due secoli, o sono millenni, disinnescare il divario Nord-Sud. Se Milano pensasse in dialetto, si ristabilirebbero condizioni di parità con Napoli e la Sicilia.
È noto che la dilettazione a pensare e scrivere localmente va di pari passo con due fenomeni che oggi più non si citano per la vergogna ma che hanno avuto fino a ieri cultori illustri, la napoletanità e la sicilitudine. Quella centrata sull’anema e core, questa sulla metafisica, due falsi, se non erano prese per il culo del protervo Nord. Di cui non si può dire che siano all’origine del divario Nord-Sud, ma sicuramente ne sono espressione. Con la connessa difficoltà a pensare un’altra latina, sia pure l’italiano facile facile, per la comune ascendenza latina. Il sardo, che non è latino, non ha difficoltà a imparare l’italiano, così che l’isola pietrosa è meglio amministrata e ben più ricca della ferace Campania, della Sicilia che la storia più antica dell’Europa e dell’Ocidente, e della Calabria che ha il suo stesso chilometraggio marino. Ma questo non importa. Ora, se si creasse un lombardismo, con gli zoccoli, gli olmi, le sciure palanche e i cumenda, il divario, chissà, si ridurrebbe.
mercoledì 29 luglio 2009
Il mondo com'è - 19
astolfo
Antifascismo - Cesare Pavese, sollecitato a partecipare alla scuola ebraica doo le leggi razziali, non rispose. Pavese e Bobbio non gradivano essere considerati antifascisti.
Austria - È bizzarro che il mito dell'Austria Felix rinasca, senza essere una moda culturale, e si allarghi. Anche a Milano e Trieste, come crogiolo d'intelligenza e modernità, tra Otto e Novecento, senza ricordane su questo versante le ambiguità.
L'Austria è la prima reponsabile dell'orribile Ottocento, più della regina Vittoria e di Napoleone III: delle censure e le polizie politiche, delle continue ripetute rivolte obbligate per ottenere diritti minimi, e del terrorismo. Soprattutto in Italia, nei suoi domini e negli stati da essa controllati, il papato e il napoletano, i ducati padani, e perfino la Toscana. L'Austria è la responsabile primaria dell'imbastardimento della politica italiana - della politica contemporanea e del Risorgimento, dopo la morte precoce di Cavour.
La stessa fioritura musicale che si ascrive a merito dell'Austria avviene, tutto sommato, malgrado Vienna. Haydn, Mozart, Beethoven operano a Vienna solo grazie a protettori ungheresi, tedeschi, russi, italiani, misconosciuti dal pubblico e maltrattati dalla corte.
Barbarie - Non esiste - disse il barbaro.
Comunicazione - È trapassata ad aggressione: ognuno lancia se stesso contro l'altro, millantando, commiserando, esponendo, ma sempre e solo se stesso, le proprie disgrazie e i propi successi, le fobie, le malattie, le grandezzate, le pene d'amore e familiari, le ansie per la fine del mondo, e l'astio sempre contro gli altri. È una forma di misantropia, aggressiva: tutto degli altri è irrefrenabilmente soggetto a critica o lamento, la passione politica o l'abbigliamento, il portamento, le relazioni, l'attività, lo stile di vita, e anche il tifo calcistico.
La più invasiva è quella dei media. Un colloquio si può sempre rifiutare, o una conversazione in treno, anche con la prenotazione obbligatoria, i media no La pubblca esposizione per molti anni è stata una condanna e una pena, la gogna, ora è un privilegio e un vantaggio: esponendosi, ci s'impone. Discrezione e pudore non sono virtù, e anzi non sono, se non per snobismo.
Cristo - Storicamente, è l'interruzione del rapporto, filosofico, poetico, con la natura. Nel linguaggio, nella logica, nei riti ha senz'altro mediato l'Oriente per l'Occidente pagano, greco-romano. Ma come figura storica ha interrotto la naturalità dell'esperienza umana.
Democrazia - C'è ipoteticamente, in natura, dove i singoli all'interno della specie sono identici e fungibili, e le stesse specie lo sono, morfologicamente e come "valore". Nella società è un derivato, un voler essere.
Duemila - L'uomo del Duemila non c'è. Bush, Gore, Obama sono manichini. Sono di cera i divi del cinema, anche le dive, e dello sport.
La donna c'è ancora, ma è confusa.
Heidegger - Se il filosofo fu nazista è questione oziosa, poiché lo fu - e malgrado tutto non ci ha tenuito a rinnegarlo. Non oltranzista. Fu antisemita ma, come tutti, vergognandosi della Soluzione Finale. Fu un nazista sconfitto. non c'è dubbio, neppure minimo. Ritenne il nazismo la politica della sua filosofia. Lo argomentò a lungo. A lungo tentò d'imporla a Hitler.
Il "Discorso del Rettorato" va riportato a quella che era - la proiezione sociale - la filosofia di Heidegger all'epoca, in Germania e in mezza Europa, all'università e tra i giovani studiosi, a quello che era, figurava essere, Heidegger, filosofo appassionato e antiaccademico, innovativo e quindi aperto, impegnato e quindi onesto. Cosa che la "volpe" non era. Ma è da quell'immagine che si misura, in negativo, l'effetto e il peso del suo schieramento con Hitler. Il "Discorso" è tanto piatto quanto inequivocabile. Il filosofo è, Heidegger-Platone, politicamente ingenuo, come ogni militante della politica, cioè dilettante e entusiasta. Il tipo che si ama e si apprezza se ci si riconosce.
Heidegger ha riaperto la filosofia, il libro della filosofia. Dopo i divincolamenti di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche, e le rassegnate riedizione di kantismo, platonismo, scolasticismo, hegelismo, marxismo perfino. Riapre tutto il campo cambiando il modo di filosofare: aprire tracciati invece di delimitarli. Il modo d'interrogarsi e il tipo di risposte da cercare. Tutta una nuova maniera d'essere, per la filosofia, e una nuova strumentazione, la terminologia - le categorie. Ma vi introdoce il sentimentalismo, della terra e la tribù, della tradizione, dei sentimenti stessi. E forse ha già lasciato solo macerie, malgrado la monumentalità dell'Ausgabe.
Illuminismo - È un chiarimento di varia specie. C'è quello della ragione, come s'intende in italiano, e quello della magia e del mistero, come s'intende in francese. Ma c'è un'ambivalenza anche nel nostro illuminismo, non basta, non serve, dimenticare Cagliostro: Illuminati dalla magia furono in Italia prima che altrove, in Scozia, Baviera, praga, eccetera.
Ineguaglianza - È come la libertà, è uno spreco, ma non ce lo possono togliere.
Obama - Nella "nascita" improvvisa, nel portamento, sempre uniforme, mai appassionato mai stanco, nella medietà, e anche nel fisico, sembra l'Impersonificatore del Nuovo Impero Americano, la creatura di una segreta regia di androidi. È da lungo tempo ormai, da una ventina d'anni, che gli Usa governano il mondo con la fredda distanza dell'impero delle "Guerre stellari" alla Lucas. Sempre impegnati in una qualche guerra, anche in due e tre guerre insieme, con eserciti dei cui effettivi non si curano, anch'essi robotizzati, nell'inverosimile affardellamento delle foto di guerra, remoti gestori di un impero che non considerano e non conoscono, e solo identificano per le coordinate geografiche. Al comando di un clone che si è chamato Clinton, e poi Bush, e ora sembra proprio Obama.
Una politica altera e remota, freddamente bellicosa. Dalla guerra del Golfo, ma già da prima, dalle guerre stellari di Reagan. E la guerra ha portato negli omonim film alla Lucas, tirandola fuori dal diritto internazionale e dalle umane sofferenze. Vi si muore, e anche in grandi numeri, ma si intendono le guerre come delle lezioni, da dare a questo e a quello, sulla base di un titolo non dichiarato ma ovvio. Già nel 1969 Ballard immaginava il suo paese desertizzato in una vaga resistenza contro gli Stati Uniti, che lo occupavano senza una ragione detta, e il suo paese era la Gran Bretagna. Obama, il Grande Capo più umano di questo Impero, ha perfino la sagoma del perfetto androide, che parla come l'aquila dello stemma, guardando da destra e da sinistra (in realtà legge i messaggi prefabbricati dalla Forza Oscura....), figlio di un africano uscito dal bush e ivi scomparso, di una fattrice bianca di cui altro non si sa, educato nelle lontane Hawai da vecchi saggi, in figura di nonni...
C'è un unilateralismo non dichiarato ma indiscusso, piano, nei fatti, della politica americana. Se non dalle guerre stellari di Reagan, da Tienanmen e dalla caduta del Muro, dal fatidco 1989 che ha segnato il crollo dell'impero del Male, e Obama venuto dal nulla ne è interprete da copione. C'è l'indifferenza a Tienanmen, in pieno regime dei diritti umanitari, e anzi "l'asse con la Cina". Sostanzioso, giacchè metà America può fare la spesa solo con i prodotti cinesi a basso prezzo, ma anch'esso parte della politica dei riflessi muscolari, senza alterazioni sanguigne e senza cuore. L'ignoranza dell geografia, e l'indifferenza, non è una novità in America, grande paese continentale, che basta cioè a se stesso. Ma perduto è ora il senso del diritto, che bisogna dire vigoroso finché serviva all'America per scuotere il Vecchio Mondo. Apparentemente, è questo un esito della politica dei diritti umani, che ha soppiantato il diritto di non intervento. In realtà, non c'è una guerra umanitaria, c'è un non dichiarato diritto d'intervento, per ogni fine, anche non "buono", e a nessun effetto, se non, il più spesso, peggiorativo per gli stessi diritti umani. Partendo proprio dalle bombe intelligenti, che hanno sostituito il combattente, anche se muore solo questo, e magari sprigiona radiazioni mortali, di cui non vale nemmeno parlare.
Sessantotto - È stato l'estrema torsione del progetto laico, di tutto crearsi e assoggettare: la libertà, il desiderio, l'amore, la rivoluzione.
Illuminista? Non è un movimento intellettuale - senza contare che dopo l'illuminismo ci sono stati, ben popolari, Schopenhauer, Kierkegaard, Niezsche. È cultura materiale, e di massa. È il capitalismo, la cui essenza è l'attivismo, l'aspettativa della crescita. Dalla scuola al femminismo, dalle istituzioni alla coppia, e al rifiuto della guerra, dappertutto la tensione è all'innovazione, anche radicale, utopica. Non c'è un obiettivo e una meta, un modello, un'ideologia sistemica, ma la tensione, e quindi la certezza, di creare se stessi. Per questo è stato detto generazionale mentre non lo è, è un movimento di massa.
Culturalmente si sostiene col neo scientismo (Freud, Debord, Basaglia, Laing, i "Grundrisse") e con i buoni propositi (di nuovo i "Grundrisse"). La sua utopia è quella immediata, realistica, del capitalismo, o dell'efficientismo - la fantasia al potere si vuole produttiva e non eversiva. Per questo è anche semplificatore.
Il Sessantotto come punta o freccia del capitalismo - dell'ottimismo della volontà, nel suo movimento ascensionale: non è una trovata, è un fatto.
Rivoluzione - È borghese - di quando c'era quindi la borghesia, una con un progetto. È infatti ordinata in un progetto: regolata, progressista, secondo una logica cioè costruttivista, di accumulazione.
Ma è vittima dell'Ottantanove. Che ha gettato la maschera on Bonaparte. Per tornarte a Luigi XVIII, monarca mezzo costituzionale. Si dice: la rivoluzione si stanca. No, si svena. Dopo l'Ottantanove è la norma, la dissipazione - l'Ottantanove è l'"invenzione" più riuscita dell'ordine costituito.
astolfo@antiit.eu
Antifascismo - Cesare Pavese, sollecitato a partecipare alla scuola ebraica doo le leggi razziali, non rispose. Pavese e Bobbio non gradivano essere considerati antifascisti.
Austria - È bizzarro che il mito dell'Austria Felix rinasca, senza essere una moda culturale, e si allarghi. Anche a Milano e Trieste, come crogiolo d'intelligenza e modernità, tra Otto e Novecento, senza ricordane su questo versante le ambiguità.
L'Austria è la prima reponsabile dell'orribile Ottocento, più della regina Vittoria e di Napoleone III: delle censure e le polizie politiche, delle continue ripetute rivolte obbligate per ottenere diritti minimi, e del terrorismo. Soprattutto in Italia, nei suoi domini e negli stati da essa controllati, il papato e il napoletano, i ducati padani, e perfino la Toscana. L'Austria è la responsabile primaria dell'imbastardimento della politica italiana - della politica contemporanea e del Risorgimento, dopo la morte precoce di Cavour.
La stessa fioritura musicale che si ascrive a merito dell'Austria avviene, tutto sommato, malgrado Vienna. Haydn, Mozart, Beethoven operano a Vienna solo grazie a protettori ungheresi, tedeschi, russi, italiani, misconosciuti dal pubblico e maltrattati dalla corte.
Barbarie - Non esiste - disse il barbaro.
Comunicazione - È trapassata ad aggressione: ognuno lancia se stesso contro l'altro, millantando, commiserando, esponendo, ma sempre e solo se stesso, le proprie disgrazie e i propi successi, le fobie, le malattie, le grandezzate, le pene d'amore e familiari, le ansie per la fine del mondo, e l'astio sempre contro gli altri. È una forma di misantropia, aggressiva: tutto degli altri è irrefrenabilmente soggetto a critica o lamento, la passione politica o l'abbigliamento, il portamento, le relazioni, l'attività, lo stile di vita, e anche il tifo calcistico.
La più invasiva è quella dei media. Un colloquio si può sempre rifiutare, o una conversazione in treno, anche con la prenotazione obbligatoria, i media no La pubblca esposizione per molti anni è stata una condanna e una pena, la gogna, ora è un privilegio e un vantaggio: esponendosi, ci s'impone. Discrezione e pudore non sono virtù, e anzi non sono, se non per snobismo.
Cristo - Storicamente, è l'interruzione del rapporto, filosofico, poetico, con la natura. Nel linguaggio, nella logica, nei riti ha senz'altro mediato l'Oriente per l'Occidente pagano, greco-romano. Ma come figura storica ha interrotto la naturalità dell'esperienza umana.
Democrazia - C'è ipoteticamente, in natura, dove i singoli all'interno della specie sono identici e fungibili, e le stesse specie lo sono, morfologicamente e come "valore". Nella società è un derivato, un voler essere.
Duemila - L'uomo del Duemila non c'è. Bush, Gore, Obama sono manichini. Sono di cera i divi del cinema, anche le dive, e dello sport.
La donna c'è ancora, ma è confusa.
Heidegger - Se il filosofo fu nazista è questione oziosa, poiché lo fu - e malgrado tutto non ci ha tenuito a rinnegarlo. Non oltranzista. Fu antisemita ma, come tutti, vergognandosi della Soluzione Finale. Fu un nazista sconfitto. non c'è dubbio, neppure minimo. Ritenne il nazismo la politica della sua filosofia. Lo argomentò a lungo. A lungo tentò d'imporla a Hitler.
Il "Discorso del Rettorato" va riportato a quella che era - la proiezione sociale - la filosofia di Heidegger all'epoca, in Germania e in mezza Europa, all'università e tra i giovani studiosi, a quello che era, figurava essere, Heidegger, filosofo appassionato e antiaccademico, innovativo e quindi aperto, impegnato e quindi onesto. Cosa che la "volpe" non era. Ma è da quell'immagine che si misura, in negativo, l'effetto e il peso del suo schieramento con Hitler. Il "Discorso" è tanto piatto quanto inequivocabile. Il filosofo è, Heidegger-Platone, politicamente ingenuo, come ogni militante della politica, cioè dilettante e entusiasta. Il tipo che si ama e si apprezza se ci si riconosce.
Heidegger ha riaperto la filosofia, il libro della filosofia. Dopo i divincolamenti di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche, e le rassegnate riedizione di kantismo, platonismo, scolasticismo, hegelismo, marxismo perfino. Riapre tutto il campo cambiando il modo di filosofare: aprire tracciati invece di delimitarli. Il modo d'interrogarsi e il tipo di risposte da cercare. Tutta una nuova maniera d'essere, per la filosofia, e una nuova strumentazione, la terminologia - le categorie. Ma vi introdoce il sentimentalismo, della terra e la tribù, della tradizione, dei sentimenti stessi. E forse ha già lasciato solo macerie, malgrado la monumentalità dell'Ausgabe.
Illuminismo - È un chiarimento di varia specie. C'è quello della ragione, come s'intende in italiano, e quello della magia e del mistero, come s'intende in francese. Ma c'è un'ambivalenza anche nel nostro illuminismo, non basta, non serve, dimenticare Cagliostro: Illuminati dalla magia furono in Italia prima che altrove, in Scozia, Baviera, praga, eccetera.
Ineguaglianza - È come la libertà, è uno spreco, ma non ce lo possono togliere.
Obama - Nella "nascita" improvvisa, nel portamento, sempre uniforme, mai appassionato mai stanco, nella medietà, e anche nel fisico, sembra l'Impersonificatore del Nuovo Impero Americano, la creatura di una segreta regia di androidi. È da lungo tempo ormai, da una ventina d'anni, che gli Usa governano il mondo con la fredda distanza dell'impero delle "Guerre stellari" alla Lucas. Sempre impegnati in una qualche guerra, anche in due e tre guerre insieme, con eserciti dei cui effettivi non si curano, anch'essi robotizzati, nell'inverosimile affardellamento delle foto di guerra, remoti gestori di un impero che non considerano e non conoscono, e solo identificano per le coordinate geografiche. Al comando di un clone che si è chamato Clinton, e poi Bush, e ora sembra proprio Obama.
Una politica altera e remota, freddamente bellicosa. Dalla guerra del Golfo, ma già da prima, dalle guerre stellari di Reagan. E la guerra ha portato negli omonim film alla Lucas, tirandola fuori dal diritto internazionale e dalle umane sofferenze. Vi si muore, e anche in grandi numeri, ma si intendono le guerre come delle lezioni, da dare a questo e a quello, sulla base di un titolo non dichiarato ma ovvio. Già nel 1969 Ballard immaginava il suo paese desertizzato in una vaga resistenza contro gli Stati Uniti, che lo occupavano senza una ragione detta, e il suo paese era la Gran Bretagna. Obama, il Grande Capo più umano di questo Impero, ha perfino la sagoma del perfetto androide, che parla come l'aquila dello stemma, guardando da destra e da sinistra (in realtà legge i messaggi prefabbricati dalla Forza Oscura....), figlio di un africano uscito dal bush e ivi scomparso, di una fattrice bianca di cui altro non si sa, educato nelle lontane Hawai da vecchi saggi, in figura di nonni...
C'è un unilateralismo non dichiarato ma indiscusso, piano, nei fatti, della politica americana. Se non dalle guerre stellari di Reagan, da Tienanmen e dalla caduta del Muro, dal fatidco 1989 che ha segnato il crollo dell'impero del Male, e Obama venuto dal nulla ne è interprete da copione. C'è l'indifferenza a Tienanmen, in pieno regime dei diritti umanitari, e anzi "l'asse con la Cina". Sostanzioso, giacchè metà America può fare la spesa solo con i prodotti cinesi a basso prezzo, ma anch'esso parte della politica dei riflessi muscolari, senza alterazioni sanguigne e senza cuore. L'ignoranza dell geografia, e l'indifferenza, non è una novità in America, grande paese continentale, che basta cioè a se stesso. Ma perduto è ora il senso del diritto, che bisogna dire vigoroso finché serviva all'America per scuotere il Vecchio Mondo. Apparentemente, è questo un esito della politica dei diritti umani, che ha soppiantato il diritto di non intervento. In realtà, non c'è una guerra umanitaria, c'è un non dichiarato diritto d'intervento, per ogni fine, anche non "buono", e a nessun effetto, se non, il più spesso, peggiorativo per gli stessi diritti umani. Partendo proprio dalle bombe intelligenti, che hanno sostituito il combattente, anche se muore solo questo, e magari sprigiona radiazioni mortali, di cui non vale nemmeno parlare.
Sessantotto - È stato l'estrema torsione del progetto laico, di tutto crearsi e assoggettare: la libertà, il desiderio, l'amore, la rivoluzione.
Illuminista? Non è un movimento intellettuale - senza contare che dopo l'illuminismo ci sono stati, ben popolari, Schopenhauer, Kierkegaard, Niezsche. È cultura materiale, e di massa. È il capitalismo, la cui essenza è l'attivismo, l'aspettativa della crescita. Dalla scuola al femminismo, dalle istituzioni alla coppia, e al rifiuto della guerra, dappertutto la tensione è all'innovazione, anche radicale, utopica. Non c'è un obiettivo e una meta, un modello, un'ideologia sistemica, ma la tensione, e quindi la certezza, di creare se stessi. Per questo è stato detto generazionale mentre non lo è, è un movimento di massa.
Culturalmente si sostiene col neo scientismo (Freud, Debord, Basaglia, Laing, i "Grundrisse") e con i buoni propositi (di nuovo i "Grundrisse"). La sua utopia è quella immediata, realistica, del capitalismo, o dell'efficientismo - la fantasia al potere si vuole produttiva e non eversiva. Per questo è anche semplificatore.
Il Sessantotto come punta o freccia del capitalismo - dell'ottimismo della volontà, nel suo movimento ascensionale: non è una trovata, è un fatto.
Rivoluzione - È borghese - di quando c'era quindi la borghesia, una con un progetto. È infatti ordinata in un progetto: regolata, progressista, secondo una logica cioè costruttivista, di accumulazione.
Ma è vittima dell'Ottantanove. Che ha gettato la maschera on Bonaparte. Per tornarte a Luigi XVIII, monarca mezzo costituzionale. Si dice: la rivoluzione si stanca. No, si svena. Dopo l'Ottantanove è la norma, la dissipazione - l'Ottantanove è l'"invenzione" più riuscita dell'ordine costituito.
astolfo@antiit.eu
I sette dolori di don Giovanni
Contiene, oltre ai noti "Amour Dure", "Un cassettone matrimoniale", "Una voce incantata", tre racconti non tradotti: "Prince Alberic and the Snake Lady", "The legend of Madame Krasinska" e il testo che dà il titolo al libro. Forte, la rielaborazione più originale del Don Giovanni: in un patto con la Bellezza (la Vergine delle sette spade), don Giovanni impegna, e quindi perde, l’inestinguibile lussuria. "Prince Alberic", con una locazione per una volta indefinita, sembra riferirsi a Massa, per una serie di indizi: il palazzo ducale è rosso, contiene una grottesca, ha tappezzerie francesi, con paesaggi tra montagna e mare, come il ducato, e un castello diruto delle Acque Frizzanti, vicino alla città di Luna, da cui la dinastia prende il nome, con terrazze coperte da pergole e viti tutt'attorno.Si riferisce ad Alberico I Cibo Malaspina, che, pur non vivendo la vita e gli amori del titolo, ha costruito e gestito il suo ducato, a metà Seicento, gli anni del racconto, con criteri dichiaratamente esoterici - l'esoterismo "normale", che è dell'esistenza, la chiave del fascino della scrittrice.
Vernon Lee, The Virgin of the Seven Daggers, Penguin, pp.230, £ 7,99
Vernon Lee, The Virgin of the Seven Daggers, Penguin, pp.230, £ 7,99
La guerra fallita d'Irène
Pubblicato postumo nel 1948, è il romanzo che ha cancellato dalle lettere la scrittrice. Fino alla riscoperta nel 2004 con "Suite francese". Singolare prima prova del romanzo della guerra francese, ordinato e piatto, che Iréne Némirovsky rifarà negli stessi mesi con tanta più forza in "...", e in "Suite francese". L'identificazione con la Francia "profonda" soffriva in questo brogliaccio dello choc inizale della politica antisemita nella Francia occupata?
Irène Némirovsky, Les Feux de l'automne, Livre de Poche, pp.281, € 7,15
Irène Némirovsky, Les Feux de l'automne, Livre de Poche, pp.281, € 7,15
martedì 28 luglio 2009
Le origini della guerra sono stupide
Libro sempre sorprendente. Anche se per motivi diversi dalla vulgata degli anni Sessanta, che tutto attribuiva alla follia o alla malvagità di Hitler. E' che non si studiano più le cause delle guerre. Non si studiano nemmeno le guerre, anche se se ne fanno tante (l'Italia ne sta facendo due o tre). Le "origini" della prima guerra mondiale sono di una stupidità terrificante. Ora che l'Europa non dettapiù legge e non fa l'opinione, la cosa è incontestabile. La seconda è stata addirittura preparata, con costanza, con furbizia, con arte.
A.J.P.Taylor, Le cause della seconda guerra mondiale
A.J.P.Taylor, Le cause della seconda guerra mondiale
Secondi pensieri (29)
zeulig
Donna - È il desiderio dell'uomo. Per questo può atteggiarsi. Sarebbe altrimenti un ammasso di carne, come ogni altro meno concupito.
La cosa non è senza profondità – benché al di là del povero Freud, e del potere del maschio: per il maschio stesso, per la donna naturalmente, e per il genere umano. Giacché il giorno in cui non ci fosse più desiderio, giorno oggi configurabile, l'umanità si fermerebbe. In tre mosse. Dapprima si riduce la fertilità e la procreazione: uomini e donne, singolarmente, separatamente, acquisiscono figli da centri specializzati, con tasso di riproduzione che per essere artificiale e tendente allo zero è una festa solo per la regolazione delle nascite. Quindi, nel quadro della freudiana autorealizzazione, la stessa filiazione, benché limitata e artificiale, perde ogni richiamo e anzi è ostile. Infine, si arriverà a una riproduzione forzata per il mercato o benessere: per il lavoro, la crescita economica, e la pensione. Già oggi la merce umana è molto apprezzata nei mercati clandestini, e non per la prostituzione o il traffico di organi ma proprio in quanto produttiva di reddito attraverso il lavoro (cinesi e asiatici in genere).
Ma allora sarà una nuova storia. La fine propriamente della storia, anche – l'attesa fine della storia, eccola qua.
Il femminismo non ha liberato, ha cancellato. La donna non ha migliorato la condizone reale-legale, professionale, se non di quel tanto che era nello spirito dei tempi, mentre ha perduto le connotazioni ideali-reali. Le ha perduta volontariamente, e questo è il peggiore arretramento, semplificatore, vendicativo...
La differenza sostanziale introdotta dal femminismo è una diversa percezione del rapporto uomo-donna.tra l'uomo e la donna. L'uomo vede la donna come un oggetto, sessuale, estetico, affettivo, riproduttivo. La donna vede l'uomo impersonalmente, in una sorta di metafisica, un incontro di destini, tanto più arduo quanto più distinto. Le donne stavano in un empireo. Questo ne faceva la preziosità (differenza). E fa catastrofica la discesa.
L'eterno femminino è la procreazione. Questo fatto materiale, di dolore e sangue, è la creazione. La fecondità è di natura superiore.
Essere - Prende le forme dell'ente, dell'eterno, o del nulla, tutte egualmente impossibili, nei fatti e nella logica, perché riflette la morte, la paura della morte - l'essere-per-la-morte. In sé sarebbe un'indagine sulle forme della voita, sul suo coagularsi, cristallizzarsi, dissolversi - non in laboratorio, naturalmente.
Ciò non confligge con la religione, la poesia, la legge, e ogni altra maniera di conoscere e d'essere dettata dalla passione. Non sraduica la passione - la paura, la collera: la riorienta. La passione ha assunto - per un movimento iniziale inconsulto? - un certo indirizzo, su cui la storia si è depositata per accumulo, proponendosi quindi come verità. Naturalmente insoddisfacente. Non è facile sottrarsi alla piramide. ma uscire dalla paura è un primo passo in sé gratificante.
Estremismo - Si acompagna all'indifferenza, etica, estetica, erotica. E' fisiologicamente uno stato inerte, un automatismo. La passione si accompagna alla riflessione: è amore di libertà, in politica e nella vita di relazione.
Estremismo >< Progressismo (libertà)
X
Passione >< Indifferenza (estremismo, sesso)
Eternita - È nel presente.
Nel presente è l'immortalità. Compresa la storia, se vuol'essere immortale. Compreso il futuro, se mai esiste(rà).
Etimologia - Non porta un nessun luogo, se non ad altre etimologie. Come le genealogie, è autoreferente.
Figli - Sono la trasposizione dell'inconsistenza dell'essere nella realtà dell'essere. Non una proiezione, non un rapporto di possesso, ma una realtà, distinta e insieme unita. La certificazione di un'esistenza pluralista - di un'esistenza.
Filosofia - Si può dire la vita una meteora di cui la filosofia non trova le coordinate. È dunque gestualità, un mimo senza soggetto.
Non è una forma di conoscenza. Senza residui si è rintanata nel nominalismo, fra etimologie e genealogie, in un'espoca che annovera guerre mondiali, e totali, olocausti, bombe atomiche, guerre endemiche. Con l' "esistenzialisno" di Heidegger rifiuta del resto il mondo, le tecniche, il governo, e la stessa storia. Ma è il detto che conta, o il dire? E a che fine ricostituire il detto?
Sotto sotto, sempre la filosofia ha rifiutato il mondo. Per una forma surrettizia del dire. Con la mancanza sempre di coraggio, di presenza, di responsabilità (o di libertinismo), e la propensione a dissimulare. Da qui la filosofia che insegna ai greci cosa hanno voluito dire. Ermeneutica come imboscamento.
Storia - Col senno di poi non si fanno errori. Ma neanche la storia esisterebbe.
Se ne è scritta più sul rock-and-roll, da Elvis in poi, che sulla rivoluzione francese. E dunque è inesauribile.
Tempo - Ritorna con la storia. In questo modo l'eternità si realizza, nel tempo.
Verità - Anche quella dei filosofi in definitiva è letteratura. Tra approssimazioni, insufficienze, oscurità, errori, da Platone a sant'Agostino e a San Tommaso, a Kant, Adam Smith, Kierkegaard, Nietzsche e, una volta padroni della chiave, Heidegger, la verità si rivela la qualità della scrittura.
È buona dea, generosa, una sola cosa rifiutando ai suoi adoratori, la certezza.
Si allarga sempre, più si precisa e più si scava, necessitando nuove ricerche. Il desiderio di verità è in realtà un desiderio di ricerca ("l'evoluzione della scienza dissolve sempre più il mito nell'ignoto" è uno dei "Frammenti postumi" di Nietzsche). E in questo si ricompatta: la verità non deprime proprio per essere imprendible.È l'avventura, la deduzion e da ciò che è di ciò che non è.
Vita - Scorre in fretta, ma più che altro è sprecata, tra ozi, rinvii, e depressioni.
Nasce dall'inanimato. Deserta è la natura, la vita vi si forma per reazioni minime. L'uomo rappresenta un salto radicale e un principio opposto alla catena della natura. Non c'è qui di salto diabolico nell'evoluzione dell'agire umano, per la transgenerazione, la clonazione eccetera: ci sono percorsi ciechi e anche distruttivi (razzismo, bomba, totalitarismo), ma è tutto l'agire umano (l'essenza dell'agire umano) che è anti-natura. Se c'è evoluzione, è di due specie.
zeulig@antiit.eu
Donna - È il desiderio dell'uomo. Per questo può atteggiarsi. Sarebbe altrimenti un ammasso di carne, come ogni altro meno concupito.
La cosa non è senza profondità – benché al di là del povero Freud, e del potere del maschio: per il maschio stesso, per la donna naturalmente, e per il genere umano. Giacché il giorno in cui non ci fosse più desiderio, giorno oggi configurabile, l'umanità si fermerebbe. In tre mosse. Dapprima si riduce la fertilità e la procreazione: uomini e donne, singolarmente, separatamente, acquisiscono figli da centri specializzati, con tasso di riproduzione che per essere artificiale e tendente allo zero è una festa solo per la regolazione delle nascite. Quindi, nel quadro della freudiana autorealizzazione, la stessa filiazione, benché limitata e artificiale, perde ogni richiamo e anzi è ostile. Infine, si arriverà a una riproduzione forzata per il mercato o benessere: per il lavoro, la crescita economica, e la pensione. Già oggi la merce umana è molto apprezzata nei mercati clandestini, e non per la prostituzione o il traffico di organi ma proprio in quanto produttiva di reddito attraverso il lavoro (cinesi e asiatici in genere).
Ma allora sarà una nuova storia. La fine propriamente della storia, anche – l'attesa fine della storia, eccola qua.
Il femminismo non ha liberato, ha cancellato. La donna non ha migliorato la condizone reale-legale, professionale, se non di quel tanto che era nello spirito dei tempi, mentre ha perduto le connotazioni ideali-reali. Le ha perduta volontariamente, e questo è il peggiore arretramento, semplificatore, vendicativo...
La differenza sostanziale introdotta dal femminismo è una diversa percezione del rapporto uomo-donna.tra l'uomo e la donna. L'uomo vede la donna come un oggetto, sessuale, estetico, affettivo, riproduttivo. La donna vede l'uomo impersonalmente, in una sorta di metafisica, un incontro di destini, tanto più arduo quanto più distinto. Le donne stavano in un empireo. Questo ne faceva la preziosità (differenza). E fa catastrofica la discesa.
L'eterno femminino è la procreazione. Questo fatto materiale, di dolore e sangue, è la creazione. La fecondità è di natura superiore.
Essere - Prende le forme dell'ente, dell'eterno, o del nulla, tutte egualmente impossibili, nei fatti e nella logica, perché riflette la morte, la paura della morte - l'essere-per-la-morte. In sé sarebbe un'indagine sulle forme della voita, sul suo coagularsi, cristallizzarsi, dissolversi - non in laboratorio, naturalmente.
Ciò non confligge con la religione, la poesia, la legge, e ogni altra maniera di conoscere e d'essere dettata dalla passione. Non sraduica la passione - la paura, la collera: la riorienta. La passione ha assunto - per un movimento iniziale inconsulto? - un certo indirizzo, su cui la storia si è depositata per accumulo, proponendosi quindi come verità. Naturalmente insoddisfacente. Non è facile sottrarsi alla piramide. ma uscire dalla paura è un primo passo in sé gratificante.
Estremismo - Si acompagna all'indifferenza, etica, estetica, erotica. E' fisiologicamente uno stato inerte, un automatismo. La passione si accompagna alla riflessione: è amore di libertà, in politica e nella vita di relazione.
Estremismo >< Progressismo (libertà)
X
Passione >< Indifferenza (estremismo, sesso)
Eternita - È nel presente.
Nel presente è l'immortalità. Compresa la storia, se vuol'essere immortale. Compreso il futuro, se mai esiste(rà).
Etimologia - Non porta un nessun luogo, se non ad altre etimologie. Come le genealogie, è autoreferente.
Figli - Sono la trasposizione dell'inconsistenza dell'essere nella realtà dell'essere. Non una proiezione, non un rapporto di possesso, ma una realtà, distinta e insieme unita. La certificazione di un'esistenza pluralista - di un'esistenza.
Filosofia - Si può dire la vita una meteora di cui la filosofia non trova le coordinate. È dunque gestualità, un mimo senza soggetto.
Non è una forma di conoscenza. Senza residui si è rintanata nel nominalismo, fra etimologie e genealogie, in un'espoca che annovera guerre mondiali, e totali, olocausti, bombe atomiche, guerre endemiche. Con l' "esistenzialisno" di Heidegger rifiuta del resto il mondo, le tecniche, il governo, e la stessa storia. Ma è il detto che conta, o il dire? E a che fine ricostituire il detto?
Sotto sotto, sempre la filosofia ha rifiutato il mondo. Per una forma surrettizia del dire. Con la mancanza sempre di coraggio, di presenza, di responsabilità (o di libertinismo), e la propensione a dissimulare. Da qui la filosofia che insegna ai greci cosa hanno voluito dire. Ermeneutica come imboscamento.
Storia - Col senno di poi non si fanno errori. Ma neanche la storia esisterebbe.
Se ne è scritta più sul rock-and-roll, da Elvis in poi, che sulla rivoluzione francese. E dunque è inesauribile.
Tempo - Ritorna con la storia. In questo modo l'eternità si realizza, nel tempo.
Verità - Anche quella dei filosofi in definitiva è letteratura. Tra approssimazioni, insufficienze, oscurità, errori, da Platone a sant'Agostino e a San Tommaso, a Kant, Adam Smith, Kierkegaard, Nietzsche e, una volta padroni della chiave, Heidegger, la verità si rivela la qualità della scrittura.
È buona dea, generosa, una sola cosa rifiutando ai suoi adoratori, la certezza.
Si allarga sempre, più si precisa e più si scava, necessitando nuove ricerche. Il desiderio di verità è in realtà un desiderio di ricerca ("l'evoluzione della scienza dissolve sempre più il mito nell'ignoto" è uno dei "Frammenti postumi" di Nietzsche). E in questo si ricompatta: la verità non deprime proprio per essere imprendible.È l'avventura, la deduzion e da ciò che è di ciò che non è.
Vita - Scorre in fretta, ma più che altro è sprecata, tra ozi, rinvii, e depressioni.
Nasce dall'inanimato. Deserta è la natura, la vita vi si forma per reazioni minime. L'uomo rappresenta un salto radicale e un principio opposto alla catena della natura. Non c'è qui di salto diabolico nell'evoluzione dell'agire umano, per la transgenerazione, la clonazione eccetera: ci sono percorsi ciechi e anche distruttivi (razzismo, bomba, totalitarismo), ma è tutto l'agire umano (l'essenza dell'agire umano) che è anti-natura. Se c'è evoluzione, è di due specie.
zeulig@antiit.eu
lunedì 27 luglio 2009
Londra contro l'Italia per Blair
E' la candidatura berlusconiana di Blair alla presidenza della commissione europea all'origine del grido di guerra britannico contro Berlusconi stesso e contro l'Italia. E' questa la convinzione maturata dalla Farnesina, dopo il monitoraggio determinato dalla virulenza e la durata della campagna britannica antitaliana - dal gossip alle banche, alla moralità pubblica, e alla legittimità della presenza dell'Italia negli affari internazionali. Il fenomeno era stato in un primo momento sottovalutato, attribuito alla tecnica dello scandalo scaccia crisi, e la Gran Bretagna ne aveva e ne ha di acute, dalla caduta dei redditi a quella ormai palese della moralità pubblica, per i rimborsi non dovuti, oltre che alla peste suina dopo la mucca pazza. In questa chiave si è pensato che un intervento di Frattini alla Bbc bastasse ad appianare l'onda. Ma la persistenza e l'acutezza dell'antitalianismo ha convinto il nostro ministero degli Esteri che l'animosità ha ragione più stabili.
Si è pensato in un primo momento che la polemica nascesse da un riflesso interno, dal passaggio probabile del paese dopo dodici anni di laburismo ai conservatori: che si attaccasse il governo italiano per indebolire i tories. Ma la violentissima discesa in campo del "Daily Telegraph", giornale conservatore, che fa tabula rasa di Berlusconi e di tutta l'Italia, accomunati in Al Capone, il gangster per eccellenza, ha fatto capire che la campagna è più insidiosa: interna, ma in altro senso, per toccare un nervo più scoperto che non l'alternarsi dei governi. La candidatura di Blair alla presidenza dell'Unione europea sembra in questa chiave la causa vera dell'ira. Blair è considerato un traditore da molti in Gran Bretagna per essersi fatto cattolico. E un opportunista: sono in molti a dire che la conversione è finalizzata alla candidatura europea. Molti più inglesi del resto non vogliono Blair a Bruxelles perché non vogliono l'Europa: la Farnesina è certa di questo. Non si tratta solo di una generica diffidenza verso un esecutivo extranazionale e burocratico - per il quale invece i britannici si sono mostrati fra i più portati rispetto alle altre nazionalità europee. E' un ritorno di fiamma isolazionista, dell'isola che troppo a lungo si è sentita al di fuori, e al di sopra, dell'Europa. Soprattutto nella sua parte inglese, londinese.
Si è pensato in un primo momento che la polemica nascesse da un riflesso interno, dal passaggio probabile del paese dopo dodici anni di laburismo ai conservatori: che si attaccasse il governo italiano per indebolire i tories. Ma la violentissima discesa in campo del "Daily Telegraph", giornale conservatore, che fa tabula rasa di Berlusconi e di tutta l'Italia, accomunati in Al Capone, il gangster per eccellenza, ha fatto capire che la campagna è più insidiosa: interna, ma in altro senso, per toccare un nervo più scoperto che non l'alternarsi dei governi. La candidatura di Blair alla presidenza dell'Unione europea sembra in questa chiave la causa vera dell'ira. Blair è considerato un traditore da molti in Gran Bretagna per essersi fatto cattolico. E un opportunista: sono in molti a dire che la conversione è finalizzata alla candidatura europea. Molti più inglesi del resto non vogliono Blair a Bruxelles perché non vogliono l'Europa: la Farnesina è certa di questo. Non si tratta solo di una generica diffidenza verso un esecutivo extranazionale e burocratico - per il quale invece i britannici si sono mostrati fra i più portati rispetto alle altre nazionalità europee. E' un ritorno di fiamma isolazionista, dell'isola che troppo a lungo si è sentita al di fuori, e al di sopra, dell'Europa. Soprattutto nella sua parte inglese, londinese.
Berlusconi salvato dalle donne?
Se Berlusconi fosse il tipo che l'opposizione dice che sia, un imbroglione, in questa storia si sarebbe divertito un sacco, e ci avrebbe divertiti. Invece si diverte solo la D'Addario, che fa il mestiere, e le donne del mestiere che si fanno moraliste e ricattatrici impunite sono antipatiche. Berlusconi è solo un piccolo borghese lombardo, che tiene al suo decoro, e quindi è indifendibile. E tuttavia...
Berlusconi ha contro gli uomini. Faticano a credere all'ingenuità di un Berlusconi femminista e giovanilista, abbandonato dalla moglie proterva, circuito dagli Scapagnini e gli elisir di vita eterna, che scambia per una donzella una puttana di provincia, che pretende di averlo stretto. Un tasso di coglioneria che fa inorridire chi aveva puntato su di lui ruspante, scaltro, vincente. E tuttavia anche loro lo compatiscono: poveretto, con quella moglie e i suoi preti crudeli – preti e puttane non piacciono, come le mogli giustiziere, in Italia, non solo alle donne.
Le donne invece gli danno ragione, e non solo per antipatia verso la donna: se si è ridotto a scopare la D'Addario, puttana quarantenne e ricattarice, e anzi a corteggiarla, con poesiole, telefonatine e tombe false, dev'essere ridotto proprio male. Le donne in genere non amano le altre donne, sicuramente non la medea di Macherio, con le sue amiche del martedì pomeriggio ricche e sciocche. E poi, ha ragione Toni Negri, i perseguitati sono spesso simpatici, i persecutori sempre antipatici.
E tuttavia, quindi, potremmo non liberarcene, le donne sono più degli uomini. E poi, a un certo punto, bisognerà pure fare scudo contro la perfida Albione, che mai non smette le sue insidiose crociate, antieuropee, anticattoliche, antitaliane. Da sempre invidiando all'Italia il Mediterraneo, la lingua, il diritto, e le storie. A Londra dobbiamo i casini che ingombrano l'area, la Palestina, Cipro, la Jugoslavia, e bisognerà pure un giorno difendersi. Ci hanno tentato con la Grecia, e non cessano di tentarci con l'Italia, dopo aver sottomesso, questione di obbedienze, il Portogallo e la Spagna.
Berlusconi ha contro gli uomini. Faticano a credere all'ingenuità di un Berlusconi femminista e giovanilista, abbandonato dalla moglie proterva, circuito dagli Scapagnini e gli elisir di vita eterna, che scambia per una donzella una puttana di provincia, che pretende di averlo stretto. Un tasso di coglioneria che fa inorridire chi aveva puntato su di lui ruspante, scaltro, vincente. E tuttavia anche loro lo compatiscono: poveretto, con quella moglie e i suoi preti crudeli – preti e puttane non piacciono, come le mogli giustiziere, in Italia, non solo alle donne.
Le donne invece gli danno ragione, e non solo per antipatia verso la donna: se si è ridotto a scopare la D'Addario, puttana quarantenne e ricattarice, e anzi a corteggiarla, con poesiole, telefonatine e tombe false, dev'essere ridotto proprio male. Le donne in genere non amano le altre donne, sicuramente non la medea di Macherio, con le sue amiche del martedì pomeriggio ricche e sciocche. E poi, ha ragione Toni Negri, i perseguitati sono spesso simpatici, i persecutori sempre antipatici.
E tuttavia, quindi, potremmo non liberarcene, le donne sono più degli uomini. E poi, a un certo punto, bisognerà pure fare scudo contro la perfida Albione, che mai non smette le sue insidiose crociate, antieuropee, anticattoliche, antitaliane. Da sempre invidiando all'Italia il Mediterraneo, la lingua, il diritto, e le storie. A Londra dobbiamo i casini che ingombrano l'area, la Palestina, Cipro, la Jugoslavia, e bisognerà pure un giorno difendersi. Ci hanno tentato con la Grecia, e non cessano di tentarci con l'Italia, dopo aver sottomesso, questione di obbedienze, il Portogallo e la Spagna.
giovedì 23 luglio 2009
Santa Patrizia d'Italia
Sarà l'Italia di Patrizia. Pensavamo che fosse di Noemi, che se non altro è una ragazza, e invece è di una puttana. I giornali della moralità pubblica, il gruppo L'Espresso, il "Corriere della sera" e "La Stampa", i loro corifei Sarzanini, Ruotolo, D'Avanzo, la incoronano ogni giorno amorevolmnente e non ce ne libereremo: lo sdegno dell'opinione qualificata non dura un mese, e questo ormai si avvia ai due. La chiamano affettusoamente per nome, come un'eroina. Evitando in tutti i modi di dirne la professione, anche a costo di optare per l'irto escort. Ma non c'è dubbio che è lei, che è lo specchio dei suoi osannatori. Anche i preti, don Sciortino e gli altri, ne fanno una santa. E quindi avremo un giorno del calendario anche per santa Patrizia d'Addario, il giorno dopo il primo turno delle amministrative di giugno sarebbe il più indicato, che corona anche l'attività antimafia dello special pool di magistrati di Bari - anche la mafia ha bisogno di santi.
Nello stesso Parlamento peraltro, bisogna convenirne, è Patrizia tutti noi. Riferisce Dino Martirano sul "Corriere della sera" mercoledì che il Senato ha tenuto un "acceso" dibattito sulla natura dei rapporti tra Berlusconi e Patrizia. Se c'è stata penetrazione oppure no, e di quale organo: le intercettazioni dicono "lui ti prende", ma in che modo? - si ricorderà che Clinton, santino di Zanda Loy, Finocchiaro e altri senatori illustri, si salvò giurando di non essere entrato tutto nella bocca di Monica. E di come mai Berlusconi non abbia "corrisposto la mercede" - la moralità è ottocentesca. "In questo clima", conclude Martirano, "l'Aula si è tristemente svuotata quando si è passati a discutere dell'incidente ferroviario di Viareggio, tanto che il vicepresidente Chiti ha dovuto sospendere la seduta".
Il problema, ma è l'unico, è questo: se Belusconi, questo milanese che Milano al solito, come diceva Malaparte, "ci butta addosso con tutta la sua merda", non abbia rinnovato anche il linguaggio. Se la puttana è santa: questa è una novità assoluta. A meno che non sia il contagio della Maddalena del "Codice da Vinci", per quanto esecrato: i preti non si fanno mancare nulla. Questo non cambia: il famoso "Codice" è Berlusconi più che Dan Brown, il blockbluster che ha arricchito Mondadori. Ma a questo punto, destra e sinistra uniti nella lotta, la nuova patrona d'Italia si può proclamare: santa Patrizia.
Nello stesso Parlamento peraltro, bisogna convenirne, è Patrizia tutti noi. Riferisce Dino Martirano sul "Corriere della sera" mercoledì che il Senato ha tenuto un "acceso" dibattito sulla natura dei rapporti tra Berlusconi e Patrizia. Se c'è stata penetrazione oppure no, e di quale organo: le intercettazioni dicono "lui ti prende", ma in che modo? - si ricorderà che Clinton, santino di Zanda Loy, Finocchiaro e altri senatori illustri, si salvò giurando di non essere entrato tutto nella bocca di Monica. E di come mai Berlusconi non abbia "corrisposto la mercede" - la moralità è ottocentesca. "In questo clima", conclude Martirano, "l'Aula si è tristemente svuotata quando si è passati a discutere dell'incidente ferroviario di Viareggio, tanto che il vicepresidente Chiti ha dovuto sospendere la seduta".
Il problema, ma è l'unico, è questo: se Belusconi, questo milanese che Milano al solito, come diceva Malaparte, "ci butta addosso con tutta la sua merda", non abbia rinnovato anche il linguaggio. Se la puttana è santa: questa è una novità assoluta. A meno che non sia il contagio della Maddalena del "Codice da Vinci", per quanto esecrato: i preti non si fanno mancare nulla. Questo non cambia: il famoso "Codice" è Berlusconi più che Dan Brown, il blockbluster che ha arricchito Mondadori. Ma a questo punto, destra e sinistra uniti nella lotta, la nuova patrona d'Italia si può proclamare: santa Patrizia.
Letture - 11
letterautore
Arbasino - Dà vertigine da claustrofobia. Anche nei viaggi. Per il citazionismo? Perché ripropone le nove Troia, una archeologia affollata e mai decisiva: di ogni spettacolo o mostra rivangando le esperienze di quaranta anni prima, ma forse sono già cinquanta, e le cose - chi disse che, e cantanti, scene, costumi, orchestre, maestri, divine - che (non) ha accumulato nella sua vita. È come se fosse alla ricerca di un suo essere, che naturalmente deve avere rifiutato.
Forse per questo ha sempre avuto amicizie sbagliate – o è lo snobismo che fatalmente accende più snobismo? Non piaceva al gruppo dirigente di “Repubblica”, giornale nel quale invece si riconosce, e che i primi tempi frequentava assiduo: chi guardava in basso, chi tossicchiava, chi quando usciva faceva il gesto dell’improsare. E tuttavia non era rifiutato perché gay – il gruppo dirigente del giornale era Pci, o comunque del compromesso.
Commedia all'italiana - Mima gli eventi quotidiani. Per questo in fastidisce: non "libera". Non tracca un altro eprcorso, non alla conclusione e nemmeno in the making.
Confessione - Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di una inesausta con fessione . Di che? La sua confessione è la sua opera: non si sa se l'opera confessa la vita, oppure la vita confessa l'opera, la pulisce-lima-...
Dante - La "Commedia" come intrattenmento, anche se senza musica. Dante voleva "cantare", con la metrica di cui era maestro, con il ritmo, i suoi casi, i person aggi, le dottrine. Altrimenti avrebbe scritto l'ennesimo trattato.
Goethe - Ottimo narratore, in versi e in prosa, anche scientifica o di moralità, si blocca su Faust. Al quale, avendogli dato per amico il diavolo, nientemeno, fa poi utulizzare questo enorme potenziale per adescare un a segretaria, inesperta - forse, le segretarie sono subdole.
Di questa melensaggine pretende di fare tragedia - o: la melensaggine sta nel volerne fare "tragedia". Per i greci la tragedia viene con la bellezza. La collocavano n luoghi scelti per l'indicibile bellezza, tra cielo e mare, all'ora fresca del tramonto. Non ne abbianmo una necessariamente lugubre e declamatoria.
Goethe, se non vi si fosse incaponito, avrebbe sicuramen te saputo spiegarci il perché.
Narrazione - È un fatto privato: un teatro personale. È fantasmizzare, per se stessi.
È una rammemorazione. Anche l'invenzione: è richiamo di ciò che si sarebbe - e non si sarebbe - voluto.
È interpretazione: l'ermeneutica della-le realtà.
Non può che essere veritiera: tout se tient. Se è bugiarda crolla.
Certo pone il problema di cosa sia la verità e cosa la menzogna. La narrazione non può essere bugiarda Può essere reticente, deviante, truffaldina, ma in sé è sempre veritiera, questi sono modi di essere della verità. Poiché la verità è la realtà. Bugiardo è il tentativo di travisare i fatti, sempre deliberato, consciamente o nell'inconcscio. Questo è evidente nella narrazione giornalistica, benché camuffata sotto l'opinione pubblica, grande ambiguità.,
Robinson - Impara attraverso la tecnica: conosco facendo. Mentre si sa che si conosce imparando - l'orgoglio intellettuale è tutto qui.
L'uomo della natura di Rousseau invece nasce imparato. Ma Robinson non fa male a nessuno, a differenza della pedagogia del pazzo Rousseau.
Romanticismo - La sua natura è l'anti-natura. È per questo ritornante, una volta rotta - dal Cristo - la natuiralità della esperienza umana.
Il romantico è un introverso, che riempie il mondo del suo "troppo pieno". Il verbo è quello di Rousseau: "Il mondo delle chimere è il solo degno di essere abitato". Si dice di lui che ama la natura, e invece ne ama il mito - la natura è piuttosto realusta, piena d vermi anche e di polvere.
Salieri - Un nemico che tutti vorrebbero. Che tti dice. "Tu, Mozart, sei Dio, senza saperlo".
Scrittura - Si scriveva per dire. O per non dire. Che, comunque, è una maniera di dire.
È mimo povero - standardizzato, legato dalla grtammatica e dalla sintassi. Rispetto all'abbondanza della narrazione, alla libertà del gesto e del suono, la mobilità, la polisemia - suon o e gesto conservano la com plessità dei primi linguaggi.
Sherlock Holmes - È l'Arcangelo Gabriele. È l'indizio che crea il crimine nel giallo sherlockiano. Si dice il detective un semiologo, un "induttologo", il quale da un mare e una montagna d'indizi scevera la contraddizione e quindi il crimine. Invece no. Sherlock Holmes sa già la verità. Il suo indizo è il sintomo, di cui condivide l'ambiguità - riflesso dell'esperineza di Cona Doyle medico, il medico di un tempo, che operava con l'occhio clinico, e non lo specialista. Sherlock Holmes partecipa dell'esplicitazione del sintomo-indizio, e decide la terapia-giustizia.
Stendhal - È russoviano in ritardo. Ha la stessa gioia della scoperta, e la furberia degli adolescenti eterni. Cristallin peraltrop quan do si esprimono, scrittori sempreverdi.
Stupidità - Una sua forma è lo studio della stupidità.
Jean Paul, giustamente, ne fa l'elogio, come ogni comico: il comico vi è irresistibilmente attratto, l'autore e l'attore, proprio colui che, esercitando il distacco - l'ironia, la beffa -, vi è più allergico, se non altro per paura, e dunque, la comicità ha da spartire qualcosa con la stupidità? È una barriera che si eregge, contro la demenza, e contro l'ovvio.
letterautore@antiit.eu
Arbasino - Dà vertigine da claustrofobia. Anche nei viaggi. Per il citazionismo? Perché ripropone le nove Troia, una archeologia affollata e mai decisiva: di ogni spettacolo o mostra rivangando le esperienze di quaranta anni prima, ma forse sono già cinquanta, e le cose - chi disse che, e cantanti, scene, costumi, orchestre, maestri, divine - che (non) ha accumulato nella sua vita. È come se fosse alla ricerca di un suo essere, che naturalmente deve avere rifiutato.
Forse per questo ha sempre avuto amicizie sbagliate – o è lo snobismo che fatalmente accende più snobismo? Non piaceva al gruppo dirigente di “Repubblica”, giornale nel quale invece si riconosce, e che i primi tempi frequentava assiduo: chi guardava in basso, chi tossicchiava, chi quando usciva faceva il gesto dell’improsare. E tuttavia non era rifiutato perché gay – il gruppo dirigente del giornale era Pci, o comunque del compromesso.
Commedia all'italiana - Mima gli eventi quotidiani. Per questo in fastidisce: non "libera". Non tracca un altro eprcorso, non alla conclusione e nemmeno in the making.
Confessione - Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di una inesausta con fessione . Di che? La sua confessione è la sua opera: non si sa se l'opera confessa la vita, oppure la vita confessa l'opera, la pulisce-lima-...
Dante - La "Commedia" come intrattenmento, anche se senza musica. Dante voleva "cantare", con la metrica di cui era maestro, con il ritmo, i suoi casi, i person aggi, le dottrine. Altrimenti avrebbe scritto l'ennesimo trattato.
Goethe - Ottimo narratore, in versi e in prosa, anche scientifica o di moralità, si blocca su Faust. Al quale, avendogli dato per amico il diavolo, nientemeno, fa poi utulizzare questo enorme potenziale per adescare un a segretaria, inesperta - forse, le segretarie sono subdole.
Di questa melensaggine pretende di fare tragedia - o: la melensaggine sta nel volerne fare "tragedia". Per i greci la tragedia viene con la bellezza. La collocavano n luoghi scelti per l'indicibile bellezza, tra cielo e mare, all'ora fresca del tramonto. Non ne abbianmo una necessariamente lugubre e declamatoria.
Goethe, se non vi si fosse incaponito, avrebbe sicuramen te saputo spiegarci il perché.
Narrazione - È un fatto privato: un teatro personale. È fantasmizzare, per se stessi.
È una rammemorazione. Anche l'invenzione: è richiamo di ciò che si sarebbe - e non si sarebbe - voluto.
È interpretazione: l'ermeneutica della-le realtà.
Non può che essere veritiera: tout se tient. Se è bugiarda crolla.
Certo pone il problema di cosa sia la verità e cosa la menzogna. La narrazione non può essere bugiarda Può essere reticente, deviante, truffaldina, ma in sé è sempre veritiera, questi sono modi di essere della verità. Poiché la verità è la realtà. Bugiardo è il tentativo di travisare i fatti, sempre deliberato, consciamente o nell'inconcscio. Questo è evidente nella narrazione giornalistica, benché camuffata sotto l'opinione pubblica, grande ambiguità.,
Robinson - Impara attraverso la tecnica: conosco facendo. Mentre si sa che si conosce imparando - l'orgoglio intellettuale è tutto qui.
L'uomo della natura di Rousseau invece nasce imparato. Ma Robinson non fa male a nessuno, a differenza della pedagogia del pazzo Rousseau.
Romanticismo - La sua natura è l'anti-natura. È per questo ritornante, una volta rotta - dal Cristo - la natuiralità della esperienza umana.
Il romantico è un introverso, che riempie il mondo del suo "troppo pieno". Il verbo è quello di Rousseau: "Il mondo delle chimere è il solo degno di essere abitato". Si dice di lui che ama la natura, e invece ne ama il mito - la natura è piuttosto realusta, piena d vermi anche e di polvere.
Salieri - Un nemico che tutti vorrebbero. Che tti dice. "Tu, Mozart, sei Dio, senza saperlo".
Scrittura - Si scriveva per dire. O per non dire. Che, comunque, è una maniera di dire.
È mimo povero - standardizzato, legato dalla grtammatica e dalla sintassi. Rispetto all'abbondanza della narrazione, alla libertà del gesto e del suono, la mobilità, la polisemia - suon o e gesto conservano la com plessità dei primi linguaggi.
Sherlock Holmes - È l'Arcangelo Gabriele. È l'indizio che crea il crimine nel giallo sherlockiano. Si dice il detective un semiologo, un "induttologo", il quale da un mare e una montagna d'indizi scevera la contraddizione e quindi il crimine. Invece no. Sherlock Holmes sa già la verità. Il suo indizo è il sintomo, di cui condivide l'ambiguità - riflesso dell'esperineza di Cona Doyle medico, il medico di un tempo, che operava con l'occhio clinico, e non lo specialista. Sherlock Holmes partecipa dell'esplicitazione del sintomo-indizio, e decide la terapia-giustizia.
Stendhal - È russoviano in ritardo. Ha la stessa gioia della scoperta, e la furberia degli adolescenti eterni. Cristallin peraltrop quan do si esprimono, scrittori sempreverdi.
Stupidità - Una sua forma è lo studio della stupidità.
Jean Paul, giustamente, ne fa l'elogio, come ogni comico: il comico vi è irresistibilmente attratto, l'autore e l'attore, proprio colui che, esercitando il distacco - l'ironia, la beffa -, vi è più allergico, se non altro per paura, e dunque, la comicità ha da spartire qualcosa con la stupidità? È una barriera che si eregge, contro la demenza, e contro l'ovvio.
letterautore@antiit.eu
martedì 21 luglio 2009
Ma che Repubblica è questa?
Il giorno in cui Napolitano lamenta l'uso improprio delle intercettazioni, il giudice di Bari Scelsi fa avere all'"Espresso", contro ogni obbligo di riservatezza, le intercettazioni della D'Addario in casa di Berlusconi. Scelsi è D'Alema. E D'Alema è Napolitano. E allora? E' un jeu de dupes, di furbetti del quartierino?
Per il resto è tutto poco serio, e anzi inverosimile, se non succedesse. C'è la crisi, l'Italia è in paio di guerre, ma una puttana tiene banco, mette in crisi la destra, la sinistra, e il presidente della Repubblica. Si pubblicano verbali sigillati, con tanto di firme sulla busta dei presenti alla verbalizzazione, il gudice Scelsi e gli ufficiali della Guarda di Finanza. Senza che nessuno dei firmatari osi dire: non sono stato io. E' una Repubblica di ricattati? Di ricattabili? Di ricattatori? E può un giudice essere un ricattatore?
Da quello che si legge sul sito dell'"Espresso" non c'è nemmeno nulla di eccezionale (lubrico, puttanesco) nelle trascrizioni. L'eccitazione viene solo dallo schiaffo a Napolitano, dalla violleazione esibita, impunita, del codice penale esistente, art. 615 bis. Da parte di un giudice. Suo compagno di partito. Il giorno dopo Napolitano lo passa con "gli chef del G 8", una presa in giro del G 8 appena concluso. E' il muoia sansone con tutti i filistei di un partito che non ha smesso il tanto peggio tanto meglio?
Non era sembrato vero all'ex Pci di Ochetto di saltare in groppa ai golpisti di Mani Pulite e cancellare la politica dall'Italia. L'ex Pci di Napolitano e D'Alema sancirà la fine di quello che resta della Repubblica?
Per il resto è tutto poco serio, e anzi inverosimile, se non succedesse. C'è la crisi, l'Italia è in paio di guerre, ma una puttana tiene banco, mette in crisi la destra, la sinistra, e il presidente della Repubblica. Si pubblicano verbali sigillati, con tanto di firme sulla busta dei presenti alla verbalizzazione, il gudice Scelsi e gli ufficiali della Guarda di Finanza. Senza che nessuno dei firmatari osi dire: non sono stato io. E' una Repubblica di ricattati? Di ricattabili? Di ricattatori? E può un giudice essere un ricattatore?
Da quello che si legge sul sito dell'"Espresso" non c'è nemmeno nulla di eccezionale (lubrico, puttanesco) nelle trascrizioni. L'eccitazione viene solo dallo schiaffo a Napolitano, dalla violleazione esibita, impunita, del codice penale esistente, art. 615 bis. Da parte di un giudice. Suo compagno di partito. Il giorno dopo Napolitano lo passa con "gli chef del G 8", una presa in giro del G 8 appena concluso. E' il muoia sansone con tutti i filistei di un partito che non ha smesso il tanto peggio tanto meglio?
Non era sembrato vero all'ex Pci di Ochetto di saltare in groppa ai golpisti di Mani Pulite e cancellare la politica dall'Italia. L'ex Pci di Napolitano e D'Alema sancirà la fine di quello che resta della Repubblica?
Problemi di base - 15
spock
Se il cavallo non si chiamasse cavallo, sarebbe un'altra cosa?
Perché la tolleranza si perde con la tolleranza?
Profumo di donna è un titolo, di che cosa?
Cosa c’è dove non c’è il Grande Fratello? E l’Isola dei famosi?
Che differenza c’è fra il comunismo italiano e il dolorismo della chiesa? A parte il collo torto.
Arcore contro Gallipoli, chi è meglio?
Perché la felicità non esiste, né la libertà o il paradiso, che pure si desiderano? Mentre esiste la paura, che si teme.
Perché a Montecarlo non ci sono delitti conto il patrimonio? E in Svizzera?
spock@antiit.eu
Se il cavallo non si chiamasse cavallo, sarebbe un'altra cosa?
Perché la tolleranza si perde con la tolleranza?
Profumo di donna è un titolo, di che cosa?
Cosa c’è dove non c’è il Grande Fratello? E l’Isola dei famosi?
Che differenza c’è fra il comunismo italiano e il dolorismo della chiesa? A parte il collo torto.
Arcore contro Gallipoli, chi è meglio?
Perché la felicità non esiste, né la libertà o il paradiso, che pure si desiderano? Mentre esiste la paura, che si teme.
Perché a Montecarlo non ci sono delitti conto il patrimonio? E in Svizzera?
spock@antiit.eu
lunedì 20 luglio 2009
Il Sud contro "l'ossessione dello sconfinato"
Il solito Savinio, che tutto prende a pretesto. Nelle corrispondenze di un breve viaggio elettorale al seguito di Roberto Tremelloni nell'aprile 1948, spalmate stancamente lungo tutto l'anno. E tuttavia pieno di cose. La grecità impoverita. Il ricordo del padre ingegnere in Tessaglia. L'ignoranza della storia locale tra i locali, e la supponenza, La falsità del Risorgimento nel Garibaldi senza testa di piazza Garibaldi a Reggio, e nella toponomastica: il Risorgimento ha istupidito l'Italia. Reggio è "città senza età né statura". Nel 1948. E oggi? I calabresi greci? Non hanno leventia, la "valentìa". I briganti erano i kleftes greci patrioti, i partigiani...
Il suo vero Sud Savinio l'aveva del resto scritto a inizio d'anno, sul "Corriere della sera", come ricorda Valerio Cappelli, che ha collazionato il volumetto e ne scrive le parti più interessanti, "La luce viene dal Sud": la modenità è settentrionale, l'antichità è - non era, è - invece meridionale. Un "mondo aperto, mondo sconfinato" opposto al "mondo conchiuso". Che non è - non sarebbe - peggio: "Significa non vivere più nell'ossessione dello sconfinato". Anche il cattolicesimo si fa per questo apprezzare rispetto al protestantesimo, per "l'orrore della solitudine e il profondo bisogno di un mondo conchiuso", euclideo.
Alberto Savinio, Partita rimandata. Diario calabrese, Rubbettno, pp. 90, € 7,90
Il suo vero Sud Savinio l'aveva del resto scritto a inizio d'anno, sul "Corriere della sera", come ricorda Valerio Cappelli, che ha collazionato il volumetto e ne scrive le parti più interessanti, "La luce viene dal Sud": la modenità è settentrionale, l'antichità è - non era, è - invece meridionale. Un "mondo aperto, mondo sconfinato" opposto al "mondo conchiuso". Che non è - non sarebbe - peggio: "Significa non vivere più nell'ossessione dello sconfinato". Anche il cattolicesimo si fa per questo apprezzare rispetto al protestantesimo, per "l'orrore della solitudine e il profondo bisogno di un mondo conchiuso", euclideo.
Alberto Savinio, Partita rimandata. Diario calabrese, Rubbettno, pp. 90, € 7,90
Esotismo inglese in Grecia
Libro di viaggi nella Grecia del Nord (il titolo allude a una Grecia di mezzo, prospiciente il golfo di Corinto), con alcune digressioni. Una, la più brillante, Patrick Leigh Fermor fa sulle due anime del greco contemporaneo, il romios e l'elleno, con un lunga tavola di caratteristiche psicologiche appaiate per le due entità. Molte caratteristiche dei romioi sono calabresi, se non tutte: realismo, individualismo, ambizione privata, leguleismo, istinto, improvvisazione, empirismo, provincialismo, retorica classica, sfiducia nella legge, saputismo, incostanza, sensibilità eccessiva, collera improvvisa e violenta... Leigh Fermor ne elenaca 64, e tutte potrebbero essere molto meridionali. la vera categoria potrebbe essere ionica, come opposta all'attica, o egea.
La filologica digressione è insomma una caricatura, purtroppo non voluta: con 64 caratteristiche, non ce n'è una. Le generalizzazioni delle psicologie nazionali sono povera psicologia e povera scrittura, per quanto pettegola. Su una caratteristica romia Leigh Fermor si dilunga, la stenachoria, l'acedia latina, la malinconia immotivata: "Del tutto inatteso, questo sovraccarico di energia e estroversione si inietta della più delicata sensibilità, talvolta di suscettibilità, in cui uno scherzo o uno sgarbo, anche immaginario, può rendere il mondo nero e precipitare la sua vittima nella malinconia e il languore, quasi fino al mutismo. E' compito degli amici diagnosticare l'angoscia ed esorcizzarla; non sempre un compito facile. Questo demone incombente, somigliante alla tribulatio et angustia dei Salmi, i greci chiamano stenachoria". Ma per fortuna, dice Leigh Fermor, che "il loro senso della commedia è anch'esso pronunciato", cosa, aggiunge, "tanto più notevole in Grecia se pensiamo ai suoi vicini", tra i quali mette il Sud d'Italia Che invece si esprime al meglio con l'ironia e lo scherzo. Tutto quello di cui altri viaggiatori britannici si sono dilettati, per esempio in Calabria Craufurd Tait Ramage, Edward Lear, Norman Douglas - anche se è vero che l'"abito" meridionale, che si confeziona a Napoli e Palermo, si vuole tragico ( e che Ramage e Douglas erano scozzesi e non inglesi).
In un breve ripensamento sulla sua scrittura da giramondo, Leigh Fermor rileva "una morosa dilettazione a ricordare, quando tutto è finito, squallore e tribolazione". E fa questo esempio: "Il mantello calabrese di Gissing si poggia momentaneamente sulla spalla". Gissing che si ricorda solo per il suo pellegrinaggio sulle rive dello Jonio. C'è un distinto anglocentrismo tra gli scrittori inglesi di viaggi, che per questo sono tristi, non come Craufurd Tait Ramage, Edward Lear e Norman Douglas, che invece in Calabria si divertirono. Tra essi Leigh Fermor, e compresi i migliori, freya Stark, Robert Byron, Bruce Chatwin. Scrittori che nel secondo Novecento hanno saputo rinnovare il culto dell'esotico - dell'estraneo. Dell'esotico che si sapeva già essere falso: è quindi un'abilità che, se gratifica il lettore, non gli insegna nulla, che non sia una fantasia di verità, e alla fine solo la conferma di una superiorità. Quando Chatwin si applica a una realtà britannica, seppure di un Galles remoto e di un fatto "strano", la simbiosi gemellare, il risultato, "Sulla collina nera", non è gradevole.
Leigh Fermor è grecofilo, al punto che non se ne immagina altra vita che in Grecia. E tuttavia i greci sono per lui "essi". Non "si dice" ma "i greci dicono". Non questo posto si chiama" ma "i greci chiamano questo posto". Non che ci sia un altro nome, inglese, turco, chissà, per lo stesso posto, no. Semplicemente, quello non è posto di Leigh fermor. Come di un qualsiai funzionario di colonia.
Notevole in questo libro, oltre alla riconosciuta capacità di Leigh Fermor narrare la filologia, che ne fa il successo, l'assenza di Venezia, se non per quattro righe e mezza. Non ci fu Venezia nelle isole Ionie, né a Parga, Preveza o a Lepanto, oltre che a Creta e nel Peloponneso, c'è solo Bisanzio, e i turchi. E questo è sleale, oltre che impoverire il racconto: gli inglesi sono arrivati tardi nelle isole ioniche, altrove non ci sono nemmeno arrivati, e ci hanno lasciato poco, niente eccetto il cricket a Corfù. E Lord Byron, certo - che però vi morì di polmonite (se non era malaria), mentre andava a caccia. Sapendo della mancanza, però, il grecofilo riesce a gustare poco o niente di questo "Roumeli", e più che altro la buona volontà. I Sarakatzani non decollano, benché siano soggetto succulento. Di Creta non ne parliamo: la seconda patria dello scrittore: sembra un articolo di giornale, o un dépliant. Freya Stark in copertina ne loda le riconosciute abilità: "C'è qui tutto di nuovo: brillantezza, la profusione compiaciuta, l'esuberanza della cultura e dell'informaizone..." Che vuol essere malignamente diminutivo, e finisce per essere vero, perché Leigh Fermor manca, per inaspettate chiusure, la felicità della narrazione di "Mani" o di "Tempo di doni". Non ci sono italiani nemmeno nel Giardino degli eroi di Missolunghi, gli eroi dell'indipendenza ellenica, che invece ci sono.
Patrick Leigh Fermor, Roumeli. Travels in Northern Greece, New York Review of Books Classics, pp.260, Us $ 14,95
La filologica digressione è insomma una caricatura, purtroppo non voluta: con 64 caratteristiche, non ce n'è una. Le generalizzazioni delle psicologie nazionali sono povera psicologia e povera scrittura, per quanto pettegola. Su una caratteristica romia Leigh Fermor si dilunga, la stenachoria, l'acedia latina, la malinconia immotivata: "Del tutto inatteso, questo sovraccarico di energia e estroversione si inietta della più delicata sensibilità, talvolta di suscettibilità, in cui uno scherzo o uno sgarbo, anche immaginario, può rendere il mondo nero e precipitare la sua vittima nella malinconia e il languore, quasi fino al mutismo. E' compito degli amici diagnosticare l'angoscia ed esorcizzarla; non sempre un compito facile. Questo demone incombente, somigliante alla tribulatio et angustia dei Salmi, i greci chiamano stenachoria". Ma per fortuna, dice Leigh Fermor, che "il loro senso della commedia è anch'esso pronunciato", cosa, aggiunge, "tanto più notevole in Grecia se pensiamo ai suoi vicini", tra i quali mette il Sud d'Italia Che invece si esprime al meglio con l'ironia e lo scherzo. Tutto quello di cui altri viaggiatori britannici si sono dilettati, per esempio in Calabria Craufurd Tait Ramage, Edward Lear, Norman Douglas - anche se è vero che l'"abito" meridionale, che si confeziona a Napoli e Palermo, si vuole tragico ( e che Ramage e Douglas erano scozzesi e non inglesi).
In un breve ripensamento sulla sua scrittura da giramondo, Leigh Fermor rileva "una morosa dilettazione a ricordare, quando tutto è finito, squallore e tribolazione". E fa questo esempio: "Il mantello calabrese di Gissing si poggia momentaneamente sulla spalla". Gissing che si ricorda solo per il suo pellegrinaggio sulle rive dello Jonio. C'è un distinto anglocentrismo tra gli scrittori inglesi di viaggi, che per questo sono tristi, non come Craufurd Tait Ramage, Edward Lear e Norman Douglas, che invece in Calabria si divertirono. Tra essi Leigh Fermor, e compresi i migliori, freya Stark, Robert Byron, Bruce Chatwin. Scrittori che nel secondo Novecento hanno saputo rinnovare il culto dell'esotico - dell'estraneo. Dell'esotico che si sapeva già essere falso: è quindi un'abilità che, se gratifica il lettore, non gli insegna nulla, che non sia una fantasia di verità, e alla fine solo la conferma di una superiorità. Quando Chatwin si applica a una realtà britannica, seppure di un Galles remoto e di un fatto "strano", la simbiosi gemellare, il risultato, "Sulla collina nera", non è gradevole.
Leigh Fermor è grecofilo, al punto che non se ne immagina altra vita che in Grecia. E tuttavia i greci sono per lui "essi". Non "si dice" ma "i greci dicono". Non questo posto si chiama" ma "i greci chiamano questo posto". Non che ci sia un altro nome, inglese, turco, chissà, per lo stesso posto, no. Semplicemente, quello non è posto di Leigh fermor. Come di un qualsiai funzionario di colonia.
Notevole in questo libro, oltre alla riconosciuta capacità di Leigh Fermor narrare la filologia, che ne fa il successo, l'assenza di Venezia, se non per quattro righe e mezza. Non ci fu Venezia nelle isole Ionie, né a Parga, Preveza o a Lepanto, oltre che a Creta e nel Peloponneso, c'è solo Bisanzio, e i turchi. E questo è sleale, oltre che impoverire il racconto: gli inglesi sono arrivati tardi nelle isole ioniche, altrove non ci sono nemmeno arrivati, e ci hanno lasciato poco, niente eccetto il cricket a Corfù. E Lord Byron, certo - che però vi morì di polmonite (se non era malaria), mentre andava a caccia. Sapendo della mancanza, però, il grecofilo riesce a gustare poco o niente di questo "Roumeli", e più che altro la buona volontà. I Sarakatzani non decollano, benché siano soggetto succulento. Di Creta non ne parliamo: la seconda patria dello scrittore: sembra un articolo di giornale, o un dépliant. Freya Stark in copertina ne loda le riconosciute abilità: "C'è qui tutto di nuovo: brillantezza, la profusione compiaciuta, l'esuberanza della cultura e dell'informaizone..." Che vuol essere malignamente diminutivo, e finisce per essere vero, perché Leigh Fermor manca, per inaspettate chiusure, la felicità della narrazione di "Mani" o di "Tempo di doni". Non ci sono italiani nemmeno nel Giardino degli eroi di Missolunghi, gli eroi dell'indipendenza ellenica, che invece ci sono.
Patrick Leigh Fermor, Roumeli. Travels in Northern Greece, New York Review of Books Classics, pp.260, Us $ 14,95
venerdì 17 luglio 2009
Gli ayatollah a Khamenei: a rischio il regime
Non c'è spazio per una guerra civile in Iran. Ma non c'è nemmeno la possibilità per il regime di marciare disunito. Khamenei ha impegnato il regime a difesa del voto, ma non è riuscito ad avere ragione della protesta. Questo ha aperto una falla che lo travolgerà. A opera degli ayatollah, per evitare che lo faccia la piazza, travolgendo a quel punto l'intero regime islamico - degli ayatollah cosiddetti conservatori. Le elezioni presidenziali hanno divaricato e rotto la tenue dalettica interna con cui il regime è riuscito a prosperare fìno ad ora, una sorta di Democrazia Cristiana di governo e d'opposizione, solo un po' più confessionale, con i religiosi allo scoperto e anzi in primo piano. Gli stessi religiosi che ora in sempre maggior numero rimproverano a Khamenei la rottuta dell'unità che ne faceva la forza. Il khomeinismo ha solo la forza dell'unità, una pratica consolidata ormai da trent'anni, e di ardua modifica per il regime, almeno a giudizio degli ayatollah. La forzatura di Khamenei sulla rielezione di Ahmadinejad, mal condotta, dovrebbe ora riassorbirsi con un cambiamento di vertice, forse dello stesso capo religioso del Paese. Fra gli ayatollah l'opinione prevalente è questa, anche se più fra i grandi ayatollah di Qom più che fra i politicanti di Teheran.
Non è in contestazione la scelta di riconfermare Ahmadinejad, che molti riconoscono quasi dovuta per Khamenei, come il governo giusto per confrontarsi con la dura contestazione internazionale, quale che ne sia l'esito. Sotto critica è la scelta di campo di Khamenei a fronte della contestazione politica della conduzione delle elezioni, che avrebbe indebolito il regime. In predicato non è la candidatura Mussavì, quanto la capacità del vertice religioso di garantire l'unità del paese.
Tra un frazionamento dell'unità, senza precedenti nel khomeinismo, e l'ipotesi di un indebolimento irreversibile del regime, la prospettiva ha gettato gli ayatollah nell'angoscia. Non era mai successo prima. E l'unica via d'uscita sembra un rimescolamento al vertice religioso, fra i Guardiani della Rivoluzione: in pratica la sostituzione di Ali Khamenei.
Del rivolgimenento che si prospetta Ahmadinejad sarebbe la vittima minore. In sé ininfluente, non fosse che la sua sostituzione si inquadra nell'esigenza, da molti influenti religiosi sentita anche prima delle elezioni, di portare l'Iran fuori dall'isolamento internazionale. Che l'elezione di Obama e il suo messaggio all'islam hanno consolidato.
Non è in contestazione la scelta di riconfermare Ahmadinejad, che molti riconoscono quasi dovuta per Khamenei, come il governo giusto per confrontarsi con la dura contestazione internazionale, quale che ne sia l'esito. Sotto critica è la scelta di campo di Khamenei a fronte della contestazione politica della conduzione delle elezioni, che avrebbe indebolito il regime. In predicato non è la candidatura Mussavì, quanto la capacità del vertice religioso di garantire l'unità del paese.
Tra un frazionamento dell'unità, senza precedenti nel khomeinismo, e l'ipotesi di un indebolimento irreversibile del regime, la prospettiva ha gettato gli ayatollah nell'angoscia. Non era mai successo prima. E l'unica via d'uscita sembra un rimescolamento al vertice religioso, fra i Guardiani della Rivoluzione: in pratica la sostituzione di Ali Khamenei.
Del rivolgimenento che si prospetta Ahmadinejad sarebbe la vittima minore. In sé ininfluente, non fosse che la sua sostituzione si inquadra nell'esigenza, da molti influenti religiosi sentita anche prima delle elezioni, di portare l'Iran fuori dall'isolamento internazionale. Che l'elezione di Obama e il suo messaggio all'islam hanno consolidato.
Il giavazzismo che domò Gelmini
Da quasi un anno ormai l'università è ferma perché il ministro Gelmini, vergine di ferro, ha smesso la corazza e si è inginocchiata di fronte alle ingiunzioni del professor Giavazzi. Il professore le intimava di bloccare ogni concorso, per ordinario, associato, ricercatore, e di moralizzare la vita pubblica. Questo di moralizzare gli altri è una fissa del professore, che finora la applicava alla sinistra, mai abbastanza buona per lui, cioè libera e mercantile (anche la crisi, si è avventurato a dire, è dovuta alla mancata liberalizzazione). Insomma, un uomo più di ferro della Gelmini, ed è tutto dire,
Nel diktat del 28 ottobre 2008, che ha fermato la vita universitaria, Giavazzi imponeva alla Gelmini di restaurare le vetero supercommissioni nazionali di valutazione. La cosa sembrò irrituale ai fan del professore, dato che commissioni di dodici membri sono poco liberali. Senza contare che lavorano male, la sola convocazione richiede anni, e per alcuni corsi di studio è impossibile formarle, non ci sono dodici ordinari. Ma si sa come vanno queste cose, basta fermare il tutto, i baroni non chiedono di meglio, la vita resta rtranquilla, e il costo degli ingressi si accresce in misura esponenziale.
Ora il professore spiega alla sua diligente allieva cosa è necesario fare, e questo fuga i dubbi: bisogna liberalizzare le tasse universitarie. Già nel primo diktat, per la verità, il professor Giavazzi, che è vero, non l'ha inventato Fantozzi (a meno che il "Corriere della sera" non ci faccia un costante pesce d'aprile), non oblitarava l'argomento. Facendo leva su un testo Einaudi, casa editrice dell'odiato Berlsuconi, Roberto Perotti, «L'università truccata», "un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere", spiegava che "tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi". Non avete letto male. Non è neanche sbagliato. Ma poi Giavazzi citava i dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, secondo cui il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie, e solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Ellora?
E allora, intima il professore oggi, bisogna solo liberalizzare le tasse. Non nel senso che ognuno paga in base a quello che ha (il parametro reddituale), ma nel senso che ogni università mette le sue tasse, le più qualificate le più alte, e così via. E non è questo sistema piuttosto fascista? No, afferma il professore, perché i non abbienti avranno le borse di studio. Quanti non abbienti, l'1%, il 10%, del totale? No, assicura Giavazzi senza pudore, "in una delle migliori (università americane), il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio". Non è un bel progetto?
L'università italiana come il Massachusetts Institute of Technology, non c'è obiezione possibile, mai mettere limiti al meglio. Senza contare che il Mit è anche una banca, e per il giavazzismo questo non guasta, essendo la maggior parte delle borse pagate dai (poveri) governi (del Terzo mondo) di provenienza.
Nel diktat del 28 ottobre 2008, che ha fermato la vita universitaria, Giavazzi imponeva alla Gelmini di restaurare le vetero supercommissioni nazionali di valutazione. La cosa sembrò irrituale ai fan del professore, dato che commissioni di dodici membri sono poco liberali. Senza contare che lavorano male, la sola convocazione richiede anni, e per alcuni corsi di studio è impossibile formarle, non ci sono dodici ordinari. Ma si sa come vanno queste cose, basta fermare il tutto, i baroni non chiedono di meglio, la vita resta rtranquilla, e il costo degli ingressi si accresce in misura esponenziale.
Ora il professore spiega alla sua diligente allieva cosa è necesario fare, e questo fuga i dubbi: bisogna liberalizzare le tasse universitarie. Già nel primo diktat, per la verità, il professor Giavazzi, che è vero, non l'ha inventato Fantozzi (a meno che il "Corriere della sera" non ci faccia un costante pesce d'aprile), non oblitarava l'argomento. Facendo leva su un testo Einaudi, casa editrice dell'odiato Berlsuconi, Roberto Perotti, «L'università truccata», "un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere", spiegava che "tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi". Non avete letto male. Non è neanche sbagliato. Ma poi Giavazzi citava i dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, secondo cui il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie, e solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Ellora?
E allora, intima il professore oggi, bisogna solo liberalizzare le tasse. Non nel senso che ognuno paga in base a quello che ha (il parametro reddituale), ma nel senso che ogni università mette le sue tasse, le più qualificate le più alte, e così via. E non è questo sistema piuttosto fascista? No, afferma il professore, perché i non abbienti avranno le borse di studio. Quanti non abbienti, l'1%, il 10%, del totale? No, assicura Giavazzi senza pudore, "in una delle migliori (università americane), il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio". Non è un bel progetto?
L'università italiana come il Massachusetts Institute of Technology, non c'è obiezione possibile, mai mettere limiti al meglio. Senza contare che il Mit è anche una banca, e per il giavazzismo questo non guasta, essendo la maggior parte delle borse pagate dai (poveri) governi (del Terzo mondo) di provenienza.
Moralismo a Milano
Dopo a verlo alimentato, e pur continuando ad alimentarlo, Milano riscopre il pregiudizio. L'antipatia, se non la violenza, del pregiudizio. Quando si esercita contro di noi. Quello per cui un inglese di mezza tacca è sempre migliore di un duca o condottiero italiano, ora anche uno spagnolo di mezza tacca - e qualsiasi milanese è migliore di Benedetto Croce. Se ne sdegna Stella sul "Corriere della sera" ed è tutto dire: non c'è più pregiudicato di lui.
Massarenti, sul "Sole 24 Ore" trova "irritante" che Michael Jackson si sia appropriato di una canzone di Al Bano, negandogli ogni riconoscimento, come da padrone a schiavo - proprio lui, si può aggiujngere, un nero appena sbiancato. Dappertutto, in rivalsa, rinunciando al Rinascimento, che è ormai di difficile concezione anche per chi ha fatto l'università, si riafferma che la pizza è italiana.
Encomiabile. Tutto, anche la scoperta del pregiudizio, pur di non darla vinta a Berlusconi (e a quell'altro stronzo, Bossi, che però ci piace...). Il quale, bisogna però dire, ha ospitato il G 8 all'Aquila senza la pizza (nell'occasione ha riposto anche il mandolino). E, poi, la pizza non è napoletana? Bisogna anche intendersi su cosa è italiano...
Il provincialismo è grande a Milano. Con tutti quei "giornali stranieri" che ogni giorno sostituiscono i quaresimalisti, e sono anzi ancora più terrificvanti. Milano che è, bisogna ricordarlo?, la capitale vera dell'Italia, morale e no.
Massarenti, sul "Sole 24 Ore" trova "irritante" che Michael Jackson si sia appropriato di una canzone di Al Bano, negandogli ogni riconoscimento, come da padrone a schiavo - proprio lui, si può aggiujngere, un nero appena sbiancato. Dappertutto, in rivalsa, rinunciando al Rinascimento, che è ormai di difficile concezione anche per chi ha fatto l'università, si riafferma che la pizza è italiana.
Encomiabile. Tutto, anche la scoperta del pregiudizio, pur di non darla vinta a Berlusconi (e a quell'altro stronzo, Bossi, che però ci piace...). Il quale, bisogna però dire, ha ospitato il G 8 all'Aquila senza la pizza (nell'occasione ha riposto anche il mandolino). E, poi, la pizza non è napoletana? Bisogna anche intendersi su cosa è italiano...
Il provincialismo è grande a Milano. Con tutti quei "giornali stranieri" che ogni giorno sostituiscono i quaresimalisti, e sono anzi ancora più terrificvanti. Milano che è, bisogna ricordarlo?, la capitale vera dell'Italia, morale e no.
giovedì 16 luglio 2009
A Sud del Sud - il Sud di nessun Nord (39)
Giuseppe Leuzzi
Ogni sera alle 19, in Versilia o nella costa romagnola, in ogni stabilimento balneare due persone in squadra filtrano la sabbia in superficie, raccogliendo cicche, cartacce e plastiche, la rasano, ribaltano e scuotono sdraio e lettini, li ripongono in ordine squadrato attorno a ogni ombrellone, e chiudono gli ombrelloni. Trovano a volte anche le chiavi della macchina che vi sono cadute dalla tasca. In un'ora e mezza di intensa applicazione del duo, ogni bagno si ripresenta lindo per il giorno dopo. I faticatori sono locali, gente in età che ne fa una seconda attività e ragazzi acchittati con gel, tatuaggi e ipod, che magari avviano così l'attività di bagnino, remunerativa seppure stagionale. Nei 709 bagni toscani, dunque, da Capalbio alla Partaccia, e nei 1.039 romagnoli, da Cattolica al Lido di Volano, 335 e 165 chilometri, 500 in tutto, in meno di due ore si fanno un'apprezzata giornata di lavoro almeno 3.500 persone, italiani, locali.
Ogni sera alle 19, in Versilia o nella costa romagnola, in ogni stabilimento balneare due persone in squadra filtrano la sabbia in superficie, raccogliendo cicche, cartacce e plastiche, la rasano, ribaltano e scuotono sdraio e lettini, li ripongono in ordine squadrato attorno a ogni ombrellone, e chiudono gli ombrelloni. Trovano a volte anche le chiavi della macchina che vi sono cadute dalla tasca. In un'ora e mezza di intensa applicazione del duo, ogni bagno si ripresenta lindo per il giorno dopo. I faticatori sono locali, gente in età che ne fa una seconda attività e ragazzi acchittati con gel, tatuaggi e ipod, che magari avviano così l'attività di bagnino, remunerativa seppure stagionale. Nei 709 bagni toscani, dunque, da Capalbio alla Partaccia, e nei 1.039 romagnoli, da Cattolica al Lido di Volano, 335 e 165 chilometri, 500 in tutto, in meno di due ore si fanno un'apprezzata giornata di lavoro almeno 3.500 persone, italiani, locali.
In Calabria, circa 700 chilometri balneabili, non ci sono 1.700 bagni, non ci sono nemmeno 170, e questo si spiega: non c'è nessuno che faccia la pulizia e il riordino la sera. Anche durante il giorno, se non c'è un inserviente ucraino o rumeno, si può aspettare l'assegnazione dell'ombrellone a tempo indeterminato sotto il solleone, il giovane bagnino ha sempre altro da fare, e poi è un dirigente, se non è un padrone, per lui spostare o aprire un lettino non è mansione onorevole.
Il problema è questo, nell'industria del mare in Calabria come nell'entroterra: che non manca il lavoro, manca la voglia di lavorare.
Le facce della bottega di Olivero Toscani che si espongono in giro per l'Italia sembrano quelle "antropologiche" del vecchio atlante De Agostini; il caucasico, il negroide, eccetera. Sono facce lombrosiane, è inutile negarlo, che indicano cioè un carattere e anche una cultura e una razza. Ma nel confronto non sfiguriamo, non siamo al Sud razza peggiore, e anche viene da dire molto migliore. Somaticamente.
E non è tutto: è anche Lombroso contro Lombroso - com'era di suo il professore Lombroso, caucasico (il tipo è molto peloso)?
Sicilia
E' un paio di brache aperte, dice il Sarto all'ingrosso di Laurence Sterne nel "Romanzo politico", p.35 circa: "Nulla in tutto il globo terracqueo che assomiglia a un paio di brache aperte quanto l'isola di Sicilia".
C'è un cavaliere Landolina, come quello della Venere, in un racconto di Potocki.
"Lucus a non lucendo", il mondo di Heidegger, è la citazione con cui il marchese di San Giuliano, ministro del governo ammazza-operai del gen. Pelloux nel 1898, aveva aperto cinque anni prima il suo classico "Le condizioni presenti della Sicilia".
Negli anni1789 e successivi, quando in Europa si faceva la rivoluzione Palermo falsificava le carte della storia, tramite l'abate Vella, povero frate maltese.
La storia, certo, è anche un falso. Come la geografia. Per esempio, è Palermo la Sicilia? Sì, e no.
Al centro dell'isola i pistacchi, albero rigoglioso di liane feconde sulla roccia del sogno alchemico. Si può dire la Sicilia terra alchemica, nera di vulcani, bianca di sali, gialla di limoni, verde di rugiada, rossa di buon vino, che trasmuta in sangue. Fu qui che gli arabi inventarono l'alchimia.
L'Encyclopédie (1765) descrive Palermo come una Pompei, una città morta.
Scrive Georges Duby, lo storico del Medio Evo, di Federico II: "Difficilmente comprensibile per i religiosi del XIIImo secolo, del tutto privi di elasticità mentale: era siciliano".
(Non era tedesco?)
Sciascia e i siciliani in genere sono orgogliosi dell'etimo mafia, sebbene incerto, come se fosse questione nazionale. Ma una via Maffia è nel "Diario del Settimanni", manoscritto, all'Archivio di Stato fiorentino, citato in "Cortigiane del secolo XVI", Forni Editore, p. 171, a propopsito della vedova del principe Francesco Maria de' Medici, che se la faceva con uno stalliere, ne ebbe un figlio, e lo diede a balia a una donna che abitava "nel fondaccio di Santo Spirito, quasi al dirimpetto della via Maffia e della casa del marchese Rinuccini". La vedova era Eleonora Gonzaga di Guastalla.
Per cinquant'anni uno dei capisaldi della storia della Sicilia e dell'Italia è stato che gli Usa avevano liberato l'isola con la mafia e avevano alimentato il separatismo e il banditismo, di Giuliano compreso. Una storia volutamente falsa, poiché le carte, che ora si pubblicano in America, erano note per altri canali ai pubblicisti del Pci, specie ai siciliani.
La storia del Sud è anche questo, un'aggressione nel nome della verità, falsa. Come, più di recente, con i "falsi" processi di Palermo. Si capisce che nell'isola, che pure ne avrebbe più bisogno di ogni altra regione, la sinistra sia scomparsa, volatilizzata. Passata la ricostruzione (essenzialmente la sindacalizzazione), la sinistra ha solo schiacciato la Sicilia: il tutto è mafia non lascia scampo.
Calabria
Primo Levi, che ha un paio di calabresi memorabili nel racconto della lunga, lenta, liberazione da Auschwitz, "La tregua", In "La chiave a stella" aggiunge una notazione: "E poi lo sanno tutti che fra i russi e i calabresi non c'è tanta differenza..., bravi, puliti, rispettosi e di buon umore".
Ma ricorda pure che si diceva: "Battere la calabria", per "battere la fiacca".
"Aceto forte galavrese" sparge Cenne de la Chitarra parodiando i sonetti di Folgòre da San Gimignano.
Savinio, "Partita rimandata. Diario calabrese", scrittore non prevenuto e anzi benevolente, inizia il viaggio, alla stazione Termini a Roma, con questo quadro: "Spettacolo solito delle popolazioni meridionali. Spettacolo desolante,. Poverismo. Tristezza. Umiliazione della fatica, sopratttutto nelle donne - nelle povere donne. E l'infanzia brulicante e misera. Spettacolo che si ripete dovunque arrivino gruppi o lembi di queste popolazioni - sale d'aspetto dei nostri consolati, fumanti di miseria. Perché? Perché?"
Questo non è più vero, i giovani ora sono diversi. Alzando gli occhi dal libro, anzi, d’improvviso, al bagno Pierino alle Pietrenere di Palmi, nessuno ha più peli sul petto, nessuno degli uomini, dei maschi, quasi tutti giovani e molto giovani. Tutti hanno i draghi più fantasiosi tatuati ai posti più giusti. E sono tutti palestrati, eretti, proporzionati. Cioè, non è che d’improvviso i peli siano scomparsi, è che capita di notare questa mancanza. E non è che i calabresi di Palmi e della Piana siano glabri. D’improvviso si capisce che tutti fanno trattamenti estetici. Anche i mafiosi evidentemente, che tra queste foille non mancheranno, i lazzaroni, i latitanti, gli assassini: i calabresi passano il loro tempo nelle beauty farm, come ora si chiamano le estetiste. A Savinio nemmeno questo sarebbe piaciuto, perché l'estetica non è il problema.
Questi poveri d’Italia hanno soldi da spendere nelle beauty farm. Soldi di famiglia, perché la maggior parta non lavorano, non ancora, ci saranno padri che pagano per due e tre figli periodicamente nella beauty farm. Anche le sopracciglia molti hanno spaziate, depilate, corrette. Le donne pure. Ma il quesito resta: "Perché? Perché?". Perché una terra che è il paradiso, di bellezza e fertilità, è inospitale e sterile, per i molti invivibile.
E' invece sempre vero, dopo sessant'anni, che il Sud comincia alla stazione Termini. Impropriamente, poiché Roma non rientra nella ex Cassa del Mezzogiorno, ma da Termini partono i treni per il Sud. Senza nulla in comune, categoria per categoria, Intercity, Eurocity, Eurostar, con quelli che dalla stessa stazione vano a Nord: solo porcilaie al Sud, delle Ferrovie dello Stato, mica di un qualsiasi profittatore di regime.
Il problema è questo, nell'industria del mare in Calabria come nell'entroterra: che non manca il lavoro, manca la voglia di lavorare.
Le facce della bottega di Olivero Toscani che si espongono in giro per l'Italia sembrano quelle "antropologiche" del vecchio atlante De Agostini; il caucasico, il negroide, eccetera. Sono facce lombrosiane, è inutile negarlo, che indicano cioè un carattere e anche una cultura e una razza. Ma nel confronto non sfiguriamo, non siamo al Sud razza peggiore, e anche viene da dire molto migliore. Somaticamente.
E non è tutto: è anche Lombroso contro Lombroso - com'era di suo il professore Lombroso, caucasico (il tipo è molto peloso)?
Sicilia
E' un paio di brache aperte, dice il Sarto all'ingrosso di Laurence Sterne nel "Romanzo politico", p.35 circa: "Nulla in tutto il globo terracqueo che assomiglia a un paio di brache aperte quanto l'isola di Sicilia".
C'è un cavaliere Landolina, come quello della Venere, in un racconto di Potocki.
"Lucus a non lucendo", il mondo di Heidegger, è la citazione con cui il marchese di San Giuliano, ministro del governo ammazza-operai del gen. Pelloux nel 1898, aveva aperto cinque anni prima il suo classico "Le condizioni presenti della Sicilia".
Negli anni1789 e successivi, quando in Europa si faceva la rivoluzione Palermo falsificava le carte della storia, tramite l'abate Vella, povero frate maltese.
La storia, certo, è anche un falso. Come la geografia. Per esempio, è Palermo la Sicilia? Sì, e no.
Al centro dell'isola i pistacchi, albero rigoglioso di liane feconde sulla roccia del sogno alchemico. Si può dire la Sicilia terra alchemica, nera di vulcani, bianca di sali, gialla di limoni, verde di rugiada, rossa di buon vino, che trasmuta in sangue. Fu qui che gli arabi inventarono l'alchimia.
L'Encyclopédie (1765) descrive Palermo come una Pompei, una città morta.
Scrive Georges Duby, lo storico del Medio Evo, di Federico II: "Difficilmente comprensibile per i religiosi del XIIImo secolo, del tutto privi di elasticità mentale: era siciliano".
(Non era tedesco?)
Sciascia e i siciliani in genere sono orgogliosi dell'etimo mafia, sebbene incerto, come se fosse questione nazionale. Ma una via Maffia è nel "Diario del Settimanni", manoscritto, all'Archivio di Stato fiorentino, citato in "Cortigiane del secolo XVI", Forni Editore, p. 171, a propopsito della vedova del principe Francesco Maria de' Medici, che se la faceva con uno stalliere, ne ebbe un figlio, e lo diede a balia a una donna che abitava "nel fondaccio di Santo Spirito, quasi al dirimpetto della via Maffia e della casa del marchese Rinuccini". La vedova era Eleonora Gonzaga di Guastalla.
Per cinquant'anni uno dei capisaldi della storia della Sicilia e dell'Italia è stato che gli Usa avevano liberato l'isola con la mafia e avevano alimentato il separatismo e il banditismo, di Giuliano compreso. Una storia volutamente falsa, poiché le carte, che ora si pubblicano in America, erano note per altri canali ai pubblicisti del Pci, specie ai siciliani.
La storia del Sud è anche questo, un'aggressione nel nome della verità, falsa. Come, più di recente, con i "falsi" processi di Palermo. Si capisce che nell'isola, che pure ne avrebbe più bisogno di ogni altra regione, la sinistra sia scomparsa, volatilizzata. Passata la ricostruzione (essenzialmente la sindacalizzazione), la sinistra ha solo schiacciato la Sicilia: il tutto è mafia non lascia scampo.
Calabria
Primo Levi, che ha un paio di calabresi memorabili nel racconto della lunga, lenta, liberazione da Auschwitz, "La tregua", In "La chiave a stella" aggiunge una notazione: "E poi lo sanno tutti che fra i russi e i calabresi non c'è tanta differenza..., bravi, puliti, rispettosi e di buon umore".
Ma ricorda pure che si diceva: "Battere la calabria", per "battere la fiacca".
"Aceto forte galavrese" sparge Cenne de la Chitarra parodiando i sonetti di Folgòre da San Gimignano.
Savinio, "Partita rimandata. Diario calabrese", scrittore non prevenuto e anzi benevolente, inizia il viaggio, alla stazione Termini a Roma, con questo quadro: "Spettacolo solito delle popolazioni meridionali. Spettacolo desolante,. Poverismo. Tristezza. Umiliazione della fatica, sopratttutto nelle donne - nelle povere donne. E l'infanzia brulicante e misera. Spettacolo che si ripete dovunque arrivino gruppi o lembi di queste popolazioni - sale d'aspetto dei nostri consolati, fumanti di miseria. Perché? Perché?"
Questo non è più vero, i giovani ora sono diversi. Alzando gli occhi dal libro, anzi, d’improvviso, al bagno Pierino alle Pietrenere di Palmi, nessuno ha più peli sul petto, nessuno degli uomini, dei maschi, quasi tutti giovani e molto giovani. Tutti hanno i draghi più fantasiosi tatuati ai posti più giusti. E sono tutti palestrati, eretti, proporzionati. Cioè, non è che d’improvviso i peli siano scomparsi, è che capita di notare questa mancanza. E non è che i calabresi di Palmi e della Piana siano glabri. D’improvviso si capisce che tutti fanno trattamenti estetici. Anche i mafiosi evidentemente, che tra queste foille non mancheranno, i lazzaroni, i latitanti, gli assassini: i calabresi passano il loro tempo nelle beauty farm, come ora si chiamano le estetiste. A Savinio nemmeno questo sarebbe piaciuto, perché l'estetica non è il problema.
Questi poveri d’Italia hanno soldi da spendere nelle beauty farm. Soldi di famiglia, perché la maggior parta non lavorano, non ancora, ci saranno padri che pagano per due e tre figli periodicamente nella beauty farm. Anche le sopracciglia molti hanno spaziate, depilate, corrette. Le donne pure. Ma il quesito resta: "Perché? Perché?". Perché una terra che è il paradiso, di bellezza e fertilità, è inospitale e sterile, per i molti invivibile.
E' invece sempre vero, dopo sessant'anni, che il Sud comincia alla stazione Termini. Impropriamente, poiché Roma non rientra nella ex Cassa del Mezzogiorno, ma da Termini partono i treni per il Sud. Senza nulla in comune, categoria per categoria, Intercity, Eurocity, Eurostar, con quelli che dalla stessa stazione vano a Nord: solo porcilaie al Sud, delle Ferrovie dello Stato, mica di un qualsiasi profittatore di regime.
Omertà
Quando i mafiosi furono confinati in Liguria e in Lombardia, i loro affari fecero un balzo vertiginoso.
Anche in guerra, i soldati del Nord sono feriti al petto, quelli del Sud alla schiena.
Nel 1948, o nel 1949, Montanelli ridicolizzò la Calabria sul "Corriere della sera" con un decalogo del cesso inaccessibile, se non montando in piedi sulla tazza. In Grecia c'è un decalogo analogo, ma si sale sulla tazza "all'albanese".
Si può sempre ipotizzare che gli albanesi abbiano influenzato i calabresi, certo. Ma le tazze devono essere d'acciaio, per non frantumarsi?
leuzzi@antiit.eu
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